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Aggiornamenti sulla riforma sanitaria USA

Pubblicato da nicola su 16 Novembre, 2009

Un breve commento sul recente passaggio alla Camera della riforma sanitaria negli Stati Uniti. Come forse avrete letto, la prima bozza e’ passata, e si attende ora il via libera del Senato.

A mio personalissimo parere, il testo licenziato dalla Camera dei Rappresentanti contiene alcune ottime iniziative, particolarmente quelle volte alla prevenzione dei maggiori problemi sanitari dei cittadini statunitensi, connessi quasi esclusivamente alla loro alimentazione. Alcune caratteristiche  della riforma, pero’, mi fanno temere fin da ora un sostanziale fallimento dell’intera iniziativa. Il pensiero che, dopo questa riforma, Obama voglia chiudere l’intera faccenda una volta per tutte non mi lascia affatto speranzoso.

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Anzitutto, non viene stabilito il diritto per tutti alle cure, bensi’ l’obbligo per tutti di acquistare un’assicurazione sanitaria, che e’ cosa ben diversa. Credo questo chiarisca oltre ogni dubbio chi veramente abbia scritto questa legge, e quali interessi si muovano dietro le quinte dell’intera vicenda.

In secondo luogo, la copertura stimata dalla riforma raggiunge il 94% della popolazione. Non si capisce perche’ un 6% debba continuare a morire o a stare male, ammesso che non lo faccia per pura e semplice scelta, e anche in quel caso credo bisognerebbe chiedersi se cio’ sia ammissibile.

Terzo, la riforma esclude la possibilita’ di cure mediche continuate (ovvero di una assicurazione sanitaria) per immigrati non regolari.

Quarto, nel caso di persone povere che potranno permettersi solamente l’assicurazione pubblica (che meno male al momento pare venga introdotta) o che abbiano una assicurazione privata grazie a sussidi statali, non potranno utilizzare tale assicurazione per coprire eventuali aborti. Questa regola non si applica nel caso di stupri, incesto o grave rischio di vita per la futura madre.  E, ovviamente, non si applica per chi voglia pagare di tasca propria l’assicurazione privata. In poche parole, si stabilisce indirettamente per legge un diritto all’aborto legato al censo, dacche’ le famiglie ricche potranno continuare ad effettuare aborti e salvar la faccia alle proprie rampolle nella bambagia di cliniche private, mentre le madri singole, le prostitute e centinaia di altre persone in situazioni di disagio dovranno fare i conti con uno stato che passa un giudizio morale sul loro corpo.

Credo valga la pena di segnalare anche il fatto che il testo in discussione al senato e’ ancora piu’ tiepido su tutte le questioni appena sollevate, e non oso temere quali ulteriori compromessi sara’ necessario implementare per ottenere una solida maggioranza e approvare il tutto.

D’altra parte, cosa ci si poteva aspettare? L’intera operazione e’ marcia fin dal principio. Cari miei, e’ inutile sperare in una seria opzione pubblica quando, di fatto, gli Stati Uniti non possiedono ospedali pubblici. Le strutture sanitarie pubbliche negli Stati Uniti sono circa il 30% del totale, una vera presa per il culo di fronte ai paesi avanzati del mondo in materia sanitaria, tra i quali l’Italia, in cui la gran parte delle strutture sanitarie, anche d’avanguardia, sono pubbliche. Questo 30% americano, a sua volta, e’ composto in larga parte da ospedali che stanno chiudendo: nelle aree suburbane del Paese, dal 1996 al 2002, sono stati chiusi il 27% degli ospedali pubblici. Tutti gli stati che hanno grossi deficit in bilancio chiudono gli ospedali.

In ultima analisi, la riforma del sistema sanitario statunitense, quella che qui tanti temono come un colpo di mano statalista e comunista, altro non e’ che un adattamento in larga scala della riformetta pro-privati praticata da Formigoni in Lombardia. Nel caso italiano, il governatore lombardo prospetto’ l’idea che qualora l’ospedale pubblico non ti possa curare in tempi e modi ragionevoli, la regione provveda alle cure tramite un ospedale privato, ovvero dei preti, e poi paghi il conto. Tutto qui.

La versione americana, semplicemente, da’ per scontato che le cure siano da compiersi in una struttura privata, e dunque parte dal presupposto di rimborsare quei costi, che in genere sono coperti dalle assicurazioni. Se per qualche motivo tu non riuscissi ad affrontare il premio della polizza assicurativa, lo stato interverra’ con una polizza propria a costo piu’ basso o a finanziare parte di una polizza privata. Tutto questo ovviamente non offre alcuna garanzia di cure di qualita’, anzi predispone gli ospedali privati a fornire i propri servizi secondo due scaglioni, quello dei “veramente paganti” e quello per gli straccioni.

Quest’ultima cosa, ad esempio, e’ gia’ sperimentabile anche in Italia, poiche’ se siete mai stati in una clinica privata per conto vostro o tramite la mutua avrete certamente percepito la differenza. Un famoso istituto privato fiorentino, di cui non faccio il nome, riceve i paganti attraverso una decina di sportelli in lucido legno massiccio, tutti attivi e presidiati da competente personale in divisa, di bell’aspetto. Coloro i quali si recassero nello stesso istituto con il sussidio della mutua sono invece indirizzati verso una squallida stanzetta, e sono ricevuti da un’unica impiegata, disabile.

Infine, lasciare il sistema nelle mani delle assicurazioni, pubbliche o private, continua a lasciare la salute degli individui in balia del problema dei costi, secondo una logica ridicola e barbara. Ridicola perche’ sappiamo tutti benissimo che, a livello di contrattazione tra assicurazioni, ospedali e industria del farmaco i costi sono ovviamente tagliati in funzione del volume di affari. La medicina che al privato costa 90 dollari all’assicurazione costa si’ e no 9 dollari, poiche’ l’assicurazione garantisce all’industria del farmaco l’acquisto di milioni di dosi. Tutto qui. Barbara poiche’, nei casi gravi, la faccenda dei costi verra’ invece portata certamente a galla. Un conto e’ fare i furbi con le aspirine, un altro con la chemioterapia o con i trapianti. Mentre nei paesi piu’ o meno civili del mondo non ci si permette nemmeno di discutere la questione della copertura finanziaria di simili cure, negli Stati Uniti viene messo un prezzo su tutto e, come funziona nelle assicurazioni,  un massimale di copertura.

In poche parole, la mia previsione per la riforma sanitaria statunitense e’ quasi repubblicana: aumenteranno alcuni costi, si copriranno varie fasce della popolazione oggi scoperte, mantenendo pero’ un livello generale delle cure infimo o appena accettabile, con grosse incognite sulla gestione dei casi gravi, dei casi cronici, dei disabili, delle persone con problemi psichiatrici e dei disoccupati.

Il problema, comunque, risiede anche in sedi filosofiche, ovvero nel concetto stesso di corpo sano e nel concetto stesso di cura medica, che in questo paese di poltroni comprende anche il televisore in camera.  Questi due fattori hanno ramificazioni alimentari, sociali e politiche, che non ho tempo e capacita’ d’illustrare. A livello di percezioni, pero’, si tratta di un grosso problema.

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Binetti, venga a trovarmi…

Pubblicato da nicola su 31 Ottobre, 2009

…ma si porti l’avvocato!

Notizia tratta da unita.it

 

Omofobia delitto federale. Obama firma la legge

Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha firmato una legge che definisce un delitto federale qualsiasi attacco contro una persona solo per il suo orientamento sessuale o la sua identità sessuale. La legge è stata dedicata a Matthew Shephard, un giovane gay del Wyoming morto dopo essere stato rapito e quindi riempito di botte nel 1998, e a James Byrd, un giovane nero texano che subì la stessa sorte lo stesso anno.

«Dopo oltre un decennio di opposizioni e di ritardi – ha detto Obama – abbiamo approvato una legge sui delitti legati all’odio per contribuire a proteggere i nostri cittadini dalla violenza basata sull’aspetto, i loro amori, il loro modo di pregare o semplicemente chi sono». Secondo il ministro della Giustizia Eric Holder, il provvedimento rappresenta «la nuova grande legislazione sui diritti civili». Ufficialmente sono circa 12mila i delitti legati all’ orientamento sessuale in questi ultimi dieci anni, e secondo Obama la nuova legge rappresenta un passo avanti nella lotta per la difesa dei diritti umani. Il presidente degli Stati Uniti ha ancora una volta reso omaggio al senatore Ted Kennedy, recentemente deceduto a causa di un tumore al cervello, reputando che è stato lui a «rendere questa giornata possibile».

Il predecessore di Obama, George W. Bush, aveva minacciato di veto qualsiasi iniziativa legislativa di questo tipo, che non piace agli ambienti religiosi più conservatori. C’è il timore infatti che la legge possa essere sfruttata per condannare chi pronuncia discorsi contrari all’aborto o all’omosessualità.

29 ottobre 2009

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Due simpatici fotomontaggi

Pubblicato da nicola su 15 Ottobre, 2009

Il primo lo dedico a tutti, il secondo in particolare a Sandro e al suo desiderio, che è anche il mio, di vedere un giorno l’attuale Presidente del Consiglio caricato su un’Alfa 159 bianca e blu lanciata a sirene spiegate verso San Vittore. O quanto meno verso Palazzo di Giustizia, perchè possa difendersi come è lecito.

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Premi

Pubblicato da sandro su 9 Ottobre, 2009

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Chissà come mai l’Accademia norvegese – senz’altro covo di comunisti facinorosi – ha assegnato il Nobel per la pace a Barack Hussein Obama? Insomma, ’sto Obama, cos’ha fatto di tanto speciale?

Naturalmente sto scherzando, è un fatto storico, una notizia molto bella, che deve giustamente inorgoglire l’America dopo anni di amarezze bushiane. Certo che è un Nobel scomodo, visto che sotto il comando di Obama muoiono ogni giorno decine di persone fra Iraq, Afghanistan e Pakistan.

Il più grande deluso, comunque, è Berlusconi. Sembrava dovesse vincerlo lui perché aveva tutte le carte in regola, aveva perfino un comitato in suo sostegno… e siccome al ridicolo non c’è mai fine, vi prego di andarvi a vedere il relativo sito: http://silvioperilnobel.sitonline.it/

Si rifarà l’anno prossimo, suvvia! Processi permettendo. Ah ah ah!

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Tutti e due in spiaggia

Pubblicato da nicola su 28 Settembre, 2009

Basta, è irraggiungibile. Bisogna ammetterlo. Vi consiglio una visita al link originale su youtube: la descrizione dell’utente che ha caricato il video dice davvero tutto.

Chissà, magari tra un paio di mesi Obama manderà i soldati da noi invece che in Iran.

Enjoy.

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Discorso di Obama sulla riforma sanitaria

Pubblicato da nicola su 10 Settembre, 2009

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Colgo l’occasione per segnalarvi un ottimo servizio offerto dal New York Times, ovvero il video e la trascrizione completa del discorso che Obama ha pronunciato davanti al Congresso in seduta congiunta, ieri sera.

Il discorso riguardava la riforma sanitaria: molto buon senso, assieme ad alcune soluzioni che, almeno nella pratica, rimetterebbero gli Stati Uniti a pieno titolo tra i paesi sviluppati, limitatamente a quanto pertiene i diritti dei cittadini.

Resta, per quanto mi riguarda, la delusione di una riforma che in ogni caso non prevedera’ un servizio sanitario nazionale, accompagnato da severi limiti all’iniziativa privata. Obama assicura che il risultato ultimo della riforma portera’ a un sistema con simili garanzie, ma non oso immaginare quali nuove infamie le compagnie assicurative si inventeranno per limitare le coperture. Buon ascolto e buona lettura.

Obama’s Healt Care Address to the Congress

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Ultima sulla riforma sanitaria

Pubblicato da nicola su 8 Agosto, 2009

Perdonate la monotonia dei miei ultimi interventi, ma l’argomento mi interessa parecchio.

Questo articolo e’ tratto dall’International Herald Tribune di alcuni giorni fa, e presenta la situazione con margini di ottimismo leggermente piu’ ampi di quelli ipotizzati dall’articolo di Repubblica.

Speriamo non si sbaglino.

Buona lettura.

Two Sides Take Health Care Debate Outside Washington

By SHERYL GAY STOLBERG and DAVID M. HERSZENHORN

Published: August 2, 2009

WASHINGTON — With Republicans mobilizing against the proposed health care overhaul, President Obama, Congressional Democrats and leading advocacy groups are laying the groundwork for an August offensive against the insurance industry as part of a coordinated campaign to sell the public on the need for reform.

The effort will feature town-hall-style meetings by lawmakers and the president, including a swing through Western states by Mr. Obama, grass-roots lobbying efforts and a blitz of expensive television advertising. It is intended to drive home the message that revamping the health care system will protect consumers by ending unpopular insurance industry practices, like refusing patients with pre-existing conditions.

“I think what we want to communicate is that this is going to give people who have insurance a degree of security and stability, the protection that they don’t have today against the sort of mercurial judgments of insurance bureaucrats,” said David Axelrod, a senior adviser to Mr. Obama, adding, “Our job is to help folks understand how this will help them.”

Revamping health care is the president’s top legislative priority, and people on all sides of the debate agree that August, when lawmakers leave Washington to take the pulse of constituents, will be crucial to shaping public opinion. With Republicans making headway by casting the legislation as a costly government takeover, Democrats have decided they must answer the question on the minds of those now insured: “What’s in it for me?”

That has led to a campaign of increasingly harsh rhetoric against the insurance industry, which says it favors an overhaul but is working to defeat Mr. Obama’s call for a government-run insurance plan to compete against the private sector. On Friday, Speaker Nancy Pelosi, Democrat of California, promised a “drumbeat across America” to counter what she termed a “shock and awe, carpet-bombing by the health insurance industry to perpetuate the status quo.”

The tough talk, however, has risks. The industry trade group, America’s Health Insurance Plans, is urging members to confront Democrats at public meetings, and the rising tensions could make it difficult for the president to keep insurers at the negotiating table.

The drumbeat will begin Monday, when Kathleen Sebelius, the health and human services secretary, travels to Hartford to talk about what the White House now calls “health insurance reform.” Senator Christopher J. Dodd of Connecticut, who disclosed Friday that he has prostate cancer and pointedly reminded Americans that he was fortunate to have health coverage, will be among several Democratic lawmakers present.

Also Monday, Senator Michael Bennet, Democrat of Colorado, will appear with doctors, nurses and administrators at St. Joseph Hospital in Denver to discuss “how insurance company procedures are burdening our physicians, nurses and patients,” a spokeswoman said. Throughout the recess, Democratic lawmakers will hold similar events, coordinated with advertising by allied groups.

“We understand the future of health reform could hinge on how the conversation with the American people goes in the next six weeks,” said Representative Chris Van Hollen, Democrat of Maryland and assistant to the speaker, who is coordinating the House effort.

Republicans understand that and will also be campaigning hard.

In the Senate, Republicans will meet this week to coordinate strategy, but some plans are already in motion for public meetings and a blizzard of radio and television appearances. Senators Tom Coburn of Oklahoma, a family practice doctor, and John Barrasso of Wyoming, an orthopedic surgeon, will take their “Senate Doctors Show,” an Internet program, on the road to argue that the Democratic plan will not improve care or control costs.

In the House, Representative Mike Pence of Indiana, chairman of the Republican Conference, distributed a packet to colleagues on Friday urging them to argue that the Democrats’ plan would include “more than $800 billion in new tax hikes” and “harmful cuts” to Medicare that would “result in millions of seniors losing their health coverage.”

The Democrats are getting a lift from a little-known group of former Obama campaign operatives called Unity ’09 that has held weekly strategy meetings, away from the White House, to bring together administration officials, labor unions, health advocacy groups and other backers of the legislation. Mr. Axelrod said he had attended as an “infrequent visitor.”

The current message is an eight-point list of “Health Insurance Consumer Protections” the White House Web site promises will “bring you and your family peace of mind.” Mr. Obama picked up on the theme last week, promising members of AARP that he would “reform the insurance companies so they can’t take advantage of you.”

The hard line is a departure for the White House, which began its overhaul campaign by trying to win over constituency groups — doctors, pharmaceutical companies, hospitals and insurers among them. Insurers played a leading role in killing a health care overhaul in the Clinton administration, but Karen Ignagni, president of America’s Health Insurance Plans, said at a White House meeting in March that the industry would cooperate this time.

In an interview Friday, Ms. Ignagni noted that the industry had endorsed many of the administration’s proposed changes, including ending the practice of refusing coverage for pre-existing conditions, and said it would work with lawmakers to develop a bill that did not include a public plan.

“The rhetoric that we are hearing is reminiscent of ’93, ’94, but we’re on the 2009 playbook,” she said, adding, “The inconvenient fact is that we support those reforms.”

Republicans say the new rhetoric reflects desperation among Democrats to find a message that will resonate.

Broadly speaking, Mr. Obama’s goal is to extend coverage to the nation’s 47 million uninsured while also slowing the growth of health care spending. The president wanted the House and Senate to pass legislation before the August recess, but the House broke on Friday without doing so and the Senate will not complete a bill before recessing after this week.

Polls show that the public is growing uneasy; a New York Times/CBS News survey last week found that while Mr. Obama still has strong support for revamping health care, Americans are concerned that an overhaul would reduce the quality of care, increase out-of-pocket costs and tax bills and limit their options in choosing doctors.

“August is going to be a critical period for closing the deal,” said Ron Pollack, director of the advocacy group Families USA. The group is now in a strange-bedfellows advertising partnership with the pharmaceutical industry. Their latest advertisement, a three-week, $4 million campaign, updates the “Harry and Louise” advertisements that helped kill health legislation in the 1990s.

In the new advertisement, called “Get the Job Done,” Louise tells Harry that Americans need good coverage. To which Harry adds, “Even if they have a pre-existing condition.”

Carl Hulse contributed reporting.

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Sempre sulla riforma sanitaria negli Stati Uniti

Pubblicato da nicola su 4 Agosto, 2009

Finalmente un articolo importante sulla riforma sanitaria negli States e’ stato pubblicato anche sui quotidiani italiani. Quello che leggete qui sotto proviene da Repubblica, e riassume in buon dettaglio i vari aspetti della questione.

Come potrete capire, le prospettive non sono rosee. Mi sono permesso di aggiungere al servizio del giornalista il video della pubblicita’ di cui si parla, e alcuni altri in chiusura. Buona lettura.

Compagnie assicurative, medici, industrie hi-tech, avvocati: una macchina da guerra
Per bloccare la riforma del presidente hanno deciso di giocarsi il tutto per tutto

Le lobby della sanità contro la Casa Bianca

dal nostro corrispondente FEDERICO RAMPINI

NEW YORK – “Questo è il mio test più difficile da quando faccio politica”, confessa Barack Obama a Time. E rivela che un terzo del suo tempo lo dedica solo a questa sfida: la riforma sanitaria. L’opposizione annusa sangue. Il presidente del partito repubblicano Michaele Steele annuncia: “La sanità sarà la sua Waterloo. Lo spezzeremo”.

Qualche segnale incoraggia gli avversari. A sei mesi dall’inizio della sua presidenza, Obama ha avuto un cedimento nei sondaggi. L’indice di approvazione della sua politica oggi non è molto più alto di quelli di Richard Nixon o George Bush dopo il primo semestre. La ragione principale è proprio il crescente disagio dell’opinione pubblica sulla sanità, il più impegnativo cantiere di riforma che Obama ha voluto inaugurare.

Con i costi medici più alti del mondo, una pressione finanziaria insostenibile sia per lo Stato che per i privati, e 47 milioni di cittadini sprovvisti di ogni copertura in caso di malattia, la questione-salute è un groviglio di problemi irrisolti da decenni. Forse inestricabili, per i potenti interessi economici coinvolti. Su questo graviterà la politica americana al rientro dalle vacanze estive. Malgrado un primo voto favorevole in commissione alla Camera, i giochi restano aperti.

Una bocciatura, o una riforma annacquata per non dare fastidio all’establishment assicurativo-farmaceutico-ospedaliero, avrebbe effetti deleteri sul prestigio di Obama. Stavolta non è detto che il suo carisma sia sufficiente. Per azzoppare il presidente si è messa in movimento la formidabile macchina da guerra del “capitalismo sanitario”. Con mezzi finanziari illimitati, campagne pubblicitarie dai toni angoscianti, tattiche calunniose.

La Grande Armada ostile alla riforma include almeno quattro componenti. Compagnie dalle polizze-salute esose. Medici-capitalisti, azionisti degli stessi ospedali dove prescrivono ai pazienti le analisi su cui loro prelevano una percentuale. Industrie hi-tech delle apparecchiature biomediche. Avvocati specializzati nei processi per “errore medico”, i pescecani del contenzioso giudiziario che costringono anche i dottori più onesti a proteggersi moltiplicando procedure inutili. E’ la stessa coalizione di poteri forti che nel 1993 fece deragliare la riforma di Bill e Hillary Clinton, e diede un duro colpo alla credibilità di quell’amministrazione.

Wendell Potter è un “pentito” della lobby sanitaria. Era un top manager del colosso assicurativo Cigna. Disgustato dalla logica spietata di un business “che assicura solo i sani”, oggi lavora al Center for Media and Democracy, per smascherare i metodi dei suoi ex datori di lavoro. “Conosco la loro strategia della paura – dice Potter – e vedo i piani di battaglia già in azione. Hanno una rete di alleati ideologici, si appoggiano sul mondo confindustriale, mobilitano un esercito di opinionisti conservatori, esperti di parte. Martellano nell’opinione pubblica lo spettro di un sistema sanitario socialista, dove fra il paziente e il dottore c’è un burocrate di Stato a decidere. Sono metodi collaudati. Finora hanno sempre funzionato, hanno vinto loro”.

I metodi a cui allude Potter sono sconcertanti: menzogne, annunci terrificanti mirati alle fasce più deboli della società. Un esempio è questo spot televisivo che va in onda nelle fasce orarie di massimo ascolto. Protagonisti una coppia di anziani. Lui è preoccupato per la diagnosi di una malattia grave. Lei rivela al marito: “Non sarà più possibile curarti, lo Stato ha deciso che non vale la pena assistere chi ha la nostra età, invece dirotta i fondi in favore dell’aborto”.

Il messaggio è sparato a 360 gradi, vuole fare il pieno di consensi in molte direzioni: fra la terza età, fra chi ha genitori anziani, più gli anti-abortisti e tutte le fedi religiose che difendono la vita. Lo spot riprende un tam tam che già circolava nei media di destra: la riforma Obama è la legalizzazione dell’eutanasia. E’ la “soluzione finale” che punta allo sterminio dei vecchi per tagliare i costi. L’appiglio? In una delle varie versioni del progetto di riforma è previsto che lo Stato paghi – solo per gli anziani che ne fanno richiesta – una consulenza medica sulle terapie antidolore e il testamento biologico. Tanto è bastato perché partisse la campagna sull’eutanasia di massa, la “morte di Stato” obbligatoria.

Per proteggere il diritto alla vita degli anziani è sceso in campo un fronte di organizzazioni dai nomi ecumenici, rassicuranti: il Consiglio per la Ricerca sulle Famiglie, l’associazione Americani per la Prosperità, il Centro per i Diritti del Paziente. Dietro queste sigle innocenti si nascondono degli strateghi politici di lungo corso, gli anelli di collegamento fra la grande industria e la destra conservatrice.

Un personaggio chiave di questo mondo è una donna di 61 anni, Betsy McCaughey, che già ebbe un ruolo di punta nella sconfitta dei Clinton. Repubblicana di destra, ex vicegovernatrice dello Stato di New York, la McCaughey ha un megafono mediatico importante come columnist dell’agenzia stampa Bloomberg (di proprietà del sindaco di New York). Il titolo della sua ultima analisi diffusa su Bloomberg: “Il piano Obama, ovvero come rovinarsi la salute”. Betsy è un ospite immancabile in tutti i dibattiti televisivi sulla salute, regolarmente citata come esperta di sanità.

Alle sue spalle la McCaughey ha un noto think tank, lo Hudson Institute, che si autodefinisce indipendente ma sforna analisi a senso unico, sparando a zero sulla riforma sanitaria. Lo Hudson fa parte della galassia dei pensatoi conservatori legati all’establishment capitalistico. Nato da una costola della Rand Corporation (vicina all’industria militare), ha tra i suoi finanziatori tutti i colossi dell’industria farmaceutica e biomedica: Ciba Geigy, Eli Lilly, General Electric, Merck, Novartis.

E’ stata la spregiudicata Betsy a insinuare per prima, in un dialogo alla radio col repubblicano Fred Thompson, che le sessioni di consulenza medica offerte agli anziani “li spingeranno ad accorciare la sopravvivenza, a rinunciare alle cure”. Dietro di lei è partito un coro irrefrenabile. La deputata repubblicana Virginia Foxx lo ha detto in un intervento alla Camera: “Impediremo che i nostri vecchi siano mandati a morire da questo governo”. Rush Limbaugh, il più popolare anchorman radiofonico di destra, ha definito l’eutanasìa forzata “lo sporco segreto” della riforma Obama. Il gigante assicurativo WellPoint ha contatto i propri clienti esortandoli a far pressione sui parlamentari nei rispettivi collegi.

La macchina della disinformazione si è messa in moto, mobilitando risorse di ogni tipo. Anche occulte. La Columbia Journalism Review ha smascherato centinaia di lettere di protesta dei lettori anti-eutanasia pubblicate dai giornali di provincia: tutte false, fabbricate da un’agenzia di relazioni pubbliche che lavora per l’American Health Insurance Plans, cioè l’associazione delle compagnie assicurative. La leader dei democratici alla Camera, Nancy Pelosi, è sbottata: “Quello che stanno facendo le compagnie assicurative è immorale!” Ma anche terribilmente efficace. Obama si è sentito interpellare di persona, la settimana scorsa, mentre era in tournée per spiegare la sua riforma. “E’ la promozione dell’eutanasìa?” gli ha chiesto a bruciapelo un’anziana signora.

Robert Cramer, stratega elettorale del partito democratico, è convinto che il presidente affronta la prova del fuoco. “La battaglia sulla sanità – dice – sarà decisa dalla paura. Le assicurazioni private sono i padroni dell’angoscia, stanno producendo un film dell’orrore”. Matt Miller, un altro intellettuale di sinistra che ha influenza sul presidente (è l’autore del saggio La tirannide delle idee defunte), ammette che in questa fase Obama è “preoccupato per le accuse di socialismo”. Al punto da mettere in forse l’elemento decisivo della sua riforma: la creazione di un polo sanitario pubblico, in concorrenza con i privati, per contrastare le tariffe assicurative da rapina.

Pur di affondare l’idea del “polo pubblico”, la santa alleanza del capitalismo sanitario non bada a spese. I finanziamenti ai partiti politici erogati dalle tre lobby alleate – assicurazioni, industria farmaceutica, business ospedaliero privato – sono già balzati fino a 500 milioni di dollari sul finire dell’anno scorso. L’escalation avanza, nel 2009 batteranno ogni record. Con una logica rigorosamente bi-partisan: un tanto ai repubblicani, un tanto ai democratici. E non sono soldi elargiti a pioggia, ma mirati con cura. In queste ultime settimane una marea di donazioni (tutte dichiarate e quindi legittime in base alla legge Usa) sono andate ai Blue Dog, la corrente moderata del partito democratico: sono i deputati in bilico, che sulla sanità potrebbero passare dalla parte dei repubblicani e sabotare definitivamente il piano Obama.

Il capo degli esperti di demoscopea che lavorano per la Casa Bianca, Joel Benenson, consulta nervosamente i sondaggi sulla sanità. Sente l’urgenza di riprendere l’iniziativa: “Bisogna riportare sul banco degli imputati le compagnie assicurative, non lo Stato”. I collaboratori di Obama ricordano due dati. 14.000 americani perdono l’assistenza sanitaria ogni giorno: o perché licenziati (l’assistenza è quasi sempre legata al lavoro), oppure perché colpiti da una malattia grave e abbandonati dalle assicurazioni private. Il secondo dato: i top manager delle maggiori compagnie assicurative intascano stipendi medi di 12 milioni all’anno, e fino a 73 milioni di liquidazione.

L’assicuratore pentito, Wendell Potter, sa perché le compagnie hanno i mezzi per intimidire Obama. “Sul monte-premi delle polizze, il 20% finanzia voci di spesa che non hanno niente a che vedere con la salute: sono le indagini per scartare i pazienti non abbastanza sani; e le spese di lobbying per influenzare la politica”. Decine di milioni di americani, senza saperlo, pagano agli assicuratori un “pizzo” che serve a sabotare la riforma. Contro chi può comprare una fetta del partito democratico, quali chances ha Obama? I più cauti opinionisti democratici già si preparano ad accettare qualsiasi compromesso al ribasso, pur di mascherare una disfatta. I pessimisti rivolgono al presidente lo stesso consiglio usato per l’Iraq: “Dichiara vittoria in fretta, e ritirati”.

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La riforma sanitaria negli Stati Uniti

Pubblicato da nicola su 27 Luglio, 2009

Mentre in Italia i telegiornali si occupano di esaltare con i toni del peggior embedded journalism le nostre missioni di guerra in Asia Centrale, oppure di vacanze, di nuovi condoni fiscali, o della infame rubrica-marchetta DoReCiakGulp, all’estero alcune cose importanti stanno succedendo.

In particolare, negli Stati Uniti non si sta solo parlando della gaffe di Obama col professore afroamericano e col poliziotto, che il TG1 ha riassunto come prova certa della sostanziale imbecillita’ del presidente USA, con un retrogusto che voleva far intendere “vedete, anche il presidente americano fa le gaffe, quindi Berlusconi e’ scusato”; tantomeno ci si occupa del Circo Barnum a Coney Island, cui ieri sera Giovanna Botteri, del TG3, si e’ recata, mi auguro in metropolitana, per un vomitevole siparietto. Forse Coney Island le ricordera’ Baghdad per il numero di armi in giro nel quartiere, ma le ragioni per un servizio dagli Stati Uniti sul circo proprio non si vedono.

Come al solito, in mancanza di una seria informazione pubblica, dobbiamo provvedere autonomamente. Eccovi dunque un paio di articoli molto importanti, in inglese, pubblicati recentemente sull’Economist.

Essi affrontano uno dei veri problemi fondamentali di questi tempi negli Stati Uniti, ovvero la riforma sanitaria.

Dovete infatti sapere che il dibattito e’ particolarmente acceso: Obama sta premendo nei confronti del Congresso affinche’ si approvi qualcosa al piu’ presto, paradossalmente additando gli attuali costi dei sistemi sanitari pubblici (Medicare per gli anziani, Medicaid per i poveri) come la ragione piu’ stringente per promuovere una riforma dell’intero sistema.

Il debito pubblico americano, come ben sapete, e’ particolarmente astronomico di questi tempi. Solo tra quest’anno e il prossimo anno la previsione parla di un incremento del debito rispetto al PIL di circa il 30%, e pare che ancora nel 2019, esso eccedera’ ampiamente il 5% del prodotto interno lordo. Per fare un paragone, forse ricorderete che l’Italia e l’Unione Europea cercano di rispettare in materia i limiti imposti dal trattato di Maastricht, fermi al 2%. Si capisce che, a fronte di un simile debito pubblico, l’approvazione di una riforma dipendera’ solo ed esclusivamente dalla quantita’ di risparmi promessi allo stato, e non certo da ulteriori spese. A questa situazione del debito pubblico si associa un previsto aumento esponenziale dell’inflazione, che si suppone tocchera’ anche il 6% nel giro di due o tre anni.

Tutti i nuovi sistemi previsti da Obama sono caratterizzati dall’essere budget neutral, ovvero dal non appesantire ulteriormente le casse dello Stato. Vi chiederete allora: come si puo’ immaginare, viste le condizioni, un sistema sanitario quasi interamente gratuito e aperto a tutti? Semplice, non lo si fa. Il primo articolo analizza infatti i possibili scenari di riforma: il primo modello e’ un generico obbligo di assicurazione per tutti i lavoratori, il cui costo vada preso in carico dalle aziende e gestito tramite l’attuale sistema di assicurazioni sanitarie private. Inutile spiegare le ricadute dell’infame ricatto impiego-assistenza sanitaria, l’avidita’ delle aziende, la tendenza al risparmio, il probabile abbassamento delle attuali coperture assicurative. L’altra ipotesi e’ quella di costringere le aziende a fornire un’assicurazione sanitaria oppure pagare una multa, e con i soldi di quelle multe gestire un nuovo sistema di sanita’ pubblica per gli indigenti e per chi non abbia una copertura sanitaria garantita dal proprio impiego. Inutile dire che in questo caso ci troveremo ancora una volta di fronte ad un caso di sanita’ classista, gravata per altro da una vera e propria tassa sui lavori di bassa qualifica.

L’unico vero passo avanti di tutta questa faccenda, a mio parere, e’ l’insistenza a favore della copertura obbligatoria anche in caso di pre-existing conditions. In altre parole, a un sopravvissuto dal cancro al colon non verra’ negata una copertura contro il rischio di recidive, che come ben sapete sono assai probabili. Tale diniego da parte delle assicurazioni sanitarie e’ oggi pratica comune, ed eliminare questa barbarie e’ un grandissimo progresso.

Resta purtroppo incompiuto, a mio parere, un chiaro pronunciamento sul diritto comune e gratuito alla salute, e ad una fattiva promozione della stessa da parte dello stato. Temo non ci arriveremo mai.

Il secondo articolo, piu’ recente, aggiorna la situazione del dibattito, senza sostanziali novita’, tranne il dubbio che forse un sistema sanitario nazionale non costituirebbe poi una voce di deficit tanto grande quanto si vorrebbe far credere. Buone letture, e tanti saluti alla Botteri.

Pay or play?

Jul 9th 2009 | NEW YORK
From The Economist print edition

Health reform moves forward, in fits and starts


BARACK OBAMA’S plan to overhaul America’s health system before year’s end faces two problems. One is how to pay for his ambitious goal of universal coverage, and the other is whether to include a government-run insurance plan. There was news on both fronts this week.

The biggest hurdle facing reformers in Congress, to whom Mr Obama has delegated the heavy lifting, is cost; the various schemes on offer all cost at least $1 trillion over a decade. The biggest pool of available cash to pay this bill is the $250 billion tax break provided each year for employer-provided health coverage. In recent weeks, a consensus seemed to be emerging on left and right that some sort of cap on this distorting giveaway was necessary.

But some labour unions, whose members benefit disproportionately from such tax-advantaged health plans, dislike this idea—and now one of their champions is trying to kill it. News surfaced this week that Harry Reid, the Democratic majority leader in the Senate, has scolded Max Baucus, head of the Senate Finance Committee, for trying too hard to woo Republican support. He insisted that Mr Baucus drop any attempt to cap this tax break.

The snag is that without this money it will be difficult to make health reform “budget neutral”—something everyone in Washington, DC, including Mr Obama, claims to want, and without which it will be hard to get a reform bill through the Senate. To make up for the shortfall, Mr Obama persuaded the pharmaceutical lobby to offer $80 billion in “voluntary” price cuts for drugs used by pensioners over the next decade. And this week the hospital lobby said it could cut the rates it charges the government by over $150 billion over 10 years.

This is still not enough money, so momentum is growing on the left to impose “pay or play” on employers: firms must either provide decent health cover, or pay a fine. Though such a mandate invokes populist notions of shared responsibility, most economists think it a bad idea because it will hit firms employing poorly skilled workers the hardest. Len Nichols of the New America Foundation, an influential think-tank, argues that while an individual mandate requiring people to purchase insurance is a good idea, the employer mandate is not: pay or play is, he insists, “essentially a tax on low-wage labour”.

Perhaps predictably, business hates the idea. So it came as a shock when Wal-Mart, the world’s biggest retailer and the bête noire of the political left, sent a letter to the White House on June 30th supporting an employer mandate (if accompanied by cost-control measures). Cynics pointed out that Wal-Mart pays more for employee health cover than weaker or stingier rivals, so any such mandate would raise costs for its competition. Even so, this once-moribund idea suddenly has political legs.

Aside from cost, the other great health debate this year involves whether to include a public insurance plan to compete against private insurers. This week, Mr Reid made clear his desire for a strong public plan—something that the insurance lobby has vowed to fight to the death. On this front too, a messy bit of good news surfaced this week. Rahm Emanuel, Mr Obama’s chief of staff, softened the president’s previous insistence on such a plan by floating a compromise. He suggested that a public plan should come into force only if an initial attempt to reform private insurance markets fails.

American health-care reform

Can he make it better?

Jul 23rd 2009 | NEW YORK
From Economist.com

Barack Obama pushes plans for reforming health care in America

DEMOCRATS dominate both houses of Congress and Barack Obama is a president who is still popular. So why did Mr Obama seem so defensive at a press conference on Wednesday July 22nd when taking a stand on a massive legislative overhaul of health care, a job which he has left to Congress thus far?

It may be because reforming health care is far and away the biggest domestic challenge facing Mr Obama. More than 40m Americans still fall through the cracks of a system that only provides care for those with a good job, the elderly and the very poor. Lose his biggest domestic battle in his first year in office and the Republicans can “break him” and his broader agenda, according to Jim DeMint, a Republican senator from South Carolina. Mr DeMint says that health care is Mr Obama’s Waterloo.

Mr Obama made a quick and lively statement, in contrast to some of his more drawn-out speeches. Regarding health-care inflation, he said “If we do not control these costs we cannot control our deficit. If we do not act, 14,000 Americans will continue to lose their health insurance every single day.” After depicting the crisis, he addressed the criticisms. Ordinary voters, Mr Obama conceded, would ask “what’s in it for me?” He reiterated that those with insurance would stay covered comfortably. Those who moved jobs or ran small businesses could buy insurance through an exchange, which he said would reduce costs. He also said that nobody would be denied coverage for pre-existing conditions.

This is important. Contrary to its barbaric image, the American health-care system does not leave grievously sick or injured people dying on the steps of hospitals. Democrats in favour of reform say that they are taken in anyway, with the cost to doctors and hospitals coming out of the public purse—so covering the uncovered counts as a saving, not a cost.

Other savings are expected to come from the public-insurance programmes. Also on Wednesday Peter Orszag, the White House’s budget director, told the Council on Foreign Relations in New York that the president supported a public commission to keep costs down in Medicare, which insures the elderly. Under this innovation, a watchdog would oversee Medicare and Congress would keep a check on that body’s decisions, but not tinker with the details. Congress would be limited to approving the annual recommendations to increase of decrease Medicare’s budget.

Mr Obama did not explain how he would live up to his promise, reiterated on Wednesday, that his health-care reforms would not add to America’s deficit. He said that two-thirds of the cost could be met by trimming fat on federal programmes, but gave no new details. He also mentioned taxing the rich more heavily to make up the rest. His plan has powerful backers including the traditionally reform-shy American Medical Association, which endorsed the main bill from House Democrats (and which helped to sink Bill Clinton’s reforms in the early 1990s). Mr Obama also gave warning that “we are guaranteed to see Medicare and Medicaid basically break the federal budget,” but he did not say how this could be forestalled.

Americans want health-care reform, and trust Democrats to deliver it more than Republicans. But Mr Obama still faces huge obstacles, not least from a restive Congress, where fiscally conservative Democrats might put up resistance. Six senators, three of them Democrats, have urged him to slow the passage of legislation in order to win bipartisan support. And on Wednesday the Mayo Clinic in Minnesota, a hospital singled out by Mr Obama for its quality health care at an affordable price, criticised his plan. Republicans are rumoured to be planning a concerted campaign to block the reforms by claiming that they will increase the deficit while handing control of patient care and medicines to the government.

Mr Obama is right that America’s health-care system is not providing value for money. But competing congressional bills and the inevitable difficulties of thrashing out hard compromises means that reform is still up in the air.

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Su Obama e sull’Europa

Pubblicato da nicola su 3 Luglio, 2009

A distanza di alcune settimane, desidero condividere con voi tutti un’ulteriore riflessione sulle recenti elezioni per il rinnovo del parlamento europeo.

Il punto che vorrei discutere è il seguente: come possiamo giustificare la coesistenza dell’entusiasmo e ammirazione registrati in tutta Europa all’indomani dell’elezione di un presidente statunitense di matrice liberal e democratica, con il voto xenofobo, nazionalista e conservatore che si e’ imposto in buona parte del continente? Concorderete che le cose non quadrino del tutto: gli europei hanno accolto con grande felicita’ l’elezione di un presidente americano nero e figlio di un immigrato, portatore di politiche e idee che potrebbero essere facilmente scambiate o confuse per socialdemocratiche. Portatore, soprattutto, di una risposta nuova e originale al momento di crisi che ha attanagliato l’intero globo. Perche’, nonostante i facili entusiasmi per gli sviluppi politici oltreoceano, gli europei hanno invece scelto la strada della chiusura, delle vecchie soluzioni, del nazionalismo gretto? Vedete una contraddizione, in tutto questo? Ritenete sia possibile sanarla?

Credo sia possibile e necessario azzardare almeno due ipotesi. Vi prego di aggiungere dei commenti qualora ne aveste di vostre, magari più autorevoli delle mie.

In primo luogo, credo sia necessario rimarcare la distanza tra la costruzione del personaggio Obama e la realtà. Gli entusiasmi che accompagnano le apparizioni di Obama in Europa, le folle che si radunano nelle piazze, a Berlino e a Parigi, per salutare il suo passaggio e per accogliere il Verbo, si direbbe non abbiano alcun peso elettorale. In effetti, non ne hanno. Obama è salutato e riverito in seguito ad una sorta di mitopoiesi cinematografica, che utilizza la politica e la storia come sfondo epico per esaltare l’eroismo del personaggio.

obama600Obama davanti ai duecentomila di Berlino

081101-obama-vlg-8p.widecIn attesa della rockstar

Il simulacro di Obama che ci presentano i media, negli Stati Uniti e ancor più in Europa, non si rivolge a cittadini elettori, ma ad un pubblico. Siano prova di questo fatto i mille e mille articoli di costume che sprecano carta e pellicola per informarci di questo o quel pettegolezzo sulla First Lady, sul vestito scelto per l’incontro con Carla Bruni, sulla più o meno composta eleganza delle due, sul menù della sera nel bistrot parigino, e via dicendo. E’ chiaro a tutti che nulla di tutto questo possa avere un peso politico elettorale, ma concorderete che l’immagine obamiana prevalente nell’informazione si snodi attorno a queste cronache minime dell’eroe quotidiano. Non fossimo nel 2009, si potrebbe pensare che queste cronache dei menu’, dei vestiti e delle feste si riferiscano al matrimonio tra Cosimo I de’ Medici ed Eleonora di Toledo, nel 1539.

Michelle-Obama-and-Carla-Bruni-Sarkozy-756444Michelle e Carla, la politica dell’inutile

Incidentalmente, viene da chiedersi ad esempio perche’ i giornali e le tv non facciano notare che Obama stia anche lavorando a tempo pieno sulla riforma del sistema sanitario statunitense, anche se non so con quale successo e con quanto margine effettivo di miglioramento. Il dibattito e’ molto acceso e complesso negli Stati Uniti, ma l’intera faccenda non viene molto seguita dai media europei. Essi ce ne offriranno un sunto a giochi fatti, a riforma passata, con l’ormai familiare celebrazione dell’Obama mezzo Robin Hood e mezzo Kennedy. Non stupisce, quindi, che questa lettura cinematografica degli eventi cristallizzi il potenziale politico di Obama in una condizione tale per cui non possa nuocere agli equilibri (e squilibri) europei.

In secondo luogo, credo sia necessario ricordare un elemento importantissimo e forse dimenticato, o quanto meno offuscato. Per quanto Veltroni abbia cercato di camuffarsi come l’Obama nostrano, il presidente americano ha poco a che vedere con Veltroni, e ancor meno con la sinistra italiana ed europea. Esattamente come il partito di cui e’ espressione, egli non condivide una tradizione che dal socialismo ha portato alla socialdemocrazia.

Il Partito Democratico statunitense e’ un partito di centrosinistra solo in senso lato, e in ogni caso deriva questa familiarita’ con le sinistre a seguito di recenti sviluppi. Mi riferisco, in particolare, alla presa in carico da parte del partito di certi desiderata della social agenda post-sessantottina, con un marcato impegno a difesa dei diritti civili e dei diritti umani; e’ la sinistra pacifista, la sinistra dell’impegno a favore delle madri singole e degli omosessuali, piu’ che la sinistra degli espropri, degli scioperi, della lotta di classe, delle case popolari, del reddito minimo garantito, dei sussidi, dell’economia statale e statalizzata.

obamamarxiw5Obama il comunista, in una vignetta ovviamente tratta da un sito repubblicano

Il Partito Democratico statunitense non proviene da una tradizione di contestazione del sistema capitalistico o del libero mercato, e non propone soluzioni che ne critichino le basi, nemmeno in questi tempi di crisi. Qualcuno mi potra’ contestare ricordando che il Partito Democratico delle origini era in effetti un partito agricolo, almeno in parte anticapitalistico, e che la guerra civile americana abbia rappresentato la vittoria del modello economico capitalistico/repubblicano del nordest sul sistema schiavista, postfeudale e democratico del sud. Tutto vero, ma non mi sembra che questo antico endorsement dello schiavismo e segregazione, a sua volta, abbia molto a che vedere con le sinistre europee della seconda meta’ dell’Ottocento.

Le sinistre europee, al contrario, sono quasi tutte figlie del Partito Comunista o di quello Socialista. Non ci si scappa. Con l’esclusione dei Labour inglesi, che forse piu’ di ogni altro partito e da più lungo tempo hanno saputo integrare un approccio “di sinistra” simbiotico e integrato al sistema capitalistico, gli altri partiti di centrosinistra propongono soluzioni ai momenti di crisi che per molti versi si discostano dalle policies comunemente ritenute ragionevoli e naturali negli Stati Uniti. La difesa del lavoro e dei lavoratori negli States passa attraverso la mobilitazione delle Unions, non certo dai grandi sforzi del Partito Democratico.

Tutta questa tirata non vuole essere un rimprovero o una critica alle sinistre e alle socialdemocrazie del vecchio continente: e’ necessario pero’ comprendere che vi sono profonde differenze, e che la sinistra europea non rispecchia l’idea di sinistra del Partito Democratico statunitense, men che meno del Presidente degli Stati Uniti. Credo insomma ci sia poco in comune, e il voto lo ha dimostrato.

Se sia necessario pensare a un futuro del progressismo europeo sempre piu’ in armonia ideologica con la tradizione democratica statunitense e sempre meno socialista, e’ un dibattito su cui credo si dovrebbe quanto meno ragionare. Gli articoli pubblicati nelle scorse settimane con gli interventi di Bertinotti e di Alain Touraine costituiscono a loro volta un chiaro punto di partenza.

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