Ai Nostri Posti

Ora e sempre Resistenza

We miss you

Pubblicato da sandro su 11 Luglio, 2009

Già mi mancano, i “grandi”. Cenare, dopo gli ultimi tre giorni, non sarà più come prima. Chi mi farà vedere, quale Tg mi farà vedere, con ravvicinata molestia, il sorriso di Obama, il profilo di Sarkozy, le gambotte di Merkel, i tacchi di Papi? Chi mi spiegherà quanto e come si sono commosse le first ladies dinanzi alle macerie, per poi ristorarsi tra una foto e l’altra in piazza Navona? Chi mi risarcirà dell’impegnativo, e basilare per il sistema mediatico, giornalismo di Rai Uno? No, non posso pensare di cenare, stasera, senza Pezzopane che ridacchia con George (Clooney, per voi impreparati), o Carlà che geme fra i pompieri, o Michelle che ancheggia nel Pantheon. Che senso avrà la mia vita, da oggi in poi? Senza i “grandi” come termine di paragone, che ci rimane? Ah, il G8, che magnifica festa! che organizzazione perfetta! Ieri, nel servizio di commiato, il Tg1 mostrava i muscoli del governo italiano: cecchini sul tetto degli alloggi, batterie di missili sui promontori, elicotteri sempre pronti a decollare, aerei invisibili che tengono tutto e tutti sotto controllo. Ma sì, compiaciamoci della militarizzazione dell’esistenza! E difatti i vari militari intervistati gonfiavano il petto come tacchini, rispondevano agilmente a domande lodative, estasiate. Bello, il concetto sotteso: dentro ci sono i “grandi” che se la ridono, si danno pacche sulle spalle, si scambiano doni da 24 chili in marmo di Carrara; fuori ci siamo noi soldati a vigilare sulla loro sala giochi; e più in là – brutti, sporchi e cattivi – i terremotati, che stridono parecchio, con le loro tute sudice, le tende puzzolenti, i pasti consumati in piedi, se messi accanto ai palleggi in perfetto stile di Barack o all’incedere grazioso di Michelle. Sorprende come la gente si beva tutto quello che la televisione le racconta. Il Tg1 ha spiegato che sono state trovate soluzioni eccezionali per l’economia, l’Africa, l’ambiente, la caduta dei capelli e finanche l’untuosità della crema solare. In realtà, come al solito, gli accordi favoriranno il gruppo dei migliori, l’aristocrazia razzista che dirige l’economia globale. Figuriamoci se il G8 ha mai deciso e attuato qualcosa di concreto per l’Africa! Prendete l’Italia, per esempio: l’Onu l’ha accusata l’altro giorno di grave inadempienza perché non ha versato gli aiuti allo sviluppo stabiliti nei vertici precedenti. Sono seguite meschine smentite, che tutti sanno essere rituali ma non veritiere. Va be’ che tanto, a noi che c’importa? i soldi, meglio darli a Gheddafi, che almeno li usa per farci un favore, ammazzando i clandestini al posto nostro. Mica siamo scemi, noi. Comunque sono davvero triste: non vedo l’ora che facciano presto il prossimo, fondamentale G8: chissà che scarpe calzerà Michelle?

2 Risposte a “We miss you”

  1. Nicola detto

    Caro Sandro,

    Le tue cronache acide del G8 ci mancheranno. Credo che questo appuntamento, più di ogni altra cosa, abbia messo bene in chiaro alcune novità fondamentali: anzitutto, dobbiamo segnalare la scomparsa dalla messa cantata dei media (e dunque, almeno parzialmente, dalla realtà simbolica del dibattito sociale-politico) di ogni protesta organizzata, e soprattutto di ogni serio progetto per un “altro mondo possibile”. Il famoso slogan dei no-global, poi new-global, poi glocal, è attuale quanto il relitto di una galea romana.

    Giovanni non me ne voglia, ma quando l’attivismo dei giovani passa attraverso le proposte di MTV Tocca a Noi!, attraverso le lettere aperte di Jovanotti a Berlusconi pubblicate su Vanity Fair (con tanto di “Grazie, Presidente Berlusconi”), non rimane molto del movimento del 2001.

    Sono cambiate parecchie cose, da allora. Davvero tante, a pensarci bene.

    I piedi per terra, comunque, ce li fa rimettere Obama, il più pragmatico di tutti: mentre le delegazioni del G8 pontificavano su tutto e si accordavano su nulla (limite di due gradi centigradi all’aumento di temperatura globale? E chi lo decide? E come lo si misura? E come lo si fa rispettare? E non sarà comunque troppo?) egli nel suo discorso a chiusura del vertice e ancor più nel discorso in Ghana, ha ripetuto più volte la parolina magica: GOVERNANCE.

    Il punto è tutto qui: il presidente del cambiamento e della speranza ci informa che il problema non sta nell’immaginare qualcosa di diverso, di alternativo, di equo. Il problema risiede nel trovare forme oculate di amministrazione dell’esistente, senza particolari spinte verso innovamenti radicali.

    E’ la stessa annosa questione del dibattito aperto da Giovanni alcuni mesi fa, http://ainostriposti.wordpress.com/2008/09/25/ma-che-fine-hanno-fatto-gli-intellettuali/.

    La tecnocrazia ha preso saldamente in mano le redini della società. Da un certo livello in poi, essa controlla anche gli spazi e le forme dei dibattiti a lei avversi.

    L’opera di ripensamento che ci viene richiesta, caro Sandro, è grande. E non sono certo che le soluzioni ipotizzabili per uscire da questo dominio tecnocratico appartengano al viver civile.

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