Ai Nostri Posti

Ora e sempre Resistenza

Posts contrassegnato dai tag ‘ateismo’

Amen

Pubblicato da sandro su 19 Novembre, 2009

Pochi anni fa, alla parola «religione», avrei detto, lapidario: non mi interessa. Vivevo da agnostico, non ero minimamente coinvolto dalle dispute intorno all’esistenza di dio, una delle molte questioni aperte, irrisolte e irrisolvibili dell’esistenza. Mi sfuggiva però – o non gli attribuivo un peso appropriato – il nesso fra quel mio atteggiamento e le conseguenze dell’effetto politico della religione sulle persone. Dal 2001, con l’accentuarsi, anzi con l’istituzionalizzarsi, del concetto di “scontro di civiltà”, la religione è venuta investendo un ruolo, o ha riacquistato un ruolo, che in precedenza sembrava aver dismesso, quello di fungere da cinghia di trasmissione fra il potere e la democrazia, ossia fra la possibilità e l’effettività del progresso. Ma essendo l’istituzione religiosa una forza negativa, reazionaria per sua stessa natura, tale intermediazione ha avuto ed ha il solo scopo di impedire il progresso. Lo si evince dalla storia, lo si evince dalla quotidianità.

Col tempo mi sono orientato verso un più franco ateismo, corroborato non già da prove sull’inesistenza di dio (entità indimostrabile, come s’è detto), bensì dall’oggettivo danno che l’imbroglio teista arrecava alle libertà e ai diritti. I “falchi” della chiesa, impegnati in una lotta dogmatica e culturale contro gli imperituri “infedeli”, avevano tutto l’interesse a smantellare le tutele e le garanzie del sistema democratico. O almeno, se non proprio allo smantellamento, puntavano all’annichilimento di qualsiasi spinta innovatrice. Non tanto per cattiveria o livore, sia chiaro, quanto per pedestre adesione ai loro stessi enunciati. E’ forse un mistero che nessuna chiesa consideri vincolanti la legge e la giustizia degli uomini? Le leggi sono quelle di dio, e così la giustizia. Insomma, il passo dall’anticlericalismo all’ateismo è stato breve e, in ultima analisi, consequenziale.

Oggi sono serenamente incredulo, mi arrabbio con chi si ostina a voler vedere le anime e i miracoli ma non pretendo di convertirlo o limitarne l’azione, e suscitano in me sommo divertimento le acrobazie retoriche di coloro che si vorrebbero devoti e che ciononostante sguazzano giocondi in una melma di dissolutezze e contraddizioni. L’ultima polemica, in ordine di tempo, è stata quella sul crocefisso, ma poiché ho già detto la mia qui, non ci torno sopra. A proposito di contraddizioni, comunque, vale la pena segnalare come da una buona settimana si sia scatenato il battage pubblicitario in vista delle festività natalizie. Io non ho nulla contro i regali – specie se sono libri – e anzi mi piace riceverne, però fanno davvero pena le orde di genti che si riversano in boutique e centri commerciali, spendono denaro in orpelli perlopiù inutili per soddisfare la propria vanità, e poi corrono alla messa di mezzanotte per celebrare l’avvento del re dei poveri, il redentore degli afflitti, il profeta della ricchezza dello spirito. Le reti Mediaset, tanto per dire, invitano a far compere su Mediashopping dove, sostengono, «il natale è già cominciato». Amen.

Pubblicato su riflessioni | Contrassegnato da tag: , , | Lascia un commento »

Croci, ateismo e Beethoven

Pubblicato da sandro su 4 Novembre, 2009

Vi dirò una cosa: quando, l’altro giorno, ho sentito del pronunciamento della Corte europea dei diritti dell’uomo con cui veniva accolta la richiesta di una famiglia di Abano Terme circa la rimozione del crocefisso dall’aula scolastica frequentata dal figlio, a me è subito venuta in mente la Missa solemnis in re maggiore di Ludwig van Beethoven. Se avrete pazienza, spiegherò le tortuose ragioni che mi hanno portato a quel pensiero.

Innanzitutto, da materialista recidivo quale sono, permettetemi di puntualizzare un concetto: l’esposizione, l’esibizione del crocefisso non solo nelle aule scolastiche ma, più in generale, in tutte le strutture pubbliche è, oltre che una violenza culturale nei confronti di coloro i quali non credono o credono diversamente, soprattutto un segno di sottomissione ad un’entità intangibile e indimostrabile che ha per conseguenza l’accettazione del corollario di norme etico-morali statuite dal potere clericale. Tale accettazione, per giunta, è pedissequa, non sottoposta al vaglio di alcun accertamento di volontà, subliminale. E subliminale, occulta è la pressione che da quel simbolo promana. Il dovere di uno stato laico è pertanto quello di rimuovere ogni emblema che possa costituirsi come valore superiore, trascendente l’autorità dello stato stesso. Si tratta di un’elementare norma di buon senso, che non prefigura in nessun modo l’iconoclastia o l’autoritarismo: semplicemente, è un atto che pone ciascun individuo su un piano di assoluta parità. Non so voi, ma a me disturberebbe venir giudicato da un tribunale dove campeggiasse un crocefisso o una mezzaluna o una stella di Davide.

Questo mi porta a considerare l’invalsa affermazione che vorrebbe nelle presunte radici giudaico-cristiane della nostra storia la giustificazione dello status quo. E’ una falsificazione bella e buona della realtà. Prima del 303 d.C., anno che vide l’imperatore Costantino convertirsi alla religione della croce, in Italia mi pare ci fossero già da un po’ di tempo una cultura, una società e una religione assai diverse. Lo stesso dicasi per il resto del mondo, non solo d’Europa. Alla base del nostro diritto, per dire, c’è la codificazione romana, non la teodicea. La matematica e la filosofia si sono sviluppate nel mondo arabo e in quello greco. Dopo il 303 d.C. la religione della croce ha influenzato indubbiamente l’arte e la conoscenza, spesso però – o quasi sempre – violentandole se queste non andavano a suo vantaggio. E’ appena il caso di ricordare Giordano Bruno e Galileo Galilei. Per non tacere sulle persecuzioni ai vari eretici o presunti tali, che pure dovettero in seguito essere riabilitati. Poi venne l’illuminismo, venne il razionalismo, venne il positivismo, le scoperte mediche e la teoria dell’evoluzione, la fisica, le scienze naturali: tutto ciò non fa parte del patrimonio comune? Gli stati moderni si reggono sulla separazione dei poteri e le libertà individuali – ciò che la religione condanna perché massima aberrazione concepita dall’uomo che non si soggioga al potere spirituale. La storia dell’umanità è storia di lotte per l’emancipazione dalla schiavitù, e non si arresta, guai se si arrestasse. Non capirei altrimenti lo scalpore e la partecipazione per l’eroismo di quello studente che ha messo in discussione l’infallibilità della guida suprema iraniana: quando succede lì va bene, quando succede qui è veteromarxismo? Peccato che di quel ragazzo ora non si sappia più nulla, pare l’abbiano fatto sparire. In nome di dio.

Ma torniamo al crocefisso e a Beethoven. Beethoven nutriva un profondo sentimento religioso, benché non andasse in chiesa o seguisse la vita liturgica. Aveva anzi in astio gli esponenti del clero, così come l’aristocrazia. Questo tuttavia non gli impediva di frequentare i duchi e i conti suoi patroni, né Rodolfo d’Austria in seguito creato cardinale. Leggendo le cronache dei suoi contemporanei, Beethoven viene descritto alternatamente come un fervido credente e un sospetto ateo. La ragione di quest’ambivalenza si spiega con la concezione che egli aveva della natura, nella quale ravvisava l’esistenza di un armonioso creatore, e con le tappe dolorose della sua biografia. E’ stato forse il più geniale musicista e nel contempo il più sofferente degli artisti, a causa della povertà, della sordità e dell’idealismo intransigente di cui era impregnato. Aveva però un temperamento eccezionale, era animato da una volontà incrollabile, e sentiva di essere venuto al mondo per comporre la sua musica meravigliosa, per consentire agli uomini ascoltandola – l’ha detto lui stesso – di liberarsi delle catene in cui si trascinano. A questo punto dovreste avere una discreta esperienza con la musica beethoveniana, per capire quel che intendo. Se così non è, oltre all’esortazione a provvedere all’incresciosa lacuna, accluderò in calce all’articolo un filmato significativo.

Cos’era dio per Beethoven? Un mistero, certo, e altrettanto certamente un dato di fatto. Ma il dio che adorava non era quello che tutti comunemente pregavano, era un dio col quale pretendeva entrare in contatto egli stesso in prima persona, attraverso la musica, l’amore per la natura, la fiducia nei valori più cari all’umanità: amore, libertà, fratellanza, giustizia. Sarà per questo motivo che non ha composto molta musica sacra, preferendo dedicarsi a generi più espressivi. Se però avete ascoltato la Sinfonia n. 6 in fa maggiore o gli ultimi Quartetti per archi, vi sarete resi conto che il tema della ricerca del divino è costante nella sua opera, e che spesso assume un carattere consolatorio, deve lenire gli affanni terreni. Senza dimenticare, ovviamente, la Sinfonia n. 9 in re minore, quella dell’inno alla gioia per intenderci, dove fa ripetere al coro: «Ci dev’essere un padre benevolo sopra la volta stellata». Insomma, dio per Beethoven era a un tempo un caposaldo e un’incognita, e nonostante tutto non gli impedì di vivere seguendo soltanto la sua fiera volontà.

Che c’entra dunque la Missa solemnis? C’entra col fatto che io stesso, pur conservando l’incredulità, posso bearmi della grazia di questa musica solenne e religiosissima, fino alla commozione.

Composta poco prima della celebre Nona, è il lavoro più imponente di Beethoven, una sorta di spartiacque. Dura oltre un’ora, richiede un’orchestra e un coro folti, ed è scandita da cinque momenti come prevede la liturgia canonica. Per comporla, il sommo Ludwig studiò le messe delle epoche precedenti e ne fuse i modelli così da ottenere un unicum che contemplasse le tradizioni gregoriane, barocche, classiche, ecc. Pensate che cosa può fare la mente umana quando è sorretta da convinzioni profonde, dato che il povero Beethoven era sordo da ormai molti anni, in età e disilluso riguardo al futuro. E’ curioso che sebbene l’opera sia chiaramente di carattere religioso non venga mai eseguita come tale: in primo luogo a causa della lunghezza, in secondo luogo perché la magniloquenza dell’insieme ispira davvero emozioni che vanno al di là dell’aspetto confessionale.

Io l’ascolto con una certa regolarità e sempre sbalordisco. Qui sotto metto a vostra disposizione il primo movimento, nominato Kyrie eleison, ossia signore pietà. E’ bellissimo, credetemi, li vale tutti i dieci minuti che spenderete per ascoltarlo. Questa oltretutto è una buona registrazione: l’orchestra di Amsterdam diretta dal grande Leonard Bernstein.

In conclusione, tutta questa fiera di chiacchiere per dire una cosa banale: è stupido litigare per colpa della religione, è stupido imporre agli altri le proprie convinzioni. Si può andare a scuola o in municipio anche se i muri sono bianchi. Si può ascoltare una messa solenne anche se non si crede in dio. L’importante è la bellezza. L’importante è l’umanità.

Pubblicato su materiali, riflessioni | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , | 2 Commenti »

Contro la religione a scuola

Pubblicato da sandro su 20 Ottobre, 2009

Cosa c’è di sensato nella proposta di istituire l’ora di religione islamica nelle scuole italiane? Niente. Quando l’ho sentito dire, l’altro giorno, stavo facendo colazione, era sabato mattina, e il cucchiaino del caffelatte m’è caduto nella scodella, come succede nei film. Possibile che si debba sempre gareggiare a chi è più imbecille? Apprendere poi che la folgorante trovata appartiene ai poco arieggiati encefali di Fini e D’Alema, non mi ha sorpreso; mi ha semmai confermato quanto quelle due cariatidi stiano disperatamente smaniando per accreditarsi come innovatori della politica de noantri e fautori di un preoccupante sincretismo Pd-Pdl. Fini non è nuovo alle tanto osannate dai media «aperture», dovendo purgarsi da anni (per me incancellabili) in cui sosteneva che Mussolini è stato il più grande statista del Novecento. D’Alema, dopo appena un trentennio di resistibile presenza parlamentare, non è invece nuovo alle «convergenze» con le «aperture»; ma lui, sapete, è intelligente, vede più lontano di noi comuni mortali. Sarò lapidario, tranchant: idiozie, sono soltanto idiozie.

Io sono ateo e materialista, per cui vedo nella religione non solo una falsa e deformante dottrina ontologica, ma anche un pericoloso fomite di dogmi e principi etici che, in modo inevitabile, conducono al regresso, all’ineguaglianza e al bigottismo conformista. Non esiste religione in grado di mantenere le promesse di libertà e felicità codificate nei cosiddetti testi sacri o propalate dai sedicenti rappresentanti della divinità in terra. Dovunque nel mondo si possono riscontrare i soli, ovvi, conseguenti effetti che l’applicazione delle teorie religiose ha comportato nelle società. Laddove il passaggio dei lasciti illuministici non ha potuto esercitare la propria influenza nei sistemi di governo, il potere assoluto dei religiosi ha fatto strame della pluralità. Laddove i confini fra ciò che pertiene allo stato e ciò che pertiene al tempio non sono nettamente, insormontabilmente marcati, le blandizie della superstizione fanno proseliti presso le istituzioni e condizionano in maniera pesante, iniqua e inaccettabile l’esercizio della democrazia. La religione infatti – qualunque religione – aborrisce la democrazia.

Uno stato laico deve garantire la libertà di culto. Nello stesso tempo deve provvedere affinché le tendenze egemoniche del teismo non attecchiscano, guastandole, sulle fondamenta dello stato stesso. Questo può avvenire se la religione viene vissuta e praticata intimamente, in ambiti e strutture a quello scopo destinati. Per il resto la vita pubblica dev’essere del tutto neutra, impermeabile alle rivendicazioni delle chiese. Nessuna violenza – né personale né psicologica – dev’essere consentita al credente o inflitta al credente. Nello stato laico ciascuno è libero d’essere quel che sente d’essere, senza limitazioni. Il bene supremo della libertà di pensiero, d’espressione, di vita e di morte non può mai venir messo in discussione, perché a quel punto l’uomo cessa d’essere tale e diventa ostaggio dell’arbitrio altrui. La legge, sintesi delle anime razionali degli abitanti dello stato, è l’estremo, accettabile limite, in quanto scaturito da una condizione di libertà per mantenere, estendere, migliorare la libertà. I limiti d’ordine irrazionale contraddicono i termini medesimi dell’azione normativa e pertanto non sono accettabili.

Quanto detto finora è purtroppo una chimera. Paesi come il nostro sono l’esempio lampante e deleterio del danno arrecato dalle infiltrazioni religiose all’impianto statale. Se a tutt’oggi in Italia non esistono leggi sul testamento biologico, l’eutanasia, la fecondazione medicalmente assistita, le coppie di fatto, ecc. – tutte cose normali in paesi modernamente secolarizzati – la colpa è da attribuirsi alle macchinazioni politico-teologiche della religione cattolica. Perdere il controllo sulle volontà di coloro che tale confessione ritiene i propri sudditi, equivale a snaturare la sua stessa esistenza e – quel che più conta – rinunciare ai privilegi economici e politici connessi al costante esercizio della pressione sulle istituzioni. La via da percorrere non è dunque quella che conduce al tempio, bensì quella che se ne allontana.

L’uomo non nasce religioso, la religiosità è un sentimento a lui totalmente estraneo, se non gli venisse inculcato da bambino probabilmente da grande non se ne curerebbe affatto, e la sua vita – la qualità della sua vita – non ne risentirebbe in nulla. Anzi, a patto che cresca assorbendo nozioni di filosofia e letteratura, vivrebbe meglio, più libero, più forte. Ecco perché il clero di qualsivoglia religione si preoccupa tanto affinché sin da piccoli i figli degli uomini s’accostino all’indottrinamento. Per ghermirli e asservirli. Il mascheramento prediletto è il pretesto degli imprescindibili connotati di cultura tradizionale che l’apprendimento della religione apporterebbe. Ma non esiste una sola prova, non esiste un solo riscontro reale che quanto affermato dalle discipline religiose sia vero. L’afflato religioso è mosso unicamente dalla terribile, per l’uomo, certezza della morte e dall’angoscia che ne discende. L’incrollabile superbia dell’essere umano, che innalza sé stesso a modello di perfezione, inventa un’entità superiore e indeterminata sulla quale proietta i pregi e gli attribuiti migliori, creandosi l’illusione di poter un giorno partecipare all’identica compiutezza. L’uomo venera l’uomo.

Penso che insegnare la religione nelle scuole sia un errore madornale. Parificare il pensiero scientifico-speculativo a quello magico-religioso è una forzatura pedagogica intollerabile. Preferibile sarebbe l’insegnamento della storia delle religioni, un approccio critico, dialettico alle tradizioni mistiche. L’operazione che si tenta di porre in atto col pretesto della diversità culturale è invece il contrario della sensatezza. I ragazzi e le ragazze del XXI secolo dovrebbero imparare a convivere al di là delle rispettive credenze. Sono in tutto e per tutto concorde con Michel Onfray, quando esecra l’accezione contemporanea del termine: relativismo. In conclusione, più Darwin e Feuerbach, meno Dio, Allah e Yahweh.

Pubblicato su riflessioni | Contrassegnato da tag: , , , , , | Lascia un commento »

Per una laicità postcristiana

Pubblicato da sandro su 29 Settembre, 2009

Dobbiamo pertanto andare oltre la laicità ancora troppo impregnata da ciò che essa vorrebbe combattere. Una laicità da lodare per quello che è stata, da elogiare per le passate battaglie, da complimentare per ciò di cui le siamo debitori. Ma le battaglie di oggi e di domani richiedono armi nuove, meglio forgiate, più efficaci, strumenti adatti alla nostra epoca. Ancora uno sforzo, dunque, per scristianizzare l’etica, la politica e tutto il resto. Ma anche la laicità, che avrebbe tutto da guadagnare emancipandosi ancora di più dalla metafisica ebraico-cristiana e che potrebbe servire davvero nelle guerre future.
Mettendo infatti tutte le religioni e la loro negazione su un piano di uguaglianza come invita a fare la laicità oggi trionfante, si avalla il relativismo: uguaglianza tra pensiero magico e pensiero razionale, tra la favola, il mito e il discorso argomentato, tra il discorso taumaturgico e il pensiero scientifico, tra la Torah e il Discorso sul metodo, il Nuovo Testamento e la Critica della ragion pura, il Corano e la Genealogia della morale. Mosè vale Cartesio, Gesù Kant e Maometto Nietzsche.
Uguaglianza tra il credente ebreo – convinto che Dio si rivolga ai suoi antenati per confidargli la sua scelta, e per far ciò apre il mare, ferma il sole ecc. – e il filosofo  che procede secondo il principio del metodo ipotetico-deduttivo? Uguaglianza tra il fedele – convinto che il suo eroe, nato da una vergine, crocifisso sotto Ponzio Pilato, resuscitato il terzo giorno, seduto alla destra del padre a godersi da allora giorni tranquilli – e il pensatore che smonta la costruzione di una credenza, la fabbricazione di un mito, la creazione di una favola? Uguaglianza tra il musulmano – persuaso che bere un bicchiere di vino e mangiare un arrosto di maiale gli preclude definitivamente  l’accesso al paradiso mentre invece l’uccisione di un infedele gliene spalanca le porte – e l’analista scrupoloso che, sulla base del principio positivista ed empirico, dimostra che la credenza monoteistica ha lo stesso valore di quella animista dogon che crede che lo spirito dei suoi antenati ritorni sotto forma di una volpe? Se la risposta è sì, allora è meglio smettere di pensare.
Questo relativismo è dannoso. Ormai, col pretesto della laicità, tutti i discorsi si equivalgono: l’errore e la verità, il vero e il falso, il serio e lo stravagante. Il mito e la favola pesano quanto la scienza. Il sogno quanto la realtà. Ma non è affatto vero che i discorsi si equivalgono: quelli della nevrosi, dell’isteria e del misticismo appartengono a un mondo diverso da quello del positivista. Come non è giusto mettere sullo stesso piano vittima e carnefice, così non si deve tollerare la neutralità, ostentare benevolenza per ogni forma di discorso, compresi quelli che appartengono al pensiero magico. Bisogna restare neutrali? Ci possiamo permettere ancora questo lusso? Non credo.
Nel momento in cui si profila uno scontro decisivo – forse già perduto… – per difendere i valori dell’Illuminismo contro le affermazioni magiche, bisogna promuovere una laicità postcristiana, ossia atea, militante e radicalmente opposta a quella che ci obbliga a scegliere tra la religione ebraico-cristiana occidentale e l’islam che la combatte. Né Bibbia né Corano. Ai rabbini, ai preti, agli ayatollah, agli imam e ai mullah, io continuo a preferire il filosofo. Contro tutte le teologie strampalate, preferisco fare appello alle correnti di pensiero alternative alla storiografia filosofica dominante: burloni, materialisti, radicali, cinici, edonisti, atei, sensisti, gaudenti. Essi sanno che esiste un solo mondo e che ogni offerta di oltremondo ci fa perdere l’uso e il beneficio del solo mondo esistente. E’ questo il vero peccato mortale.

Michel Onfray, Trattato di ateologia, estratto

Pubblicato su libri | Contrassegnato da tag: , , , , , , | 1 Commento »

La gita del papa

Pubblicato da nicola su 28 Settembre, 2009

Da una rapida occhiata ai quotidiani italiani di oggi e ai telegiornali che riesco a seguire su internet, mi e’ sembrato di percepire che la visita del papa in Repubblica Ceca sia stata dipinta con la solita condiscendenza, e con il messaggio sotteso che si tratti di un nuovo successo per il pontefice.

In realta’, i cittadini della Repubblica Ceca, bonta’ loro, non sono i grandi devoti dipinti dal TG4. Un resoconto piu’ fedele, e piu’ confortante, lo trovate in questo chiaro articolo del New York Times, pubblicato oggi (ieri, per voi).

Da notare anche il piccolo cammeo riservato dal giornalista al nostro Presidente del Consiglio.

Pubblicato su Chiesa cattolica | Contrassegnato da tag: , , , , | Lascia un commento »

Sto leggendo…

Pubblicato da sandro su 25 Settembre, 2009

Nel momento in cui si pone la questione dell’insegnamento della religione a scuola col pretesto di costruire legami sociali, di rinsaldare una comunità senza eredi – a causa di un liberismo che produce la negatività nel quotidiano, ricordiamolo -, di dare vita a un nuovo tipo di contratto sociale, di ritrovare radici comuni – monoteistiche nella fattispecie -, mi sembra che si possa preferire l’insegnamento dell’ateismo. Meglio la Genealogia della morale che le epistole ai Corinzi.

Il desiderio di far rientrare dalla finestra la Bibbia e altri fronzoli monoteistici che parecchi secoli di sforzi filosofici – tra cui l’Illuminismo e la Rivoluzione francese, il socialismo e la Comune, la sinistra e il Fronte Popolare, lo spirito libertario e il Maggio francese, ma anche Freud e Marx, la scuola di Francoforte e la scuola del sospetto dei nietzschani di sinistra francesi – hanno fatto uscire dalla porta, significa propriamente ed etimologicamente consentire col pensiero reazionario. Non alla maniera di Joseph de Maistre, di Louis de Bonald o di Blanc de Saint-Bonnet – il trucco sarebbe troppo scoperto -, ma alla maniera gramsciana, del ritorno agli ideali diluiti, dissimulati, travestiti, ipocritamente riattivati, della religione ebraico-cristiana.

Non si vantano esplicitamente i meriti della teocrazia, non si assassina il 1789 – per quanto… -, non si pubblica apertamente un’opera intitolata Il papa per esaltare l’eccellenza della potenza politica del sovrano pontefice, ma si stigmatizza l’individuo, gli si negano i diritti e gli si infliggono doveri a palate, si esalta la collettività contro la monade, si fa appello alla trascendenza, si dispensa lo Stato e i suoi parassiti dal render conto dei loro atti col pretesto della sua extraterritorialità ontologica, si trascura il popolo, si taccia di populismo e demagogia chiunque se ne prenda cura, si disprezzano gi intellettuali e i filosofi che svolgono il loro lavoro e resistono. L’elenco potrebbe continuare.

Mai come oggi quella che il XVIII secolo conosceva sotto il nome di “antifilosofia” ha goduto di tanta vitalità: il ritorno della religione, la prova che Dio non è morto, ma solo per qualche tempo un po’ addormentato, e che il suo risveglio annuncia come la musica stia per cambiare, tutto ciò obbliga a riprendere posizioni che si ritenevano superate e a riguadagnare la nicchia dell’ateismo. L’insegnamento della religione fa rientrare il lupo nell’ovile: ciò che i preti non possono più commettere apertamente potrebbero ormai farlo con discrezione, insegnando le favole del Vecchio e Nuovo Testamento, trasmettendo le finzioni del Corano e degli hadith col pretesto di permettere agli scolari di avvicinarsi più facilmente a Marc Chagall, alla Divina Commedia, alla cappella Sistina o alla musica di Ziryab.

Ora, le religioni dovrebbero essere insegnate nei corsi già esistenti – filosofia, storia, letteratura, arti plastiche, lingue ecc. – come si insegnano le protoscienze: per esempio l’alchimia nel corso di chimica, la fisiognomica e la frenologia nelle scienze naturali, il totemismo e il pensiero magico in filosofia, la geometria euclidea in matematica, la mitologia in storia… Oppure, dal punto di vista epistemologico, come si insegna che il mito, la favola, la finzione, l’irrazionalità precedono la ragione, la deduzione, l’argomentazione. La religione deriva da una forma di razionalità primitiva, genealogica e datata. Riattivare questa storia di prima della storia significa rallentare, se non addirittura portare fuori strada, la storia di oggi e di domani.

Insegnare l’ateismo implicherebbe un’archeologia del sentimento religioso: la paura, il timore, l’incapacità di guardare in faccia la morte, l’impossibile coscienza dell’incompletezza e della finitudine degli uomini, il ruolo importante e motore dell’angoscia esistenziale. La religione, questa creazione di finzioni, richiederebbe uno smontaggio in piena regola di questi placebo ontologici – come in filosofia si affronta la questione della stregoneria, della follia e dei margini per produrre e circoscrivere una definizione della ragione.

Michel Onfray, Trattato di ateologia, estratto, pp. 46-48

Pubblicato su libri | Contrassegnato da tag: , , , , , , | Lascia un commento »

Il drago nel garage

Pubblicato da sandro su 28 Agosto, 2009

«Nel mio garage c’è un drago che sputa fuoco». Supponiamo (sto seguendo un approccio di terapia di gruppo praticato dallo psicologo Richard Franklin) che io vi dica seriamente una cosa del genere. Senza dubbio voi vorreste verificarla, vedere il drago con i vostri occhi. Nel corso dei secoli ci sono state innumerevoli storie di draghi, ma nessuna vera prova. Che opportunità fantastica!

«Ce lo mostri», mi dite. Vi conduco nel mio garage. Voi guardate e vedete una scala, dei barattoli vuoti, un vecchio triciclo, ma nessun drago. «Dov’è il drago?» chiedete. «Ah, è proprio qui», vi rispondo, facendo dei cenni vaghi. «Dimenticavo di dirvi che è un drago invisibile». Voi proponete di spargere della farina sul pavimento del garage per renderne visibili le orme. «Buona idea», dico io, «ma questo è un drago che si libra in aria». Allora proponete di usare dei sensori infrarossi per scoprire il suo fuoco invisibile. «Idea eccellente, se non fosse che il fuoco invisibile è anche privo di calore». Voi proponete allora di dipingere il drago con della vernice spray per renderlo visibile.

«Purtroppo, però, è un drago incorporeo e la vernice non fa presa su di lui». E così via. A ogni prova fisica che voi proponete, io ribatto adducendo una speciale spiegazione del perché essa non funzionerà.

Ora, qual è la differenza fra un drago volante invisibile, incorporeo, che sputa un fuoco privo di calore e un drago inesistente? Che senso ha la mia asserzione dell’esistenza del drago se non esiste alcun modo per invalidarla, alcun esperimento concepibile per confutarla? Il fatto che non si possa dimostrare che la mia ipotesi è falsa non equivale certo a dimostrare che è vera. Le affermazioni che non possono essere sottoposte al test dell’esperienza, le asserzioni non «falsificabili», non hanno alcun valore di verità, per quanto possano ispirarci o stimolare il nostro senso del meraviglioso. Quello che io vi chiedo, dicendovi che nel mio garage c’è un drago, è in pratica di credermi sulla parola, in assenza di alcuna prova.

L’unica cosa che voi avete realmente appreso dalla mia affermazione che nel mio garage c’è un drago è che c’è qualcosa di strano nella mia testa. In assenza di alcuna prova fisica, voi vi chiederete che cosa mi abbia convinto. Penserete certamente alla possibilità che io abbia fatto un sogno o abbia avuto un’allucinazione. Ma allora, perché sto prendendo tanto sul serio la mia idea? Forse ho bisogno di aiuto. Come minimo, può darsi che io abbia gravemente sottovalutato la fallibilità umana.

Immaginiamo che, benché nessuno dei test dia esito positivo, voi vogliate rimanere scrupolosamente aperti a qualsiasi possibilità. Perciò non rifiutate decisamente la nozione che nel mio garage ci sia un drago che sputa fiamme, ma adottate semplicemente una posizione di attesa sospendendo il giudizio. Le prove esistenti sono fortemente contrarie all’ipotesi del drago, ma se ne emergeranno altre voi siete pronti a esaminarle e a vedere se vi convincono. Senza dubbio non sarebbe bello se io mi offendessi perché non mi credete; o se vi criticassi accusandovi di essere noiosi e privi di immaginazione, semplicemente per avere espresso il giudizio di «non dimostrato».

Immaginiamo che il responso dell’esperienza fosse stato diverso. Il drago è invisibile, va bene, ma lascia delle impronte sulla farina. Il rivelatore nell’infrarosso segnala che esso emana calore. La vernice spray permette di vedere una cresta dentellata che danza in aria. Per quanto scettici possiate essere stati in precedenza sull’esistenza dei draghi – per non parlare dei draghi invisibili – ora dovete riconoscere che qui c’è qualcosa e che ciò che si osserva sembra conciliarsi con un drago invisibile che sputa fuoco.

Consideriamo ora un altro scenario. Supponiamo che a sostenere la strana idea dell’esistenza dei draghi non ci sia solo io. Supponiamo che anche vari altri vostri conoscenti – tra cui persone che non si conoscono certamente fra loro – vi dicano di avere dei draghi nei loro garage, ma che in ogni caso le prove siano terribilmente elusive. Tutti noi ammettiamo che ci dà fastidio dover credere a una convinzione tanto strana e così mal sostenuta da prove fisiche. Nessuno di noi è pazzo. Noi ci chiediamo che senso avrebbe se in tutto il mondo dei draghi invisibili fossero effettivamente nascosti nei nostri garage, con tutti noi a crederci. Io penso che non sia così. Ma se tutti quei miti antichi dell’Europa e della Cina, dopo tutto, non fossero solo dei miti…

Meno male che adesso c’è chi dice di aver visto delle impronte nella farina. Quelle impronte, però, non si producono mai alla presenza di persone scettiche. Si presenta allora una spiegazione alternativa: a un attento esame appare chiaro che le orme potrebbero essere una contraffazione. Un altro entusiasta dei draghi si presenta con un dito bruciato e lo attribuisce a una rara manifestazione fisica del respiro infuocato del drago. Anche questa volta, però, ci sono altre possibilità. È chiaro che per scottarsi le dita non occorre esporle all’alito infuocato di un drago invisibile. Tali «prove» – per quanto importanti possano considerarle i fautori dei draghi – non sono affatto conclusive. Ancora una volta, l’unico approccio ragionevole consiste nel rifiutare provvisoriamente l’ipotesi dei draghi, nell’essere disponibili a valutare futuri dati fisici che dovessero presentarsi, e nel chiedersi per quale motivo un così gran numero di persone sobrie e sane di mente condividano la stessa strana illusione.

Carl Sagan, estratto

Fonte: www.uaar.it

Pubblicato su materiali | Contrassegnato da tag: , , , | 2 Commenti »

Ma perché non ridono mai?

Pubblicato da prescinseua su 20 Agosto, 2009

Pubblicato su ateismo | Contrassegnato da tag: , , | Lascia un commento »

Religulous

Pubblicato da nicola su 25 Febbraio, 2009

locandinapg2

Due parole giusto per segnalarvi un film molto interessante, che dovreste cercare di vedere. Purtroppo non potrete vederlo al cinema, in quanto la pellicola, per motivi politico-ideologico-religiosi, al momento viene proiettata solamente in quattro sale su tutto il territorio italiano.

Poco male: il doppiaggio intollerabile non merita i soldi del vostro biglietto. Vi consiglio pertanto di acquistare il dvd della versione originale in inglese, o di acquistare i diritti per il digital download.

Il film è una sorta di documentario impegnato, sullo stile delle opere di Michael Moore. Si compone di una lunga serie di interviste condotte dal comico Bill Maher a numerosi e pittoreschi esponenti dei tre grandi monoteismi.

Il comico è un agnostico. Egli, con alcune battute e con una serie di osservazioni assolutamente logiche e basate su prove certe e su un approccio razionale agli aspetti storici delle religioni, cerca di instillare alcuni dubbi nei suoi interlocutori.

Ne risulta un ritratto assai sconfortante delle nostre società,  in particolar modo di quella americana.

Il tentativo finale è quello di dimostrare che l’atteggiamento religioso e fideistico non dovrebbe esser considerato una virtù, poichè esso richiede la sospensione del pensiero razionale, della riflessione prima dell’azione, della tolleranza e del rispetto per gli altri. Non c’è piccola preghiera nell’intimità della propria comunità o piccolo avvenimento percepito come miracolo che possa giustificare o avallare il rischio dei comportamenti nocivi che le religioni hanno sempre sviluppato nel corso della storia.

Il film esorta anche la comunità dei non credenti, che alcune stime ipotizzano rappresenti circa il 16% della popolazione statunitense, a farsi avanti e portare le proprie rimostranze all’attenzione della politica e della società tutta.

In fin dei conti, una “minority” rappresentante il 16% della società americana sarebbe molto più grande e influente della comunità gay (circa 3%), degli afroamericani (circa 12%), degli ebrei (mi pare 1,5%) e di molti altri.

Religulous è opera divertente e sfacciata, ma non priva di coerenza e serietà: procuratevela, ne vale la pena.

Pubblicato su cinema | Contrassegnato da tag: , , , , , | 1 Commento »

Campagna bus atei

Pubblicato da prescinseua su 13 Gennaio, 2009

L’idea dei bus “atei” è stata della British Humanist Association, ed è stata poi ripresa negli Stati Uniti, in Australia, in Spagna. È ora venuto il momento dell’Italia: l’UAAR è pronta a fare la sua parte in questa iniziativa ormai mondiale di promozione dell’incredulità. «La cattiva notizia è che Dio non esiste. Quella buona, è che non ne hai bisogno». Il messaggio scelto dall’UAAR è stato ideato in Italia: è un messaggio che vuole invitare a riflettere, con l’aggiunta di un pizzico di fiducia e ottimismo in chiave umanista. Un messaggio che vuole evidenziare la praticabilità di un’etica senza dogmi, in un Paese dove da ogni parte si avverte la pervasività della presenza cattolica. Proprio per questo motivo, l’UAAR ha deciso di organizzare la sua campagna a Genova, la diocesi guidata dal presidente della Conferenza Episcopale Italiana. Nulla di male in questo, ovvio: la Chiesa ha e deve continuare ad avere libertà di parola. Purché vi sia adeguato spazio anche per chi cattolico non è. L’UAAR intende, pagando questa campagna pubblicitaria, riconquistare all’incredulità un po’ di quella par condicio che i mass media stentano a riconoscerle. Vuole anche ricordare alle autoritità politiche che non è così indispensabile dire sempre sì alle gerarchie ecclesiastiche, che anche i non credenti sono cittadini come gli altri e che la laicità dello Stato è un principio costituzionale. “Promemoria” tanto più necessario a Genova, dove c’è chi vuole addirittura non concedere l’autorizzazione allo svolgimento del Gay Pride Nazionale, con l’incredibile motivazione che coinciderebbe con la festa cattolica del Corpus Domini. Gli atei e gli agnostici italiani sono milioni, dicono le inchieste sociologiche. Nel loro stesso interesse, è tempo che escano dal silenzio e facciano percepire alla popolazione italiana la loro consistenza. La nostra campagna ha anche questo obbiettivo. Ma, perché abbia successo, è indispensabile che i non credenti italiani diano il loro contributo. Per questo motivo vi invitiamo a inviare all’UAAR una sottoscrizione, piccola o grande che sia, e vi ringraziamo in anticipo per questo importante gesto. Potete inviare il vostro contributo scegliendo una di queste possibilità:

  • c/c postale n° 15906357 intestato a:
    Associazione UAAR – c.p. 749 – 35122 Padova
    (causale: Erogazione liberale per campagna bus)
  • bonifico bancario sulle seguenti coordinate:
    Codice IBAN: IT68T0760112100000015906357
    Intestazione: Associazione UAAR – c.p. 749 – 35122 Padova
    (causale: Erogazione liberale per campagna bus)
  • Tramite Paypal o carta di credito, compilando il modulo presente sul sito.

fonte: http://www.uaar.it/uaar/campagne/bus/

Pubblicato su Società | Contrassegnato da tag: , , , | 8 Commenti »