Ai Nostri Posti

Ora e sempre Resistenza

Preludio

Pubblicato da sandro su 12 Luglio, 2009

Seguirà, nelle prossime settimane, un personale intervento sulla musica. Intanto vogliate gradire questo estratto su Ludwig van Beethoven, il mio adorato. Sandro

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“Si è abituati a considerare Ludwig van Beethoven come il primo profeta del romanticismo. Il compositore tedesco è in realtà l’alfiere del primo periodo, «eroico», e la sua importanza fu così grande da condizionare per decenni tutta la vita musicale europea. Questo uomo straordinario fu la voce più alta del primo quarto del XIX secolo: le forme consacrate della musica fecero con lui un progresso di eccezionale rilevanza. I concerti con solista, le Sinfonie, le Sonate, i Quartetti restano un esempio chiarissimo di novità artistica e culturale.

Grande idealista, Beethoven sapeva tuttavia convivere con la cultura classica e con la moderazione intellettuale. Mozart – morto ancor giovane nel 1791 – non poté partecipare agli anni caldi della rivoluzione, Beethoven poté perfino vedere Napoleone a Vienna, l’impero e la restaurazione. Poté presenziare e giudicare, acconsentire e reagire: la storia gli insegnò l’inutilità di ribellioni momentanee e guidò la sua mente verso la filosofia della felicità universale.

Beethoven era tendenzialmente un austero signore conscio della dignità dell’arte e dei diritti dell’artista, nei fatti non si piegava a nessun ordine superiore: ma il suo percorso verso le più alte vette del pensiero musicale non appare sempre lineare. Per esempio la sua produzione sinfonica è segnata da avanzate e ripensamenti, da arditezze e da riposi. La sua volontà prometeica è spesso turbata dal dubbio e tuttavia alla fine c’è il superamento definitivo di ogni tensione nella monumentalità di una espressione musicale quasi mistica.

Nella esaltazione dei sentimenti, del personale, del senso della natura viva e reale, del dolore e della speranza il compositore tedesco impose dei modelli specifici. Egli fu l’Uomo che i filosofi avevano teorizzato, il forte e il giusto. Ebbe affinità con la tragedia e la storia, con il mistero e con la verità. Visse per le sue idee e fu il figlio più bello del suo tempo.

Il suo tempo. Mutevole, incerto, tormentato, con tanti rovesciamenti di situazioni. Infinite speranze, forti delusioni, e tuttavia, finalmente, il furore di vivere. Beethoven fu appoggiato dagli illuminati, rispettato dagli artisti e amato dalla gente: il suo funerale fu grandioso, seguito dai rappresentanti della cultura viennese. Era morto, disse una donna qualunque, il generale dei musicanti.

Shakespeare, Goethe e Schiller furono autori a lui cari; Beethoven non fu mai un viaggiatore, il mondo intero era contenuto nella sua anima. C’era il suono, in lui, l’epica della voce trasformata in suoni strumentali: in questo modo egli espresse il più grande numero di significati possibili. La sua capacità di descrizione era immensa, basta pensare all’ultimo movimento della Terza. Il tema del destino della Quinta, gli affreschi della Sesta e della Settima hanno il carisma dell’assoluto e dell’irraggiungibile. Eppure il «manifesto» beethoveniano è la Nona Sinfonia, corale, con voci soliste e il riferimento appassionato all’«Ode alla gioia» di Friedrich Schiller.

Si sa che Beethoven non aveva nessuna tenerezza per l’opera in genere e per quella buffa in particolare (tra l’altro non capiva per niente il nostro Rossini): eppure è proprio nell’opera, nella tormentata creazione del Fidelio che noi troviamo, pur fra molte ambiguità, uno dei più forti segnali del romanticismo.

Partendo dal concetto eroico dell’amor coniugale, ovvero dalla vicenda di Leonora che in vesti maschili (Fidelio) si impegna a liberare il marito Florestano ingiustamente imprigionato, Beethoven ci lancia tutta una serie di messaggi. Certamente in quest’opera di origina francese, letterariamente parlando, il ristabilimento della giustizia è opera del Potere illuminato, ed è vero che non fu solo Beethoven a impadronirsi di questa vicenda. Alla vittima dei soprusi ha donato una violentissima carica di ribellione (il grido di Florestano è quasi espressionistico) e nel coro dei prigionieri c’è una terribile quantità di dolore e una altrettanto grande volontà di speranza.

La scena finale è certamente un’apoteosi di libertà; sono restaurati i diritti calpestati, fedeltà e coraggio sono premiati, è come se il mondo fosse uscito da un tunnel di disperazione. E’ la festa che accompagna la fine di una guerra, e dunque c’è un lieto fine. Negli anni successivi sarà quasi sempre la morte a dire l’ultima parola”.

[tratto da La musica romantica di Mario Pasi, Jaka Book, 1993]

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