Ai Nostri Posti

Ora e sempre Resistenza

La sicurezza che si fa legge al di sopra delle leggi

Pubblicato da giovannicarrosio su 10 Luglio, 2009

La recente pubblicazione di una serie di testi inediti in Italia di Michel Foucault, raccolti nell’antologia dal titolo Strategia dell’accerchiamento, a cura di Salvo Vaccaro, con Postfazione di Michel Senellart, ci offre un quadro di grande spessore critico e politico per comprendere una tendenza in atto in tutte le democrazie occidentali: la generalizzazione senza precedenti del paradigma della sicurezza come tecnica normale di governo.
Lo scenario inedito che oggi fa da sfondo al massimo dispiegamento planetario dei dispositivi sicuritari e delle pratiche di eccezione si può riassumere in una sola parola: neoliberalismo globale. Esso può essere considerato una novità nella misura in cui generalizza ed estremizza tutti quegli elementi che, nella genealogia del potere biopolitico tracciata da Michel Foucault, hanno presieduto alla formazione e al consolidamento del liberalismo democratico del XIX secolo: cultura del pericolo, razzismo di Stato, meccanismi di sicurezza/libertà, sospensione delle libertà formali garantite dallo Stato di diritto.
Il liberalismo, nel senso in cui lo intende il filosofo francese, ossia come «nuova arte di governare», non assume la libertà nei termini di un bene universale che si tratterebbe semplicemente di rispettare, garantire, tutelare. Tale regime, in realtà, fa molto di più e tutt’altra cosa: esso instaura con la libertà un problematico e mutevole rapporto di produzione e consumo, di creazione e distruzione. In sostanza, «il liberalismo racchiude in sé, nel suo stesso cuore, un intrinseco rapporto di produzione/distruzione nei confronti della libertà. Con una mano bisogna produrre libertà, ma questo medesimo gesto implica che con l’altra siano stabilite delle limitazioni, dei controlli, delle costrizioni, degli obblighi basati su delle minacce». Ora, se la libertà all’interno del liberalismo non è una ricchezza o un bene universale che occorrerebbe tutelare, bensì una cosa che viene fabbricata in ogni istante, come spiegare che tale regime appronti un’arte di governo che si fonda sull’equazione paradossale «maggiore libertà = minore libertà»? Quale sarà, insomma, il criterio per calcolare il costo di produzione della libertà? Sarà, naturalmente, la cosiddetta sicurezza.
L’economia di potere del liberalismo si gioca nell’oscillazione costante tra libertà e sicurezza, il cui punto mediano è costituito dalla nozione di pericolo. In fondo, osserva Foucault, «se per un verso il liberalismo è un’arte del governo che si occupa fondamentalmente degli interessi, esso – ed è questo il rovescio della medaglia – non può intervenire sugli interessi senza essere al tempo stesso amministratore dei pericoli e dei meccanismi di sicurezza/libertà, del gioco sicurezza/libertà che deve garantire che gli individui o la collettività saranno esposti il meno possibile ai pericoli». Conseguenza di quest’arte liberale del governo, «è la formidabile estensione delle procedure di controllo, di costrizione, di coercizione, che costituiranno una sorta di contropartita e di contrappeso delle libertà».
Durante il corso del XIX secolo, un fattore decisivo per lo sviluppo della “governamentalità” liberale è individuato da Foucault nella nascita di una pedagogia e di una cultura politica del pericolo. «Ciò significa che gli individui sono posti continuamente in condizione di pericolo, o piuttosto sono indotti a provare la loro situazione, la loro vita, il loro presente, il loro futuro, come gravidi di pericoli. Spariscono le grandi minacce dell’Apocalisse, e al loro posto appaiono i pericoli quotidiani». Basti considerare, ad esempio, «le campagne relative alla malattia o all’igiene, o tutto quello che accade intorno alla sessualità e alla paura della degenerazione: degenerazione dell’individuo, della famiglia, della razza, della specie umana. Insomma, ovunque si può constatare la sollecitazione del timore del pericolo, che è in qualche modo la condizione, il correlato psicologico e culturale interno del liberalismo».
A rischio di apparire un po’ pedanti, non possiamo fare a meno di rimarcare che, nella nostra epoca, il terrorismo e le migrazioni sono diventati il principale vettore della cultura del pericolo. Esso diventa l’occasione e il mezzo attraverso cui diffondere il sospetto che il comportamento pericoloso si nasconde ovunque. A tutti i rischi d’instabilità e d’insicurezza che il terrorismo comporta a livello locale e globale deve corrispondere, punto per punto, un’intensificazione delle strategie sicuritarie, al fine di escludere preventivamente ciò che potrebbe minacciare la vita della società. In nome della lotta al terrorismo e alle migrazioni, ogni restrizione della libertà diventa legittima. La pratica della detenzione preventiva nei confronti di coloro che sono sospettati di essere presumibilmente agenti del terrorismo sta a significare che la legge autorizza a punire una semplice virtualità. Forse in molti non si rendono conto che oggi chiunque può essere sequestrato, per più giorni, sulla base dell’opinione di un semplice poliziotto.
Nel novembre 1977, in seguito alla brutale repressione di una manifestazione in favore di Klaus Croissant, avvocato della banda Baader (Rote Armee Fraktion), a cui la giustizia francese nega il diritto d’asilo, Foucault, che partecipa alla manifestazione davanti alla Santé, nella dichiarazione rilasciata a un quotidiano, afferma: «ormai la sicurezza è al di sopra delle leggi». Qui il filosofo francese intende sottolineare che la sicurezza pubblica, nel contesto della lotta antiterrorista, giustifica ogni sorta di misure extra-legali. Sembrerebbe dunque – come osserva Senellart nella Postfazione all’antologia – «che Foucault prenda posizione in favore della legalità e che difenda le norme dello stato di diritto di fronte a queste pratiche di eccezione». In realtà, rispondendo alle domande di un giornalista, una settimana dopo l’ormai avvenuta estradizione di Croissant, Foucault dà una spiegazione più complessa delle sue opinioni. Per il filosofo francese, si tratta di mettere in evidenza che la sicurezza non definisce più il principio in nome del quale il governo è autorizzato ad approntare misure straordinarie, che possono tra l’altro prevedere una sospensione temporanea di quelle norme costituzionali che proteggono le libertà individuali, ma bensì che essa designa la modalità generale e permanente dell’esercizio del potere. La sicurezza è dunque al di sopra della legge in quanto instaura uno stato di eccezione permanente, che a sua volta comporta una disattivazione permanente dei principi formali di libertà e legalità. A fronte di questa situazione, quindi, la soluzione non può più consistere nell’invocare i principi dello stato di diritto. È dalla vigilanza dei governati, e dalla loro capacità di resistenza, che dipende piuttosto la salvaguardia delle libertà nell’epoca della sicurezza.
Oggi, nello stato neoliberale in cui viviamo, la paura del pericolo terroristico, il desiderio di sicurezza, la volontà di dominare razionalmente tutti i rischi e di sradicarli dal nostro futuro, possono in qualsiasi momento esigere la sospensione delle garanzie dello stato di diritto, per sostituirle con politiche di restrizione delle libertà, di attacco all’autonomia personale, di distruzione della personalità giuridica, di uccisione della vita. Per questo è importantissimo leggere questi scritti finalmente tradotti in italiano.

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