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Lo schiaffo ed il pugno

12 febbraio 2009

Pare che negli ultimi due giorni il blog sia divenuto luogo deputato alle commemorazioni: Darwin le merita senz’altro.

Visto che ci siamo, aggiungo un’altra commemorazione: quest’anno, e più precisamente in questi giorni, si celebra il centenario dell’avanguardia Futurista. Quello Futurista è un movimento che, per motivi di ricerca accademica, mi è sempre rimasto caro.

futuristiMarinetti e i pittori futuristi. Da sinistra, Russolo, Carrà, Marinetti, Boccioni e Severini. Parigi, 1912

Da un punto di vista artistico e letterario, l’avanguardia marinettiana è morta e sepolta, ed è naturale che sia andata così. Essa è stata uccisa soprattutto dal peso e dalla vergogna di una contaminazione fascista che non può trovare scuse. Tuttavia, dai primi anni di quel movimento resta viva la lezione di uno spirito anarchico, presente in molti dei suoi protagonisti; l’audacia di distruggere quell’aura di sacralità che troppe cose avvolge ancora oggi nel nostro paese, e il tentativo di creare e incoraggiare una nuova cultura, basata su nuovi paradigmi.

carra1Carlo Carrà, I funerali dell’anarchico Galli, 1910-11

Presento di seguito due contributi, pubblicati sul Corriere della Sera il 3 febbraio scorso, con la speranza che possano farvi riflettere: il primo, a firma di Antonio Gramsci, tratta del contributo storico di questa avanguardia.  Il secondo, scritto da Philippe Daverio, ci ricorda che cosa l’esempio futurista possa offrire nelle vicende dei nostri giorni. Daverio non dimentica la necessità di tenersi lontani dai facili entusiasmi e dai rischi di un revisionismo eccessivo, e mette in luce gli elementi di quel movimento che ancora oggi dovremmo coltivare: il desiderio di una modernità diversa, la capacità di protesta e la vitalità. Buona lettura.

Antonio Gramsci

Voglia di distruggere e fiducia in se stessi Questi sono artisti davvero rivoluzionari

Visioni limpide «I futuristi hanno avuto la concezione chiara che l’epoca della città operaia doveva avere nuove forme di linguaggio»

E’ avvenuto questo fatto inaudito, enorme, colossale, la cui divulgazione minaccia di annientare del tutto il prestigio e il credito dell’ Internazionale Comunista: – a Mosca, durante il Secondo Congresso, il compagno Lunaciarsky ha detto, in un suo discorso ai delegati italiani (- discorso, si badi, pronunciato in italiano, anzi in un italiano correttissimo, cosa per cui ogni sospetto di dubbia interpretazione deve essere a priori scartato – ) che in Italia esiste un intellettuale rivoluzionario e che egli è Filippo Tommaso Marinetti. I filistei del movimento operaio sono oltre modo scandalizzati; è certo ormai che alle ingiurie di ” Bergsoniani, volontaristi, pragmatisti, spiritualisti “, si aggiungerà l’ ingiuria più sanguinosa di “futuristi! marinettiani! “. Poiché una tale sorte ci attende, vediamo di elevarci fino all’ autocoscienza di questa nuova nostra posizione intellettuale. Molti gruppi di operai hanno visto simpaticamente (prima della guerra europea) il futurismo. Molto spesso è avvenuto (prima della guerra) che dei gruppi di operai difendessero i futuristi dalle aggressioni delle cricche di ” letterati ” e di ” artisti ” di carriera. Fissato questo punto, fatta questa constatazione storica, viene spontanea la domanda: “In questo atteggiamento degli operai era l’ intuizione (eccoci all’ intuizione: bergsoniani, bergsoniani!) di una necessità non soddisfatta nel campo proletario? Dobbiamo rispondere: ” Sì. La classe operaia rivoluzionaria aveva e ha la coscienza di dover fondare un nuovo Stato, di dover elaborare col suo tenace e paziente lavoro, una nuova struttura economica, di dover fondare una nuova civiltà. E’ relativamente facile delineare, già fin d’ oggi, la configurazione del nuovo Stato e della nuova struttura economica. Si è persuasi che in questo campo, assolutamente pratico, per un certo periodo di tempo non si potrà far altro che esercitare un potere ferreo sull’ organizzazione esistente, sull’ organizzazione costruita dalla borghesia: da questa persuasione nasce lo stimolo alla lotta per la conquista del potere e nasce la formula con cui Lenin ha caratterizzato lo Stato operaio: ” Lo Stato operaio non può essere, per un certo tempo, altro che uno Stato borghese senza la borghesia “. I l campo della lotta per la creazione di una nuova civiltà è (…) invece assolutamente misterioso, assolutamente caratterizzato dall’ imprevedibile e dall’ impensato. Una fabbrica, passata dal potere capitalista al potere operaio, continuerà a produrre le stesse cose materiali che oggi produce. Ma in qual modo e in quali forme nasceranno le opere di poesia, del dramma, del romanzo, della musica, della pittura, del costume, del linguaggio? Non è una fabbrica materiale quella che produce queste opere: essa non può essere riorganizzata da un potere operaio secondo un piano, non può esserne fissata la produzione per la soddisfazione di bisogni immediati controllabili e fissabili dalla statistica. In questo campo nulla è prevedibile che non sia questa ipotesi generale: esisterà una cultura (una civiltà) proletaria, totalmente diversa da quella borghese, anche in questo campo verranno spezzate le distinzioni di classe, verrà spezzato il carrierismo borghese: esisterà una poesia, un romanzo, un teatro, un costume, una lingua, una pittura, una musica caratteristici della civiltà proletaria, fioritura e ornamento dell’ organizzazione sociale proletaria. Cosa resta a fare? Nient’ altro che distruggere la presente forma di civiltà. In questo campo «distruggere» non ha lo stesso significato che nel campo economico: distruggere non ci significa privare l’ umanità di prodotti materiali necessari alla sua sussistenza e al suo sviluppo; significa distruggere gerarchie spirituali, pregiudizi, idoli, tradizioni irrigidite; significa non aver paura delle novità e delle audacie, non aver paura dei mostri, non credere che il mondo caschi se un operaio fa errori di grammatica, se una poesia zoppica, se un quadro assomiglia a un cartellone, se la gioventù fa tanto di naso alla senilità accademica e rimbambita. I futuristi hanno svolto questo compito nel campo della cultura borghese: hanno distrutto, distrutto, distrutto, senza preoccuparsi se le nuove creazioni, prodotte dalla loro attività, fossero nel complesso, una opera superiore a quella distrutta: hanno avuto fiducia in se stessi, nella foga delle energie giovani, hanno avuto la concezione netta e chiara che l’ epoca nostra, l’ epoca della grande industria, della grande città operaia, della vita intensa e tumultuosa doveva avere nuove forme di arte, di filosofia, di costume, di linguaggio: hanno avuto questa concezione nettamente rivoluzionaria, assolutamente marxista, quando i socialisti non si occupavano neppure lontanamente di simili questioni, quando i socialisti certamente non avevano una concezione altrettanto precisa nel campo della politica e dell’ economia, quando i socialisti si sarebbero spaventati (e si vede dallo spavento attuale di molti di essi) al pensiero che bisognava spezzare la macchina del potere borghese nello Stato e nella fabbrica. I futuristi, nel loro campo, nel campo della cultura, sono rivoluzionari; in questo campo, come opera creativa, è probabile che la classe operaia non riuscirà per molto tempo a fare più di quanto hanno fatto i futuristi: quando sostenevano i futuristi, i gruppi di operai dimostravano di non spaventarsi della distruzione, sicuri di potere, essi operai, fare poesia, pittura, dramma come i futuristi; questi operai sostenevano la storicità, la possibilità di una cultura proletaria, creata dagli operai stessi. Tratto da «Marinetti rivoluzionario» pubblicato su «Ordine Nuovo» il 5 gennaio 1921. Il testo completo è inserito nel libro «Ritratto di Marinetti» (Edizioni Mudima, pagg. 301, 40 euro)

Gramsci Antonio

00063017Umberto Boccioni, La città che sale, 1910

Philippe Daverio

L’ attualità Le provocazioni intellettuali e l’ impegno in prima linea degli esponenti di allora rilanciano il dibattito sul ruolo dell’ arte oggi La mostra A Palazzo Reale oltre 400 oggetti tra dipinti, fotografie, arredi, pubblicità e moda di un movimento che dall’ Italia invase l’ Europa L’ intervento Il movimento di rottura e il conformismo

Futurismo fame d’ avanguardia

Dalla condanna alla nostalgia Nell’ Italia di cent’ anni dopo quel diritto alla ribellione rischia di affogare nella retorica

C’ è una domanda tutt’ altro che retorica che gira per l’ Italia versione 2009. Proviene dall’ incertezza del momento, dalla vertigo esistenziale collettiva, ma sembra anche un segno di presa di coscienza. Come tale niente male. La domanda è: si può essere futuristi oggi? Il dato stesso della domanda è curioso in quanto per la prima volta il paese del vivere alla giornata pensando sostanzialmente solo all’ allegria dei consumi immediati si sta ponendo dinnanzi a un tema intellettuale. Ve la immaginate una questione tipo: si può essere veristi, scapigliati, neorealisti? Mai successo! Nel 1951 gli eredi Vasari, quelli del commediografo futurista finito a Berlino negli anni dello spartachismo, vendettero al Moma di New York «La Città Sale» di Umberto Boccioni per un milione di lire, che era allora il prezzo di una masseria in Sicilia, non certo il suo valore d’ oggi che sarebbe quello di tre palazzi in Canal Grande a Venezia, proprio quello che Marinetti avrebbe voluto asfaltare. L’ esportazione del capolavoro ebbe luogo senza opposizione degli istituti di tutela patrimoniale perché il Futurismo non interessava nessuno, era appena finita la guerra e la confusione fra fascismo e arte condannava chiunque avesse avuto relazioni con il regime defunto, dai futuristi a Sironi passando dall’ architettura aulica di Piacentini, considerata oggi geniale. Mezzo secolo è passato da allora, lunghe le fatiche per riscoprire e revisionare. Sicché l’ esaltazione d’ oggi potrebbe sembrare una corretta riparazione, se non fosse che sull’ orizzonte del sonno della ragione, quello che genera mostri e mostre, riappare in chiave invertita lo stesso equivoco d’ allora. Oggi i nostalgici vorrebbero far capire che quella condanna d’ allora va rivista, proponendo una sequela di artisti minori che trovarono negli anni Trenta un ambiente di protezione dove fare germogliare la loro modestia creativa. Vedremo decine di decoratori da saloni pubblici, pittori per sottoprefetture e maniaci attardati del volo aereo trasformati in protagonisti della marginalità. D’ altronde l’ Italia è il paese dove l’ innovazione è faticosa e il codismo virtù premiata, dai neorealisti d’ avanspettacolo che scimmiottavano Rossellini agli artisti poveri della seconda e terza ondata che avevano come unico scopo lo smettere d’ essere poveri. Torna quindi fondamentale la necessità d’ una analisi rigorosa delle estetiche, dell’ ambiente, delle motivazioni e dei comportamenti. È possibile oggi esaltare la macchina con le strade intasate d’ automobili e l’ aria definitivamente inquinata? Apparentemente no! Ma la situazione, se ripulita dagli orpelli pittoreschi, è la medesima di quella del 1909: anche oggi sarebbe necessario un movimento di stimolo alla ricerca della modernità, d’ una modernità che assume valenze diverse, quelle della ricerca scientifica che abbiamo abbandonato. Non erano futuristi gli aeropittori degli anni Trenta, lo erano allora Enrico Fermi e i ragazzi di via Panisperna. Marinetti futurista lo era sempre rimasto, nel senso che rimase sempre alla ricerca delle alternative di rottura e lo comprova in modo esemplare il suo sostegno nella Quadriennale romana d’ un giovane anarco-comunista come Osvaldo Licini, errante, eretico e erotico, piazzato proprio fra gli aeropittori già obsoleti, dei quali era stata invece felice inventrice già negli anni 20 Benedetta Marinetti, sua moglie. Alla radice del movimento che incendia le coscienze prebelliche di cent’ anni fa sta una capacità di protesta che guardiamo oggi con autentica nostalgia. Le condizioni esplosive del paese, la crescita industriale, i movimenti sociali in corso dovevano sfociare nel bene e nel male. L’ interventismo, la passione per la guerra non s’ immaginavano per nulla il fango gelato delle trincee. Il militarismo esaltato si volle anzitutto antiborghese e vitalista. Appena sentito l’ odore della morte programmata Boccioni scrisse guerra=insetti+noia e poi cascò da cavallo, quello che Carrà aveva dipinto nei lancieri che caricavano la folla nel 1904 durante i funerali dell’ anarchico Galli, quello che lui stesso aveva posto come protagonista della forza nel dipinto finito al Moma. Il diritto alla protesta, alla ribellione, al vitalismo, è proprio ciò che il genetliaco del Futurismo rischia di affogare nella retorica delle celebrazioni. «Gli artisti morti sono ben pagati. I vivi non raccolgono che scherni, insulti, calunnie, e patiscono la fame.(…) Sotto il regno di questi sfruttatori del passato, si uccide ogni giorno un poeta di genio. (…) Noi dobbiamo difenderci oggi contro gli abili assalti degli opportunisti, degli spiriti grettamente mercantili che abbondano nel mondo dell’ arte». Lo proclamava Marinetti durante la prima serata futurista a Trieste nel 1910, prima del giro di sberle e pugni. Tuttora vero nel conformismo paludato d’ oggi.

Daverio Philippe

2 commenti Lascia un →
  1. ubik permalink
    13 febbraio 2009 09:39

    Ciao. Con l’occasione volevo segnalrvi che ogni sera su Radio3 mentre cenate soli o in compagnia potete ascoltare le puntate di “UCCIDIAMO IL CHIARO DI LUNA.CENTO ANNI DI FUTURISMO” tipo alle 8 della sera. Oppure scaricare in PodCast quelle che avete perso. L’indirizzo è il seguente:
    http://www.radio.rai.it/radio3/index.htm
    Con l’occasione volevo farvi i complimenti per uno dei blog altamente informativi che tengo sott’occhio (e non perchè sono stato citato). Bravi e condivido molto anche se non tutto (il blogroll ad esempio è molto in sintonia con i miei riferimenti politico-culturali).
    A presto.

  2. giovannicarrosio permalink*
    13 febbraio 2009 13:31

    Grazie Ubik. Qui si mangia da soli, perciò la tua segnalazione è molto gradita.

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