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Il 4 novembre lutto nazionale

Pubblicato da giovannicarrosio su 4 Novembre, 2009

Sono poco più delle 7 di mattina e già, per le televisioni nazionali, tonitruanti servizi celebrano la festa del 4 novembre. “Grazie ragazzi”, grida il commentatore di Uno Mattina rivolto ai soldati italiani nel mondo.

Un tempo festa nazionale per la fine della Prima Guerra Mondiale, quando l’Austria si arrende all’Italia. Oggi trasformata anche in giornata per celebrare le gesta eroiche delle forze armate italiane nel mondo e in Italia. “Anche in Abbruzzo i nostri ragazzi si sono prodigati per il prossimo”

Noi che scriviamo su questo blog, il 4 novembre pensiamo non ci sia proprio nulla da festeggiare.

La cosiddetta “Grande Guerra” non fu una pagina gloriosa della storia nazionale, ma un lutto devastante per milioni di persone in tutto il mondo. Solo in Italia si contarono 680mila morti e più di un milione di feriti. Nell’Austria-Ungheria si ebbero quasi cinque milioni tra morti e mutilati. I morti in tutti i paesi furono quasi 10 milioni. Tutti giovani, contadini, operai, povera gente mandata al macello per gli interessi delle caste politiche e militari che volevano spartirsi l’Europa per il dominio internazionale.
La prima guerra mondiale è stata, così come tutte le guerre, il modo con cui i ricchi e i potenti vollero risolvere i propri conflitti sulla pelle delle popolazioni. Oggi, a novant’anni da quei tragici eventi, la classe dirigente del paese torna alla carica con l’insopportabile esaltazione del militarismo, spacciando le missioni di guerra come missioni di pace e legittimando le politiche di guerra permanente che da anni devastano il mondo.
Invitiamo la cittadinanza, gli studenti, i lavoratori a rifiutare questa propaganda militarista: rende vero onore alle vittime soltanto chi lavora tenacemente per rendere illegittima ogni guerra ed escluderla per sempre dalla storia dell’umanità.

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Cantaci, o Nicola, del sindaco Bloomberg…

Pubblicato da sandro su 3 Novembre, 2009

Nicola caro, ci spieghi un po’ perché Michael Bloomberg – che verosimilmente sarà rieletto oggi dai tuoi concittadini – non è un pericolo per la democrazia come il buon Silvio nostro? Eppure anche lui è un come si dice «magnate» dei mass media. Eppure ha speso decine o centinaia di milioni di dollari nella campagna elettorale, facendo valere il vantaggio datogli dal suo patrimonio immenso. Eppure è un sindaco-sceriffo. Dunque spiegaci, Nicola, perché la bella New York lo ama tanto? perché non è una minaccia per l’uguaglianza di fronte alla legge? Son domande retoriche, ma grazie lo stesso.

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Alda Merini è morta, con la sua splendida follia

Pubblicato da giovannicarrosio su 1 Novembre, 2009

Alda Merini

“La follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia. Invece, incarica una scienza, la psichiatria, di tradurre la follia in malattia allo scopo di eliminarla. Il manicomio ha qui la sua ragion d’essere” (Franco Basaglia).

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Prima di parlare di questa morte, le foto bisogna guardarle.

Pubblicato da giovannicarrosio su 31 Ottobre, 2009

Ignazio La Russa, Ministro del governo Berlusconi: “Di una cosa sono certo: del comportamento assolutamente corretto da parte dei carabinieri in questa occasione”

Questa è la dichiarazione di un ministro del nostro governo. Non credo siano necessari commenti. Lasciamo parlare le foto.

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Luigi Manconi

“Ho avuto modo di vedere le foto della salma di Stefano Cucchi, 31 anni, morto in circostanze tutte ancora da chiarire nel reparto detentivo dell’ospedale Pertini di Roma. È difficile trovare le parole per dire lo strazio di quel corpo, che rivela una agonia sofferta e tormentata. È inconfutabile che il corpo di Stefano Cucchi, gracile e minuto, abbia subito a partire dalla notte tra il 15 e 16 ottobre numerose e gravi offese e abbia riportato lesioni e traumi. È inconfutabile che Stefano Cucchi – come testimoniato dai genitori – è stato fermato dai carabinieri quando il suo stato di salute era assolutamente normale ma già dopo quattordici ore e mezza il medico dell’ambulatorio del palazzo di Giustizia e successivamente quello del carcere di Regina Coeli riscontravano lesioni ed ecchimosi nella regione palpebrale bilaterale; e, la visita presso il Fatebenefratelli di quello stesso tardo pomeriggio evidenziava la rottura di alcune vertebre indicando una prognosi di 25 giorni. È inconfutabile che, una volta giunto nel reparto detentivo dell’ospedale Pertini, Stefano Cucchi non abbia ricevuto assistenza e cure adeguate e tantomeno quella sollecitudine che avrebbe imposto – anche solo sotto il profilo deontologico – di avvertire i familiari e di tenerli al corrente dello stato di salute del giovane: al punto che non è stato nemmeno possibile per i parenti incontrare i sanitari o ricevere informazioni da loro. È inconfutabile che l’esame autoptico abbia rivelato la presenza di sangue nello stomaco e nell’uretra. È inconfutabile, infine, che un cittadino, fermato per un reato di entità non grave, entrato con le proprie gambe in una caserma dei carabinieri e passato attraverso quattro diverse strutture statuali (la camera di sicurezza, il tribunale, il carcere, il reparto detentivo di un ospedale) ne sia uscito cadavere, senza che una sola delle moltissime circostanze oscure o controverse di questo percorso che lo ha portato alla morte sia stata ancora chiarita. Su questo, domani alle ore 12 nella sala stampa del Senato della Repubblica a Roma, terrò una conferenza stampa con Ilaria Cucchi, sorella di Stefano e con l’Avvocato Fabio Anselmo, legale della famiglia.”

Adriano Sofri

PRIMA di tutto riguardiamo le fotografie di Stefano Cucchi. Quelle di un giovane magro, un geometra, che ha avuto a che fare con la droga e sa che gli potrà succedere ancora, e intanto vive, sorride, lavora, abbraccia sua madre, scherza con sua sorella. I giornali in genere hanno preferito pubblicare queste. E quelle di un morto, scheletrito, tumefatto, infranto, il viso che eclissa quello del grido di Munch e delle mummie che lo ispirarono, il corpo di una settimana di Passione dell’ottobre 2009. La famiglia di Stefano ha deciso di diffondere quelle fotografie.Nessuno è tenuto a guardarle. Ma nessuno è autorizzato a parlare di questa morte, senza guardarle.
Per una volta, sembra che tutti (quasi) ne provino orrore e sdegno, e vogliano la verità e la punizione. È consolante che sia così. Ma è difficile rassegnarsi alle frasi generiche, anche le più belle e sentite. C’è un andamento provato delle cose, e le parole devono almeno partire da lì. Certo, le parole possono osare l’inosabile. Possono, l’hanno fatto perfino questa volta, dire e ripetere che Stefano Cucchi “è caduto dalle scale”.

Non è nemmeno una provocazione, sapete: è una battuta proverbiale. Se incontrate uno gonfio di botte in galera, lo salutate così: “Sei caduto dalle scale”. Hanno un gran senso dell’humour, in galera. Lo si può anche mettere per iscritto e firmare. Sembra che anche Stefano l’abbia messo a verbale presso il medico del carcere: “Sono caduto dalle scale”. È un modo per evitare di cadere di nuovo dalle scale. Il meritorio dossier Morire in carcere curato da “Ristretti orizzonti” certifica che le morti per “cause da accertare” sono più numerose di quelle per “malattia”.

Tuttavia bisogna guardarsi dall’assegnare senz’altro il calvario di Stefano al capitolo carcerario. Per due ragioni, già documentate a sufficienza. La prima: che fra la persona integra arrestata col suo piccolo gruzzolo di sostanze proibite e la persona cui vengono certificate nell’ambulatorio del tribunale “lesioni ecchimodiche in regione palpebrale inferiore bilateralmente”, e che lamenta “lesioni alla regione sacrale e agli arti inferiori” (i medici del carcere le preciseranno come “ecchimosi sacrale coccigea, tumefazione del volto bilaterale orbitaria, algia della deambulazione”, e quelli dell’ospedale come “frattura del corpo vertebrale L3 dell’emisoma sinistra e frattura della vertebra coccigea”) fra quelle due condizioni c’è stata solo una notte trascorsa in una caserma di carabinieri.

Il ministro della Difesa – un avvocato penalista – pur declinando ogni competenza nel caso, ha creduto ieri di dichiarare: “Di una cosa sono certo: del comportamento assolutamente corretto da parte dei carabinieri in questa occasione”. Non so come abbia fatto. So che qualcuno vorrà ammonirmi: “Ci risiamo”. Infatti: ci risiamo. I medici e la polizia penitenziaria che dichiarano che Stefano “è arrivato in carcere così” hanno dalla loro una sequenza temporale interamente vidimata.Questa era la prima ragione. La seconda è che nell’agonia di Stefano – di questo si è trattato, questo sono stati i suoi ultimi sette giorni – sono intervenute tante di quelle autorità costituite da far rabbrividire. Carabinieri, dall’arresto fino al trasporto al processo e alla consegna al carcere. Magistrati, uno dell’accusa e uno giudicante, che in un processo per direttissima per un reato irrisorio e con un giovane imputato così palesemente malmesso da suggerire la visita medica nei locali stessi del tribunale, rinviano l’udienza al 13 novembre e lo rimandano in carcere ammanettato.

Agenti di polizia penitenziaria, che piantonano così rigorosamente il pericoloso detenuto nell’(orrendo) reparto carcerario dell’ospedale intitolato a quel gran detenuto che fu Sandro Pertini, al punto di impedire ai famigliari del giovane di chiederne una qualche notizia ai medici, facendo intendere che occorra un’autorizzazione del magistrato: espediente indecente, perché per parlare col personale sanitario non occorre l’autorizzazione di nessuno. (Sono stato moribondo e piantonato in un ospedale, e nessuno si sognò di dire ai miei che non potevano interpellare i medici: e vale per chiunque). Espediente, oltretutto, che costringe a chiedersi quale movente lo ispirasse.

Una sovrintendente e, a suo dire, un medico di turno, che, anche ammesso che non abbiano saputo delle visite ripetute e trepidanti dei famigliari, hanno dichiarato di non aver notato i segni delle lesioni sul volto di Stefano, “in quanto si teneva costantemente il lenzuolo sulla faccia”! Frase che insegue l’altra sulla caduta dalle scale: un detenuto malconcio al punto di essere tradotto in ospedale non viene visto da chi lo sorveglia e da chi lo cura perché si tiene il lenzuolo sulla faccia.

Non hanno visto “il volto devastato, quasi completamente tumefatto, l’occhio destro rientrato a fondo nell’orbita, l’arcata sopraccigliare sinistra gonfia in modo abnorme, la mascella destra con un solco verticale, a segnalare una frattura, la dentatura rovinata”… Non era un lenzuolo: era l’anticipazione di un sudario. Questo non ha impedito a un medico di turno di stilare un certificato in cui si legge che Stefano è morto “di presunta morte naturale”.

Infine, c’è l’autopsia eseguita sul cadavere straziato, nel corso della quale si proibisce al consulente di parte di eseguire delle foto. (Quelle che guardiamo oggi, chi ne ha la forza, sono state prese per la famiglia dal personale delle pompe funebri). È stata, la settimana di agonia di Stefano, una breve marcia attraverso le istituzioni. Questo sono infatti, al dunque, le istituzioni: persone che per conto di tutti si trovano a turno ad avere in balia dei loro simili: persone delle forze dell’ordine, giudici, medici, e anche politici e giornalisti…

Tutti (quasi) chiedono giustizia e verità. Bene. Un pubblico ministero ha già imputato di omicidio preterintenzionale degli ignoti, ieri. I colpevoli non sono certo noti, e non lo saranno fino a prova provata: ma gli imputati sono noti. Quanto al preterintenzionale, è un segno di garantismo notevole, venendo da una magistratura che quando l’aria tira imputa di omicidio volontario lo sciagurato che abbia travolto qualcuno con l’automobile.

Isabella Fedrigotti

A 31 anni si è un uomo, è vero, ma ciò non toglie che si resti figlio. Essendo malato, a maggior ragione Stefano Cucchi era figlio. E se anche fosse stato uno spacciatore, un criminale, dunque, sempre figlio rimaneva.

Perciò ai suoi genitori non si può venire a dire — come fosse­ro estranei terzi, soltanto vaga­mente interessati alla sorte di quel ragazzo — che gli orribili li­vidi sul suo volto e sul suo cor­po erano stati provocati da una caduta dalle scale. Aveva diritto, la sua famiglia, qualunque cosa Stefano avesse fatto, di essere avvisata per poterlo visitare, per almeno vederlo, salutarlo, carez­zarlo prima che morisse. Aveva diritto che un figlio non venisse trattato come una qualsiasi prati­ca dimenticata.

Sono metodi da incivile e arre­trata dittatura questi, di cui non raramente leggiamo nelle crona­che internazionali, costernati e orripilati per il fatto che in qual­che Paese capita che un giovane sparisca un bel giorno in prigio­ne e venga tempo dopo restitui­to cadavere ai genitori. Ma subi­to dopo ci sentiamo sollevati e grati che questo succeda soltan­to altrove, a migliaia di chilome­tri di distanza, non nel nostro bel Paese civile.

E invece succe­de, è successo uguale, identico. L’unica differenza è, forse, che da noi i genitori di un ragazzo ar­restato, sparito e ricomparso co­me corpo orribilmente tumefat­to e senza vita, possono protesta­re e processare, chiedere giusti­zia e sperare di ottenerla.

Se pietà per la famiglia pri­ma non c’è stata, che ci sia alme­no adesso. Che la si rispetti, che la si compianga e che, soprattut­to, non la si riempia di bugie, perché, si sa, al dolore si ag­giungerebbe il dolore, oltre al­l’amarissima, infinita rabbia di chi ha patito un sopruso e un’in­giustizia in soprappiù. Che le si risparmino le storie di cadute accidentali giù per le scale, sen­tite già troppe volte da mariti maneschi, da mogli piegate, da mamme che hanno perso la ra­gione. Che si trovi il coraggio, insomma, di dirle cosa è succes­so a quel povero corpo da ecce homo.

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Binetti, venga a trovarmi…

Pubblicato da nicola su 31 Ottobre, 2009

…ma si porti l’avvocato!

Notizia tratta da unita.it

 

Omofobia delitto federale. Obama firma la legge

Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha firmato una legge che definisce un delitto federale qualsiasi attacco contro una persona solo per il suo orientamento sessuale o la sua identità sessuale. La legge è stata dedicata a Matthew Shephard, un giovane gay del Wyoming morto dopo essere stato rapito e quindi riempito di botte nel 1998, e a James Byrd, un giovane nero texano che subì la stessa sorte lo stesso anno.

«Dopo oltre un decennio di opposizioni e di ritardi – ha detto Obama – abbiamo approvato una legge sui delitti legati all’odio per contribuire a proteggere i nostri cittadini dalla violenza basata sull’aspetto, i loro amori, il loro modo di pregare o semplicemente chi sono». Secondo il ministro della Giustizia Eric Holder, il provvedimento rappresenta «la nuova grande legislazione sui diritti civili». Ufficialmente sono circa 12mila i delitti legati all’ orientamento sessuale in questi ultimi dieci anni, e secondo Obama la nuova legge rappresenta un passo avanti nella lotta per la difesa dei diritti umani. Il presidente degli Stati Uniti ha ancora una volta reso omaggio al senatore Ted Kennedy, recentemente deceduto a causa di un tumore al cervello, reputando che è stato lui a «rendere questa giornata possibile».

Il predecessore di Obama, George W. Bush, aveva minacciato di veto qualsiasi iniziativa legislativa di questo tipo, che non piace agli ambienti religiosi più conservatori. C’è il timore infatti che la legge possa essere sfruttata per condannare chi pronuncia discorsi contrari all’aborto o all’omosessualità.

29 ottobre 2009

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Così ammazza un camorrista

Pubblicato da giovannicarrosio su 29 Ottobre, 2009

 

 

L’11 maggio Mariano Bacioterracino viene ucciso in pieno giorno di fronte al bar “Vergini”, a pochi passi da via Cavour. L’omicidio avvenuto l’11 maggio scorso in pieno giorno nel rione Sanità è stato ripreso dal sistema di sorveglianza. Nel filmato la vittima, un pregiudicato di 53 anni, sembra aspettare qualcuno fuori del negozio, quando un uomo con cappello e giubbotto, dopo essere entrato nel bar, esce e si avvicina per sparargli a poca distanza. Il primo colpo di pistola lo raggiunge al braccio, il secondo non fallisce. Il killer spara alla nuca, mentre Terracino è già accasciato a terra.

Il filmato è stato diffuso solo oggi dai carabinieri di Napoli sollecitando la “la collaborazione di chiunque sia in grado di fornire informazioni utili all’identificazione del killer e del suo correo”. Il provvedimento, si legge in una nota, “è stato adottato in quanto a tutt’oggi non è stato possibile identificare né l’esecutore materiale del delitto né la persona che si ritiene abbia svolto nell’occasione il ruolo di ’specchiettista’, entrambi ben visibili nel video”.

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Primarie PD, ha vinto Bersani. Ora torniamo a parlare di cose serie…

Pubblicato da giovannicarrosio su 26 Ottobre, 2009

… ha vinto la sinistra conservatrice, hanno vinto gli apparati, le buorocrazie. Tanta mobilitazione e tutto è rimasto come prima. Qui sotto alcune riflessioni che non c’entrano nulla con le primarie, ma sono le cose che vorrei sentir dire ad un candidato alla segreteria di un partito democratico.

Carla Ravaioli su Il Manifesto di ieri

Un articolo come quello di Riccardo Petrella apparso sull’ultimo Monde Diplomatique testimonia la possibilità di un ambientalismo adeguato alla gravità della crisi ecologica attuale; capace non solo di vederne la disperata urgenza, ma di individuare la pressoché illimitata complessità di problemi che in essa si intrecciano, in un confronto finora squilibrato a favore dei poteri costituiti e delle idee dominanti, cioè degli stessi agenti che della crisi sono responsabili.

In vista della Conferenza sul clima programmata per dicembre a Copenaghen, Petrella innanzitutto analizza e duramente critica l’assurda contesa che, da un Summit all’altro, si riproduce praticamente invariata tra paesi industrializzati e paesi in via di sviluppo, con ciascuno che pretende solo dall’altro drastici tagli alle emissioni di Co2. Una sceneggiata in cui, scontata l’evidente maggiore responsabilità dei «ricchi», è difficile anche assolvere i «poveri», non solo preoccupati esclusivamente della propria salvezza, ma ormai acquisiti al produttivismo occidentale e, come tutti, lontanissimi dall’auspicare un reale cambiamento del sistema operante: che è la causa prima sia dell’iniquità sociale di cui sono vittime, sia del collasso degli ecosistemi di cui anch’essi sono responsabili. E in ciò Petrella merita la nostra gratitudine per affrontare il problema con un taglio che – tranne rare eccezioni – anche gli ambientalisti più impegnati ignorano.

«I paesi potenti non hanno alcun interesse a modificare le cause strutturali del disastro climatico. Al contrario tutti sembrano ormai convinti, al Nord come al Sud, che la soluzione alla crisi mondiale passi per il rilancio della crescita, dell’economia di mercato, ma di colore verde (automobile verde, energia verde, abitazione verde…). Nessuno potrebbe contestare l’importanza e l’urgenza di ‘mettere al verde’ le nostre economie. Tuttavia, colorare di verde il sistema economico senza modificarne i principi e le modalità di funzionamento che sono all’origine della crisi, ha poco senso (…). Abbiamo davvero bisogno di altre centinaia di milioni di automobili e di camion, anche se verdi? Così milioni di abitazioni supplementari a energia passiva e attiva, a New York, Parigi, Francoforte, Osaka, Dubai, Los Angeles… non risolveranno niente per miliardi di persone povere, senz’acqua potabile né servizi sanitari, senza abitazione decente, senza accesso alla sanità e all’istruzione base».

Sono parole su cui dovrebbero riflettere i tanti ambientalisti che credono di poter arrestare il collasso degli ecosistemi affidandosi al «green business», di fatto identificando il problema ambiente soltanto con il mutamento climatico; il quale certo, nell’impazzimento delle stagioni e nel moltiplicarsi di fenomeni meteorologici «estremi», ne costituisce la conseguenza più grave, ma non può essere considerata la sola, col rischio di mancare l’intero obiettivo. Come appunto dice Petrella, «la vampirizzazione» dell’agenda relativa all’ambiente da parte della questione energetica «costituisce un’evidente mistificazione delle priorità del mondo».

A cominciare dall’acqua, gigantesco problema di cui Petrella è studioso di fama mondiale. L’acqua dolce, necessaria garanzia della nostra salute e insostituibile alimento di ogni forma di vita, oggi va facendosi sempre più scarsa: certo a causa del riscaldamento atmosferico e conseguente scioglimento dei ghiacciai, ma anche (e questo quasi sempre si dimentica) per via del moltiplicarsi delle attività industriali, non soltanto forti consumatrici d’acqua, ma agenti di gravi forme di inquinamento.

Per continuare con la quotidiana produzione di miliardi di tonnellate di rifiuti non trattati e non trattabili, tra cui scorie tossiche e radioattive; con mari e oceani sistematicamente invasi da idrocarburi e immondizie di ogni tipo, sovente secondo criminali operazioni di lucro; con milioni di intossicati e migliaia di morti da pesticidi tra i lavoratori agricoli; con malformazioni e tumori che si moltiplicano specie tra i giovani nei territori a intensa industrializzazione; con tossicità diffusa anche sotto l’innocua apparenza di sostanze e oggetti d’uso quotidiano (plastiche, vernici, colle, conservanti, detersivi, additivi, ecc.). E’ accettabile tacere tutto ciò e puntare solo sulla «green economy», creando l’ottimistica attesa di un futuro libero da inquinamento e da scarsità energetica, con sicuro rilancio di produzione e consumi? «Negoziare il futuro dell’umanità unicamente a partire dall’energia (…) è una grave colpa storica», è il duro, lucido, sacrosanto giudizio di Petrella.

Il quale, proprio sulla base di queste verità avanza ben poco ottimistiche previsioni circa la prossima Conferenza di Copenhagen. E al proposito commenta la recente convocazione da parte del governo danese di un World Business Summit, organizzato «per ottenere il sostegno delle imprese e della finanza». Al termine del quale è stata emessa una dichiarazione «i cui propositi sono tutti centrati sulla priorità da dare alle innovazioni tecnologiche, ai meccanismi di mercato e agli strumenti finanziari favorevoli al mondo dell’impresa privata», mentre è mancato qualsiasi altro impegno. «In queste condizioni – conclude Petrella – è difficile pensare che eventuali proposte contrarie agli orientamenti e agli interessi del mondo degli affari abbiano qualche possibilità di essere prese in considerazione». Di fatto i responsabili del nostro futuro «hanno di nuovo imposto le logiche economiche, soprattutto finanziarie, per risolvere il disastro ecologico.

Una volta di più, insomma i cosiddetti «grandi» non solo sottovalutano la crisi ecologica e ignorano le vergognose iniquità che pure appartengono al mondo loro affidato, ma puntano a legittimare il dominio del capitalismo, il culto della ricchezza individuale, il primato del consumo. Consumo «sempre energivoro, ma verde», ribadisce Petrella, mentre sembra abbandonare ogni speranza nella prossima Copenhagen. Come dargli torto?

E però, fra circoli culturali, gruppi pacifisti, centri ecologisti, organizzazioni femministe, ecc. si avverte un fermento, certo non chiaramente definito, ma presente e vivo, e – parrebbe – disponibile a un discorso radicale. Forse il mio è solo un esorcismo, un’illusione scaramantica. Ma insomma, come immaginare che si continui a tollerare indefinitamente la sceneggiata di questi Summit che si susseguono senza senso né conseguenze di qualche utilità? Voglio dire, una sorta di Seattle ecologista a Copenhagen sarebbe davvero impensabile?

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Il magistrale articolo di Barbara Spinelli

Pubblicato da giovannicarrosio su 16 Ottobre, 2009

Propongo di iniziare una conversazione sulla crisi non della democrazia bensì dello Stato italiano
16 ottobre – Il Fatto Quotidiano
Barbara Spinelli

Caro Direttore, ho letto lo straordinario commento di Bruno Tinti, il 9 ottobre sul Fatto, e vorrei tentare non un risposta alla sua domanda – ci sono domande che somigliano a una chiamata profetica più che a un quesito – ma una conversazione a distanza. Come siamo arrivati fin qui? si chiede Tinti, per concludere: “La domanda non è, non deve essere: “Questo Lodo Alfano è giusto o no?”, ma piuttosto: “Come siamo arrivati a tanto? Dove abbiamo sbagliato?” Penso che siamo arrivati a questo punto – il rispetto delle leggi che diventa secondario, l’indifferenza a dettati costituzionali come l’uguaglianza di fronte alla legge, l’oblio dei sottili equilibri fra pesi e contrappesi su cui si fonda lo Stato– perché l’idea stessa di Stato è come se non avesse più radici nelle nostre menti, come se non fosse parte della nostra identità nazionale. Più o meno tutti sentono il male e se ne lamentano, ma sulla natura del male si soffermano di rado, preferendo concentrarsi sui suoi effetti: la litigiosità, la disputa. Anche qui, urge la domanda-chiamata: come siamo arrivati a desiderare tregue, pacificazioni, addirittura la fine del conflitto politico, senza chiederci neppure un attimo su cosa gli italiani si stanno dividendo, su quale idea della repubblica, della democrazia, dello Stato, dell’informazione indipendente?

Parole come tregua o fine dell’antagonismo occultano quel che succede, e che rende l’Italia un’invalida in Europa. Anche l’unità della nazione, di cui ci si appresta a celebrare il cento cinquantesimo anniversario, è pensata più all’insegna di armistizi verbali e di retoriche nazionali falsamente unanimi che di una seria disamina delle malformazioni italiane. Se la nazione minaccia di disgregarsi, è perché la costruzione dello Stato italiano s’è a un certo punto interrotta, degenerando. È un disfacimento in atto da decenni, che permea la repubblica quasi fin dalla nascita, e di questi tempi è più che mai palese. Le vicende del presidente del Consiglio gettano una luce specialmente cruda su di esso, e stanno producendo una vera mostruosità dottrinale: al postulato di Bruno Tinti (“Oggi, nel nostro Paese, siamo arrivati a discutere seriamente della non applicabilità della legge penale al presidente del Consiglio, cioè a un cittadino cui è affidato un pubblico servizio, probabilmente il più importante che ci sia in un paese democratico. Siamo arrivati a teorizzare che è giusto che questo cittadino possa corrompere giudici, falsificare bilanci, commettere frodi fiscali, e che però non possa essere processato”) si risponde che la legittimità del governante non viene dal rispetto della legge e non è confutabile in caso di reato o sospetto di reato, ma scaturisce esclusivamente e definitivamente dal verdetto delle urne, dall’unzione del popolo.
È una legittimazione non molto diversa dall’unzione divina, quando il monarca regnava per diritto di Dio. Il popolo ha sostituito Dio, è lui soltanto che acclama, consacra, e questo dà facoltà al capo di ignorare altre fonti di legittimazione, altri poteri che istituzionalmente son chiamati a vegliare sugli abusi di potere dell’esecutivo e di frenarli se necessario. È una sorta di patto del sangue che viene accampato, fra il leader e la maggioranza del popolo, preminente su ogni altro patto e in particolare sui patti che preesistono la nascita delle singole legislature. Al fondamentalismo teo-cratico si affianca un fondamentalismo non meno intollerante, demo-cratico al massimo grado. Il dèmos, o meglio la maggioranza del dèmos, si erge a Dio.

LA CULTURA DELL’ANTI-STATO
Il punto è questo: non è Berlusconi soltanto ad aver corrotto in tal modo la democrazia liberale, dando forma alla democrazia estremista in cui viviamo. Una democrazia nella quale il popolo esercita una sovranità assoluta, non condivisa, refrattaria a controlli da parte di poteri indipendenti: giudici o Corte costituzionale, presidente della Repubblica, organi di garanzia o mezzi di comunicazione. Non è il fondatore di Forza Italia ad aver creato questa cultura dell’anti-Stato, che corrode l’Italia e la rovina. E finché l’esame critico dell’Italia non investirà in maniera approfondita e libera le radici non berlusconiane del berlusconismo, la stessa opposizione sarà disarmata e sterile.

La cultura dell’anti-Stato è antica, nella storia dell’Italia postbellica. Nasce come frutto avvelenato della lotta al fascismo e al modo in cui quest’ultimo ha pensato e guidato lo Stato: esaltandone il peso ipertrofico, e al tempo stesso pervertendo la sua vocazione a essere stato di diritto. Questa torbida combinazione è all’origine del fatto che l’antifascismo si sia in gran parte nutrito di anti-Stato, di anti-patria, giungendo fino a sospettare quasi istintivamente l’esistenza di malvagità nascoste nel senso e nel servizio dello Stato. È un fenomeno che i costituenti nella Germania postbellica hanno accuratamente scansato, ben conoscendo i disastri derivanti dal potere eccessivo del popolo (rifiuto dei referendum) e dall’estrema debolezza dei governi e dell’equilibrio dei poteri nella Repubblica di Weimar. Malgrado un’esemplare costituzione, le classi politiche e imprenditoriali italiane hanno tratto la lezione opposta: i governi andavano indeboliti e tenuti al laccio in vari modi, con effetti rovinosi sulle strutture statuali, sulla loro tenuta e sul loro controllo del territorio.

Per molto tempo la forma Stato, nel partito comunista, era vista come proprietà e terra di conquista dei padroni borghesi. La borghesia imprenditoriale e finanziaria, a sua volta, ha prodotto lungo i decenni personaggi che verso lo Stato nutrivano una sfiducia radicale, desiderandone spesso la sovversione: Cefis, Calvi, Gelli, Sindona. Senza essere un sovversivo, EnricoCucciagiocòspessolesuepartiteascacchi “senza il senso dello Stato, lui banchiere sommo dello Stato” (Corrado Stajano, Un eroe borghese, Einaudi 1991, p. 210). Alcuni di questi (Cefis, Cuccia) si erano formati nella Resistenza. Negli anni ‘60-’70 l’anti-Stato diventa cultura ancor più diffusa, pervasiva. In nome dell’anti-Stato si formano numerosi gruppuscoli del ‘68, a cominciare da Lotta Continua, e anche gruppi della destra violenta e della mafia che patteggiano azioni criminose con elementi sovversivi presenti nel potere politico e nei servizi. Lo Stato è da abbattere in quanto soggetto congenitamente criminoso, prima negli articoli di Lotta Continua poi nei comunicati brigatisti. È così fino al rapimento Moro, nel1978. Lo slogan più malefico di quell’anno –Né con lo Stato né con le Br rappresentò il culmine del disfacimento e venne purtroppo coniato da un uomo-simbolo della lotta anti-mafia quale Leonardo Sciascia (in seguito lo scrittore si corresse, disse che non intendeva lo Stato in sé ma “quello Stato”. Tuttavia il maleficio restò).

LO STATO COME INTRALCIO
Una disamina coscienziosa della situazione odierna mostra che non c’è vera rottura di continuità fra quel modo di pensare e agire e l’estremismo democratico incarnato da una singola persona che senza remore privatizza lo Stato. Per gli uni come per gli altri lo Stato è qualcosa che intralcia e che entra in conflitto con gli imperativi del governare, a meno di non trasformarlo in una proprietà di un uomo (Berlusconi) o di una parte della società (la classe). Nella dottrina marxista “il potere statuale non è altro che un comitato d’affari che consente alla classe borghese di amministrare i propri comuni interessi”, affermazione che l’attuale capo del governo ricuserebbe, ma senza rinunciare alle virtù e ai vantaggi del comitato d’affari. Qui è la più inquietante analogia con gli anni ‘70, e non in quello che Giampaolo Pansa chiama, sul Corriere della Sera del 13 ottobre, il clima di odio che regna fra politici, tra giornali, tra schieramenti opposti. L’autonomia operaia rivendicata trent’anni fa non è diversa dall’autonomia della sovranità popolare invocata oggi dal Popolo della Libertà. Per l’estremismo di allora lo Stato era “dei padroni”: andava disarticolato. Per quello di oggi esso è dell’eletto, a favore del quale va disarticolato.

Scrive Aldo Cazzullo nel suo libro su Lotta Continua che il momento era a quei tempi specialmente propizio, perché coincideva “con una forte domanda di politica” che saliva da chi politica non aveva mai fatto, e quindi ne respingeva le mediazioni ed era “pronto a irrompere sulla scena con la rabbia della propria condizione e la virulenza –ma anche l’apertura, la disponibilità, l’afflato sociale –propria dei tempi” (I ragazzi che volevano fare la rivoluzione, Mondadori, 1998, pp. 118,9). Per il giornale di Lotta Continua, bisognava “fare da sé” in tutti i settori della vita, dalla sanità all’amministrazione della giustizia. I proletari dovevano “imparare a farsi giustizia da sé: non sarà certo la magistratura, in questa società, a rendere giustizia agli sfruttati. Governare significa e significherà sempre lottare, direttamente e in prima persona, senza affidare nessuna delega ai professionisti della politica” (Lotta Continua 14-2-70). Deluso, Giorgio Pietrostefani confessa nel ‘76: “Io voglio fare la rivoluzione, non la politica”. Questo lo spinse ad approvare e favorire l’uccisione di Luigi Calabresi, nel 1972. I servitori dello Stato, fossero commissari o magistrati o dirigenti politici, erano nemici da punire, pregiudizialmente sospetti. Non erano solo i comunicati della Brigate Rosse a volere la disarticolazione dello Stato.

Per il leader del Popolo della Libertà le cose non stanno molto diversamente. Anche lui denuncia uno Stato in mano a magistrati, a servitori della cosa pubblica non assoggettabili, a poteri forti che gli sfuggono. Anche lui risponde a una “forte domanda di politica che sale da chi politica non ha mai fatto, e quindi ne respinge le mediazioni”. Anche lui vuol fare giustizia da sé, rivendica l’Autonomia irresistibile di un particulare, preferisce la rivoluzione e le scosse violente al professionismo politico, diffida del sistema istituzionale dei “controlli e contrappesi”(checks and balances). Proteiforme, il pensiero degli anni ‘60-‘70 rivive oggi nelle menti di chi governa –e nella maggior parte delle menti di chi è governato– e qui è il vizio d’origine di cui l’Italia fatica a liberarsi.

GLI ERRORI DELLA STAMPA
Il vizio non è la conflittualità intensa che domina la vita politica e che ultimamente è divenuta disputa, aspra, fra giornalisti e testate. Quel che fa scandalo è la tendenza di gran parte della stampa e della televisione a ignorare le questioni poste da chi – in un certo numero di giornali, in numerosi appelli di giuristi come Gustavo Zagrebelsky o Valerio Onida– difende lo stato di diritto, la separazione il più possibile armoniosa di poteri che esso comporta, il pensiero critico che esso deve favorire e custodire, la molteplicità di scelte di vita privata che il potere pubblico è chiamato a rappresentare,vietando a se stesso il ruolo di Stato etico uniformatore. Se l’antagonismo è oggi così intenso, e si è esteso alla stampa, è perché queste domande fondamentali sono eluse, e perché le accuse del capo del governo, spesso accompagnate da minacce e appelli al boicottaggio, non sono prontamente arginate da uno schieramento compatto di chi, nei giornali, dovrebbe esser cosciente e fiero del potere di controllo che la stampa indipendente impersona.

La singolare mancanza di solidarietà nel mondo dell’informazione (la minaccia al singolo giornalista non è considerata una minaccia che incombe su tutti) è un’altra patologia italiana che non ha eguali nelle democrazie ed è legata a due fattori: la completa assenza di editori puri nella proprietà delle maggiori testate, che diano a queste vera autorevolezza, e la tendenza di molti giornali indipendenti a interiorizzare gli attacchi e il linguaggio del potere, in nome di un presunto disinteresse dei lettori per le vicende riguardanti diritto, giustizia, etica dell’uomo pubblico. Accade così che le voci critiche vengano accusate, da giornalisti concorrenti e in anomala sintonia con il governo, di far parte di partiti semi-militari, di eserciti ostili che assoldano i lettori invece di servirli, di forze che sviliscono l’immagine italiana all’estero, di contiguità –appunto– con il terrorismo e il clima d’odio degli anni Settanta. Chi lancia invettive così pesanti finge di ignorare che le voci cosiddette anti-italiane difendono in realtà le istituzioni, la costituzione, e uno Stato non trasformato in comitato d’affari di una persona o una classe ma organizzato come reticolato di autorità che si bilanciano l’una con l’altra, e che consentono alla democrazia di vivere e farsi governare senza che nessun potere diventi esagerato, compreso il potere del dèmos.

I DUE CORPI DEL RE
Il senso delle istituzioni, delle leggi, degli equilibri interni allo Stato sono il nutrimento e il farmaco di cui la democrazia ha bisogno per correggere le proprie tendenze prepotenti e non distruggersi. Sono secoli che il pensiero liberale sostiene che la sovranità del popolo può divenire un dispotismo: Montesquieu, Tocqueville a John Stuart Mill lo dicono a chiare lettere. La sovranità del popolo e l’unto delle urne hanno tutti i difetti che Montesquieu attribuisce al potere (“Chiunque abbia potere è portato ad abusarne; egli arriva sin dove non trova limiti”) ed è il motivo per cui l’organizzazione di una disciplina s’impone: “Perché non si possa abusare del potere, bisogna che il potere freni il potere; una Costituzione deve essere tale che nessuno sia costretto a compiere le azioni alle quali la legge non lo costringe, e a non compiere quelle che la legge gli permette”.

Questa è la democrazia non suicida: un regime che diffida a tal punto di se stesso, delle proprie naturali tendenze totalitarie, da costituire accanto alla sovranità del popolo un sistema di regole che precede il voto, che non muta con il cambiare delle maggioranze, che perdura nel tempo, indipendentemente dal colore e dal carisma popolare dei capi. Tale è l’obiettivo che si prefiggono le costituzioni: sono come la corona del re, che dura più del suo corpo fisico. Per questo i canonisti e teologi del Medio Evo parlavano di due corpi del re: uno durevole, personificazione mistica della politica, che vive nel corpo del sovrano sotto forma di corona o di deus absconditus; uno transeunte, che dura la vita o il mandato del governante. Anche la democrazia ha due corpi: il corpo dell’esecutivo che raffigura la maggioranza elettorale, e il corpo più durevole racchiuso nello spirito della legge e nelle regole della costituzione. Leggi e costituzioni sono la corona della democrazia.

Propongo a Bruno Tinti e agli amici del Fatto di iniziare una conversazione sulla crisi non della democrazia bensì dello Stato italiano, di chiedersi se non siamo arrivati a questo punto perché abbiamo coltivato il solo corpo fisico del re, uccidendo la corona. Se non valga la pena pensare i pericoli della democrazia fondamentalista. Se abbiamo dimenticato che regole, magistrati, giustizia, legge, vengono prima della nascita della democrazia e anche prima delle nazioni. È inutile parlare di radici ebraico-cristiane, se un ingrediente essenziale di tali radici –il senso della legge –viene svuotato o mutilato.

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Lodo Alfano, Carta vince

Pubblicato da giovannicarrosio su 8 Ottobre, 2009

carta vince

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Libertà e rivoluzione

Pubblicato da giovannicarrosio su 1 Ottobre, 2009

Partendo dallo «studio degli uomini e della cultura politica» il giovane Gobetti propose negli anni 20 una via originale per la democrazia in Italia. Da riscoprire.

di Elisabetta Amalfitano, Left

«Mi si riferisce che noto Gobetti sia stato recentemente a Parigi e oggi sia in Sicilia. Prego informarmi e vigilare per rendere nuovamente difficile la vita a questo insulso oppositore governo e fascismo».
Così, nel 1925, intimava Benito Mussolini, in un telegramma di suo pugno, contro il direttore di Rivoluzione Liberale. E, infatti, il giovane torinese, dopo aver subito l’ennesima aggressione delle squadracce fasciste, di lì a poco è costretto a emigrare, insieme alla giovane moglie Ada Prospero, a Parigi dove morì il 15 febbraio del 1926 a seguito delle percosse subite.
L’impresa di Rivoluzione Liberale era cominciata nel 1922, quando Piero aveva solo 21 anni, dopo aver già diretto Energie Nove, aver collaborato per l’Ordine Nuovo di Gramsci come critico teatrale e aver fondato la rivista Baretti e la Piero Gobetti editore, che dava alla luce, proprio in quel 1925, Ossi di seppia di Montale. Sarà il poeta a dargli l’ultimo saluto a Genova prima che ripartisse per Parigi.
Quella che Gobetti mette in campo è una vera mobilitazione culturale poiché, come sostiene nel manifesto programmatico uscito nel primo numero di Rivoluzione Liberale, uno dei nodi da cui partire è lo “studio degli uomini e della cultura politica”. Il punto di partenza è, per Gobetti, l’intuizione salveminiana secondo la quale la lotta per la libertà non è qualcosa di astratto e trascendente ma si radica nella coscienza degli uomini, per cui centrali sono l’educazione degli individui e il nesso tra rivoluzione e libertà.

«Una rivoluzione o è liberale o non è una rivoluzione». La trasformazione dunque dello Stato italiano avviene soltanto per via di un processo rivoluzionario, che dovrà essere guidato dal movimento operaio del Nord d’Italia, unica classe in grado di porsi come antagonista alla borghesia, che si sta gettando nelle braccia del fascismo. Gobetti sogna quindi una rivoluzione dal basso capace di forgiare «energie nuove» in grado di guidare il Paese dopo la caduta del fascismo. Al giovane intellettuale appare chiaro il nesso fra l’immaturità politico economica del Paese e il consenso nei confronti del fascismo.
Occorre una concezione etica della politica, un’etica non della responsabilità ma dell’intenzione, dell’«io sto qui e non posso altrimenti». Rifiutando ogni visione trascendente dell’essere umano e della storia, propugna una netta separazione fra Stato e Chiesa, difende il libero mercato e afferma il diritto inalienabile dell’individuo contro lo Stato autoritario. C’è bisogno di una critica libera e coraggiosa per porre una netta e intransigente opposizione, un’antitesi di stile. «L’antifascismo è una questione di aristocrazia, di nobiltà, di stile, è una dignità che si acquista con le rinunce e coi sacrifici».

Mussolini non è che la prosecuzione di Giolitti che rende la normalizzazione un elemento psicologico e ideale necessario come la violenza. E se fino a ora la democrazia italiana non ha avuto uomini che studiassero davvero, occorre ora ripartire dalla cultura e dall’intelligenza: la guerra al fascismo è una guerra di maturità storica, politica, economica. Il problema per il nuovo liberalismo non è tanto quello di sapere se avrà con sé le masse, ma quali masse. Senza l’apporto degli operai il liberalismo non è nulla, ma occorrono gli operai della società più avanzata del Paese, quelli delle industrie torinesi che, grazie alla disciplina e all’ordine appreso nel lavoro di fabbrica, sanno rifiutare la retorica e il politicantismo, vizi inguaribili di un’Italia che ha nel fascismo la propria “autobiografia”. Nonostante questa analisi disincantata e severa, il giovane autore non cade nel pessimismo inattivo: «Bisogna avere il coraggio di non stare sul sicuro. Qualcosa fuori del calderone può nascere […] Se al fascismo e ai fanatici del combattimento sta il rimestare, a noi si conviene il precisare idee e interessi». E in questa direzione Gobetti procede a uno studio rigoroso del passato per individuare le radici di quel parassitismo e di quell’immaturità politica che fanno stare popolo e borghesia a capo chino di fronte alla Chiesa e al duce. «Il problema italiano non è di autorità, ma di autonomia». I tentativi più seri di andare contro il cattolicesimo Piero li individua nell’epoca comunale, ma, con la scoperta dell’America, l’Italia entra in un periodo di stasi da cui non si rialza più, nemmeno con il Risorgimento. Solo il Piemonte sabaudo mantiene entro di sé dei caratteri autenticamente laici e liberali, in grado di portare avanti una società di «anticonformisti e di individui, una comunità di dissidenti». Cosa che nemmeno il nuovo Partito comunista è in grado di fare perché al mito della libertà ha sostituito quello di un egualitarismo astratto che parla di una falsa emancipazione che annulla l’individuo. All’individualismo si sostituisce la morale della solidarietà, «una specie di calcolata complicità col parassitismo». Solo L’Ordine Nuovo di Gramsci sembra proporre una speranza – sappiamo che Togliatti odiava il giovane Gobetti perché troppo idealista astratto – che si colloca sull’onda di quella rivoluzione russa che, agli occhi dell’autore torinese, appare come un nuovo Risorgimento, la prima rivoluzione laica e democratica.

Di contro cattolici e liberali, di destra e di sinistra, si sono ridotti tutti a partiti di governo e Giolitti, Salandra, Sonnino e Toniolo dimostrano l’intimo carattere reazionario della prassi politica cattolica. Di fronte a essi, i socialisti, riformisti e rivoluzionari, portano un popolo acquiescente e addomesticato. Solo alcuni intellettuali e politici come Rodolfo Mondolfo, Antonio Labriola, Gaetano Salvemini e il giovane Antonio Gramsci, rappresentano speranze di analisi intelligente del marxismo teorico e di prassi politica intransigente. Con il loro aiuto, insieme al proletariato moderno del Nord d’Italia, si potrà, secondo Gobetti, combattere il fascismo apertamente, senza tregue e senza compromessi: «Nella nostra lotta lasciate che rifiutiamo ogni alleanza straniera: le nostre malattie e le nostre crisi di coscienza non possiamo che curarle che da noi. Dobbiamo trovare da soli la nostra giustizia. E questa è la nostra dignità di antifascisti: per essere europei dobbiamo su questo argomento sembrare, comunque la parola ci disgusti, nazionalisti».
Il fascismo stupido, ma assolutamente violento, senza idee né cultura, doveva letteralmente schiacciare il cuore di botte a colui che aveva scritto: «Il governo di Mussolini esilia nei conventi la critica, offre ai deboli una religione di Stato, una guardia pretoriana, un filosofo hegeliano a capo delle scuole».

17 luglio 2009

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