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Sfigati

24 gennaio 2012

Ricordo come fosse ieri l’espressione d’incredulo stupore che si disegnò sul volto di quel laureando in giurisprudenza quando gli rivelai che “proprio” non si scrive come lui era convinto, ossia “propio”; o che la corretta grafia di “anticappato”, con cui il futuro leguleio apostrofava coloro che non avevano la sua stessa perspicacia, era diversa; o che il grande filosofo Karl Marx non era russo ma tedesco.

Conosco laureati in ingegneria che stentano a compitare i polisillabi; che non sanno più reggere il peso della penna e dunque scrivono inintelligibilmente; che ignorano la sintassi, aberrano l’ortografia, pervertono il lessico; e che nondimeno si fregiano del loro bel titolo, certo meritato.

Ho chiacchierato con esperti in farmacia, medicina, comunicazione, economia, non cavandone che noia, rassegnazione, abbattimento – sensazioni che mi percuotevano l’animo con la medesima violenza usata dagl’interlocutori mentre illustravano le balordaggini che si piccavano di definire idee loro. Ho polemizzato con insigni addottorati che non osavano avventurarsi in periodi con tempi composti, o che allegramente – ridendo, intendo – confessavano di non aver mai letto un libro, o che dubitavano (non essendo però in grado di enunciarlo) dell’evoluzionismo. Ho perfino partecipato a quelle cerimonie nelle quali la “futura classe dirigente” si autocelebra, come nelle feste di compleanno dell’infanzia: se va bene, sono triviali sproloqui su luoghi comuni; se va male, cedo all’immaginazione di ciascuno…

Queste persone, questi avvenimenti, pare, sono “fichi”, stando all’eloquio forbito dei soloni di oggi. Io, uno sfigato. Meno male.

Le finte liberalizzazioni

23 gennaio 2012

Okay, lo ammetto fin dall’inizio. Il titolo è fuorviante. Le liberalizzazioni di Monti non sono finte, ma sono insufficienti e in qualche caso semplicemente malfatte e quindi controproducenti. Mi limito solamente ad alcuni punti che stanno attirando le attenzioni della stampa in questi giorni, in parte a causa di una reazione per così dire esagitata da parte delle categorie interessate.

Il quadro è chiaro: aumento delle licenze dei taxi, più posti da notaio, incremento del numero di farmacie autorizzate, abolizione delle tariffe minime e massime per gli avvocati e gli altri ordini professionali. Evvai, gridano i media tutti in coro, questo sì che è liberalismo applicato. Sarà. Mi limito a constatare che è molto meno rispetto alle ipotesi circolate nelle settimane scorse e mi fa anche un po’ rimpiangere le lenzuolate di Bersani che, per quanto insufficienti, avevano almeno il dono della chiarezza: aspirina al supermercato. Se la trovi alla Coop, la liberalizzazione ha funzionato. Altrimenti, no. Lo capisce anche un bambino.

Nel caso attuale invece si mena palesemente il can per l’aia. Il mantra ufficiale è che le tariffe scenderanno. Ma come? Semplice, si aumenta il numero di professionisti disponbili sul mercato. A parità di clientela questo dovrebbe far abbassare le tariffe. Gli utenti-clienti spendono in totale tanto uguale, ma ogni singolo professionista guadagna pro capite di meno (a meno che non aumenti le tariffe…). In altre parole, non si aumenta la concorrenza, ma si riduce solo il reddito delle categorie colpite (ripeto, forse). Ora, ‘colpire i ricchi’ è di per sé una possibilità che in tempi di crisi non può essere scartata alla leggera, ma tanto vale farlo bene: introducendo una patrimoniale. E controlli fiscali a tappeto. Altrimenti, hanno un po’ di ragione anche i tassisti a chiedersi come è potuto accadere che un intero paese abbia finito per odiare proprio loro, fra tutte le categorie protette che ci sono.

Mi si dirà: ma se le tarrife scendono, i consumatori ci guadagnano, no? A breve può darsi, ma se siamo d’accordo che la politica in Italia dovrebbe smetterla di pensare a domani per tornare ad occuparsi meglio del dopodomani, allora dobbiamo anche avere il coraggio di ammettere che il piano Cresci Italia rischia in realtà di paralizzare il paese sul lungo periodo ancor più di quanto non sia avvenuto finora. Aumentare il numero di tassisti, farmacisti o notai senza toccare i lacci e lacciuoli che ne proteggono inopinatamente i rispettivi mercati significa semplicemente aumentare la platea dei protetti. In questo modo, se un prossimo governo deciderà di liberalizzare davvero questi settori, si troverà di fronte non professionisti ormai avvezzi alla concorrenza ma semplicemente un’opposizione ancora più ampia. Dal 2014, per esempio, ci saranno 1500 notai in più pronti a difendere i propri privilegi/diritti e proporzionalmente aumenterà la difficoltà per qualsiasi governo di intervenire sugli stessi, perché il quadro di regolamentazione della professione non sarà cambiato di una virgola.

Arrivati a questo punto bisogna comunque fare una distinzione fra tassisti e altre categorie professionali. I primi infatti operano in regime di licenza, ma sono rappresentati da diverse organizzazioni di categoria. La loro opposizione a qualsiasi riforma del settore è motivata dal fatto che spesso hanno dovuto indebitarsi non poco per poter acquistare una licenza. Che sperano poi di rivendere al momento di andare in pensione, a mo’ di liquidazione. L’argomento ha una sua logica e non è totalmente indifendibile. Si vogliono liberalizzare le licenze? Perfetto, sarà bene allora rendersi conto che non lo si può fare a costo zero. Il governo, qualsiasi governo, non può far altro che rilevare tutte le licenze esistenti a prezzi di mercato per poi liberalizzarle immediatamente. Un’operazione in perdita? A breve forse, sul lungo periodo si sarà però realizzato l’obiettivo della liberalizzazione e di un concreto aumento della concorrenza, salvando però l’equità sociale cui anche i tassisti nel loro piccolo hanno diritto. Ma dove si trovano i soldi con i tempi che corrono? Benissimo, se non ci sono i soldi, allora lasciamo tutto com’è, per favore. Almeno si evita di aumentare il numero dei protetti e rendere la vita più difficile ai prossimi governi.

E veniamo ad avvocati e affini. Vale a dire a tutte le categorie dotate di ordine professionale. Sarà bene ricordare da dove vengono queste istituzioni. Si tratta di organi verticali di auto-organizzazione delle professioni che partono da una visione corporativa della società. Non a caso sono stati introdotti dal fascismo e mantenuti da una democrazia cristiana che su questo punto non la pensava in modo molto diverso: è meglio che gli avvocati (ma mutatis mutandis, anche i medici, i farmacisti, gli architetti, gli ingegneri, i geometri, i giornalisti, ecc. ecc. ecc. ecc. ecc. ecc.) si regolino fra di loro, ricchi e poveri, giovani e vecchi, cittadini e villani, con ampia discrezionalità di regolamentazione interna e senza tenere di fatto in alcun conto la posizione del cliente. Tant’è vero che tutti questi ordini hanno introdotto tabelle tariffarie obbligatorie, fondi pensione propri (alcuni nel frattempo confluiti nell’INPS) e divieto di informazione pubblicitaria. Non proprio un modello liberale di trasparenza e concorrenza. Ma come detto sopra, questo non era neppure l’obiettivo originario.

È proprio su questi ordini professionali che si sarebbe dovuto intervenire. ‘Aboliamoli!’, ha gridato qualcuno. Mi limito a dire che forse si sarebbe potuto fare molto senza arrivare a tanto. In fondo gli ordini rappresentano i propri iscritti, esattamente come fanno i sindacati con i lavoratori dipendenti, ed è questo una conquista sociale che nessuno vuol mettere in discussione. L’ammissione a questi istituti non funziona sempre nello stesso modo e non è il caso qui di entrare in dettaglio. In tutti i casi, però, due sono gli aspetti comuni: esistono albi professionali, gestiti ma distinti dai rispettivi ordini, e non esistono altre rappresentanze professionali oltre a questi ordini. Nel senso che proprio non sono consentite. Sei avvocato iscritto all’albo e vuoi farti tutelare nei tuoi diritti di professionista? Devi – proprio devi – essere iscritto all’ordine. Orbene, quest’ordine, all’epoca delle lenzuolate di Bersani, ha fatto di tutto, ma proprio di tutto, per impedire ai giovani professionisti, ancora sconosciuti ma ambiziosi, di farsi un po’ di pubblicità. In nome della solidarietà interna, che è il motivo primo dell’esistenza stessa di un ordine professionale. In altre parole, far finta di ingoiare il rospo per poi aggirare l’ostacolo con disposizioni interne (che in una visione corporativa ma illiberale della società, non dimentichiamolo, sono l’essenza dell’autoregolamentazione degli ordini, i quali, in buona sostanza, sono l’antonimo della concorrenza). Idem per l’abbassamento delle tariffe, che Bersani aveva già reso puramente indicative, con il conseguente mostruoso calo tariffario che oggigiorno è sotto gli occhi di tutti (lo dico con sarcasmo, nel caso non fosse chiaro).

È verosimile attendersi che anche questa volta finirà in gloria. Gli avvocati non hanno più tariffe minime e massime? Bene, ma devono pur sempre iscriversi all’ordine, il quale probabilmente si farà avanti con una serie di tariffe consigliate. E va da sé che saranno ‘caldamente’ consigliate, pena tutta una serie di guai disciplinari interni che soprattutto un giovane professionista alle prime armi non avrà alcun interesse ad affrontare. Oltre al fatto che è uno dei compiti sacrosanti di un organo di rappresentanza professionale consigliare ai propri iscritti una tariffa dignitosa per le diverse prestazioni. Ovviamente, dell’abolizione delle tariffe massime non importa niente a nessuno, anzi, ben venga, mi sembra già di sentirli. Ripeto: perché un avvocato non può avere a disposizione una pluralità di associazioni professionali che lo rappresenti – esattamente così come esistono diverse sigle sindacali? Credo che sia nell’interesse della professione forense, prima ancora che del consumatore. L’avvocatura non è un monolite, non tutti avranno la stessa visione della professione, è bene che questa diversità di interessi e posizioni venga alla luce, che sia dovutamente rappresentata. Anche il legislatore ne trarrà il dovuto vantaggio, quanto meno in termini di conoscenza del tessuto professionale del paese.

Lasciamo che gli albi e gli ordini professionali continuino ad esistere. Manteniamo i primi obbligatori in quanto è pur sempre interesse del consumatore sapere se qualcuno ha veramente le qualifiche per esercitare una data professione, ma rendiamo l’iscrizione agli ordini facoltativa, mettendo gli stessi in competizione con altre associazioni di categoria. Solo in questo modo si aumenterà davvero la concorrenza con una riduzione effettiva delle tariffe e adeguate tutele di categoria che non danneggino tutti indistintamente, consumatori e professionisti, in una specie di guerra intraclassista tra piccoli borghesi.

Concludo con un altro punto del piano Cresci Italia, che non è direttamente legato alle professioni ma che mi lascia comunque assai perplesso perché si basa su una visione sociale altrettanto a compartimenti stagni. Parlo della possibilità per i giovani fino a 35 anni di aprire una Srl con solo un euro. Ottima misura, favorisce indubbiamente l’accesso all’imprenditoria con l’aumento globale di produttività e creatività che dovrebbe derivarne. Bene, bravi, bis! Eppure, mi devo chiedere, ma la creatività e la voglia di fare ce l’hanno solo i giovani con meno di 35 anni? Credo di no. Apriamo questa possibilità a tutti, santiddio! Perché, per fare un esempio a caso, un paio di operai della Fincantieri ultratrentacinquenni, i quali, visto l’andazzo, volessero riqualificarsi come imprenditori, non potrebbero godere di questa possibilità? Perché sono vecchi? Ma allora abbassiamo pure l’età pensionabile a 35 anni, cosa volete che vi dica. Davvero, soprattutto in tempi di carenza di stimoli per la crescita, non si può pensare di aprire l’economia limitandosi a socchiudere porte e finestre. Le si deve proprio spalancare. E il governo Monti non lo sta facendo.

Dalla padella del Porcellum alla brace del Mattarellum

10 gennaio 2012

Nei prossimi giorni la Corte Costituzionale si riunirà per esaminare i due quesiti referendari che chiedono l’abolizione dell’attuale legge elettorale, più nota come Porcellum, un nome che gli è stato dato dal suo estensore, l’immarcescibile Calderoli. E se è il padre a chiamare Porcellum la propria creatura, qualcosa di vero ci sarà pure. In effetti, fin dalle modalità di approvazione della legge era già chiaro che qualcosa non quadrava. Il governo Berlusconi III nel 2005, sentendo arrivarsi alle spalle una batosta alle elezioni che si sarebbero tenute nella primavera successiva, decise di modificare la legge elettorale, ritornando al proporzionale (legge 270/2005), però con liste bloccate e premio di coalizione. Ciò avvenne meno di sei mesi prima delle elezioni e senza il sostegno dell’opposizione, cosa che fece storcere il naso a diversi osservatori internazionali. Emerse inoltre che la nuova legge era così ingegnosamente congegnata da favorire il centrodestra al Senato. Tanto è vero che il centrosinistra, uscito vincitore, si ritrovò appeso ad una maggioranza al Senato di 1-2 parlamentari. Bastarono un paio di perle come i Dico e un po’ di campagna acquisti di Berlusconi per far cadere Prodi e riportare il paese alle elezioni nel 2008. Con una confortevole maggioranza al Senato per il centrodestra, guarda caso. Magari il legislatore italiano fosse sempre così preciso e puntuale nello scrivere le norme!

Ovviamente di questi problemi concreti della vigente legge elettorale si sono dimenticati più o meno tutti, tranne forse Sartori e pochi altri. Ma si tratta di problemi che persistono ed è quindi interesse sia del centrosinistra sia del terzo polo sia della Lega (se vorrà andare da sola e non in coalizione alle prossime elezioni) cambiare legge, e al più presto. La questione è se il referendum, al di là della sua ammissibilità costituzionale, sia la via migliore per farlo. Che l’Italia conti su una lunga esperienza in merito è cosa nota. Dal famoso, quasi mitico per taluni, referendum del 1993 ad oggi, le raccolte firme e le consultazioni per modifiche, riforme e abrogazioni in tutto o in parte si sono sprecate. Alcune con successo, la maggior parte meno. Dovendo constatare che per avere un governo che governi c’è comunque stato bisogno dell’intervento – istituzionalmente assai pesante – del presidente della repubblica, viene da concludere che tutte queste riforme su riforme non sono servite a nulla. Gli italiani sembrano costitutivamente incapaci di scegliere dei politici non si dice onesti ma almeno competenti ed un minimo efficienti.

E no, mi sembra già di sentirmi obiettare. Ma il problema non sono gli italiani (e infatti Berlusconi e Calderoli li hanno messi lì i Savi di Sion…), il problema sono i partiti che con l’attuale legge elettorale possono candidare chi vogliono, creando così un sistema di vassallaggio, di caporalato che limita soprattutto l’autonomia dei backbencher, dei parlamentari poco esposti mediaticamente ma proprio per questo assai preoccupati di non perdere il posto alle elezioni successive. La maggioranza dei parlamentari, diciamo pure. Il governo si garantisce quindi una maggioranza ad ogni costo minacciando implicitamente i propri eletti di metterli in fondo alla lista alle elezioni successive nel caso si azzardino a dar vita a qualche fronda interna. A parte il fatto che è proprio grazie all’attuale legge elettorale (o meglio, nonostante) che è nato il terzo polo, l’unica novità del panorama politico davvero di rilievo dal 1994 a Monti (anche per chi, come il sottoscritto, disistima profondamente un Buttiglione). A parte il fatto che è proprio grazie al Porcellum che ci siamo liberati di una serie di rottami storici come Ferrero e Diliberto. A parte il fatto che non è vero come sostengono alcuni che l’Italia è l’unico paese ad avere liste (semi)bloccate, de iure o de facto. Potrei citare il caso olandese, oppure quello spagnolo. Due casi peraltro in cui la classe politica per lo meno non brilla di ignavia come quella italiana…ma non era colpa delle liste bloccate?! A parte tutto questo, l’obiezione potrebbe essere fondata, a rigore di logica.

Ma davvero allora non sarebbe meglio tornare al vecchio Mattarellum, cioè alla legge precedente a quella eventualmente abrogata in toto? No. O più precisamente, non farebbe nessuna differenza. E sarebbe potenzialmente persino peggio. Primo, perché lo abbiamo già provato e non mi sembra che nessuno lo rimpianga. Secondo, perché chi sostiene che il problema del Porcellum è l’assenza delle preferenze, dà l’impressione che invece con il Mattarellum le preferenze ci fossero. Il trionfo della democrazia, verrebbe da dire. ‘Scelgi tu chi sarà eletto e chi governerà’, strillano entusiaste le anime candide dei referendari. Peccato che chi sostiene una cosa del genere sia uno stolto oppure sia in palese malafede. Il Mattarellum consisteva nell’elezione con il sistema maggioritario del 75% dei deputari e senatori. Il restante 25% veniva eletto per il Senato tramite recupero dei migliori non eletti (insomma, i perdenti che però avevano perso per pochi voti, poveretti) e per la Camera tramite un voto proporzionale da esprimere su una seconda scheda. Fantastico, così anche Ferrero e Diliberto avevano un posto al sole. Si stava meglio quando si stava peggio, non c’è che dire.

Mi sia permesso anche ricordare a chi se ne fosse dimenticato (ebbene sì, divento vecchio e posso parlare – uh! – per esperienza) che cosa l’elettore si trovava di fronte sventagliando davanti a sé la scheda elettorale in stile Mattarellum. Per il voto maggioritario c’era una serie di simboli per ogni coalizione con accanto il nome di un solo candidato, scelto ovviamente con criteri imprescrutabili interni alla coalizione, criteri a cui la Prima Repubblica per lo meno aveva il buon gusto di dare un nome: manuale Cencelli. La scheda proporzionale era invece fregiata da una lunga serie di partiti e partitini con accanto (già stampati, sia chiaro) il nome di due candidati. A seconda dei voti presi dal partito (non dai candidati), per ogni partito ne venivano eletti 0, 1 o 2. Un nome su una scheda e due nomi sull’altra, prestampati. Alla faccia delle preferenze! E i comitati referendari vogliono farci credere che prima l’elettore poteva indicare liberamente il proprio candidato preferito? Ma fatemi il piacere!

Non ci resta che sperare in un no della Corte Costituzionale. Lo dico con profonda convizione. Altrimenti il ritorno al Mattarellum e ai partitini insulsi sarà inevitabile (visto che ormai ai referendum vanno a votare solo i favorevoli al sì, per ragioni varie che ora non sono importanti). A meno che i ‘nominati’ con il Porcellum non si mettano una mano sulla coscienza e cambino la legge elettorale in extremis. Non importa come, qualsiasi cosa sarebbe meglio sia del Porcellum sia del Mattarellum (soprattutto se per una volta si eviterà il latinorum degli idioti). Non è detto che non accada. Alla fine per mettersi una mano sulla coscienza è necessario averne una. E per quanto paradossale sia, è più probabile che a riservarci qualche sorpresa (qualche ho detto, non troppe) siano gli eletti con il Porcellum, piu di quanto abbiano mai saputo fare i cari vecchi (e non rimpianti) parlamentari Mattarellum-style.

Matrici

20 novembre 2011

Se non fosse che stiamo ciondolando sul limine dell’abisso, mi risparmierei questa tirata su un sacco di fandonie che solgo classificare come strame. Mi è ben noto che le cause della cosiddetta crisi (vocabolo invalso e indigesto che credo procuri ai più spasmi peristaltici) non provengono da noi – cioè a dire che non abbiamo colpe specifiche – ma che tale processo è l’ovvia conseguenza del sistema-prigione entro il quale viviamo da un paio di secoli; sistema-prigione che molto prima degl’infimi politici e economisti cui tutto si sacrifica, veri intelletti avevano compreso, iniziato a criticare e finito col temere, giacché fin da allora era chiaro come tutto si sarebbe risolto: in un deflagrante caos. Lo sapete, parlo di filosofi, di letterati, di pensatori, e il sistema-prigione al quale mi riferisco è quello capitalistico. Nessuno meno di me si stupisce per ciò su cui si favoleggia da mesi, anzi anni, infilando una via l’altra parole ignote, indefinite che dovrebbero, secondo l’oscillazione diuturna delle borse planetarie, accordarci o rinnovate illusioni o drammatiche atrocità. Io del resto ho da tempo assunto un atteggiamento di studiata indifferenza, e ho rinunciato a perseguire gli abomini del paradigma contemporaneo, imbellettato con un giovanilismo debosciato unito a una lancinante ristrettezza di vedute. La vera differenza fra uno come me e uno simile a me, ossia fra persone che condividono il medesimo pensiero fuorché nella prassi, consiste nel rinunciare alla lotta e nell’evocarla.  (Sono qui coinvolte matrici sentimentali e temperamentali che esulano dal pezzo). Rinunciare equivale a rassegnarsi, a subire, a rintanarsi, mentre lottare significa darsi, donarsi, sperare. Romanticismo… Dove sono io, a condurre è il disgusto, è una lucida spietatezza.

Sono di gran moda, da una dozzina di anni, gli anti-sistema – capeggiati da nessuno, proclivi al nichilismo, refrattari al compromesso. Mi trovo d’accordo con il grosso delle loro istanze, ne sostengo le azioni, ne censuro gli estremismi. Però mi fermo qui. Il motivo? Ebbene, per quanto si dannino, per quanto sfilino, per quanto vocino, nulla cambierà, nulla devierà, nessuno (nessuno che davvero conti) li ascolterà. Il mondo, infatti, che altri chiama il Mercato, è un caposaldo fortificato e armato in grado di resistere a qualsiasi assalto, a qualsiasi imprevisto, salvo forse la sua propria implosione. Il sistema non si cambia perché il sistema non si lascia cambiare. E’ finito il tempo delle grandi idee, dei grandi ideali, così pure quello delle rivoluzioni, dei ribaltamenti di assetto, o perlomeno di quelli consentiti. Niente di ciò che accade è casuale, il mercante è demiurgo del Mercato, finché ci saranno merci ci sarà Mercato, finché ci saranno falsi bisogni ci saranno falsi beni, e viceversa. Viviamo in una fabbrica infinita, legittimata, indiscussa, che si alimenta e che non può essere né chiusa né ridimensionata né rallentata, pena la fine. Il nostro immaginario è molato dalla materia, dal materiale; obnubilato da sciocche superstizioni religiose; assuefatto a patetiche morali competitive, concorrenziali, familistiche, di status, ecc. Essenzialmente, siamo contro natura, signoreggiamo uno spazio che a torto riteniamo sol nostro e sol presente, odierno.

Ah la natura!… così bella e terribile… Ma no, sbaglio, non la si deve personificare, la natura è ciò che è, null’altro. Pure, per quanto una certa attitudine alla superficialità c’induca a infiorarne la sostanza per rendercela meno inquietante, da essa traiamo tutto quel che ci serve per vivere: senza la natura, infatti, moriremmo, non saremmo, niente potrebbe essere (niente di organico, dico). Il corollario vien dunque da sé: aver cura dell’ambiente (oggi l’uomo si trova in questa curiosa, mostruosa condizione: doversi curare dell’ambiente, sapere cioè che ogni sua azione produce conseguenze anche devastanti nel lungo periodo, conseguenze che possono inficiare la sopravvivenza delle generazioni a venire!) è una necessità, una priorità. Già, è davvero così? Son troppo prevenuto nei confronti dell’uomo – di quest’uomo – sarei orientato a rispondere: no. D’altronde, giorno dopo giorno testimoniamo dello sfacelo; sfacelo dal quale siamo non solo ben lungi dal risollevarci, ma al quale abbiamo anzi fatto l’abitudine; abitudine divenuta a un tempo fattore di rischio e auto-assolutoria consolazione. Insomma, mica è colpa mia (può querularsi ciascuno di noi) se le cose della Terra vanno a questa maniera! faccio quel che devo per tirare avanti, che altro!? Intanto, la popolazione mondiale ha raggiunto i 7 miliardi d’individui e si appresta, nel volgere di un quindicennio, a sfondare il tetto dei 9; negli ultimi anni, si avvicina sempre più il giorno in cui l’ammontare delle risorse che il pianeta è in grado di rinnovare ogni dodici mesi viene esaurito dai suoi ospiti (mangiamo a credito, e il conto presto o tardi ci verrà mostrato); nell’Oceano Pacifico, molto al largo del Giappone, “nuota” sotto il pelo dell’acqua l’immane Trash Vortex, colossale groviglio d’immondizia plastica, grande quanto il doppio degli Stati Uniti, formatosi grazie alle correnti marine e, soprattutto, all’inesauribile vocazione al disastro da parte dell’humani generis; benché nessuno ne parli dalla fallita conferenza di Copenhagen, il surriscaldamento terrestre, col conseguente scioglimento dei ghiacci polari dovuto alla mutazione climatica, resta il più certo, tristo, acuto risultato della pervicace boria modernista; guerre di religione, guerre per il petrolio, l’acqua, il grano (ultimamente, guerre per la Playstation all’inaugurazione dei capannoni commerciali) asfissiano ora e asfissieranno vieppiù in avvenire l’esiguo mucchio di cellule cerebrali rimasteci; ecc. Mi pare inutile infoltire l’elenco delle doglianze, tanto le conosciamo press’a poco tutte, non è vero?

Mi capita di osservare, con maggior frequenza, coppie d’innamorati della mia età condursi mano nella mano attraverso le vie principali della città o spingere una carrozzina contenente “il frutto della loro unione”. Nove volte su dieci, esse paiono fuoruscite da una di quelle sciocche riviste di moda, dove indossatori e indossatrici dai fisici improbabili inscenano situazioni ancor meno verosimili allo scopo di rendere appetibili, oltre ai vestiari, gli stili di vita che l’acquisto di determinati oggetti sembra finisca col conferire. L’orlo dei pantaloni del maschio cade dolcemente sul dorso del piede calzante un tenero mocassino azzurro che con commovente concordanza s’intona allo sgargiante rosso del tessuto dei primi; i tacchi delle scarpe della femmina quantunque non sia giorno di festa o di evento picchiettano marzialmente il duro sasso dell’impiantito e con tacita esattezza ammiccano alla lucida borsetta di cuoio che pende dall’avambraccio ripiegato a uncino e nella quale trovano ricovero gli strumenti precipui della civilizzazione: telefonino, rossetto, assorbente; il fuoristrada guidato dal maschio ma approvato previamente dalla femmina attende con canina mansuetudine che i padroni terminino la passeggiata onde riaccoglierli nell’enorme abitacolo e tosto menarli o a casa (una maniacalmente curatissima villetta a ridosso della campagna, perché “si respira un’aria migliore”) o altrove finché asfalto e carburante glielo accorderanno – ah la libertà!…; cessato il fine settimana, sia maschio sia femmina riprenderanno il lavoro – lui ha magari un fumoso ma remunerativo impiego tale da consentirgli il puntuale saldo delle rate del sopraddetto veicolo, lei ha magari una minuta rivendita di monili per civette tale da consentirle di non mancare un sol corso presso il tempio dell’inettitudine: la palestra; e la sera a letto espletate le funzioni sessuali ridotte a coreografia della finzione matrimoniale ella può idealizzare l’avvenire della prole compulsando proterve pubblicazioni i cui estensori hanno meno perspicacia del lombrico mentre egli può baloccarsi senza fili mercé l’ultima “app” del già trasumanato S.J.; ecc. Le guardo, queste coppie, e mi chiedo: che c’entro, io, con loro? in cosa siamo simili? dovrei nutrire fraterni sentimenti verso costoro? dovrei accettarne le bassezze intellettuali e morali in quanto emanazioni del diritto a essere sé stessi? Giammai! Non c’entro nulla con voi, non siamo simili, non ho che disprezzo da darvi, la vostra stupidità mi nausea, e dei vostri diritti mi costerno.

Il solito, patetico brontolone, giusto? Forse. In realtà, con l’attenuante dell’esasperazione, mi sia concesso di additare alcuni dei mali che ci affliggono e che in breve ci trascineranno nel cupo fondo di un baratro senza risalita. Un malanno, su tutti, c’insidia: l’idiozia. E’ dovunque, ci divora, rosicchia anche l’osso più piccolo, ingurgita, digerisce, riplasma, reitera… Ripeto sovente a me stesso che venticinque secoli or sono su questo mondo camminavano Platone e Aristotele, oggi incedono tronfi qualunquisti, gretti perbenisti, impudenti millantatori, privi di una seppur blanda vita interiore. Ciò mi dispera, mi sconforta, mi umilia… è tutto un indecente mercimonio: di corpi, d’intelletti, di bellezza… Ma è troppo complessa, troppo personale questa riflessione, non so manco perché la faccia, o la tenti, tanto mi angustia!

Ho avuto una discussione su tutto quanto più sopra si è detto – discussione interrotta per pietà reciproca: mia e del mio interlocutore. Sapendomi pessimista, egli tentava di persuadermi dell’eccessivo fatalismo della posizione su cui mi ostinavo; sapendolo di cieca buona fede, io tentavo d’istruirlo a un tempo sul mio modo di pensare e sui falsi piani della sua logica. Non ne è venuto fuori granché, se non che ciascuno ha potuto conservare – immutate – le proprie riserve. Tuttavia, mentre il cinismo di cui mi accusava forgia da sempre le mie convinzioni (portato di un retroterra aduso alla dialettica), i luoghi comuni che mi sono accorto infettavano la sua mentalità (portato, stavolta, delle idee dominanti di una società incolta) gl’impedivano di cogliere i nessi di un discorso tutt’altro che raccogliticcio. Liberarsi dei fantasmi della tradizione, lo sappiamo, è aspro cimento e travagliato…

Il punto, in conclusione, è che non c’è scampo. Se si esaminano i termini della questione “sussistenza della genia umana a breve e lungo andare”, non si può non ammettere che essa è niente affatto scontata. Certo, non è impossibile, ma a quale prezzo? Troppe, e abnormi, sono le aporie; troppi, e ingenti, sono i danni; troppo, e irrecuperabile, è il buon senso smarrito. Mi sto convertendo, io cosmopolita, alle piccole patrie?

(P.s.: ho letto oggi, sul Corsera, un interessantissimo articolo di Michel Onfray. Mi pare dica, con maggiori chiarezza e competenza, quel che io ho solo sfiorato. Lo reperirò e pubblicherò. Questo mio pezzo, tuttavia, risale a ben prima e, scrivendolo, non avevo la menoma conoscenza di quello del francese).

E’ finita?

12 novembre 2011
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Questa sera si conclude una lunga pagina. Alle speranze per il futuro si accumulano tuttavia i timori per una caduta Berlusconiana voluta dai mercati, non certo combattuta politicamente dall’opposizione.
I tempi duri sono quelli che ci aspettano. I festeggiamenti di cui leggo sono festeggiamenti dovuti, ma disperati. A conti fatti, c’e’ poco da festeggiare. Di piu’: a conti fatti, c’e’ ancora da pagare.

E questi sarebbero gli antagonisti del sistema?

17 ottobre 2011

Scarpe rigorosamente Nike o Adidas. Cappellini pure. Felpe North Face, o WESC. Bevanda insostituibile Coca Cola.

Questi sarebbero gli antagonisti anti-sistema. Domanda da ingenuo: poichè credo che ormai siano gli stili di vita e le opzioni di consumo gli strumenti che veramente abbiamo in mano per modificare i meccanismi di questo sistema, non è forse più rivoluzionario fare in modo intransigente consumo critico, anzichè oliare un sistema che si vuole distruggere?

Sinceri auguri

10 ottobre 2011

Andrea Zanzotto compie oggi novant’anni. Auguri a uno degli ultimi poeti, e ultimo veneto.

Presto non ci sarà più alcun paesaggio, presto non ci saranno più poesie; rimarremo soli e stupidi, e ci divertiremo un mondo, non è vero?…

Su niente

22 settembre 2011

Capita un periodo così, in cui ci si sente nauseati e vacui al punto di rigettare perfino l’idea, il simulacro di un pensiero; e vagolare nell’ampio sotterfugio dell’implicito diviene prassi consolatoria, o sconfortante. A me, è di sconforto.

Ma capita, sì, capita, non lo si vorrebbe, eppure ci si scopre a un tratto intrappolati, irretiti, vinti: ci attornia un brusio, un murmure malsano che opprime le forze, un dolore bruciante insidia la mente riducendola a un’intenzione svestita, il dramma dell’indecisione assedia i contrafforti dell’essere.

Che ne è di quella fortezza – l’animo – cui tanto ci siamo prodigati? Crolla anch’essa al crollo della volontà, del sentimento, della persona? O resiste, si oppone all’estasi della devastazione, al brivido che procura lo spenzolarsi dal crinale che divide la cima del potere e il baratro dell’angoscia?

Non ne so nulla di queste frottole. Giaccio sul mio niente ancora un po’. Mi ostino nella dabbenaggine.

Demoni

17 agosto 2011

Vengono a visitarmi, la notte, tutti i miei demoni. Mi usano questa cortesia. Si palesano a lume spento, quando il libro è stato riposto e la mente volteggia, si fa cullare dal nulla, dai pensieri che si disfanno. Ormai li conosco, i miei demoni, sebbene non abbiano voce, né volto, né si lascino distinguere l’un dall’altro – è la loro spietatezza, al contrario, a renderli unici, a differenziarli dal resto delle ombre notturne: non sono sogni, né incubi, né presagi – sono piaghe, sono tormenti del dormiveglia.

Come in un prodigio, nell’attimo in cui dico a me stesso: «ecco, mi addormento», essi abbandonano i vicoli nefandi della città che li rifugia, essi sciolgono il laccio razionale lungo quanto i meandri della coscienza, e intraprendono il cammino a ritroso, devastando, sgomentando, abbrutendo. Diceva mio nonno, quand’ero piccolo: prima di coricarti, metti le scarpe ai piedi del letto, il diavolo per raggiungerti dovrà rifare tutti i tuoi passi. Ingenuo, ci credevo, e lo facevo, e non ho mai temuto; ora, che non ci credo, entità più crudeli e più malvagie si affannano per ghermirmi, e le temo, oh se le temo! Non lanciano fiamme, non spandono zolfo, non sono chimere con zoccoli e forcone e corna: sono meri pensieri dissimulati, sono mutili verità inespresse.

Dove fuggi, se sei steso sopra il materasso? Come lotti, se sei irrigidito dal torpore? Chi chiami, se le labbra a malapena si schiudono e dalla gola non esce che un rantolo smorzato? La disperazione ti aggredisce, ti prostra un’inermità assoluta, e il cuore si dibatte, e un sudore viscido avviluppa le membra. Come il prigioniero sul banco di tortura, attendi spaurito che il boia metafisico inizi il suo sordido ufficio. Non esiste attesa più straziante, non esiste angoscia più fonda.

I demoni emergono dai cupi angoli della stanza, si dispongono sciancati attorno al mio capezzale, mi fissano con espressione torva, che inquieta. C’è una sorta di bisbiglio, di lugubre mormorio, di musica mortifera; polmoni di terra e polvere intonano un canto assurdo, demenziale; e così i miei demoni colloquiano fra sé e con me stesso, mi giudicano, mi condannano – non è previsto alcun proscioglimento, mai; se finora mi sono sottratto al capitale gesto, è perché ho lottato contro la paralisi dei sensi, le ho inferto duri colpi, e alfine mi sono ridestato – no, sono fuggito dalla tenebra del sonno, vigliaccamente.

Obnubilato e stravolto, mentre sfumano malinconici e infidi i contorni eterei delle presenze, mi sollevo sui gomiti, giro il capo a destra e a sinistra, non vedendo altro eccetto muri e mobili e oscurità indefiniti. Accertatomi di essere vivo e vegeto, sento una forza pervadermi, un coraggio come una linfa benefica mi possiede, ogni timore svanisce e potrei affrontare chiunque, corporeo o incorporeo che sia. Ma ben presto mi avvedo della realtà, quindi riaffondo la testa nel guanciale, traggo uno o due grossi respiri, qualcosa si spegne, s’interrompe, e cedo.

Amo la notte perché è il regno della possibilità, in cui si combinano delizie e oscenità, incanti e miserie, virtù e abomini; e in cui ci si risparmia, dopotutto, l’irredimibile scorno della delusione.

Mutua Robespierre

8 agosto 2011

Sonnacchioso e accaldato, mi son detto: ora o mai più!; perciò ho inforcato la bicicletta e mi sono recato dal cosiddetto medico di famiglia – in realtà, uno scribacchino, nient’altro che un distributore umano di ricette – per sbrigare una faccenda di scartoffie. Erano appena scoccate le 16, e contavo di giungere in pochi minuti allo studio, evitando code estenuanti fra gente malaticcia, sudaticcia, chiacchiericcia, per ottenere quei dannati timbri e dedicarmi poi a cose maggiormente edificanti.

Assicurato a un palo il mio mezzo con la catena, ho salito i gradini e calpestato le mattonelle muscose del vialetto, per subito dopo incrociare una coppia di signore in età provenienti dalla direzione opposta. Vuoi vedere che il dottore non c’è?, ho pensato, facendo esplodere nella mente una filza d’improperi. Ma no: faccio pochi passi e mi accorgo che la porta è aperta e che dentro c’è già qualcuno – più malato di me, o solo più avveduto – che siede nella sala d’attesa e aspetta il proprio turno. Ancor di lontano, vedo che si tratta di una donna sola e che nessun’altra sedia è occupata, quindi concludo di non dover impiegare troppo tempo.

Quando entro nella sala d’attesa e saluto un po’ meccanicamente la donna – un’anziana – mi rendo conto che non è affatto sola: di fronte a lei siede un uomo di pari aspetto anagrafico, calvo e panciuto; alla sinistra di questo, fuori della portata visiva esterna, una donna dai capelli nerissimi, di circa cinquant’anni, lotta coi tacchi a spillo per non dar modo alla minigonna di scoprire più generose porzioni di coscia. Profittando, prima di togliermele, delle lenti scure, do una fugace guardata e stabilisco che potrebbe pure risparmiarsi l’affanno: non c’è verso che possa suscitare in me torbidi propositi. La donna, infatti, è esponente di quel tipo di esseri di sesso femminile che non si rassegna alla maestà del tempo, tentando di dissimularne le lesioni eccedendo con la cosmetica oppure ostentando abbigliamenti audaci; e tuttavia risultando, agli occhi di un maschio attratto dalla muliebre bellezza, patetico oltreché volgare.

Raddoppio e triplico i saluti, che vengono ricambiati, ma – come dire? – non con lo slancio che uno si aspetta: al di là di ogni ragionevole dubbio, dovevo aver interrotto un discorso che si era sviluppato al termine dei soliti convenevoli, e ora, vedendosi d’improvviso insidiati da una più aliena presenza, mi scrutavano diffidenti. Sedutomi a due posti di distanza dall’anziana, ho assunto un’aria annoiata, contemplando svogliato le stampe impolverate affisse sulle pareti. Sopra il tavolino al centro della stanza non c’erano riviste o giornali degni della mia cura, pertanto alternavo sbuffi e vagheggiamenti a fischiettii e occhiate di fuori, dove un ippocastano enorme ombreggiava l’inevitabile Suv del medico, parcheggiato come capitava.

Finalmente i miei compagni, ritenendomi inoffensivo, hanno ripreso la conversazione, dapprima servendosi di un mormorio discreto, dunque rinvigorendosi e accalorandosi come e più che in precedenza. Oggetto del contendere, da quel che ho potuto capire, era la politica, anzi il ladrocinio dei politici. Favellando in dialetto, i tre scambiavano opinioni grevi e astiose su tutto quanto accade negli ultimi giorni, concludendo che la democrazia (ma è una mia deduzione) è un affare sporco e che bisognerebbe proprio cambiare le cose. L’uomo, in particolare, che aveva poggiato su una sedia allato una busta portadocumenti, ce l’aveva con la burocrazia, che a suo dire è talmente pletorica da non consentirgli nemmeno di fare beneficienza senza che entità terze realizzino dei plusprofitti. Inoltre, era imbufalito contro le tasse, che costringono a evaderle. Lui del resto parlava per esperienza, poiché essendo addentro nel settore artigiano ne sapeva di cotte e di crude. L’anziana non faceva che assentire e dirsi indignata e ripetere che è tutto uno schifo. Miss Coscialunga, dal canto suo, infilava rapide stilettate in vernacolo ogni qual volta l’uomo s’interrompeva per prendere fiato, e alzava la posta in gioco aggiungendo nuovi scandali, nuove contumelie. La parola Roma procurava ai tre accessi di parossismo, mentre costituiva per loro una catarsi l’augurio che reciprocamente s’inviavano di uscir presto da questa cattiva situazione.

Quanto a me, mi auguravo di uscir presto da quella saletta.  Anche un cieco si sarebbe accorto che mi sforzavo per non scoppiare a ridere, e non mi davano più conforto né le stampe ammuffite né gli scintillii della carrozzeria del carrarmato giapponese; e ero afflitto da vampate di calore allorché il vento surriscaldato s’intrufolava nel minuscolo vano. Naturalmente, sapevo di essere al centro dell’attenzione dei tre giacobini quando osavano le espressioni più dure (volevano capire da che parte pendevo), ma io perseveravo in un sussiegoso distacco, cosicché erano costretti a un giubilo troncato. L’uomo, a un certo punto, non potendosi trattenere, ha rincarato la dose rivolgendosi a me direttamente, tentando una battuta sul fatto che “poareti, i se a scurtà e vacanse paa crisi, pensa ciò che sforso!” (destinatari della gentilezza, i politici). Guardavo la sua risata posticcia come l’etologo guarda un gorilla fumare: con meravigliata sorpresa. Per non deluderlo, ho riso, sigillando fra noi un’affinità. Soddisfatto, l’uomo ha riscosso l’approvazione dell’anziana e della Miss, che si è mordicchiata un labbro, provocante.

Deus ex machina, il paziente che teneva occupato il medico ha abbandonato lo studio, e l’anziana ha fatto uno scatto giacché toccava a lei. In men che non si dica, ha ceduto il posto all’uomo, che in capo a un minuto è stato sostituito dalla corvina procace. Mi sono sfilati davanti uno via l’altro, borbottando un arrivederci distratto. Avevano avuto il timbro, erano appagati, e potevano tornare alle loro solite vite da perfetti sconosciuti. Quando è venuto il mio turno, e la sala d’attesa si è svuotata, ho pensato che non vinceremo mai, che saremo sempre degli sconfitti, perché tutta la nostra affabulazione compita non regge il confronto con tanta convinta ottusità.

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