Ai Nostri Posti

Ora e sempre Resistenza

Uomini, cacciatori, ominicchi

Pubblicato da sandro su 12 Novembre, 2009

Leggo sul Corriere del Veneto che una mostra organizzata nel palazzo regionale dall’assessore alla cultura Elena Donazzan (ex An) userebbe la figura del compianto Mario Rigoni Stern per propagandare la caccia. La cosa mi ha immediatamente messo di malumore perché amo lo scrittore di Asiago e odio – meglio: non comprendo – la caccia sportiva.

Di questo si tratta, di uno sport. Quella che viene praticata oggi non ha certo nulla da spartire con la caccia di un tempo, quando le doppiette sparavano per bisogno anziché per spasso. Del resto è sufficiente leggere lo stesso Rigoni Stern per rendersene conto. Cito una sua frase riportata nell’articolo: «Non sogno carnieri pieni di animali ma di andare per i boschi, lentamente, con il mio cane».

Proprio qui però sorge l’equivoco su cui si specula. L’immagine pervasa di sentimentalismo creata dal vecchio alpino offre l’occasione ai cacciatori invasati di considerarsi degli ambientalisti, degli amanti della natura, una specie di guardiani dei boschi. Niente di più lontano dalla realtà, se si considera l’ecatombe di bestie e bestiole uccise ogni anno per gioco. Chi avesse lo stomaco per vedere le foto delle prede di questi eroici mitraglieri, vada a cercare nei loro molti siti.

E’ noto che la psicologia considera il fucile un prolungamento, un’estensione della virilità. Ora, Mario Rigoni Stern era un uomo con la lettera maiuscola, un partigiano, innamorato della sua terra violentata nel paesaggio e nei costumi. Questi signori dalle doppiette facili e questi assessori poco perspicaci sono invece degli ominicchi che dovrebbero provare imbarazzo anche solo nel pensare di accostarsi a lui. Tanto più che questi stessi figuri non devono neppure aver l’aria di leggere granché. Nel dubbio sparano. O le sparano. Grosse.

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Il Giovanardi mannaro

Pubblicato da sandro su 11 Novembre, 2009

Suscita rabbia e pena, una pena grande, il sottosegretario Carlo Giovanardi, cattolico imbruttito dal rancore, che ieri mattina ha pronunziato alla radio parole feroci contro Stefano Cucchi. Secondo Giovanardi, Stefano se l´è cercata quella fine perché «era uno spacciatore abituale», «un anoressico che era stato pure in una comunità», «ed era persino sieropositivo». Giovanardi dice che i tossicodipendenti sono tutti uguali: «diventano larve», «diventano zombie». E conclude: «È la droga che l´ha ridotto così».

Giovanardi, al quale è stata affidata dal governo «la lotta alle tossicodipendenze» e la «tutela della famiglia», ovviamente sa bene che tanti italiani – ormai i primi in Europa secondo le statistiche – fanno uso di droga. E sa che tra loro ci sono molti imprenditori, molti politici, e anche alcuni illustri compagni di partito di Giovanardi. E, ancora, sa che molte persone «per bene», danarose e ben difese dagli avvocati e dai giornali, hanno cercato e cercano nei cocktail di droghe di vario genere, non solo cocaina ed eroina ma anche oppio, anfetamine, crack, ecstasy…, una risposta alla propria pazzia personale, al proprio smarrimento individuale. E alcuni, benché trovati in antri sordidi, sono stati protetti dal pudore collettivo, e la loro sofferenza è stata trattata con tutti quei riguardi che sono stati negati a Stefano Cucchi. Come se per loro la droga fosse la parte nascosta della gioia, la faccia triste della fortuna mentre per Stefano Cucchi era il delitto, era il crimine. A quelli malinconia e solidarietà, a Stefano botte e disprezzo.

Ci sono, tra i drogati d´Italia, «i viziati e i capricciosi», e ci sono ovviamente i disadattati come era Stefano, «ragazzi che non ce la fanno» e che per questo meritano più aiuto degli altri, più assistenza, più amore dicono i cattolici che non “spacciano”, come fa abitualmente Giovanardi, demagogia politica. E non ammiccano e non occhieggiano come lui alla violenza contro “gli scarti della società”, alla voglia matta di sterminare i poveracci; non scambiano l´umanità dolente, della quale siamo tutti impastati e che fa male solo a se stessa, con l´arroganza dei banditi e dei malfattori, dei mafiosi e dei teppisti veri che insanguinano l´Italia.

Ecco: con le sue orribili parole di ieri mattina Giovanardi si fa complice, politico e morale, di chi ha negato a Stefano un avvocato, un medico misericordioso, un poliziotto vero e che adesso vorrebbe pure evitare il processo a chi lo ha massacrato, a chi ha violato il suo diritto alla vita.

Anche Cucchi avrebbe meritato di incontrare, il giorno del suo arresto, un vero poliziotto piuttosto che la sua caricatura, uno dei tanti poliziotti italiani che provano compassione per i ragazzi dotati di una luce particolare, per questi adolescenti del disastro, uno dei tantissimi nostri poliziotti che si lasciano guidare dalla comprensione intuitiva, e certo lo avrebbe arrestato, perché così voleva la legge, ma molto civilmente avrebbe subito pensato a come risarcirlo, a come garantirgli una difesa legale e un conforto civile, a come evitargli di finire nella trappola di disumanità dalla quale non è più uscito.

Perché la verità, caro Giovanardi, è che gli zombie e le larve non sono i drogati, ma i poliziotti che non l´hanno protetto, i medici che non l´hanno curato, e ora i politici come lei che sputano sulla sua memoria. I veri poliziotti sono pagati sì per arrestare anche quelli come Stefano, ma hanno imparato che ci vuole pazienza e comprensione nell´esercizio di un mestiere duro e al tempo stesso delicato. È da zombie non vedere nei poveracci come Cucchi la terribile versione moderna dei “ladri di biciclette”.

Davvero essere di destra significa non capire l´infinito di umiliazione che schiaccia un giovane drogato arrestato e maltrattato? Lei, onorevole (si fa per dire) Giovanardi, non usa categorie politiche, ma “sniffa” astio. Come lei erano gli “sciacalli” che in passato venivano passati alla forca per essersi avventati sulle rovine dei terremoti, dei cataclismi sociali o naturali.

Giovanardi infatti, che è un governante impotente dinanzi al flagello della droga ed è frustrato perché non governa la crescita esponenziale di questa emergenza sociale, adesso si rifà con la memoria di Cucchi e si “strafà” di ideologia politica, fa il duro a spese della vittima, commette vilipendio di cadavere.

Certo: bisogna arrestare, controllare, ritirare patenti, impedire per prevenire e prevenire per impedire. Alla demagogia di Giovanardi noi non contrapponiamo la demagogia sociologica che nega i delitti, quando ci sono. Ma cosa c´entrano le botte e la violazione dei diritti? E davvero le oltranze giovanili si reprimono negando all´arrestato un avvocato e le cure mediche? E forse per essere rigorosi bisogna profanare i morti e dare alimento all´intolleranza dei giovani, svegliare la loro parte più selvaggia?

Ma questo non è lo stesso Giovanardi che straparlava dell´aborto e del peccato di omosessualità? Non è quello che difendeva la vita dell´embrione? È proprio diverso il Dio di Giovanardi dal Cristo addolorato di cui si professa devoto. Con la mano sul mento, il gomito sul ginocchio e due occhi rassegnati, il Cristo degli italiani è ben più turbato dai Giovanardi che dai Cucchi.

[Francesco Merlo su "la Repubblica" del 10 novembre 2009]

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La strage degli imbecilli. Recensione

Pubblicato da sandro su 10 Novembre, 2009

Parto dall’ammissione che questo libro mi è piaciuto parecchio nonostante l’abbia acquistato al buio, ignorando cioè la biografia dell’autore, le sue opinioni politiche e non sapendo affatto che cosa aspettarmi dalla storia che aveva scritto. Di solito sono un acquirente coscienzioso, mi informo con puntiglio, mi impedisco di spendere più di dieci euro per un libro “sospetto”, diciamo, uno di quei libri sciocchi tanto cari alle linee editoriali d’oggi, concepiti per dare scandalo, assicurare notorietà all’estensore e ricchi introiti allo stampatore. Però in questo caso ho avuto fortuna, o buon fiuto, e posso alla fine sbilanciarmi nel consigliarvelo – non raccomandarvelo: consigliarvelo. Se dovessi invece suggerirvi un libro non avendo letto il quale è oggettivamente impossibile vivere, allora non esiterei a dirvi di correre in libreria e prendere Bouvard e Pécuchet. Può sembrare strano come “libro della vita”, ma nella mia modesta carriera di lettore non mi sono ancora imbattuto in opere di pari livello e ambizione esplicativa (limitatamente alla narrativa, ovvio), se escludiamo alcuni racconti di Kafka, Carver e T. Mann.

Il titolo è bello: La strage degli imbecilli. Evoca immagini di carneficine perpetrate nel nome di una giustizia intellettuale che falcidia trasversalmente ricchi e poveri, vecchi e giovani, belli e brutti. Un riassunto del romanzo potrebbe in realtà essere proprio questo, eccezion fatta per il finale che non corrisponde del tutto – anzi per niente – alle aspettative di un lettore accortosi del volgere al poliziesco della vicenda. Ma sarebbe riduttivo e indebito tentare una classificazione tanto improbabile, perché il bel lavoro di Carl Aderhold (debuttante né giovane né sprovveduto) sfugge ai rigorismi letterari. Di certo si tratta di un romanzo, un ampio, articolato, eloquente romanzo.

All’inizio, quando lo si apre, balza agli occhi un’evidente particolarità: i capitoli sono suddivisi in tanti paragrafi numerati (140 in totale), cosa che lo fa somigliare a una dissertazione, a un trattato, a una relazione, a un pamphlet polemico e a molte altre cose – non subito e non inequivocabilmente a un romanzo di fantasia. Io poi – in questi giorni, volendomi fidare di Michel Onfray, sto interiorizzando la Genealogia della morale – l’ho scambiato per un saggio filosofico! Le prime pagine, per fortuna, sgomberano il campo dai dubbi: si comincia a ridere dopo una dozzina di righe. Ed è un riso trattenuto, non plateale, non grasso e volgare, un rider di testa e non di pancia. Come si conviene a un libro che, fatte le debite proporzioni, si prefigge uno scopo etico: mostrare le miserie della società contemporanea attraverso la paradossale eliminazione di una folta rappresentanza delle sue figure più emblematiche. L’ambientazione parigina, metropolitana, offre inoltre l’evenienza di affrontare temi tutt’altro che scontati, insomma di variare, sfumare i possibili ambiti di indagine socio-patologica. Opportune escursioni nelle campagne dell’alta Senna e della Bretagna non daranno comunque scampo agli imbecilli colà individuati.

Imbecilli, dunque. Parliamone.

La scena si apre in un appartamento della periferia di Parigi, il protagonista e sua moglie (entrambi trentenni, par di capire) sono sul divano e guardano la televisione. Fa un gran caldo, è estate, e il protagonista riflette sul fatto che durante il periodo afoso la gente si comporta in modo bizzarro, mentre d’inverno, col freddo, tutto ha più senso, diventa razionale. Quando la moglie va a letto, il protagonista segue un programma nel quale si ricostruisce la scomparsa di un cane nei toni e nei modi più lacrimevoli, con tanto di messinscena, interviste a parenti e amici, nonché l’elencazione degli indiziati. Intanto il gatto di una vicina si insinua nell’abitazione del protagonista e si acciambella accanto a lui. La cialtroneria della trasmissione raggiunge vertici di sopportazione estremi, e in quel momento il gatto graffia un dito al protagonista senza nome, il quale lo afferra e lo lancia fuori dalla finestra, preda di un attacco di furore. Il gatto naturalmente precipita e si sfracella, ma il protagonista anziché pentirsene si sente insolitamente euforico e va a coricarsi. Il giorno seguente la scoperta della morte del gatto (si chiama Zarathustra, forse ha una valenza simbolica) scuote la vita del condominio: tutti i condomini si indignano per l’atto criminale, solidarizzano con la proprietaria e ritardano l’orario di arrivo al lavoro per rincuorarsi l’un l’altro. Il protagonista ritiene d’aver reso così un servizio al prossimo, dato che mai prima d’allora c’era stata tanta comunione di sentimenti fra di loro. Si convince della bontà della sua azione e, giacché considera alienati i residenti del quartiere, avvia una sistematica caccia ai cosiddetti amici a quattro zampe. Ne fa scempio, li sequestra, li affoga, gli spara, li sotterra. La reazione dei padroni affranti è di costituirsi in comitati e associazioni, diventando di punto in bianco grandi amici e ritrovando il senso di stare in comunità. L’effetto sortito soddisfa il protagonista, senonché deve stornare da sé i sospetti che la portinaia del suo stabile comincia a manifestare nei suoi confronti. Essa, o meglio le sue chiacchiere, la sua indiscrezione, il suo ragionar per luoghi comuni, è la prima vittima umana del protagonista. Questa morte vale un’illuminazione: gli imbecilli ci circondano, perché non eliminarli? S’innesca allora una spirale di violenza che porterà il giustiziere dell’imbecillità a collezionare 140 vittime accertate.

La violenza tuttavia non si percepisce, solo in isolati casi la descrizione indugia sui dettagli degli omicidi, preferisce piuttosto edificare il costrutto logico che porta alla soppressione dell’imbecille di turno. Il rischio, qui, è quello del manicheismo: tu sei imbecille perché lo decido io. Ciononostante le motivazioni che inducono il protagonista a uccidere sono in apparenza inattaccabili, ed è questa la persuasione che lo guida. Non dimostra infatti pietà nei confronti degli imbecilli, né si chiede quali dolorose conseguenza possa arrecare alle loro famiglie. Ma si tratta di un romanzo venato d’umorismo, un umorismo nero, pertanto simili sottigliezze non vengono nemmeno prese in considerazione. Il godimento sta proprio nella sinecura con cui persone irreversibilmente sciocche vengono tolte di mezzo. E questo avviene nei contesti più disparati, ecco perché si può affermare che il libro si propone altresì un’analisi sociologica della Francia contemporanea.

Il protagonista è disoccupato, ha delle velleità artistiche ma non trova un lavoro adeguato. Su richiesta della consorte ottiene un impiego interinale dapprima in un’agenzia d’assicurazioni telefoniche, quindi in una casa editrice scandalistica che passa da una cessione azionaria all’altra, assumendo e licenziando personale come in un giochetto perverso, dove i capi paiono generali di un esercito fittizio e i dipendenti schiere di pedine sacrificabili al fine del profitto. Lì, va da sé, è pieno d’imbecilli. Poi il protagonista decide di scrivere una sceneggiatura sulla vita di Socrate, ma il produttore non è esattamente un cineasta, quanto un erotomane; e nel sordido mondo della pornografia, oltre a scatenare una dotta discussione sul concetto di amore trattato nel Convivio socratico, mieterà vittime a più non posso. Diventa inoltre guida turistica, entrando a contatto con gli esponenti della terza età – poveri loro… Quando però comincia ad “occuparsi” degli uomini in divisa, si accorge che la sua missione (così ormai la valuta) può decisamente fare un salto di qualità.

Decide di rintracciare le caratteristiche dell’imbecillità e di capirne il motivo. Più vi si addentra, più la detesta. Due sono le fondamentali verità che postula a mo’ di leggi: l’imbecille differisce dallo stupido perché lo stupido non è consapevole della propria condizione mentre l’imbecille sì e non fa nulla per rimediarvi; all’origine dell’imbecillità c’è il potere, non necessariamente un grande potere, ma quella quota bastevole a imporre agli altri la propria volontà: quindi l’imbecillità sottomette la ragionevolezza. Sarà per questo che l’arma prediletta è una vecchia pistola appartenuta al nonno anarchico? Sarà per questo che l’educazione comunista ricevuta dal padre l’ha abituato a problematizzare e criticare l’esistente?

Va detto che la sfilza di crimini non passa inosservata. La polizia ha aperto un’indagine, sebbene l’eterogeneità delle morti contribuisca a depistarla e a confondere le acque. Il finale è imprevedibile, segnato dalla decisione del protagonista di far pubblicare nei giornali una sorta di manifesto contro l’imbecillità, che recita, fra le altre cose: «la storia delle società umane è la storia della lotta contro l’imbecillità; morte agli imbecilli». Mort aux cons è del resto il titolo originale dell’opera.

Una breve nota a margine. Se Flaubert aveva individuato nella stupidità (che, come detto, attiene alla naivité) la cifra di un’epoca – la sua – Aderhold ha esteso all’imbecillità odierna (fase suprema della stupidità, potremmo dire…) gli accenti sarcastici, amaramente sarcastici, del solitario di Croisset. Chi non ha mai provato il desiderio di sbarazzarsi dei molti imbecilli che quotidianamente incontra o coi quali ha giocoforza a che fare? Io sempre. Quel che innalza al parossismo l’intollerabilità degli imbecilli, a mio avviso, è la loro cieca fiducia nella liceità, perfino nella sensatezza, di ciò che fanno, dicono o pensano. E, sappiamo ora, con l’aggravante di sapere della propria pochezza. L’imbecille pretende di tener testa a qualsiasi discorso pur non avendo la minima conoscenza di alcunché; pretende di avere una risposta adeguata in ogni situazione; pretende di sapersi comportare nella maniera sempre corretta; pretende di poter soddisfare tutte le sue brame o i suoi capricci o quelle che egli ritiene cose intelligenti da dire o fare o pensare come se si trattasse delle più naturali ovvietà e senza curarsi delle conseguenze che possono scaturire; pretende di avere lo stile di vita migliore del mondo; pretende di giudicare chi si discosta dal suo imbelle modello. L’imbecillità, penso, è una forma religiosa di stupidità, per cui si erge ad ideologia, e come tutte le ideologie non tollera opinioni contrarie, non permette la pluralità, ma al contrario si celebra, loda sé stessa. E’ un fatto che il mondo sia popolato in maggioranza da imbecilli, l’imbecillità non ha frontiere, non ha sesso, non ha età: è e basta. Bisognerà pur difendersi. Come farlo incruentemente? Be’, è impossibile, siamo realisti. Rassegnamoci perciò a soccombere, a trattenerci dal prendere a male parole l’imbecille che ci contraddice senza argomenti, a legittimare i governanti che gli imbecilli si scelgono, a ritirarci nella penombra delle nostre biblioteche mentre alla luce del sole l’imbecillità si crogiola e si fa beffe della modestia, della gentilezza, della tolleranza, della cultura.

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Un mondo senza ritorno

Pubblicato da prescinseua su 9 Novembre, 2009

L’ospedale psichiatrico giudiziario: un mondo senza ritorno

di Fulvio Tudisco

Quando si pensa ad un ospedale psichiatrico giudiziario vengono in mente a tutti mille suggestioni e mille idee su come dovrebbero essere trattati gli internati e su come dovrebbe funzionare la giustizia penale. Inevitabilmente si pensa che queste strutture siano luoghi in cui atroci criminali riescono a evitare il carcere grazie a perizie compiacenti. Oppure le si vede come luoghi popolati da pericolosi serial killer stile telefilm americano e balordi della peggior specie. In realtà ciò che c’è al di là delle porte degli ospedali psichiatrici nessuno lo sa: come funziona la giustizia, quali sono i trattamenti terapeutici e quali le problematiche degli operatori.
Proviamo a fare un po’ di chiarezza. In Italia ci sono 6 ospedali psichiatrici per un totale di circa 1200 “pazienti detenuti”. Nella sola Campania ci sono due grandi strutture, l’OPG Filippo Saporito di Aversa e quello di Sant’Eframo a Napoli, che accolgono circa il 40% del numero totale di internati.

Secondo le statistiche, accanto a ricoverati per reati gravi, quasi un terzo degli internati è costituito invece da malati psichiatrici che hanno commesso dei piccoli reati in casa o contro la proprietà. Addirittura nel 5% dei casi non sussiste neanche il rischio di pericolosità per la comunità. Ad esempio nell’ Opg di Aversa ci sono ben 100 internati che non avrebbero più ragione di permanervi in quanto considerati a tutti gli effetti non socialmente pericolosi.
Lo chiamano “ergastolo bianco”, persone che una volta entrate non usciranno mai più. È il caso di Luciano, che vive da venti anni nell’ OPG di Aversa per aver danneggiato sette auto con un accendino Bic. O quello di Vincenzo R. di 35 anni arrestato per resistenza a pubblico ufficiale, suicidatosi nella stessa struttura nel 2008. Inizialmente ritenuto instabile, anche se non pericoloso, era stato condannato a scontare la pena a casa con l’obbligo di firma. Dopo aver trasgredito agli obblighi, la sua pena era stata commutata nella detenzione in una struttura psichiatrica.
A questo punto una domanda sorge spontanea: come è possibile che negli OPG ci sia tale incertezza della pena?
La risposta è agghiacciante. Proprio perché dichiarati incapaci di intendere e di volere, i ricoverati non sono condannati a una pena in senso stretto, ma vengono sottoposti a una misura di sicurezza che, a seconda del reato commesso e del parere del giudice giudicante, può essere di 2, 5 o 10 anni. Passato questo periodo è ancora il magistrato, dopo aver sentito il parere del personale della struttura, a riconfermare la pena o a concedere la libertà tramite la “licenza finale per esperimento”. La legge italiana prevede che in questo caso i pazienti una volta usciti debbano essere seguiti dalle Asl e sottoposti a cure. In molti casi però i Dipartimenti di Salute Mentale, a causa di difficoltà croniche e di risorse finanziarie insufficienti, non possono garantire i servizi anche per gli ex internati negli OPG, per cui si rifiutano di prenderli sotto la propria custodia. Altrettanto fanno le famiglie spesso nell’impossibilità materiale di garantire un’assistenza psichiatrica adeguata. Si arriva così ad una situazione paradossale per cui gli internati rimangono a vita negli OPG semplicemente perché non ci sono altri luoghi in cui curarli, nessuno altro luogo dove “sistemarli”.
Una tacita reclusione a vita, dunque, un ergastolo continuamente prorogato, senza possibilità di amnistia. Piccole storie dimenticate di condanne senza sentenza, magari per un reato sotto i due anni, frutto non di una concezione draconiana del diritto ma semplicemente della disorganizzazione e della burocrazia.

fonte: http://www.leragioni.it/2009/11/07/lospedale-psichiatrico-giudiziario-un-mondo-senza-ritorno/

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Muri

Pubblicato da sandro su 9 Novembre, 2009

Cadeva vent’anni fa un muro tristemente famoso, e non possiamo che rallegrarci del visibile salto in avanti compiuto da quella Germania e da quell’Europa da quel giorno remoto ad oggi.

Bisognerebbe chiedersi però se alla caduta del celebre muro, con i calcinacci stessi del muro sia stato edificato qualcosa di buono e giusto, al di là delle aggettivazioni celebrative.

Bisognerebbe chiedersi se altri muri, più solidi e meglio presidiati, collocati nell’immaginario o nell’esistente, non formino adesso barriere maggiormente efficaci contro un desiderio diffuso di giustizia ed equità.

La qualità della democrazia, insomma, ha tratto giovamento da quel crollo, o il vuoto apologizzare contemporaneo farà crollare anche il simulacro di quest’ultima?

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La strage degli imbecilli

Pubblicato da sandro su 7 Novembre, 2009

Mercoledì sono andato con un amico in un posto, a Treviso, chiamato supermercato dei libri. Come si capisce dal nome, è una libreria enorme, effettivamente delle dimensioni di un supermercato. Gli scaffali sono gli stessi, di conseguenza la quantità di libri a disposizione supera quella che ciascuno potrebbe immaginare: personalmente, non ne avevo mai visti tanti tutti assieme (benché alle porte di Treviso esista un luogo simile, chiamato però centro biblioteche). Per me, un vero paradiso, una golconda. Io e questo amico, tuttavia, non siamo capitati lì per caso, bensì con uno scopo preciso: abbuffarci di libri approfittando dello sconto generale del 30%. Alla fine, dopo ore di piacevole gironzolare, ne ho presi tre. Uno di questi, che sto leggendo, è La strage degli imbecilli. Si tratta di un romanzo francese del 2007, opera prima di Carl Aderhold, di professione direttore editoriale. La trama è presto detta: un uomo si stanca degli imbecilli da cui si sente circondato e decide di ammazzarli ad uno ad uno, tentando anche di elaborare una teoria generale della stupidità. Be’, chi come me adora il Gustave Flaubert di Bouvard e Pécuchet, non poteva restare indifferente a tale richiamo. Per il momento mi piace e desidero segnalarvelo. Seguirà una recensione.

Una volta fuori, aggiunsi il nome della veggente sul taccuino. La lista si allungava. C’era anche una vecchietta, al supermercato dell’angolo, che approfittava dell’età avanzata per scroccare, il motociclista del palazzo di fronte che tutte le mattine faceva sgasare la moto prima di partire e un tizio incontrato a una serata mondana cui mi aveva trascinato Fabienne. Non ricordo come si era svolta la conversazione, ma a un certo punto mi aveva chiesto di cosa mi occupassi. «Di imbecilli». Mi aveva avvicinato l’orecchio alla bocca.

«Scusi?».

«Di imbecilli».

«Di imbecilli?».

Trovò il concetto molto attuale. «Di un nichilismo radicale con un tocco di sarcasmo canzonatorio. E’ Céline! E’ puro genio». Poi si lanciò in un lungo monologo per spiegarmi che, contrariamente a un’idea piuttosto diffusa, «la relatività dell’imbecillità era solo apparente, ma era riconducibile a quella forma popolare di speranza collettiva in una generica salvezza, e questo contro tutte le lezioni della Storia. L’imbecille crede nel progresso, nell’esemplarità dei divi e nei discorsi dei politici». «Quindi lei studia i borghesucci?», aggiunse. «Non solo», feci io fissandolo dritto negli occhi. Scrissi il suo nome sul taccuino, lui pensò che annotassi le sue idee. «L’immoralità è il solo vaccino efficace contro l’imbecillità», mi disse, invitandomi con il dito ad annotare la frase. «Anche un colpo di rivoltella», replicai. Scoppiò a ridere, trovando il mio commento deliziosamente rock’n'roll.

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Come muore Enzo Biagi

Pubblicato da sandro su 7 Novembre, 2009

Esente da memorie e da speranze, illimitato, astratto,
quasi futuro, il morto non è un morto, è la morte.
Jorge Luis Borges

Guardo la morte di Enzo Biagi. Lo guardo morire da domenica mattina. Muore infinite volte, il più autorevole dei giornalisti italiani, e prima di scendere sottoterra, scava dappertutto lo spazio in cui verrà sepolto. Non lo accoglie solo la terra dell’ultimo giorno. Ma continua a scavare il proprio spazio nella carta dei giornali, tra i pixel del televisore, nelle onde della radio, nella diramata espansione di internet. Si muore anche così, oggi. Trovando un ultimo posto – mai definitivo – tra le parole e le immagini.
Ed è un finale senza fine. La deflagrazione dell’addio. L’irradiazione del commiato. La dispersione della commozione e dell’affetto. Nell’ultimo istante, Enzo Biagi, invece di ritirarsi nel legno della bara, di rintanarsi una volta per tutte nel suo sacco malandato di pelle e ossa, si allarga a dismisura: si dispiega, si diffonde, si ingigantisce, ritrova spessore, quasi riprende vita e radici. È un enorme sasso lanciato dentro l’infinita ed estesa superficie della comunicazione di massa. Enzo Biagi muore e brulica dappertutto, contemporaneamente.
Anche così si scompare, oggi. Diventando monumento piuttosto che miniatura. Esplodendo ed allargando il proprio raggio di azione e di visibilità. Saturando tutto lo spazio disponibile – il più ampio, il più comprensivo, il più infinitamente esteso.
Quando buca e allaga gli schermi, straripa dai giornali, dirompe e tracima nei discorsi degli esseri viventi, la morte non è più la cosa piccola e schiva, ritagliata nella commozione e nel silenzio, che eravamo abituati a conoscere. Dentro i mezzi di comunicazione la morte ritorna piramide – si eleva nella sua altezza, distende la sua portata, scava le sue fondamenta, mentre un esercito di commentatori, un masso dopo l’altro, una parola dopo l’altra, finiscono per costruirla, e spingerla in altezza, e vederla stagliarsi davanti.
Anche così si sparisce, oggi. Poco per volta, fin quando non hanno usato tutto di te, fin quando non ti hanno tritato per bene, sminuzzato ogni parte di te, impastato ogni parte di te con lacrime e parole e immagini, facendo di te tanti piccoli mattoncini da allineare, incastrare, accatastare nella grande piramide del ricordo.
Si muore in mezzo ad una gran folla di persone che fanno della morte la loro occupazione: svanisci, e pochi secondi dopo esali il tuo ultimo respiro tra i palinsesti della televisione e le scalette delle notizie quotidiane. Riscrivono la tua storia, mettono ordine alla tua esistenza, danno senso alle tue azioni, assegnano valore ai tuoi gesti, ti impaginano tra le notizie che fluiscono senza sosta, confezionato e ricucito come un prodotto editoriale qualsiasi, che deve catturare il lettore e lo spettatore, agganciare i nostri sentimenti. Ma non c’è cattiveria, in tutto questo. Non viviamo tra gli sciacalli. È solo il modo contemporaneo di alzare queste enormi e prodigiose piramidi, che durano pochissimo, qualche ora, un giorno o due al massimo, e poi scompaiono, evanescenti, della stessa sostanza di cui sono composte le immagini e le parole.
E la morte di Enzo Biagi continua a scorrere sullo schermo del mio televisore. Lo vedo infilato nella bara, pochi istanti prima di spingersi nella terra, dentro il passato, nelle profondità del tempo. Lo portano in spalla. Esce da una chiesa piccola. Fende la folla di persone che inclinano il capo nel loro ultimo omaggio. Ed improvviso, per me, parte il canto del coro di vecchi partigiani. Intonano Bella Ciao. E si sente che è stato provato un paio di volte, perché il canto è ben modulato, a più voci, ogni voce la sua particolare intonazione. E sale nitida come un pianto, quella musica, come un grazie emancipatosi dalla parola e divenuto canto.
E intuisco che c’è un modo di morire che non ci riguarda più, che non tocca le ultime generazioni, ma che comunque esiste, anche se si sta estinguendo, ed è il modo in cui muore Enzo Biagi.
Morire mentre intonano un canto che ricorda che sei stato giovane un tempo, e che allora, nel pieno della tua forza, hai combattuto per qualcosa che non riguardava solo te, che la tua forza è stata messa al servizio di tutti quanti, che non ti sei tirato indietro quando c’era da rimettere in piedi il mondo ridotto a polvere e macerie, che ti sei rimboccato le maniche ed hai fatto della tua forza lo strumento utile per riconsegnare la libertà e la speranza ad ognuno, senza distinzioni.
Morire sapendo di essere nel giusto, di aver fatto la cosa giusta, di essere stato strumento di quella giustizia, così tenera e così risoluta, che un tempo ha salvato tutti, perfino coloro che dovevano venire ancora, perfino loro, cioè noi.

[articolo di Giuseppe Zucco pubblicato da Helena Janeczek su NazioneIndiana.com il 6 novembre 2009]

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Crocevia

Pubblicato da sandro su 7 Novembre, 2009

Via i crocifissi dalle aule. Suggerivano la risposta.

Via il crocifisso dalle scuole italiane. Questo sì che sarebbe un miracolo.

Via il crocifisso dalle scuole italiane. Il chiodo non è più di moda.

Via il crocifisso dalle scuole italiane. Secondo l’Europa sarebbero più rappresentativi i due ladroni.

(La Corte Europea è stata inflessibile: il crocifisso andrà sul satellite)

Niente più crocifissi nelle aule. Speriamo che ora gli alunni non diventino irrispettosi.

Che tempismo per lo stop ai crocifissi: è appena arrivato qualcuno che non vede l’ora di bruciarli.

Calderoli: “La Corte Europea ha calpestato i nostri diritti, la nostra cultura, la nostra storia, le nostre tradizioni e i nostri valori”. Dicono porti fortuna.

Quando ha appreso la notizia, la Binetti è esplosa.

Gelmini: “Il crocifisso rappresenta l’Italia”. Pensandoci bene, non le si puo’ dare torto.

“La croce non è un simbolo religioso”. Allora toglietelo anche dalle chiese.

Bersani: “Il crocifisso nelle aule è una tradizione inoffensiva”. Esattamente come le primarie.

Il cardinal Bertone: “Dobbiamo cercare con tutte le forze di conservare i simboli della nostra fede”. È tutto ciò che ci rimane.

La replica di Gesù: “Non mi dimetto”.

[fonte: Spinoza.it]

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“Intellettuali” di destra: Luca Barbareschi

Pubblicato da sandro su 7 Novembre, 2009

intervista di Alessandro Ferrucci, Il Fatto Quotidiano 31 ottobre 2009

“Non faccio niente. Ma con un impegno della madonna…”, recita Luca Barbareschi nel suo ultimo lavoro teatrale. Lui è regista e primo attore di un musical nato da un’idea di Giorgio Gaber. Gira l’Italia. Ancona, Roma, Napoli, Crotone e ancora…

Mi scusi, come concilia un impegno del genere con la sua attività parlamentare?

“Beh, non capisco la domanda: ho oltre l’80% di presenze”

Sicuro? I dati ufficiali della Camera raccontano di un 47,70%…

“Ah si. Vabbè, è quasi la metà. È la stessa cosa”.

Non proprio…

“Senta, io lavoro molto più di lei (è la prima volta che ci parliamo, ndr). Dormo quattro ore a notte, sono in piedi dalle sei del mattino e sono in grado di organizzare il lavoro”.

Però dalla commissione Trasporti, della quale lei è vice-presidente, lamentano le continue assenze…

“Saranno i suoi amici a dire certe cose. In un anno e mezzo ho presentato quattro proposte di legge e ne ho portato a casa una. Sono uno dei più efficienti!”.

Bene. Lei però, ha spesso denunciato il malaffare italiano, il lassismo politico: non crede che la complessità della macchina statale meriterebbe un po’ più d’attenzione?

“Nooo. Eppoi non potrei permettermelo: non ce la farei ad andare avanti con il solo stipendio da politico”.

Ma sono circa 23mila euro lordi al mese, più tutti i benefit…

“E allora? Non sono mica nato da una famiglia ricca. Nessuno mi ha lasciato niente”.

Per lei, Montecitorio è un secondo lavoro…

“È facile parlare per voi! Voi giornalisti siete la vera casta, la feccia. Ora avete chiamato me come se fossi il male assoluto”.

Eravamo incuriositi dalla sua poliedricità…

“No! I nemici sono i giornalisti ladri. Sono la maggior parte, solo che non li becca mai nessuno. Intoccabili. Inoltre i problemi della vita sono altri…”.

Quali?

“I ladri, i farabutti e tutti quelli come loro”.

Ma proprio non vede la necessità di maggiore impegno parlamentare?

“In Israele chi fa il deputato deve lasciare ogni altro lavoro”.

Appunto…

“Da noi non è così. Ho anche una attività imprenditoriale da mandare avanti…”.

Pure…

“Sì. E sono bravissimo. Mi basta un’ora per dare le direttive giuste e farle eseguire”.

Sarà stanchissimo…

“Cosa? Non ho capito…”.

Sento la sua voce molto affaticata…

“Ah! Lo ripeto: mi sveglio presto, lavoro, e poi alle cinque vado a teatro per le prove. Anzi, la saluto, devo andare. Saluti Travaglio, mi piace molto come lavora”.

Sì, sono le 16.30, è ora di correre al Quirino di Roma. Sono gli ultimi giorni, poi via per una lunga tournee, lontano dalla Capitale. Buon viaggio, e non si stanchi troppo, onorevole Barbareschi.

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Videocracy. Un’indignazione

Pubblicato da sandro su 5 Novembre, 2009

Ieri sera ho finalmente visto il documentario che Erik Gandini, il regista italosvedese, ha girato per conto della televisione di Svezia. La pellicola, passata alla Mostra di Venezia e al Sundance Festival, dura un’ottantina di minuti e spiega quanto in Italia il potere televisivo sia col tempo venuto a coincidere col potere politico. Sono cose che noi avveduti purtroppo conosciamo bene e contro cui ci battiamo, ci opponiamo. Ahimè – devo sospirare, dopo la visione – senza speranza alcuna. Il quadro composto da Gandini è così deprimente, sconsolante, rivoltante e tristemente realistico, da non consentire altro sentimento eccetto l’indignazione.

Dal momento che condivido l’ottica critica delineata da Andrea Inglese in un suo commento di qualche settimana fa per Nazione Indiana, lascio alle sue lucide parole la gravosa incombenza di dare forma e sostanza al senso di disgusto che opprime il cuore e l’intelletto di chi si è sottoposto all’umiliante filmato.

Ora, qui, mi limito a riferire alcune sequenze che mi hanno in particolar modo colpito e al contempo indignato, appunto.

Si segue la storia di tre personaggi: uno mancato e due nel bene e nel male affermati.

Quello mancato, Richi, è un operaio 26enne del bergamasco, che non vuole stare al tornio tutta la vita e vede perciò nella carriera televisiva una possibilità di riscatto – la celebrità, sostiene, ti dà donne, soldi, casa, macchina, tutto quello che conta nell’esistenza. Per inseguire il suo sogno, si esercita nel giardinetto della villetta a karate, si esibisce nelle fiere paesane in un’interpretazione canora a metà fra Ricky Martin e Jean-Claude Van Damme, alterna provini a selezioni per far parte del pubblico durante le registrazioni dei programmi. La madre, piuttosto anziana, pare assecondarlo, senonché il suo vero cruccio è il figlio ancora scapolo. Segue poi un artefatto bisticcio tra i due dinanzi la telecamera, che con spietatezza registra il surreale alterco. Ciò che intenerisce ed esaspera nella storia di Richi è il suo bovino affidamento alla taumaturgia dello spettacolo: non lo sfiora mai il pensiero della labilità, spietatezza e falsità di quel mondo: quel mondo è anzi ciò a cui disperatamente anela perché la cultura media di questo suo (e nostro) paese gli ha impartito una rappresentazione della realtà siffatta. Dice a un certo punto Richi: «la fregatura, per noi ragazzi che vogliamo lavorare in televisione, sono le ragazze, nel senso che è più facile per una ragazza entrarci»: e noi abbiamo visto quest’estate qual è il rozzo, debosciato costume che si cela al di là del luccicante scenario del piccolo schermo.

Il primo dei due personaggi affermati, arrivati è Lele Mora, che non è il nome di un pupazzo o di un articolo per giardino bensì il nome del più ricco e influente agente televisivo italiano. Ci viene presentato steso su un enorme letto bianco, vestito di bianco, nella sua camera da letto bianca, coi mobili bianchi e le tende bianche. La cameretta di un bambinello, verrebbe da dire, invece sul lettone c’è quest’uomo di oltre cinquant’anni che si trastulla con un telefonino da cui non si separa mai. Il colore bianco domina la villa di Lele Mora, nella Sardegna che conta, quella della Costa Smeralda: lui stesso chiama casa sua la «casa bianca», pensate un po’. Nel giorno delle riprese c’erano degli ospiti, che lo stravagante sensale ci tiene a presentare: un tronista, un ex Grande Fratello, un cantante, altri belloni più o meno denudati, tutti quanti spaparanzati sulle sdraio a chiacchierare del nulla, annoiati, abbronzati, in attesa che arrivi la sera per ingioiellarsi e correre in discoteca, il tempio consacrato della mia anodina generazione di coetanei. Si passa quindi nel candido salotto di Lela Mora, dove il sagace individuo accosta Berlusconi – del quale si professa grande amico – a Mussolini, nonostante che la sua personalità non sia proprio la stessa. Dà l’idea di dirlo con amarezza, e si sente la voce fuori campo di Gandini che glielo domanda, al che il tizio si dichiara orgogliosamente mussoliniano e fa partire un video dal suo telefonino nel quale si vedono svastiche, fasci, croci celtiche e si ode “Faccetta nera”. La camera stringe in primissimo piano, poi si allarga e inquadra il faccione apparentemente innocuo del fascista Mora. Il medesimo volto, la medesima espressione che usa quando presenzia alle feste dei suoi simili al Billionaire, nelle ville altrui o nelle piazzette assediate da italici scemi che si accalcano per farsi fare una foto accanto a idoli tanto volgari. Lele Mora, come Zarathustra, rivela una somma verità: «la televisione è tutto, l’importante è apparire».

Il secondo personaggio è Fabrizio Corona, non per niente amico e ammiratore sia di Mora sia di Berlusconi. Noto più per le sue vicende giudiziarie che per altro, Corona è riuscito a rifarsi la reputazione dopo aver passato 80 giorni in prigione all’epoca dello scandalo Vallettopoli o Ricattopoli, che dir si voglia. Reputazione che si è rifatto spacciandosi per vittima dello stato carceriere. A mio avviso Corona è davvero un soggetto ripugnante, da un lato perché ha obiettivamente speculato sulla vita intima di persone ancorché famose (vedere a tal riguardo la parte in cui i suoi collaboratori battono le strade di quella che presumo essere Milano a caccia di scatti rubati), e dall’altro perché ammette con sfrontatezza che il suo unico scopo sono i soldi e la bella vita: «io non vedo persone, vedo denaro»; «devo poter scopare ogni giorno»; «prendo 10mila euro per un’ora in discoteca, dico quattro cazzate e la gente mi adora per questo, vogliono vedere e toccare il personaggio». Corona ci tiene all’apparenza, l’esteriorità è tutto, dunque è palestrato, bruno, profumato, elegante, si atteggia a poeta maledetto, crepuscolare. Mi ha ferito la ripresa di uno dei suoi interventi in discoteca: viene annunciato come un pugile prima di salire sul ring, arriva tra due ali di gorilla, sale su un palco, si siede, assume l’aria illanguidita del fatalista e risponde alle curiosità della giovanile folla messa in semicerchio. Neanche Aristotele e i peripatetici avevano un così folto seguito. Perle di saggezza coroniana: «il 100% delle coppie italiane pratica l’infedeltà»; «le leggi sono tutte sbagliate»; «l’importante è prendere il potere e farsi i cazzi propri». E giù appalusi e giù grida d’entusiasmo. Poi si vede Corona-Aristotele adagiato su un letto mentre conta una mazzetta alta così di banconote da 500 euro, frutto del consueto giro notturno a base di discoteche e cazzate, come dice lui. Altra scena immonda: Corona, in un bagno grande quanto un appartamento, fa la doccia in presenza di un collaboratore e lascia che lo si riprenda – integralmente – intanto che s’insapona e si sciacqua i genitali. Senza pudore, senza vergogna, senza imbarazzo. Il corpo è tutto quello che ho, par voler indicare, guardate che corpo, guardate che perfezione, guardate che forza. Invidiatemi. Invidiare questo tale? Invidiare colui che ha filmato con una microcamera l’attimo della firma del divorzio dall’ex moglie e poi ha venduto l’esclusiva ai telegiornali la sera stessa? Ma mi faccia il piacere, Corona, dica le sue cazzate a chi paga per starla a sentire, non certo a noi.

Questo film terribile andrebbe mostrato nelle scuole superiori obbligatoriamente, come monito, come reperto sincronico. Lì c’è tutto il berlusconismo, c’è tutto lo scandalo di una società drogata di fandonie e appariscenza, una società neoautoritaria che dice e fa le cose più sordide e inaudite col sorriso sulle labbra, divertendosi, spensierata, libera, sciolta da qualsiasi vincolo etico o morale. C’è anche Berlusconi in questo film terribile, ed era dalla volta del “Caimano” che non mi faceva così tanta voglia di vomitare: la sua banalità, la sua arroganza, la sua provinciale balordaggine. E però che cos’è riuscito a creare! quale mostro ha posto nel grembo del paese di Dante! Ma forse ce lo meritiamo, ce lo meritiamo perché – scorre nei titoli di coda – siamo al 73° posto nella graduatoria della libertà di stampa e al 67° in quella delle pari opportunità. Non so, non so più cos’altro aggiungere, mi fa troppo schifo quello che ho visto, quello che siamo.

L’ARTICOLO DI ANDREA INGLESE SU NAZIONEINDIANA.COM (DA NON PERDERE)

Videocracy

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