Ai Nostri Posti

Ora e sempre Resistenza

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Tutti al mare

Pubblicato da sandro su 17 Novembre, 2009

Non sembra che manchino 40 giorni alla fine dell’anno, vero? A Palermo ci sono quasi 30 gradi e la gente va in spiaggia e fa addirittura il bagno. Qui nel trevigiano par d’essere all’inizio di aprile, la sera non si batte i denti. Novembre finora è stato un mese caldo, insolitamente caldo. Non vuol dire che si vada in giro in maniche corte, no, la sera comunque ci vogliono una maglia e una giacca. Tuttavia non fa freddo, non servono i guanti o la sciarpa, e il riscaldamento si può tenere al minimo.

Anche questo è merito del global warming? Inclino a pensarlo.

Di punto in bianco però mi rendo conto di quanto siamo provinciali e inadatti a fronteggiare sia pur solo sotto un’ottica esterna, di semplice constatazione, il problema. Il Tg1 ha riferito la notizia come fosse una nota di costume, con tanto di intervista alla bellona scosciata di turno che dà conto della gradevole temperatura dell’acqua. Non salta in mente a nessuno di fare un collegamento col surriscaldamento terrestre, né di chiedere il parere di un climatologo o di un fisico (ma quelli, gli scienziati, servono a tranquillizzare quando c’è un terremoto, mica ad allertare quando fa caldo mentre dovrebbe far freddo).

Altra tragedia, altro ballo in maschera. Leggo sul Corriere un’imbelle ricostruzione secondo cui Berlusconi, al vertice Fao, avrebbe dispensato battute e barzellette. Ma è naturale! è logico ridere come all’osteria quando un miliardo di persone non ha di che sfamarsi! Pare si trattasse di barzellette su Marx e motteggi con l’amico-dittatore Gheddafi. Tutto ciò intanto che Ghedini (o Ghedoni, secondo Gasparri), a Milano, diceva davanti alla corte che doveva giudicarlo che Berlusconi non poteva presenziare al suo processo perché impegnato in un importante vertice internazionale. Il bello è che è riuscito a dirlo senza ridere, e la corte gli ha pure concesso lo spostamento dell’udienza (chissà che altra balla s’inventeranno per quella data?).

Ma sì, chi se ne frega, domenica andiamocene tutti al mare! Si fottano gli africani pelle e ossa! Meno male che Silvio c’è!

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Ecco, ben mi sta.

Pubblicato da nicola su 8 Ottobre, 2009

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Uno di questi giorni, avrei voluto parlarvi di come questi primi mesi in terrra statunitense mi abbiano spinto ad un ecologismo piu’ attivo: avrei voluto parlarvi dei tentativi di rivoluzione verde che interessano New York e che vedono in prima fila l’amministrazione comunale, le associazioni di quartiere, i singoli cittadini e una discreta fetta di imprese commerciali, ormai approdate allo sfruttamento mercantile del business verde, in modi spesso discutibili.

In particolare, avrei voluto concentrarmi sulla questione della viabilita’. Avrei voluto parlare dei trasporti pubblici, di come siano capillari ma, al tempo stesso, estremamente costosi e pericolosamente trascurati.

Avrei voluto parlare di come la risposta dei newyorkesi, negli ultimi dodici mesi, sia stata nell’aumento di un bel 30% secco del traffico in bicicletta; avrei voluto parlare di come la citta’ abbia preso di buon umore questa invasione di biciclette, e nel giro di pochi mesi abbia approntato miglia e miglia di piste ciclabili, corsie riservate, corsie segnalate, posteggi per bici su ogni marciapiede. Avrei voluto parlarvi di come pure io, preso da questi grandi entusiasmi per le due ruote a pedali, avessi comprato una bicicletta usata. Vi avrei spiegato come, dopo un paio di riparazioni (nuovi freni Shimano, nuovo portapacchi e borse per i libri) mi fossi gettato di buona lena nella disperata impresa di rendere questa citta’ piu’ vivibile.

Ebbene, non faccio in tempo: questa mattina sono andato a togliere il lucchetto al mio velocipede parcheggiato in strada, ma ho trovato solamente il lucchetto rotto. Mi hanno fregato la bici, porca puttana.

Chi mi conosce sapra’ gia’ che, all’incirca ogni anno o anno e mezzo, il sottoscritto e’ vittima di furti piu’ o meno gravi (lettore cd in dormitorio all’universita’, irruzione in casa con furto d’auto, furto bici a Firenze, seconda irruzione a Firenze con misera refurtiva, ma di grande valore affettivo). Una prima valutazione dell’accaduto segnala semplicemente il fatto che il sottoscritto sia decisamente uno sfigato e che, visto l’andazzo, la gente dovrebbe cominciare a girarmi alla larga. Credo si possa ragionevolmente iscrivermi anche alla categoria degli idioti, quelli caratterizzati da una dose eccessiva di naivete’. In fin dei conti, se ogni biciclettaccia da fattorino delle pizze e’ ancorata ai pali della luce con catene che basterebbero a trainare un mezzo cingolato, un motivo ci dovra’ pur essere. Il sottoscritto, uno sprovveduto con un catenaccio U-Lock da soli 30 dollari, evidentemente meritava una lezione. Confido decisamente troppo nelle fondamentali buone intenzioni della nostra specie, e non vi nascondo che episodi come questo mettono a prova, in qualche misura, le giustificazioni di stampo sociologico e anarcoide che sempre pongo alla base degli episodi di criminalita’. Le giustificazioni rimangono, ma non posso negare che episodi come quello di stamattina sono quantomeno fastidiosi.

Il risultato ultimo e’ che tornero’ a prendere la metropolitana tra vernice al piombo sfogliata, piattaforme sopraelevate pericolosamente traballanti (aspettatevi la tragedia a breve sui telegiornali), con la speranza piccolo-borghese di potermi un giorno comprare una macchina e mandare tutti a quel paese. Son proprio deluso.

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Limiti

Pubblicato da sandro su 1 Ottobre, 2009

Trovo strano che nessun mago, santone o religioso abbia ancora gridato alla punizione divina, dopo i disastri naturali che hanno colpito l’Oceano Pacifico. Nessuno ha ancora fatto bizzarri collegamenti fra queste tragedie e le idiozie sul 2012. Stranissimo. Tutti pendono ora dalle labbra di fisici, sismologi e scienziati in genere. Che sia un’estemporanea secolarizzazione di massa?

Facezie a parte, così come accadde in occasione dello tsunami del 2004, l’uomo si scopre insignificante dinanzi alla forza maestosa della natura. Crollano in quel momento tutte le certezze materiali dell’homo consumens figlio della modernità, distaccato dominatore dell’ambiente, fiducioso fruitore di beni e servizi. Eppure basta poco a precipitare la stirpe di Prometeo nell’ansietà, nel terrore, regredendola agli istinti più bassi. Chi ha letto Il condominio di J.G. Ballard lo sa bene.

Penso che i limiti umani, quando vengono messi a nudo tanto brutalmente, dovrebbero far riflettere, suggerire percorsi alternativi, essere di sprone, insomma. Invece nella mente dell’abitatore del XXI secolo si staglia un unico, assillante mito: superare il limite, qualunque sia la sua origine, non importa, basta valicarlo. E’ un atteggiamento comprensibile, ma sbagliato.

Questa generazione – la nostra – ha responsabilità immani nei confronti del futuro (un futuro che, ahimè, non è affatto lontano; tutt’altro). Sarà capace di farvi fronte? Avrà la cultura e l’umiltà necessarie? Mi conoscete, sono pessimista. Però non è assurdo il trascinarsi del mondo in una reiterazione pressoché ininterrotta di moniti, allarmi, diffide, e nonostante tutto dei suoi stessi colpevoli vizi?

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Nota socio-fauno-naturalistica

Pubblicato da sandro su 10 Luglio, 2009

Navigando in Internet sono finito, non so più come, sul sito di un quotidiano della Florida. Ho letto per intero un avvincente articolo che vaticinava un futuro di sciagura per la Georgia, la Louisiana e, beninteso, la stessa Florida. Poiché l’argomento mi interessava, ho fatto ulteriori ricerche trovando, su altri siti, materiale integrativo e numerose conferme. Da alcuni anni – la storia è questa – il parco nazionale delle Everglades, fra i territori più selvaggi degli Stati Uniti, è terreno di conquista per uno dei più grandi rettili al mondo: il pitone birmano. Detto così, non fa molto effetto. Il discorso cambia, però, se aggiungo che la suddetta serpe, secondo i naturalisti, sarebbe in grado, entro il 2100, di colonizzare i tre quarti dell’intero paese, peraltro devastando gli equilibri dei vari habitat in quanto sovvertirebbe le gerarchie della catena alimentare. Il pitone birmano non è bestia da prendersi sotto gamba. Arriva infatti a pesare un centinaio di chili e a misurare nove metri. E’ un predatore infallibile ed è molto, molto prolifico. Inoltre, cosa non secondaria, non ha nemici naturali. Questo enorme serpente, recita il linguaggio specifico, è una specie alloctona, ossia non è propria dell’ecosistema nordamericano. La sua origine, desumibile dal nome stesso, si colloca nel sudest asiatico. Il solo punto di contatto fra quell’area di globo e la Florida, dunque, è il clima torrido e umido. La domanda pertanto è: come ha fatto un serpente asiatico a colonizzare e a mettere in allarme il rilassatissimo stato americano, se teniamo conto che detto stato dista migliaia di chilometri e a dividerli ci sono due oceani? La risposta, avrete capito, è: grazie all’umana stupidità. Ci sono, non solo in America ma ovunque, frotte di cosiddetti appassionati che si mettono in casa animali selvatici per farne pezzi viventi d’arredo. Si va dal pappagallino alla tigre, dal lemure minuto al coccodrillo, dalle tarantole alle foche. Quello dei rettili, in generale, è forse il settore più fiorente. Un passo del racconto Appuntamento al buio di Arthur Bradford, contenuto qui, descrive l’inquietante e folle passione che certa gente riesce a sviluppare: “Shirley mi ha fatto vedere la stanza degli ospiti, che era anche la sua ’stanza dei serpenti’. Le pareti erano rivestite di vasche di vetro con dentro i serpenti. Alcune di queste vasche erano veramente grandi, e i rettili sembravano lunghi quasi tre metri. Il più grande si chiamava Queen Mary ed era largo quasi come il mio collo. «Che gli dai da mangiare?», le ho chiesto. «Topi», ha detto, «e piccoli conigli»”. Ora, non dubito neanche per un istante che scene simili a questa e anche peggiori esistano, ma resta per me un mistero la fascinazione che un “hobby” tanto insano possa suscitare nei suoi praticanti. Già di per sé la definizione di hobby è opinabile; trasformare un essere vivente, dopo averlo illegalmente sradicato dal proprio ambiente, in un giocattolo domestico è ingiusto ancor prima che idiota; mettersi poi a ingozzare di ratti e altra robaccia (ovviamente viva…) le orride fauci spalancate è raccapricciante. Vivreste, voi, accanto a qualcuno che tenesse in salotto un cobra? E che lo sfamasse con rane, piccioni, bestie squittenti? E che ogni tanto lo liberasse per giocarci o per vedere che fa? No, vero? Io no di certo, anzi denuncerei l’eventuale squinternato. Così accadono le “tragedie” di cui danno sempre volentieri conto i telegiornali: uno scemo pretende di giocare col suo leone come con un barboncino e il leone, riconoscendosi dominante su un esemplare di uomo tanto impudente, se lo mangia. Oppure, in modo stavolta incruento ma non meno cretino, lo stesso scemo si stufa del cobra frattanto cresciuto e lo getta nella tazza, tira l’acqua e crede d’essersene liberato. Il più delle volte il crudele proposito non si attua, e il cobra ripudiato si insedia nella rete fognaria, dove trova pane per i suoi denti. Nel caso delle Everglades, uno dei tanti “amanti” dei rettili deve aver pensato di sbarazzarsi dei suoi amichetti da quelle parti, magari confidando nell’inadeguatezza a vivere in un luogo sconosciuto. Gli amichetti in questione, tuttavia, non potevano cadere meglio, e adesso per colpa di dieci, cento o mille scriteriati un paese intero è in pericolo. Guardate, quando dico pericolo non scherzo. Il pitone birmano non è goffo, non è lento, non è neppure facile da uccidere. E’ piuttosto vero il contrario, perché considera cibo tutto quel che si muove (uomini, donne e bambini inclusi), è forte e coriaceo, divora perfino gli alligatori, tradizionalmente al vertice dell’ecosistema palustre. Inoltre si sposta agilmente e non teme di avvicinarsi agli insediamenti urbani. Frank Mazzotti, un naturalista dell’università della Florida, ha spiegato che finora ne sono stati recuperati 200 esemplari, e il brutto sta esattamente in questo: di solito quel che si riesce a catturare è circa il 10% di ciò che nei fatti c’è. Intendiamoci: gli americani non saranno fagocitati dai pitoni. Alcuni sì, è successo, ma non è questa la fine che faranno. A farne le spese sarà l’ambiente, e se l’ambiente, il suo equilibrio, collassa, allora è destinato a collassare il resto. Col tempo. Sempreché non si intraprenda un’azione di sterminio di massa di dubbia riuscita, visto che il vantaggio dei pitoni è ormai considerevole e visto che per ammazzarli tutti si dovrebbe battere palmo a palmo un’area estesa quanto l’Austria. E poi: sarebbe morale ucciderli? Essi del resto fanno quello che devono fare, quello che l’istinto gli impone. Comunque vada, sarà un disastro. In Australia ne sanno qualcosa. Negli anni Cinquanta, per debellare i parassiti di alcune coltivazioni, il governo introdusse una specie di rospo velenoso. L’anfibio, disgustosamente abnorme, non solo non ha assolto al compito assegnatogli, ma ha invece invaso dapprima il settore nordorientale del paese e di recente di sta spostando ad ovest. La gente del luogo non sa a che santo votarsi, i rospi sono milioni e non hanno nemici poiché velenosissimi, e i contadini sono costretti a battere i fossi con i bastoni chiodati. Una lotta impari che presto perderanno. Insomma, tutto questo per dire che con la natura non si può scherzare e che anche una cosa apparentemente bella, perché soddisfa la nostra vanità, può diventare un rischio e un pericolo mortale.

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L’assurdità dell’acqua in bottiglia

Pubblicato da sandro su 20 Aprile, 2009

di MAURIZIO PALLANTE

Alla fine dell’Ottocento, quando mia nonna era bambina, viveva in una casa in cui non c’era l’acqua corrente, come in quasi tutte le case. Così ogni giorno doveva andare a prenderla alla fontana nella piazzetta vicina. La vedo con gli occhi dell’immaginazione scendere le scale insieme a sua madre o sua sorella cariche di brocche e secchi, fare un piccolo tratto di strada, mettersi in coda chiacchierando con le altre donne e le altre bambine in attesa del suo turno, tornare a casa portando a braccia i recipienti pieni. Una vita faticosa e dura.

Oggi, dopo più di cento anni di progresso, nei supermercati le persone riempiono i carrelli di bottiglie di plastica piene d’acqua, le scaricano nei portabagagli delle automobili con cui le portano fino alle loro abitazioni, le scaricano dai portabagagli e le portano a braccia in casa. Proprio come faceva mia nonna. Ma con sei differenze rispetto a lei.

1. Mia nonna era costretta a fare la fatica di portare a braccia l’acqua in casa. La sua non era una scelta. Oggi le persone che fanno questa fatica, non vi sono costrette. La loro è una scelta. E il passaggio dalla costrizione alla libertà di scelta è un progresso, baby!

2. Mia nonna per portare l’acqua a casa doveva soltanto scendere le scale e fare un breve tratto di strada a piedi. Oggi le persone per coprire il tragitto casa – supermercato – casa usano l’automobile. Impiegano più tempo, hanno costi di trasporto e consumano fonti fossili, che emettono CO2, ossidi di azoto (NOx) e polveri sottili (pm 10), incrementando l’effetto serra e inquinando l’aria. Ma andare in automobile invece che a piedi è un progresso, baby!

3. L’acqua che portava a casa mia nonna era attinta dalla falda idrica sottostante; l’acqua in bottiglia che si porta a casa oggi dai supermercati viene da centinaia, o migliaia di chilometri di distanza. Ha un costo di trasporto e consuma fonti fossili, che emettono CO2, ossidi di azoto (Nox) e polveri sottili (pm 10), incrementando l’effetto serra e inquinando l’aria. Ma l’estensione dei mercati è un progresso, baby!

4. I recipienti di metallo con cui mia nonna trasportava l’acqua erano sempre gli stessi; quelli utilizzati oggi sono di polietilene tereftalato (PET) monouso. Per produrli si è consumato petrolio in un’industria petrolchimica (2 kg. di petrolio per kg. di plastica); si è consumato gasolio per trasportarli dall’industria petrolchimica allo stabilimento dove è stata imbottigliata l’acqua; altro gasolio si consumerà per portarli dalle abitazioni ai cassonetti della raccolta differenziata e di qui a… Al consorzio obbligatorio Replastic? Alla discarica? All’inceneritore? Ogni trasporto delle bottiglie di plastica ha comportato un costo e un consumo di fonti fossili, che emettono CO2, ossidi di azoto (Nox) e polveri sottili (pm 10), incrementando l’effetto serra e inquinando l’aria. Ma l’economia di mercato e l’industria sono un progresso, baby!

5. La produzione di un chilogrammo di PET richiede 17,5 chilogrammi di acqua e rilascia in atmosfera 40 grammi di idrocarburi, 25 grammi di ossidi di zolfo, 18 grammi di monossido di carbonio e 2,3 chilogrammi di anidride carbonica (Paul Mc Rande, The green guide, in State of the world 2004, Edizioni Ambiente, Milano 2004, pagg. 136-137). Poiché una bottiglia in PET da 1,5 litri pesa 35 grammi, con un chilo di PET se ne fanno 30. Pertanto, per trasportare 45 litri d’acqua se ne consuma quasi la metà. A mia nonna poteva caderne qualche goccia per strada se riempiva troppo i suoi recipienti. Quanto all’emissione di gas, al massimo qualche volta sotto lo sforzo poteva rilasciare qualche scorreggetta.

6. L’acqua che portava in casa mia nonna non costava nulla, l’acqua in bottiglie di plastica costa da 2 a 4,5 euro alla confezione di 6 bottiglie da 1,5 litri (prezzi di novembre 2004). In realtà il costo effettivo dell’acqua contenuta nelle bottiglie è solo l’1 per cento del costo di produzione totale, mentre l’imballaggio ne assorbe il 60 per cento. Ma si può spendere di più solo se si è più ricchi e la crescita della ricchezza è un progresso, baby!

Rispetto ai tempi di mia nonna, per fare la stessa fatica e avere la stessa utilità ci vuole più tempo, si inquina molto mentre prima non si inquinava affatto e si paga mentre prima non si pagava. Il contributo alla crescita del prodotto interno lordo dato dalla produzione e dal commercio delle acque in bottiglia ha comportato un peggioramento della qualità della vita individuale e della qualità ambientale. Questo è il progresso, baby?

Quanto paga e quanto inquina in un anno una persona che consuma acqua in bottiglie di plastica nella misura di 1 litro al giorno?

Trecentosessantacinque litri corrispondono a poco più di 40 confezioni da 6 bottiglie di 1,5 litri (240 bottiglie). Ai prezzi attuali il costo va da 80 a 180 euro all’anno.

Per trasportare 15 tonnellate, che corrispondono a 10.000 bottiglie d’acqua da 1,5 litri, un camion consuma 1 litro di gasolio ogni 4 km (25 litri ogni 100 km). Ipotizzando una percorrenza media di 1.000 km, tra andata e ritorno (l’acqua altissima e purissima che va dall’Alto Adige alla Sicilia ne percorre molti di più), il consumo di gasolio ammonta a 250 litri, ovvero 250.000 cm3 che, divisi per 10.000 bottiglie corrispondono a 25 cm3 di gasolio per bottiglia. Moltiplicando 25 cm3 per 240 si deduce che il consumo giornaliero pro-capite di 1 litro di acqua in bottiglia comporta un consumo di 6 litri di gasolio all’anno. A questi 6 litri di gasolio vanno aggiunti:
- i consumi di petrolio per produrre le bottiglie di plastica (8 kg per 240 bottiglie);
- i consumi di gasolio dei camion che trasportano le bottiglie di plastica vuote dalla fabbrica che le produce all’azienda che imbottiglia l’acqua e dei camion della nettezza urbana che le trasportano dai cassonetti agli impianti di smaltimento;
- i consumi di benzina degli acquirenti nei tragitti casa – supermercato – casa e casa – cassonetti – casa.
Ipotizziamo quindi che il consumo annuo totale di combustibili fossili pro-capite di una persona che compri l’acqua in bottiglie di plastica sia di almeno di 8 litri di gasolio/benzina oltre gli 8 kg di petrolio.

Una famiglia di quattro persone spende quindi ogni anno da 320 a 720 euro e fa bruciare almeno 32 litri di combustibili fossili per bere acqua in bottiglie di plastica invece dell’acqua potabile che sgorga dal rubinetto di casa. Evidentemente pensa di ottenere vantaggi superiori ai costi economici che sostiene e ai danni ecologici che genera. Dal punto di vista chimico e batteriologico questi vantaggi non ci sono. Dal punto di vista organolettico possono esserci se l’acqua distribuita dall’acquedotto è troppo clorata. Ma per toglierle il sapore del cloro è sufficiente scaraffarla con un po’ di anticipo, o utilizzare appositi filtri che con un costo molto minore, senza fatica né perdite di tempo consentono di eliminarlo.

In realtà il costo dell’acqua minerale in bottiglia comprende anche il costo delle frottole che si bevono insieme ad essa. Una di queste acque, secondo la pubblicità fa digerire tutto. Non c’è indigestione o ingordigia che tenga. Più ne bevi e più digerisci. Una fa fare tanta pipì (come tutte le acque; più ne bevi e più ne fai, anche con quella del rubinetto). Una ha un effetto collaterale sorprendente: risveglia il desiderio erotico. Una è fatta con energia verde al cento per cento. Ammesso che un’energia senza impatto ambientale esista, anche la plastica della bottiglia è di energia verde, anche il gasolio necessario a trasportarla? Un’altra è altissima (embè?) e purissima (vorrei vedere…). Una si pubblicizza facendo fare una pernacchia a una particella di sodio che poi se la ride da sola. Una è di qualità trasparente (ci mancherebbe anche che fosse torbida…). Una a volte fornisce l’apporto di calcio necessario a prevenire l’osteoporosi nella terza età, a volte è utile nella prevenzione della calcolosi perché è povera di calcio. Insomma solo se si beve di tutto si può scegliere di bere l’acqua in bottiglia.

Se invece non si beve di tutto e al posto dell’acqua in bottiglia si beve l’acqua del rubinetto, si ottiene un risparmio economico che comporta una diminuzione dell’inquinamento ambientale e un miglioramento della qualità della vita individuale. E una decrescita del prodotto interno lordo in conseguenza della diminuzione non solo della domanda di acqua in bottiglia, ma anche dei prodotti petroliferi utilizzati in tutte le fasi della produzione e del trasporto.

Ciò disturba non solo le industrie che imbottigliano e vendono acqua minerale, le aziende di trasporti e le industrie petrolchimiche, ma anche i ministri delle finanze perché riduce il gettito dell’IVA sulle vendite di acqua in bottiglia e delle accise sui carburanti che si consumano per produrle e trasportarle; gli altri ministri perché di conseguenza si riducono gli stanziamenti dei loro bilanci; i sindaci e i presidenti delle aziende municipalizzate, o consorzi, o S.p.A. a prevalente capitale pubblico per la gestione dei rifiuti perché diminuiscono gli introiti delle discariche e degli inceneritori; i gestori di reti di teleriscaldamento alimentate da inceneritori, perché devono rimpiazzare la carenza di combustibile derivante da rifiuti (che ritirano a pagamento) con gasolio (che devono comprare).

«Prima di trasferirmi in città per trovare lavoro, al paese ho sempre bevuto acqua di sorgente. L’acqua dell’acquedotto non ce la faccio proprio a berla. Ma con i soldi dello stipendio posso comprarmi l’acqua di sorgente imbottigliata. E pagare la benzina necessaria per andare a prenderla e portarla a casa. Sì lo so che al paese non la pagavo nulla e che le bottiglie di plastica fanno aumentare i rifiuti, ma io ho una coscienza ecologica e sono convinto che non c’è futuro per l’umanità senza uno sviluppo sostenibile. Per questo faccio una scrupolosa raccolta differenziata. Inoltre comprando l’acqua in bottiglia sostengo l’occupazione nelle aziende che producono bottiglie di plastica, nelle aziende che imbottigliano l’acqua, nelle aziende di trasporto, nelle agenzie pubblicitarie che inventano tanti spot spiritosi, nelle aziende che raccolgono e smaltiscono i rifiuti. Sono un benefattore dell’umanità. Eppure, nonostante i miei comportamenti virtuosi, adesso vogliono costruire un termovalorizzatore nel quartiere in cui abito. Dicono che è un impianto sicuro e non emette inquinanti, come i vecchi inceneritori. Anzi, le ultime analisi dimostrano che ne esce un’aria più pulita di quella che entra. D’altra parte se i rifiuti aumentano occorrerà pure trovare un sistema ecologicamente corretto di smaltirli. Però l’inceneritore, pardon il termovalorizzatore, avrei preferito che lo facessero un po’ più lontano da casa mia».

Fonte: www.paea.it

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Buona architettura

Pubblicato da nicola su 14 Aprile, 2009

Si è appena conclusa a Londra un’importante mostra documentaria sulle opere di Andrea Palladio e sulla sua eredità architettonica. Sandro ne sarebbe stato orgoglioso. A voi una recensione spicciola, pubblica sul New Yorker; nonostante la brevità e l’inevitabile semplificazione del tema, essa ha il pregio di individuare alcune caratteristiche salienti del lavoro di Palladio e, per estensione, del lavoro di ogni buon architetto.

Tutte le immagini di questo post, tranne la prima che è tratta dal sito del New Yorker, provengono da Wikipedia.

Buona lettura.

All He Surveyed

How Palladian was Palladio?

by Paul Goldberger March 30, 2009

Palladio’s Villa Rotonda. At one time, a visit to the Palladian villas was considered an essential part of an architectural education.

Palladio’s Villa Rotonda. At one time, a visit to the Palladian villas was considered an essential part of an architectural education.

It is probably fair to say that Andrea Palladio, who died in 1580, is the patron saint of every McMansion that has ever cluttered the American landscape, because it was he who brought architectural aspiration to the houses of the moderately wealthy. Before Palladio, serious architecture was for churches, public buildings, and the palaces of the richest nobles. Palladio studied the architecture of ancient Rome, codified its elements in a famous treatise, and started putting porticoes and pediments and domes on the houses of the landed gentry, conferring on them a feeling of classical pedigree.

Palladio was the most influential architect in Western history. Our idea of grandeur comes predominantly from him. Without Palladio, who was Thomas Jefferson’s favorite architect, Monticello would not have looked the way it did; nor, for that matter, would Scarlett O’Hara’s Tara. If modern developers have used his treatise “The Four Books of Architecture” as a mere catalogue of columns and cupolas for the upwardly mobile, Palladio isn’t to blame. His book shows that making good new buildings is a matter not of just copying old ones but of learning their lessons. Still, the man who wrote that “often the architect has to follow the wishes of those who are spending rather than what one really ought to do” clearly had a certain sympathy for architects who have to accommodate the questionable tastes of rich clients. He knew that you had to earn a living.

Palladio was born in 1508, and his five-hundredth birthday is currently being marked, belatedly but enthusiastically, with an elaborate exhibition at the Royal Academy of Arts, in London. Most architecture exhibitions are frustratingly vicarious: they try to make us feel as if we were in actual buildings, with films and computer simulations, but they can’t. This exhibition, to its credit, doesn’t try to substitute for a direct experience—although, as it happens, the Royal Academy is in Burlington House, a key building in the spread of the Palladian style in the eighteenth century. There are no photographs other than some small ones attached to the labels, like footnotes, and although there are a few beautiful large wooden models of Palladio’s buildings, the bulk of the exhibition is made up of drawings, plans, paintings, letters, ledgers, and other artifacts; the idea isn’t to hit you with special effects but to present materials that tell the story of Palladio’s buildings.

Many of these materials date back to the sixteenth century, and one thing that becomes evident as you look at them is that making buildings in Palladio’s time was as politically and financially challenging as it is now. Many of Palladio’s drawings show versions of buildings different from what was built, sometimes because the client insisted on changing things, and sometimes because the architect kept revising the design, trying scheme after scheme until he was satisfied. Perfection came slowly, with all kinds of false starts. A lot of the documents displayed relate to money—a consideration never far from the minds of architects and patrons. A logbook kept by Girolamo Chiericati, who commissioned one of Palladio’s greatest houses, records every expense, beginning with the outlay, on November 15, 1550, of seven troni for the notebook itself. Palladio got four gold scudi for preparation of plans for the house, and ten gold scudi for spending two years supervising construction. Chiericati also gave him a load of pears.

800px-ib-vicenza-01Andrea Palladio, Palazzo Chiericati, Vicenza

Palladio was born in Padua and grew up in Vicenza. He was trained as a stonemason, but his potential must have been clear, because he had a knack for finding mentors. Under the sponsorship of Giangiorgio Trissino, a Vicenzan nobleman and intellectual, he went to Rome in his early thirties. There he explored ruins, sketched, and started thinking about how to make something new from the ancient buildings he saw. Some years later, Trissino helped get Palladio his first job, reconstructing Vicenza’s old assembly and market hall into a grand public building, called the Basilica. Palladio wrapped the old buildings in a new façade, a two-story loggia of open arches, with Tuscan columns on the first floor and Ionic on the second—a simple gesture that raises an ordinary building to monumental grandeur. Palladio had a gift for composition, for combining solids and voids, curves and straight lines, depth and flatness, in nearly perfect equilibrium, and he was among the first to think of classicism as a vocabulary that could transform mundane structures into something special.

vicenza-basilica_palladiana2_retouchedAndrea Palladio, Basilica, Vicenza

After this important commission, local nobles lined up to have him design their country villas and city palazzi. The most famous of these is the Villa Almerico-Capra, also known as the Villa Rotonda, a miracle of symmetry and proportion with a large central dome and identical porticoes on all four sides. But, for all its beauty, the Villa Rotonda has a rigid order that is atypical of Palladio’s lively inventiveness. Taken as a whole, the villas he built around Vicenza are more severe, unconventional, and risky than the Palladian label leads you to expect. The façade of the Villa Foscari has a grand Ionic portico, with a classical pediment tucked above it like a huge dormer; in the back, Palladio placed an arched window so high that it pushed through into a pediment. At the Villa Emo, the portico is pushed right up against the façade, and the open space behind it is carved out of the mass of the house. And the Villa Poiana has a semicircular arch over the door, with five round windows arrayed around it, like huge polka dots. There’s no precise model for any of this in the ancient buildings Palladio studied, but Palladio was a modern architect, not a copyist. It was the new ideas that mattered.

villa_emoAndrea Palladio, Villa Emo, Vedelago (TV)

The documentary record that Palladio left behind tells us only so much about his personality, but his ambition is not in doubt: he essentially invented the modern architectural career. The “Four Books,” which Palladio published in 1570, when he was in his sixties, is not just a book of rules and standards but also the first architectural monograph. Palladio included a portfolio of his own work, which disseminated his ideas and made his buildings more famous than anyone else’s. “Only as a result of the book did the very idea of an architectural opus take shape,” the architectural historian Kurt Forster said at a conference on Palladio at Yale this year. “Were one to ask how an architect can extend the shelf life of his work, it is to Palladio that one must turn.”

Palladio’s writings gave his architecture mythic status, and made his villas, and the churches he later designed in Venice, into places of pilgrimage. Jefferson tried unsuccessfully to get to Italy to see them; Goethe came away from the Villa Rotonda, in 1786, saying that the architect was a truly great man. At one time, a visit to the Palladian villas was considered an essential part of an architectural education, as important a stop on the grand tour as the Gothic cathedrals. Palladio was the first architect whose reputation preceded his buildings. People arrived in Vicenza expecting to be awed, the way they do now when they go to see the work of Frank Gehry in Bilbao, or of Rem Koolhaas in Beijing.

malcontenta_retouchedAndrea Palladio, Villa Foscari, Mira (VE)

Yet the tradition of reverence that has sprung up around Palladio’s work is in danger of obscuring its humbler but more interesting features. Since many villas were not only aristocratic retreats but also working farms, he made specific recommendations about where to place granaries, haylofts, quarters for animals, and wine cellars, prescribing that they be connected to the villa by covered arcades so that the owner could keep the agricultural functions at a distance but still inspect them without going outdoors. Palladio wrote that his porticoes were there at least as much to keep the owner dry as he went in and out as they were to add majesty to the façade. In the “Four Books” he tries to distill prescriptions from a lifetime’s accumulation of know-how. He recommends building country houses near rivers, but not standing waters, “because they generate very bad air, which we can easily avoid, if we build in elevated and cheerful places . . . where the inhabitants are healthy and cheerful, and preserve a good color, and are unmolested by gnats and other small animals.”

villaemo_2007_07_17_06Andrea Palladio, Villa Emo, Vedelago (TV)

It’s odd to think of history’s most famous architect being as obsessed with animal smells as he was with scale and proportion. But not being afraid of the ordinary side of his job was a key component of Palladio’s genius. To him, architecture existed to solve problems, and he seems to have given equal weight to elevating the image of his clients, making their lives function more smoothly, and creating beautiful objects for the world. Figuring out where to put the farm animals and shaping designs of transcendent beauty were all in a day’s work.

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Sul terremoto in Abruzzo

Pubblicato da nicola su 7 Aprile, 2009

Terremoto all'Aquila

Vi chiedo, con l’umiltà che le nostre opinioni devono avere in simili circostanze, quali siano i vostri pensieri di fronte a questa tragedia in Abruzzo.

Sono sconvolto, come sempre mi accade in questi casi, da quanto fulminea e funesta possa presentarsi, al tempo stesso, la sorte umana.  Trenta secondi, e le vite di migliaia di persone prendono una nuova, più tragica via. I miei pensieri, in tutta sincerità, vanno alle vittime, ma soprattutto ai loro parenti rimasti e a chi, in questi momenti, sta lavorando sul posto per provvedere alle emergenze che la situazione impone.

Non credo che il nostro blog abbia possibilità dirette e concrete di favorire raccolte di aiuti economici o diretti alle popolazioni colpite. Credo che ognuno possa offrire, in coscienza ed autonomamente, ogni contributo che ritenga opportuno. Ad ogni modo, qualora riteniate vi sia qualcosa, qualche piattaforma per la raccolta di aiuti cui fare riferimento o collegamento, vi prego di non esitare a segnalarla.

A questo punto, desidero solo aggiungere alcune considerazioni.

Per prima cosa, devo confessarvi che ho grossi dubbi sul sistema di previsioni che il tecnico Giuliani aveva implementato. Pur senza trattare le sue osservazioni con la tracotanza e beffardaggine che telegiornali e Protezione Civile avevano dimostrato, quel sistema basato sulla rilevazione del radon temo non possa prevedere nei dettagli nè i tempi di un terremoto, nè tantomeno i luoghi. In effetti, la sua previsione era per oltre una settimana fa, con epicentro a Sulmona. Vorrei segnalarvi un piccolo approfondimento sulla vicenda, pubblicato da Il Manifesto: http://www.latimes.com/news/local/la-me-quake-predict7-2009apr07,0,3910442.story

In secondo luogo, sono felice del fatto che i soccorsi pare si stiano muovendo con professionalità e velocità, ma è in effetti strano l’atteggiamento di monopolio dell’emergenza che la coppia Berlusconi-Bertolaso riesce a mettere in piedi ogni volta che si presenti una catastrofe. Giusto rifiutare gli aiuti impacciati e magari dannosi di volontari impovvisati, per carità: conoscendo tuttavia l’inclinazione affarista dell’uno e la capacità di gestione di certe emergenze dimostrata dall’altro (vedi il caso rifiuti a Napoli), il dubbio di una possibile speculazione sull’affare emergenza non può non sorgere.

In terzo luogo, una riflessione sull’informazione italiana. Che muta di sciacalli! In mezzo ad alcuni ottimi giornalisti che si sono distinti per un lavoro appassionato ma dignitoso, preciso ma rispettoso, ho dovuto assistere alle lagne pomeridiane di Barbara D’Urso su Canale 5, ad un’apertura del TG3 montata come un film, a Vespa che dal suo studio si permette di rimproverare i soccorritori e lascia spazio alle scenette telefoniche tra Berlusconi e Maroni. Maroni, poi, che diavolo ci faceva da Vespa? Roba da pazzi! Spiegava che la prima cosa da rimettere in piedi era la prefettura! Sorvolo ovviamente ogni commento su Studio Aperto e consimili.

Questa tragedia, su un piano ambientale, economico ed urbanistico, non può non far riflettere sulle linee di sviluppo per l’intero Paese che il nostro Governo sta intraprendendo: riconsiderare l’ipotesi di nuove centrali nucleari, approvare regolamenti per le concessioni edilizie ancora più labili di quelli già ampiamente abusati e infranti, prevedere ulteriori tonnellate di cemento su fondamenta che questo terremoto dimostra ancora una volta insufficienti, anche e soprattutto nel caso di nuovi edifici (concorderete che sia ragionevole il crollo della cupola di una chiesa, meno ragionevole il crollo della Casa dello Studente!).

Inutile dirlo, la gestione di questa emergenza e soprattuto l’immagine che ne daranno i media avrà anche un peso elettorale.

In tutto questo, ritengo quanto meno curioso il silenzio del Papa, che si è limitato ad affidare la notizia delle sue preghiere ad uno dei suoi paggi. Attendiamo l’udienza del mercoledì.

Forse, al di là delle offerte o del sangue che si potranno donare mi auguro in lungo e in largo e mi auguro a buon fine, l’unico vero aiuto che possiamo cercare di portare con questo piccolo blog è proprio quello di continuare a insistere su questi temi ambientali, economici ed urbanistici che abbiamo cari. Più che la previsione di queste catastrofi, è la consapevolezza della loro cronicità che dovrebbe motivare ogni nostra scelta. E, di conseguenza, maggiore prevenzione, maggiori controlli, maggiore rispetto per l’ambiente e per la compatibilità dei nostri interventi su un territorio tanto delicato.

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Villa medicea di Castello

Pubblicato da nicola su 23 Marzo, 2009

Questo fine settimana ho trascorso una piacevole oretta nel giardino della Villa Medici di Castello, alle porte di Firenze.

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Si tratta di un giardino particolarmente ben conservato: lunghi cespugli di bosso, potati con precisione geometrica, individuano decine di aiuole fiorite con colori particolarmente sgargianti. Il giardino formale, disposto su terrazze, funge da indispensabile complemento alla villa rinascimentale.

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La parete di fondo del giardino conserva intatta la preziosa Grotta degli Animali, realizzata dal Tribolo e probabilmente in parte da Giambologna.


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Sopra questa grotta, tramite una rampa di scale, si raggiunge la zona boscosa del giardino, ove è possibile ammirare la statua del Gennaio di Bartolomeo Ammannati. Da qui si accede poi al grande giardino all’inglese, realizzato nell’Ottocento.

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La visita è senz’altro consigliata, poichè alle bellezze naturalistiche e a quelle artistiche si accompagnano una grande facilità di parcheggio (i mezzi pubblici non servono la zona con grande costanza) e l’ingresso gratuito.

Perdonerete il luogo comune ma purtroppo, anche in questo giardino primaverile, non sono tutte rose e fiori.

Sfruttando senza pudore i versi di Leopardi, sono costretto a segnalarvi che le siepi, ahimè, non escludono il guardo da tanta parte dell’ultimo orizzonte.

Sedendo e mirando, il visitatore non potrà fare a meno di notare in lontananza, ma nemmeno troppo, la pista di decollo e atterraggio dell’aeroporto di Firenze Peretola.

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La pista è orientata in modo tale che gli aeromobili sono costretti a dare le spalle alla villa e al giardino proprio nelle fasi di decollo. Accompagnato da un vento sempre favorevole a causa delle vicine colline, il rombo dei propulsori offende la quiete del giardino con cadenza perpetua, dal mattino a sera, ogni quindici o venti minuti. Potrebbe andare peggio, per carità, ma la colonna sonora di una domenica mattina è bastata a guastarmi almeno in parte la visita.

Vi confesso che, per la verità, il sottoscritto è un grande appassionato di aviazione; fremo all’opportunità di osservare da vicino gli aeroplani, sentirne il rombo e ammirare quest’opera dell’uomo che combina, a mio parere meglio di altre, tutta la nobiltà del lavoro intellettuale e di quello manuale. Uno strumento che pone le leggi della fisica al servizio di ciò che l’uomo altrimenti non potrebbe osare.

Il filmato non è mio, ma pure io condivido questa debolezza/hobby con molti altri entusiasti. Per riprendere da così vicino bisogna andare in Via della Cupola, qualora qualche lettore del blog fosse interessato.


Nondimeno, sono ben conscio che le pale dell’ennesimo ATR42 non siano rispettose della quiete e dell’ambiente che circonda Firenze, e questa villa, sede dell’Accademia della Crusca, vive un incubo acustico quotidiano e ricorrente.

Forse il disturbo di questa zona periferica è tutto sommato poca cosa, se paragonato al rischio e al disagio di aerei sorvolanti parti densamente abitate della città a bassa quota, cosa che purtroppo già accade in fase di atterraggio.

Tuttavia, sapendo che il progetto di orientamento della pista in direzione NW-SE risolverebbe i problemi di sicurezza dell’attuale corridoio di atterraggio, con sorvolo di sole aree industriali; i problemi di vento che attualmente affliggono gli aerei in fase di atterraggio e, a quanto pare, buona parte dei problemi di inquinamento acustico, non si capisce quali strani interessi stiano tenendo tale progetto fermo da anni. Anzi, si capisce eccome, ma per una volta mi dichiaro favorevole a stendere un altro po’ di asfalto. In fin dei conti, la vecchia pista verrebbe smantellata.

I problemi del bel giardino, purtoppo, non finiscono con gli aerei.

Sempre sedendo e mirando, è possibile purtroppo intravvedere un’avvilente orizzonte, fatto di casermoni infami, di quel  mostro di vetro e cemento armato che è il nuovo tribunale di Firenze, e delle decine e decine di gru della famigerata zona Castello, quella in cui il palazzinaro della Fondiaria Ligresti sta progettando di rovinare il paesaggio con le autorizzazioni e la complicità del Comune di Firenze, che a sua volta vorrebbe aggiungere un intero stadio.


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I condomini-alveare di Novoli, ahimè, sono ormai sedimentati nel tessuto urbano, e non sarà facile levarseli di torno. Forse, se si riuscirà a produrre con costanza una bella coltre di smog, la nebbiolina tossica riuscirà a tenerli lontani dalla vista.

Il nuovo tribunale dell’architetto Ricci merita un intero post di approfondimento. Cercherò di occuparmene nelle prossime settimane, poichè il danno paesaggistico e, oserei dire, ideologico arrecato da quella struttura è mostruoso. Serve una riflessione a parte.

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Quello che non si capisce, davanti a tanto orizzonte, è l’impellente necessità di versare altre migliaia di metri cubi di calcestruzzo per far felici Ligresti e compagni di merende: già il complesso Regione-Carabinieri che sta vedendo la luce tra le gru e quei torrioni post-medievali di cemento armato rappresenta, nella concretezza di tutti quei piloni, un degrado che la mia scarsa fantasia non poteva nemmeno immaginare. A tutto ciò pare si vogliano aggiungere altri centri commerciali, altri uffici, abitazioni e, a coronare il tutto, il nuovo stadio! Non resta che inchinarsi davanti a tanta niciana volontà di potenza.

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A proposito di stadio, per dovere di cronaca segnalo che i metri cubi del famigerato Progetto Viola sono stati progettati dal buon Massimiliano Fuksas, quello che firma gli appelli su Repubblica contro il piano casa del Cavaliere. Il suo progetto prevede una riduzione drastica di una zona che era stata destinata a parco pubblico, e la riconversione di gran parte di quell’area in parcheggi, centro commerciale, cittadella dello sport e uno stadio coperto di vetro che da lontano assomiglia suppergiù ad un enorme sputo di Dio sulla piana fiorentina.

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Insomma, da questo gioiello dell’architettura paesaggistica rinascimentale è possibile osservare alcuni capisaldi del degrado urbanistico presente e futuro di Firenze. Lo sconforto è grande, e solo una camminata tra i fitti alberi del giardino all’inglese mi ha restituito un po’ di serenità.

L’urbanistica di Firenze ha conosciuto momenti migliori dell’attuale, e le premesse per il futuro lasciano poche speranze. Cercherò di tornare presto ad occuparmi di alcuni mostri in dettaglio. Nel frattempo, vi segnalo alcuni articoli su questi argomenti raccolti dal sito Eddyburg. Buona lettura.

Il trauma di Firenze

Firenze. Vogliono lo stadio nella piana di Castello

Firenze e l’affare nuovo stadio.  Il sindaco disse: è meglio del parco

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Il Veneto, un cubo di cemento

Pubblicato da sandro su 21 Marzo, 2009

Ringrazio Gian Antonio Stella per questo illuminante articolo, che smaschera le stupidaggini di un governo sciagurato e mette a nudo le miserie morali e materiali della mia regione, a torto ritenuta un posto civile. Sandro

In cinque anni già dati permessi per 94 milioni di metri cubi

Il Veneto e il piano inutile:
case sufficienti fino al 2022

Negli anni Ottanta si costruivano 10 milioni di metri cubi di capannoni, saliti fino a 38 milioni nel 2002

(Agf)
(Agf)

MILANO – Tirar su l’equivalente d’una palazzina di tre piani alta dieci metri, larga 10 e lunga 1.800 chilometri può davvero rilanciare l’Italia «nel pieno rispetto dell’ambiente», come dice Claudio Scajola? In un paese dove solo lo 0,97% degli abusi «non sanabili» è stato demolito? Auguri. Tanto più che una regione simbolo qual è il Veneto, stando a uno studio universitario, ha già oggi tante abitazioni e cantieri aperti da soddisfare la domanda di case, onda immigratoria compresa, fino al 2022. Se poi dovesse calare l’immigrazione, fino al 2034. Quando l’oggi giovanissimo Pato sarà già in marcia verso la cinquantina.

Prendiamo la tabella dei metri quadri a disposizione oggi degli europei. Ogni italiano ha in questo momento 36,3 metri quadri di casa. Cioè quasi il doppio di un ceco o di un ungherese, più o meno quanto un francese o uno spagnolo (che vivono in territori enormemente più vasti), un po’ più di un greco o di un belga. Davanti a noi stanno più comodi i tedeschi (41,3 metri quadrati a testa), gli svedesi (43,6) gli olandesi (48,3), gli austriaci (50,4), i danesi (53) e gli inarrivabili abitanti del Lussemburgo, uno staterello urbanizzato che svetta con 62,7 metri pro capite, ma per la particolarità e dimensione non andrebbe manco messo nel mazzo. Si dirà: «Visto? Siamo nella media». Vero. Tutti gli europei che hanno case più grandi, però, hanno due caratteristiche. O godono di spazi molto maggiori dei nostri, come gli austriaci che hanno il doppio di territorio pro capite di noi o gli svedesi che ne hanno quasi il decuplo. Oppure, a differenza di noi che abbiamo il 33% della superficie montagnosa e forestale, vivono in territori molto più pianeggianti, quali i tedeschi, gli olandesi o i danesi, il cui cucuzzolo più alto, il Moellehoi, svetta a 170 metri e 86 centimetri sul livello del mare.

Per capire quanto pesino queste differenze basta rileggere gli atti di un seminario di qualche anno fa promosso tra gli altri dalla allora presidente provinciale leghista Manuela Dal Lago sul consumo del suolo in una delle province forti dell’Italia, Vicenza. Seminario dal quale emerse che l’uomo, in tutta la sua storia, aveva occupato dall’età della pietra ai primi anni Cinquanta 8.674 ettari. Per poi occuparne, nell’ultimo mezzo secolo, molto più del doppio: 19.463. Una colata di cemento che ha stravolto la campagna descritta da Goffredo Parise e Luigi Meneghello fino al punto che il calcolo della «impronta ecologica» (un indice che attraverso sistemi complessi misura il livello dei nostri consumi) ogni vicentino si ritrova oggi a disporre di poco più di tremila metri quadri di territorio, ma ne consuma per 39.000.

Una scelta obbligata per uscire da secoli di fame, miseria, emigrazione? In parte, se è vero che nella seconda metà del Novecento l’aumento della popolazione non ha superato il 32% e la superficie urbanizzata è aumentata dieci volte di più: 324%. Un’accelerazione spettacolare, ma accompagnata da contraccolpi sul paesaggio, sull’inquinamento, sulla viabilità. E addirittura accentuata nell’ultimo decennio del Novecento con un aumento della popolazione del 3% (52 mila abitanti in più dei quali 37 mila immigrati) e un’impennata dell’edilizia abitativa del 13%. Per non dire della parallela impennata industriale che, seminando dubbi perfino fra i più eccitati esaltatori del mitico Nordest, portò a un dato paradossale: ogni neonato vicentino arrivato nel decennio si ritrovava in dote un blocco di 3.718 metri cubi di calcestruzzo. Il tutto distribuito non uniformemente, ma quasi sempre in pianura. Esattamente come nel resto del Veneto dove, tolti quelli di montagna e larga parte di quelli collinari, i 444 comuni adagiati nell’ormai ex campagna hanno quattro o cinque aree industriali ciascuno se non, in certi casi, otto o nove.

Il prezzo? Elevatissimo, rispondono gli esperti: ogni miliardo di euro di crescita reale in più sarebbe costato un consumo di mille ettari di campagna. Il che significherebbe, appunto, che se avesse ragione il ministro Scajola a sostenere che il «piano casa» può mettere in moto 60 miliardi di euro, questo porterebbe a occupare come minimo 60 mila ettari di territorio con l’equivalente in cemento d’un mostro come quello calcolato all’inizio. Ne vale la pena? Mah… Una ricerca di Tiziano Tempesta, ordinario del Dipartimento Territorio dell’Università di Padova, lascia qualche perplessità. Almeno nel Veneto. E non solo sul piano dell’ambiente, del paesaggio, delle margherite e delle violette.

Spiega il professore che non solo una nuova colata di cemento rischia di dare il colpo di grazia a una pianura dove negli anni Ottanta si costruivano mediamente 10 milioni di metri cubi di capannoni l’anno saliti via via fino a una mostruosa quota di 38 milioni nel 2002, tirati su spesso solo per approfittare della Tremonti Bis e oggi malinconicamente vuoti. Ma che la case a disposizione sono già più che abbondanti. Se è vero che lo standard di riferimento per ogni programmazione di questi anni è stato di 120 metri cubi per abitante (cioè 40 metri quadri: quattro più dell’attuale media nazionale), «tra 2001 e 2006 sono state rilasciate concessioni edilizie per nuove abitazioni o ampliamenti per un volume pari a 94,6 milioni di metri cubi» contro un aumento della popolazione intorno all’1% l’anno. Risultato: sono già state costruite in questi anni «abitazioni sufficienti a dare alloggio a circa 788.000 persone». Il triplo delle 243.000 in più (in buona parte straniere) registrate.

Morale: se anche proseguissero (difficile, di questi tempi) gli «elevatissimi tassi d’immigrazione degli ultimi anni, le concessioni edilizie» già rilasciate saranno «sufficienti a soddisfare la domanda di case per i prossimi 13 anni». Con un tasso immigratorio ridotto a quello (che già era alto) degli anni Novanta, basterebbero per altri 25. Fino, appunto, al lontano 2034. Non basta. Nello studio di Tempesta si sottolinea una contraddizione che farà drizzare le orecchie a diversi: negli ultimi anni di risacca segnati da un calo del manifatturiero del 5,6%, «uno dei motori dell’immigrazione è stato il boom edilizio: il 65% dei nuovi posti di lavoro creati nel Veneto dal 2001 al 2006 ha riguardato il settore delle costruzioni».

Non basta ancora: «Analizzando i dati Istat sul rilascio di concessioni edilizie e sul valore aggiunto del settore costruzioni, si può stimare che nel Veneto, per aumentare dell’1% il prodotto interno lordo, sia necessario realizzare ogni anno non meno di 6,5 milioni di metri cubi di abitazioni, pari a una capacità insediativa aggiuntiva di circa 55.000 abitanti». Irreale, secondo i demografi. Tanto più se qualcuno puntasse a 55 mila neonati di «pura razza Piave». E allora? Allora «non sembra plausibile che, in una situazione di crisi del credito e di eccesso di offerta di abitazioni» la faccenda possa tradursi davvero in un affare. Se poi ci mettiamo anche le ferite che rischiano di essere inferte al patrimonio artistico e monumentale che è il tesoro dell’Italia…

Gian Antonio Stella

“Corriere della sera” 20 marzo 2009

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Per cortesia, firmate

Pubblicato da sandro su 10 Marzo, 2009

Aulenti, Fuksas e Gregotti
“Una legge contro il territorio”

L’appello dei tre architetti dopo le misure annunciate dal governo
Le adesioni degli urbanisti, si può firmare su Repubblica.it

Aulenti, Fuksas e Gregotti "Una legge contro il territorio"



ROMA -
Il governo Berlusconi si accinge a varare un provvedimento che sconvolge tutte le procedure edilizie. Sostiene di volerle snellire, agevolando la ripresa economica. Secondo le associazioni di tutela. questa misura sarebbe un disastro per il paesaggio e per l’assetto delle città.

La Repubblica sostiene un appello promosso dagli architetti Gae Aulenti, Massimiliano Fuksas e Vittorio Gregotti al quale hanno già aderito gli urbanisti Pierluigi Cervellati, Vezio De Lucia, Italo Insolera ed Edoardo Salzano. “Le licenze facili e i permessi edilizi fai da te decretano la fine delle nostre malconce istituzioni. Il territorio, la città e l’architettura non dipendono da un’anarchia progettuale che non rispetta il contesto, al contrario dipendono dalla civiltà e dalle leggi della comunità”.

L’appello può essere firmato sul nostro sito.

La legge prevede l’abolizione della concessione edilizia da parte dei Comuni, sostituita dalla dichiarazione di un tecnico privato: per conto di chi costruisce, il professionista certificherebbe la conformità del nuovo edificio alle norme urbanistiche. In più, stando alle anticipazioni, si consentirebbe di aumentare il volume di un edificio nella misura del 20 per cento, se si tratta di un edificio residenziale, del 30 se commerciale.

Sarà consentito demolire e ricostruire tutti gli edifici sorti entro il 1989 che non abbiano vincoli di tutela incrementando il volume del 30 per cento. Alcune Regioni, come la Sardegna e il Veneto, hanno già aderito e il governatore Giancarlo Galan porterà già oggi all’approvazione della giunta un provvedimento simile. Da parte di molte altre Regioni vengono invece avanzati dubbi quando non forte opposizione.

“la Repubblica” 10 marzo 2009

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