Ai Nostri Posti

Ora e sempre Resistenza

No vacation

Pubblicato da sandro su 13 Luglio, 2009

Io e l’autore n° 4, l’altra sera, fumavamo un sigaro e sorbivamo lentamente del whisky in giardino, mentre da qualche parte, nei paraggi, luccicavano i lampi di certi fuochi d’artificio esplosi senza parsimonia.

Sentendo che la quieta serata estiva – una fresca serata estiva – era stata bruscamente interrotta dal fastidioso, generale sollazzo, mi sono lasciato andare a dichiarazioni livorose, di cui vi faccio volentieri partecipi.

In buona sostanza sostengo che l’estate sia una stagione detestabile, e questo per diverse ragioni di assortita natura.

In primo luogo è una stagione rumorosa, è il periodo nel quale coincidono le ferie di quasi tutti, per cui una folla immensa, stravagante e chiassosa prende d’assalto le coste, le colline, i monti e pretende di stravolgere a suo piacimento i ritmi, magari blandi e sonnacchiosi, della foss’anche meno attraente cittadina di provincia. L’urgenza della massa è comprensibile – non sono cinico fino a tal punto: ricrearsi dopo mesi di impiego, durante i quali le è stato alienato il diritto di godere appieno della propria vita. Conosco gente che legge meno di un libro all’anno, va al cinema solo a Natale, non va mai al museo o a teatro, e non appena si fa caldo rivendica a sé stessa ogni briciolo di ora o di minuto. Lavorare è una sacrificazione, sottrae all’individuo tempo e volontà; libera dallo stato di necessità, è vero, ma non trasforma infine l’uomo in un mero consumatore e usufruttuario di beni e servizi? Dunque si verifica un’accumulazione di sogni e desideri repressi, si crea una pressione interiore che chiede soltanto d’essere scaricata. Di conseguenza si approfitta di ogni istante di pausa, di ogni interruzione del continuum produttivo, per sfogare la costrizione fisica e psicologica che attanaglia l’esistenza. Un tempo non lo so, ma al giorno d’oggi sfogarsi equivale ad ubriacarsi di svago e divertimento. Due settimane di ferie devono essere così piene di cose da fare e così pervase di leggerezza da parere il doppio. Vien da sé che se non deve avanzare tempo perché il tempo va destinato alla distrazione, non ce n’è mai per leggere, ascoltare un concerto, visitare una mostra, acculturarsi. E’ un periodo rinunciatario, quello estivo. Nel corso delle stagioni temperate si rinuncia, in cambio dello stipendio, a prendersi intellettualmente cura di sé; in estate si rinuncia a tutto fuorché allo spasso, che dovrebbe inconsciamente risarcire il corpo e lo spirito del tempo dissipato lavorando. Divertirsi è cosa buona e giusta, temo però che abbia preso piede un concetto alquanto equivoco di divertimento, un concetto piuttosto volgare, poiché tutto si è involgarito. I centri urbani vengono al crepuscolo stretti d’assedio da persone urlanti e gironzolanti, riunite in gruppi, che arrivano e ripartono a bordo di macchine somiglianti ad aerei, parlano, o meglio urlano, sotto il terrazzo dell’incolpevole che usa la notte per dormire, ribattono indispettiti e maleducati se ripresi, se ne infischiano delle altrui esigenze perché traboccano d’egoismo, e quando, come mosche avide, esauriscono il nutrimento ricavabile da una carogna, cambiano destinazione, cambiano città. Il divertimento ricomincia e va avanti due lunghe settimane.

In secondo luogo è una stagione conformista, che forza al conformismo. Attribuisco la colpa del livellamento verso il basso del modo di trascorrerla alla televisione e ai media che diffondono le mode e incitano all’adeguamento. Non troppi anni addietro se non ti gettavi da un ponte con un elastico attorcigliato alle caviglie eri un idiota, uno che non si sapeva divertire, appunto. Adesso devi essere un casinista, abbronzatissimo, con un taglio di capelli a dir poco grandguignolesco e con in testa la f**a costi quel che costi. Esagero un po’, d’accordo, ma alle latitudini dove vivo io vi assicuro che è così. Parlando con alcuni esponenti di tale tendenza, che incidentalmente conosco o coi quali mi capita di vivere una situazione di transitoria promiscuità, è emersa prepotentemente addirittura la sofferenza che il non allinearsi al dettato estetico più invalso procura. Tutta questa stupidità non mi avrà mai, e se il prezzo da pagare per la mia resistenza sarà l’isolamento, sarò prontissimo a pagarlo. Perché, mi chiedo, un romanzo non seduce quanto una corsa sugli autoscontri? Domanda sciocca, direte. Eppure, perché il chiasso e l’evasione attraggono di più della calma e la meditazione?

Concludo qui, sperando di non aver importunato od offeso voi lettori. A tempo debito, ad ogni modo, scriverò qualcosa sugli esodi e sui viaggi a base di villaggi turistici e crociere cui molti compatrioti usano abbandonarsi. Ci sarà da divertirsi.

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