Le finte liberalizzazioni
Okay, lo ammetto fin dall’inizio. Il titolo è fuorviante. Le liberalizzazioni di Monti non sono finte, ma sono insufficienti e in qualche caso semplicemente malfatte e quindi controproducenti. Mi limito solamente ad alcuni punti che stanno attirando le attenzioni della stampa in questi giorni, in parte a causa di una reazione per così dire esagitata da parte delle categorie interessate.
Il quadro è chiaro: aumento delle licenze dei taxi, più posti da notaio, incremento del numero di farmacie autorizzate, abolizione delle tariffe minime e massime per gli avvocati e gli altri ordini professionali. Evvai, gridano i media tutti in coro, questo sì che è liberalismo applicato. Sarà. Mi limito a constatare che è molto meno rispetto alle ipotesi circolate nelle settimane scorse e mi fa anche un po’ rimpiangere le lenzuolate di Bersani che, per quanto insufficienti, avevano almeno il dono della chiarezza: aspirina al supermercato. Se la trovi alla Coop, la liberalizzazione ha funzionato. Altrimenti, no. Lo capisce anche un bambino.
Nel caso attuale invece si mena palesemente il can per l’aia. Il mantra ufficiale è che le tariffe scenderanno. Ma come? Semplice, si aumenta il numero di professionisti disponbili sul mercato. A parità di clientela questo dovrebbe far abbassare le tariffe. Gli utenti-clienti spendono in totale tanto uguale, ma ogni singolo professionista guadagna pro capite di meno (a meno che non aumenti le tariffe…). In altre parole, non si aumenta la concorrenza, ma si riduce solo il reddito delle categorie colpite (ripeto, forse). Ora, ‘colpire i ricchi’ è di per sé una possibilità che in tempi di crisi non può essere scartata alla leggera, ma tanto vale farlo bene: introducendo una patrimoniale. E controlli fiscali a tappeto. Altrimenti, hanno un po’ di ragione anche i tassisti a chiedersi come è potuto accadere che un intero paese abbia finito per odiare proprio loro, fra tutte le categorie protette che ci sono.
Mi si dirà: ma se le tarrife scendono, i consumatori ci guadagnano, no? A breve può darsi, ma se siamo d’accordo che la politica in Italia dovrebbe smetterla di pensare a domani per tornare ad occuparsi meglio del dopodomani, allora dobbiamo anche avere il coraggio di ammettere che il piano Cresci Italia rischia in realtà di paralizzare il paese sul lungo periodo ancor più di quanto non sia avvenuto finora. Aumentare il numero di tassisti, farmacisti o notai senza toccare i lacci e lacciuoli che ne proteggono inopinatamente i rispettivi mercati significa semplicemente aumentare la platea dei protetti. In questo modo, se un prossimo governo deciderà di liberalizzare davvero questi settori, si troverà di fronte non professionisti ormai avvezzi alla concorrenza ma semplicemente un’opposizione ancora più ampia. Dal 2014, per esempio, ci saranno 1500 notai in più pronti a difendere i propri privilegi/diritti e proporzionalmente aumenterà la difficoltà per qualsiasi governo di intervenire sugli stessi, perché il quadro di regolamentazione della professione non sarà cambiato di una virgola.
Arrivati a questo punto bisogna comunque fare una distinzione fra tassisti e altre categorie professionali. I primi infatti operano in regime di licenza, ma sono rappresentati da diverse organizzazioni di categoria. La loro opposizione a qualsiasi riforma del settore è motivata dal fatto che spesso hanno dovuto indebitarsi non poco per poter acquistare una licenza. Che sperano poi di rivendere al momento di andare in pensione, a mo’ di liquidazione. L’argomento ha una sua logica e non è totalmente indifendibile. Si vogliono liberalizzare le licenze? Perfetto, sarà bene allora rendersi conto che non lo si può fare a costo zero. Il governo, qualsiasi governo, non può far altro che rilevare tutte le licenze esistenti a prezzi di mercato per poi liberalizzarle immediatamente. Un’operazione in perdita? A breve forse, sul lungo periodo si sarà però realizzato l’obiettivo della liberalizzazione e di un concreto aumento della concorrenza, salvando però l’equità sociale cui anche i tassisti nel loro piccolo hanno diritto. Ma dove si trovano i soldi con i tempi che corrono? Benissimo, se non ci sono i soldi, allora lasciamo tutto com’è, per favore. Almeno si evita di aumentare il numero dei protetti e rendere la vita più difficile ai prossimi governi.
E veniamo ad avvocati e affini. Vale a dire a tutte le categorie dotate di ordine professionale. Sarà bene ricordare da dove vengono queste istituzioni. Si tratta di organi verticali di auto-organizzazione delle professioni che partono da una visione corporativa della società. Non a caso sono stati introdotti dal fascismo e mantenuti da una democrazia cristiana che su questo punto non la pensava in modo molto diverso: è meglio che gli avvocati (ma mutatis mutandis, anche i medici, i farmacisti, gli architetti, gli ingegneri, i geometri, i giornalisti, ecc. ecc. ecc. ecc. ecc. ecc.) si regolino fra di loro, ricchi e poveri, giovani e vecchi, cittadini e villani, con ampia discrezionalità di regolamentazione interna e senza tenere di fatto in alcun conto la posizione del cliente. Tant’è vero che tutti questi ordini hanno introdotto tabelle tariffarie obbligatorie, fondi pensione propri (alcuni nel frattempo confluiti nell’INPS) e divieto di informazione pubblicitaria. Non proprio un modello liberale di trasparenza e concorrenza. Ma come detto sopra, questo non era neppure l’obiettivo originario.
È proprio su questi ordini professionali che si sarebbe dovuto intervenire. ‘Aboliamoli!’, ha gridato qualcuno. Mi limito a dire che forse si sarebbe potuto fare molto senza arrivare a tanto. In fondo gli ordini rappresentano i propri iscritti, esattamente come fanno i sindacati con i lavoratori dipendenti, ed è questo una conquista sociale che nessuno vuol mettere in discussione. L’ammissione a questi istituti non funziona sempre nello stesso modo e non è il caso qui di entrare in dettaglio. In tutti i casi, però, due sono gli aspetti comuni: esistono albi professionali, gestiti ma distinti dai rispettivi ordini, e non esistono altre rappresentanze professionali oltre a questi ordini. Nel senso che proprio non sono consentite. Sei avvocato iscritto all’albo e vuoi farti tutelare nei tuoi diritti di professionista? Devi – proprio devi – essere iscritto all’ordine. Orbene, quest’ordine, all’epoca delle lenzuolate di Bersani, ha fatto di tutto, ma proprio di tutto, per impedire ai giovani professionisti, ancora sconosciuti ma ambiziosi, di farsi un po’ di pubblicità. In nome della solidarietà interna, che è il motivo primo dell’esistenza stessa di un ordine professionale. In altre parole, far finta di ingoiare il rospo per poi aggirare l’ostacolo con disposizioni interne (che in una visione corporativa ma illiberale della società, non dimentichiamolo, sono l’essenza dell’autoregolamentazione degli ordini, i quali, in buona sostanza, sono l’antonimo della concorrenza). Idem per l’abbassamento delle tariffe, che Bersani aveva già reso puramente indicative, con il conseguente mostruoso calo tariffario che oggigiorno è sotto gli occhi di tutti (lo dico con sarcasmo, nel caso non fosse chiaro).
È verosimile attendersi che anche questa volta finirà in gloria. Gli avvocati non hanno più tariffe minime e massime? Bene, ma devono pur sempre iscriversi all’ordine, il quale probabilmente si farà avanti con una serie di tariffe consigliate. E va da sé che saranno ‘caldamente’ consigliate, pena tutta una serie di guai disciplinari interni che soprattutto un giovane professionista alle prime armi non avrà alcun interesse ad affrontare. Oltre al fatto che è uno dei compiti sacrosanti di un organo di rappresentanza professionale consigliare ai propri iscritti una tariffa dignitosa per le diverse prestazioni. Ovviamente, dell’abolizione delle tariffe massime non importa niente a nessuno, anzi, ben venga, mi sembra già di sentirli. Ripeto: perché un avvocato non può avere a disposizione una pluralità di associazioni professionali che lo rappresenti – esattamente così come esistono diverse sigle sindacali? Credo che sia nell’interesse della professione forense, prima ancora che del consumatore. L’avvocatura non è un monolite, non tutti avranno la stessa visione della professione, è bene che questa diversità di interessi e posizioni venga alla luce, che sia dovutamente rappresentata. Anche il legislatore ne trarrà il dovuto vantaggio, quanto meno in termini di conoscenza del tessuto professionale del paese.
Lasciamo che gli albi e gli ordini professionali continuino ad esistere. Manteniamo i primi obbligatori in quanto è pur sempre interesse del consumatore sapere se qualcuno ha veramente le qualifiche per esercitare una data professione, ma rendiamo l’iscrizione agli ordini facoltativa, mettendo gli stessi in competizione con altre associazioni di categoria. Solo in questo modo si aumenterà davvero la concorrenza con una riduzione effettiva delle tariffe e adeguate tutele di categoria che non danneggino tutti indistintamente, consumatori e professionisti, in una specie di guerra intraclassista tra piccoli borghesi.
Concludo con un altro punto del piano Cresci Italia, che non è direttamente legato alle professioni ma che mi lascia comunque assai perplesso perché si basa su una visione sociale altrettanto a compartimenti stagni. Parlo della possibilità per i giovani fino a 35 anni di aprire una Srl con solo un euro. Ottima misura, favorisce indubbiamente l’accesso all’imprenditoria con l’aumento globale di produttività e creatività che dovrebbe derivarne. Bene, bravi, bis! Eppure, mi devo chiedere, ma la creatività e la voglia di fare ce l’hanno solo i giovani con meno di 35 anni? Credo di no. Apriamo questa possibilità a tutti, santiddio! Perché, per fare un esempio a caso, un paio di operai della Fincantieri ultratrentacinquenni, i quali, visto l’andazzo, volessero riqualificarsi come imprenditori, non potrebbero godere di questa possibilità? Perché sono vecchi? Ma allora abbassiamo pure l’età pensionabile a 35 anni, cosa volete che vi dica. Davvero, soprattutto in tempi di carenza di stimoli per la crescita, non si può pensare di aprire l’economia limitandosi a socchiudere porte e finestre. Le si deve proprio spalancare. E il governo Monti non lo sta facendo.