Un mondo senza ritorno
Pubblicato da prescinseua su 9 Novembre, 2009
L’ospedale psichiatrico giudiziario: un mondo senza ritorno
di Fulvio Tudisco
Quando si pensa ad un ospedale psichiatrico giudiziario vengono in mente a tutti mille suggestioni e mille idee su come dovrebbero essere trattati gli internati e su come dovrebbe funzionare la giustizia penale. Inevitabilmente si pensa che queste strutture siano luoghi in cui atroci criminali riescono a evitare il carcere grazie a perizie compiacenti. Oppure le si vede come luoghi popolati da pericolosi serial killer stile telefilm americano e balordi della peggior specie. In realtà ciò che c’è al di là delle porte degli ospedali psichiatrici nessuno lo sa: come funziona la giustizia, quali sono i trattamenti terapeutici e quali le problematiche degli operatori.
Proviamo a fare un po’ di chiarezza. In Italia ci sono 6 ospedali psichiatrici per un totale di circa 1200 “pazienti detenuti”. Nella sola Campania ci sono due grandi strutture, l’OPG Filippo Saporito di Aversa e quello di Sant’Eframo a Napoli, che accolgono circa il 40% del numero totale di internati.
Secondo le statistiche, accanto a ricoverati per reati gravi, quasi un terzo degli internati è costituito invece da malati psichiatrici che hanno commesso dei piccoli reati in casa o contro la proprietà. Addirittura nel 5% dei casi non sussiste neanche il rischio di pericolosità per la comunità. Ad esempio nell’ Opg di Aversa ci sono ben 100 internati che non avrebbero più ragione di permanervi in quanto considerati a tutti gli effetti non socialmente pericolosi.
Lo chiamano “ergastolo bianco”, persone che una volta entrate non usciranno mai più. È il caso di Luciano, che vive da venti anni nell’ OPG di Aversa per aver danneggiato sette auto con un accendino Bic. O quello di Vincenzo R. di 35 anni arrestato per resistenza a pubblico ufficiale, suicidatosi nella stessa struttura nel 2008. Inizialmente ritenuto instabile, anche se non pericoloso, era stato condannato a scontare la pena a casa con l’obbligo di firma. Dopo aver trasgredito agli obblighi, la sua pena era stata commutata nella detenzione in una struttura psichiatrica.
A questo punto una domanda sorge spontanea: come è possibile che negli OPG ci sia tale incertezza della pena?
La risposta è agghiacciante. Proprio perché dichiarati incapaci di intendere e di volere, i ricoverati non sono condannati a una pena in senso stretto, ma vengono sottoposti a una misura di sicurezza che, a seconda del reato commesso e del parere del giudice giudicante, può essere di 2, 5 o 10 anni. Passato questo periodo è ancora il magistrato, dopo aver sentito il parere del personale della struttura, a riconfermare la pena o a concedere la libertà tramite la “licenza finale per esperimento”. La legge italiana prevede che in questo caso i pazienti una volta usciti debbano essere seguiti dalle Asl e sottoposti a cure. In molti casi però i Dipartimenti di Salute Mentale, a causa di difficoltà croniche e di risorse finanziarie insufficienti, non possono garantire i servizi anche per gli ex internati negli OPG, per cui si rifiutano di prenderli sotto la propria custodia. Altrettanto fanno le famiglie spesso nell’impossibilità materiale di garantire un’assistenza psichiatrica adeguata. Si arriva così ad una situazione paradossale per cui gli internati rimangono a vita negli OPG semplicemente perché non ci sono altri luoghi in cui curarli, nessuno altro luogo dove “sistemarli”.
Una tacita reclusione a vita, dunque, un ergastolo continuamente prorogato, senza possibilità di amnistia. Piccole storie dimenticate di condanne senza sentenza, magari per un reato sotto i due anni, frutto non di una concezione draconiana del diritto ma semplicemente della disorganizzazione e della burocrazia.
fonte: http://www.leragioni.it/2009/11/07/lospedale-psichiatrico-giudiziario-un-mondo-senza-ritorno/


