“Un giorno questo dolore ti sarà utile”. Recensione
Invidio molto coloro che ancora devono leggere i romanzi di Peter Cameron – perlomeno, i due finora tradotti in italiano. Li invidio proprio per questo: è per il momento intatto, in loro, il piacere della sorpresa che sperimenteranno allorché si decideranno a leggerli. Non lo dico spesso, a proposito di libri e scrittori. Uno – l’ho citato più volte – è Gustave Flaubert, soprattutto per quanto concerne Bouvard e Pécuchet. Un altro è Raymond Carver, in particolare per Vuoi star zitta, per favore?. Ma sono davvero pochi, finora, gli ignari lettori che invidio. Il terzo, quindi, è Peter Cameron, per il suo umanissimo e delicatissimo Un giorno questo dolore ti sarà utile.
Conviene dir subito che non si tratta di una scoperta fugace, estemporanea. Il mio primo incontro con Cameron risale a tre anni fa, quando comprai, a un prezzo irrisorio, Quella sera dorata, strano e poetico romanzo ambientato fra il Kansas e l’Uguguay, dove uno studente d’origini iraniane irrompe nella vita della particolare famiglia di un venerato scrittore d’origini tedesche. Fu amore a prima vista, per quanto mi riguarda. Di conseguenza sapevo già a che cosa andavo incontro, nel momento in cui ho scorto fra gli scaffali della libreria del mio paese l’edizione tascabile di Un giorno questo dolore ti sarà utile: una storia perfetta, un linguaggio raffinato, un’irrazionale voglia che le pagine da girare non finiscano mai. Ah, come vi invidio!
James è un ragazzo di diciotto anni, vive in un quartiere residenziale di New York, ha una sorella di tre anni più vecchia con la quale non va d’accordo, una madre gallerista partita per la seconda luna di miele a Las Vegas, un padre avvocato di successo a Manhattan che sta per sottoporsi a un intervento estetico per rimuovere le borse sotto gli occhi, una nonna libertaria con cui è il solo ad avere un buon rapporto, una passione per Anthony Trollope e Denton Welch, una voglia matta di comprare via Internet una casa nelle praterie dell’Indiana dove ritirarsi per leggere tutto il tempo. James, al di sopra d’ogni cosa, ama il silenzio e la solitudine e non vuole saperne d’andare all’università, per non doversi circondare di odiosi coetanei che lui reputa sciocchi e intruppati. James infine, benché non ne sia del tutto sicuro, sente d’essere omosessuale, ma l’argomento non occupa affatto i suoi pensieri (qui Cameron in realtà, secondo me, proietta sé stesso e ne approfitta per trattare – come del resto aveva fatto nel libro precedente – con levità un tema che ingenera sempre spossanti controversie).
La storia è divertente. Si svolge fra il luglio e l’ottobre del 2003, è narrata in prima persona, in forma di diario, perciò il tono è estremamente diretto, confidenziale, il tono che può usare un ragazzo molto giovane e dotato di un’intelligenza ragguardevole mentre stila di giorno in giorno le sue impressioni circa lo spazio dilatato chiamato vita. La vita, appunto: che tipo di vita conduce James? Avendo giustappunto concluso il liceo, si trova nel periodo delle vacanze, durante il quale non ha particolari incombenze se non curarsi della soddisfazione dei bisogni primari: nutrirsi, leggere, distanziarsi. Dà una mano nella galleria della madre, incarico che ha accettato in virtù del fatto che nessuno ci entra mai e perché l’altro impiegato, John, un nero di identico orientamento, è l’unica persona degna di amicizia. Si viene a sapere che nel corso dell’ultimo anno scolastico ha preso parte a un progetto per studenti meritevoli, scopo del quale era influenzare le loro mentalità per selezionare la futura classe dirigente; da questa comitiva mal assortita James si apparterà, in una rocambolesca fuga attraverso le strade di Washington, ingenerando uno scandalo che lo costringerà a una sessione di sedute dallo psichiatra – i dialoghi di questa parte sono a dir poco memorabili. Appena può, corre dalla nonna, un’ottuagenaria generosa che gli lascerà, oltre alle proprie sostanze, un bagaglio inestimabile di idee e consigli su come affrontare quel vuoto, quella sensazione d’inadeguatezza che lo tormenta.
Il racconto, in effetti, contempla una mancanza, un deserto valoriale e sociale che i suoi conterranei tentano di colmare con un materialismo infelice, un conformismo grottesco, un ottimismo che sfocia in involontaria autoironia. James, dunque, incarna un tipo d’americano nuovo, diverso, che non accetta il convenzionalismo dei discorsi e dei traguardi (la retorica sull’11 settembre, per esempio, o l’oleografia del quadretto famigliare tradizionale). Sembra aver conseguito una maturità, una consapevolezza diversa, migliore, dialettica, e la custodisce gelosamente. Anela all’autonomia, a un’autonomia totale, dalle istituzioni burocratiche e da quelle sociali, assumendosi i rischi dell’insidioso percorso disseminato di pregiudizi, resistenze, stupidità, ma infine trovando la propria via, nonostante che le inquietudini e gli assilli lo inseguano sino all’ultima riga dell’ultima pagina: «Come faccio a sapere cosa vorrò nella vita? Come faccio a sapere cosa mi servirà?».
Romanzo di formazione dallo schema piuttosto libero, Un giorno questo dolore ti sarà utile è una lettura edificante, balsamica, che ritrae un adolescente del XXI secolo alle prese, alle strette con sé stesso, la definizione di sé, tramontati i vecchi valori, le vecchie metanarrazioni, e pungola la coscienza, invita a coltivare lo spirito critico, ad amare la libertà, a scrivere la propria storia, a non seguire il branco. Per fortuna, Cameron lo fa con un linguaggio a un tempo colto e divertente, ribadendo una volta di più la bellezza, l’indispensabilità, la potenza della letteratura.
P.s.: il titolo è geniale, lo capirete leggendo.
