“Alte uniformi e camicie da notte”. Recensione
Per qualche giorno sono stato in Brasile. Un viaggio confortevole a Rio de Janeiro e dintorni. Peraltro, accompagnato da un’ottima guida. Nonostante fosse esanime. Nonostante il viaggio abbia coperto un arco di tempo compreso fra il 1940 e il 1941.
Non ci credete? Be’, come darvi torto, visto che in effetti non mi sono fisicamente mosso di casa? Però ho viaggiato lo stesso. Sul serio: sono stato in Brasile, nel Brasile che Jorge Amado – morto nell’agosto 2001, quando il mondo doveva ancora conoscere l’orrore di Manhattan e i susseguenti abomini – ha delineato nel magnifico romanzo che mi propongo, indegnamente, di recensire.
Consentitemi, prima di procedere, un autodafé.
Questa è stata la mia prima volta con Amado, un autore grandissimo, che non conoscevo affatto, se non di nome. Questa è stata la mia prima volta con un libro brasiliano (che io ricordi), e in futuro vedrò di ripetere l’esperienza, ho già in mente il prossimo da prendere. Questa è stata una lettura che mi ha aperto gli occhi non solo sulla varietà e musicalità delle scritture australi, ma anche sulla capacità di elaborazione, speculazione che cuori e intelletti diversi da quelli europei hanno compiuto e compiono su fatti del tutto avulsi dal loro contesto. Questa, insomma, è stata una magnifica lezione, oltretutto piacevole, divertente, morale, e ne sono contento.
Ma ora veniamo a questo curioso, particolare romanzo.
Il 25 settembre 1940, a Parigi, muore il poeta Antõnio Bruno, membro dell’Accademia brasiliana di lettere, autore dell’infuocato Canto d’Amore per una Città Occupata, ovvero la capitale francese finita sotto il tacco del nazismo. Sul suo tavolo, prima che l’infarto lo stroncasse, un foglio bianco con in cima il titolo di quella che doveva essere l’ultima lirica: La camicia da notte.
Quando la notizia attraversa l’Atlantico e giunge in Brasile, Afrãnio Portela e Evandro Nunes dos Santos, membri a loro volta dell’Accademia, mentre piangono l’amico e collega comprendono che si scatenerà ora la corsa al prestigioso seggio vacante. I due sono anziani, il primo liberale, il secondo con tendenze anarchiche, e disprezzano apertamente la politica del governo del Nuovo Stato, dal nome ufficiale dell’autocrazia che Getúlio Vargas – a cui tutti si riferiscono pronominalmente – ha instaurato nel 1930. Non possono tuttavia immaginare che, di lì a breve, l’infelice scomparsa di Bruno offrirà loro un modo indiretto di, se non nuocere, dare almeno un dispiacere al regime.
Non tardano infatti a muoversi le cose. Il posto vacante di Immortale fa gola a molti, ma ne fa soprattutto al colonnello Agnaldo Sampaio Pereira, capo della polizia politica, baluardo del Nuovo Stato, propugnatore dell’ideologia ariana, autodefinitosi il Göbbels brasiliano, e prosatore a tempo perso. Per il Colonnello, entrare nel circolo dei 40 accademici significherebbe soddisfare la propria spocchia (giacché è convinto di scrivere libri imprescindibili) e infiltrare un presidio permanente delle Forze armate in un organismo per tradizione antimilitarista. La sua candidatura è perorata dal giurista Lisandro Leite, membro dell’Accademia, il quale intravede nell’appoggio al temibile gerarca la via per conquistarsi uno scanno nella Corte suprema.
Al funerale di Bruno, rimpatriato, il piano viene allo scoperto, quindi Afrãnio e Evandro decretano la sorta della Resistenza letteraria per sbarrare il passo all’epigono del nazifascismo. Che fare? La mossa migliore pare quella di contrapporre all’insolente Colonnello un candidato di forza uguale e contraria, cioè un militare democratico. Il profilo adatto è quello del generale Waldomiro Moreira, spesosi nel passato per il movimento costituzionalista, osteggiatore dell’attuale assetto, messo perciò in congedo, nonché autore di una voluminosa grammatica della lingua portoghese.
Né il Colonnello né il Generale posseggono reali attitudini umanistiche, ma ciò deve passare in secondo piano, perché la vera battaglia si svolge su un livello diverso, ideale. Lisandro, Afrãnio e Evandro rappresentano tendenze antitetiche, inconciliabili: da una parte il bieco tornaconto e l’ignavia, dall’altra parte la credenza nei valori della cultura e della filantropia. Tutto si decide nei due mesi di tempo che separano la presentazione dei candidati dalla sessione ufficiale di voto per l’elezione dell’erede di Bruno.
Si formano le fazioni. L’apparato contro un manipolo di romanzieri sdentati ma risoluti, risoluti a non consentire l’oltraggio, l’affronto della reazione. Con esiti imprevisti e imprevedibili.
Fermo a questo punto le anticipazioni, non vorrei rovinare il piacere della lettura, un piacere autentico, a chi volesse acquistare il libro. La sola cosa che posso aggiungere è che nel bel mezzo della storia i fatti mutano all’improvviso e si apre, con rafforzato godimento del lettore, un filone ancor più ricco di “suspense” e diletto.
Diletto, sì, poiché il risvolto stupefacente del romanzo risulta essere la narrazione, il suo ritmo, il suo tono. Un linguaggio forbitissimo, lievemente antiquato, dipinge con sicurezza un quadro nel quale non si ravvisano le asprezze, le inquietudini della letteratura tipica dell’opposizione al fascismo (per esempio, quelle di Ognuno muore solo, il più bello e tragico prodotto dell’ucronica immaginazione di Hans Fallada), bensì si scorgono le sinuose forme di un paese malinconicamente assediato eppure lussureggiante, dove le convenzioni e gli assunti occidentali si fondono coi sentori e le fantasmagorie delle leggende e dei costumi della tradizione popolare. La sfilza di capitoli ora lunghi ora brevi riproduce un ballo di samba seducente, e seducenti, quasi erotici, sono i passaggi sentimentali, i racconti degli amori platonici o reali che i personaggi di volta in volta rievocano, richiamano. Ironico, sardonico è lo sguardo che Amado volge sulle sue città, sui suoi conterranei, ma si tratta di un’ironia lontana dal beffeggiare, tesa piuttosto a presentare sotto una luce intensamente concreta, vera, semplice i drammi risibili e le farse infauste dell’incognita-uomo.
Sotto le mentite spoglie di un romanzo grottesco, bizzarro, si cela un componimento di vasta moralità, dal contenuto civile, impegnato, frutto dolcissimo della suadente cadenza lusitana, che par di udire nel corso della lettura – una lettura che suggerisco di compiere ad alta voce, per amplificare e apprezzare come un buon vino il meticoloso sforzo d’infilare una dopo l’altra le parole esatte, misurate, dal colore e dal suono congrui.
Il titolo, enigmatico, potrebbe voler dire che contro la spietatezza della guerra, della violenza, della depravazione, del dispotismo (le alte uniformi), noi ergiamo una barricata di rispetto, concordia, democrazia, amore (le camicie da notte dell’incompiuta poesia iniziale). Oppure, per ricavare una morale dalle vicende picaresche dei vecchietti fattisi guerriglieri, secondo quanto lo stesso Amado scrive alla fine:
Guardatevi in giro: ovunque, in tutto il mondo sono di ritorno le tenebre dell’oscurantismo, la guerra contro il popolo, la prepotenza. Ma, come si dimostra in questa favola, è sempre possibile piantare un seme, accendere una speranza.
