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	<title>Commenti per Ai Nostri Posti</title>
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	<description>Ora e sempre Resistenza</description>
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		<title>Commenti su Neutralità degli spazi pubblici e doveri della politica di prescinseua</title>
		<link>http://ainostriposti.wordpress.com/2009/11/04/neutralita-degli-spazi-pubblici-e-doveri-della-politica/#comment-921</link>
		<dc:creator>prescinseua</dc:creator>
		<pubDate>Mon, 09 Nov 2009 16:25:46 +0000</pubDate>
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		<description>E le norme degli anni Venti sono in realtà già abrogate dalla Costituzione...
Crocifisso e laicità: 
non precipitiamo negli slogan
di Gianfranco Macrì*

La bagarre scatenatasi intorno alla sentenza emessa il 3 novembre 2009 dalla Seconda sezione della Corte di Strasburgo contro «la présence du crucifix dans les salles de classe des écoles publiques», rischia di provocare (ancora una volta) «un passo indietro in quella continua lotta per la laicità che è fondamentale» (C. Magris) in vista della «formazione di una società a culture plurime» (G. Zagrebelsky).
La sensazione (quella mia personale) è che la difficoltà vera derivi dalla stentata emersione in Italia di un metodo “oggettivo” dello Stato laico in grado di  bilanciare il modello delle relazioni pattizie Stato-confessioni religiose (artt. 7, comma 2 e 8 comma 3 Cost.) rispetto all’interesse primario sancito nella Carta repubblicana, cioè la tutela delle esigenze religiose degli individui e dei gruppi (art. 19 Cost.), alla luce dell’uguaglianza, del solidarismo e della laicità. Diciamo pure che non siamo riusciti neppure a dotarci di una buona legge sulle libertà religiose (di cui si parla in Italia almeno dal 1985) per dare una base giuridica comune per ogni formazione sociale a carattere religioso e «gestire [così] il passaggio da un pluralismo religioso a un pluralismo etico e culturale» (S. Ferrari). Questo “ritardo” rischia così di non assicurare «l’esistenza e la permanenza delle precondizioni di confronto del maggior numero possibile di istanze diverse» etiche e morali (Corte cost. 203/1989) e di non facilitare la (richiesta a livello europeo) rimozione dalla legislazione interna di tutti quegli elementi «con probabilità discriminatorie dal punto di vista del pluralismo religioso democratico».
A questo punto, se non si vuole correre il rischio di incrinare ulteriormente la convivenza civile, occorre arricchire in senso valoriale la cifra universale dei diritti costituzionali e questo è possibile facendo affidamento alle «ammorsature» contenute nella Costituzione, di cui parlava il Calamandrei per descrivere la natura elastica assunta dal testo del 1948.
La riforma del Titolo V della Carta costituzionale italiana (legge cost. n. 3/2001) ha, com’è noto, avviato un processo di unificazione/uniformizzazione degli ordinamenti europeo e nazionale non più interpretabile – alla luce della nuova formulazione dell’art. 117, comma 1 Cost. – in un ottica di mera subordinazione verticale del diritto interno rispetto alle norme e alle decisioni giurisdizionali sovranazionali o internazionali, ma sulla base di un «sostegno vicendevole in funzione di una massimizzazione delle tutele». Non a caso si è parlato di«rapporto interattivo tra dimensione sovranazionale e dimensione nazionale della Costituzione, intessuto di continui rinvii reciproci, che variamente condizionano entrambi i livelli» (G. Silvestri). Questo significa la progressiva emersione di una policy europea dei diritti fondamentali di forma ellittica, i cui due fuochi: le sfere ordinamentali da un lato (Unione europea, Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, Cedu, e stati nazionali) e i centri decisionali dall’altro (Corte di giustizia Ue, Corte europea dei diritti dell’Uomo con sede a Strasburgo, Corti costituzionali) non sono altro che le sponde opposte di una sovranità «cooperativa», la quale comporta, a cavallo tra sussidiarietà e solidarietà, l’allocazione delle competenze alle autorità che assicurano la più efficace protezione di valori e principi condivisi, come la democrazia e i diritti fondamentali.
Occorre, in pratica, fidarsi dell’Europa e far capire che non ci troviamo all’interno di una «cooperazione eventuale», di stampo esclusivamente mercantile, dove l’adesione si struttura sulla base di meccanismi di reciprocità interessata, ma di un «ordine pubblico europeo» (Unione europea e Consiglio d’Europa) che «non minaccia, perché non toglie, ma se mai aggiunge, rispetto alle sovranità degli Stati» (M. Fioravanti) e che obbliga i singoli ordinamenti nazionali ad adattarsi rispettando gli impegni via via assunti.
Veniamo allora al dunque. La sentenza della seconda sezione della Corte di Strasburgo sul crocifisso va, coerentemente, analizzata tenuto conto di quelli che sono i vincoli, progressivamente incrementali, che produce l’adesione a questa «comunità di diritti fondamentali» e sulla cui influenza a livello dei singoli ordinamenti interni, la stessa Corte costituzionale italiana ha nel tempo modificato la propria posizione (nel senso della maggiore vincolatività), sia con riguardo alla Corte di giustizia (Ue), sia relativamente alla Corte di Strasburgo (Consiglio d’Europa). Il Trattato di Lisbona, infine, prevedendo l’adesione dell’Unione europea alla Cedu, assoggetta le istituzioni e gli organi dell’Unione (anche la Corte di giustizia) alle decisioni della Corte europea dei diritti dell’uomo.
Senza entrare troppo nel merito della questione attinente il “significato” del crocifisso (simbolo della civiltà e della cultura cristiana, per la giurisprudenza amministrativa e simbolo confessionale per la Cassazione) ritengo sia utile, da giurista, invitare a riflettere sulla “tenuta” del quadro normativo nazionale di riferimento sull’esposizione del crocifisso nei luoghi pubblici (art. 118 r.d. n. 965 del 1924; all. C all’art. 119 r.d. n. 1297 del 1928; ord. Min. Interno n. 250 del 1923; circ. Min. Grazia e Giustizia n. 1867 del 1926). Trattasi, com’è noto, di disposizioni che esprimono l’opera di “riconfessionalizzazione” della scuola (e non solo) realizzata dal fascismo e che si inseriscono nell’alveo del modello dei cosiddetti diritti riflessi: la Chiesa partecipava al disegno politico del regime fascista garantendo il controllo sulla popolazione quanto a comportamenti di carattere religioso, il regime legalizzava questo controllo, riconoscendo libertà ai singoli solo nel limitato ambito dei diritti garantiti all’istituzione Chiesa. Entrambi, Chiesa e regime fascista, condividevano il risultato di irreggimentare i comportamenti individuali nei rigorosi limiti di quanto accettato dai loro poteri.
Con l’entrata in vigore della Costituzione (1948) – e dopo la modifica del Concordato lateranense (1984), nonché l’enunciazione, da parte della Consulta, della laicità come principio supremo dell’ordinamento costituzionale italiano (1989) e alla luce del processo costituente europeo, da Maastricht a Lisbona (1992-2007) – si è posta la questione della vigenza e/o applicabilità delle norme regolamentari degli anni venti.  La mia opinione è che i regi decreti sull’obbligo di esposizione del crocifisso debbano ritenersi tacitamente abrogati ai sensi dell’art. 15 delle disposizioni sulla legge in generale per incompatibilità logica tra la normativa precedente e la nuova (interna e sovranazionale), in particolare alla luce del principio «normativo» di laicità dello Stato, con tutti i suoi «corollari» (G. Casuscelli), certamente compreso tra quelli fondanti l’istruzione pubblica. Esso, infatti, obbliga le istituzioni ad una reale equidistanza e neutralità rispetto a tutte le credenze di fede, incompatibili con l’obbligo di esposizione di un simbolo religioso in locali pubblici.
La Corte di Strasburgo sarebbe, dunque, arrivata in ritardo (almeno secondo l’impostazione proposta). Le sentenze di condanna della Corte europea non determinano effetti immediati per lo Stato, ma in caso di conferma da parte della Grande Camera, la questione rischia di alimentare un querelle che può trovare soluzione soltanto se non la si fa precipitare negli slogan o peggio nelle parole d’ordine.
*Professore di Diritto ecclesiastico europeo, Università degli Studi di Salerno

9 novembre 2009, http://www.ffwebmagazine.it/ffw/page.asp?VisImg=S&amp;Art=2735&amp;Cat=1&amp;I=immagini/Foto%20A-C/crocifisso_tolto_int.jpg&amp;IdTipo=0&amp;TitoloBlocco=L&#039;Intervento&amp;Codi_Cate_Arti=40</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>E le norme degli anni Venti sono in realtà già abrogate dalla Costituzione&#8230;<br />
Crocifisso e laicità:<br />
non precipitiamo negli slogan<br />
di Gianfranco Macrì*</p>
<p>La bagarre scatenatasi intorno alla sentenza emessa il 3 novembre 2009 dalla Seconda sezione della Corte di Strasburgo contro «la présence du crucifix dans les salles de classe des écoles publiques», rischia di provocare (ancora una volta) «un passo indietro in quella continua lotta per la laicità che è fondamentale» (C. Magris) in vista della «formazione di una società a culture plurime» (G. Zagrebelsky).<br />
La sensazione (quella mia personale) è che la difficoltà vera derivi dalla stentata emersione in Italia di un metodo “oggettivo” dello Stato laico in grado di  bilanciare il modello delle relazioni pattizie Stato-confessioni religiose (artt. 7, comma 2 e 8 comma 3 Cost.) rispetto all’interesse primario sancito nella Carta repubblicana, cioè la tutela delle esigenze religiose degli individui e dei gruppi (art. 19 Cost.), alla luce dell’uguaglianza, del solidarismo e della laicità. Diciamo pure che non siamo riusciti neppure a dotarci di una buona legge sulle libertà religiose (di cui si parla in Italia almeno dal 1985) per dare una base giuridica comune per ogni formazione sociale a carattere religioso e «gestire [così] il passaggio da un pluralismo religioso a un pluralismo etico e culturale» (S. Ferrari). Questo “ritardo” rischia così di non assicurare «l’esistenza e la permanenza delle precondizioni di confronto del maggior numero possibile di istanze diverse» etiche e morali (Corte cost. 203/1989) e di non facilitare la (richiesta a livello europeo) rimozione dalla legislazione interna di tutti quegli elementi «con probabilità discriminatorie dal punto di vista del pluralismo religioso democratico».<br />
A questo punto, se non si vuole correre il rischio di incrinare ulteriormente la convivenza civile, occorre arricchire in senso valoriale la cifra universale dei diritti costituzionali e questo è possibile facendo affidamento alle «ammorsature» contenute nella Costituzione, di cui parlava il Calamandrei per descrivere la natura elastica assunta dal testo del 1948.<br />
La riforma del Titolo V della Carta costituzionale italiana (legge cost. n. 3/2001) ha, com’è noto, avviato un processo di unificazione/uniformizzazione degli ordinamenti europeo e nazionale non più interpretabile – alla luce della nuova formulazione dell’art. 117, comma 1 Cost. – in un ottica di mera subordinazione verticale del diritto interno rispetto alle norme e alle decisioni giurisdizionali sovranazionali o internazionali, ma sulla base di un «sostegno vicendevole in funzione di una massimizzazione delle tutele». Non a caso si è parlato di«rapporto interattivo tra dimensione sovranazionale e dimensione nazionale della Costituzione, intessuto di continui rinvii reciproci, che variamente condizionano entrambi i livelli» (G. Silvestri). Questo significa la progressiva emersione di una policy europea dei diritti fondamentali di forma ellittica, i cui due fuochi: le sfere ordinamentali da un lato (Unione europea, Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, Cedu, e stati nazionali) e i centri decisionali dall’altro (Corte di giustizia Ue, Corte europea dei diritti dell’Uomo con sede a Strasburgo, Corti costituzionali) non sono altro che le sponde opposte di una sovranità «cooperativa», la quale comporta, a cavallo tra sussidiarietà e solidarietà, l’allocazione delle competenze alle autorità che assicurano la più efficace protezione di valori e principi condivisi, come la democrazia e i diritti fondamentali.<br />
Occorre, in pratica, fidarsi dell’Europa e far capire che non ci troviamo all’interno di una «cooperazione eventuale», di stampo esclusivamente mercantile, dove l’adesione si struttura sulla base di meccanismi di reciprocità interessata, ma di un «ordine pubblico europeo» (Unione europea e Consiglio d’Europa) che «non minaccia, perché non toglie, ma se mai aggiunge, rispetto alle sovranità degli Stati» (M. Fioravanti) e che obbliga i singoli ordinamenti nazionali ad adattarsi rispettando gli impegni via via assunti.<br />
Veniamo allora al dunque. La sentenza della seconda sezione della Corte di Strasburgo sul crocifisso va, coerentemente, analizzata tenuto conto di quelli che sono i vincoli, progressivamente incrementali, che produce l’adesione a questa «comunità di diritti fondamentali» e sulla cui influenza a livello dei singoli ordinamenti interni, la stessa Corte costituzionale italiana ha nel tempo modificato la propria posizione (nel senso della maggiore vincolatività), sia con riguardo alla Corte di giustizia (Ue), sia relativamente alla Corte di Strasburgo (Consiglio d’Europa). Il Trattato di Lisbona, infine, prevedendo l’adesione dell’Unione europea alla Cedu, assoggetta le istituzioni e gli organi dell’Unione (anche la Corte di giustizia) alle decisioni della Corte europea dei diritti dell’uomo.<br />
Senza entrare troppo nel merito della questione attinente il “significato” del crocifisso (simbolo della civiltà e della cultura cristiana, per la giurisprudenza amministrativa e simbolo confessionale per la Cassazione) ritengo sia utile, da giurista, invitare a riflettere sulla “tenuta” del quadro normativo nazionale di riferimento sull’esposizione del crocifisso nei luoghi pubblici (art. 118 r.d. n. 965 del 1924; all. C all’art. 119 r.d. n. 1297 del 1928; ord. Min. Interno n. 250 del 1923; circ. Min. Grazia e Giustizia n. 1867 del 1926). Trattasi, com’è noto, di disposizioni che esprimono l’opera di “riconfessionalizzazione” della scuola (e non solo) realizzata dal fascismo e che si inseriscono nell’alveo del modello dei cosiddetti diritti riflessi: la Chiesa partecipava al disegno politico del regime fascista garantendo il controllo sulla popolazione quanto a comportamenti di carattere religioso, il regime legalizzava questo controllo, riconoscendo libertà ai singoli solo nel limitato ambito dei diritti garantiti all’istituzione Chiesa. Entrambi, Chiesa e regime fascista, condividevano il risultato di irreggimentare i comportamenti individuali nei rigorosi limiti di quanto accettato dai loro poteri.<br />
Con l’entrata in vigore della Costituzione (1948) – e dopo la modifica del Concordato lateranense (1984), nonché l’enunciazione, da parte della Consulta, della laicità come principio supremo dell’ordinamento costituzionale italiano (1989) e alla luce del processo costituente europeo, da Maastricht a Lisbona (1992-2007) – si è posta la questione della vigenza e/o applicabilità delle norme regolamentari degli anni venti.  La mia opinione è che i regi decreti sull’obbligo di esposizione del crocifisso debbano ritenersi tacitamente abrogati ai sensi dell’art. 15 delle disposizioni sulla legge in generale per incompatibilità logica tra la normativa precedente e la nuova (interna e sovranazionale), in particolare alla luce del principio «normativo» di laicità dello Stato, con tutti i suoi «corollari» (G. Casuscelli), certamente compreso tra quelli fondanti l’istruzione pubblica. Esso, infatti, obbliga le istituzioni ad una reale equidistanza e neutralità rispetto a tutte le credenze di fede, incompatibili con l’obbligo di esposizione di un simbolo religioso in locali pubblici.<br />
La Corte di Strasburgo sarebbe, dunque, arrivata in ritardo (almeno secondo l’impostazione proposta). Le sentenze di condanna della Corte europea non determinano effetti immediati per lo Stato, ma in caso di conferma da parte della Grande Camera, la questione rischia di alimentare un querelle che può trovare soluzione soltanto se non la si fa precipitare negli slogan o peggio nelle parole d’ordine.<br />
*Professore di Diritto ecclesiastico europeo, Università degli Studi di Salerno</p>
<p>9 novembre 2009, <a href="http://www.ffwebmagazine.it/ffw/page.asp?VisImg=S&amp;Art=2735&amp;Cat=1&amp;I=immagini/Foto%20A-C/crocifisso_tolto_int.jpg&amp;IdTipo=0&amp;TitoloBlocco=L" rel="nofollow">http://www.ffwebmagazine.it/ffw/page.asp?VisImg=S&amp;Art=2735&amp;Cat=1&amp;I=immagini/Foto%20A-C/crocifisso_tolto_int.jpg&amp;IdTipo=0&amp;TitoloBlocco=L</a>&#8216;Intervento&amp;Codi_Cate_Arti=40</p>
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	<item>
		<title>Commenti su Muri di Nicola</title>
		<link>http://ainostriposti.wordpress.com/2009/11/09/muri/#comment-920</link>
		<dc:creator>Nicola</dc:creator>
		<pubDate>Mon, 09 Nov 2009 14:30:09 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://ainostriposti.wordpress.com/?p=3400#comment-920</guid>
		<description>Argomento difficile da affrontare, caro Sandro. In linea di massima, la caduta di un muro e&#039; sempre cosa positiva; esattamente come la costruzione di un ponte. Tuttavia, non potremmo rallegrarci della caduta di un muro (ideale) che fosse stato eretto a protezione dalla barbarie, cosi&#039; come non potremmo rallegrarci della costruzione di un ponte (reale) che sconvolga paesaggi, e che poggi le proprie fondamenta sulle speculazioni e sulla corruzione dei suoi costruttori ed amministratori. 
Perdonate il mio esempio banalizzante, ma la questione richiede riflessioni davvero molto ampie.
Resto fermamente convinto che la caduta del muro di Berlino abbia ingenerato una lunga serie di ricadute positive, non ultima la fine delle dittature comuniste in buona parte del globo.
Che le democrazie di mercato, con i loro specchietti per allodole, con la loro logica di vincitori e vinti, con le loro ricadute sociali in termini di poverta&#039;, emarginazione,  emigrazione, con i loro novelli governi piu&#039; o meno autoritari che ancora attanagliano buona parte dei paesi dell&#039;ex blocco sovietico, con i rigurgiti ultranazionalisti e razzisti che in molti casi hanno portato a guerre; ecco, riguardo a tutte queste cose, non sono certo che la caduta di quel muro abbia risolto molto, anzi.

Nel particolare, comunque, ovvero nel caso della Germania Est, il mio personale parere e&#039; che l&#039;evento sia stato provvidenziale e benefico.

Restano ovviamente decine di altri muri da abbattere: alcuni fisici, come quelli tra USA e Messico, Corea del Nord e Sud, India e Pakistan, Israele e Palestina; altri ideali, ovvero tutti i mancati riconoscimenti di diritti fondamentali che ancora affliggono le nostre societa&#039;, sia quelle piu&#039; conservatrici che quelle piu&#039; liberali. Nel caso delle societa&#039; liberali, inoltre, credo sia lecito temere che la concessione di certi diritti della persona (nel merito di orientamento sessuale, conservazione di lingua e tradizioni, e cosi&#039; via) sia funzionale al solo mantenimento dello status quo e alla persistente negazione di altri diritti del corpo politico della societa&#039;, che in questi anni e&#039; stato invece pesantemente attaccato. Si potrebbe aprire un lungo dibattito sullo stato di eccezione e su cosa esso abbia comportato negli ultimi anni, ma non saro&#039; io a farlo in questa sede. 
Nel frattempo, cerchiamo di cogliere quanto di positivo vi sia in questo anniversario, e lavorare perche&#039; l&#039;eredita&#039; di questo evento porti frutti sempre migliori. In fin dei conti, l&#039;eredita&#039; di un crollo e&#039; appunto uno spazio vuoto: sta a noi costruire qualcosa di nuovo e migliore. Magari una piazza, o un parco.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Argomento difficile da affrontare, caro Sandro. In linea di massima, la caduta di un muro e&#8217; sempre cosa positiva; esattamente come la costruzione di un ponte. Tuttavia, non potremmo rallegrarci della caduta di un muro (ideale) che fosse stato eretto a protezione dalla barbarie, cosi&#8217; come non potremmo rallegrarci della costruzione di un ponte (reale) che sconvolga paesaggi, e che poggi le proprie fondamenta sulle speculazioni e sulla corruzione dei suoi costruttori ed amministratori.<br />
Perdonate il mio esempio banalizzante, ma la questione richiede riflessioni davvero molto ampie.<br />
Resto fermamente convinto che la caduta del muro di Berlino abbia ingenerato una lunga serie di ricadute positive, non ultima la fine delle dittature comuniste in buona parte del globo.<br />
Che le democrazie di mercato, con i loro specchietti per allodole, con la loro logica di vincitori e vinti, con le loro ricadute sociali in termini di poverta&#8217;, emarginazione,  emigrazione, con i loro novelli governi piu&#8217; o meno autoritari che ancora attanagliano buona parte dei paesi dell&#8217;ex blocco sovietico, con i rigurgiti ultranazionalisti e razzisti che in molti casi hanno portato a guerre; ecco, riguardo a tutte queste cose, non sono certo che la caduta di quel muro abbia risolto molto, anzi.</p>
<p>Nel particolare, comunque, ovvero nel caso della Germania Est, il mio personale parere e&#8217; che l&#8217;evento sia stato provvidenziale e benefico.</p>
<p>Restano ovviamente decine di altri muri da abbattere: alcuni fisici, come quelli tra USA e Messico, Corea del Nord e Sud, India e Pakistan, Israele e Palestina; altri ideali, ovvero tutti i mancati riconoscimenti di diritti fondamentali che ancora affliggono le nostre societa&#8217;, sia quelle piu&#8217; conservatrici che quelle piu&#8217; liberali. Nel caso delle societa&#8217; liberali, inoltre, credo sia lecito temere che la concessione di certi diritti della persona (nel merito di orientamento sessuale, conservazione di lingua e tradizioni, e cosi&#8217; via) sia funzionale al solo mantenimento dello status quo e alla persistente negazione di altri diritti del corpo politico della societa&#8217;, che in questi anni e&#8217; stato invece pesantemente attaccato. Si potrebbe aprire un lungo dibattito sullo stato di eccezione e su cosa esso abbia comportato negli ultimi anni, ma non saro&#8217; io a farlo in questa sede.<br />
Nel frattempo, cerchiamo di cogliere quanto di positivo vi sia in questo anniversario, e lavorare perche&#8217; l&#8217;eredita&#8217; di questo evento porti frutti sempre migliori. In fin dei conti, l&#8217;eredita&#8217; di un crollo e&#8217; appunto uno spazio vuoto: sta a noi costruire qualcosa di nuovo e migliore. Magari una piazza, o un parco.</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Commenti su La strage degli imbecilli di giovannicarrosio</title>
		<link>http://ainostriposti.wordpress.com/2009/11/07/la-strage-degli-imbecilli/#comment-919</link>
		<dc:creator>giovannicarrosio</dc:creator>
		<pubDate>Sun, 08 Nov 2009 17:31:39 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://ainostriposti.wordpress.com/?p=3395#comment-919</guid>
		<description>La prosa mi ricorda quella delle anime morte, di gogol. Lo cercherò anche io, sembra molto divertente e acuto. Di quanti colpi di rivotella avremmo avuto bisogno nella nostra dimora universitaria!</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>La prosa mi ricorda quella delle anime morte, di gogol. Lo cercherò anche io, sembra molto divertente e acuto. Di quanti colpi di rivotella avremmo avuto bisogno nella nostra dimora universitaria!</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Commenti su La strage degli imbecilli di Nicola</title>
		<link>http://ainostriposti.wordpress.com/2009/11/07/la-strage-degli-imbecilli/#comment-918</link>
		<dc:creator>Nicola</dc:creator>
		<pubDate>Sun, 08 Nov 2009 15:36:18 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://ainostriposti.wordpress.com/?p=3395#comment-918</guid>
		<description>Ah! Questo libro sembra proprio godibile! Controllero&#039; se lo pubblicano anche qui.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Ah! Questo libro sembra proprio godibile! Controllero&#8217; se lo pubblicano anche qui.</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Commenti su Neutralità degli spazi pubblici e doveri della politica di prescinseua</title>
		<link>http://ainostriposti.wordpress.com/2009/11/04/neutralita-degli-spazi-pubblici-e-doveri-della-politica/#comment-917</link>
		<dc:creator>prescinseua</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Nov 2009 10:46:23 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://ainostriposti.wordpress.com/?p=3360#comment-917</guid>
		<description>Ma possiamo anche 
&quot;non dirci cristiani&quot;...
di Sofia Ventura

La sentenza con la quale la  Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo ha dato ragione al ricorso di una cittadina italiana che aveva ritenuto la presenza del crocifisso nelle aule della scuola frequentata dai propri figli un’ingerenza non compatibile con la libertà di convinzione e religione, nonché con il diritto a fornire un’educazione e un insegnamento conformi alle sue convinzioni filosofiche e religiose, ha provocato in Italia una reazione negativa pressoché unanime.
Dalla lettura del lungo testo della sentenza, emerge come la decisione poggi principalmente sul principio della neutralità dello Stato come garanzia della libertà dei cittadini. Essa appare ben argomentata e ragionevole, anche se è evidente che ha probabilmente sottovalutato le sensibilità che nel nostro paese avrebbe colpito e offeso. Forse ha ragione il senatore Stefano Ceccanti a considerare  una “estremizzazione” la decisione assunta dalla Corte di Strasburgo e a indicare come una via alternativa possibile quella adottata dalla cattolicissima Baviera, dove il legislatore ha individuato una procedura di rimozione del crocifisso a livello di singoli istituti scolastici in caso di conflitti, pur mantenendo l’obbligo generale di esposizione.
È evidente che in tale materia i principi, gli interessi e le sensibilità in gioco sono innumerevoli e non è facile contemperarli tutti in modo “equo”; inoltre, se da un lato può risultare molto fastidioso e arrogante il divieto imposto da Strasburgo di affiggere nelle aule del nostro paese il crocifisso, parimenti non è facile giustificare in modo convincente l’esistenza di un “obbligo” a tale affissione, obbligo che in Italia risale ad un decreto regio del 1926.
Per questi motivi non è facile maturare un’opinione “definitiva” sulla questione, anche se è positivo che l’affermazione di tesi contrastanti faccia emergere tutta la problematicità del tema. Ciò detto, appare invece molto discutibile la tesi avanzata dal Governo italiano davanti alla Corte. Innanzitutto, essa non fornisce alcuna ragionevole giustificazione all’“obbligatorietà” del crocifisso nelle aule scolastiche e il riferimento alla necessità di trovare un compromesso con i partiti di ispirazione cristiana che rappresenterebbero una parte essenziale della popolazione e i suoi sentimenti religiosi lascia alquanto perplessi: è possibile giustificare la garanzia o la mancata garanzia di un eventuale diritto (nel caso specifico il diritto dei genitori a fornire ai figli una educazione conforme al proprio credo unito al diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione) con una motivazione di opportunità politica?
Ma oltre a ciò, nella memoria del Governo viene ribadita la tesi, già avanzata in altre sedi, che il crocifisso oltre a costituire un simbolo religioso, avrebbe un significato «etico, comprensibile e apprezzabile indipendentemente dall’adesione alla tradizione storica o religiosa in quanto evoca principi condivisibili anche al di fuori della fede cristiana (non violenza, uguale dignità di tutti gli esseri umani, preminenza dell’individuo sul gruppo e importanza della sua libertà di scelta, separazione della politica dalla religione, amore del prossimo che giunge sino al perdono del nemico)». 
Più specificamente (cito da quanto riportato nella sentenza, traducendo dal francese), se è vero che «i valori che fondano oggi le società democratiche hanno la loro origine diretta anche nel pensiero di autori non credenti, talvolta anche ostili al cristianesimo», «il pensiero di quegli autori sarebbe nutrito della filosofia cristiana, se non altro in ragione della loro educazione e dell’ambito culturale nel quale si sono formati e hanno vissuto. In conclusione, i valori democratici di oggi sarebbero radicati in un passato più lontano, quello del messaggio evangelico. Il messaggio della croce sarebbe dunque un messaggio umanista, che può essere letto in maniera indipendente dalla sua dimensione religiosa,  costituito da un insieme di principi e di valori che formano la base delle nostre democrazie».
Tre sono le riflessioni che questo approccio al problema ci induce a fare. Innanzitutto, ammesso e non concesso che davvero il crocifisso costituisca un simbolo della nostra identità e che possa essere considerato anche nella sua valenza non religiosa, a rigor di logica ciò non costituisce in nessun modo giustificazione della sua obbligatorietà, semmai può legittimare la sua presenza, ma – perché no? – insieme ad altri simboli che invece non trovano spazio. Ma ben più importanti sono le altre due considerazioni, che vanno al di là della sentenza e delle specifiche questioni ad essa attinenti. La prima concerne lo scarso rispetto che quella impostazione mostra per il dato religioso, che viene sminuito a elemento “culturale” e di “politica culturale” e a questo proposito è lecito domandarsi come si pongano di fronte ad una tale annacquamento del significato dei propri simboli (e stiamo parlando del simbolo che esprime l’essenza del messaggio cristiano!) coloro che vivono con convinzione e serietà la propria fede.
La frettolosa sintesi storico-filosofica contenuta nella memoria del Governo, e veniamo qui alla seconda considerazione, appare inoltre molto discutibile: fare di una interpretazione parziale e a dir poco semplificata - e per questo legittimamente contestabile - del pensiero occidentale e dei suoi rapporti con il cristianesimo un dato di fatto incontrovertibile e suscettibile di divenire riferimento obbligato di una legislazione e di comportamenti pubblici, costituisce un modo di procedere che lascia interdetti. In questo modo si dà spazio a qualcosa che, pur nelle differenze, richiama l’idea della religione come “philosophia minor” di gentiliana memoria. 
In entrambi i casi la religione diventa strumento: nella prospettiva di Gentile era l’insegnamento religioso nella scuola primaria che doveva costituire, come scrisse Dina Bertoni Jovine, «un momento di quella dialettica che doveva condurre l’educando di conquista in conquista fino alla capacità di sintesi filosofica nella totale celebrazione dello spirito»; nella meno filosoficamente alta prospettiva di una parte del centrodestra (che in questo trova però una sponda anche in settori del centrosinistra), il cristianesimo e in particolare il cattolicesimo sono trasformati in elementi fondativi, “consustanziali” con l’identità italiana allo scopo, a noi sembra, di dare forza e “sostanza” a una cultura politica che si ritiene fragile e bisognosa di divenire tanto “integrale” quanto altre culture e religioni viste come minacciose (come l’Islam). 
In questo modo, però, si delinea una “identità” che nei fatti esclude, perché costringe chi è ateo, agnostico o appartenente a un’altra confessione o religione, a riconoscere un valore universale a una religione, ancorché trasformata in credo “mondano”, al quale non sente di appartenere. Più prosaicamente, siamo sicuri che, ad esempio, un ebreo, credente o meno, possa così facilmente cogliere valori propri di un umanesimo universale in quel Cristo in croce in nome del quale i suoi antenati – per secoli considerati deicidi – sono stati discriminati e perseguitati?
Identificare l’identità nazionale con una cultura religiosa è molto pericoloso (come mostra la storia dell’antisemitismo), crea inutili conflitti e oggi pone nuovi ostacoli all’integrazione dei nuovi arrivati, ai quali è lecito chiedere il rispetto delle nostre regole di convivenza civile, non l’adesione alla simbologia della religione da noi maggioritaria perché arbitrariamente ritenuta universale. Forse è possibile trovare una soluzione pragmatica alla questione del crocifisso nelle scuole, ma sarebbe meglio finalmente riconoscere che in una società laica e liberale si può anche, legittimamente, “non dirsi cristiani”.

5 novembre 2009, http://www.ffwebmagazine.it/ffw/page.asp?VisImg=S&amp;Art=2693&amp;Cat=1&amp;I=../immagini/Foto%20A-C/crosswall_int.jpg&amp;IdTipo=0&amp;TitoloBlocco=L&#039;Intervento&amp;Codi_Cate_Arti=40</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Ma possiamo anche<br />
&#8220;non dirci cristiani&#8221;&#8230;<br />
di Sofia Ventura</p>
<p>La sentenza con la quale la  Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo ha dato ragione al ricorso di una cittadina italiana che aveva ritenuto la presenza del crocifisso nelle aule della scuola frequentata dai propri figli un’ingerenza non compatibile con la libertà di convinzione e religione, nonché con il diritto a fornire un’educazione e un insegnamento conformi alle sue convinzioni filosofiche e religiose, ha provocato in Italia una reazione negativa pressoché unanime.<br />
Dalla lettura del lungo testo della sentenza, emerge come la decisione poggi principalmente sul principio della neutralità dello Stato come garanzia della libertà dei cittadini. Essa appare ben argomentata e ragionevole, anche se è evidente che ha probabilmente sottovalutato le sensibilità che nel nostro paese avrebbe colpito e offeso. Forse ha ragione il senatore Stefano Ceccanti a considerare  una “estremizzazione” la decisione assunta dalla Corte di Strasburgo e a indicare come una via alternativa possibile quella adottata dalla cattolicissima Baviera, dove il legislatore ha individuato una procedura di rimozione del crocifisso a livello di singoli istituti scolastici in caso di conflitti, pur mantenendo l’obbligo generale di esposizione.<br />
È evidente che in tale materia i principi, gli interessi e le sensibilità in gioco sono innumerevoli e non è facile contemperarli tutti in modo “equo”; inoltre, se da un lato può risultare molto fastidioso e arrogante il divieto imposto da Strasburgo di affiggere nelle aule del nostro paese il crocifisso, parimenti non è facile giustificare in modo convincente l’esistenza di un “obbligo” a tale affissione, obbligo che in Italia risale ad un decreto regio del 1926.<br />
Per questi motivi non è facile maturare un’opinione “definitiva” sulla questione, anche se è positivo che l’affermazione di tesi contrastanti faccia emergere tutta la problematicità del tema. Ciò detto, appare invece molto discutibile la tesi avanzata dal Governo italiano davanti alla Corte. Innanzitutto, essa non fornisce alcuna ragionevole giustificazione all’“obbligatorietà” del crocifisso nelle aule scolastiche e il riferimento alla necessità di trovare un compromesso con i partiti di ispirazione cristiana che rappresenterebbero una parte essenziale della popolazione e i suoi sentimenti religiosi lascia alquanto perplessi: è possibile giustificare la garanzia o la mancata garanzia di un eventuale diritto (nel caso specifico il diritto dei genitori a fornire ai figli una educazione conforme al proprio credo unito al diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione) con una motivazione di opportunità politica?<br />
Ma oltre a ciò, nella memoria del Governo viene ribadita la tesi, già avanzata in altre sedi, che il crocifisso oltre a costituire un simbolo religioso, avrebbe un significato «etico, comprensibile e apprezzabile indipendentemente dall’adesione alla tradizione storica o religiosa in quanto evoca principi condivisibili anche al di fuori della fede cristiana (non violenza, uguale dignità di tutti gli esseri umani, preminenza dell’individuo sul gruppo e importanza della sua libertà di scelta, separazione della politica dalla religione, amore del prossimo che giunge sino al perdono del nemico)».<br />
Più specificamente (cito da quanto riportato nella sentenza, traducendo dal francese), se è vero che «i valori che fondano oggi le società democratiche hanno la loro origine diretta anche nel pensiero di autori non credenti, talvolta anche ostili al cristianesimo», «il pensiero di quegli autori sarebbe nutrito della filosofia cristiana, se non altro in ragione della loro educazione e dell’ambito culturale nel quale si sono formati e hanno vissuto. In conclusione, i valori democratici di oggi sarebbero radicati in un passato più lontano, quello del messaggio evangelico. Il messaggio della croce sarebbe dunque un messaggio umanista, che può essere letto in maniera indipendente dalla sua dimensione religiosa,  costituito da un insieme di principi e di valori che formano la base delle nostre democrazie».<br />
Tre sono le riflessioni che questo approccio al problema ci induce a fare. Innanzitutto, ammesso e non concesso che davvero il crocifisso costituisca un simbolo della nostra identità e che possa essere considerato anche nella sua valenza non religiosa, a rigor di logica ciò non costituisce in nessun modo giustificazione della sua obbligatorietà, semmai può legittimare la sua presenza, ma – perché no? – insieme ad altri simboli che invece non trovano spazio. Ma ben più importanti sono le altre due considerazioni, che vanno al di là della sentenza e delle specifiche questioni ad essa attinenti. La prima concerne lo scarso rispetto che quella impostazione mostra per il dato religioso, che viene sminuito a elemento “culturale” e di “politica culturale” e a questo proposito è lecito domandarsi come si pongano di fronte ad una tale annacquamento del significato dei propri simboli (e stiamo parlando del simbolo che esprime l’essenza del messaggio cristiano!) coloro che vivono con convinzione e serietà la propria fede.<br />
La frettolosa sintesi storico-filosofica contenuta nella memoria del Governo, e veniamo qui alla seconda considerazione, appare inoltre molto discutibile: fare di una interpretazione parziale e a dir poco semplificata &#8211; e per questo legittimamente contestabile &#8211; del pensiero occidentale e dei suoi rapporti con il cristianesimo un dato di fatto incontrovertibile e suscettibile di divenire riferimento obbligato di una legislazione e di comportamenti pubblici, costituisce un modo di procedere che lascia interdetti. In questo modo si dà spazio a qualcosa che, pur nelle differenze, richiama l’idea della religione come “philosophia minor” di gentiliana memoria.<br />
In entrambi i casi la religione diventa strumento: nella prospettiva di Gentile era l’insegnamento religioso nella scuola primaria che doveva costituire, come scrisse Dina Bertoni Jovine, «un momento di quella dialettica che doveva condurre l’educando di conquista in conquista fino alla capacità di sintesi filosofica nella totale celebrazione dello spirito»; nella meno filosoficamente alta prospettiva di una parte del centrodestra (che in questo trova però una sponda anche in settori del centrosinistra), il cristianesimo e in particolare il cattolicesimo sono trasformati in elementi fondativi, “consustanziali” con l’identità italiana allo scopo, a noi sembra, di dare forza e “sostanza” a una cultura politica che si ritiene fragile e bisognosa di divenire tanto “integrale” quanto altre culture e religioni viste come minacciose (come l’Islam).<br />
In questo modo, però, si delinea una “identità” che nei fatti esclude, perché costringe chi è ateo, agnostico o appartenente a un’altra confessione o religione, a riconoscere un valore universale a una religione, ancorché trasformata in credo “mondano”, al quale non sente di appartenere. Più prosaicamente, siamo sicuri che, ad esempio, un ebreo, credente o meno, possa così facilmente cogliere valori propri di un umanesimo universale in quel Cristo in croce in nome del quale i suoi antenati – per secoli considerati deicidi – sono stati discriminati e perseguitati?<br />
Identificare l’identità nazionale con una cultura religiosa è molto pericoloso (come mostra la storia dell’antisemitismo), crea inutili conflitti e oggi pone nuovi ostacoli all’integrazione dei nuovi arrivati, ai quali è lecito chiedere il rispetto delle nostre regole di convivenza civile, non l’adesione alla simbologia della religione da noi maggioritaria perché arbitrariamente ritenuta universale. Forse è possibile trovare una soluzione pragmatica alla questione del crocifisso nelle scuole, ma sarebbe meglio finalmente riconoscere che in una società laica e liberale si può anche, legittimamente, “non dirsi cristiani”.</p>
<p>5 novembre 2009, <a href="http://www.ffwebmagazine.it/ffw/page.asp?VisImg=S&amp;Art=2693&amp;Cat=1&amp;I=../immagini/Foto%20A-C/crosswall_int.jpg&amp;IdTipo=0&amp;TitoloBlocco=L" rel="nofollow">http://www.ffwebmagazine.it/ffw/page.asp?VisImg=S&amp;Art=2693&amp;Cat=1&amp;I=../immagini/Foto%20A-C/crosswall_int.jpg&amp;IdTipo=0&amp;TitoloBlocco=L</a>&#8216;Intervento&amp;Codi_Cate_Arti=40</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Commenti su Croci, ateismo e Beethoven di Mauro</title>
		<link>http://ainostriposti.wordpress.com/2009/11/04/croci-ateismo-e-beethoven/#comment-916</link>
		<dc:creator>Mauro</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 Nov 2009 16:44:42 +0000</pubDate>
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		<description>Apprezzo il tuo intervento, pur da una prospettiva di fede... La musica spesso ha il potere di mettere d&#039;accordo tutti...</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Apprezzo il tuo intervento, pur da una prospettiva di fede&#8230; La musica spesso ha il potere di mettere d&#8217;accordo tutti&#8230;</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Commenti su Croci, ateismo e Beethoven di prescinseua</title>
		<link>http://ainostriposti.wordpress.com/2009/11/04/croci-ateismo-e-beethoven/#comment-915</link>
		<dc:creator>prescinseua</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 Nov 2009 16:20:16 +0000</pubDate>
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		<description>Bellissimo intervento!</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Bellissimo intervento!</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Commenti su Fabio Volo e i testimoni di Geova di prescinseua</title>
		<link>http://ainostriposti.wordpress.com/2009/10/14/fabio-volo-e-i-testimoni-di-geova/#comment-914</link>
		<dc:creator>prescinseua</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 Nov 2009 16:15:44 +0000</pubDate>
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		<description>Caro Stefano,
ti ringrazio molto per il tuo commento, l&#039;unico finora a difesa - ben articolata - di Volo. 
Ora, il mio problema non è tanto che si rida dei testimoni di Geova. Come dicevo nel post, tutto è possibile. Ma ci sono e devono esserci dei limiti. Nella scenetta in questione Volo dà per scontata una serie di cose che sono assai illuminanti riguardo alla discorso sull&#039;identità nazionale dominante in Italia in questo momento. Un discorso che questo blog condanna fin dalla propria nascita in quanto programma puramente reazionario e storicamente perdente. 
Il fatto che sia scontato associare il cattolicesimo all&#039;italianità, il fatto che gli italiani - quindi cattolici per definizione - abbiano il diritto di provare fastidio verso certe pratiche religiose &#039;diverse&#039;, che essere cattolici in Italia sia &#039;naturale&#039; e chi scelga diversamente abbia tutto il diritto di farlo purché se ne stia zitto e buono. 
Ora, sono d&#039;accordo con te che Volo probabilmente non avesse l&#039;intenzione di sottolineare tutto questo. Però, forse per riempire in maniera frettolosa un buco nel programma e quindi inconsciamente, lo ha fatto. È evidente che ne aveva tutto il diritto - dal momento che buona parte della nostra classe dirigente è solita farlo e per di più in maniera neanche tanto divertente - così come lo hai tu di trovarlo divertente e nulla più. E posso anche darti ragione, senza dubbio di uno scherzo si è trattato. Uno scherzo però, lasciamelo dire, non proprio innocente.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Caro Stefano,<br />
ti ringrazio molto per il tuo commento, l&#8217;unico finora a difesa &#8211; ben articolata &#8211; di Volo.<br />
Ora, il mio problema non è tanto che si rida dei testimoni di Geova. Come dicevo nel post, tutto è possibile. Ma ci sono e devono esserci dei limiti. Nella scenetta in questione Volo dà per scontata una serie di cose che sono assai illuminanti riguardo alla discorso sull&#8217;identità nazionale dominante in Italia in questo momento. Un discorso che questo blog condanna fin dalla propria nascita in quanto programma puramente reazionario e storicamente perdente.<br />
Il fatto che sia scontato associare il cattolicesimo all&#8217;italianità, il fatto che gli italiani &#8211; quindi cattolici per definizione &#8211; abbiano il diritto di provare fastidio verso certe pratiche religiose &#8216;diverse&#8217;, che essere cattolici in Italia sia &#8216;naturale&#8217; e chi scelga diversamente abbia tutto il diritto di farlo purché se ne stia zitto e buono.<br />
Ora, sono d&#8217;accordo con te che Volo probabilmente non avesse l&#8217;intenzione di sottolineare tutto questo. Però, forse per riempire in maniera frettolosa un buco nel programma e quindi inconsciamente, lo ha fatto. È evidente che ne aveva tutto il diritto &#8211; dal momento che buona parte della nostra classe dirigente è solita farlo e per di più in maniera neanche tanto divertente &#8211; così come lo hai tu di trovarlo divertente e nulla più. E posso anche darti ragione, senza dubbio di uno scherzo si è trattato. Uno scherzo però, lasciamelo dire, non proprio innocente.</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Commenti su Neutralità degli spazi pubblici e doveri della politica di prescinseua</title>
		<link>http://ainostriposti.wordpress.com/2009/11/04/neutralita-degli-spazi-pubblici-e-doveri-della-politica/#comment-913</link>
		<dc:creator>prescinseua</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 Nov 2009 14:15:08 +0000</pubDate>
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		<description>Consiglio anche la lettura di questo post. Si raccomandano soprattutto le parole dell&#039;avvocato dello Stato. Illuminanti!

http://zamparini.wordpress.com/2009/11/04/titanic-il-crocifisso-il-buonsenso-di-bersani-e-lo-scontro-tra-tradizioni-inconciliabili/</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Consiglio anche la lettura di questo post. Si raccomandano soprattutto le parole dell&#8217;avvocato dello Stato. Illuminanti!</p>
<p><a href="http://zamparini.wordpress.com/2009/11/04/titanic-il-crocifisso-il-buonsenso-di-bersani-e-lo-scontro-tra-tradizioni-inconciliabili/" rel="nofollow">http://zamparini.wordpress.com/2009/11/04/titanic-il-crocifisso-il-buonsenso-di-bersani-e-lo-scontro-tra-tradizioni-inconciliabili/</a></p>
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	</item>
	<item>
		<title>Commenti su Res Gestae Divi Bloombergis di sandro</title>
		<link>http://ainostriposti.wordpress.com/2009/11/03/res-gestae-divi-bloombergis/#comment-912</link>
		<dc:creator>sandro</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 Nov 2009 22:38:44 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://ainostriposti.wordpress.com/?p=3340#comment-912</guid>
		<description>Un bellissimo post su commissione, non pensavo d&#039;essere così persuasivo! Comunque ti ringrazio molto, Nicola, e aggiungo che dovresti prendere in considerazione l&#039;opportunità di tenere una sorta di diario americano, qui sul blog. Domani magari farò un commento più argomentato, per adesso sappi che ho letto il tuo articolo con grande piacere. Ciao</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Un bellissimo post su commissione, non pensavo d&#8217;essere così persuasivo! Comunque ti ringrazio molto, Nicola, e aggiungo che dovresti prendere in considerazione l&#8217;opportunità di tenere una sorta di diario americano, qui sul blog. Domani magari farò un commento più argomentato, per adesso sappi che ho letto il tuo articolo con grande piacere. Ciao</p>
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