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Ancora sulla Rana di Bolzano

11 novembre 2008

Perhaps literature and the arts have a permanent function of scandalizing. By readily and
insistently representing evil, the artist destroys the conventional and hypocritical image which the
righteous are inclined to assume; and so the artist is always accused of perverting man by
distorting the image of man
(Ricoeur, “Image,” 119)

ranacopertagiornaliEcco com’era esposta la scultura Zuerst die Fusse a Bolzano: coperta di giornali, che ne impedivano la piena visione per non offendere i sensibili visitatori

Parliamoci chiaramente: la rana di Kippenberger rappresenta una blasfemia per la maggior parte della popolazione italiana. Si tratta, per inciso, della stessa maggioranza che accetta la definizione di “carineria” per la boutade razzista del proprio Primo Ministro, che non si allarma troppo per i roghi nei campi rom, ma che si straccia le vesti se una rana di legno viene inchiodata alla parete di un museo di cui nessuno ha mai
sentito parlare. Ogni evento andrebbe inserito nelle debite, ridicole prospettive.

Cercherò di analizzare sommariamente la vicenda artistica della rana. Anzitutto, postuliamo il fatto che si tratti di arte, per motivi che non mi accingo a discutere negli spazi miseri di un blog ma che trovano la loro legittimazione in novant’anni di storia. Una storia che affonda le proprie radici filosofiche nell’approccio Dada all’elezione dell’objet d’art, e le proprie fonti visive più immediate nell’espressionismo tedesco di Kirchner, Grosz e Beckmann. In una più ampia accezione di espressionismo quale categoria dello spirito, non sarebbe azzardato dilatare questo fonti fino a Grünewald ed El Greco.

Che la rana sia bella o meno, poi, non ci deve interessare: il piacere estetico e il concetto stesso di opera d’arte hanno da sempre percorso strade diverse: nel corso della storia, le due strade si sono spesso, ma non sempre, intrecciate; nell’ultimo secolo le divergenze si sono fatte più frequenti, senza per questo che la mancanza del primo fattore abbia inficiato la validità o l’autorità del secondo. Sono chiacchiere inutili quelle a sostegno del contrario.

La vera domanda da porsi è se questa rana rappresenti una buona opera d’arte: riesce, quest’opera, a convogliare un determinato messaggio ad un determinato pubblico? Si inserisce organicamente nella produzione dell’artista? Rappresenta una tappa significativa del suo sviluppo iconografico? Il mercato ha apprezzato quest’opera? Questi, in definitiva, sono gli elementi che vanno tenuti in considerazione nell’analisi di un manufatto tanto audace quanto recente.

Non va infatti dimenticato che Zuerst die Fusse ha solo 17 anni ed è il prodotto di un artista morto recentemente; ogni nostra parola spesa in merito a questo anfibio ha necessariamente il sapore della critica d’arte e non può ammantarsi di pretese storico-artistiche. Di qui ne deriva che inutili sono le lodi, e inutili le condanne. E’ necessario tentare di inserire questa scultura nel contesto che l’ha generata e valutare la buona riuscita dell’operazione artistica nel suo insieme.

Ebbene, il mio modesto parere è che sì, questa rana rappresenti una buona opera d’arte.

Essa non ci parla di Cristo o della religione cristiana, bensì di Kippenberger e del disagio di una generazione di artisti tedeschi nati e cresciuti negli anni ’50 e ’60. Una generazione il cui orizzonte figurativo comprendeva le neoavanguadie europee, l’espressionismo astratto statunitense, le recenti provocazioni neodada, la nascente pop art. Volgendo lo sguardo a Est, verso spazi e ideali politici forse più affini, le speranze si inaridivano sotto il sole a picco del realismo socialista.
In patria, restava solo la miseria delle rovine di un’arte di regime incapace di declinarsi in un linguaggio formale autonomo, nemmeno lontanamente paragonabile agli esiti italiani dell’arte fascista o vicina al fascismo.
Quindici anni di nazismo avevano demolito il faticoso percorso dell’arte tedesca successiva alla prima guerra mondiale, distrutta nei roghi purificatori o, nei casi più fortunati ma più cinici, svenduta nei musei di mezzo mondo. Si trattava di una paternità riconosciuta e conclamata, ma  ormai assente.

Questi artisti, tra cui Kippenberger, Anselm Kiefer e altri, furono privati delle fonti primarie necessarie per iniziare un fruttuoso dialogo con un passato di cui raccogliere i cocci e con tutto un futuro ancora da costruire.

Essi hanno trovato nello scherno, nella parodia, nell’assurdo e nella provocazione gli elementi per rapportarsi a un’eredità troppo pesante da gestire. Schiacciati tra un’arte occidentale sempre più guidata dalle logiche di mercato, da un arte socialista di regime, orfani delle proprie tradizioni di appartenenza, essi hanno saccheggiato ogni linguaggio traendone un gramelot intenso e originale.
Una consapevole operazione di squadernamento delle icone più consolidate, secondo parametri non particolarmente nuovi, ma ricomposti in modi originali. Il risultato per lo spettatore è un senso di spaesamento, lo stesso che dovevano provare questi uomini durante la ricostruzione di una Germania che ipocritamente cercava di rimuovere il ricordo delle ragioni e dei risultati della tragedia nazista, anche nel campo delle arti. Matthias Winzen, in un articolo del 1989 pubblicato su Art Journal, The Need for Public Representation and the Burden of the German Past, analizza parte di queste dinamiche e i loro esiti espositivi polemici e contestati, presenti in Germania fin dagli anni Ottanta.

Buona parte dell’opera di Kippenberger si inserisce a pieno titolo in questo approccio dissacrante e disincantato: si pensi a Likeable Communist Woman, un ritratto warholiano realizzato con tecnica mutuata dal realismo socialista, ma capace di ingenerare una icona pop. Una beffarda rassicurazione del fatto che la donna, anche se comunista, ci può piacere in quanto bella. Un’operazione di smascheramento dei linguaggi dell’arte, che scopre le ipocrisie delle arti di regime e degli spettatori che a tali opere si avvicinano. Nella memoria dell’artista, infatti, affiora l’arte nazista che tramite il culto del corpo sano permette l’esibizione della nudità maschile e una carica omosessuale altrimenti inibite.

1a5f877357M. Kippenberger, Likeable Communist Woman, 1983, Coll. privata

La rana di Kippenberger è figlia di questo contesto: essa è discendente lontana del crocifisso di Grünewald, con il quale condivide monumentalità e strazio fisico. In tempi più recenti, il confronto prosegue con il crocifisso con la maschera antigas di Grosz, che inserisce nell’opera i primi “oggetti”, tra cui la maschera stessa e i gambali, retaggio della recente tragedia bellica. Le forme scomposte e volgari, gli occhi fuori dalle orbite, sono infine il prodotto dei grandi e perduti crocifissi lingei di Gies e Barlach, distrutti durante la seconda guerra mondiale o dalla furia nazista. Quei crocifissi, opere strazianti legate ai caduti della prima guerra mondiale, furono inclusi in Entartete Kunst, la rassegna sull’”arte degenerata” promossa dal regime di Hitler. Non sono purtroppo in grado di trovare una riproduzione digitale del crocifisso perduto di Barlach, decisamente il più simile all’opera di Kippenberger. Chi fosse interessato, può trovare alcune fotografie nel libro di Stephanie Barron, Degenerate Art, 1991. In mancanza di Barlach, vi propongo una rara foto del crocifisso di Gies, anch’esso andato distrutto.

crucifixionM. Grünewald, Crocifissione, 1515, Colmar, Musée d’Unterlinden

511

inriG. Grosz, Crocifisso con maschera antigas, due versioni, circa 1924

artstor_103_41822000534105L. Gies, Crocifisso, opera distrutta

Che la Chiesa Cattolica, il Vaticano e un Papa tedesco non riconoscano il valore e le suggestioni dell’opera di Kippenberger dà tutto il peso di una religione ignorante e incapace di aprirsi a un rinnovato dialogo con l’arte, un dialogo ormai chiuso da decenni.

Le parrocchie dell’Alto Adige avrebbero fatto meglio a portare i fedeli in gita al museo, e prendere una guida che spiegasse loro con quali occhi osservare una rana che forse tra trent’anni non conterà nulla nel contesto della storia dell’arte tedesca ma che, per un momento, ha tolto un velo sulla storia culturale e politica di un uomo e del suo popolo.

Chiudo la tirata con due avvertimenti, giusto perchè non mi si obiettino le solite sciocchezze.

Anzitutto, non mi importa nulla se i soliti papisti e paladini dell’occidente sosterranno che la direzione del museo trovi facile attaccare la Chiesa Cattolica ma che, in nome di un relativismo vigliacco, non si sognerebbe mai di attaccare un simbolo dell’Islam. Ciò è forse vero. Ma non me ne importa nulla. Siamo, per nostra stessa necessaria ammissione, cresciuti e imbevuti di cristianesimo; il Papa ci ricorda a ogni piè sospinto che le nostre radici sono da ricercarsi nella storia cristiana. Ebbene, anche l’arte gli dà ragione: eccola, ancora una volta, a calpestare lo stesso, cristiano terreno. Desidero anche sottolineare una certa soddisfazione nel poter affermare che la nostra società è libera e aperta a tal punto da permettere queste operazioni scandalose che, seppur criticate e scomunicate, non vengono risolte con il taglio di qualche testa o con l’ergastolo. Ben venga il giorno in cui anche gli artisti iraniani metteranno in mostra un Kohmeini deturpato dall’acido che la sua polizia morale ha usato per vent’anni. I nostri musei saranno il loro rifugio e il loro primo megafono.

In secondo luogo, i preti e i loro lacchè la piantino di criticare l’arte in quanto sfuggita al loro controllo. Si rendano conto che l’arte religiosa è morta, paradossalmente incapace di tenere il passo del linguaggio astratto di sessant’anni fa. Non sono forse ridicoli? I grandi concetti dei concili e dei dogmi, alla fin fine, non trovano migliore espressione che il solito repertorio figurativo fatto di parabole, madonnne col bambino, crocifissi e santi vari. Da qui non ci si sposta, vuoi per le necessità didascaliche verso i fedeli, vuoi per l’effettiva incapacità della chiesa di proporre nuovi linguaggi, nuove forme.
L’unico tentativo di rinnovamento a me noto in terra italica, ma qui divago, è quello del gruppo Kn, di cui non sto a farvi la storia, ma che incontrò i favori di certa parte della Democrazia Cristiana negli anni Cinquanta.
Vanno fatte alcune eccezioni per opere di carattere architettonico, come la chiesa sull’autostrada di Michelucci: bella o brutta che la si giudichi, resta un caso architettonico degno di nota.

Caro Papa, cari dotti del Vaticano e fedeli di ogni dove: Kippenberger non vi voleva male, il vostro disprezzo è vomitato su un bersaglio innocente. Invece di chiedere la testa di una persona che ha osato mostrarvi il suo dolore, avvicinatevi con più umiltà a quello che resta, per noi tutti, un simbolo di sofferenza. E chiedetevi perchè, ancora una volta, sia necessario esporlo.

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  1. giovannicarrosio permalink*
    12 novembre 2008 00:19

    caro nicola, complimenti. hai reso proprio un servizio al nostro blog, ai lettori e alla libertà di pensiero. grazie

  2. giovannicarrosio permalink*
    12 novembre 2008 01:49

    Nicola, mi piacerebbe, quando hai tempo, che approfondissi la parte del testo che riporto sotto. Da tempo abbiamo in cantiere di ragionarci su: ricordi quella roba che ti scrissi sul grido e sul piacere estetico della rivolta?
    Nutro poi molti dubbi sulla capacità del mercato di discernere la buona opera d’arte da quella meno buona. Quando si tratta di cultura il mercato fa sempre macelli, lo vediamo nell’applicazione delle logiche di mercato nelle strutture universitarie. Ma tutto il discorso mi interessa: possiamo davvero discernere?

    “Che la rana sia bella o meno, poi, non ci deve interessare: il piacere estetico e il concetto stesso di opera d’arte hanno da sempre percorso strade diverse: nel corso della storia, le due strade si sono spesso, ma non sempre, intrecciate; nell’ultimo secolo le divergenze si sono fatte più frequenti, senza per questo che la mancanza del primo fattore abbia inficiato la validità o l’autorità del secondo. Sono chiacchiere inutili quelle a sostegno del contrario.

    La vera domanda da porsi è se questa rana rappresenti una buona opera d’arte: riesce, quest’opera, a convogliare un determinato messaggio ad un determinato pubblico? Si inserisce organicamente nella produzione dell’artista? Rappresenta una tappa significativa del suo sviluppo iconografico? Il mercato ha apprezzato quest’opera? Questi, in definitiva, sono gli elementi che vanno tenuti in considerazione nell’analisi di un manufatto tanto audace quanto recente”.

  3. sandro permalink*
    12 novembre 2008 10:20

    Grazie, Nicola, per la bella ed esaustiva spiegazione: ora, guardando l’opera di Kippenberger, la capisco. Nonostante che l’arte contemporanea non sia sempre di mio gradimento, mi trovo completamente d’accordo con te quando dici che l’estetica, qui, ha nessuna importanza. E’ vero, è un concetto elementare. Di vero, inoltre, c’è l’ignoranza di un ceto clericale incapace di misurarsi con la realtà circostante e non rassegnato a considerare la libertà di pensiero un diritto e una conquista della civiltà. Piccoli episodi come quello di Bolzano (l’avevo letto anch’io, tempo fa, su un trafiletto) sono quelli che fanno arrabbiare di più, perché danno il senso di quanto assurdamente e subdolamente si adoperino i farisei di ogni latitudine per spogliare l’uomo e la donna della loro dignità di esseri senzienti, provvisti di un autonomo codice etico, membri a pieno titolo della società del XXI secolo, portatori di sensibilità ed esperienze culturali diverse. Del resto, si sa, le religioni si radicalizzano quando traballano, e il pontificato di Ratzinger si spiega soltanto così. I preti, che sono in tutto e per tutto delegati locali del partito di dio, hanno sempre pensato – e, ahimè, pensano tuttora – di doversi sostituire alle coscienze dei singoli, facendo leva sulla loro scarsa istruzione e sulla conseguente predisposizione alla credulità causata dall’ingenuità nella quale versano (c’è un passo di Flaubert, contenuto nel “Bouvard e Pécuchet”, che recita: «la coscienza di un’istruzione manchevole, con i bisogni spirituali che questa faceva nascere in lui, inaspriva il suo carattere»). Si capisce bene, quindi, l’interesse che essi hanno di mantenere il popolo asservito ai loro fini, ossia la conquista e il mantenimento del potere in modo antidemocratico. Diffondere la superstizione, coltivare la fiducia nei miracoli e, parallelamente, la diffidenza nei confronti della scienza, nonché alimentare false speranze di ascesa in cielo da conquistarsi con la penitenza e la mortificazione in vita, è il pane quotidiano di questa rivoltante istituzione totale chiamata religione. Inasprire il carattere delle persone, come diceva il grande Gustave, è il solo mezzo per ottenerne l’obbedienza. Impoverire l’animo e saturare la coscienza di dogmi è la sola speranza di essere presi sul serio. Castigare chi si scosta dalla versione ufficiale della verità, o chi semplicemente si limita ad esercitare la libertà di espressione, è la prassi per conservare i benefici derivanti da quanto detto sopra. Davvero: la gente dovrebbe affrancarsi una volta per tutte da questa irragionevole schiavitù. Che cosa si deve pensare di chi si spende per ottenebrare l’umanità? per reprimere in essa le sue pulsioni naturali, la sua curiosità intellettuale, il suo innato desiderio di comunicare? Come potrà mai contribuire al bene universale un’esperienza religiosa che ha promiscuità aberranti con la censura, il razzismo e la reazione? E poi, quale credibilità può avere un clero che settant’anni fa faceva il saluto fascista o mandava benedizioni speciali a dittatori quali Pinochet? Quanto a lungo si nasconderanno dietro la foglia di fico del libero arbitrio? Il messaggio cristiano, che inteso come filosofia di vita ha perfino dei tratti nobili, è morto e sepolto; il suo uccisore è la chiesa, e i suoi volonterosi carnefici sono quei fedeli che non vogliono aprire gli occhi sulle colpe delle gerarchie o che non hanno la cultura necessaria per farlo. Il problema è che, alla fine, ci va di mezzo chi non c’entra, a rimetterci è sempre una maltrattata minoranza (ma non sono così sicuro che sia tanto minoritaria, a giudicare dalla pletora di bigotti conformisti che si dichiara credente a scopo di convenienza). Insomma, per concludere e per tornare all’opera d’arte in questione, Kippenberger non è il primo e non sarà l’ultimo sacrificato sull’altare della fede – quest’impalpabile, salvifica chimera. Personalmente, la rana in croce non mi piace ma ne rispetto l’idea, che come facevi notare tu, Nicola, ha radici profonde nei movimenti d’avanguardia tedeschi. I disegni di Grosz mi piacciono molto di più, e ritrovo in essi rimandi alla corrente espressionista nordeuropea che, al contrario, ho sempre apprezzato. Solo delle teste rozze, menomate dal fanatismo, potevano licenziare la direttrice del museo (alla quale va la mia solidarietà) e biasimare l’opera. La stessa cosa era accaduta l’anno scorso con quel busto vagamente ratzingeriano voluto da un Vittorio Sgarbi stavolta decente. Quanto al relativismo vigliacco, concordo anch’io nel dire che prima viene il cattolicesimo: è di quello che siamo imbevuti, o meglio siamo stati avvelenati, sin da piccoli, contro la nostra volontà. Certamente l’islam è più difficile da criticare (gli anni di neoconservatorismo, in questo caso, hanno solo aumentato le difficoltà), e credo dipenda dal fatto che per i fedeli di quella religione il testo sacro sia anche fonte del diritto, fondamento di un sistema sociale complesso. Se non erro, infine, rappresentare graficamente gli “eroi” di quella mitologia è vietato. Nei paesi fortemente islamizzati, o nei paesi dove l’islam è particolarmente deprecato, il radicalismo raggiunge forme parossistiche di violenza, è vero. Pure qui, però, le colpe sono da suddividere fra chi pretende il rispetto della propria identità e chi rivendica il sacrosanto diritto di esprimersi come meglio gli pare e piace. Dovrebbe esserci più rispetto, più relativismo, più laicità, insomma… Io, tra l’altro, non dubito che se in Europa non avessimo avuto l’Illuminismo, oggi si dovrebbe temere per la propria integrità solo nel nominare il nome del papa. Eccola! eccola qua la nostra autentica radice comune europea: l’Illuminismo!

  4. giovannicarrosio permalink*
    12 novembre 2008 14:26

    Troppe sollecitazioni che mi stuzzicano, ma non riesco a starvi dietro! Sandro, la tua visione di Illuminismo e’ per me troppo celebrativa ed ottimistica. Le radici della crisi ambientale, per esempio, le vedo anche li’ e con la saldatura tra illuminismo e scientismo positivista. Rimando per ora a “Dialettica dell’Illuminismo” di Adorno ed Horkheimer. So che non e’ elegante, ma ci vorrebbero ore e ore per darti una risposta esaustiva e a tono con il tuo intervento. Che poi la liberta’ di pensiero vada difesa sempre e comunque non vi e’ dubbio, ma i fenomeni sono sempre sfaccettati e complessi e spesso vale la legge di natura sulle reazioni eguali e contrarie.
    Ora sto lavorando ad un altro argomento, percio’ mi fermo qui. Aspettatevi un bel pezzo, molto ragionato, dal titolo provvisorio “Le contronarrazioni della lumaca in epoca di biocapitalismo”.
    a presto

  5. 12 novembre 2008 15:09

    Mi unisco ai ringraziamenti a Nicola. Pezzo di una chiarezza cristallina nel linguaggio e nel ragionamento. Grazie davvero!

  6. sandro permalink*
    13 novembre 2008 09:52

    Ricordo bene, Giovanni, il mio goffo tentativo di leggere “Dialettica dell’Illuminismo”. Me l’avevi prestato per alcuni giorni, ma dopo le prime dieci pagine il cervello cominciò a fumarmi e dovetti smettere. Sono stato uno sciocco a non proseguire la lettura, lo riconosco. Ricordo anche la spiegazione che me ne avevi fornito; seppur sinteticamente, eri riuscito a trasmettermi il concetto che sta alla base di quell’opera geniale. Di questo ti ringrazio una volta di più, e prometto di provvedere quanto prima a colmare la terribile lacuna che mi porto appresso. Tuttavia, proprio in virtù del fatto che il significato di fondo del libro mi è noto, non capisco come ti possa aver impressionato la visione «celebrativa ed ottimistica» che secondo te avrei fatto dell’Illuminismo nel commento al post di Nicola. Infatti, mi sono limitato ad esaltare la funzione affrancatrice che esso ha incontestabilmente avuto nella recente storia europea, ponendo fine al medioevo dei rapporti nobiltà-clero-popolo e diffondendo le idee all’origine del modello statuale odierno, ossia la tripartizione del potere in legislativo, esecutivo e giudiziario – per non tacere del fondamentale apporto dato all’elaborazione della cultura filosofica, letteraria e scientifica sette-ottocentesca. Ciò che è stato poi è sotto gli occhi di tutti: il consorzio umano si è rivelato troppo ottuso per meritare davvero l’emancipazione offertagli da Voltaire, Montesquieu, D’Alembert, Rousseau, ecc. Oggi il mondo vacilla sull’orlo – macché dico orlo, praticamente ci è già dentro! – di una crisi ecologica da un lato e di un ritorno di fiamma dell’autoritarismo analfabeta dall’altro. Lo so, ne sono pienamente consapevole, ne ho anche scritto su questo blog. Penso però che lo sviluppismo malato sia frutto, oltre che della distorsione illuminista, di un sincretismo chimerico dato da elementi protestanti, utilitaristi e progressisti (ricordi il pezzo della Yourcenar sul progresso?), esperienze quindi diverse e distanti fra loro. Le rivoluzioni industriali le han fatte in Inghilterra, non a caso, paese che aveva conosciuto con un secolo buono d’anticipo sulla Francia giacobina il decentramento e l’amministrazione del potere. Poi, per carità, possiamo dire che l’ottimismo illuminista abbia giustificato in un certo senso il colonialismo, di cui l’imperialismo è discendente. Ma io questo non l’ho affatto glorificato nel commento, anzi non ne ho proprio fatto menzione, perché l’unico merito che non smetterò di accordare al XVIII secolo è, e sarà sempre, di aver rischiarato le menti, di aver ridato dignità agli oppressi, di aver gettato le basi della democrazia rappresentativa così com’è declinata in quello che definiamo occidente. Ho usato l’Illuminismo in opposizione all’oscurantismo religioso, questo sì; e non vedo quali siano i «fenomeni sfaccettati e complessi» per cui valga la «legge di natura sulle reazioni eguali e contrarie». Senz’altro si è trattato di un fraintendimento, ma ti avviso: non ho alcuna intenzione di ingaggiare una disfida filosofico-politica con colui che considero un maestro del genere…
    Cari saluti,
    Sandro

  7. Nicola permalink*
    17 novembre 2008 04:12

    Torno, un’altra volta, sulla rana di Bolzano. In primo luogo, lo faccio per ringraziarvi degli immeritati complimenti.

    In secondo luogo, per sgombrare ogni dubbio e timore che qualcuno tra voi avrà forse maturato: desidero dichiarare pubblicamente che nemmeno a me la rana piace, e ritengo che per trattare le drammatiche questioni poste dall’opera di Kippenberger ci siano modi migliori. Ciò non toglie che questa sia stata la scelta dell’artista: come tale la dobbiamo rispettare da un punto di vista della semplice registrazione storica, e dobbiamo sforzarci di capirla, se non apprezzarla. In altre parole, non amo questa rana da un punto di vista puramente epidermico, come d’altronde
    non amo, superficialmente, i dipinti di Parmigianino o di Poussin. Quest’ultimo, però, ha pur sempre un’intera galleria al Louvre, e non mi sognerei mai di negare la liceità di una tale scelta museografica.

    Infine, l’ultimo motivo che mi vede tornare su questo post è la risposta che devo alle sollecitazioni di Giovanni e in parte di Sandro, con il quale concordo quasi pienamente. Il suo piccolo peana all’Illuminismo, che pure credo non sia privo, almeno in nuce, di una giusta misura e di un senso critico, trova in me un fervente sostenitore.

    Le osservazioni aggiunte da Sandro al mio testo, in realtà, più che elaborare ulteriormente la questione artistica, analizzano l’attitudine della Chiesa Cattolica nei confronti della cultura e della società laiche. Non potrei trovarmi più d’accordo con quanto scritto.

    Attendo sempre da Giovanni il famoso intervento che dovrebbe mettere in crisi la lettura spietatamente illuminista e troppo lucidamente atea che a suo dire ci caratterizza, ma sono ben conscio dei suoi impegni e non vorrei certo che questo argomento prendesse un peso non necessario, viste i mille altri drammatici fronti che ci circondano.

    Tornerò dunque alla questione artistica, e in particolare alle due richieste di Giovanni: qualche parola sulle dimensioni ed il ruolo del piacere estetico, e qualche osservazione sulla valenza critica e storico-artistica del mercato.

    Una premessa è necessaria: ogni opinione espressa qui di seguito è puramente personale e frutto delle mie riflessioni. Come d’altronde anche nel post, non sto riportando alcun parere illustre, se non lo faccio in modo esplicito.

    Comincio dunque dalla prima questione. Caro Giovanni, come affermo nel testo, non ritengo che il piacere estetico sia fondamentale nel giudizio finale circa l’importanza o il valore di un’opera d’arte. Ritengo, tuttavia, che esso rappresenti un formidabile valore aggiunto, quando presente, e che contribuisca grandemente alla buona riuscita di un’operazione di tipo artistico. Credo, inoltre, che spesso e volentieri la presenza di un piacere estetico derivante dalla contemplazione di un’opera sia sufficiente a catalogarla come opera d’arte. Ciò è vero secondo
    l’insegnamento e le teorie degli esteti e secondo un sentire comune della natura umana, che assegna alla bellezza e al piacere da essa scatenato un valore viscerale, addirittura erotico. Più che alla bellezza, potremmo dire alla rispondenza a certi canoni culturali formalizzati dalle varie società, con metodo simile a quello seguito dalla maggior parte delle specie animali, le quali seguono però generalmente canoni legati alla funzionalità evolutiva.

    Credo sia giusto citare la presenza di questi canoni altri rispetto alla bellezza, quando si parla di piacere estetico.

    In primo luogo poichè essa non è oggettiva, bensì è il risultato di una mediazione culturale sociale prima e individuale poi.

    In secondo luogo poichè, almeno etimologicamente, l’estetica in se stessa non è dipendente dal concetto di bellezza, bensì il contrario. Il termine estetica, in greco, è legato al concetto di sensazione, percezione; il concetto di bellezza vi è stato affiancato a partire dal ’700, proprio a causa dell’indefinibilità di una bellezza assoluta, e della sua innegabile componente soggettiva.

    In terzo luogo, dobbiamo allontanarci dal concetto di bellezza come unica causa scatenante del piacere estetico, perchè spesso e volentieri a ingenerarlo è il suo esatto opposto: il brutto, l’orrido. E’ lo sguardo misto di curiosità e vergogna che non riusciamo a distogliere dalla scena di un incidente; è la passione per un film fatto di crimini e violenza; è l’ammirazione per l’umiliante Ecce Homo di Tiziano, per la brutale crocifissione del Tintoretto alla Scuola Grande di San Rocco, per il Trittico della guerra di Otto Dix.

    Proprio da questo terzo elemento, il non-bello, possiamo forse trarre le prime ragioni che ci spingono a ipotizzare anche un piacere estetico della rivolta, e ancor prima della distruzione, della decostruzione, del grido di chi soffre e di chi devasta.

    L’arte generata con l’intento preciso di sollecitare il piacere estetico tramite questi elementi non avrà vita facile, poichè si pone in contrasto con buona parte dei mezzi che la distribiuscono e del pubblico che la osserva. L’arte che, al contrario, punta principalmente ad una strategia di rivolta e lascia da parte i piaceri estetici evita i rischi di contrapposizione con le forme cristallizzate della produzione e del consumo artistico, ma rischia di passare inosservata, di essere degradata al rango di mera operazione politica, testimonianza di delinquenza giovanile, turbativa dell’ordine pubblico.

    Un esempio lampante di questa situazione ci è dato dai graffiti urbani, che sono arte nella gran parte delle loro forme, financo quella fastidiosa del tagging, ma che rimangono odiati dal pubblico e perseguiti dalla legge. Essi non ricevono attenzione da musei, gallerie o collezionisti. Anche per questi fatti, il loro messaggio politico e sociale si perde nelle pieghe di una dimensione troppo politica, quella dei murales, o di un’ortodossia criptica intelligibile solo agli iniziati.

    Un esempio del primo caso, dell’arte che aspira alla rivolta tramite un utilizzo consapevole del piacere estetico, è senza dubbio il caso dell’arte Futurista: un’arte che, tuttavia, sarà costretta a scendere a clamorosi, scandalosi compromessi proprio per non perdere pubblico, mostre, valore economico.

    Credo sia interessante notare come l’arte della rivolta, così come credo la voglia intendere Giovanni, sia per buona parte un’arte mutevole, temporanea, legata più alla performance che a un dimensione statica e museale. Anche di questo fatto e della sua efficacia si potrebbe discutere a lungo: avrà toccato più coscienze un’automutilazione di Vito Acconci o Il Funerale a Ornans di Courbet?

    Spero di aver, seppur banalmente, chiarito il mio pensiero o se non altro i termini della questione in merito a questa faccenda. Torno a segnalare che un testo fondamentale per comprendere tutte queste discussioni è il famoso manifesto dell’Internazionale Situazionista di cui ormai vi parlo da più di un mese ma che non ho ancora tradotto. Ve lo pubblicherei in inglese, ma non lo faccio perchè sono certo che non avreste la costanza di leggerlo fino in
    fondo. La prosa è talmente oscura che mi lacrimavano gli occhi davanti al monitor, nel disperato tentativo di riordinare le frasi nel mio cervello. Vi prego dunque di pazientare fino a metà dicembre per un post tradotto e meditato.

    Concludo con qualche parola sul mercato dell’arte. Giovanni, è ovvio che anche in questo caso il mercato ha valore fino ad un certo punto. Tuttavia, un qualche valore è pur presente, a saperlo leggere.

    Anzitutto, siamo nel campo degli oggetti: il valore che viene loro assegnato è puramente nominale, poichè non rispecchia i costi di produzione. Si tratta di un valore, tuttavia, che una volta assegnato tende a stabilizzarsi nel tempo, e non presenta la volatilità di un prodotto del mercato finanziario. In altre parole, il mercato dell’arte segue le dinamiche dei mercati collezionistici, dove il valore è nominale ma garantito da alcune convenzioni dure a
    modificarsi.

    In aggiunta alla relativa stabilità, il mercato dell’arte risponde ad alcuni altri valori di economia da manuale: scarsità e abbondanza, domanda e offerta, regolano i prezzi senza troppe interferenze, proprio grazie alla materialità degli oggetti scambiati, che sono pezzi unici e non possono essere moltiplicati secondo logiche di riproducibilità industriale.

    Infine, il mercato dell’arte è in grado di riconoscere l’eccezionalità e il valore delle “prime volte”: il dipinto in cui per la prima volta Picasso ha lasciato intravvedere il concetto di cubismo acquisterà un particolare valore nella storia dell’arte, e verrà di conseguenza premiato da un valore economico adeguato. I lavori cubisti seguenti, magari meglio eseguiti da un punto di vista tecnico-stilistico, potrebbero non avere lo stesso valore economico se non sono in grado di apportare una novità o un nuovo livello di eccellenza.

    Come ogni mercato, anche quello dell’arte non è immune da rischi: è posibile drogarlo con immissione di troppe opere di un determinato artista; è possibile far circolare dei falsi. E’ possibile, soprattutto, influenzare grandemente le valutazioni dell’arte contemporanea. Un manipolo di critici d’arte, legati ad alcune gallerie, possono promuovere un artista mediocre e influenzare il mercato per anni a venire. A peggiorare questa situazione si deve ricordare il fatto che, specialmente negli Stati Uniti, per molte persone la carriera artistica si è
    trasformata in una vera e propria professione, fatta di marketing, promozioni, sconti e commissioni. Niente di nuovo, per carità: a commissionare opere erano in fila tutti i Papi del Cinquecento. E’ chiaro tuttavia che un ambiente artistico legato principalmente agli stimoli economici produrrà manufatti rispondenti a tali stimoli e non ad altro. Quegli stessi stimoli economici premieranno il manufatto; ma che ne sarà, di qui a vent’anni, quando l’economia avrà preso un’altra direzione? Si può sperare che le caratteristiche collezionistiche del mercato
    artistico facciano giustizia a posteriori, salvando quanto di artistico rimanga tra i cataclismi e i rivolgimenti economici.

    Probabilmente non si tratta di una bella speranza, ma di una magra consolazione. E possiamo scordarci che in quel modo vengano salvate opere che si richiamano al piacere estetico della rivolta. Ma quelle opere, ricordiamolo, non sono affatto in dialogo con tutto il sistema del museo, del gallerista e del collezionista. Il loro valore sta altrove, lontano dall’economia. Che questo abbia portato buoni risultati alla causa, poi, è tutto da valutare.

    Una domanda che vorrei rivolgere a voi tutti, a questo punto, è la seguente: siamo sicuri che l’estetica della rivolta sia necessariamente legata al terzo aspetto del piacere estetico, quello dell’attrazione al non-bello?

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