La mafia è una terra di mezzo – di Claudio Fava
La mafia è un terra di mezzo abitata da persone dai mestieri irreprensibili, medici, avvocati, architetti, imprenditori… La mafia frequenta salotti insospettabili, pratica l’arte della politica, rappresenta il popolo sovrano nelle istituzioni. La mafia, quella che armò la mano degli assassini, che con loro complottò per uccidere Falcone e Borsellino, non sempre sta in galera: la sfiori, la incontri, a volte le stringi la mano quando te la ritrovi accanto. Per esempio in una pubblica cerimonia per commemorare un morto, per onorare un anniversario, per ricordare un lutto. La mafia è una terra di mezzo che si colloca esattamente a metà del guado tra le vittime e i loro assassini.
E chi l’ha ridotta semplicemente alla ferocia di paese dei corleonesi ha raccontato il falso. Perché accanto a quelli che sparano ci sono quelli che ordinano, suggeriscono, proteggono, tacciono.
Lo ha scritto Roberto Scarpinato pensando anche ai giorni ci attendono, ai vent’anni dalla strage di Capaci, al red carpet della memoria offesa sul quale sfileranno tutti, i giusti e gli ipocriti, i superstiti della carneficina e gli amici dei carnefici. “Più passano gli anni, più provo disagio a partecipare alle commemorazioni… Siedono, talora in prima fila, personaggi dai dubbi trascorsi, ai quali si è costretti a stringere la mano per dovere di ruolo”.
Vent’anni fa, il 23 maggio del 1992, morivano Giovanni Falcone, sua moglie e tre uomini della sua scorta. Cinquantasette giorni dopo sarebbe toccata al suo amico e collega Paolo Borsellino con i suoi cinque agenti di scorta. Due stragi, undici morti. In condizioni normali li ricorderemmo come si ricordano i caduti di una guerra combattuta e vinta, una guerra con un nemico certo e visibile. Non è andata così. Perché la guerra a Cosa Nostra non è finita. Perché i confini del conflitto sono incerti, cangianti, melmosi. Perché non sappiamo ancora, davvero, chi sia il nemico, quanti collaborazionisti gli abbiano offerto complicità in questi anni, quanti traditori si nascondano ancora nelle nostre retrovie.
Insomma, Scarpinato ha ragione: partecipare a quel ricordo non sarà facile. Ci sarà lo Stato nelle sue alte uniformi, ma è uno Stato che ogni tanto mette da parte le fiere maiuscole e sulla mafia accetta volentieri di mediare, di transigere, di tacere. Ci sarà la Regione Siciliana, col pennacchio finto della propria orgogliosa autonomia e con un presidente amico dei mafiosi che resta in carica fino a che gli aggrada. Ci sarà la Politica, impettita e tirata a lucido, ci saranno i Partiti con i loro gonfaloni, le Segreterie con i loro Segretari a cavallo, poi però nessuno ti risponderà se chiederai in giro che fine abbiano fatto quelle due o tre leggi che da anni si attendono e che darebbero forza concreta nella lotta a Cosa Nostra.
La ratifica del trattato di Strasburgo contro la corruzione, che prevede l’introduzione di strumenti e reati penali essenziale per la lotta alle mafie, è finalmente arrivata, a dodici anni di distanza da quel trattato approvato nel lontano 1999: ultimi in Europa. Si tace invece sulla violazione sistematica, ad ogni tornata elettorale, del codice di autoregolamentazione nella formazione delle liste elettorali che tutti i partiti (tutti!) si diedero con un voto all’unanimità in commissione antimafia cinque anni fa. Si tace sulla bizzarra proposta della ministra dell’Interno che suggerisce di mettere in vendita all’asta i patrimoni confiscati ai mafiosi, via breve per restituirglieli come accadeva negli anni ottanta con i motoscafi dei contrabbandieri pugliesi, svenduti all’asta e subito ricomprati pronta cassa dai loro prestanome. Si tace sulla proposta di estendere la legge La Torre ai patrimoni dei corrotti e dei corruttori, un atto non di vendetta ma di giustizia e di equità sociale.
Nella spending review che proporrà il governo andrebbero calcolati anche i risparmi che lo Stato farebbe se si intaccasse il giro d’affari da 560 miliardi che mafie, corruzione ed evasioni sommano ogni anno. “La lotta alla mafia non si fa in Sicilia, in Calabria, né in Piemonte né in Lombardia, ma si fa a Roma e la fa la politica con delle leggi chiare, puntuali e coraggiose” dice Luigi Ciotti. Lo ripeterà anche mercoledì prossimo, quando Palermo ricorderà Falcone e gli altri uccisi a Capaci. Sarebbe un bene che il sentimento di queste parole, la semplice verità che esse ci dicono, arrivasse alle Illustri Autorità che affolleranno le commemorazioni. Sarebbe un atto di rispetto per quei morti che, dopo le messe e le fanfare, qualcuno – a nome dello Stato – si degnasse d’una risposta.
Claudio Fava
Le finte liberalizzazioni
Okay, lo ammetto fin dall’inizio. Il titolo è fuorviante. Le liberalizzazioni di Monti non sono finte, ma sono insufficienti e in qualche caso semplicemente malfatte e quindi controproducenti. Mi limito solamente ad alcuni punti che stanno attirando le attenzioni della stampa in questi giorni, in parte a causa di una reazione per così dire esagitata da parte delle categorie interessate.
Il quadro è chiaro: aumento delle licenze dei taxi, più posti da notaio, incremento del numero di farmacie autorizzate, abolizione delle tariffe minime e massime per gli avvocati e gli altri ordini professionali. Evvai, gridano i media tutti in coro, questo sì che è liberalismo applicato. Sarà. Mi limito a constatare che è molto meno rispetto alle ipotesi circolate nelle settimane scorse e mi fa anche un po’ rimpiangere le lenzuolate di Bersani che, per quanto insufficienti, avevano almeno il dono della chiarezza: aspirina al supermercato. Se la trovi alla Coop, la liberalizzazione ha funzionato. Altrimenti, no. Lo capisce anche un bambino.
Nel caso attuale invece si mena palesemente il can per l’aia. Il mantra ufficiale è che le tariffe scenderanno. Ma come? Semplice, si aumenta il numero di professionisti disponbili sul mercato. A parità di clientela questo dovrebbe far abbassare le tariffe. Gli utenti-clienti spendono in totale tanto uguale, ma ogni singolo professionista guadagna pro capite di meno (a meno che non aumenti le tariffe…). In altre parole, non si aumenta la concorrenza, ma si riduce solo il reddito delle categorie colpite (ripeto, forse). Ora, ‘colpire i ricchi’ è di per sé una possibilità che in tempi di crisi non può essere scartata alla leggera, ma tanto vale farlo bene: introducendo una patrimoniale. E controlli fiscali a tappeto. Altrimenti, hanno un po’ di ragione anche i tassisti a chiedersi come è potuto accadere che un intero paese abbia finito per odiare proprio loro, fra tutte le categorie protette che ci sono.
Mi si dirà: ma se le tarrife scendono, i consumatori ci guadagnano, no? A breve può darsi, ma se siamo d’accordo che la politica in Italia dovrebbe smetterla di pensare a domani per tornare ad occuparsi meglio del dopodomani, allora dobbiamo anche avere il coraggio di ammettere che il piano Cresci Italia rischia in realtà di paralizzare il paese sul lungo periodo ancor più di quanto non sia avvenuto finora. Aumentare il numero di tassisti, farmacisti o notai senza toccare i lacci e lacciuoli che ne proteggono inopinatamente i rispettivi mercati significa semplicemente aumentare la platea dei protetti. In questo modo, se un prossimo governo deciderà di liberalizzare davvero questi settori, si troverà di fronte non professionisti ormai avvezzi alla concorrenza ma semplicemente un’opposizione ancora più ampia. Dal 2014, per esempio, ci saranno 1500 notai in più pronti a difendere i propri privilegi/diritti e proporzionalmente aumenterà la difficoltà per qualsiasi governo di intervenire sugli stessi, perché il quadro di regolamentazione della professione non sarà cambiato di una virgola.
Arrivati a questo punto bisogna comunque fare una distinzione fra tassisti e altre categorie professionali. I primi infatti operano in regime di licenza, ma sono rappresentati da diverse organizzazioni di categoria. La loro opposizione a qualsiasi riforma del settore è motivata dal fatto che spesso hanno dovuto indebitarsi non poco per poter acquistare una licenza. Che sperano poi di rivendere al momento di andare in pensione, a mo’ di liquidazione. L’argomento ha una sua logica e non è totalmente indifendibile. Si vogliono liberalizzare le licenze? Perfetto, sarà bene allora rendersi conto che non lo si può fare a costo zero. Il governo, qualsiasi governo, non può far altro che rilevare tutte le licenze esistenti a prezzi di mercato per poi liberalizzarle immediatamente. Un’operazione in perdita? A breve forse, sul lungo periodo si sarà però realizzato l’obiettivo della liberalizzazione e di un concreto aumento della concorrenza, salvando però l’equità sociale cui anche i tassisti nel loro piccolo hanno diritto. Ma dove si trovano i soldi con i tempi che corrono? Benissimo, se non ci sono i soldi, allora lasciamo tutto com’è, per favore. Almeno si evita di aumentare il numero dei protetti e rendere la vita più difficile ai prossimi governi.
E veniamo ad avvocati e affini. Vale a dire a tutte le categorie dotate di ordine professionale. Sarà bene ricordare da dove vengono queste istituzioni. Si tratta di organi verticali di auto-organizzazione delle professioni che partono da una visione corporativa della società. Non a caso sono stati introdotti dal fascismo e mantenuti da una democrazia cristiana che su questo punto non la pensava in modo molto diverso: è meglio che gli avvocati (ma mutatis mutandis, anche i medici, i farmacisti, gli architetti, gli ingegneri, i geometri, i giornalisti, ecc. ecc. ecc. ecc. ecc. ecc.) si regolino fra di loro, ricchi e poveri, giovani e vecchi, cittadini e villani, con ampia discrezionalità di regolamentazione interna e senza tenere di fatto in alcun conto la posizione del cliente. Tant’è vero che tutti questi ordini hanno introdotto tabelle tariffarie obbligatorie, fondi pensione propri (alcuni nel frattempo confluiti nell’INPS) e divieto di informazione pubblicitaria. Non proprio un modello liberale di trasparenza e concorrenza. Ma come detto sopra, questo non era neppure l’obiettivo originario.
È proprio su questi ordini professionali che si sarebbe dovuto intervenire. ‘Aboliamoli!’, ha gridato qualcuno. Mi limito a dire che forse si sarebbe potuto fare molto senza arrivare a tanto. In fondo gli ordini rappresentano i propri iscritti, esattamente come fanno i sindacati con i lavoratori dipendenti, ed è questo una conquista sociale che nessuno vuol mettere in discussione. L’ammissione a questi istituti non funziona sempre nello stesso modo e non è il caso qui di entrare in dettaglio. In tutti i casi, però, due sono gli aspetti comuni: esistono albi professionali, gestiti ma distinti dai rispettivi ordini, e non esistono altre rappresentanze professionali oltre a questi ordini. Nel senso che proprio non sono consentite. Sei avvocato iscritto all’albo e vuoi farti tutelare nei tuoi diritti di professionista? Devi – proprio devi – essere iscritto all’ordine. Orbene, quest’ordine, all’epoca delle lenzuolate di Bersani, ha fatto di tutto, ma proprio di tutto, per impedire ai giovani professionisti, ancora sconosciuti ma ambiziosi, di farsi un po’ di pubblicità. In nome della solidarietà interna, che è il motivo primo dell’esistenza stessa di un ordine professionale. In altre parole, far finta di ingoiare il rospo per poi aggirare l’ostacolo con disposizioni interne (che in una visione corporativa ma illiberale della società, non dimentichiamolo, sono l’essenza dell’autoregolamentazione degli ordini, i quali, in buona sostanza, sono l’antonimo della concorrenza). Idem per l’abbassamento delle tariffe, che Bersani aveva già reso puramente indicative, con il conseguente mostruoso calo tariffario che oggigiorno è sotto gli occhi di tutti (lo dico con sarcasmo, nel caso non fosse chiaro).
È verosimile attendersi che anche questa volta finirà in gloria. Gli avvocati non hanno più tariffe minime e massime? Bene, ma devono pur sempre iscriversi all’ordine, il quale probabilmente si farà avanti con una serie di tariffe consigliate. E va da sé che saranno ‘caldamente’ consigliate, pena tutta una serie di guai disciplinari interni che soprattutto un giovane professionista alle prime armi non avrà alcun interesse ad affrontare. Oltre al fatto che è uno dei compiti sacrosanti di un organo di rappresentanza professionale consigliare ai propri iscritti una tariffa dignitosa per le diverse prestazioni. Ovviamente, dell’abolizione delle tariffe massime non importa niente a nessuno, anzi, ben venga, mi sembra già di sentirli. Ripeto: perché un avvocato non può avere a disposizione una pluralità di associazioni professionali che lo rappresenti – esattamente così come esistono diverse sigle sindacali? Credo che sia nell’interesse della professione forense, prima ancora che del consumatore. L’avvocatura non è un monolite, non tutti avranno la stessa visione della professione, è bene che questa diversità di interessi e posizioni venga alla luce, che sia dovutamente rappresentata. Anche il legislatore ne trarrà il dovuto vantaggio, quanto meno in termini di conoscenza del tessuto professionale del paese.
Lasciamo che gli albi e gli ordini professionali continuino ad esistere. Manteniamo i primi obbligatori in quanto è pur sempre interesse del consumatore sapere se qualcuno ha veramente le qualifiche per esercitare una data professione, ma rendiamo l’iscrizione agli ordini facoltativa, mettendo gli stessi in competizione con altre associazioni di categoria. Solo in questo modo si aumenterà davvero la concorrenza con una riduzione effettiva delle tariffe e adeguate tutele di categoria che non danneggino tutti indistintamente, consumatori e professionisti, in una specie di guerra intraclassista tra piccoli borghesi.
Concludo con un altro punto del piano Cresci Italia, che non è direttamente legato alle professioni ma che mi lascia comunque assai perplesso perché si basa su una visione sociale altrettanto a compartimenti stagni. Parlo della possibilità per i giovani fino a 35 anni di aprire una Srl con solo un euro. Ottima misura, favorisce indubbiamente l’accesso all’imprenditoria con l’aumento globale di produttività e creatività che dovrebbe derivarne. Bene, bravi, bis! Eppure, mi devo chiedere, ma la creatività e la voglia di fare ce l’hanno solo i giovani con meno di 35 anni? Credo di no. Apriamo questa possibilità a tutti, santiddio! Perché, per fare un esempio a caso, un paio di operai della Fincantieri ultratrentacinquenni, i quali, visto l’andazzo, volessero riqualificarsi come imprenditori, non potrebbero godere di questa possibilità? Perché sono vecchi? Ma allora abbassiamo pure l’età pensionabile a 35 anni, cosa volete che vi dica. Davvero, soprattutto in tempi di carenza di stimoli per la crescita, non si può pensare di aprire l’economia limitandosi a socchiudere porte e finestre. Le si deve proprio spalancare. E il governo Monti non lo sta facendo.
Dalla padella del Porcellum alla brace del Mattarellum
Nei prossimi giorni la Corte Costituzionale si riunirà per esaminare i due quesiti referendari che chiedono l’abolizione dell’attuale legge elettorale, più nota come Porcellum, un nome che gli è stato dato dal suo estensore, l’immarcescibile Calderoli. E se è il padre a chiamare Porcellum la propria creatura, qualcosa di vero ci sarà pure. In effetti, fin dalle modalità di approvazione della legge era già chiaro che qualcosa non quadrava. Il governo Berlusconi III nel 2005, sentendo arrivarsi alle spalle una batosta alle elezioni che si sarebbero tenute nella primavera successiva, decise di modificare la legge elettorale, ritornando al proporzionale (legge 270/2005), però con liste bloccate e premio di coalizione. Ciò avvenne meno di sei mesi prima delle elezioni e senza il sostegno dell’opposizione, cosa che fece storcere il naso a diversi osservatori internazionali. Emerse inoltre che la nuova legge era così ingegnosamente congegnata da favorire il centrodestra al Senato. Tanto è vero che il centrosinistra, uscito vincitore, si ritrovò appeso ad una maggioranza al Senato di 1-2 parlamentari. Bastarono un paio di perle come i Dico e un po’ di campagna acquisti di Berlusconi per far cadere Prodi e riportare il paese alle elezioni nel 2008. Con una confortevole maggioranza al Senato per il centrodestra, guarda caso. Magari il legislatore italiano fosse sempre così preciso e puntuale nello scrivere le norme!
Ovviamente di questi problemi concreti della vigente legge elettorale si sono dimenticati più o meno tutti, tranne forse Sartori e pochi altri. Ma si tratta di problemi che persistono ed è quindi interesse sia del centrosinistra sia del terzo polo sia della Lega (se vorrà andare da sola e non in coalizione alle prossime elezioni) cambiare legge, e al più presto. La questione è se il referendum, al di là della sua ammissibilità costituzionale, sia la via migliore per farlo. Che l’Italia conti su una lunga esperienza in merito è cosa nota. Dal famoso, quasi mitico per taluni, referendum del 1993 ad oggi, le raccolte firme e le consultazioni per modifiche, riforme e abrogazioni in tutto o in parte si sono sprecate. Alcune con successo, la maggior parte meno. Dovendo constatare che per avere un governo che governi c’è comunque stato bisogno dell’intervento – istituzionalmente assai pesante – del presidente della repubblica, viene da concludere che tutte queste riforme su riforme non sono servite a nulla. Gli italiani sembrano costitutivamente incapaci di scegliere dei politici non si dice onesti ma almeno competenti ed un minimo efficienti.
E no, mi sembra già di sentirmi obiettare. Ma il problema non sono gli italiani (e infatti Berlusconi e Calderoli li hanno messi lì i Savi di Sion…), il problema sono i partiti che con l’attuale legge elettorale possono candidare chi vogliono, creando così un sistema di vassallaggio, di caporalato che limita soprattutto l’autonomia dei backbencher, dei parlamentari poco esposti mediaticamente ma proprio per questo assai preoccupati di non perdere il posto alle elezioni successive. La maggioranza dei parlamentari, diciamo pure. Il governo si garantisce quindi una maggioranza ad ogni costo minacciando implicitamente i propri eletti di metterli in fondo alla lista alle elezioni successive nel caso si azzardino a dar vita a qualche fronda interna. A parte il fatto che è proprio grazie all’attuale legge elettorale (o meglio, nonostante) che è nato il terzo polo, l’unica novità del panorama politico davvero di rilievo dal 1994 a Monti (anche per chi, come il sottoscritto, disistima profondamente un Buttiglione). A parte il fatto che è proprio grazie al Porcellum che ci siamo liberati di una serie di rottami storici come Ferrero e Diliberto. A parte il fatto che non è vero come sostengono alcuni che l’Italia è l’unico paese ad avere liste (semi)bloccate, de iure o de facto. Potrei citare il caso olandese, oppure quello spagnolo. Due casi peraltro in cui la classe politica per lo meno non brilla di ignavia come quella italiana…ma non era colpa delle liste bloccate?! A parte tutto questo, l’obiezione potrebbe essere fondata, a rigore di logica.
Ma davvero allora non sarebbe meglio tornare al vecchio Mattarellum, cioè alla legge precedente a quella eventualmente abrogata in toto? No. O più precisamente, non farebbe nessuna differenza. E sarebbe potenzialmente persino peggio. Primo, perché lo abbiamo già provato e non mi sembra che nessuno lo rimpianga. Secondo, perché chi sostiene che il problema del Porcellum è l’assenza delle preferenze, dà l’impressione che invece con il Mattarellum le preferenze ci fossero. Il trionfo della democrazia, verrebbe da dire. ‘Scelgi tu chi sarà eletto e chi governerà’, strillano entusiaste le anime candide dei referendari. Peccato che chi sostiene una cosa del genere sia uno stolto oppure sia in palese malafede. Il Mattarellum consisteva nell’elezione con il sistema maggioritario del 75% dei deputari e senatori. Il restante 25% veniva eletto per il Senato tramite recupero dei migliori non eletti (insomma, i perdenti che però avevano perso per pochi voti, poveretti) e per la Camera tramite un voto proporzionale da esprimere su una seconda scheda. Fantastico, così anche Ferrero e Diliberto avevano un posto al sole. Si stava meglio quando si stava peggio, non c’è che dire.
Mi sia permesso anche ricordare a chi se ne fosse dimenticato (ebbene sì, divento vecchio e posso parlare – uh! – per esperienza) che cosa l’elettore si trovava di fronte sventagliando davanti a sé la scheda elettorale in stile Mattarellum. Per il voto maggioritario c’era una serie di simboli per ogni coalizione con accanto il nome di un solo candidato, scelto ovviamente con criteri imprescrutabili interni alla coalizione, criteri a cui la Prima Repubblica per lo meno aveva il buon gusto di dare un nome: manuale Cencelli. La scheda proporzionale era invece fregiata da una lunga serie di partiti e partitini con accanto (già stampati, sia chiaro) il nome di due candidati. A seconda dei voti presi dal partito (non dai candidati), per ogni partito ne venivano eletti 0, 1 o 2. Un nome su una scheda e due nomi sull’altra, prestampati. Alla faccia delle preferenze! E i comitati referendari vogliono farci credere che prima l’elettore poteva indicare liberamente il proprio candidato preferito? Ma fatemi il piacere!
Non ci resta che sperare in un no della Corte Costituzionale. Lo dico con profonda convizione. Altrimenti il ritorno al Mattarellum e ai partitini insulsi sarà inevitabile (visto che ormai ai referendum vanno a votare solo i favorevoli al sì, per ragioni varie che ora non sono importanti). A meno che i ‘nominati’ con il Porcellum non si mettano una mano sulla coscienza e cambino la legge elettorale in extremis. Non importa come, qualsiasi cosa sarebbe meglio sia del Porcellum sia del Mattarellum (soprattutto se per una volta si eviterà il latinorum degli idioti). Non è detto che non accada. Alla fine per mettersi una mano sulla coscienza è necessario averne una. E per quanto paradossale sia, è più probabile che a riservarci qualche sorpresa (qualche ho detto, non troppe) siano gli eletti con il Porcellum, piu di quanto abbiano mai saputo fare i cari vecchi (e non rimpianti) parlamentari Mattarellum-style.
E’ finita?
Questa sera si conclude una lunga pagina. Alle speranze per il futuro si accumulano tuttavia i timori per una caduta Berlusconiana voluta dai mercati, non certo combattuta politicamente dall’opposizione.
I tempi duri sono quelli che ci aspettano. I festeggiamenti di cui leggo sono festeggiamenti dovuti, ma disperati. A conti fatti, c’e’ poco da festeggiare. Di piu’: a conti fatti, c’e’ ancora da pagare.
E questi sarebbero gli antagonisti del sistema?
Scarpe rigorosamente Nike o Adidas. Cappellini pure. Felpe North Face, o WESC. Bevanda insostituibile Coca Cola.
Questi sarebbero gli antagonisti anti-sistema. Domanda da ingenuo: poichè credo che ormai siano gli stili di vita e le opzioni di consumo gli strumenti che veramente abbiamo in mano per modificare i meccanismi di questo sistema, non è forse più rivoluzionario fare in modo intransigente consumo critico, anzichè oliare un sistema che si vuole distruggere?
Il matrimonio gay è legge nello stato di New York
Una grande notizia. Pochi minuti fa il senato dello stato di New york ha votato la legge che istituisce la più completa marriage equality tra coppie eterosessuali ed omosessuali.
Questa faccenda è importantissima: la proposta è stata votata anche da un piccolo ma significativo numero di senatori Repubblicani, e New York è il più popoloso tra gli stati che ammettono i matrimoni gay. E si tratta di New York, un luogo che ha un proprio peso specifico nella cultura e nella società statunitense, come pure in quella mondiale.
Credo che questo evento abbia una portata storica nella sfida all’ampliamento dei diritti civili.
Questo fine settimana a New York si celebra anche il Gay Pride, non mancherò dalla piazza.
È bello, una volta ogni tanto, potersi sentire ancora fieri di una decisione politica. Oggi sono felice di avere la residenza in questa città.
I nuovi appestati
In un Paese fortemente politicizzato come l’Italia il fatto di non poter parlare di politica per due giorni e mezzo in concomitanza con elezioni e referendum produce sempre effetti deleteri. Soprattutto quando la fine del silenzio è ormai in vista, vale a dire il lunedì mattina. Basta andare sul sito del Corriere della Sera per rendersene conto. Opportunamente P.G. Battista ha messo ieri in luce la posizione ambigua, tra amore e odio, che gli italiani all’estero rivestono agli occhi della classe politica. Che spera sempre di averli conquistati e deve ad ogni giro ricredersi rassegnandosi all’invitabile impossibilità di classificare con sicurezza una pletora di milioni di persone che non si conoscono fra loro, non condividono gli stessi luoghi e sono inseriti in contesti poiltici, sociali e culturali tanto diversi quanto la Norvegia e il Burkina Faso. Dal forum aperto stamani sul sito del Corriere, a seguito di polemica lettera di un’italiana residente a Madrid, emerge che anche molti cari connazionali rimasti in terra natia ignorano esattamente cosa siano e perché votino gli italiani all’estero.
Da esperto per esperienza e – soprattutto – preso dalla noia di far venire le 15, mi permetto di soffermarmi brevemente sulla questione. Offrendo in conclusione anche una breve proposta per risolvere il problema, ammesso che un problema ci sia (e c’è). Cominciamo dall’inizio: perché gli italiani all’estero dovrebbero votare? Bella domanda. La verità, non stiamocela a raccontare, è che una ragione logica non c’è. Circa dieci anni fa l’allora ministro Tremaglia si impegnò a far inserire in costituzione il diritto di elettorato attivo e passivo per i connazionali residenti all’estero ed iscritti all’Aire, l’anagrafe estero. Leggo sul forum del Corriere che gli italiani all’estero devono poter votare perché pagano le tasse in Italia. Baggianate. A parte il fatto che quest’idea anglosassone del ‘voto perché pago’ è piuttosto discutibile, bisogna subito dire che il sottoscritto vota anche se non paga tasse in Italia (non perché sia un pericoloso evasore, cosa che per un italiano non va mai esclusa, ma perché non ho redditi né patrimonio in Italia, bontà mia). In aggiunta, ci sono stranieri residenti all’estero che hanno casa in Italia e pagano le relative tasse…dovrebbero questi forse votare? I motivi non mancherebbero, ma almeno si abbia il coraggio di dirlo, cribbio!
Ma torniamo a Tremaglia. Il motivo che lo animava era essenzialmente uno. Il nostro, come gran parte degli italiani, aveva e ha un’immagine strappalacrime dell’emigrazione italiana. Gente partita con la valigia di cartone, la caciotta sottobraccio e neanche un fazzoletto con cui asciugarsi le lacrime per l’addio. E fin qui nulla di sorprendente, sono vent’anni che l’Italia guarda al passato e la nostalgia finisce per farla da padrona anche quando si parla di emigranti. Da lì sono cominciati gli equivoci. Visto che molti di noi sono impegnati all’estero in aziende, università e istituzioni varie (e non in miniere e acciaierie, con il dovuto rispetto), non ci resta molto tempo per suonare il mandolino, intonare ‘O Sole Mio e andare ai concerti di Toto Cutugno. Preferiamo inserirci nel nuovo Paese, ma allo stesso tempo senza recidere i contatti con l’Italia. I consolati e la rete diplomatica sono per noi la porta di accesso all’Italia, i nostri uffici comunali, uffici però di cui la maggior parte degli italiani in Italia non si cura, tranne quando deve essere salvata da qualche calamità o rivoluzione all’altro capo del mondo. Il voto per gli italiani all’estero è un corollario di questa situazione. Volete voi poter influire sul funzionamento del vostro comune, di cui fate uso? Immagino di sì. Agli italiani all’estero è stata data la possibilità di influire, con propri rapprensentanti a Roma, sul funzionamento del proprio comune, vale a dire del proprio consolato. Nulla obbligava l’Italia a farlo. In molti Paesi è necessario ‘tornare a casa’ per votare. Una volta era così anche in Italia e niente vietava di lasciare le cose come stavano. Ma visto che si è deciso di cambiare, beh, almeno mettiamo le cose in chiaro.
C’è però un problema aggiuntivo. Non tutti gli italiani all’estero sono semi-intellettuali, laureati, impiegati nei servizi o nella cultura e più o meno consapevoli del proprio posto nel mondo. Il sottoscritto ha lavorato anche per un breve periodo in una rappresentanza diplomatica in Inghilterra e si è reso presto conto che molti cittadini hanno il passaporto perché sono figli, nipoti, bisnipoti di italiani. Lo jus sanguinis, si chiama, sono sicuro che non ve lo devo spiegare. Peccato che si tratti di persone che non parlano una parola di italiano, non rinnovano né richiedono mai il passaporto (ne hanno spesso già un altro, del paese in cui vivono) né – e qui veniamo al punto rilevante per i referendum con quorum – votano neanche sotto tortura. E questo in Inghilterra. Possiamo ben immaginare che tale indifferenza sia ancor più forte nel cuore di un ‘italiano per caso’ che abita nelle distese desertiche dell’Australia centrale. Ebbene, sono queste persone che abbassano l’affluenza e aumentano il quorum necessario.
La questione quindi non è: voto agli italiani all’estero sì o no. Ormai c’è e teniamocelo. La questione è piuttosto come riconoscere gli italiani all’estero attivi nel mantenere i contatti con il consolato e quindi con l’Italia e nel seguire l’attualità italiana – a volte con la freschezza mentale di chi non si trova in medias res – e distinguerli da coloro a cui, non giriamoci intorno, non gliene può fregare di meno, comprensibilmente o colpevolemente. L’attuale legge obbliga ad inviare le schede elettorali a tutti – TUTTI – gli italiani all’estero. Anche a quelli di cui non si conosce l’indirizzo certo, anche a quelli nati nel 1888 di cui non è mai giunto un certificato di morte, anche a quelli che vorrebbero rinunciare alla nazionalità italiana ma vengono inseguiti dal sangue dei padri.
Una soluzione ci sarebbe, anche se forse richiede qualche modifica legislativa e/o costituzionale. Inviate ad ogni italiano all’estero un modulo con cui si chiede a ciascuno di loro di iscriversi alle liste elettorali del consolato di appartenenza. Iscrivete poi nelle dette liste elettorali solo coloro che rispondono entro una certa scadenza e fate votare loro e soltanto loro. Vi assicuro che il numero degli aventi diritto al voto si abbassa vertiginosamente, diventa più facile raggiungere il quorum e – più in generale – si crea un profilo dell’italiano all’estero più omogeneo, il che favorisce anche la rappresentanza politica degli interessi effettivamente ‘vivi’ di questo gruppo di connazionali che fino ad ora sono rimasti sostanzialmente dei grandi sconosciuti. Questa operazione di ‘iscrizione’ nelle liste elettorali può essere ripetuta ad ogni consulatazione oppure ogni quattro, cinque, sei anni. Poco importa. L’essenziale è capire che l’attuale sistema rende incerta la democrazia italiana e quindi non contribuisce realmente agli interessi né degli italiani all’estero né degli italiani in Italia. C’è da scremare, da scremare parecchio, e c’è da farlo il più velocemente possibile. Chissà che il caos provocato dalle modifiche in extremis al quesito sul nucleare non possa finalmente aprire una discussione seria su chi vale davvero la pena di considerare ‘italiano all’estero’.

