Ai Nostri Posti

Ora e sempre Resistenza

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Croci, ateismo e Beethoven

Pubblicato da sandro su 4 Novembre, 2009

Vi dirò una cosa: quando, l’altro giorno, ho sentito del pronunciamento della Corte europea dei diritti dell’uomo con cui veniva accolta la richiesta di una famiglia di Abano Terme circa la rimozione del crocefisso dall’aula scolastica frequentata dal figlio, a me è subito venuta in mente la Missa solemnis in re maggiore di Ludwig van Beethoven. Se avrete pazienza, spiegherò le tortuose ragioni che mi hanno portato a quel pensiero.

Innanzitutto, da materialista recidivo quale sono, permettetemi di puntualizzare un concetto: l’esposizione, l’esibizione del crocefisso non solo nelle aule scolastiche ma, più in generale, in tutte le strutture pubbliche è, oltre che una violenza culturale nei confronti di coloro i quali non credono o credono diversamente, soprattutto un segno di sottomissione ad un’entità intangibile e indimostrabile che ha per conseguenza l’accettazione del corollario di norme etico-morali statuite dal potere clericale. Tale accettazione, per giunta, è pedissequa, non sottoposta al vaglio di alcun accertamento di volontà, subliminale. E subliminale, occulta è la pressione che da quel simbolo promana. Il dovere di uno stato laico è pertanto quello di rimuovere ogni emblema che possa costituirsi come valore superiore, trascendente l’autorità dello stato stesso. Si tratta di un’elementare norma di buon senso, che non prefigura in nessun modo l’iconoclastia o l’autoritarismo: semplicemente, è un atto che pone ciascun individuo su un piano di assoluta parità. Non so voi, ma a me disturberebbe venir giudicato da un tribunale dove campeggiasse un crocefisso o una mezzaluna o una stella di Davide.

Questo mi porta a considerare l’invalsa affermazione che vorrebbe nelle presunte radici giudaico-cristiane della nostra storia la giustificazione dello status quo. E’ una falsificazione bella e buona della realtà. Prima del 303 d.C., anno che vide l’imperatore Costantino convertirsi alla religione della croce, in Italia mi pare ci fossero già da un po’ di tempo una cultura, una società e una religione assai diverse. Lo stesso dicasi per il resto del mondo, non solo d’Europa. Alla base del nostro diritto, per dire, c’è la codificazione romana, non la teodicea. La matematica e la filosofia si sono sviluppate nel mondo arabo e in quello greco. Dopo il 303 d.C. la religione della croce ha influenzato indubbiamente l’arte e la conoscenza, spesso però – o quasi sempre – violentandole se queste non andavano a suo vantaggio. E’ appena il caso di ricordare Giordano Bruno e Galileo Galilei. Per non tacere sulle persecuzioni ai vari eretici o presunti tali, che pure dovettero in seguito essere riabilitati. Poi venne l’illuminismo, venne il razionalismo, venne il positivismo, le scoperte mediche e la teoria dell’evoluzione, la fisica, le scienze naturali: tutto ciò non fa parte del patrimonio comune? Gli stati moderni si reggono sulla separazione dei poteri e le libertà individuali – ciò che la religione condanna perché massima aberrazione concepita dall’uomo che non si soggioga al potere spirituale. La storia dell’umanità è storia di lotte per l’emancipazione dalla schiavitù, e non si arresta, guai se si arrestasse. Non capirei altrimenti lo scalpore e la partecipazione per l’eroismo di quello studente che ha messo in discussione l’infallibilità della guida suprema iraniana: quando succede lì va bene, quando succede qui è veteromarxismo? Peccato che di quel ragazzo ora non si sappia più nulla, pare l’abbiano fatto sparire. In nome di dio.

Ma torniamo al crocefisso e a Beethoven. Beethoven nutriva un profondo sentimento religioso, benché non andasse in chiesa o seguisse la vita liturgica. Aveva anzi in astio gli esponenti del clero, così come l’aristocrazia. Questo tuttavia non gli impediva di frequentare i duchi e i conti suoi patroni, né Rodolfo d’Austria in seguito creato cardinale. Leggendo le cronache dei suoi contemporanei, Beethoven viene descritto alternatamente come un fervido credente e un sospetto ateo. La ragione di quest’ambivalenza si spiega con la concezione che egli aveva della natura, nella quale ravvisava l’esistenza di un armonioso creatore, e con le tappe dolorose della sua biografia. E’ stato forse il più geniale musicista e nel contempo il più sofferente degli artisti, a causa della povertà, della sordità e dell’idealismo intransigente di cui era impregnato. Aveva però un temperamento eccezionale, era animato da una volontà incrollabile, e sentiva di essere venuto al mondo per comporre la sua musica meravigliosa, per consentire agli uomini ascoltandola – l’ha detto lui stesso – di liberarsi delle catene in cui si trascinano. A questo punto dovreste avere una discreta esperienza con la musica beethoveniana, per capire quel che intendo. Se così non è, oltre all’esortazione a provvedere all’incresciosa lacuna, accluderò in calce all’articolo un filmato significativo.

Cos’era dio per Beethoven? Un mistero, certo, e altrettanto certamente un dato di fatto. Ma il dio che adorava non era quello che tutti comunemente pregavano, era un dio col quale pretendeva entrare in contatto egli stesso in prima persona, attraverso la musica, l’amore per la natura, la fiducia nei valori più cari all’umanità: amore, libertà, fratellanza, giustizia. Sarà per questo motivo che non ha composto molta musica sacra, preferendo dedicarsi a generi più espressivi. Se però avete ascoltato la Sinfonia n. 6 in fa maggiore o gli ultimi Quartetti per archi, vi sarete resi conto che il tema della ricerca del divino è costante nella sua opera, e che spesso assume un carattere consolatorio, deve lenire gli affanni terreni. Senza dimenticare, ovviamente, la Sinfonia n. 9 in re minore, quella dell’inno alla gioia per intenderci, dove fa ripetere al coro: «Ci dev’essere un padre benevolo sopra la volta stellata». Insomma, dio per Beethoven era a un tempo un caposaldo e un’incognita, e nonostante tutto non gli impedì di vivere seguendo soltanto la sua fiera volontà.

Che c’entra dunque la Missa solemnis? C’entra col fatto che io stesso, pur conservando l’incredulità, posso bearmi della grazia di questa musica solenne e religiosissima, fino alla commozione.

Composta poco prima della celebre Nona, è il lavoro più imponente di Beethoven, una sorta di spartiacque. Dura oltre un’ora, richiede un’orchestra e un coro folti, ed è scandita da cinque momenti come prevede la liturgia canonica. Per comporla, il sommo Ludwig studiò le messe delle epoche precedenti e ne fuse i modelli così da ottenere un unicum che contemplasse le tradizioni gregoriane, barocche, classiche, ecc. Pensate che cosa può fare la mente umana quando è sorretta da convinzioni profonde, dato che il povero Beethoven era sordo da ormai molti anni, in età e disilluso riguardo al futuro. E’ curioso che sebbene l’opera sia chiaramente di carattere religioso non venga mai eseguita come tale: in primo luogo a causa della lunghezza, in secondo luogo perché la magniloquenza dell’insieme ispira davvero emozioni che vanno al di là dell’aspetto confessionale.

Io l’ascolto con una certa regolarità e sempre sbalordisco. Qui sotto metto a vostra disposizione il primo movimento, nominato Kyrie eleison, ossia signore pietà. E’ bellissimo, credetemi, li vale tutti i dieci minuti che spenderete per ascoltarlo. Questa oltretutto è una buona registrazione: l’orchestra di Amsterdam diretta dal grande Leonard Bernstein.

In conclusione, tutta questa fiera di chiacchiere per dire una cosa banale: è stupido litigare per colpa della religione, è stupido imporre agli altri le proprie convinzioni. Si può andare a scuola o in municipio anche se i muri sono bianchi. Si può ascoltare una messa solenne anche se non si crede in dio. L’importante è la bellezza. L’importante è l’umanità.

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Contro la religione a scuola

Pubblicato da sandro su 20 Ottobre, 2009

Cosa c’è di sensato nella proposta di istituire l’ora di religione islamica nelle scuole italiane? Niente. Quando l’ho sentito dire, l’altro giorno, stavo facendo colazione, era sabato mattina, e il cucchiaino del caffelatte m’è caduto nella scodella, come succede nei film. Possibile che si debba sempre gareggiare a chi è più imbecille? Apprendere poi che la folgorante trovata appartiene ai poco arieggiati encefali di Fini e D’Alema, non mi ha sorpreso; mi ha semmai confermato quanto quelle due cariatidi stiano disperatamente smaniando per accreditarsi come innovatori della politica de noantri e fautori di un preoccupante sincretismo Pd-Pdl. Fini non è nuovo alle tanto osannate dai media «aperture», dovendo purgarsi da anni (per me incancellabili) in cui sosteneva che Mussolini è stato il più grande statista del Novecento. D’Alema, dopo appena un trentennio di resistibile presenza parlamentare, non è invece nuovo alle «convergenze» con le «aperture»; ma lui, sapete, è intelligente, vede più lontano di noi comuni mortali. Sarò lapidario, tranchant: idiozie, sono soltanto idiozie.

Io sono ateo e materialista, per cui vedo nella religione non solo una falsa e deformante dottrina ontologica, ma anche un pericoloso fomite di dogmi e principi etici che, in modo inevitabile, conducono al regresso, all’ineguaglianza e al bigottismo conformista. Non esiste religione in grado di mantenere le promesse di libertà e felicità codificate nei cosiddetti testi sacri o propalate dai sedicenti rappresentanti della divinità in terra. Dovunque nel mondo si possono riscontrare i soli, ovvi, conseguenti effetti che l’applicazione delle teorie religiose ha comportato nelle società. Laddove il passaggio dei lasciti illuministici non ha potuto esercitare la propria influenza nei sistemi di governo, il potere assoluto dei religiosi ha fatto strame della pluralità. Laddove i confini fra ciò che pertiene allo stato e ciò che pertiene al tempio non sono nettamente, insormontabilmente marcati, le blandizie della superstizione fanno proseliti presso le istituzioni e condizionano in maniera pesante, iniqua e inaccettabile l’esercizio della democrazia. La religione infatti – qualunque religione – aborrisce la democrazia.

Uno stato laico deve garantire la libertà di culto. Nello stesso tempo deve provvedere affinché le tendenze egemoniche del teismo non attecchiscano, guastandole, sulle fondamenta dello stato stesso. Questo può avvenire se la religione viene vissuta e praticata intimamente, in ambiti e strutture a quello scopo destinati. Per il resto la vita pubblica dev’essere del tutto neutra, impermeabile alle rivendicazioni delle chiese. Nessuna violenza – né personale né psicologica – dev’essere consentita al credente o inflitta al credente. Nello stato laico ciascuno è libero d’essere quel che sente d’essere, senza limitazioni. Il bene supremo della libertà di pensiero, d’espressione, di vita e di morte non può mai venir messo in discussione, perché a quel punto l’uomo cessa d’essere tale e diventa ostaggio dell’arbitrio altrui. La legge, sintesi delle anime razionali degli abitanti dello stato, è l’estremo, accettabile limite, in quanto scaturito da una condizione di libertà per mantenere, estendere, migliorare la libertà. I limiti d’ordine irrazionale contraddicono i termini medesimi dell’azione normativa e pertanto non sono accettabili.

Quanto detto finora è purtroppo una chimera. Paesi come il nostro sono l’esempio lampante e deleterio del danno arrecato dalle infiltrazioni religiose all’impianto statale. Se a tutt’oggi in Italia non esistono leggi sul testamento biologico, l’eutanasia, la fecondazione medicalmente assistita, le coppie di fatto, ecc. – tutte cose normali in paesi modernamente secolarizzati – la colpa è da attribuirsi alle macchinazioni politico-teologiche della religione cattolica. Perdere il controllo sulle volontà di coloro che tale confessione ritiene i propri sudditi, equivale a snaturare la sua stessa esistenza e – quel che più conta – rinunciare ai privilegi economici e politici connessi al costante esercizio della pressione sulle istituzioni. La via da percorrere non è dunque quella che conduce al tempio, bensì quella che se ne allontana.

L’uomo non nasce religioso, la religiosità è un sentimento a lui totalmente estraneo, se non gli venisse inculcato da bambino probabilmente da grande non se ne curerebbe affatto, e la sua vita – la qualità della sua vita – non ne risentirebbe in nulla. Anzi, a patto che cresca assorbendo nozioni di filosofia e letteratura, vivrebbe meglio, più libero, più forte. Ecco perché il clero di qualsivoglia religione si preoccupa tanto affinché sin da piccoli i figli degli uomini s’accostino all’indottrinamento. Per ghermirli e asservirli. Il mascheramento prediletto è il pretesto degli imprescindibili connotati di cultura tradizionale che l’apprendimento della religione apporterebbe. Ma non esiste una sola prova, non esiste un solo riscontro reale che quanto affermato dalle discipline religiose sia vero. L’afflato religioso è mosso unicamente dalla terribile, per l’uomo, certezza della morte e dall’angoscia che ne discende. L’incrollabile superbia dell’essere umano, che innalza sé stesso a modello di perfezione, inventa un’entità superiore e indeterminata sulla quale proietta i pregi e gli attribuiti migliori, creandosi l’illusione di poter un giorno partecipare all’identica compiutezza. L’uomo venera l’uomo.

Penso che insegnare la religione nelle scuole sia un errore madornale. Parificare il pensiero scientifico-speculativo a quello magico-religioso è una forzatura pedagogica intollerabile. Preferibile sarebbe l’insegnamento della storia delle religioni, un approccio critico, dialettico alle tradizioni mistiche. L’operazione che si tenta di porre in atto col pretesto della diversità culturale è invece il contrario della sensatezza. I ragazzi e le ragazze del XXI secolo dovrebbero imparare a convivere al di là delle rispettive credenze. Sono in tutto e per tutto concorde con Michel Onfray, quando esecra l’accezione contemporanea del termine: relativismo. In conclusione, più Darwin e Feuerbach, meno Dio, Allah e Yahweh.

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Il senso della Binetti per la laicità

Pubblicato da sandro su 15 Ottobre, 2009

Il problema è questo. Adesso tutti vorrebbero che Paola Binetti, dopo l’ennesimo sfregio alla laicità commesso sotto le insegne del Pd, e addirittura in suo nome, si dimettesse dal partito levando lei le castagne dal fuoco al leader di turno. Ma se questo non accade il caso Binetti diventa una sorta di drammatico gioco di ruolo che scatena uno strano cortocircuito nelle primarie.

Pensateci anche solo per un attimo: Franceschini dovrebbe assumersi la responsabilità di cacciarla, ma se lo fa davvero, fornisce a uno dei suoi principali alleati, Francesco Rutelli, il casus belli che aspetta da mesi per mettere in pratica la sua sospirata scissione. E’ difficile che il segretario possa permetterlo, ed ecco perché Franceschini spara sulla Binetti sperando che si arrabbi. Il problema così si riversa su Bersani. Certo, se l’ex ministro prendesse una posizione chiara su questo, recupererebbe voti a sinistra, e potrebbe vincere più facilmente le primarie. Ma se lo facesse si esporrebbe anche a quello che considera il suo tallone d’Achille: quello di essere considerato un comunista travestito pronto ad operazioni di purga, e alla cancellazione delle identità di minoranza. Se a cacciare la Binetti è Bersani, diventa un mangiapreti. Se i primi due leader ragionano così, il corollario inevitabile è che alle primarie la candidatura Marino diventi un bene-rifugio. L’unico custode della laicità è lui – finirebbero per pensare molti iscritti – dunque lo voto. Un bel dilemma, in cui l’unico modo per fuggire alla prigionia dei ruoli è un atto di coraggio dei primi due leader del Pd. Riusciranno a trovare la forza?

Adesso, però, vorrei provare a ragionare su Paola Binetti e sui paradossi che la sua figura apre.

Anche lei di coraggio ne ha. Da anni viene percepita come un corpo estraneo, da anni, con una determinazione che rasenta la vocazione dei martiri, continua imperterrita la sua battaglia anti-illuminista a tutto campo. Al Senato – durante la crisi di Prodi – più di una volta aveva votato contro il governo sempre rischiando di essere determinante. Veltroni e Franceschini si erano illusi di depotenziarla spostandola alla Camera senza capire che, ovviamente, il problema era politico. Le Binetti e le Dorina Bianchi non pesano per il loro seguito, ma per il loro valore simbolico ed evocativo. Entrano nel problema identitario del Pd e, anche senza parole, sostanzialmente dicono ai suoi leader: voi siete un partito che si regge su di un compromesso fragile, e su una amalgama mal riuscita. Io, noi, vi legittimiamo. Mettendo dentro il vostro Dna il suo contrario, voi conquistate un passaporto di legittimità che non siete riusciti ad ottenere altrimenti. Pochi ricordano come fu affondata la legge sulle unioni civili stesa con molta fatica dalla Pollastrini e dalla Bindi. Con un semplice sms spedito dalla Binetti (che stava al Senato) ad Anna Serafini, che era capogruppo in commissione. Il senso era molto chiaro: se questa legge passa, noi ce ne andiamo. Lo stesso paradosso che pesa oggi sulle spalle di Bersani, finì per gravare su quelle di Fassino. Sta nascendo il Pd, posso permettermi di espellere una cattolica? No. E così tutti i progressisti dovettero pagare dazio all’integralismo guerrigliero della Binetti.

In quei giorni invitai per la prima volta la Binetti a Tetris, nel mio programma, e in quella puntata accaddero cose incredibili. Era la sua prima apparizione televisiva, perché i grandi media non si curavano di lei. Noi avevamo affidato a Mike Bongiorno il consueto quiz per i politici. E Mike – l’ho ricordato su questi sito tempo fa – chiese alla Binetti: “L’omosessualità è: A) Una normale caratteristica di una persona B) Una malattia?”. Ricordo ancora oggi il primo piano terreo della Binetti, su cui si stampò un’espressione di sofferenza vera. Cercò di fermarsi, di dire parole caute, ma quello che aveva dentro le uscì fuori. Disse quello che pensava allora e che pensa ancora oggi: che era “Una malattia”. Nella stessa puntata, dopo il quiz, portai in studio un cilicio. Solo questo gesto aveva in qualche modo turbato la nostra piccola redazione. Avevamo scoperto che il cilicio non si vende, e ne avevamo trovato uno in modo semi-clandestino, su internet. Prima di andare in onda questo oggetto era passato fra di noi di mano in mano, suscitando stupore, perché tutti avevano ceduto alla tentazione di calzarlo, ritrovandosi i suoi rostri nella carne. Non la capisci, la ferocia autoflagellatoria del cilicio finché non ti incide la pelle. Chiesi alla Binetti se veramente lo portasse con regolarità. Lei mi rispose: “Ma certo!”. Allora portai quell’incredibile strumento in studio. Mi venne istintivo metterlo in mano a Chiara Moroni, socialista laica del Pdl, anche lei ospite. Ancora oggi, rivendendo quelle immagini, si può notare l’espressione esterrefatta di Chiara. Ma chi ci stupì, ancora una volta, fu la Binetti, che assunse un tono materno e persuasivo verso la collega: “Cara, non ti deve spaventare. Il cilicio ci ricorda il dolore della donna che partorisce… Ci ricorda la sofferenza degli occhi dopo una giornata passata a lavorare al computer. Ci ricorda il dolore della vita che troppo spesso dimentichiamo”. Siccome la televisione ha sempre dei momenti di verità, il dialogo che seguì fu quasi simbolico. Chiara quasi esplose: “Ma il dolore della vita noi non lo vogliamo, lo subiamo nostro malgrado! E il dolore di un parto è accettabile solo perché produce la vita, non perché sia un valore in sè!”. Senza volerlo, avevamo messo a fuoco la differenza fra l’ideologia della penitenza e quella della laicità.

Franco Grillini, che si era scontrato durissimamente con la Binetti dopo la risposta sull’omosessualità (“Se dici questo sei fuori dall’ordine dei medici!”) scelse la via del sarcasmo: “Io sul cilicio difendo la Binetti: ho sempre pensato che tutti hanno diritto alle proprie passioni sadomasochistiche”. Lei si arrabbiò davvero, e iniziò ad urlare. Nessuno, vedendo quella scena, avrebbe potuto pensare che entrambi facessero parte dello stesso partito. La Repubblica, il giorno dopo, aprì un’intera pagina sul caso, e Rutelli bacchettò la Binetti: “Non doveva andare in un programma così”. Non perché non condividesse le sue idee, dunque, ma perché considerava poco prudente averle espresse.

Incontrai la Binetti due giorni dopo, al Senato. Ero convinto che mi volesse sbranare. Invece era sinceramente dispiaciuta: “Non dovevo accettare di parlare del cilicio, ma è stata colpa mia”. L’avevo intervistata più volte, quanto basta per capire che lei non inseguiva tornaconti, non ha ambizioni personali. Piuttosto si sente come una guerriera crociata, che deve difendere la croce e Cristo in questa battaglia di testimonianza in Parlamento, esattamente come un soldato del medioevo si doveva immolare per il santo sepolcro. Dopo la valanga di polemiche che le precipitarono addosso per aver definito l’omosessualità una malattia inventò una sua forma di espiazione privata, credo sincerissima. Andò ad accudire la collega Paola Concia, che all’epoca conosceva appena, in un delicato intervento per un tumore. Non era una furbata, come ha volgarmente ipotizzato qualcuno: era l’unico contrappasso umano che potesse aggirare il suo problema ideologico anti-gay, il suo dogma identitario. Era la via del samaritano, imboccata per controbilanciare la ferocia della guerriera crociata. Ieri, l’inconciliabilità di questa soluzione si è risolta teatralmente con il voto della Binetti speso per affondare la legge della Concia. La pietas umana non poteva distogliere il guerriero di Cristo dalla sua missione. Ed è questo il vero motivo per cui la Binetti deve essere laicamente espulsa dal Pd: lei non se ne andrebbe mai, perché affermare la sua fede tra gli infedeli è ai suoi occhi un elemento di merito: essere dileggiata, attaccata, odiata, è parte della sua missione di testimonianza, solo un altro modo di indossare un cilicio.

Detto questo, devo aggiungere che ho molta più stima per la Binetti e della sua tetragona coerenza che per gli arrampicatori di muri che nel Pd, per mille motivi di utilità contingente, hanno finito per strumentalizzarla, e farsi strumentalizzare da lei. Più stima di lei, che per il convertito Rutelli che srotolava la nasiera pontificia dal bancone di Montecitorio per protesta contro il Vaticano, e che adesso bacia gli anelli dei prelati. In fondo lei ci consegna un paradosso mirabile e corrosivo, nel degrado della seconda repubblica. Paola Binetti non è il tipo di politico disposto a compromessi e mediazioni sui suoi valori. Per questo è una figura che tutti vorrebbero avere in una coalizione. Possibilmente l’altra.

Luca Telese

Il Fatto Quotidiano

14 ottobre 2009

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Vita e morte, considerazioni generiche

Pubblicato da sandro su 16 Luglio, 2009

Oreste Bossini, il valente conduttore di Radio 3 Suite, ieri sera, in conclusione, ha letto l’articolo del Corsera che dava conto della morte di Sir Edward Downes, direttore d’orchestra ottantacinquenne, e di sua moglie Joan, ex ballerina settantaquattrenne. Poiché vi destino al link qui sopra per apprendere i particolari, passo direttamente ad un breve commento sulla vicenda.

Morire è sempre tragico. Per un essere umano ricco di passioni, affetti e interessi, poi, un’autentica sciagura. Nondimeno siamo tutti accomunati dalla medesima sorte. Ciò che angoscia, nell’atto finale, è l’impossibilità di sapere se esso sarà cruento oppure no, dolente oppure no. L’idea di dover soffrire due volte – la prima per la disperazione del decesso, la seconda per il suo carattere funesto – risulta intollerabile e ci si augura non capiti proprio a noi, quando si viene a sapere degli strazi subiti da altri. Altrettanto orribile è il pensiero di essere cosciente, nel pieno delle facoltà, e vedersi e sentirsi limitato, intrappolato in un corpo che non reagisce, non parla, non comunica, che espleta le funzioni fisiologiche per mezzo di cavi, sonde, respiratori, macchine; e sapere di avere dieci, quindici, vent’anni davanti a sé in tal modo. La morte, a quel punto, diventa perfino oggetto di desiderio, un chiodo fisso, la forza liberatrice, fomite di giustizia.

Personalmente non so immaginare niente di più atroce dell’imposizione di starsene paralizzati a letto, d’avere un cervello vivo in un corpo recalcitrante, dell’umiliazione di non avere più riservatezza né intimità. Vivere non può ridursi a venir imboccati, puliti, carezzati come un lattante. Vivere – parlo per me – vuol dire leggere, scrivere, ascoltare una sinfonia, passeggiare in una fredda notte di novembre, fumare una sigaretta mentre si prende il caffè con un amico, andare al cinema, entusiasmarsi per un dibattito, un saggio, una polemica, o attraversare la campagna in bicicletta. Se un domani non potessi fare questo, la mia vita non avrebbe senso e vorrei darmi la morte, non c’è dubbio. Se fossi affetto da una malattia incurabile, o se versassi in uno stato di paralisi, d’incoscienza permanente, vorrei non ci si accanisse sulla mia pelle, vorrei fossero sospese le cure inutili, oltre all’alimentazione e all’idratazione forzate.

L’individuo viene prima di tutto, i suoi diritti, le sue prerogative esclusive su sé stesso, la sua libertà. Il corpo appartiene all’individuo e non glielo si può sequestrare per alimentare il culto feticcio della vita al di là dell’esistenza. E’ inaccettabile che il contenitore condanni il contenuto a marcire immobile, esasperato, in una dilatazione infinita del tempo e dello spazio. Con tutto il nostro vigore dovremmo opporci alla violenza dell’estremismo religioso – perché è di questo che si tratta. Ciascuno deve poter decidere della propria vita, dal primo all’ultimo istante, secondo scienza e coscienza, ma anche secondo il proprio sentimento. Per queste ragioni sono favorevole all’eutanasia, non disapprovo il suicidio, e vorrei che il paese nel quale sono capitato si allineasse a quelli nei quali è praticata non la barbarie bensì il principio di autodeterminazione. Morire non dev’essere vergognoso né dev’esserlo la fine della vita. Nessuno conosce noi stessi meglio di noi stessi: perché dovremmo demandare ad altri decisioni che coinvolgono solo e soltanto noi?

Mi rendo conto dell’opinabilità delle mie affermazioni, anzi sarebbe bello se a partire da questo post si sviluppasse una discussione, e tuttavia le ribadisco con fermezza. Del resto nell’abitare in un pase dove si vuol negare addirittura il diritto costituzionale al consenso informato, c’è poco, davvero poco da stare allegri.

Abbiamo bisogno di rispetto, diritto, libertà. Non siamo sudditi. Non ancora.

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Dissenso e manganello: Vicenza, per noi

Pubblicato da sandro su 5 Luglio, 2009

Nella giornata dell’indipendenza, Vicenza si trova sotto occupazione militare; migliaia di agenti in assetto antisommossa, con i manganelli in pugno e le maschere antigas al volto, si sono schierati fin dalla mattina nell’area limitrofa al Dal Molin, smentendo le parole del questore Sarlo che nei giorni passati aveva dichiarato che il corteo sarebbe stato libero di percorrere le strade della città.

Una prova – l’ennesima – dell’arroganza di chi vuol imporre la nuova base statunitense; un messaggio chiaro, a sfidare coloro a Vicenza come altrove si ostinano a “osare la speranza”. Nella città del Palladio, diceva quell’ingente quanto minaccioso schieramento di militari accompagnati da decine di mezzi blindati, la democrazia non esiste. Accettare e aver paura è quel che il governo chiede ai vicentini.

Una situazione, quella che si sono trovati di fronte i manifestanti quest’oggi, sulla quale Obama ha da dare più d’una spiegazione. Perché se questo è il cambiamento promesso dal presidente statunitense, qualcosa non torna. Non solo ai vicentini è stato vietato esprimersi con una consultazione popolare; non solo è stato impedito ai cittadini di conoscere le conseguenze che avrebbe la realizzazione del progetto, attraverso una Valutazione d’Impatto Ambientale. Quest’oggi, con lo schieramento provocatorio di migliaia di carabinieri ai margini del percorso della manifestazione, si è anche tentato di impedire l’espressione del dissenso.

Come scriveva il commissario Paolo Costa, per chi vuol imporre la nuova base è necessario “sradicare alla radice il dissenso locale”; e, visto che di argomentazioni convincenti a sostegno del progetto non ce ne sono, da alcuni mesi la questura ha deciso di mostrare il muso duro. Botte lo scorso 6 settembre sui vicentini seduti per terra; minacce il 10 febbraio contro chiunque osava avvicinarsi a Via Ferrarin. E, oggi, un’occupazione militare che ha fatto sembrare Vicenza una zona di guerra più che una città in cui è riconosciuto il diritto democratico di manifestare.

È servito il coraggio di esserci di migliaia di persone – almeno 20 mila – per difendere il diritto di percorrere strada S. Antonino senza la minacciosa presenza di manganelli e maschere antigas; è servita la determinazione di una mobilitazione che per il suo non volersi arrendere all’imposizione viene messa all’indice come violenta ed estremista.

Ma a chiunque percorreva oggi l’area intorno al Dal Molin era evidente chi difende l’illegalità e chi la democrazia: da una parte migliaia di agenti armati di tutto punto, a intimidire una città che vuol costruire il proprio futuro; dall’altra un corteo composito, trasversale, che ha capito che i reticolati e la militarizzazione del territorio sono la metafora dell’imposizione. Chi oggi difendeva militarmente il Dal Molin ha difeso un’illegalità imposta con l’autoritarismo; e accettare questa situazione senza rivendicare con determinazione il proprio diritto a manifestare liberamente equivaleva ad alzare le mani di fronte a coloro che vogliono calpestare, con i propri scarponi chiodati, la città berica.

Lo sappiamo: domattina si aprirà la gara dei moralisti; perché in tanti preferiscono abbassare la testa al violento vassallo di turno – il questore Sarlo – invece di denunciare l’insopportabile occupazione della città. Perché troppi non hanno il coraggio di riconoscere che i manifestanti hanno il diritto di tutelarsi e difendersi di fronte a un’arrogante rappresentazione della forza con la quale lo Stato vorrebbe far valere la propria decisione di costruire la base.

Oggi abbiamo visto il vero volto di chi vuol imporre la base: arrogante, minaccioso, violento; volevano costruire una trappola in cui far sfilare un corteo umiliato e minacciato dallo schieramento, ai suoi lati, di migliaia di militari. Ma, oggi, abbiamo visto ancora una volta il volto della Vicenza che ama la sua città: incredula, di fronte a tanta militarizzazione, ma anche determinata e incazzata. La città berica non si fa calpestare. No Dal Molin? Yes, we can.

(fonte: www.nodalmolin.it)

I ‘No Dal Molin’ festeggiano il 4 luglio con una dichiarazione d’indipendenza dagli Usa

di Paola Zanca

Mentre a Lecce torna la Notte bianca, la Riviera Adriatica si sollazza nella Notte Rosa, e mezza Italia è in fibrillazione per l’inizio dei saldi, a Vicenza, sabato 4 luglio, dichiarano l’indipendenza dagli Stati Uniti d’America. Nessuna guerra di mezzo, sia chiaro. A Vicenza vogliono la pace. E proprio perché di armi e divise non ne possono più, i No Dal Molin tornano in piazza. O meglio, tornano nel terreno chiuso dal filo spinato dove gli americani vorrebbero allargare la loro base.

Obiettivo: riprenderselo. E quale giorno migliore di quello in cui nacquero gli States? Come loro si liberarono dai coloni britannici, dicono a Vicenza, noi vogliamo l’indipendenza dagli oppressori americani. Insieme a loro ci saranno tante persone, ne prevedono – perfino dalla questura – dalle dieci alle quindicimila. Arriveranno con treni e pullman (http://www.nodalmolin.it/spip.php?article324) da tutta Italia. E poi, dalla parte dei No Dal Molin, ci saranno anche Gino Strada e la sua Emergency, l’Arci, i Beati Costruttori di Pace, Attac, Donne in Nero, il sacerdote genovese don Andrea Gallo, gli scrittori Ascanio Celestini, Massimo Carlotto, Erri De Luca. E ancora Noam Chomsky, Dario Fo, Franca Rame, Oliviero Beha e Marco Travaglio.

L’ospite che loro aspettano, però, è soprattutto un altro. Si chiama Barack Obama, e nei prossimi giorni sarà in Italia per partecipare ai lavori del G8. Non gli chiedono molto. «A noi basta che si affacci dal piazzale della Vittoria di Monte Berico – spiegano i No Dal Molin – e veda dove l’arroganza del suo predecessore e il servilismo idiota dei nostri governanti hanno piazzato una base per fare guerre e terrorizzare il mondo. Poi – aggiungono – decida lui il da farsi». Gliel’hanno chiesto in una lettera (http://www.nodalmolin.it/spip.php?article342) una settimana fa, appellandosi a valori come «la democrazia, il rispetto, la legalità, la trasparenza».

Insomma, guai a parlare di antiamericanismo, ma sabato a Vicenza si faranno sentire. Un blitz l’hanno già fatto, più o meno un mese fa (http://www.nodalmolin.it/spip.php?article210). Una decina di loro sono stati denunciati per introduzione clandestina in luoghi militari. Onde evitare problemi, questa volta, lo spiegamento di poliziotti e carabinieri sarà massiccio più che mai. L’ordine da rispettare è uno: vietato entrare nell’aeroporto. «I manifestanti non potranno accedere in viale Ferrarin – ha spiegato il prefetto Piero Mattei – Il corteo dovrà fermarsi alla rotatoria di viale Dal Verme». I No Dal Molin ci proveranno lo stesso: «Lo faremo con la tranquillità e la determinazione che caratterizzano la mobilitazione vicentina – spiegano – ma senza assoggettarci al diktat di quanti sono stati incaricati dal governo di difendere l’imposizione del cantiere e che vorrebbero anestetizzare la nostra mobilitazione, rendendola folkloristica e non efficace. Entrare al Dal Molin – proseguono – significa restituire la dignità calpestata alla città del Palladio; ma, anche, ristabilire con determinazione la differenza tra la condizione di cittadini – quali noi vogliamo essere – e sudditi del governo di turno. Perché quel che è in gioco a Vicenza, ancor prima della falda acquifera e del territorio, è la possibilità reale di noi donne e uomini di poter incidere sul futuro dei nostri borghi, dei nostri quartieri, delle nostre città».

D’altronde, ne hanno fatte tante. Ricordiamo solo alcune delle ultime: un referendum fatto nonostante l’annullamento da parte del Consiglio di Stato, l’invio di una delegazione a Washington, l’acquisto collettivo del terreno su cui sorge il Presidio permanente e dove, secondo il progetto, dovrebbe essere realizzato l’ingresso nord della base militare. Molte altre cose, potete trovarle in questo video, http://www.youtube.com/watch?v=L50lIuGc2wg che ripercorre due anni e più di lotta. Quelli in cui Vicenza è diventata «uno dei simboli delle contraddizioni nelle quali si inceppano la politica rappresentativa e i meccanismi di delega politica».

(www.unita.it)

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L’indipendenza di Vicenza

Pubblicato da sandro su 4 Luglio, 2009

Quando nel corso di eventi umani, sorge la necessità che un popolo sciolga i legami politici che lo hanno stretto a un altro popolo [...] un conveniente riguardo alle opinioni dell’umanità richiede che quel popolo dichiari le ragioni per cui è costretto alla secessione. [Incipit alla Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America]

Vogliamo essere indipendenti nel costruire il futuro del nostro territorio; vogliamo che quest’ultimo sia sensibile alle opinioni di gran parte dell’umanità che rifiuta e, troppo spesso, subisce la guerra come strumento di controllo e oppressione. Vogliamo costruire l’Altrocomune come pratica di autogestione e autonomia dei cittadini, fondandolo sulla disobbedienza alle imposizioni e sulle pratiche condivise; vogliamo riprenderci la nostra terra come luogo del vivere bene collettivo e non come oggetto di scambio tra governi.

Dall’8 al 10 luglio, all’Aquila, si terrà il vertice del G8; in un luogo volutamente scelto perché non ci siano voci di dissenso, capi di stato e di governo si riuniranno per decidere le sorti del nostro futuro, senza di noi. Tra essi, ci sarà il Presidente statunitense Obama: come si giustificano le sue promesse sulla fine dell’arroganza militare statunitense quando a Vicenza fa base la guerra?

La vicenda vicentina rappresenta, da questo punto di vista, una delle tante contraddizioni nella politica estera statunitense che promette legalità, rispetto e trasparenza, ma pratica illegalità, sopruso e imposizione. Come annunciato da importanti esponenti dell’amministrazione nordamericana, il Dal Molin sarà oggetto di discussione del summit al G8, non per restituire la democrazia a coloro a cui è stata negata, bensì come oggetto di accordo segreto e scambio tra governi per la ridefinizione, a partire da Africom, della presenza militare statunitense in Italia.

Vicenza, patrimonio Unesco, è assoggettata alle servitù militari; la città che ha espresso la propria netta opposizione e ha ricevuto per questo la solidarietà di ogni angolo d’Italia, ha visto il bavaglio stringersi sulla sua bocca: palesi illegalità progettuali hanno accompagnato il tentativo di “sradicare alla radice il dissenso locale” prima impedendo alla città di esprimersi, poi perseguendo centinaia di cittadini con condanne pecuniarie e procedimenti penali.

Ma Vicenza è anche uno dei tanti luoghi di costruzione di quel mondo che non accetta il diktat di quanti, riuniti per pochi giorni nelle regge imperiali, vorrebbero scrivere a tavolino la nostra storia. Quello del movimento vicentino non è un romanzo romantico e triste; le donne e gli uomini di questa città vogliono riscrivere la storia reale, stracciando le pagine su cui politici e militari hanno già disegnato il suo futuro di asservimento e tacita accettazione.

Il 4 luglio, giornata in cui gli statunitensi festeggiano la propria indipendenza dall’impero britannico, vogliamo decretare la nostra indipendenza dall’impero militare statunitense, liberando la terra dalla presenza di una nuova base di guerra.

Nei tre anni di mobilitazione trascorsi abbiamo imparato che un sol giorno non cambierà le sorti della nostra città; ma sappiamo anche che la strada che abbiamo davanti non può che portarci a nuove sfide: per questo, alla vigilia del vertice del G8 e dell’arrivo in Italia di Obama, chiediamo alle donne e agli uomini che vogliono opporsi alla militarizzazione e alla guerra di tornare nelle strade di Vicenza e iniziare a costruire, dal basso e collettivamente, l’indipendenza dell’Altrocomune, ovvero un territorio libero e inospitale alla presenza militare perché vissuto e realizzato da un arcobaleno di diversità che, nel costruire un mondo di pace, liberano il territorio dalle servitù militari e dalle devastazione ambientale.

4 luglio 2009 a Vicenza, restituiamo il Dal Molin ai cittadini
Indipendenza, dignità, partecipazione:
la terra si ribella alle basi di guerra.

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Sito ufficiale No Dal Molin

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MicroMega: lettera a Franceschini sul testamento biologico

Pubblicato da sandro su 2 Marzo, 2009

Stimato onorevole Franceschini,
appena eletto segretario del Partito democratico, lei ha fatto riferimento alla laicità come valore irrinunciabile del suo partito, in quanto valore irrinunciabile della carta costituzionale. Il banco di prova della coerenza pratica rispetto a questa affermazione è costituito dall’atteggiamento che il suo partito assumerà nella discussione sulla legge cosiddetta “fine-vita”.
Laicità significa che nessuna convinzione religiosa o morale viene imposta per legge da un gruppo di persone, per quanto ampio, alla totalità dei cittadini. E questo vale più che mai per quanto riguarda ciò che è più proprio di ciascuno, che fa anzi tutt’uno con la propria esistenza, la sua stessa vita, e la parte finale di essa.
E infatti la Costituzione della Repubblica nel suo articolo 32, e la convenzione di Oviedo ratificata dall’Italia, la legge sul servizio sanitario nazionale, e numerose e univoche sentenze della Cassazione negli ultimi anni, stabiliscono in modo tassativo che nessun cittadino può essere sottomesso a “interventi nel campo della salute” senza il suo consenso (debitamente informato) e che tale consenso può essere ritirato in qualsiasi momento. La convenzione di Oviedo evita ogni distinzione tra “cure” e altri interventi (“di sostegno vitale”, ecc.) proprio perché non si possa giocare sulle parole e violare così il diritto del paziente di rifiutare qualsiasi trattamento medico e/o ospedaliero (tranne che per gli eccezionali motivi di sicurezza pubblica: epidemie, vaccini e simili).
Sulla propria vita, insomma, può decidere solo chi la vive, e nessun altro. Questo l’abc della laicità che l’Europa tutta ha adottato in campo medico, confermando l’essenzialità del consenso informato nell’articolo 3 della carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.
Il disegno di legge Calabrò distrugge tale diritto. All’art. 2, comma 2 dice infatti: “L’attività medica, in quanto esclusivamente finalizzata alla tutela della vita e della salute, nonché all’alleviamento della sofferenza non può in nessun caso essere orientata al prodursi o consentirsi della morte del paziente, attraverso la non attivazione o disattivazione di trattamenti sanitari ordinari e proporzionati alla salvaguardia della sua vita o della sua salute, da cui in scienza e coscienza si possa fondatamente attendere un beneficio per il paziente”.
Il che significa che Piergiorgio Welby non potrebbe far disattivare il respiratore artificiale, e che Luca Coscioni non avrebbe potuto rifiutare la tracheotomia, e che l’amputazione di un arto che va in gangrena diventerebbe coatto, e così la trasfusione di sangue anche a chi la rifiuta per motivi religiosi (tutti rifiuti garantiti oggi dalla legge e più volte applicati fino al “prodursi della morte del paziente”).
Non basta. L’articolo 5 comma 6 stabilisce che “Alimentazione ed idratazione, nelle diverse forme in cui la scienza e la tecnica possono fornirle al paziente, sono forme di sostegno vitale e fisiologicamente finalizzate ad alleviare le sofferenze e non possono formare oggetto di Dichiarazione Anticipata di Trattamento”. In tal modo il cosiddetto testamento biologico diventa una beffa. Qualsiasi cosa abbia stabilito il cittadino, davanti a un notaio e reiterando le sue volontà ogni tre anni, il sondino gli sarà messo in gola a forza. I medici delle cure palliative hanno del resto spiegato drammaticamente che alimentazione e idratazione non alleviano ma moltiplicano e intensificano le sofferenze nei malati terminali. Queste sofferenze aggiuntive, che è difficile non definire torture in malati in quelle condizioni, diventano con questa legge obbligatorie.
E’ evidente il carattere anticostituzionale di tale legge, ma anche il suo carattere semplicemente disumano. Purtroppo gli emendamenti proposti dal suo partito (primo firmatario Anna Finocchiaro) lasciano intatta la violenza dell’articolo 2 comma 2, e aprono solo un modesto spiraglio rispetto a quella dell’articolo 5 comma 6. Non parliamo della cosiddetta “mediazione” di Rutelli, praticamente indistinguibile dal disegno di legge della maggioranza, e che non a caso è stata benevolmente accolta dall’on. Quagliariello.
Il Partito democratico aveva il suo progetto di legge da anni, e con tale programma andò alle elezioni che portarono al secondo governo Prodi: la legge firmata da Ignazio Marino. Ogni passo indietro rispetto a tale proposta sarebbe una rinuncia pura e semplice ai diritti elementari sanciti dalla Costituzione, dalla convenzione di Oviedo, dalle sentenze della Cassazione.
Abbiamo letto che il suo partito sarebbe comunque orientato a dare ai suoi parlamentari “libertà di coscienza” al momento del voto. Ci sembra che tale atteggiamento sia frutto di un fraintendimento molto grave.
Se venisse presentato un disegno di legge che stabilisce la religione cattolica come religione di Stato, proibisce il culto ai protestanti valdesi e obbliga gli ebrei a battezzare i propri figli, sarebbe pensabile – per un partito politico che prenda sul serio la Costituzione – lasciare i propri parlamentari liberi di “votare secondo coscienza”, a favore, contro, astenendosi? O non sarebbe un elementare dovere, vincolante, opporsi a una legge tanto liberticida?
La legge ora in discussione sulle volontà di fine vita è, se possibile, ancora più liberticida (e disumana) di quella sopra evocata. Non costringe al battesimo forzato, costringe al sondino forzato, al respiratore forzato, a qualsiasi accanimento che prolunghi artificialmente una vita che, per la persona che la vive, non è più vita ma solo tortura. Peggiore quindi della morte.
In ogni caso la libertà di coscienza del parlamentare non può essere invocata per violare e cancellare la libertà di coscienza delle persone.
Siamo certi perciò che nulla di tutto questo accadrà, e che in coerenza con il valore della laicità da lei riaffermato, il Partito democratico non tollererà scelte che violino, opprimano e vanifichino l’elementare diritto di ciascuno sulla propria vita.

Andrea Camilleri
Paolo Flores d’Arcais
Stefano Rodotà
Umberto Veronesi

(25 febbraio 2009)

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La nuova legge truffa

Pubblicato da sandro su 15 Febbraio, 2009

Torna un’espressione che sembrava confinata nel passato – “legge truffa”. Ed è giusto che si dica così, perché non altrimenti può essere definito il testo preparato dalla maggioranza per introdurre nel nostro sistema le “direttive anticipate di trattamento” (o testamento biologico) e che, in concreto, ha l’opposto obiettivo di cancellare ogni rilevanza della volontà delle persone. Non solo per quanto riguarda il morire, ma incidendo più in generale sulla possibilità stessa di governare liberamente la propria vita.

Poiché, tuttavia, si discute di fondamenti, appunto dello statuto della persona e del rapporto tra la vita e le regole giuridiche, bisogna almeno fare un tentativo di andar oltre la rozzezza delle argomentazioni che ci hanno afflitto in queste difficili settimane e che rischiano di trascinarsi anche nell’immediato futuro.

Due ammonimenti dovrebbero guidare chi si accinge a legiferare sulla dignità del morire. Il primo viene da un grande giudice americano, Oliver Wendell Holmes: “Hard cases make bad laws”, i casi difficili producono leggi cattive. Questa affermazione lapidaria è stata variamente interpretata e discussa, ma se ne può cogliere il nocciolo nell’invito a separare la legge dall’occasione, la creazione di una norma destinata a durare dall’emozione di un momento. Rischia di accadere il contrario. L’ossessione della turbolegge (ieri in tre giorni, oggi in tre settimane) possiede la maggioranza e frastorna il Pd. Non riflessione pacata, ma frettolosa imposizione di norme incuranti della loro coerenza interna e, soprattutto, della loro conformità alla Costituzione.

Il secondo ammonimento è nell’alta riflessione di Michel de Montaigne: “La vita è un movimento ineguale, irregolare, multiforme”. Quest’intima sua natura fa sì che la vita appaia come irriducibile ad un carattere proprio del diritto: il dover essere eguale, regolare, uniforme. Da qui, da quest’antico conflitto, nascono le difficoltà che oggi registriamo, più intense di quelle del passato perché l’innovazione scientifica e tecnologica fa progressivamente venir meno le barriere che le leggi naturali ponevano alla libertà di scelta sul modo di nascere, vivere, di morire.

L’occhio del giurista, e del politico, deve registrare questa difficoltà, e cogliere le novità del quadro. Da una parte, l’impossibilità di continuare ad usare il diritto secondo gli schemi semplici del passato, pena la sua inefficacia, la sua riduzione a puro strumento autoritario, la perdita di legittimazione sociale. E, dall’altra, l’ampliarsi delle possibilità di scelta che appartengono alla libertà individuale, che riguardano solo la propria vita, e che per ciò non possono essere sacrificate da mosse autoritarie, da imposizioni ideologiche, senza violare l’eguale libertà di coscienza.

La legge, dunque, deve abbandonare la pretesa di impadronirsi d’un oggetto così mobile, sfaccettato, legato all’irriducibile unicità di ciascuno – la vita, appunto. Quando ciò è avvenuto, libertà e umanità sono state sacrificate e gli ordinamenti giuridici hanno conosciuto una inquietante perversione. Non a caso “la rivoluzione del consenso informato” nasce come reazione alla pretesa della politica e della medicina di impadronirsi del corpo delle persone, che ha avuto nell’esperienza nazista la sua manifestazione più brutale. L’autoritarismo non si addice alla vita, né nelle sue forme aggressive, né in quelle “protettive”.

Riconoscere l’autonomia d’ogni persona, allora, non significa indulgere a derive individualistiche, ma disegnare un sistema di regole che mettano ciascuno nella condizione di poter decidere liberamente. Non a caso, riflettendo proprio sul consenso informato, si è detto che questo strumento, sottraendo il corpo della persona alle pretese dello Stato e al potere del medico, aveva fatto nascere “un nuovo soggetto morale”.

Se il testo sul testamento biologico proposto dalla maggioranza dovesse diventare legge, sarebbe proprio questo soggetto a scomparire. Ma qui s’incontra un altro, e ineludibile, ammonimento, l’articolo 32 della Costituzione. Ricordiamone le ultime parole: “La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”. è, questa, una delle dichiarazioni più forti della nostra Costituzione, poiché pone al legislatore un limite invalicabile, più incisivo ancora di quello previsto dall’articolo 13 per la libertà personale, che ammette limitazioni sulla base della legge e con provvedimento motivato del giudice. Nell’articolo 32 si va oltre. Quando si giunge al nucleo duro dell’esistenza, alla necessità di rispettare la persona umana in quanto tale, siamo di fronte all’indecidibile. Nessuna volontà esterna, fosse pure quella coralmente espressa da tutti i cittadini o da un Parlamento unanime, può prendere il posto di quella dell’interessato.

Siamo di fronte ad una sorta di nuova dichiarazione di habeas corpus, ad una autolimitazione del potere. Viene ribadita, con forza moltiplicata, l’antica promessa che il re, nella Magna Charta, fa ad ogni “uomo libero”: “Non metteremo né faremo mettere la mano su di lui, se non in virtù di un giudizio legale dei suoi pari e secondo la legge del paese”. Il corpo intoccabile diviene presidio di una persona umana alla quale “in nessun caso” si può mancare di rispetto. Il sovrano democratico, una assemblea costituente, ha rinnovato la sua promessa di intoccabilità a tutti i cittadini.

La proposta della maggioranza si allontana proprio da questo cammino costituzionale. Nega la libertà di decisione della persona, riporta il suo corpo sotto il potere del medico, fa divenire lo Stato l’arbitro delle modalità del vivere e del morire. Le “direttive anticipate di trattamento”, di cui si parla nel titolo, non sono affatto direttive, ma indicazioni che il medico può tranquillamente ignorare, con un grottesco contrasto tra la minuziosità burocratica della procedura per la manifestazione della volontà dell’interessato e la mancanza di forza vincolante di questa dichiarazione, degradata a “orientamento”. La libertà della persona viene ulteriormente limitata dalle norme che indicano trattamenti ai quali non si può rinunciare e, più in generale, da norme che vietano al medico di eseguire la volontà del paziente, anche quando questi sia del tutto cosciente.

Tutto questo ha la sua origine in una premessa che altera gravemente il quadro costituzionale, poiché si afferma che “la Repubblica riconosce il diritto alla vita inviolabile e indisponibile”. Ora, se è ovvio che nessuno può disporre della vita altrui, altrettanto ovvio dovrebbe essere il principio che vuole ogni persona libera di rifiutare la cura, qualsiasi cura, disponendo così della sua vita. Proprio questo diritto viene illegittimamente negato quando si vieta al medico “la non attivazione o disattivazione di trattamenti sanitari ordinari e proporzionati alla salvaguardia della sua vita o della sua salute, da cui in scienza e coscienza si possa fondatamente attendere un beneficio per il paziente”. Conosciamo, infatti, infiniti casi in cui persone hanno rifiutato interventi sicuramente benefici – dalla dialisi, alla trasfusione di sangue, all’amputazione di un arto – decidendo così di morire. Si introduce così un “obbligo di vivere”, che contrasta proprio con i diritti fondamentali della persona.
E’ abusivo anche il divieto di rifiutare l’alimentazione e l’idratazione, definite “forme di sostegno vitale e fisiologicamente finalizzate ad alleviare le sofferenze”, con una inquietante deriva verso una “scienza di Stato”. Quella affermazione, infatti, è quasi unanimemente contestata dalla scienza medica, sì che un legislatore rispettoso davvero dei diritti delle persone dovrebbe, se mai, limitarsi a prevedere modalità informative tali da mettere ciascuno in condizione di valutare e decidere liberamente, davvero in “scienza e coscienza”: ma, appunto, scienza e coscienza della persona, non del medico o di un legislatore invasivo. E si tratta pure di una affermazione puramente ideologica, che ha come unico fine quello di continuare a gettare un’ombra sulla conclusione della vicenda di Eluana Englaro. Inoltre, dietro il nominalismo della distinzione tra “trattamento” e “sostegno”, si coglie la volontà di aggirare l’articolo 32, dove l’imposizione di trattamenti obbligatori è legata a situazioni particolari o eccezionali (vaccinazioni obbligatorie in caso di epidemia). Questa prepotenza legislativa si concreta anche in un trasferimento di enormi poteri ai medici, caricati di responsabilità che li indurranno ad assumere atteggiamenti fortemente restrittivi, così trasformando la proclamata “alleanza terapeutica” con il paziente in una situazione che prepara nuovi conflitti che, alla fine, saranno ancora i giudici a dover decidere.

Delle molte sgrammaticature giuridiche di quel testo si potrà parlare in un’altra occasione. Ma qui conviene concludere con una domanda francamente politica. Nonostante il terrorismo mediatico, con le sue accuse al “partito della morte”, una salda maggioranza di cittadini continua a dichiarare che debba essere solo la persona a dover decidere della sua vita. Chi li rappresenterà in Parlamento, vista la debolezza dimostrata finora dal Partito democratico?

Stefano Rodotà

“la Repubblica” 15 febbraio 2009

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Requiem

Pubblicato da sandro su 10 Febbraio, 2009

Ormai è noto a tutti: nella serata di ieri si è conclusa la lunga morte di Eluana Englaro, cominciata nel gennaio 1992 e protrattasi a causa del vuoto legislativo sino al febbraio 2009. Non è il caso di rallegrarsi ma nemmeno di stracciarsi le vesti, come hanno impudicamente fatto a vario titolo i senatori e i deputati, presi dall’orgiastica frenesia di incatenare al proprio cinico destino coloro che sono stati anzitempo privati della libertà di autodeterminarsi. Per fortuna si spegneranno i riflettori sulla famiglia di Eluana, che potrà compiangere in pace la perdita di una figlia, e cesseranno le aberranti manipolazioni di matrice clericale volte a contrastare la statuizione di norme civili in questo paese. Non ho altro da aggiungere sul cosiddetto caso Englaro, tranne che la legge e la volontà dell’individuo si sono alfine imposte sul fanatismo e il dispotismo.

Resta sul tappeto, per così dire, la questione sollevata venerdì dalla negata firma del presidente della Repubblica a un decreto palesemente incostituzionale confezionato dal governo per intervenire a gamba tesa sui fatti di Udine. Alcuni lo hanno definito un mezzo colpo di stato; la maggior parte dei commentatori è comunque unanime nel ritenerlo uno scontro istituzionale senza precedenti. A provocarlo, si sa, è stato il presidente del Consiglio, un uomo del tutto incompatibile con la democrazia e meschino al punto da sfruttare l’altrui commozione per attentare alle garanzie costituzionali. Quest’uomo roso dal bisogno di potere, estraneo a sentimenti di pietà e inseguito dai fantasmi dei delitti compiuti contro la giustizia, desidera trasformare l’ordinamento, sovvertire l’equilibrio dello Stato, diventare il sovrano di un territorio svuotato di diritti. Dalla sua parte, o suo committente, il Vaticano, la vera palla al piede del progresso, della libertà, della bellezza, dell’amore.

In pericolo non c’è solo la tenuta del sistema democratico, c’è anche la validità effettiva dell’autonomia di scelta della persona, la sua prerogativa su se stessa. Gustavo Zagrebelsky – l’ex presidente della Corte Costituzionale, che dovrebbe essere ministro di Grazia e Giustizia al posto di certi inetti maggiordomi – ha detto a “L’infedele”, su La7: «La costituzione è quella cosa che il popolo si dà quando è sobrio per quando sarà ubriaco». L’ebbrezza di questi giorni dimostra quanto sia indispensabile ancorarsi saldamente a princìpi liberali, a princìpi di diritto. Nonostante la causa dell’inopinata e interessata solerzia parlamentare sia improvvisamente venuta meno, al Senato si sta tuttora cercando di approvare un disegno di legge nel quale, testualmente, si stabilisce l’obbligatorietà dell’alimentazione e idratazione artificiale in caso di incapacità del soggetto di provvedere autonomamente a sé. Nonostante la causa dell’inopinata e interessata solerzia parlamentare sia improvvisamente venuta meno, il presidente del Consiglio sta in tutti i modi cercando di forzare i cardini costituzionali per attribuirsi competenze straordinarie, dittatoriali. Direi che sono circostanze vergognose, gravissime. Da un lato, il Parlamento tenta di imporre una interpretazione univoca di vita, sofferenza e dignità; dall’altro, il Governo immagina di sbarazzarsi delle più elementari regole democratiche annullando il concetto di divisione dei poteri.

Bisogna reagire, è necessario reagire! In primo luogo, auspico che il movimento di opinione nato a ridosso dei recenti accadimenti si irrobustisca e si concreti in qualcosa di influente (se il Pd assumerà un atteggiamento di netta opposizione e proporrà una legge seria sul testamento biologico nonché sugli altri diritti civili negati, e se il Pd saprà farsi portavoce delle istanze provenienti dalla società civile, tiferò perché il Pd diventi finalmente un partito che fa politica). In secondo luogo, dobbiamo prenderci tutti l’impegno di esercitare una pressione costante sulle istituzioni, affinché esista una dialettica reale su questioni troppo importanti per essere affidate a mani e menti tanto indegne quali si sono dimostrate quelle degli attuali legislatori. Affinché, in conclusione, gli eventi delle ultime ore non suonino come un requiem per la Repubblica.

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La lettera dei signori Englaro alle istituzioni (solo Ciampi e Pera risposero)

Pubblicato da sandro su 9 Febbraio, 2009

Al Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi
Al Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi
Al Presidente del Senato Marcello Pera
Al Presidente della Camera Pier Ferdinando Casini
Al Ministro della Salute Girolamo Sirchia
Al Presidente della Federazione Nazionale Ordine dei Medici Giuseppe Del Barone

Ci rivolgiamo a Lei, signor Presidente della Repubblica e agli altri destinatari di questa lettera aperta per portare a Vostra conoscenza quanto è accaduto, e continua ad accadere, al bene personalissimo “vita” di Eluana.

Noi siamo i suoi genitori: Saturna e Beppino Englaro. E quel che segue è la sintesi d’una storia fatta di dolori, battaglie, illusioni, in nome di una libertà fondamentale che ci pare negata e maltrattata.
Tutto è cominciato la mattina del 18 gennaio 1992, quando nostra figlia Eluana a bordo della sua automobile è entrata in testacoda e si è schiantata contro un muro.

L’impatto violentissimo le ha causato un gravissimo trauma encefalico e spinale: Eluana non era più in grado di intendere e di volere e versava in uno stato di coma profondo. Dal momento in cui è giunta in queste condizioni all’Ospedale di Lecco è scattato un inarrestabile meccanismo di tutela del bene “vita” di Eluana, meccanismo che noi genitori abbiamo considerato inumano ed infernale.

I medici dell’Unità Operativa di Rianimazione dell’Ospedale di Lecco, diretta dal professor Riccardo Massei, in assoluta ottemperanza al giuramento di Ippocrate, hanno dato inizio alla rianimazione ad oltranza di Eluana.

Diamo atto ai medici che l’assistenza data a Eluana è corrisposta ai criteri della più evoluta letteratura scientifica internazionale e si è svolta in una struttura perfettamente adeguata, con il massimo sostegno possibile ed immaginabile da parte di tutte le persone ritenute idonee ad essere chiamate in causa per il bene di Eluana, genitori compresi.

Il prof. Massei fu da subito molto umano, semplice e chiaro, tanto che ci disse che il sapere scientifico, per un caso grave come quello di Eluana, era di poco superiore allo zero per quanto concerneva la sua evoluzione futura. La rianimazione non poteva in alcun modo essere sospesa per volontà di nessuno al mondo, finché non fosse avvenuta la cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell’encefalo di Eluana, ovvero finché non fosse intervenuta la sua morte
cerebrale.

Eluana non è morta: è caduta in uno stato vegetativo persistente e, dopo due anni, in uno stato vegetativo permanente nel quale si trova tuttora. Oggi è in un letto d’ospedale, senza alcuna percezione del mondo intorno a sé: non vede, non sente, non parla, non soffre, non ha emozioni, insomma, è in uno stato di morte personale. Ha bisogno d’assistenza in
tutto e per tutto: viene lavata, mossa, girata, nutrita ed idratata da una sonda supportata da una pompa.

I medici sono riusciti a salvarle la vita, ma la vita che le hanno restituito è quella che lei aveva sempre definito assolutamente priva di senso e dignità.
Eluana, sin da bambina, in più occasioni ci aveva manifestato un concetto molto definito della libertà e della dignità, che l’adolescenza e la maggiore età avevano sempre più rafforzato e reso limpido. La libertà di disporre della propria vita secondo la sua coscienza e la sua ragione era un valore irrinunciabile per Eluana, il quale non sarebbe mai potuto venir
meno perché faceva parte, per così dire, del suo DNA.

Il tema del bene personalissimo “vita” era stato affrontato in famiglia molte volte, anche in occasione di svariate situazioni-limite che i mezzi di comunicazione avevano portato alla ribalta pubblica.
Era così emerso un valore di fondo molto forte ed univoco: solo la coscienza e la ragione di Eluana, di Saturna e di Beppino potevano decidere se le rispettive vite fossero da considerare ancora vite e se avessero un senso ed una dignità.

Il caso ha voluto che la nostra famiglia approfondisse anche il tema della rianimazione senza ripresa di coscienza dopo giorni e settimane, come pure quello dell’essere tenuti in vita in stato vegetativo permanente. La sospensione dei sostegni vitali per queste due estreme condizioni, in modo da non essere tenuti in vita forzatamente oltre determinati limiti di
tempo e così poter finalmente essere lasciati morire, era per Eluana, Saturna e Beppino la cosa più ovvia e naturale del mondo.

L’orrore di vedere uno di noi tre privo di coscienza, tenuto in vita a tutti i costi, invaso in tutto e per tutto da mani altrui anche nelle sfere più intime, non sarebbe stato in alcun modo sopportabile e ammissibile: Eluana ha sempre considerato
ciò una barbarie.

Questa era la volontà di Eluana e noi genitori volevamo e vogliamo che venga rispettata. Mettere al corrente i medici della volontà di nostra figlia, purtroppo, non è stato sufficiente, perché proprio loro che avevano fatto di tutto per tenere in vita Eluana, non avevano più il potere di sospendere i trattamenti.
Siamo stati costretti ad iniziare una lunga battaglia legale: ci siamo rivolti ai giudici affinché, nel rispetto della volontà di Eluana, autorizzassero i medici a sospendere i trattamenti di sostegno vitale. Riteniamo semplicemente contro lo spirito della nostra Costituzione venire così palesemente discriminati del diritto inviolabile alla libertà di terapia e cura fino
alle più estreme conseguenze, possibile nella condizione personale capace di intendere e di volere, ed impossibile in quella non più capace di intendere e di volere.

A oltre 10 anni dallo scioglimento della prognosi nel senso dell’irreversibilità delle condizioni di Eluana, la seconda sentenza della Corte d’Appello di Milano, pronunciata nel dicembre 2003, ha ritenuto inammissibile e da rigettare la richiesta di sospensione delle misure di sostegno vitale, con la quale il papà Beppino (che ne è il tutore) dà semplicemente voce
a quanto Eluana avrebbe deciso nel caso le fosse capitato di trovarsi in una simile situazione.

Già in seguito alla prima sentenza della Corte d’Appello di Milano, che risale al dicembre 1999, il Ministro della Salute Umberto Veronesi si era reso conto che le istituzioni avevano dei precisi doveri per arrivare al chiarimento dei problemi irrisolti e si era mosso con l’atto concreto di istituire una Commissione di studio che ha prodotto un importante documento
pubblicato nel maggio 2001 (Gruppo di Studio Oleari). Noi genitori di Eluana ci aspettiamo che le istituzioni si muovano di nuovo in tal senso, anche dopo la seconda sentenza della Corte d’Appello di Milano, che non ha neanche ritenuto doveroso approfondire il concetto di dignità della vita che aveva Eluana. Concetto, in questo dramma, per nulla secondario.

Competenza, chiarezza e trasparenza, documentate e documentabili da parte di tutti, non sono mai venute meno dal lontano 18 gennaio 1992 durante tutto l’iter clinico, umano e giuridico che riguarda Eluana.

Pertanto tutti dovranno assumersi le loro responsabilità fino in fondo, senza nessuna possibilità di eluderle. Ci auguriamo che Lei, Signor Presidente, e gli altri destinatari di questa lettera, vogliano trovare gli atti opportuni per dare uno sbocco alla vicenda di nostra figlia Eluana, che da 4.430 giorni è costretta dalle istituzioni e dai medici a una non-vita.
Chiediamo in particolare al Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi di essere ricevuti, per poter esporre meglio la nostra situazione.

I nostri rispettosi saluti.
Lecco, 4 marzo 2004

Saturna Minuti Beppino Englaro

(“la Repubblica” 9 febbraio 2009)

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