Vita e morte, considerazioni generiche
Pubblicato da sandro su 16 Luglio, 2009
Oreste Bossini, il valente conduttore di Radio 3 Suite, ieri sera, in conclusione, ha letto l’articolo del Corsera che dava conto della morte di Sir Edward Downes, direttore d’orchestra ottantacinquenne, e di sua moglie Joan, ex ballerina settantaquattrenne. Poiché vi destino al link qui sopra per apprendere i particolari, passo direttamente ad un breve commento sulla vicenda.
Morire è sempre tragico. Per un essere umano ricco di passioni, affetti e interessi, poi, un’autentica sciagura. Nondimeno siamo tutti accomunati dalla medesima sorte. Ciò che angoscia, nell’atto finale, è l’impossibilità di sapere se esso sarà cruento oppure no, dolente oppure no. L’idea di dover soffrire due volte – la prima per la disperazione del decesso, la seconda per il suo carattere funesto – risulta intollerabile e ci si augura non capiti proprio a noi, quando si viene a sapere degli strazi subiti da altri. Altrettanto orribile è il pensiero di essere cosciente, nel pieno delle facoltà, e vedersi e sentirsi limitato, intrappolato in un corpo che non reagisce, non parla, non comunica, che espleta le funzioni fisiologiche per mezzo di cavi, sonde, respiratori, macchine; e sapere di avere dieci, quindici, vent’anni davanti a sé in tal modo. La morte, a quel punto, diventa perfino oggetto di desiderio, un chiodo fisso, la forza liberatrice, fomite di giustizia.
Personalmente non so immaginare niente di più atroce dell’imposizione di starsene paralizzati a letto, d’avere un cervello vivo in un corpo recalcitrante, dell’umiliazione di non avere più riservatezza né intimità. Vivere non può ridursi a venir imboccati, puliti, carezzati come un lattante. Vivere – parlo per me – vuol dire leggere, scrivere, ascoltare una sinfonia, passeggiare in una fredda notte di novembre, fumare una sigaretta mentre si prende il caffè con un amico, andare al cinema, entusiasmarsi per un dibattito, un saggio, una polemica, o attraversare la campagna in bicicletta. Se un domani non potessi fare questo, la mia vita non avrebbe senso e vorrei darmi la morte, non c’è dubbio. Se fossi affetto da una malattia incurabile, o se versassi in uno stato di paralisi, d’incoscienza permanente, vorrei non ci si accanisse sulla mia pelle, vorrei fossero sospese le cure inutili, oltre all’alimentazione e all’idratazione forzate.
L’individuo viene prima di tutto, i suoi diritti, le sue prerogative esclusive su sé stesso, la sua libertà. Il corpo appartiene all’individuo e non glielo si può sequestrare per alimentare il culto feticcio della vita al di là dell’esistenza. E’ inaccettabile che il contenitore condanni il contenuto a marcire immobile, esasperato, in una dilatazione infinita del tempo e dello spazio. Con tutto il nostro vigore dovremmo opporci alla violenza dell’estremismo religioso – perché è di questo che si tratta. Ciascuno deve poter decidere della propria vita, dal primo all’ultimo istante, secondo scienza e coscienza, ma anche secondo il proprio sentimento. Per queste ragioni sono favorevole all’eutanasia, non disapprovo il suicidio, e vorrei che il paese nel quale sono capitato si allineasse a quelli nei quali è praticata non la barbarie bensì il principio di autodeterminazione. Morire non dev’essere vergognoso né dev’esserlo la fine della vita. Nessuno conosce noi stessi meglio di noi stessi: perché dovremmo demandare ad altri decisioni che coinvolgono solo e soltanto noi?
Mi rendo conto dell’opinabilità delle mie affermazioni, anzi sarebbe bello se a partire da questo post si sviluppasse una discussione, e tuttavia le ribadisco con fermezza. Del resto nell’abitare in un pase dove si vuol negare addirittura il diritto costituzionale al consenso informato, c’è poco, davvero poco da stare allegri.
Abbiamo bisogno di rispetto, diritto, libertà. Non siamo sudditi. Non ancora.
