Ai Nostri Posti

Ora e sempre Resistenza

Crocevia

Pubblicato da sandro su 7 Novembre, 2009

Via i crocifissi dalle aule. Suggerivano la risposta.

Via il crocifisso dalle scuole italiane. Questo sì che sarebbe un miracolo.

Via il crocifisso dalle scuole italiane. Il chiodo non è più di moda.

Via il crocifisso dalle scuole italiane. Secondo l’Europa sarebbero più rappresentativi i due ladroni.

(La Corte Europea è stata inflessibile: il crocifisso andrà sul satellite)

Niente più crocifissi nelle aule. Speriamo che ora gli alunni non diventino irrispettosi.

Che tempismo per lo stop ai crocifissi: è appena arrivato qualcuno che non vede l’ora di bruciarli.

Calderoli: “La Corte Europea ha calpestato i nostri diritti, la nostra cultura, la nostra storia, le nostre tradizioni e i nostri valori”. Dicono porti fortuna.

Quando ha appreso la notizia, la Binetti è esplosa.

Gelmini: “Il crocifisso rappresenta l’Italia”. Pensandoci bene, non le si puo’ dare torto.

“La croce non è un simbolo religioso”. Allora toglietelo anche dalle chiese.

Bersani: “Il crocifisso nelle aule è una tradizione inoffensiva”. Esattamente come le primarie.

Il cardinal Bertone: “Dobbiamo cercare con tutte le forze di conservare i simboli della nostra fede”. È tutto ciò che ci rimane.

La replica di Gesù: “Non mi dimetto”.

[fonte: Spinoza.it]

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“Intellettuali” di destra: Luca Barbareschi

Pubblicato da sandro su 7 Novembre, 2009

intervista di Alessandro Ferrucci, Il Fatto Quotidiano 31 ottobre 2009

“Non faccio niente. Ma con un impegno della madonna…”, recita Luca Barbareschi nel suo ultimo lavoro teatrale. Lui è regista e primo attore di un musical nato da un’idea di Giorgio Gaber. Gira l’Italia. Ancona, Roma, Napoli, Crotone e ancora…

Mi scusi, come concilia un impegno del genere con la sua attività parlamentare?

“Beh, non capisco la domanda: ho oltre l’80% di presenze”

Sicuro? I dati ufficiali della Camera raccontano di un 47,70%…

“Ah si. Vabbè, è quasi la metà. È la stessa cosa”.

Non proprio…

“Senta, io lavoro molto più di lei (è la prima volta che ci parliamo, ndr). Dormo quattro ore a notte, sono in piedi dalle sei del mattino e sono in grado di organizzare il lavoro”.

Però dalla commissione Trasporti, della quale lei è vice-presidente, lamentano le continue assenze…

“Saranno i suoi amici a dire certe cose. In un anno e mezzo ho presentato quattro proposte di legge e ne ho portato a casa una. Sono uno dei più efficienti!”.

Bene. Lei però, ha spesso denunciato il malaffare italiano, il lassismo politico: non crede che la complessità della macchina statale meriterebbe un po’ più d’attenzione?

“Nooo. Eppoi non potrei permettermelo: non ce la farei ad andare avanti con il solo stipendio da politico”.

Ma sono circa 23mila euro lordi al mese, più tutti i benefit…

“E allora? Non sono mica nato da una famiglia ricca. Nessuno mi ha lasciato niente”.

Per lei, Montecitorio è un secondo lavoro…

“È facile parlare per voi! Voi giornalisti siete la vera casta, la feccia. Ora avete chiamato me come se fossi il male assoluto”.

Eravamo incuriositi dalla sua poliedricità…

“No! I nemici sono i giornalisti ladri. Sono la maggior parte, solo che non li becca mai nessuno. Intoccabili. Inoltre i problemi della vita sono altri…”.

Quali?

“I ladri, i farabutti e tutti quelli come loro”.

Ma proprio non vede la necessità di maggiore impegno parlamentare?

“In Israele chi fa il deputato deve lasciare ogni altro lavoro”.

Appunto…

“Da noi non è così. Ho anche una attività imprenditoriale da mandare avanti…”.

Pure…

“Sì. E sono bravissimo. Mi basta un’ora per dare le direttive giuste e farle eseguire”.

Sarà stanchissimo…

“Cosa? Non ho capito…”.

Sento la sua voce molto affaticata…

“Ah! Lo ripeto: mi sveglio presto, lavoro, e poi alle cinque vado a teatro per le prove. Anzi, la saluto, devo andare. Saluti Travaglio, mi piace molto come lavora”.

Sì, sono le 16.30, è ora di correre al Quirino di Roma. Sono gli ultimi giorni, poi via per una lunga tournee, lontano dalla Capitale. Buon viaggio, e non si stanchi troppo, onorevole Barbareschi.

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Videocracy. Un’indignazione

Pubblicato da sandro su 5 Novembre, 2009

Ieri sera ho finalmente visto il documentario che Erik Gandini, il regista italosvedese, ha girato per conto della televisione di Svezia. La pellicola, passata alla Mostra di Venezia e al Sundance Festival, dura un’ottantina di minuti e spiega quanto in Italia il potere televisivo sia col tempo venuto a coincidere col potere politico. Sono cose che noi avveduti purtroppo conosciamo bene e contro cui ci battiamo, ci opponiamo. Ahimè – devo sospirare, dopo la visione – senza speranza alcuna. Il quadro composto da Gandini è così deprimente, sconsolante, rivoltante e tristemente realistico, da non consentire altro sentimento eccetto l’indignazione.

Dal momento che condivido l’ottica critica delineata da Andrea Inglese in un suo commento di qualche settimana fa per Nazione Indiana, lascio alle sue lucide parole la gravosa incombenza di dare forma e sostanza al senso di disgusto che opprime il cuore e l’intelletto di chi si è sottoposto all’umiliante filmato.

Ora, qui, mi limito a riferire alcune sequenze che mi hanno in particolar modo colpito e al contempo indignato, appunto.

Si segue la storia di tre personaggi: uno mancato e due nel bene e nel male affermati.

Quello mancato, Richi, è un operaio 26enne del bergamasco, che non vuole stare al tornio tutta la vita e vede perciò nella carriera televisiva una possibilità di riscatto – la celebrità, sostiene, ti dà donne, soldi, casa, macchina, tutto quello che conta nell’esistenza. Per inseguire il suo sogno, si esercita nel giardinetto della villetta a karate, si esibisce nelle fiere paesane in un’interpretazione canora a metà fra Ricky Martin e Jean-Claude Van Damme, alterna provini a selezioni per far parte del pubblico durante le registrazioni dei programmi. La madre, piuttosto anziana, pare assecondarlo, senonché il suo vero cruccio è il figlio ancora scapolo. Segue poi un artefatto bisticcio tra i due dinanzi la telecamera, che con spietatezza registra il surreale alterco. Ciò che intenerisce ed esaspera nella storia di Richi è il suo bovino affidamento alla taumaturgia dello spettacolo: non lo sfiora mai il pensiero della labilità, spietatezza e falsità di quel mondo: quel mondo è anzi ciò a cui disperatamente anela perché la cultura media di questo suo (e nostro) paese gli ha impartito una rappresentazione della realtà siffatta. Dice a un certo punto Richi: «la fregatura, per noi ragazzi che vogliamo lavorare in televisione, sono le ragazze, nel senso che è più facile per una ragazza entrarci»: e noi abbiamo visto quest’estate qual è il rozzo, debosciato costume che si cela al di là del luccicante scenario del piccolo schermo.

Il primo dei due personaggi affermati, arrivati è Lele Mora, che non è il nome di un pupazzo o di un articolo per giardino bensì il nome del più ricco e influente agente televisivo italiano. Ci viene presentato steso su un enorme letto bianco, vestito di bianco, nella sua camera da letto bianca, coi mobili bianchi e le tende bianche. La cameretta di un bambinello, verrebbe da dire, invece sul lettone c’è quest’uomo di oltre cinquant’anni che si trastulla con un telefonino da cui non si separa mai. Il colore bianco domina la villa di Lele Mora, nella Sardegna che conta, quella della Costa Smeralda: lui stesso chiama casa sua la «casa bianca», pensate un po’. Nel giorno delle riprese c’erano degli ospiti, che lo stravagante sensale ci tiene a presentare: un tronista, un ex Grande Fratello, un cantante, altri belloni più o meno denudati, tutti quanti spaparanzati sulle sdraio a chiacchierare del nulla, annoiati, abbronzati, in attesa che arrivi la sera per ingioiellarsi e correre in discoteca, il tempio consacrato della mia anodina generazione di coetanei. Si passa quindi nel candido salotto di Lela Mora, dove il sagace individuo accosta Berlusconi – del quale si professa grande amico – a Mussolini, nonostante che la sua personalità non sia proprio la stessa. Dà l’idea di dirlo con amarezza, e si sente la voce fuori campo di Gandini che glielo domanda, al che il tizio si dichiara orgogliosamente mussoliniano e fa partire un video dal suo telefonino nel quale si vedono svastiche, fasci, croci celtiche e si ode “Faccetta nera”. La camera stringe in primissimo piano, poi si allarga e inquadra il faccione apparentemente innocuo del fascista Mora. Il medesimo volto, la medesima espressione che usa quando presenzia alle feste dei suoi simili al Billionaire, nelle ville altrui o nelle piazzette assediate da italici scemi che si accalcano per farsi fare una foto accanto a idoli tanto volgari. Lele Mora, come Zarathustra, rivela una somma verità: «la televisione è tutto, l’importante è apparire».

Il secondo personaggio è Fabrizio Corona, non per niente amico e ammiratore sia di Mora sia di Berlusconi. Noto più per le sue vicende giudiziarie che per altro, Corona è riuscito a rifarsi la reputazione dopo aver passato 80 giorni in prigione all’epoca dello scandalo Vallettopoli o Ricattopoli, che dir si voglia. Reputazione che si è rifatto spacciandosi per vittima dello stato carceriere. A mio avviso Corona è davvero un soggetto ripugnante, da un lato perché ha obiettivamente speculato sulla vita intima di persone ancorché famose (vedere a tal riguardo la parte in cui i suoi collaboratori battono le strade di quella che presumo essere Milano a caccia di scatti rubati), e dall’altro perché ammette con sfrontatezza che il suo unico scopo sono i soldi e la bella vita: «io non vedo persone, vedo denaro»; «devo poter scopare ogni giorno»; «prendo 10mila euro per un’ora in discoteca, dico quattro cazzate e la gente mi adora per questo, vogliono vedere e toccare il personaggio». Corona ci tiene all’apparenza, l’esteriorità è tutto, dunque è palestrato, bruno, profumato, elegante, si atteggia a poeta maledetto, crepuscolare. Mi ha ferito la ripresa di uno dei suoi interventi in discoteca: viene annunciato come un pugile prima di salire sul ring, arriva tra due ali di gorilla, sale su un palco, si siede, assume l’aria illanguidita del fatalista e risponde alle curiosità della giovanile folla messa in semicerchio. Neanche Aristotele e i peripatetici avevano un così folto seguito. Perle di saggezza coroniana: «il 100% delle coppie italiane pratica l’infedeltà»; «le leggi sono tutte sbagliate»; «l’importante è prendere il potere e farsi i cazzi propri». E giù appalusi e giù grida d’entusiasmo. Poi si vede Corona-Aristotele adagiato su un letto mentre conta una mazzetta alta così di banconote da 500 euro, frutto del consueto giro notturno a base di discoteche e cazzate, come dice lui. Altra scena immonda: Corona, in un bagno grande quanto un appartamento, fa la doccia in presenza di un collaboratore e lascia che lo si riprenda – integralmente – intanto che s’insapona e si sciacqua i genitali. Senza pudore, senza vergogna, senza imbarazzo. Il corpo è tutto quello che ho, par voler indicare, guardate che corpo, guardate che perfezione, guardate che forza. Invidiatemi. Invidiare questo tale? Invidiare colui che ha filmato con una microcamera l’attimo della firma del divorzio dall’ex moglie e poi ha venduto l’esclusiva ai telegiornali la sera stessa? Ma mi faccia il piacere, Corona, dica le sue cazzate a chi paga per starla a sentire, non certo a noi.

Questo film terribile andrebbe mostrato nelle scuole superiori obbligatoriamente, come monito, come reperto sincronico. Lì c’è tutto il berlusconismo, c’è tutto lo scandalo di una società drogata di fandonie e appariscenza, una società neoautoritaria che dice e fa le cose più sordide e inaudite col sorriso sulle labbra, divertendosi, spensierata, libera, sciolta da qualsiasi vincolo etico o morale. C’è anche Berlusconi in questo film terribile, ed era dalla volta del “Caimano” che non mi faceva così tanta voglia di vomitare: la sua banalità, la sua arroganza, la sua provinciale balordaggine. E però che cos’è riuscito a creare! quale mostro ha posto nel grembo del paese di Dante! Ma forse ce lo meritiamo, ce lo meritiamo perché – scorre nei titoli di coda – siamo al 73° posto nella graduatoria della libertà di stampa e al 67° in quella delle pari opportunità. Non so, non so più cos’altro aggiungere, mi fa troppo schifo quello che ho visto, quello che siamo.

L’ARTICOLO DI ANDREA INGLESE SU NAZIONEINDIANA.COM (DA NON PERDERE)

Videocracy

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Considerazioni sul voto

Pubblicato da nicola su 4 Novembre, 2009

Come ci si poteva aspettare, Bloomberg e’ nuovamente sindaco della citta’ di New York. Fortunatamente la sua ri-elezione non e’ stata plebiscitaria, segno questo di un diffuso malcontento tra le fasce piu’ deboli della popolazione. Mi auguro vi sia anche stata una certa disaffezione del suo stesso elettorato che, almeno in parte, non avra’ gradito i suoi modi da oligarca.

Le mie considerazioni di ieri non richiedono ulteriori chiarimenti o spiegazioni, ma desidero mostrarvi questa bella cartina del New York Times, la quale conferma al 100% le mie opinioni in merito al censo, all’etnia e all’orientamento dei votanti. A dire il vero, l’accuratezza della mia previsione e’ spaventosa.

map

Allora, come gia’ sapete, i rossi sono i Repubblicani (Bloomberg) e i blu sono Democratici (Thomspon). Piu’ la cartina e’ rossa, piu’ il voto e’ marcato a favore di un candidato, fin oltre al 70%.

Cominciamo da Manhattan, lunga e stretta in alto a sinistra. Manhattan, anche se non siete stati a New York, saprete benissimo e’ la zona piu’ ricca e importante. Ci possono abitare solo ricchi; a questi si aggiungono anziani e persone disagiate che rientrano nelle quote di assegnazione delle case popolari. In poche parole, nonostante a Manhattan si vedano nei negozi e nei ristoranti solo neri e messicani, a poterci abitare e a votare sono quasi solo bianchi. Di conseguenza, potete notare voi stessi che l’isola e’ quasi completamente nelle mani di Bloomberg, con punte di oltre il 70% nell’Upper East Side, la zona tradizionalmente piu’ ricca dell’intera citta’. Interessante anche il caso di Roosevelt Island, quella strisciolina rossa rossa in mezzo al fiume, che e’ abitata praticamente da soli banchieri, avvocati e uomini d’affari. Le uniche zone di Manhattan non conquistate da Bloomberg sono quelle piu’ povere, a Nord: in particolare Harlem East, che saprete certamente si tratti di un quartiere nero, possibilmente l’unico ancora veramente pericoloso a Manhattan; il centro di Harlem, stessa storia. Infine, piu’ a nord, restano democratici anche i quartieri di Washington Heights e di Inwood, altre zone abbastanza povere, abitate prevalentemente da immigrati ispanici portoricani e dominicani.

L’intera Staten Island, in basso a sinistra, e’ in mano Repubblicana. Giovera’ ricordare che Staten Island e’ composta per la stragrande maggioranza da gente parecchio danarosa, tutti italoamericani. Staten Island e’ il pezzo di territorio statunitense con la maggior concentrazione di italoamericani per chilometro quadrato. Avevano li’ la loro casetta sia Garibaldi che Meucci. Credo gia’ sappiate che gli italoamericani sono famosi per essere razzisti e conservatori, sono gli stessi che girano con La Russa durante il Columbus Day, gli stessi della Sons of Italy, gli stessi di Antonin Scalia. Di conseguenza, il voto e’ a Bloomberg.

Il Bronx, in alto a sinistra, e’ quasi interamente Democratico: credo cio’ non stupisca nessuno. La fama del Bronx, sapete bene tutti, e’ di quartiere povero e pericoloso, abitato prevalentemente da neri, ispanici e vari altri gruppi di piu’ recente immigrazione. Avrete notato, ovviamente, tre sole isole Repubblicane. Esse corrispondono al quartiere di Riverdale, abitato quasi esclusivamente da ebrei benestanti, con tanto di casette in collina e paesaggio bucolico; al quartiere di Fordham Avenue/Arthur Avenue, l’unica vera e propria Little Italy rimasta a New York, ovviamente abitata da italoamericani bianchi, piu’ o meno benestanti e per buona parte poco inclini a intrattenere rapporti con la popolazione nera che li circonda da ogni lato. Interessante anche notare che piu’ crescono i redditi e la qualita’ delle case, nella parte nord-est, che si chiama Throggs Neck, piu’ i voti Democratici calano.  La zona di Throggs Neck appunto ha votato Thompson per meno del 50%. Interessante invece il voto dell’isola-carcere di Rikers Island, tutto Democratico. Mi domando pero’ chi e’ che ci abiti!

Il quartiere di Queens e’ quello dove abito io. Si tratta della zona est della cartina. I tre milioni di abitanti del quartiere parlano, a casa propria, 110 diverse lingue: caso unico nel mondo, in cosi’ poco spazio. Se ne deduce un elettorato di etnie e possibilita’ economiche molto diverse. In ogni caso, alcune zone storicamente etnicizzate sono facilmente riconoscibili. Io abito in una delle zone rosa: nel mio quartiere, Sunnyside, vivono oggi molti messicani, ma la base storica e’ irlandese e poi armena, e in anni piu’ recenti coreana, cinese, rumena e poi nuovamente bianca anglosassone, che torna qui a comprar casa e non vuole casini per strada. Dunque si vota Bloomberg. La roccaforte rossissima al centro di Queens e’ la zona di Maspeth, Middle Village e Ridgewood, quartieri storicamente italiani e benestanti, in cui gli unici nuovi immigrati nella zona sono ispanici altrettanto benestanti, e quindi inclini a conservatorismi elettorali di matrice cattolica. Interessante notare anche la zona nord-orientale, tutta rossissima, poiche’ da quella parte New York si estende verso le zone abitate dai veri straricchi: la penisola di Long Island, con le famose spiagge e ville negli Hamptons, e cosi’ via. Interessante anche il caso di Rockaway Peninsula, che e’ quella lunga striscia rossa a sud, e che amministrativamente dipende da Queens. Ebbene, si tratta di una striscia di terreno con megaville fronte-oceano. Il riscaldamento globale anneghera’ questi ricchi nel giro di vent’anni, ma nel frattempo loro votano Bloomberg. Le uniche due striscioline blu dell’intera penisola corrispondono, millimetricamente, agli unici insediamenti di case popolari, pericolosissime, abitate solo da neri. Ovviamente gli hanno riservato un distretto elettorale apposta, si sa mai che vadano a votare davvero e cambino il colore a buona parte della penisola! La grossa sacca democratica che rimane a Queens consiste in un depresso e deprimente quartierone che va sotto il nome generico di Jamaica, e che include una popolazione prevalentemente nera e immigrati di recente arrivo, che probabilmente per la maggior parte non possono votare. Un bel pezzo di quella zona comunque e’ coperto da autostrade e dall’aeroporto JFK, dunque non e’ che si possano fare grossi calcoli.

Resta da analizzare solo Brooklyn: si tratta della zona centrale. Pigliate Queens, e guardate dove finisce il rosso e dove comincia il blu: avrete trovato Brooklyn. Brooklyn e’ il quartiere piu’ segregato razzialmente di tutta New York, forse il piu’ povero e certamente quello con il maggior numero di crimini violenti, piu’ che nel Bronx, non foss’altro per il fatto che ci abitano piu’ persone e dunque le opportunita’ criminali crescono in modo statistico. Alcune parti di Brooklyn, ovviamente, sono bellissime e ricche: va da se’ che sono colorate di rosso. In particolare, potrete apprezzare la costa che confina con la parte sud dell’isola di Manhattan, la zona del ponte di Brooklyn e del Manhattan Bridge. Tali zone si chiamano Brooklyn Heights, Williamsburg, la famosa DUMBO con le nuove gallerie d’arte, etc. etc. Ci abitano quasi esclusivamente giovani bianchi, i cosiddetti hipsters, quelli che curano gli orticelli metropolitani sui tetti delle case, quelli che mangiano solo vegano, organico, fair trade, fanno la spesa alla coop e vanno in giro in bicicletta. Progressisti nei consumi, ma quando si tratta di chiamare la polizia sanno tutti a chi bisogna dare il lavoro. Sotto di loro, resta rosso il quartiere di Park Slope, altra zona posh, dove abitano tanti artisti dei teatri e dei comedy show in citta’. Interessante la piccola enclave blu della punta sud-ovest, che si chiama Red Hook, e che e’ zona depressissima, abitata quasi esclusivamente da neri che hanno per vicini di casa una enorme discarica e un magazzino dell’Ikea. In questa zona, Sandro ricorda di sicuro, hanno girato la scena di Quei Bravi Ragazzi in cui Robert De Niro cerca di convincere la moglie di Ray Liotta a proseguire verso un magazzino per guardare una pelliccia, mentre in realta’ vuole farla uccidere. E’ quel tipo di quartiere, insomma. Sotto di esso, resta blu anche Sunset Park, altra zona dove non e’ il caso di trovarsi quando fa buio. Piu’ sotto ancora, ricomincia il rosso. Dove siamo? A Bay Ridge, zona storicamente irlandese e italiana, dunque benestante. Meta’ dei poliziotti e dei vigili del fuoco di New York abita qui. Li’ vicino, un poco ad est, noterete che il rosso si fa sempre piu’ acceso: cio’ e’ dovuto al fatto che siete giunti nella zona di Midwood, Bensonhurst  e Howard Beach, altri quartieri storicamente italiani, e storicamente mafiosi. Gotti e tutti gli altri abitavano in queste zone. Tutte le zone particolarmente rosse che trovate a Brooklyn sono quelle abitate, storicamente e no, da ebrei. Gli ebrei di piu’ recente immigrazione sono quelli appartenenti al gruppo dei Sefarditi, particolarmente tradizionalisti. Essi si sono scontrati spesso violentemente con la popolazione afroamericana di Brooklyn, i famosi disordini di Crown Heights sono addirittura finiti in un omonimo film, non cattivo. Queste persone gradiscono tanto farsi i fatti propri e non essere disturbati da vicini rumorosi. Bloomberg provvede. Infine, la grossa fascia blu che divide la parte nord di Brooklyn da Queens e’ quella piu’ brutta, pericolosa, povera e ovviamente nera di tutta la citta’. Si tratta dei quartieri di Bushwick, Bedford Stuyvesant, Crown Heights, Flatbush, East New York, Brownsville e Canarsie. A New York ci sono quasi due omicidi al giorno: quattro volte su cinque capita in queste zone qui. A onor del vero, quest’anno gli omicidi sono calati di quasi la meta’ secca, e da una media di oltre 550, confermata oramai da una decina di anni, pare che si scendera’ sotto ai 350. Nevertheless, la zone calde sono sempre queste.

Credo queste mie osservazioni chiariscano abbastanza la situazione. Per concludere, vorrei farvi notare che, a livello di microamministrazione locale, tutti i quartieri hanno votato candidati democratici nei consigli di quartiere: New York e’ una citta’ liberal e progressista, e tutti sanno che i Democratici sono piu’ propensi a spendere soldi per fare belli i quartieri, per fare i cinema d’estate, per fare i parchi, i parchetti per i bambini, dare soldi alle associazioni e via dicendo. Stesso dicasi per i grandi temi: tutti sono amici dei gay, dei diritti umani e contro la guerra, quindi New York ogni volta vota il candidato democratico alla presidenza degli Stati Uniti. Il voto Repubblicano alle comunali, in fondo, e’ proprio un voto poliziottesco e securitario. Non ci si scappa. Tutti buonisti per le grandi occasioni e per i propri bambini, ma i neri devono restare ad ammazzarsi tra Brownsville e Canarsie. La polizia e le politiche di zoning residenziale sono nelle mani di Bloomberg, e questi sono gli unici due fattori che contano.

Un appello: pregherei chiunque piu’ informato di me, magari qualche altro italiano che vive a New York e che ci legge, di farmi sapere se ritenga vi siano altri modi di leggere queste statistiche e questo risultato elettorale. Non vorrei buttare tutto sul problema economico e razziale, e magari passare da razzista inverso. Tra l’altro, credo sia utile ricordare che il voto ebreo e’ stato per moltissimi anni un voto ai Democratici, ma le cose sono cambiate da Giuliani in poi.

 

 

 

 

 

 

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Croci, ateismo e Beethoven

Pubblicato da sandro su 4 Novembre, 2009

Vi dirò una cosa: quando, l’altro giorno, ho sentito del pronunciamento della Corte europea dei diritti dell’uomo con cui veniva accolta la richiesta di una famiglia di Abano Terme circa la rimozione del crocefisso dall’aula scolastica frequentata dal figlio, a me è subito venuta in mente la Missa solemnis in re maggiore di Ludwig van Beethoven. Se avrete pazienza, spiegherò le tortuose ragioni che mi hanno portato a quel pensiero.

Innanzitutto, da materialista recidivo quale sono, permettetemi di puntualizzare un concetto: l’esposizione, l’esibizione del crocefisso non solo nelle aule scolastiche ma, più in generale, in tutte le strutture pubbliche è, oltre che una violenza culturale nei confronti di coloro i quali non credono o credono diversamente, soprattutto un segno di sottomissione ad un’entità intangibile e indimostrabile che ha per conseguenza l’accettazione del corollario di norme etico-morali statuite dal potere clericale. Tale accettazione, per giunta, è pedissequa, non sottoposta al vaglio di alcun accertamento di volontà, subliminale. E subliminale, occulta è la pressione che da quel simbolo promana. Il dovere di uno stato laico è pertanto quello di rimuovere ogni emblema che possa costituirsi come valore superiore, trascendente l’autorità dello stato stesso. Si tratta di un’elementare norma di buon senso, che non prefigura in nessun modo l’iconoclastia o l’autoritarismo: semplicemente, è un atto che pone ciascun individuo su un piano di assoluta parità. Non so voi, ma a me disturberebbe venir giudicato da un tribunale dove campeggiasse un crocefisso o una mezzaluna o una stella di Davide.

Questo mi porta a considerare l’invalsa affermazione che vorrebbe nelle presunte radici giudaico-cristiane della nostra storia la giustificazione dello status quo. E’ una falsificazione bella e buona della realtà. Prima del 303 d.C., anno che vide l’imperatore Costantino convertirsi alla religione della croce, in Italia mi pare ci fossero già da un po’ di tempo una cultura, una società e una religione assai diverse. Lo stesso dicasi per il resto del mondo, non solo d’Europa. Alla base del nostro diritto, per dire, c’è la codificazione romana, non la teodicea. La matematica e la filosofia si sono sviluppate nel mondo arabo e in quello greco. Dopo il 303 d.C. la religione della croce ha influenzato indubbiamente l’arte e la conoscenza, spesso però – o quasi sempre – violentandole se queste non andavano a suo vantaggio. E’ appena il caso di ricordare Giordano Bruno e Galileo Galilei. Per non tacere sulle persecuzioni ai vari eretici o presunti tali, che pure dovettero in seguito essere riabilitati. Poi venne l’illuminismo, venne il razionalismo, venne il positivismo, le scoperte mediche e la teoria dell’evoluzione, la fisica, le scienze naturali: tutto ciò non fa parte del patrimonio comune? Gli stati moderni si reggono sulla separazione dei poteri e le libertà individuali – ciò che la religione condanna perché massima aberrazione concepita dall’uomo che non si soggioga al potere spirituale. La storia dell’umanità è storia di lotte per l’emancipazione dalla schiavitù, e non si arresta, guai se si arrestasse. Non capirei altrimenti lo scalpore e la partecipazione per l’eroismo di quello studente che ha messo in discussione l’infallibilità della guida suprema iraniana: quando succede lì va bene, quando succede qui è veteromarxismo? Peccato che di quel ragazzo ora non si sappia più nulla, pare l’abbiano fatto sparire. In nome di dio.

Ma torniamo al crocefisso e a Beethoven. Beethoven nutriva un profondo sentimento religioso, benché non andasse in chiesa o seguisse la vita liturgica. Aveva anzi in astio gli esponenti del clero, così come l’aristocrazia. Questo tuttavia non gli impediva di frequentare i duchi e i conti suoi patroni, né Rodolfo d’Austria in seguito creato cardinale. Leggendo le cronache dei suoi contemporanei, Beethoven viene descritto alternatamente come un fervido credente e un sospetto ateo. La ragione di quest’ambivalenza si spiega con la concezione che egli aveva della natura, nella quale ravvisava l’esistenza di un armonioso creatore, e con le tappe dolorose della sua biografia. E’ stato forse il più geniale musicista e nel contempo il più sofferente degli artisti, a causa della povertà, della sordità e dell’idealismo intransigente di cui era impregnato. Aveva però un temperamento eccezionale, era animato da una volontà incrollabile, e sentiva di essere venuto al mondo per comporre la sua musica meravigliosa, per consentire agli uomini ascoltandola – l’ha detto lui stesso – di liberarsi delle catene in cui si trascinano. A questo punto dovreste avere una discreta esperienza con la musica beethoveniana, per capire quel che intendo. Se così non è, oltre all’esortazione a provvedere all’incresciosa lacuna, accluderò in calce all’articolo un filmato significativo.

Cos’era dio per Beethoven? Un mistero, certo, e altrettanto certamente un dato di fatto. Ma il dio che adorava non era quello che tutti comunemente pregavano, era un dio col quale pretendeva entrare in contatto egli stesso in prima persona, attraverso la musica, l’amore per la natura, la fiducia nei valori più cari all’umanità: amore, libertà, fratellanza, giustizia. Sarà per questo motivo che non ha composto molta musica sacra, preferendo dedicarsi a generi più espressivi. Se però avete ascoltato la Sinfonia n. 6 in fa maggiore o gli ultimi Quartetti per archi, vi sarete resi conto che il tema della ricerca del divino è costante nella sua opera, e che spesso assume un carattere consolatorio, deve lenire gli affanni terreni. Senza dimenticare, ovviamente, la Sinfonia n. 9 in re minore, quella dell’inno alla gioia per intenderci, dove fa ripetere al coro: «Ci dev’essere un padre benevolo sopra la volta stellata». Insomma, dio per Beethoven era a un tempo un caposaldo e un’incognita, e nonostante tutto non gli impedì di vivere seguendo soltanto la sua fiera volontà.

Che c’entra dunque la Missa solemnis? C’entra col fatto che io stesso, pur conservando l’incredulità, posso bearmi della grazia di questa musica solenne e religiosissima, fino alla commozione.

Composta poco prima della celebre Nona, è il lavoro più imponente di Beethoven, una sorta di spartiacque. Dura oltre un’ora, richiede un’orchestra e un coro folti, ed è scandita da cinque momenti come prevede la liturgia canonica. Per comporla, il sommo Ludwig studiò le messe delle epoche precedenti e ne fuse i modelli così da ottenere un unicum che contemplasse le tradizioni gregoriane, barocche, classiche, ecc. Pensate che cosa può fare la mente umana quando è sorretta da convinzioni profonde, dato che il povero Beethoven era sordo da ormai molti anni, in età e disilluso riguardo al futuro. E’ curioso che sebbene l’opera sia chiaramente di carattere religioso non venga mai eseguita come tale: in primo luogo a causa della lunghezza, in secondo luogo perché la magniloquenza dell’insieme ispira davvero emozioni che vanno al di là dell’aspetto confessionale.

Io l’ascolto con una certa regolarità e sempre sbalordisco. Qui sotto metto a vostra disposizione il primo movimento, nominato Kyrie eleison, ossia signore pietà. E’ bellissimo, credetemi, li vale tutti i dieci minuti che spenderete per ascoltarlo. Questa oltretutto è una buona registrazione: l’orchestra di Amsterdam diretta dal grande Leonard Bernstein.

In conclusione, tutta questa fiera di chiacchiere per dire una cosa banale: è stupido litigare per colpa della religione, è stupido imporre agli altri le proprie convinzioni. Si può andare a scuola o in municipio anche se i muri sono bianchi. Si può ascoltare una messa solenne anche se non si crede in dio. L’importante è la bellezza. L’importante è l’umanità.

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Neutralità degli spazi pubblici e doveri della politica

Pubblicato da prescinseua su 4 Novembre, 2009

Tra neutralità religiosa
e riconoscimento reciproco

di Chiara Moroni

La questione della convivenza di culture e credo religiosi entro stessi confini nazionali è una questione complessa e di difficilissima soluzione. Questo perché coinvolge i diritti e le libertà di ogni singolo e di ogni comunità, mette in campo la necessità di trovare punti universali sui quali innescare il dialogo e il riconoscimento, che sono cosa diversa dalla tolleranza e dall’assimilazione e che implicano volontà positiva e reciprocità.

Il punto di equilibrio tra difesa della propria identità e riconoscimento delle identità altrui è difficile da rintracciare e da mantenere. Difendere la propria identità, personale e collettiva, è un bisogno primario dell’essere umano perché richiama il bisogno di autodifesa e di mantenimento delle proprie caratteristiche, bisogno oggi amplificato dal diffuso senso d’incertezza e destabilizzazione che caratterizza le società contemporanee complesse. Ma è altrettanto intrinseco della natura umana cercare di riaffermare la propria identità culturale e religiosa in un ambiente estraneo e “diverso”, proprio per contrastare l’annullamento e un possibile irreversibile processo di assimilazione passiva.

La sentenza della Corte di Strasburgo pone delle domande ad una società che vuole considerarsi attenta ai fenomeni contemporanei e ad uno Stato che vorrebbe mostrarsi accogliente, seppur secondo le necessarie regole e rigidità. Per quanto riguarda il merito della sentenza forse sarebbe più opportuno riflettere prima di invocare una tradizione in nome della quale nulla è modificabile.

La società contemporanea, attraversata da cambiamenti sostanziali e simbolici continui e a volte radicali, non può permettersi, pena l’invivibilità a breve termine e l’annullamento a lungo termine, di non tentare di creare le condizioni più favorevoli possibili affinché questi cambiamenti inevitabili non cozzino con l’immobilità culturale. Come scrive Ulf Hannerz (La complessità culturale, il Mulino, Bologna) nelle società contemporanee complesse la cultura non è e non può essere qualcosa di omogeneo e immutabile, essa è costituita da un flusso eterogeneo di elementi e fonti, che trae forza dai singoli individui e dal loro incontrasi e muta a seconda del contributo che gli individui, come singoli e come comunità, danno al suo fluire. Quel che conta, continua Hannerz, è la prospettiva con la quale ognuno guarda alla realtà, e la forza della convivenza interculturale non è tanto assumere la prospettiva degli altri, cosa umanamente di difficile realizzazione, ma accettare che esistano tante prospettive quante sono gli individui che singolarmente osservano la realtà da una posizione unica e peculiare.

Il crocefisso è innanzitutto un simbolo religioso che, dato il legame originario della nostra identità nazionale con la chiesa cattolica, è anche uno dei simboli della nostra tradizione culturale. È però eminentemente un simbolo religioso e come tale va valutato e trattato in una società che, per quante resistenze si possano fare, entra costantemente in contatto, in modo più o meno accogliente, con molte alterità culturali e religiose.
Per quanto sia difficile l’incontro e ancor più la convivenza tra culture diverse nella vita quotidiana come nella percezione ideale, è lo Stato che per primo dovrebbe tentare di creare gli spazi e i tempi nei quali questo incontro si possa verificare nel miglior modo possibile. È da questo principio che dovrebbe derivare la neutralità dello Stato in fatto di credo religioso. Non tanto per una questione tutta teorica sulla laicità dello Stato, quanto per una finalità tutta pratica di convivenza quotidiana tra credo e culture religiose diverse.

Siamo davvero certi che eliminare esplicite espressioni di ogni religione nei luoghi pubblici e quindi comuni, leda in modo irreversibile e irreparabile la nostra identità nazionale? Siamo sicuri che il nostro essere italiani necessiti di riconoscimenti espliciti e concreti alle nostre tradizioni culturali? Siamo certi che, al contrario, incontrarsi in luoghi neutri non potrebbe significare compiere un passo avanti verso il dialogo e il riconoscimento reciproco?

Le tradizioni culturali e religiose sono iscritte nel nostro dna di cittadini italiani, per far vivere e rispettare tali legami identitari vi sono gli spazi privati e i luoghi di culto, eliminarne l’espressione permanente dai luoghi pubblici non significa necessariamente svilire l’italianità e le sue origini toriche e culturali. Rendere i luoghi pubblici privi di riferimenti simbolici carichi di valore spirituale non significherebbe abdicare alla colonizzazione culturale, significherebbe assumere uno sguardo meno etnocentrico, seppur non relativistico, nei confronti di chi crede e difende le proprie alterità culturali e religiose.

La sentenza della Corte europea, quindi, non è accettabile non tanto nel merito quanto, piuttosto, sia per il fatto che interviene in un campo – i rapporti tra Stato e Chiesa – definito da annose controversie, sia perché proviene da una istituzione percepita dai cittadini degli Stati nazionali come estranea e distante.
Se la convivenza pacifica tra diversità è il fine auspicabile di una società contemporanea positivamente rivolta ai processi futuri irreversibili, allora il primo passo è creare luoghi nei quali le alterità possano incontrarsi. E perché vi siano le condizioni per realizzare rispetto e riconoscimento reciproco, e non tolleranza del più forte e senso di subordinazione del più debole, è necessario mettere in campo ogni risorsa anche simbolica che richiami alla parità di posizione e alla congruenza di obiettivi. La neutralità dei luoghi pubblici costituisce una delle possibili risorse simboliche a partire dalle quali chiedere e forse ottenere rispetto e riconoscimento reciproco alle culture e ai credo religiosi reciprocamente diversi.

3 novembre 2009

fonte: http://www.ffwebmagazine.it/ffw/page.asp?VisImg=S&Art=2680&Cat=1&I=../immagini/Foto%20L-N/laicite_int.gif&IdTipo=0&TitoloBlocco=L’Analisi&Codi_Cate_Arti=38

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Il 4 novembre lutto nazionale

Pubblicato da giovannicarrosio su 4 Novembre, 2009

Sono poco più delle 7 di mattina e già, per le televisioni nazionali, tonitruanti servizi celebrano la festa del 4 novembre. “Grazie ragazzi”, grida il commentatore di Uno Mattina rivolto ai soldati italiani nel mondo.

Un tempo festa nazionale per la fine della Prima Guerra Mondiale, quando l’Austria si arrende all’Italia. Oggi trasformata anche in giornata per celebrare le gesta eroiche delle forze armate italiane nel mondo e in Italia. “Anche in Abbruzzo i nostri ragazzi si sono prodigati per il prossimo”

Noi che scriviamo su questo blog, il 4 novembre pensiamo non ci sia proprio nulla da festeggiare.

La cosiddetta “Grande Guerra” non fu una pagina gloriosa della storia nazionale, ma un lutto devastante per milioni di persone in tutto il mondo. Solo in Italia si contarono 680mila morti e più di un milione di feriti. Nell’Austria-Ungheria si ebbero quasi cinque milioni tra morti e mutilati. I morti in tutti i paesi furono quasi 10 milioni. Tutti giovani, contadini, operai, povera gente mandata al macello per gli interessi delle caste politiche e militari che volevano spartirsi l’Europa per il dominio internazionale.
La prima guerra mondiale è stata, così come tutte le guerre, il modo con cui i ricchi e i potenti vollero risolvere i propri conflitti sulla pelle delle popolazioni. Oggi, a novant’anni da quei tragici eventi, la classe dirigente del paese torna alla carica con l’insopportabile esaltazione del militarismo, spacciando le missioni di guerra come missioni di pace e legittimando le politiche di guerra permanente che da anni devastano il mondo.
Invitiamo la cittadinanza, gli studenti, i lavoratori a rifiutare questa propaganda militarista: rende vero onore alle vittime soltanto chi lavora tenacemente per rendere illegittima ogni guerra ed escluderla per sempre dalla storia dell’umanità.

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Il 31 ottobre è morto Claude Lévi-Strauss

Pubblicato da nicola su 4 Novembre, 2009

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Tre giorni fa è morto Claude Lévi-Strauss. Egli era un antropologo, etnologo e scrittore, autore di Tristi Tropici e padre della cosiddetta antropologia strutturale.

Non so spiegare in poche parole le sue tesi nel campo dell’antropologia, nè spiegarvi nel dettaglio perchè ritenga di doverlo ricordare qui. Ma tant’è.

Se ne va un uomo saggio.

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Res Gestae Divi Bloombergis

Pubblicato da nicola su 3 Novembre, 2009

Cari tutti, quelle che oggi si consumeranno a New York sono le ennesime elezioni farsa di un sistema solo nominalmente democratico, ma oggettivamente in mano ad una oligarchia gestita in modo diretto e sostanziale dal capitale e dal suo braccio mediatico.

Bloomberg, a mio parere, rappresenta la quintessenza del Berlusconismo in terra straniera e rappresenta, temo, lo sviluppo di una nuova forma di governo: una forma ibrida, a cavallo tra un neofeudalesimo e una nuova eta’ comunale, un eta’ in cui le politiche delle grandi metropoli mondiali informeranno vicendevolmente le scelte delle multinazionali.

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Cifre alla mano, si capisce facilmente perche’ Bloomberg viene votato: anzitutto, egli e’ il cittadino piu’ ricco di New York, nonche’ uno degli uomini piu’ ricchi del mondo, e dunque rappresenta per tanti inconsapevoli straccioni del credito a consumo il transfert psicanalitico delle proprie aspirazioni e delle proprie ambizioni. Proprio come Berlusconi, uno degli uomini piu’ ricchi d’Italia, e per molti un vero esempio di successo personale, imprenditoriale e di perseveranza.

In secondo luogo, proprio come Berlusconi, anche Bloomberg possiede un impero mediatico: le sue televisioni sono prevalentemente connesse alle analisi dei mercati finanziari piu’ che all’intrattenimento del popolo bue, ma tra tutti i posti del mondo e’ forse proprio a New York che tali televisioni hanno un ruolo fondamentale negli equilibri del potere. Le banche d’affari di tutto il pianeta hanno a New York le loro sedi principali, assieme alla borsa di Wall Street, alla Federal Reserve con meta’ dell’oro del pianeta che forse ricorderete dal film Die Hard 3, e via dicendo. E’ inutile che vi faccia l’elenco della concentrazione di potere economico di questa citta’, e dell’importanza che un network mediatico connesso a tali sfere possa esercitare.

Nonostante l’amministrazione separata e le tante garanzie formali, l’attivita’ delle televisioni di Bloomberg e’ in continuo conflitto di interesse con la sua posizione di Sindaco: nel corso dei suoi mandati egli ha sostituito buona parte dello staff comunale con ex-impiegati del suo impero personale, alcuni dei quali tuttora svolgono un doppio lavoro. Il peso del suo network si fa sentire ogni qualvolta la citta’ debba trattare per gli appalti delle concessioni via cavo: Time Warner, concessionaria unica della tv via cavo a New York, e’ in trattativa da circa un anno per il rinnovo dell’appalto. Il primo tentativo di persuasione dell’amministrazione comunale a rinnovare l’appalto e’ consistito proprio nel riposizionare il canale televisivo di Bloomberg, che nel giro di una notte e’ passato dal 150 circa al 33, tra i canali sportivi di maggior successo, quelli di ESPN. Pazzesco, poiche’ il canale 33, per la cronaca, era il canale delle partite degli New York Yankees, i cui idioti fan sono evidentemente stati sacrificati a logiche di profitto piu’ alte.

Proprio come Berlusconi, Bloomberg non ha pensato due volte quando e’ stato necessario cambiare le leggi per motivi personali: la citta’ di New York prevede che il mandato di Sindaco possa essere rinnovato una sola volta (anche Giuliani mollo’ dopo l’11 Settembre, nonostante molti gli chiedessero di tirare avanti a causa della situazione d’emergenza) , ma Bloomberg ha cambiato le regole durante la partita, insistendo proprio sulla necessita’ di una legge ad personam. Le critiche sono volate da ogni parte, ma cio’ non ha impedito il mezzo golpe.

Infine, due dati sulla citta’ di New York: non ho le fonti, ma si tratta di statistiche pubblicate sul New York Times di ieri, quindi se volete andare a controllare fate da voi. Ebbene, in questa citta’ il 20% della popolazione e’ sotto il limite di poverta’, il 23% degli adulti e’ un analfabeta funzionale e il 55% degli studenti nelle scuole superiori pubbliche non riesce a terminare gli studi, che per la cronaca durano 4 anni e non prevedono alcun esame  di valutazione finale. Questi dati ovviamente vanno letti a confronto con uno dei redditi pro capite piu’ alti del pianeta, con le biblioteche e i musei piu’ prestigiosi, con le universita’ piu’ attrezzate del mondo nel giro di 60 chilometri.

Siamo di fronte alla storia di due New York: la seconda delle quali e’ inorridita e infastidita dalla vista della prima, che non e’ rivale ma funzionale al mantenimento dello status quo, ma che deve essere tenuta a debita distanza. Bloomberg riesce benissimo in questo obiettivo, ovvero nel garantire alla fascia votante dell’elettorato potenziale, quasi interamente bianco ed ebraico, un interazione pressoche’ minima con il resto della citta’, le cui interazioni si limitano alle transazioni commerciali all’interno delle caffetterie Starbucks o dei grandi magazzini.

La coscienza e il cuore di tenebra di questa fascia votante vengono poi lavate da tutta un’altra serie di misure implementate da Bloomberg, quali il piu’ o meno serio impegno a favore del riciclaggio di rifiuti, accompagnato da qualche chiacchiera sul risparmio energetico e lo sviluppo sostenibile. Come se il riciclaggio dei rifiuti fosse poi veramente un’opzione! La cosa e’ davvero pazzesca, perche’ la prima mossa di Bloomberg otto anni fa fu proprio quella di abolire il riciclaggio iniziato da Giuliani, altro sceriffo, nella speranza di tirare dalla sua tutti i commercianti sozzi e buona parte del sottoproletariato incosciente. Siamo arrivati a questo, all’impegno ecologico come moda, come concessione, come divertissement per chi se lo puo’ permettere. (Vi segnalo che quella macchina di merda che e’ la Toyota Prius negli Stati Uniti viene venduta a prezzi diversi a seconda del colore, e il colore piu’ caro di tutti e’ il verde, perche’ e’ il massimo statement che uno possa fare col proprio automezzo. Vadano tutti in culo!)

Groundhog Bites Bloomberg

Concludo segnalando che la fetta di votanti di Bloomberg e’ si fondamentalmente bianca e benestante, ovvero gli unici che alla fine hanno il tempo di andare a votare (chi non puo’ assentarsi dal lavoro non vota), sanno andare a votare e possono andare a votare (chi ha condanne o non e’ registrato non vota) ma include anche varie fette dei sindacati piu’ importanti della citta’. La questione sindacale in America e’ stranissima e inquietante, essi agiscono secondo politiche di lobby che difficilmente mi sento di condividere. Vi basti pensare che tra i piu’ piu’ grandi detrattori della riforma sanitaria di Obama vi sono proprio alcuni sindacati, che non vogliono diluire i propri benefit a favore della societa’ intera. Ditemi voi…

Infine, una parola sul candidato Democratico, tale Thompson: anch’egli purtroppo, concedetemi, e’ un impresentabile. Il risultato piu’ apprezzabile della sua carriera e’ proprio il 55% di giovani che non arriva nemmeno a terminare le scuole dell’obbligo, e il tizio e’ famoso per essersi fumato 150 milioni di dollari dai fondi pensione dei dipendenti pubblici dello Stato di New York.

Potessi votare anch’io, mi sarei dovuto accontentare di un voto ai Verdi, il cui candidato sindaco e’ un finto prete completamente suonato appartenente ad una chiesa che si chiama “Chiesa della Vita dopo lo Shopping”. La cosa e’ parecchio strana poiche’ non si tratta proprio di una chiesa ma una sorta di compagnia teatrale dedicata alla performance art. Se non mi credete, guardate qui http://www.revbilly.com/ e qui http://www.voterevbilly.org/.

Credo possiate concordare con me che, se non altro, vivo in un luogo  molto interessante.

 

 

 

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Cantaci, o Nicola, del sindaco Bloomberg…

Pubblicato da sandro su 3 Novembre, 2009

Nicola caro, ci spieghi un po’ perché Michael Bloomberg – che verosimilmente sarà rieletto oggi dai tuoi concittadini – non è un pericolo per la democrazia come il buon Silvio nostro? Eppure anche lui è un come si dice «magnate» dei mass media. Eppure ha speso decine o centinaia di milioni di dollari nella campagna elettorale, facendo valere il vantaggio datogli dal suo patrimonio immenso. Eppure è un sindaco-sceriffo. Dunque spiegaci, Nicola, perché la bella New York lo ama tanto? perché non è una minaccia per l’uguaglianza di fronte alla legge? Son domande retoriche, ma grazie lo stesso.

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