La strage degli imbecilli. Recensione
Pubblicato da sandro su 10 Novembre, 2009
Parto dall’ammissione che questo libro mi è piaciuto parecchio nonostante l’abbia acquistato al buio, ignorando cioè la biografia dell’autore, le sue opinioni politiche e non sapendo affatto che cosa aspettarmi dalla storia che aveva scritto. Di solito sono un acquirente coscienzioso, mi informo con puntiglio, mi impedisco di spendere più di dieci euro per un libro “sospetto”, diciamo, uno di quei libri sciocchi tanto cari alle linee editoriali d’oggi, concepiti per dare scandalo, assicurare notorietà all’estensore e ricchi introiti allo stampatore. Però in questo caso ho avuto fortuna, o buon fiuto, e posso alla fine sbilanciarmi nel consigliarvelo – non raccomandarvelo: consigliarvelo. Se dovessi invece suggerirvi un libro non avendo letto il quale è oggettivamente impossibile vivere, allora non esiterei a dirvi di correre in libreria e prendere Bouvard e Pécuchet. Può sembrare strano come “libro della vita”, ma nella mia modesta carriera di lettore non mi sono ancora imbattuto in opere di pari livello e ambizione esplicativa (limitatamente alla narrativa, ovvio), se escludiamo alcuni racconti di Kafka, Carver e T. Mann.
Il titolo è bello: La strage degli imbecilli. Evoca immagini di carneficine perpetrate nel nome di una giustizia intellettuale che falcidia trasversalmente ricchi e poveri, vecchi e giovani, belli e brutti. Un riassunto del romanzo potrebbe in realtà essere proprio questo, eccezion fatta per il finale che non corrisponde del tutto – anzi per niente – alle aspettative di un lettore accortosi del volgere al poliziesco della vicenda. Ma sarebbe riduttivo e indebito tentare una classificazione tanto improbabile, perché il bel lavoro di Carl Aderhold (debuttante né giovane né sprovveduto) sfugge ai rigorismi letterari. Di certo si tratta di un romanzo, un ampio, articolato, eloquente romanzo.
All’inizio, quando lo si apre, balza agli occhi un’evidente particolarità: i capitoli sono suddivisi in tanti paragrafi numerati (140 in totale), cosa che lo fa somigliare a una dissertazione, a un trattato, a una relazione, a un pamphlet polemico e a molte altre cose – non subito e non inequivocabilmente a un romanzo di fantasia. Io poi – in questi giorni, volendomi fidare di Michel Onfray, sto interiorizzando la Genealogia della morale – l’ho scambiato per un saggio filosofico! Le prime pagine, per fortuna, sgomberano il campo dai dubbi: si comincia a ridere dopo una dozzina di righe. Ed è un riso trattenuto, non plateale, non grasso e volgare, un rider di testa e non di pancia. Come si conviene a un libro che, fatte le debite proporzioni, si prefigge uno scopo etico: mostrare le miserie della società contemporanea attraverso la paradossale eliminazione di una folta rappresentanza delle sue figure più emblematiche. L’ambientazione parigina, metropolitana, offre inoltre l’evenienza di affrontare temi tutt’altro che scontati, insomma di variare, sfumare i possibili ambiti di indagine socio-patologica. Opportune escursioni nelle campagne dell’alta Senna e della Bretagna non daranno comunque scampo agli imbecilli colà individuati.
Imbecilli, dunque. Parliamone.
La scena si apre in un appartamento della periferia di Parigi, il protagonista e sua moglie (entrambi trentenni, par di capire) sono sul divano e guardano la televisione. Fa un gran caldo, è estate, e il protagonista riflette sul fatto che durante il periodo afoso la gente si comporta in modo bizzarro, mentre d’inverno, col freddo, tutto ha più senso, diventa razionale. Quando la moglie va a letto, il protagonista segue un programma nel quale si ricostruisce la scomparsa di un cane nei toni e nei modi più lacrimevoli, con tanto di messinscena, interviste a parenti e amici, nonché l’elencazione degli indiziati. Intanto il gatto di una vicina si insinua nell’abitazione del protagonista e si acciambella accanto a lui. La cialtroneria della trasmissione raggiunge vertici di sopportazione estremi, e in quel momento il gatto graffia un dito al protagonista senza nome, il quale lo afferra e lo lancia fuori dalla finestra, preda di un attacco di furore. Il gatto naturalmente precipita e si sfracella, ma il protagonista anziché pentirsene si sente insolitamente euforico e va a coricarsi. Il giorno seguente la scoperta della morte del gatto (si chiama Zarathustra, forse ha una valenza simbolica) scuote la vita del condominio: tutti i condomini si indignano per l’atto criminale, solidarizzano con la proprietaria e ritardano l’orario di arrivo al lavoro per rincuorarsi l’un l’altro. Il protagonista ritiene d’aver reso così un servizio al prossimo, dato che mai prima d’allora c’era stata tanta comunione di sentimenti fra di loro. Si convince della bontà della sua azione e, giacché considera alienati i residenti del quartiere, avvia una sistematica caccia ai cosiddetti amici a quattro zampe. Ne fa scempio, li sequestra, li affoga, gli spara, li sotterra. La reazione dei padroni affranti è di costituirsi in comitati e associazioni, diventando di punto in bianco grandi amici e ritrovando il senso di stare in comunità. L’effetto sortito soddisfa il protagonista, senonché deve stornare da sé i sospetti che la portinaia del suo stabile comincia a manifestare nei suoi confronti. Essa, o meglio le sue chiacchiere, la sua indiscrezione, il suo ragionar per luoghi comuni, è la prima vittima umana del protagonista. Questa morte vale un’illuminazione: gli imbecilli ci circondano, perché non eliminarli? S’innesca allora una spirale di violenza che porterà il giustiziere dell’imbecillità a collezionare 140 vittime accertate.
La violenza tuttavia non si percepisce, solo in isolati casi la descrizione indugia sui dettagli degli omicidi, preferisce piuttosto edificare il costrutto logico che porta alla soppressione dell’imbecille di turno. Il rischio, qui, è quello del manicheismo: tu sei imbecille perché lo decido io. Ciononostante le motivazioni che inducono il protagonista a uccidere sono in apparenza inattaccabili, ed è questa la persuasione che lo guida. Non dimostra infatti pietà nei confronti degli imbecilli, né si chiede quali dolorose conseguenza possa arrecare alle loro famiglie. Ma si tratta di un romanzo venato d’umorismo, un umorismo nero, pertanto simili sottigliezze non vengono nemmeno prese in considerazione. Il godimento sta proprio nella sinecura con cui persone irreversibilmente sciocche vengono tolte di mezzo. E questo avviene nei contesti più disparati, ecco perché si può affermare che il libro si propone altresì un’analisi sociologica della Francia contemporanea.
Il protagonista è disoccupato, ha delle velleità artistiche ma non trova un lavoro adeguato. Su richiesta della consorte ottiene un impiego interinale dapprima in un’agenzia d’assicurazioni telefoniche, quindi in una casa editrice scandalistica che passa da una cessione azionaria all’altra, assumendo e licenziando personale come in un giochetto perverso, dove i capi paiono generali di un esercito fittizio e i dipendenti schiere di pedine sacrificabili al fine del profitto. Lì, va da sé, è pieno d’imbecilli. Poi il protagonista decide di scrivere una sceneggiatura sulla vita di Socrate, ma il produttore non è esattamente un cineasta, quanto un erotomane; e nel sordido mondo della pornografia, oltre a scatenare una dotta discussione sul concetto di amore trattato nel Convivio socratico, mieterà vittime a più non posso. Diventa inoltre guida turistica, entrando a contatto con gli esponenti della terza età – poveri loro… Quando però comincia ad “occuparsi” degli uomini in divisa, si accorge che la sua missione (così ormai la valuta) può decisamente fare un salto di qualità.
Decide di rintracciare le caratteristiche dell’imbecillità e di capirne il motivo. Più vi si addentra, più la detesta. Due sono le fondamentali verità che postula a mo’ di leggi: l’imbecille differisce dallo stupido perché lo stupido non è consapevole della propria condizione mentre l’imbecille sì e non fa nulla per rimediarvi; all’origine dell’imbecillità c’è il potere, non necessariamente un grande potere, ma quella quota bastevole a imporre agli altri la propria volontà: quindi l’imbecillità sottomette la ragionevolezza. Sarà per questo che l’arma prediletta è una vecchia pistola appartenuta al nonno anarchico? Sarà per questo che l’educazione comunista ricevuta dal padre l’ha abituato a problematizzare e criticare l’esistente?
Va detto che la sfilza di crimini non passa inosservata. La polizia ha aperto un’indagine, sebbene l’eterogeneità delle morti contribuisca a depistarla e a confondere le acque. Il finale è imprevedibile, segnato dalla decisione del protagonista di far pubblicare nei giornali una sorta di manifesto contro l’imbecillità, che recita, fra le altre cose: «la storia delle società umane è la storia della lotta contro l’imbecillità; morte agli imbecilli». Mort aux cons è del resto il titolo originale dell’opera.
Una breve nota a margine. Se Flaubert aveva individuato nella stupidità (che, come detto, attiene alla naivité) la cifra di un’epoca – la sua – Aderhold ha esteso all’imbecillità odierna (fase suprema della stupidità, potremmo dire…) gli accenti sarcastici, amaramente sarcastici, del solitario di Croisset. Chi non ha mai provato il desiderio di sbarazzarsi dei molti imbecilli che quotidianamente incontra o coi quali ha giocoforza a che fare? Io sempre. Quel che innalza al parossismo l’intollerabilità degli imbecilli, a mio avviso, è la loro cieca fiducia nella liceità, perfino nella sensatezza, di ciò che fanno, dicono o pensano. E, sappiamo ora, con l’aggravante di sapere della propria pochezza. L’imbecille pretende di tener testa a qualsiasi discorso pur non avendo la minima conoscenza di alcunché; pretende di avere una risposta adeguata in ogni situazione; pretende di sapersi comportare nella maniera sempre corretta; pretende di poter soddisfare tutte le sue brame o i suoi capricci o quelle che egli ritiene cose intelligenti da dire o fare o pensare come se si trattasse delle più naturali ovvietà e senza curarsi delle conseguenze che possono scaturire; pretende di avere lo stile di vita migliore del mondo; pretende di giudicare chi si discosta dal suo imbelle modello. L’imbecillità, penso, è una forma religiosa di stupidità, per cui si erge ad ideologia, e come tutte le ideologie non tollera opinioni contrarie, non permette la pluralità, ma al contrario si celebra, loda sé stessa. E’ un fatto che il mondo sia popolato in maggioranza da imbecilli, l’imbecillità non ha frontiere, non ha sesso, non ha età: è e basta. Bisognerà pur difendersi. Come farlo incruentemente? Be’, è impossibile, siamo realisti. Rassegnamoci perciò a soccombere, a trattenerci dal prendere a male parole l’imbecille che ci contraddice senza argomenti, a legittimare i governanti che gli imbecilli si scelgono, a ritirarci nella penombra delle nostre biblioteche mentre alla luce del sole l’imbecillità si crogiola e si fa beffe della modestia, della gentilezza, della tolleranza, della cultura.


