Ai Nostri Posti

Ora e sempre Resistenza

Vita e morte, considerazioni generiche

Pubblicato da sandro su 16 Luglio, 2009

Oreste Bossini, il valente conduttore di Radio 3 Suite, ieri sera, in conclusione, ha letto l’articolo del Corsera che dava conto della morte di Sir Edward Downes, direttore d’orchestra ottantacinquenne, e di sua moglie Joan, ex ballerina settantaquattrenne. Poiché vi destino al link qui sopra per apprendere i particolari, passo direttamente ad un breve commento sulla vicenda.

Morire è sempre tragico. Per un essere umano ricco di passioni, affetti e interessi, poi, un’autentica sciagura. Nondimeno siamo tutti accomunati dalla medesima sorte. Ciò che angoscia, nell’atto finale, è l’impossibilità di sapere se esso sarà cruento oppure no, dolente oppure no. L’idea di dover soffrire due volte – la prima per la disperazione del decesso, la seconda per il suo carattere funesto – risulta intollerabile e ci si augura non capiti proprio a noi, quando si viene a sapere degli strazi subiti da altri. Altrettanto orribile è il pensiero di essere cosciente, nel pieno delle facoltà, e vedersi e sentirsi limitato, intrappolato in un corpo che non reagisce, non parla, non comunica, che espleta le funzioni fisiologiche per mezzo di cavi, sonde, respiratori, macchine; e sapere di avere dieci, quindici, vent’anni davanti a sé in tal modo. La morte, a quel punto, diventa perfino oggetto di desiderio, un chiodo fisso, la forza liberatrice, fomite di giustizia.

Personalmente non so immaginare niente di più atroce dell’imposizione di starsene paralizzati a letto, d’avere un cervello vivo in un corpo recalcitrante, dell’umiliazione di non avere più riservatezza né intimità. Vivere non può ridursi a venir imboccati, puliti, carezzati come un lattante. Vivere – parlo per me – vuol dire leggere, scrivere, ascoltare una sinfonia, passeggiare in una fredda notte di novembre, fumare una sigaretta mentre si prende il caffè con un amico, andare al cinema, entusiasmarsi per un dibattito, un saggio, una polemica, o attraversare la campagna in bicicletta. Se un domani non potessi fare questo, la mia vita non avrebbe senso e vorrei darmi la morte, non c’è dubbio. Se fossi affetto da una malattia incurabile, o se versassi in uno stato di paralisi, d’incoscienza permanente, vorrei non ci si accanisse sulla mia pelle, vorrei fossero sospese le cure inutili, oltre all’alimentazione e all’idratazione forzate.

L’individuo viene prima di tutto, i suoi diritti, le sue prerogative esclusive su sé stesso, la sua libertà. Il corpo appartiene all’individuo e non glielo si può sequestrare per alimentare il culto feticcio della vita al di là dell’esistenza. E’ inaccettabile che il contenitore condanni il contenuto a marcire immobile, esasperato, in una dilatazione infinita del tempo e dello spazio. Con tutto il nostro vigore dovremmo opporci alla violenza dell’estremismo religioso – perché è di questo che si tratta. Ciascuno deve poter decidere della propria vita, dal primo all’ultimo istante, secondo scienza e coscienza, ma anche secondo il proprio sentimento. Per queste ragioni sono favorevole all’eutanasia, non disapprovo il suicidio, e vorrei che il paese nel quale sono capitato si allineasse a quelli nei quali è praticata non la barbarie bensì il principio di autodeterminazione. Morire non dev’essere vergognoso né dev’esserlo la fine della vita. Nessuno conosce noi stessi meglio di noi stessi: perché dovremmo demandare ad altri decisioni che coinvolgono solo e soltanto noi?

Mi rendo conto dell’opinabilità delle mie affermazioni, anzi sarebbe bello se a partire da questo post si sviluppasse una discussione, e tuttavia le ribadisco con fermezza. Del resto nell’abitare in un pase dove si vuol negare addirittura il diritto costituzionale al consenso informato, c’è poco, davvero poco da stare allegri.

Abbiamo bisogno di rispetto, diritto, libertà. Non siamo sudditi. Non ancora.

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Impermeabilità

Pubblicato da sandro su 15 Luglio, 2009

Rapidissimi i caporioni del Pd nel negare a Beppe Grillo l’iscrizione al partito e quindi la possibilità di correre, in autunno, per la segreteria. Il motivo, a me sembra, non sta tanto nella scrupolosa osservanza delle norme statutarie, quanto nella preoccupazione che l’oracolo dell’antipolitica possa pallidamente spostare a sinistra lo sbandato e decrepito Pd. Gli argomenti “storici” di Beppe Grillo, che qui mi premuro di sottoscrivere, sono infatti visti come la peste dalle neglette gerarchie dei democrats – come amano chiamarsi fra loro. Parlamento pulito, conflitto d’interessi, legge Gasparri, energia, acqua pubblica, wi-fi libero, comuni gestiti dai cittadini, sono tutti temi che provocano ai mestieranti della politica un travaso di bile non appena li sentono nominare. Mica perché si tratta di cose irrealizzabili, intendiamoci, ma perché non è loro interesse realizzarle. Sono anch’io dell’avviso che il Pd sia oggi guidato da un’oligarchia chiusa al rinnovamento e alla democrazia interna, e che assieme all’oligarchia del Pdl gestisca e amministri, sfruttando le istituzioni e il potere legalmente costituito, gli interessi di comitati d’affari del tutto estranei, distanti dalle necessità del popolo e del paese. Gli ultimi vent’anni di politica ulivista e berlusconiana, di cui Pd e Pdl sono promanazioni, hanno prodotto il risultato che abbiamo appreso l’altro dì dalla stampa: un italiano su due dichiara meno di quindicimila euro l’anno. Dal che se ne deduce che chi ha governato l’ha fatto male, anzi sempre peggio, e il ceto politico si è fatto casta, impermeabilizzandosi alle critiche e alle riforme. Sfido chiunque ad affermare di sentirsi pienamente rappresentato da coloro che siedono in parlamento, qualunque sia il suo orientamento. Quel luogo, ahimè, è stato sconsacrato, deprivato di senso. Allo stato attuale delle cose non ho alcuna fiducia nella politica, anzitutto perché la mia parte è stata estromessa col voto dalle stanze del potere, e secondariamente perché la parte succedanea – il Pd – si è finora dimostrata inidonea, reticente, talvolta complice, insomma non ha fatto l’opposizione come vorrei e pretenderei. Inoltre non dimentico che enormi, insormontabili sono le divergenze fra me, i miei valori, le mie aspirazioni e quelle per cui “lotta” il Pd. La candidatura di Ignazio Marino, una persona brava, onesta, capace, sensibile, è stata un inatteso raggio di luce. Ha però poca speranza, arriverà ultimo. D’Alema & Co. congiureranno per tenersi stretto lo scettro, le poltroncine di Vespa e il telegiornale coreano di Minzolini.


La “vicenda Beppe Grillo”, tuttavia, mi offre l’opportunità di soffermarmi su un aspetto che letteralmente mi ripugna. Per arrivare al punto, devo prima compiere un breve excursus. Ricorderete tutti il sonetto che il degno consigliere comunale milanese, nonché deputato europeo, nonché deputato nazionale, nonché conduttore di Radio Padania, nonché chissà cos’altro, Matteo Salvini ha dedicato ai napoletani tutti. Tale climax poetico, di arduo conseguimento persino al più annebbiato Kerouac, è stato raggiunto dall’esimio padano sotto un gazebo leghista, mentre tracannava birra gelata e indossava la maglia della nazionale lombarda, pensate un po’. Il video l’avete visto tutti, non occorre che stia qui a rammentarvene le scene. Nelle primissime battute del video si sentono dei cori, intonati dagli spin doctors del Sommo, che scandiscono: «E’ Matteo il capogruppo», alludendo ad una delle professioni per cui il disonorevole Salvini viene regolarmente retribuito. Deve per adesso passare in secondo piano il fatto che il luogo dell’evento culturale fosse Pontida e che i sunnominati suggeritori fossero colmi d’alcol: non ci interessa. Ciò su cui intendo focalizzare l’attenzione è lo spirito calcistico mediante il quale quel gruppo ben assortito difenda, come il cane il suo osso, la posizione conquistata dal singolo Salvini, che per estensione è una posizione conquistata dalla Lega, e che per converso gli irrequieti tifosi reclamano per sé stessi. In quelle poche, aberranti grida c’è tutto il significato che la parola politica è venuta assumendo negli ultimi tempi: occupazione. Occupazione nel senso di invasione, conquista, dominazione, colonizzazione, e quanti più sinonimi riusciate ad immaginare. Essere eletti non è più un servizio, fare il rappresentante o l’amministratore locale non è più un sacrificio in nome della comunità; sono zone di supremazia suggellate dal voto. Qualunque beota può farsi eleggere, qualunque Salvini, purché lo spazio restato libero sia subito, al più presto, con quanto più clamore riempito. Le elezioni amministrative si sono trasformate in spettacolini itineranti, dove chi recita segue un canovaccio da commedia dell’arte. In ogni elezione ci sono il buono, il brutto e il cattivo che si sfidano: ciance, minacce, io faccio questo, io faccio quest’altro, il mio partito qui, il mio partito là, ecc. Poi capita che uno vinca, e allora sono fiumi di spumante, cori di evviva, profluvi festaioli a favor di telecamera. Cosa c’è da festeggiare? Il trionfo della Ferrari? Il ritorno in serie A? No, si festeggia lo stipendio da sindaco, da presidente di provincia o da governatore, come i cronisti insulsi vezzeggiano presidenti di regione ancor più insulsi. La politica è una torta alla crema posta sopra un tavolo attorno al quale noi cittadini non sediamo né siamo invitati. In nome della democrazia. Insomma, e scusate la tediosità, la politica non è roba per persone serie. W Salvini e W Fassino!


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Idee rétro

Pubblicato da sandro su 14 Luglio, 2009

Liberté, Égalité, Fraternité

800px-Serment_du_jeu_de_paumeJacques-Louis David, Il giuramento della sala della pallacorda

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No vacation

Pubblicato da sandro su 13 Luglio, 2009

Io e l’autore n° 4, l’altra sera, fumavamo un sigaro e sorbivamo lentamente del whisky in giardino, mentre da qualche parte, nei paraggi, luccicavano i lampi di certi fuochi d’artificio esplosi senza parsimonia.

Sentendo che la quieta serata estiva – una fresca serata estiva – era stata bruscamente interrotta dal fastidioso, generale sollazzo, mi sono lasciato andare a dichiarazioni livorose, di cui vi faccio volentieri partecipi.

In buona sostanza sostengo che l’estate sia una stagione detestabile, e questo per diverse ragioni di assortita natura.

In primo luogo è una stagione rumorosa, è il periodo nel quale coincidono le ferie di quasi tutti, per cui una folla immensa, stravagante e chiassosa prende d’assalto le coste, le colline, i monti e pretende di stravolgere a suo piacimento i ritmi, magari blandi e sonnacchiosi, della foss’anche meno attraente cittadina di provincia. L’urgenza della massa è comprensibile – non sono cinico fino a tal punto: ricrearsi dopo mesi di impiego, durante i quali le è stato alienato il diritto di godere appieno della propria vita. Conosco gente che legge meno di un libro all’anno, va al cinema solo a Natale, non va mai al museo o a teatro, e non appena si fa caldo rivendica a sé stessa ogni briciolo di ora o di minuto. Lavorare è una sacrificazione, sottrae all’individuo tempo e volontà; libera dallo stato di necessità, è vero, ma non trasforma infine l’uomo in un mero consumatore e usufruttuario di beni e servizi? Dunque si verifica un’accumulazione di sogni e desideri repressi, si crea una pressione interiore che chiede soltanto d’essere scaricata. Di conseguenza si approfitta di ogni istante di pausa, di ogni interruzione del continuum produttivo, per sfogare la costrizione fisica e psicologica che attanaglia l’esistenza. Un tempo non lo so, ma al giorno d’oggi sfogarsi equivale ad ubriacarsi di svago e divertimento. Due settimane di ferie devono essere così piene di cose da fare e così pervase di leggerezza da parere il doppio. Vien da sé che se non deve avanzare tempo perché il tempo va destinato alla distrazione, non ce n’è mai per leggere, ascoltare un concerto, visitare una mostra, acculturarsi. E’ un periodo rinunciatario, quello estivo. Nel corso delle stagioni temperate si rinuncia, in cambio dello stipendio, a prendersi intellettualmente cura di sé; in estate si rinuncia a tutto fuorché allo spasso, che dovrebbe inconsciamente risarcire il corpo e lo spirito del tempo dissipato lavorando. Divertirsi è cosa buona e giusta, temo però che abbia preso piede un concetto alquanto equivoco di divertimento, un concetto piuttosto volgare, poiché tutto si è involgarito. I centri urbani vengono al crepuscolo stretti d’assedio da persone urlanti e gironzolanti, riunite in gruppi, che arrivano e ripartono a bordo di macchine somiglianti ad aerei, parlano, o meglio urlano, sotto il terrazzo dell’incolpevole che usa la notte per dormire, ribattono indispettiti e maleducati se ripresi, se ne infischiano delle altrui esigenze perché traboccano d’egoismo, e quando, come mosche avide, esauriscono il nutrimento ricavabile da una carogna, cambiano destinazione, cambiano città. Il divertimento ricomincia e va avanti due lunghe settimane.

In secondo luogo è una stagione conformista, che forza al conformismo. Attribuisco la colpa del livellamento verso il basso del modo di trascorrerla alla televisione e ai media che diffondono le mode e incitano all’adeguamento. Non troppi anni addietro se non ti gettavi da un ponte con un elastico attorcigliato alle caviglie eri un idiota, uno che non si sapeva divertire, appunto. Adesso devi essere un casinista, abbronzatissimo, con un taglio di capelli a dir poco grandguignolesco e con in testa la f**a costi quel che costi. Esagero un po’, d’accordo, ma alle latitudini dove vivo io vi assicuro che è così. Parlando con alcuni esponenti di tale tendenza, che incidentalmente conosco o coi quali mi capita di vivere una situazione di transitoria promiscuità, è emersa prepotentemente addirittura la sofferenza che il non allinearsi al dettato estetico più invalso procura. Tutta questa stupidità non mi avrà mai, e se il prezzo da pagare per la mia resistenza sarà l’isolamento, sarò prontissimo a pagarlo. Perché, mi chiedo, un romanzo non seduce quanto una corsa sugli autoscontri? Domanda sciocca, direte. Eppure, perché il chiasso e l’evasione attraggono di più della calma e la meditazione?

Concludo qui, sperando di non aver importunato od offeso voi lettori. A tempo debito, ad ogni modo, scriverò qualcosa sugli esodi e sui viaggi a base di villaggi turistici e crociere cui molti compatrioti usano abbandonarsi. Ci sarà da divertirsi.

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Preludio

Pubblicato da sandro su 12 Luglio, 2009

Seguirà, nelle prossime settimane, un personale intervento sulla musica. Intanto vogliate gradire questo estratto su Ludwig van Beethoven, il mio adorato. Sandro

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“Si è abituati a considerare Ludwig van Beethoven come il primo profeta del romanticismo. Il compositore tedesco è in realtà l’alfiere del primo periodo, «eroico», e la sua importanza fu così grande da condizionare per decenni tutta la vita musicale europea. Questo uomo straordinario fu la voce più alta del primo quarto del XIX secolo: le forme consacrate della musica fecero con lui un progresso di eccezionale rilevanza. I concerti con solista, le Sinfonie, le Sonate, i Quartetti restano un esempio chiarissimo di novità artistica e culturale.

Grande idealista, Beethoven sapeva tuttavia convivere con la cultura classica e con la moderazione intellettuale. Mozart – morto ancor giovane nel 1791 – non poté partecipare agli anni caldi della rivoluzione, Beethoven poté perfino vedere Napoleone a Vienna, l’impero e la restaurazione. Poté presenziare e giudicare, acconsentire e reagire: la storia gli insegnò l’inutilità di ribellioni momentanee e guidò la sua mente verso la filosofia della felicità universale.

Beethoven era tendenzialmente un austero signore conscio della dignità dell’arte e dei diritti dell’artista, nei fatti non si piegava a nessun ordine superiore: ma il suo percorso verso le più alte vette del pensiero musicale non appare sempre lineare. Per esempio la sua produzione sinfonica è segnata da avanzate e ripensamenti, da arditezze e da riposi. La sua volontà prometeica è spesso turbata dal dubbio e tuttavia alla fine c’è il superamento definitivo di ogni tensione nella monumentalità di una espressione musicale quasi mistica.

Nella esaltazione dei sentimenti, del personale, del senso della natura viva e reale, del dolore e della speranza il compositore tedesco impose dei modelli specifici. Egli fu l’Uomo che i filosofi avevano teorizzato, il forte e il giusto. Ebbe affinità con la tragedia e la storia, con il mistero e con la verità. Visse per le sue idee e fu il figlio più bello del suo tempo.

Il suo tempo. Mutevole, incerto, tormentato, con tanti rovesciamenti di situazioni. Infinite speranze, forti delusioni, e tuttavia, finalmente, il furore di vivere. Beethoven fu appoggiato dagli illuminati, rispettato dagli artisti e amato dalla gente: il suo funerale fu grandioso, seguito dai rappresentanti della cultura viennese. Era morto, disse una donna qualunque, il generale dei musicanti.

Shakespeare, Goethe e Schiller furono autori a lui cari; Beethoven non fu mai un viaggiatore, il mondo intero era contenuto nella sua anima. C’era il suono, in lui, l’epica della voce trasformata in suoni strumentali: in questo modo egli espresse il più grande numero di significati possibili. La sua capacità di descrizione era immensa, basta pensare all’ultimo movimento della Terza. Il tema del destino della Quinta, gli affreschi della Sesta e della Settima hanno il carisma dell’assoluto e dell’irraggiungibile. Eppure il «manifesto» beethoveniano è la Nona Sinfonia, corale, con voci soliste e il riferimento appassionato all’«Ode alla gioia» di Friedrich Schiller.

Si sa che Beethoven non aveva nessuna tenerezza per l’opera in genere e per quella buffa in particolare (tra l’altro non capiva per niente il nostro Rossini): eppure è proprio nell’opera, nella tormentata creazione del Fidelio che noi troviamo, pur fra molte ambiguità, uno dei più forti segnali del romanticismo.

Partendo dal concetto eroico dell’amor coniugale, ovvero dalla vicenda di Leonora che in vesti maschili (Fidelio) si impegna a liberare il marito Florestano ingiustamente imprigionato, Beethoven ci lancia tutta una serie di messaggi. Certamente in quest’opera di origina francese, letterariamente parlando, il ristabilimento della giustizia è opera del Potere illuminato, ed è vero che non fu solo Beethoven a impadronirsi di questa vicenda. Alla vittima dei soprusi ha donato una violentissima carica di ribellione (il grido di Florestano è quasi espressionistico) e nel coro dei prigionieri c’è una terribile quantità di dolore e una altrettanto grande volontà di speranza.

La scena finale è certamente un’apoteosi di libertà; sono restaurati i diritti calpestati, fedeltà e coraggio sono premiati, è come se il mondo fosse uscito da un tunnel di disperazione. E’ la festa che accompagna la fine di una guerra, e dunque c’è un lieto fine. Negli anni successivi sarà quasi sempre la morte a dire l’ultima parola”.

[tratto da La musica romantica di Mario Pasi, Jaka Book, 1993]

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We miss you

Pubblicato da sandro su 11 Luglio, 2009

Già mi mancano, i “grandi”. Cenare, dopo gli ultimi tre giorni, non sarà più come prima. Chi mi farà vedere, quale Tg mi farà vedere, con ravvicinata molestia, il sorriso di Obama, il profilo di Sarkozy, le gambotte di Merkel, i tacchi di Papi? Chi mi spiegherà quanto e come si sono commosse le first ladies dinanzi alle macerie, per poi ristorarsi tra una foto e l’altra in piazza Navona? Chi mi risarcirà dell’impegnativo, e basilare per il sistema mediatico, giornalismo di Rai Uno? No, non posso pensare di cenare, stasera, senza Pezzopane che ridacchia con George (Clooney, per voi impreparati), o Carlà che geme fra i pompieri, o Michelle che ancheggia nel Pantheon. Che senso avrà la mia vita, da oggi in poi? Senza i “grandi” come termine di paragone, che ci rimane? Ah, il G8, che magnifica festa! che organizzazione perfetta! Ieri, nel servizio di commiato, il Tg1 mostrava i muscoli del governo italiano: cecchini sul tetto degli alloggi, batterie di missili sui promontori, elicotteri sempre pronti a decollare, aerei invisibili che tengono tutto e tutti sotto controllo. Ma sì, compiaciamoci della militarizzazione dell’esistenza! E difatti i vari militari intervistati gonfiavano il petto come tacchini, rispondevano agilmente a domande lodative, estasiate. Bello, il concetto sotteso: dentro ci sono i “grandi” che se la ridono, si danno pacche sulle spalle, si scambiano doni da 24 chili in marmo di Carrara; fuori ci siamo noi soldati a vigilare sulla loro sala giochi; e più in là – brutti, sporchi e cattivi – i terremotati, che stridono parecchio, con le loro tute sudice, le tende puzzolenti, i pasti consumati in piedi, se messi accanto ai palleggi in perfetto stile di Barack o all’incedere grazioso di Michelle. Sorprende come la gente si beva tutto quello che la televisione le racconta. Il Tg1 ha spiegato che sono state trovate soluzioni eccezionali per l’economia, l’Africa, l’ambiente, la caduta dei capelli e finanche l’untuosità della crema solare. In realtà, come al solito, gli accordi favoriranno il gruppo dei migliori, l’aristocrazia razzista che dirige l’economia globale. Figuriamoci se il G8 ha mai deciso e attuato qualcosa di concreto per l’Africa! Prendete l’Italia, per esempio: l’Onu l’ha accusata l’altro giorno di grave inadempienza perché non ha versato gli aiuti allo sviluppo stabiliti nei vertici precedenti. Sono seguite meschine smentite, che tutti sanno essere rituali ma non veritiere. Va be’ che tanto, a noi che c’importa? i soldi, meglio darli a Gheddafi, che almeno li usa per farci un favore, ammazzando i clandestini al posto nostro. Mica siamo scemi, noi. Comunque sono davvero triste: non vedo l’ora che facciano presto il prossimo, fondamentale G8: chissà che scarpe calzerà Michelle?

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La sicurezza che si fa legge al di sopra delle leggi

Pubblicato da giovannicarrosio su 10 Luglio, 2009

La recente pubblicazione di una serie di testi inediti in Italia di Michel Foucault, raccolti nell’antologia dal titolo Strategia dell’accerchiamento, a cura di Salvo Vaccaro, con Postfazione di Michel Senellart, ci offre un quadro di grande spessore critico e politico per comprendere una tendenza in atto in tutte le democrazie occidentali: la generalizzazione senza precedenti del paradigma della sicurezza come tecnica normale di governo.
Lo scenario inedito che oggi fa da sfondo al massimo dispiegamento planetario dei dispositivi sicuritari e delle pratiche di eccezione si può riassumere in una sola parola: neoliberalismo globale. Esso può essere considerato una novità nella misura in cui generalizza ed estremizza tutti quegli elementi che, nella genealogia del potere biopolitico tracciata da Michel Foucault, hanno presieduto alla formazione e al consolidamento del liberalismo democratico del XIX secolo: cultura del pericolo, razzismo di Stato, meccanismi di sicurezza/libertà, sospensione delle libertà formali garantite dallo Stato di diritto.
Il liberalismo, nel senso in cui lo intende il filosofo francese, ossia come «nuova arte di governare», non assume la libertà nei termini di un bene universale che si tratterebbe semplicemente di rispettare, garantire, tutelare. Tale regime, in realtà, fa molto di più e tutt’altra cosa: esso instaura con la libertà un problematico e mutevole rapporto di produzione e consumo, di creazione e distruzione. In sostanza, «il liberalismo racchiude in sé, nel suo stesso cuore, un intrinseco rapporto di produzione/distruzione nei confronti della libertà. Con una mano bisogna produrre libertà, ma questo medesimo gesto implica che con l’altra siano stabilite delle limitazioni, dei controlli, delle costrizioni, degli obblighi basati su delle minacce». Ora, se la libertà all’interno del liberalismo non è una ricchezza o un bene universale che occorrerebbe tutelare, bensì una cosa che viene fabbricata in ogni istante, come spiegare che tale regime appronti un’arte di governo che si fonda sull’equazione paradossale «maggiore libertà = minore libertà»? Quale sarà, insomma, il criterio per calcolare il costo di produzione della libertà? Sarà, naturalmente, la cosiddetta sicurezza.
L’economia di potere del liberalismo si gioca nell’oscillazione costante tra libertà e sicurezza, il cui punto mediano è costituito dalla nozione di pericolo. In fondo, osserva Foucault, «se per un verso il liberalismo è un’arte del governo che si occupa fondamentalmente degli interessi, esso – ed è questo il rovescio della medaglia – non può intervenire sugli interessi senza essere al tempo stesso amministratore dei pericoli e dei meccanismi di sicurezza/libertà, del gioco sicurezza/libertà che deve garantire che gli individui o la collettività saranno esposti il meno possibile ai pericoli». Conseguenza di quest’arte liberale del governo, «è la formidabile estensione delle procedure di controllo, di costrizione, di coercizione, che costituiranno una sorta di contropartita e di contrappeso delle libertà».
Durante il corso del XIX secolo, un fattore decisivo per lo sviluppo della “governamentalità” liberale è individuato da Foucault nella nascita di una pedagogia e di una cultura politica del pericolo. «Ciò significa che gli individui sono posti continuamente in condizione di pericolo, o piuttosto sono indotti a provare la loro situazione, la loro vita, il loro presente, il loro futuro, come gravidi di pericoli. Spariscono le grandi minacce dell’Apocalisse, e al loro posto appaiono i pericoli quotidiani». Basti considerare, ad esempio, «le campagne relative alla malattia o all’igiene, o tutto quello che accade intorno alla sessualità e alla paura della degenerazione: degenerazione dell’individuo, della famiglia, della razza, della specie umana. Insomma, ovunque si può constatare la sollecitazione del timore del pericolo, che è in qualche modo la condizione, il correlato psicologico e culturale interno del liberalismo».
A rischio di apparire un po’ pedanti, non possiamo fare a meno di rimarcare che, nella nostra epoca, il terrorismo e le migrazioni sono diventati il principale vettore della cultura del pericolo. Esso diventa l’occasione e il mezzo attraverso cui diffondere il sospetto che il comportamento pericoloso si nasconde ovunque. A tutti i rischi d’instabilità e d’insicurezza che il terrorismo comporta a livello locale e globale deve corrispondere, punto per punto, un’intensificazione delle strategie sicuritarie, al fine di escludere preventivamente ciò che potrebbe minacciare la vita della società. In nome della lotta al terrorismo e alle migrazioni, ogni restrizione della libertà diventa legittima. La pratica della detenzione preventiva nei confronti di coloro che sono sospettati di essere presumibilmente agenti del terrorismo sta a significare che la legge autorizza a punire una semplice virtualità. Forse in molti non si rendono conto che oggi chiunque può essere sequestrato, per più giorni, sulla base dell’opinione di un semplice poliziotto.
Nel novembre 1977, in seguito alla brutale repressione di una manifestazione in favore di Klaus Croissant, avvocato della banda Baader (Rote Armee Fraktion), a cui la giustizia francese nega il diritto d’asilo, Foucault, che partecipa alla manifestazione davanti alla Santé, nella dichiarazione rilasciata a un quotidiano, afferma: «ormai la sicurezza è al di sopra delle leggi». Qui il filosofo francese intende sottolineare che la sicurezza pubblica, nel contesto della lotta antiterrorista, giustifica ogni sorta di misure extra-legali. Sembrerebbe dunque – come osserva Senellart nella Postfazione all’antologia – «che Foucault prenda posizione in favore della legalità e che difenda le norme dello stato di diritto di fronte a queste pratiche di eccezione». In realtà, rispondendo alle domande di un giornalista, una settimana dopo l’ormai avvenuta estradizione di Croissant, Foucault dà una spiegazione più complessa delle sue opinioni. Per il filosofo francese, si tratta di mettere in evidenza che la sicurezza non definisce più il principio in nome del quale il governo è autorizzato ad approntare misure straordinarie, che possono tra l’altro prevedere una sospensione temporanea di quelle norme costituzionali che proteggono le libertà individuali, ma bensì che essa designa la modalità generale e permanente dell’esercizio del potere. La sicurezza è dunque al di sopra della legge in quanto instaura uno stato di eccezione permanente, che a sua volta comporta una disattivazione permanente dei principi formali di libertà e legalità. A fronte di questa situazione, quindi, la soluzione non può più consistere nell’invocare i principi dello stato di diritto. È dalla vigilanza dei governati, e dalla loro capacità di resistenza, che dipende piuttosto la salvaguardia delle libertà nell’epoca della sicurezza.
Oggi, nello stato neoliberale in cui viviamo, la paura del pericolo terroristico, il desiderio di sicurezza, la volontà di dominare razionalmente tutti i rischi e di sradicarli dal nostro futuro, possono in qualsiasi momento esigere la sospensione delle garanzie dello stato di diritto, per sostituirle con politiche di restrizione delle libertà, di attacco all’autonomia personale, di distruzione della personalità giuridica, di uccisione della vita. Per questo è importantissimo leggere questi scritti finalmente tradotti in italiano.

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Nota socio-fauno-naturalistica

Pubblicato da sandro su 10 Luglio, 2009

Navigando in Internet sono finito, non so più come, sul sito di un quotidiano della Florida. Ho letto per intero un avvincente articolo che vaticinava un futuro di sciagura per la Georgia, la Louisiana e, beninteso, la stessa Florida. Poiché l’argomento mi interessava, ho fatto ulteriori ricerche trovando, su altri siti, materiale integrativo e numerose conferme. Da alcuni anni – la storia è questa – il parco nazionale delle Everglades, fra i territori più selvaggi degli Stati Uniti, è terreno di conquista per uno dei più grandi rettili al mondo: il pitone birmano. Detto così, non fa molto effetto. Il discorso cambia, però, se aggiungo che la suddetta serpe, secondo i naturalisti, sarebbe in grado, entro il 2100, di colonizzare i tre quarti dell’intero paese, peraltro devastando gli equilibri dei vari habitat in quanto sovvertirebbe le gerarchie della catena alimentare. Il pitone birmano non è bestia da prendersi sotto gamba. Arriva infatti a pesare un centinaio di chili e a misurare nove metri. E’ un predatore infallibile ed è molto, molto prolifico. Inoltre, cosa non secondaria, non ha nemici naturali. Questo enorme serpente, recita il linguaggio specifico, è una specie alloctona, ossia non è propria dell’ecosistema nordamericano. La sua origine, desumibile dal nome stesso, si colloca nel sudest asiatico. Il solo punto di contatto fra quell’area di globo e la Florida, dunque, è il clima torrido e umido. La domanda pertanto è: come ha fatto un serpente asiatico a colonizzare e a mettere in allarme il rilassatissimo stato americano, se teniamo conto che detto stato dista migliaia di chilometri e a dividerli ci sono due oceani? La risposta, avrete capito, è: grazie all’umana stupidità. Ci sono, non solo in America ma ovunque, frotte di cosiddetti appassionati che si mettono in casa animali selvatici per farne pezzi viventi d’arredo. Si va dal pappagallino alla tigre, dal lemure minuto al coccodrillo, dalle tarantole alle foche. Quello dei rettili, in generale, è forse il settore più fiorente. Un passo del racconto Appuntamento al buio di Arthur Bradford, contenuto qui, descrive l’inquietante e folle passione che certa gente riesce a sviluppare: “Shirley mi ha fatto vedere la stanza degli ospiti, che era anche la sua ’stanza dei serpenti’. Le pareti erano rivestite di vasche di vetro con dentro i serpenti. Alcune di queste vasche erano veramente grandi, e i rettili sembravano lunghi quasi tre metri. Il più grande si chiamava Queen Mary ed era largo quasi come il mio collo. «Che gli dai da mangiare?», le ho chiesto. «Topi», ha detto, «e piccoli conigli»”. Ora, non dubito neanche per un istante che scene simili a questa e anche peggiori esistano, ma resta per me un mistero la fascinazione che un “hobby” tanto insano possa suscitare nei suoi praticanti. Già di per sé la definizione di hobby è opinabile; trasformare un essere vivente, dopo averlo illegalmente sradicato dal proprio ambiente, in un giocattolo domestico è ingiusto ancor prima che idiota; mettersi poi a ingozzare di ratti e altra robaccia (ovviamente viva…) le orride fauci spalancate è raccapricciante. Vivreste, voi, accanto a qualcuno che tenesse in salotto un cobra? E che lo sfamasse con rane, piccioni, bestie squittenti? E che ogni tanto lo liberasse per giocarci o per vedere che fa? No, vero? Io no di certo, anzi denuncerei l’eventuale squinternato. Così accadono le “tragedie” di cui danno sempre volentieri conto i telegiornali: uno scemo pretende di giocare col suo leone come con un barboncino e il leone, riconoscendosi dominante su un esemplare di uomo tanto impudente, se lo mangia. Oppure, in modo stavolta incruento ma non meno cretino, lo stesso scemo si stufa del cobra frattanto cresciuto e lo getta nella tazza, tira l’acqua e crede d’essersene liberato. Il più delle volte il crudele proposito non si attua, e il cobra ripudiato si insedia nella rete fognaria, dove trova pane per i suoi denti. Nel caso delle Everglades, uno dei tanti “amanti” dei rettili deve aver pensato di sbarazzarsi dei suoi amichetti da quelle parti, magari confidando nell’inadeguatezza a vivere in un luogo sconosciuto. Gli amichetti in questione, tuttavia, non potevano cadere meglio, e adesso per colpa di dieci, cento o mille scriteriati un paese intero è in pericolo. Guardate, quando dico pericolo non scherzo. Il pitone birmano non è goffo, non è lento, non è neppure facile da uccidere. E’ piuttosto vero il contrario, perché considera cibo tutto quel che si muove (uomini, donne e bambini inclusi), è forte e coriaceo, divora perfino gli alligatori, tradizionalmente al vertice dell’ecosistema palustre. Inoltre si sposta agilmente e non teme di avvicinarsi agli insediamenti urbani. Frank Mazzotti, un naturalista dell’università della Florida, ha spiegato che finora ne sono stati recuperati 200 esemplari, e il brutto sta esattamente in questo: di solito quel che si riesce a catturare è circa il 10% di ciò che nei fatti c’è. Intendiamoci: gli americani non saranno fagocitati dai pitoni. Alcuni sì, è successo, ma non è questa la fine che faranno. A farne le spese sarà l’ambiente, e se l’ambiente, il suo equilibrio, collassa, allora è destinato a collassare il resto. Col tempo. Sempreché non si intraprenda un’azione di sterminio di massa di dubbia riuscita, visto che il vantaggio dei pitoni è ormai considerevole e visto che per ammazzarli tutti si dovrebbe battere palmo a palmo un’area estesa quanto l’Austria. E poi: sarebbe morale ucciderli? Essi del resto fanno quello che devono fare, quello che l’istinto gli impone. Comunque vada, sarà un disastro. In Australia ne sanno qualcosa. Negli anni Cinquanta, per debellare i parassiti di alcune coltivazioni, il governo introdusse una specie di rospo velenoso. L’anfibio, disgustosamente abnorme, non solo non ha assolto al compito assegnatogli, ma ha invece invaso dapprima il settore nordorientale del paese e di recente di sta spostando ad ovest. La gente del luogo non sa a che santo votarsi, i rospi sono milioni e non hanno nemici poiché velenosissimi, e i contadini sono costretti a battere i fossi con i bastoni chiodati. Una lotta impari che presto perderanno. Insomma, tutto questo per dire che con la natura non si può scherzare e che anche una cosa apparentemente bella, perché soddisfa la nostra vanità, può diventare un rischio e un pericolo mortale.

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Va tutto bene sì

Pubblicato da giovannicarrosio su 10 Luglio, 2009

G8 summit car park

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Va tutto bene

Pubblicato da sandro su 9 Luglio, 2009

Secondo giorno di G8, e il Tg1 sceglie il registro agiografico. Berlusconi è un santo, ha organizzato un vertice perfetto, impeccabile, tutti lo amano. Non fosse una sciocchezza, le parole dei cronisti sono tanto vivide che ce lo si figura con la cazzuola in mano e il capellino di carta, mentre allestisce ponteggi, stucca muri, consola i disperati. Ma la situazione dell’Abruzzo, l’amarezza degli abruzzesi, non trovano spazio nel telegiornale del berlusconiano Minzolini. Ogni possibile fonte, anche indiretta, inconsapevole, subliminale, di dissenso è preventivamente disinnescata. Semplicemente non se ne parla. Esistono soltanto i “grandi”, le loro consorti che fanno prima shopping a Roma e poi si sporcano le suole dei mocassini fra i calcinacci dell’Aquila. Il solerte Bertolaso, nei guai in Campania per lo smaltimento illegale dei rifiuti, sembra Nino Bixio, pronto a tutto per il suo Garibaldi. Seguono allucinanti servizi sul made in Italy che trionfa a Coppito, pensate un po’. Le stanze nelle quali temporanemente dimorano i “grandi”, infatti, sono arredate e ammobiliate da ditte italiane. E non è tutto: il pigiama di Medvedev è in seta italiana, così la stilografica di Obama, così la moglie di Sarkozy. Un trionfo. Trionfo che prosegue con la cena offerta dal presidente Napolitano, nella quale – il “giornalista” ci tiene a sottolinearlo – si mangerà e berrà prodotti della terra, biologici. Ne saranno di certo affascinati Gheddafi e Mubarak, due autocrati che prendono parte a un consesso dove si discute, fra le altre cose, di democrazia e progresso. La cosa più allucinante, comunque, è stata la visita di George Clooney e Walter Veltroni alle gente in tenda. Il primo per annunciare che girerà un film in Abruzzo; il secondo per non si sa che. Il Pd intanto gioca a fare il congresso e accetta di tacere in favore di Di Pietro, rimasto solo a fare l’opposizione. Domani il sipario viene calato, e dopo l’orgiastico festino d’autoesaltazione patria, sul tavolo ritroveremo leggi barbariche sulla sicurezza/immigrazione, disegni di legge illegittimi sul ritorno del nucleare, sul bavaglio alla stampa e la limitazione delle intercettazioni. Bello. Senza dimenticare la crisi economica. Come si dice ottimismo in tedesco?

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