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Matrici

20 novembre 2011

Se non fosse che stiamo ciondolando sul limine dell’abisso, mi risparmierei questa tirata su un sacco di fandonie che solgo classificare come strame. Mi è ben noto che le cause della cosiddetta crisi (vocabolo invalso e indigesto che credo procuri ai più spasmi peristaltici) non provengono da noi – cioè a dire che non abbiamo colpe specifiche – ma che tale processo è l’ovvia conseguenza del sistema-prigione entro il quale viviamo da un paio di secoli; sistema-prigione che molto prima degl’infimi politici e economisti cui tutto si sacrifica, veri intelletti avevano compreso, iniziato a criticare e finito col temere, giacché fin da allora era chiaro come tutto si sarebbe risolto: in un deflagrante caos. Lo sapete, parlo di filosofi, di letterati, di pensatori, e il sistema-prigione al quale mi riferisco è quello capitalistico. Nessuno meno di me si stupisce per ciò su cui si favoleggia da mesi, anzi anni, infilando una via l’altra parole ignote, indefinite che dovrebbero, secondo l’oscillazione diuturna delle borse planetarie, accordarci o rinnovate illusioni o drammatiche atrocità. Io del resto ho da tempo assunto un atteggiamento di studiata indifferenza, e ho rinunciato a perseguire gli abomini del paradigma contemporaneo, imbellettato con un giovanilismo debosciato unito a una lancinante ristrettezza di vedute. La vera differenza fra uno come me e uno simile a me, ossia fra persone che condividono il medesimo pensiero fuorché nella prassi, consiste nel rinunciare alla lotta e nell’evocarla.  (Sono qui coinvolte matrici sentimentali e temperamentali che esulano dal pezzo). Rinunciare equivale a rassegnarsi, a subire, a rintanarsi, mentre lottare significa darsi, donarsi, sperare. Romanticismo… Dove sono io, a condurre è il disgusto, è una lucida spietatezza.

Sono di gran moda, da una dozzina di anni, gli anti-sistema – capeggiati da nessuno, proclivi al nichilismo, refrattari al compromesso. Mi trovo d’accordo con il grosso delle loro istanze, ne sostengo le azioni, ne censuro gli estremismi. Però mi fermo qui. Il motivo? Ebbene, per quanto si dannino, per quanto sfilino, per quanto vocino, nulla cambierà, nulla devierà, nessuno (nessuno che davvero conti) li ascolterà. Il mondo, infatti, che altri chiama il Mercato, è un caposaldo fortificato e armato in grado di resistere a qualsiasi assalto, a qualsiasi imprevisto, salvo forse la sua propria implosione. Il sistema non si cambia perché il sistema non si lascia cambiare. E’ finito il tempo delle grandi idee, dei grandi ideali, così pure quello delle rivoluzioni, dei ribaltamenti di assetto, o perlomeno di quelli consentiti. Niente di ciò che accade è casuale, il mercante è demiurgo del Mercato, finché ci saranno merci ci sarà Mercato, finché ci saranno falsi bisogni ci saranno falsi beni, e viceversa. Viviamo in una fabbrica infinita, legittimata, indiscussa, che si alimenta e che non può essere né chiusa né ridimensionata né rallentata, pena la fine. Il nostro immaginario è molato dalla materia, dal materiale; obnubilato da sciocche superstizioni religiose; assuefatto a patetiche morali competitive, concorrenziali, familistiche, di status, ecc. Essenzialmente, siamo contro natura, signoreggiamo uno spazio che a torto riteniamo sol nostro e sol presente, odierno.

Ah la natura!… così bella e terribile… Ma no, sbaglio, non la si deve personificare, la natura è ciò che è, null’altro. Pure, per quanto una certa attitudine alla superficialità c’induca a infiorarne la sostanza per rendercela meno inquietante, da essa traiamo tutto quel che ci serve per vivere: senza la natura, infatti, moriremmo, non saremmo, niente potrebbe essere (niente di organico, dico). Il corollario vien dunque da sé: aver cura dell’ambiente (oggi l’uomo si trova in questa curiosa, mostruosa condizione: doversi curare dell’ambiente, sapere cioè che ogni sua azione produce conseguenze anche devastanti nel lungo periodo, conseguenze che possono inficiare la sopravvivenza delle generazioni a venire!) è una necessità, una priorità. Già, è davvero così? Son troppo prevenuto nei confronti dell’uomo – di quest’uomo – sarei orientato a rispondere: no. D’altronde, giorno dopo giorno testimoniamo dello sfacelo; sfacelo dal quale siamo non solo ben lungi dal risollevarci, ma al quale abbiamo anzi fatto l’abitudine; abitudine divenuta a un tempo fattore di rischio e auto-assolutoria consolazione. Insomma, mica è colpa mia (può querularsi ciascuno di noi) se le cose della Terra vanno a questa maniera! faccio quel che devo per tirare avanti, che altro!? Intanto, la popolazione mondiale ha raggiunto i 7 miliardi d’individui e si appresta, nel volgere di un quindicennio, a sfondare il tetto dei 9; negli ultimi anni, si avvicina sempre più il giorno in cui l’ammontare delle risorse che il pianeta è in grado di rinnovare ogni dodici mesi viene esaurito dai suoi ospiti (mangiamo a credito, e il conto presto o tardi ci verrà mostrato); nell’Oceano Pacifico, molto al largo del Giappone, “nuota” sotto il pelo dell’acqua l’immane Trash Vortex, colossale groviglio d’immondizia plastica, grande quanto il doppio degli Stati Uniti, formatosi grazie alle correnti marine e, soprattutto, all’inesauribile vocazione al disastro da parte dell’humani generis; benché nessuno ne parli dalla fallita conferenza di Copenhagen, il surriscaldamento terrestre, col conseguente scioglimento dei ghiacci polari dovuto alla mutazione climatica, resta il più certo, tristo, acuto risultato della pervicace boria modernista; guerre di religione, guerre per il petrolio, l’acqua, il grano (ultimamente, guerre per la Playstation all’inaugurazione dei capannoni commerciali) asfissiano ora e asfissieranno vieppiù in avvenire l’esiguo mucchio di cellule cerebrali rimasteci; ecc. Mi pare inutile infoltire l’elenco delle doglianze, tanto le conosciamo press’a poco tutte, non è vero?

Mi capita di osservare, con maggior frequenza, coppie d’innamorati della mia età condursi mano nella mano attraverso le vie principali della città o spingere una carrozzina contenente “il frutto della loro unione”. Nove volte su dieci, esse paiono fuoruscite da una di quelle sciocche riviste di moda, dove indossatori e indossatrici dai fisici improbabili inscenano situazioni ancor meno verosimili allo scopo di rendere appetibili, oltre ai vestiari, gli stili di vita che l’acquisto di determinati oggetti sembra finisca col conferire. L’orlo dei pantaloni del maschio cade dolcemente sul dorso del piede calzante un tenero mocassino azzurro che con commovente concordanza s’intona allo sgargiante rosso del tessuto dei primi; i tacchi delle scarpe della femmina quantunque non sia giorno di festa o di evento picchiettano marzialmente il duro sasso dell’impiantito e con tacita esattezza ammiccano alla lucida borsetta di cuoio che pende dall’avambraccio ripiegato a uncino e nella quale trovano ricovero gli strumenti precipui della civilizzazione: telefonino, rossetto, assorbente; il fuoristrada guidato dal maschio ma approvato previamente dalla femmina attende con canina mansuetudine che i padroni terminino la passeggiata onde riaccoglierli nell’enorme abitacolo e tosto menarli o a casa (una maniacalmente curatissima villetta a ridosso della campagna, perché “si respira un’aria migliore”) o altrove finché asfalto e carburante glielo accorderanno – ah la libertà!…; cessato il fine settimana, sia maschio sia femmina riprenderanno il lavoro – lui ha magari un fumoso ma remunerativo impiego tale da consentirgli il puntuale saldo delle rate del sopraddetto veicolo, lei ha magari una minuta rivendita di monili per civette tale da consentirle di non mancare un sol corso presso il tempio dell’inettitudine: la palestra; e la sera a letto espletate le funzioni sessuali ridotte a coreografia della finzione matrimoniale ella può idealizzare l’avvenire della prole compulsando proterve pubblicazioni i cui estensori hanno meno perspicacia del lombrico mentre egli può baloccarsi senza fili mercé l’ultima “app” del già trasumanato S.J.; ecc. Le guardo, queste coppie, e mi chiedo: che c’entro, io, con loro? in cosa siamo simili? dovrei nutrire fraterni sentimenti verso costoro? dovrei accettarne le bassezze intellettuali e morali in quanto emanazioni del diritto a essere sé stessi? Giammai! Non c’entro nulla con voi, non siamo simili, non ho che disprezzo da darvi, la vostra stupidità mi nausea, e dei vostri diritti mi costerno.

Il solito, patetico brontolone, giusto? Forse. In realtà, con l’attenuante dell’esasperazione, mi sia concesso di additare alcuni dei mali che ci affliggono e che in breve ci trascineranno nel cupo fondo di un baratro senza risalita. Un malanno, su tutti, c’insidia: l’idiozia. E’ dovunque, ci divora, rosicchia anche l’osso più piccolo, ingurgita, digerisce, riplasma, reitera… Ripeto sovente a me stesso che venticinque secoli or sono su questo mondo camminavano Platone e Aristotele, oggi incedono tronfi qualunquisti, gretti perbenisti, impudenti millantatori, privi di una seppur blanda vita interiore. Ciò mi dispera, mi sconforta, mi umilia… è tutto un indecente mercimonio: di corpi, d’intelletti, di bellezza… Ma è troppo complessa, troppo personale questa riflessione, non so manco perché la faccia, o la tenti, tanto mi angustia!

Ho avuto una discussione su tutto quanto più sopra si è detto – discussione interrotta per pietà reciproca: mia e del mio interlocutore. Sapendomi pessimista, egli tentava di persuadermi dell’eccessivo fatalismo della posizione su cui mi ostinavo; sapendolo di cieca buona fede, io tentavo d’istruirlo a un tempo sul mio modo di pensare e sui falsi piani della sua logica. Non ne è venuto fuori granché, se non che ciascuno ha potuto conservare – immutate – le proprie riserve. Tuttavia, mentre il cinismo di cui mi accusava forgia da sempre le mie convinzioni (portato di un retroterra aduso alla dialettica), i luoghi comuni che mi sono accorto infettavano la sua mentalità (portato, stavolta, delle idee dominanti di una società incolta) gl’impedivano di cogliere i nessi di un discorso tutt’altro che raccogliticcio. Liberarsi dei fantasmi della tradizione, lo sappiamo, è aspro cimento e travagliato…

Il punto, in conclusione, è che non c’è scampo. Se si esaminano i termini della questione “sussistenza della genia umana a breve e lungo andare”, non si può non ammettere che essa è niente affatto scontata. Certo, non è impossibile, ma a quale prezzo? Troppe, e abnormi, sono le aporie; troppi, e ingenti, sono i danni; troppo, e irrecuperabile, è il buon senso smarrito. Mi sto convertendo, io cosmopolita, alle piccole patrie?

(P.s.: ho letto oggi, sul Corsera, un interessantissimo articolo di Michel Onfray. Mi pare dica, con maggiori chiarezza e competenza, quel che io ho solo sfiorato. Lo reperirò e pubblicherò. Questo mio pezzo, tuttavia, risale a ben prima e, scrivendolo, non avevo la menoma conoscenza di quello del francese).

2 commenti Lascia un →
  1. 23 novembre 2011 20:48

    Sandro, e’ quasi inutile aggiungere qualcosa, se non il fatto che i tuoi interventi sono veramente le pagine piu’ interessanti (e le meglio scritte) di questo blog.

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