“Le storie della salamandra”. Recensione per Abel Books
Do il via, col presente, a una breve serie di due commenti che mi sono impegnato a scrivere dopo aver letto i libri in versione e-book. L’editore è consultabile a questo indirizzo.
La raccolta di Paolo Durando intitolata “Le storie della salamandra” comprende quattro racconti: “L’unico”, “Amore con varianti”, “Francesco Uomo”, “I molteplici”. Si tratta di un libro di fantascienza, dove s’incontrano alieni, leggi fisiche elastiche, apocalissi sognate o sogni apocalittici. Personalmente non sono un amante della materia, perciò non possiedo un retroterra ampio abbastanza da consentirmi l’elaborazione di una critica puntuale; quel che farò, da lettore e nulla più, sarà di enumerare i pregi e i difetti riscontrati nell’opera. Per chiarezza e onestà, dico sin d’ora che a me la raccolta non è piaciuta per intero – ci sono alcuni spunti interessanti, questo sì, ma nel complesso la definirei non riuscita. Vediamo perché.
Ho apprezzato il primo racconto, “L’unico”, che colloca su un pianeta remoto il solo sopravvissuto di un “naufragio” spaziale: in quanto uomo, dunque aberrante bizzarria, recita il proprio dramma esistenziale al cospetto di mostruose monadi tentacolari, che godono della sua sofferenza e che lo illudono col feticcio di una donna. Qui la lunghezza del testo è giusta, equilibrata, meno di venti pagine, e i benefici sono immediati: chi legge, infatti, ha il tempo di assimilare la prospettiva della narrazione senza farsi fagocitare, accettando perfino un lessico ingarbugliato e tuttavia efficace in un contesto di follia e alienazione
“Amore con varianti”, invece, il secondo racconto, è il più lungo. La colpa più grande che gli si può imputare, a mio avviso, è lo spreco di una buona idea. La prolissità, certo, danneggia l’intero costrutto, peraltro riabilitato dal finale, a patto che la pazienza interpretativa del lettore duri. In un futuro non troppo lontano, uno scienziato che vive a Berino in una comune compie delle ricerche sul flusso temporale e sulla possibilità di viaggiare a ritroso nel tempo. Ama ricambiato una femmina che ha scelto, per il momento, di non cambiare sesso, poiché in quell’epoca i costumi morali sono mutati e il genere può essere deciso. Le parti iniziale e centrale – complicate da riflessioni non sempre coerenti e da un eloquio che a tratti scade in modo fastidioso – preparano una sorta di colpo di scena terminale; però, come detto, l’intrigante esito della vicenda è mutilato dalla pesantezza di quel che viene prima.
“Francesco Uomo” sarebbe decisamente il racconto più letterario, rappresentando l’allucinato risveglio in un mondo all’improvviso disabitato, del quale l’unico sopravvissuto può farsi sovrano. Mi ha convinto e interessato, benché non possa astenermi dall’annotare un’eccessiva frettolosità nel passaggio di paradigma e un’insistita vocazione al dramma, all’esasperazione, che talvolta stanca.
“I molteplici” torna sull’argomento dello spazio-tempo, immaginando il XXIII secolo e intrecciando le vite di personaggi di epoche distanti fra loro.
Scrivere è difficile, anche quando tale attività scaturisce da un impulso interiore, quasi imperativo. Scrivere storie di fantascienza è ancor più arduo, giacché si devono trasferire in un altrove inventato, scollegato dalla realtà quotidiana, scene e vite e concetti mediante i quali si tenta di rappresentare, di criticare il proprio mondo, la propria specificità. Chi scrive, quindi, è sempre solo, è costretto a misurarsi nell’impari duello coi fantasmi e le tensioni che lo dilaniano, potendo contare sulle strette risorse del linguaggio, dello stile, della suggestione. Lo scrittore sa con precisione che cosa vuol dire e dove vuole arrivare, ma per farlo capire ad altri, per mettere uno sconosciuto nella condizione di stabilire con sé stesso una relazione prima empatica e poi artistica, c’è bisogno di uno sforzo, di un’inesausta volizione, altrimenti il testo, il verbale su cui si pretende registrare un’arbitraria versione della verità, è destinato a giacere – esotericamente – occultato, impenetrato, proscritto. La letteratura, per come la intendo, si tiene su queste premesse: e l’intima gioia che ognuno sperimenta allorché scopre che la pagina si trasforma in specchio, e che in quello specchio si riflettono le più vivide illusioni, è la sola inequivocabile prova che quella pagina è grande, che quella pagina è letteratura – la scienza esatta.
Se affermo che “Le storie della salamandra” non è un libro riuscito, affermo che in me non ha fatto brillare la fiamma dell’incanto; che non mi ha trascinato via con sé; che l’articolazione di frasi, periodi, paragrafi mi ha attraversato senza effetto sortire; che – scomodando un classico – non è stato l’ascia con cui spaccare il mare gelato… Tutto ciò, naturalmente, può essere riferito alla maggior parte dei libri che si pubblicano. E poi nessuno, oggi, pretende qualcosa in più di quanto promesso dal retro di copertina (nella fantascienza, le implicazioni morali sono già state indagate da M. Shelley, H.G. Wells, M.P. Shiel, ecc.)! Pertanto, mancando di originalità e escludendo che l’intento fosse innovatore, la raccolta di Durando è da intendersi come d’intrattenimento – seppure di un tipo sofisticato, laborioso, con sottintesi pseudofilosofici.
Credo che in “Le storie della salamandra” scarseggi non tanto l’intenzione di traslitterare sentimenti, sensazioni, idiosincrasie personali (perciò rispettabili), bensì la facoltà di coerentizzarla. L’autore ha inteso soprattutto soddisfare il proprio bisogno espressivo, abbandonando il lettore nel mezzo di un guado ribollente. È un’opera difficile, autoreferenziale, forse viziata da una revisione acritica. Nondimeno l’immaginazione è potente, alcune scene ben strutturate, l’incipit invogliante… Ma non basta, a mio modesto parere, partire o finire bene: la differenza la fa lo sviluppo omogeneo degli elementi del discorso. E io, lo dico con rammarico, non l’ho ravvisato. La debolezza del libro, infine, è squisitamente formale – e non è poco, in un presente a torto o a ragione compenetrato dalla decostruzione.
