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E’ cambiato qualcosa?

Pubblicato da nicola su 10 Ottobre, 2009

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Desidero scrivere due cosette per onesta’ intellettuale. Parecchi mesi fa, su questo stesso blog, andavamo ipotizzando un futuro di cambiamenti per il mondo, e in particolare per l’Italia, dovuti alla crisi economica. Alle volte, si faceva riferimento a Beppe Grillo: egli prevedeva, prima per Giugno, poi per Settembre, le famose “mandrie di bisonti scalpitanti”. Fuori di metafora, credo si riferisse alle moltitudini di lavoratori lasciati a casa dalle aziende, pronti a calare su Roma per randellare a destra e a manca i politicanti di turno.

Ebbene, siamo ad Ottobre, e di tutto questo non si e’ ancora visto nulla. Devo ammettere dunque un discreto errore di lettura degli avvenimenti. La crisi rimane: in Italia un sacco di persone vengono messe in mobilita’, ma questa mobilita’ non si trasforma in mobilitazione. Anche i sindacati, tanto per dirne una, se ne stanno parecchio zitti.

Qui negli Stati Uniti la disoccupazione e’ altrettanto galoppante, e l’anno prossimo per la prima volta in non  so quanti decenni le paghe base saranno piu’ basse non solo rispetto all’inflazione, ma addirittura nel loro valore  monetario assoluto rispetto all’anno precedente. Nonostante questo e nonostante un quinto della popolazione sotto la soglia di poverta’, anche qui sembra che nulla si muova. Attendo, fatalmente, la morte di un afroamericano per mano poliziotta: me la sento arrivare, ed essa portera’ con se’ alcuni morti ed interi quartieri messi a ferro e a fuoco. Ma si trattera’ probabilmente degli stessi quartieri ove gli afroamericani vivono, e tali azioni avranno scarse conseguenze sul piano politico.

Insomma, a un anno circa dal cosiddetto inizio della crisi siamo al punto di partenza. Il sistema non e’ saltato, anzi: per certi aspetti, la concentrazione dei poteri economici e’  ancora piu’ ristretta e pericolosa. Due o tre banche d’investimenti statunitensi hanno ingoiato tutto, grazie ai digestivi offerti dalle finanze pubbliche.

Sono deluso: non dico che avrei voluto vedere paesi come gli Stati Uniti o l’Italia in bancarotta (non me ne verrebbe certo nulla in tasca, anzi, ma non nego la curiosita’ di “vedere l’effetto che fa”), ma avrei voluto osservare un sussulto di socialismo nel public discourse, cosa che invece non e’ mai accaduta.

Infine, devo ammettere un’altra mezza valutazione errata in merito alla stampa quotidiana.

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Si prevedeva, per la fine di quest’anno, la scomparsa di buona parte dei giornali. Negli Stati Uniti l’impresa e’ quasi riuscita: quasi tutte le citta’ americane hanno perso le proprie testate locali, e nemmeno i giornaletti gratuiti tipo Metro riescono a pubblicare. Una visita alle edicole del Connecticut o del New Jersey e’ faccenda assai triste, credetemi. Quattro altri importanti quotidiani hanno chiuso, oltre al famoso Seattle Post-Intelligencer. Tra questi, il Baltimore Examiner e il Rocky Mountain News. Los Angeles Times e Chicago Tribune hanno portato i libri contabili in tribunale per bancarotta, ma a forza di tagli al personale e alle pagine sono riusciti a sopravvivere sotto nuove amministrazioni. Il New York Times sopravvive, nonostante perdite ingenti. La sopravvivenza e’ dovuta all’esposizione economica intrapresa dall’editore-megnate, il quale comunque non ha esitato ad operare numerosissimi tagli al personale e chiudere intere sezioni del quotidiano, addirittura buona parte delle cronache sportive.

In Italia, al contrario, non va affatto male: il solito Beppe Grillo strillava che i giornali avrebbero visto il loro ultimo giorno prima della fine dei contributi pubblici, ma i contributi continuano a piovere e i quotidiani continuano a campare. La liberta’ di stampa sara’ anche in pericolo, ma nel frattempo solo quest’anno sono nati addirittura due o tre quotidiani di sinistra (quello di Sansonetti, quello verde, il Fatto) e tutti gli altri galleggiano alla deriva, come fanno da quarant’anni.

Piaccia o no, devo dunque ammettere anche in questo caso un discreto errore di valutazione, il quale apre ad alcune domande fondamentali:

1-Cosa scrivo a fare?

2-Cosa dobbiamo immaginare per il futuro? Dobbiamo forse smettere di immaginare, e scendere a patti con una realta’ che si ostina all’autoconservazione fino alle tragedie croniche che affliggono con regolarita’ i piu’ deboli, e che producono solo piccoli aggiustamenti di rotta?

3-Quanto e’ sopravvalutata l’opinione di Beppe Grillo? Vi confesso che da quando mi sono trasferito, per motivi di tempo, ho smesso di leggere il suo blog tutti i giorni, e non mi manca particolarmente. E’ una voce importante, per carita’, ma forse non sempre indispensabile.

Le domande sono piu’ retoriche che altro, ma se qualcuno avesse voglia di abbozzare una risposta, la leggero’ volentieri.

P.S. -piccola nota tecnica- Perdonerete il mio costante e tedioso utilizzo dell’apostrofo ‘ in vece dei corretti accenti sulle vocali. Purtroppo mi trovo spesso a scrivere con tastiere statunitensi, e preferisco un efficace errore grafico ad un errore nello spirito del testo, tanto per capirci.

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Gli intellettuali

Pubblicato da sandro su 8 Settembre, 2009

Cos’è un intellettuale, oggi, in Italia? Chi ha ancora profondità di pensiero e statura etica, morale per porsi come riferimento in questo bordello nazionale? Quanti sono i sopravvissuti e perché tacciono?
Negli anni ‘70 gli intellettuali scrivevano sul Corriere, erano presenti nell’informazione quotidiana. Montanelli, Pasolini, Buzzati, Montale, Calvino, Moravia. Forse non avrebbero amato essere definiti intellettuali, ma erano una spanna sopra agli altri per cultura e spesso per coraggio. Montanelli disse in un’intervista che il requisito principale per fare il giornalista erano i cosiddetti, per un intellettuale vale lo stesso discorso. Pasolini avrebbe fatto a pezzi lo psiconano e il suo sodale D’Alema con un solo articolo. A De Bortoli non basterebbe un ventennio di editoriali, a PG Battista l’eternità.
Göring, successore designato di Hitler, disse che ogni volta che sentiva la parola “intellettuale” metteva mano alla pistola. Nel Paese della P2 e dell’inciucio permanente tra PDL e PDmenoelle siamo più civili, è sufficiente un posto di direttore o vice direttore di giornale, un incarico di facciata nel partito, qualche libro edito da una casa editrice.
Gli intellettuali, se esistono ancora, si sono venduti. Sono diventati tartufi, cortigiani, zimbelli da esibire, spaventapasseri da telegiornali di regime oppure ombre silenti, docenti universitari, ciarlatani di piazza con le dispense a puntate sul settimanale di sinistra, firme autorevoli di quotidiani nazionali, fiori all’occhiello di consigli di amministrazione. L’intellettuale è una specie scomparsa, sotterrata dalle tonnellate di merda della televisione e dall’indifferenza, dal grufolare di maiali, della società italiana. Si sono adattati, meglio vivere cento giorni da pecora che un giorno da uomo libero. I migliori tengono una rubrica, rispondono alla posta dei lettori e lanciano appelli per la democrazia da sottoscrivere, anche on line. Appelli vibranti che non servono mai a un cazzo.
L’intellettuale moderno non è di destra o di sinistra, il suo punto cardinale è il portafoglio, il suo segno distintivo la piaggeria verso il potere. Ama servire e le sue capacità sono a disposizione di chi le apprezza. Questa classe politica fa schifo, ma chi non ha mosso un dito per decenni quando, per ruolo e intelligenza, poteva farlo, fa più schifo ancora.
L’Italia è in una situazione prerivoluzionaria, i sintomi ci sono tutti. Milioni di disoccupati alle porte, un debito pubblico abnorme, le spese dello Stato in aumento vertiginoso, mancanza di rappresentanza politica per decine di milioni di persone, delirio allo stato terminale di Testa d’Asfalto che non ha più niente da perdere, assenza di un’opposizione, a parte Kryptonite Di Pietro, un’economia fragile, un senso civico inesistente e una disgregazione dello Stato.
Le dieci domande di Repubblica sulla vita sessuale (quella che gli è rimasta) di Accappatoio Selvaggio, sono il massimo che è riuscita a esprimere la sinistra in tre lustri come opposizione alla melma che ci ha sommerso. A Berlusconi non sono state fatte diecimila domande ben più importanti sulla mafia, sulla P2, sull’origine delle sue società. Gli è’ stato concesso tutto, qualunque conflitto di interessi, ogni legge porcata, ogni condannato in Parlamento. Con la benedizione degli intellettuali di sinistra e degli intellettuali cattolici. Tutti comprati e contenti.

Beppe Grillo su www.beppegrillo.it il 2 settembre 2009

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Grillo e il web

Pubblicato da nicola su 21 Luglio, 2009

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Una riflessione sulla recente vicenda politica che ha riguardato Beppe Grillo. Al di la’ della liceita’ o meno della sua candidatura; al di la’ del fatto che, visto il punto a cui siamo ridotti, una simile candidatura bisognerebbe augurarsela, con tanto di vittoria; al di la’ di queste cose, dunque, vorrei porre l’attenzione sul fatto che anche Grillo, alla fine, sembra non abbia potuto resistere al richiamo della politica tradizionale, lontana dalla rete.

In poche parole, mi sembra di poter dire che le Liste a Cinque Stelle di Grillo, capillarmente diffuse sul territorio nazionale, non abbiano sortito l’effetto sperato. Una trentina di consiglieri comunali, sparsi a destra e a manca nei piu’ sperduti paeselli e cittadine, temo produrra’ assai pochi risultati.

Non so come sia parsa a voi l’intera faccenda, e concordo con il povero Grillo sul fatto che le liste da lui sostenute abbiano subito numerosi boicottaggi politici e mediatici, ma in conclusione non posso che rilevare un sostanziale fallimento dell’iniziativa.

Piu’ che la misera performance delle liste grilline, credo debba far riflettere la scarsissima influenza che ancora una volta internet ha dimostrato di giocare nel nostro paese. Per quanto Grillo continui a insistere, l’informazione non passa da internet. Se passa, di certo non passa alle masse di votanti. E se passa anche a loro, passa nel formato della fotina ridicola con Berlusconi intento nell’ultima idiozia, inoltrata a tutti i conoscenti. Politicamente, pero’, si traduce solo in una risata o in un sospiro. Tutte le chiacchiere dei nostri telegiornali sull’uso di Twitter durante le proteste in Iran non sono altro che un esercizio di stile, poiche’ nessuno qui lo usa, nemmeno sa cosa sia. Di certo non lo usano le masse, e non se ne sente la necessita’. Resterebbe da capire quale sia l’utilizzo effettivo di quello strumento anche in Iran, se effettivamente abbia riguardato ampi gruppi della popolazione, o piu’ in generale se sia servito a qualcosa, oltre che ad evitare i costi delle trasferte dei giornalisti occidentali.

La mia impressione e’ che, conscio di questo sostanziale fallimento, Grillo sia ricorso all’impegno diretto in prima persona per sanare questioni che ritiene diverrebbero irrimediabilmente guaste. In attesa che la rivoluzione soft-informatica faccia il suo lavoro, egli ha preferito “scendere in campo” con i vecchi metodi.

E’ facile raccontare che Obama sia stato eletto anche grazie a Facebook: si sarebbe detto anche di McCain, se fosse stato eletto lui. Semplicemente, alle presidenziali precedenti Facebook non c’era, o non si usava. Cio’ non toglie che tre quarti del lavoro di convinzione dell’elettorato sia stato svolto nei riguardi della platea televisiva, che non solo rappresenta ancora oggi il bacino di voti piu’ capiente, ma si sta muovendo da un punto di vista tecnologico in simbiosi con la rete, e non in contrasto, come talvolta Grillo sembra credere. Ne sia una blanda prova il crescente traffico di video in streaming, per buona parte “rippati” da primigenie produzioni televisive.

Ritengo che la recente mossa di Grillo debba farci riflettere sull’impatto complessivo che le nuove tecnologie e le reti sociali virtuali effettivamente abbiano nella realta’, almeno in Italia.  Vorrei poter ascoltare le parole di tanti intellettuali su queste vicende, ma ahime’ fatico a trovarle.

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Impermeabilità

Pubblicato da sandro su 15 Luglio, 2009

Rapidissimi i caporioni del Pd nel negare a Beppe Grillo l’iscrizione al partito e quindi la possibilità di correre, in autunno, per la segreteria. Il motivo, a me sembra, non sta tanto nella scrupolosa osservanza delle norme statutarie, quanto nella preoccupazione che l’oracolo dell’antipolitica possa pallidamente spostare a sinistra lo sbandato e decrepito Pd. Gli argomenti “storici” di Beppe Grillo, che qui mi premuro di sottoscrivere, sono infatti visti come la peste dalle neglette gerarchie dei democrats – come amano chiamarsi fra loro. Parlamento pulito, conflitto d’interessi, legge Gasparri, energia, acqua pubblica, wi-fi libero, comuni gestiti dai cittadini, sono tutti temi che provocano ai mestieranti della politica un travaso di bile non appena li sentono nominare. Mica perché si tratta di cose irrealizzabili, intendiamoci, ma perché non è loro interesse realizzarle. Sono anch’io dell’avviso che il Pd sia oggi guidato da un’oligarchia chiusa al rinnovamento e alla democrazia interna, e che assieme all’oligarchia del Pdl gestisca e amministri, sfruttando le istituzioni e il potere legalmente costituito, gli interessi di comitati d’affari del tutto estranei, distanti dalle necessità del popolo e del paese. Gli ultimi vent’anni di politica ulivista e berlusconiana, di cui Pd e Pdl sono promanazioni, hanno prodotto il risultato che abbiamo appreso l’altro dì dalla stampa: un italiano su due dichiara meno di quindicimila euro l’anno. Dal che se ne deduce che chi ha governato l’ha fatto male, anzi sempre peggio, e il ceto politico si è fatto casta, impermeabilizzandosi alle critiche e alle riforme. Sfido chiunque ad affermare di sentirsi pienamente rappresentato da coloro che siedono in parlamento, qualunque sia il suo orientamento. Quel luogo, ahimè, è stato sconsacrato, deprivato di senso. Allo stato attuale delle cose non ho alcuna fiducia nella politica, anzitutto perché la mia parte è stata estromessa col voto dalle stanze del potere, e secondariamente perché la parte succedanea – il Pd – si è finora dimostrata inidonea, reticente, talvolta complice, insomma non ha fatto l’opposizione come vorrei e pretenderei. Inoltre non dimentico che enormi, insormontabili sono le divergenze fra me, i miei valori, le mie aspirazioni e quelle per cui “lotta” il Pd. La candidatura di Ignazio Marino, una persona brava, onesta, capace, sensibile, è stata un inatteso raggio di luce. Ha però poca speranza, arriverà ultimo. D’Alema & Co. congiureranno per tenersi stretto lo scettro, le poltroncine di Vespa e il telegiornale coreano di Minzolini.


La “vicenda Beppe Grillo”, tuttavia, mi offre l’opportunità di soffermarmi su un aspetto che letteralmente mi ripugna. Per arrivare al punto, devo prima compiere un breve excursus. Ricorderete tutti il sonetto che il degno consigliere comunale milanese, nonché deputato europeo, nonché deputato nazionale, nonché conduttore di Radio Padania, nonché chissà cos’altro, Matteo Salvini ha dedicato ai napoletani tutti. Tale climax poetico, di arduo conseguimento persino al più annebbiato Kerouac, è stato raggiunto dall’esimio padano sotto un gazebo leghista, mentre tracannava birra gelata e indossava la maglia della nazionale lombarda, pensate un po’. Il video l’avete visto tutti, non occorre che stia qui a rammentarvene le scene. Nelle primissime battute del video si sentono dei cori, intonati dagli spin doctors del Sommo, che scandiscono: «E’ Matteo il capogruppo», alludendo ad una delle professioni per cui il disonorevole Salvini viene regolarmente retribuito. Deve per adesso passare in secondo piano il fatto che il luogo dell’evento culturale fosse Pontida e che i sunnominati suggeritori fossero colmi d’alcol: non ci interessa. Ciò su cui intendo focalizzare l’attenzione è lo spirito calcistico mediante il quale quel gruppo ben assortito difenda, come il cane il suo osso, la posizione conquistata dal singolo Salvini, che per estensione è una posizione conquistata dalla Lega, e che per converso gli irrequieti tifosi reclamano per sé stessi. In quelle poche, aberranti grida c’è tutto il significato che la parola politica è venuta assumendo negli ultimi tempi: occupazione. Occupazione nel senso di invasione, conquista, dominazione, colonizzazione, e quanti più sinonimi riusciate ad immaginare. Essere eletti non è più un servizio, fare il rappresentante o l’amministratore locale non è più un sacrificio in nome della comunità; sono zone di supremazia suggellate dal voto. Qualunque beota può farsi eleggere, qualunque Salvini, purché lo spazio restato libero sia subito, al più presto, con quanto più clamore riempito. Le elezioni amministrative si sono trasformate in spettacolini itineranti, dove chi recita segue un canovaccio da commedia dell’arte. In ogni elezione ci sono il buono, il brutto e il cattivo che si sfidano: ciance, minacce, io faccio questo, io faccio quest’altro, il mio partito qui, il mio partito là, ecc. Poi capita che uno vinca, e allora sono fiumi di spumante, cori di evviva, profluvi festaioli a favor di telecamera. Cosa c’è da festeggiare? Il trionfo della Ferrari? Il ritorno in serie A? No, si festeggia lo stipendio da sindaco, da presidente di provincia o da governatore, come i cronisti insulsi vezzeggiano presidenti di regione ancor più insulsi. La politica è una torta alla crema posta sopra un tavolo attorno al quale noi cittadini non sediamo né siamo invitati. In nome della democrazia. Insomma, e scusate la tediosità, la politica non è roba per persone serie. W Salvini e W Fassino!


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Lettera di Beppe Grillo

Pubblicato da nicola su 13 Marzo, 2009

Tolto il riferimento ai criminali stranieri, che voglio sperare sia da intendersi in senso lato e non diretto, concordo su tutto. Sembro un po’ un vecchio repubblicano, o un socialista. Che brutta fine.

Caro ragazzo, cara ragazza del 2009,
sono un ex ragazzo degli anni ’60, mi chiamo Beppe Grillo, ho sessant’anni. Faccio parte della generazione che ti ha fottuto. Il tuo futuro è senza pensione, senza TFR, senza lavoro. Il tuo presente è nelle mani di vecchi incartapecoriti, imbellettati, finti giovani. Quando ero bambino l’aria e l’acqua erano pulite, il traffico era limitato, la mia famiglia non faceva debiti e tornavo a scuola da solo a piedi. Non c’erano scorte padane e neppure criminali stranieri in libertà. I condannati per mafia non diventavano senatori.
Le stragi di Stato non erano iniziate, Piazza Fontana a Milano era solo un posto in cui passavano i tram. Le imprese erano gestite da imprenditori. E’ strano dirlo ora, ma c’erano persone che investivano il loro denaro per sviluppare le aziende. E manager che vedevano lontano. Enrico Mattei dell’ENI, ucciso in un attentato, Adriano Olivetti, Mondadori, Ferrari, Borghi e cento altri che non ricordo. Intorno alle città c’erano i prati e non i cimiteri di cemento che chiamano unità residenziali. La bottiglia di latte la riportavo al lattaio e non costruivano inceneritori. La televisione era un servizio pubblico in cui lavoravano anche veri giornalisti come Enzo Biagi, e con solo un quarto d’ora di pubblicità al giorno. Quando si parlava si usava il tempo futuro. Il presente e soprattutto il passato erano verbi di complemento. I giardini pubblici erano puliti e sui marciapiedi si camminava senza doversi destreggiare tra le macchine parcheggiate. Le persone erano più gentili, spesso sorridevano. Sul Corriere della Sera scrivevano Montanelli, Buzzati e Pasolini.
I genitori sapevano che i loro figli avrebbero avuto un futuro migliore. Solo dal punto di vista economico, ma questo non potevano prevederlo. I fiumi erano puliti e si poteva fare il bagno nel fine settimana che non si chiamava ancora week end. L’unico problema era rappresentato dagli imprendibili tafani. Le spiagge erano libere e il mare quasi sempre verde azzurro. La P2 era una variabile al quadrato e non ancora l’antistato progettato da Cefis. Gelli non aveva arruolato il novizio Berlusconi con la tessera 1816. L’Italia era una e indivisibile e Bossi studiava alla scuola per corrispondenza Radio Elettra. Si lavorava duro, ma si poteva risparmiare e la pensione era un approdo sicuro. Era un piccolo Eden, ora perduto. Non sapevamo di averlo. Molti lo disprezzavano. Negli ultimi sessant’anni abbiamo avuto uno sviluppo senza progresso. E ora non ci resta neppure lo sviluppo.
Le generazioni che ti hanno preceduto meriterebbero un processo da parte tua, caro ragazzo e cara ragazza. Sono colpevoli di averti rubato il futuro. Loro vivono nel presente con la seconda casa, le pensioni senza base contributiva. Loro ti governano. L’Italia ha la coppia di cariche dello Stato Presidente/Primo ministro più vecchia del mondo. Loro usano la Polizia contro gli studenti e i precari. Loro hanno ucciso la democrazia e le aziende come Tronchetti e Geronzi, i brizzolati di successo.
Caro ragazzo e cara ragazza, non potete più stare a guardare, la vita vi scivola tra le mani. Voi, invece di lasciarla scivolare, trattenetela. Io non sono in grado di dare lezioni a nessuno. Ho fatto troppi sbagli e sono troppo vecchio (anche se non dimostro i miei anni, belin). Ma ho vissuto un tempo più bello, più vero, più colorato, più umano. E so che è possibile anche per voi.
Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?). Noi neppure.” Beppe Grillo

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Alcune riflessioni su informazione e carta stampata

Pubblicato da nicola su 11 Marzo, 2009

Il numero di Internazionale della scorsa settimana raccoglie una serie di interessanti articoli sul futuro della carta stampata. Vi consiglio senz’altro di procurarvene una copia, se non l’avete ancora fatto. Potete acquistarlo anche su internet con la Postepay.

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Gli articoli mi hanno ispirato una serie di riflessioni su alcuni argomenti: l’informazione, il costo dell’informazione, Beppe Grillo.

Andiamo con ordine.

Gli articoli selezionati da Internazionale partono dal postulato che, in tempi brevi, assisteremo alla scomparsa di molti quotidiani, nella loro attuale versione stampata: primo tra tutti il New York Times, che sappiamo essere ricolmo di debiti all’inverosimile, non ultimo a causa dell’inutile grattacielo progettato da Renzo Piano e appena costruito a New York, costato uno scherzetto come 600 milioni di dollari.

nytimes The New York Times Building, sulla Ottava Avenue

Insomma, ci sono buone chances che entro il 2009 il New York Times chiuda l’edizione stampata, come ha già fatto ad esempio il Christian Science Monitor, magari limitandosi a pubblicare un’unica edizione settimanale, un po’ più gonfia, la domenica. Se questo veramente accadrà, ciò darà la spinta a molti altri quotidiani di compiere lo stesso gesto.

La cosa che gli articoli di Internazionale fanno osservare del panorama statunitense è che i giornali yankee, fino a questo punto, si sono retti con le proprie gambe, e non con i sussidi statali come avviene in Italia. Se fosse per l’osannato mercato, i giornali italiani sarebbero tutti chiusi da parecchi anni, si sa.

Negli Stati Uniti, all’ipotesi di finanziamenti statali per salvare il ruolo dei quotidiani, strumenti insostituibili di un ampio dibattito democratico, pare si sia registrata una levata di scudi da parte di tutte le redazioni, che preferiscono affondare piuttosto che ricevere un finanziamento governativo che potrebbe mettere a rischio la loro libertà d’espressione.

Viene un po’ da sorridere, poichè in Italia abbiamo la prova che il contributo statale, distribuito a pioggia, lascia più o meno intatta la libertà dei giornalisti. Forse sarà maggiore il meno che il più, per carità, visto come ci descrivono le classifiche della libertà di stampa nel mondo, ma al di là dei risultati di vendita non si può dire che Libero o Il Manifesto non pubblichino quello che credono.

Dall’altro lato, ritengo un po’ ingenuo l’atteggiamento statunitense secondo il quale l’imprenditoria privata della stampa garantisca libertà d’espressione: come se il consiglio d’amministrazione del NY Times non debba distribuire dividendi agli azionisti, come se le idee di un magnate della carta stampata non influenzino le inclinazioni politiche di una testata, e così via.

Pazienza. Ciò che a quanto pare ci riserva il futuro è un mondo in cui i quotidiani saranno disponibili solo in versione elettronica, e se di carta stampata si potrà ancora parlare, sarà probabilmente quella legata allo sport, al gossip e all’intrattenimento. Quella che vende, insomma.

Questi fatti meritano comunque una riflessione approfondita. Anzitutto, è necessario valutare come fallimentare il sistema distributivo di informazioni gratuite che internet ci ha fino ad oggi fornito. Paradossalmente, non sono mai state consultate tante pagine del NY Times come in questi giorni. La gente si informa molto più di quanto non lo facesse anche solo cinque anni fa, specialmente i giovani. Ma lo fanno gratis. Il sistema, purtroppo, non regge.

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Qui entra in scena Beppe Grillo. Il buon Grillo, informato ma non troppo, ritiene nei proclami del suo blog che la pubblicità stia migrando dalla televisione e dai giornali alla rete, e che presto TV e quotidiani scompariranno. Ciò è vero solo in parte. La pubblicità in rete non migra affatto, ne sia prova il fatto che i venti milioni di contatti giornalieri del sito del NY Times generano delle revenues assolutamente trascurabili. Gli spazi pubblicitari su internet non costano quanto quelli su carta stampata, nemmeno se si rivolgono a un pubblico venti volte maggiore. Al contrario, si tratta di un pubblico spesso molto smagato, in grado di separare l’informazione dalla pubblicità, di evitarla. Vorrei chiedervi quante volte, sinceramente, avete cliccato sulle pubblicità di un’automobile o di un qualsiasi prodotto durante le vostre peregrinazioni in internet.

Un discorso a parte va fatto per la televisione. La televisione non morirà, purtroppo o per fortuna. Il digitale terrestre, che Grillo sempre definisce tecnologia morta, in realtà è viva e vegeta, e in parecchi stati europei è lo standard di trasmissione televisiva. Negli Stati Uniti hanno chiuso le trasmissioni analogiche lo scorso 11 Febbraio.
L’intreccio tra Tv, internet, prodotti pay per view e computer è sempre più stretto negli Stati Uniti, e a questo intreccio va aggiunto quello delle console dei videogiochi, che a loro volta innestano una serie di prodotti e servizi sulla piattaforma televisiva. Cose che da noi ancora non si utilizzano a livello di massa, credo, ma che negli Stati Uniti sono il pane quotidiano di ogni famiglia con figli.

In effetti, si è osservato che dopo il superamento degli acquisti nella sfida TV-Personal Computer, il risultato ultimo non è stato l’abbandono della tv a favore di internet. Semplicemente, si aggiorna la pagina di Facebook mentre la tv in sottofondo propone l’ennesima puntata in pay per view del programma preferito.

Insomma, non credo che il buon Grillo abbia veramente il polso della vicenda.

A tutto questo si aggiunge un’ulteriore problema, che ci riporta alla questione generale dell’informazione: la scomposta fiducia del comico genovese nel Citizen Journalism, nell’impegno dal basso, nel reporter-utente che stabilisce un contatto diretto con la realtà locale e con il pubblico della rete. Questa fiducia si accompagna alla fiducia nei blog e negli strumenti del web 2.0 come vessilli di democrazia e partecipazione.
Questa visione dei fatti, ahimè, è utopica. Nessuno può permettersi di lavorare gratis, e il giornalismo distribuito o cittadino non potrà che risultare in una copertura amatoriale e soprattutto parziale della realtà. Già i giornali di oggi coprono le notizie secondo la propria inclinazione ideologica, non posso immaginare che le cose migliorerebbero con un giornalismo diffuso. Un giornalismo, poi, che sarebbe di necessità hobbistico e amatoriale: chi potrebbe permettersi un’indagine approfondita, se non supportato finanziariamente e logisticamente da una struttura superiore? Chi potrebbe informarci di quanto accade a Baghdad, senza i soldi e i mezzi per recarsi in loco? Dovremmo lasciare che solo gli abitanti di Baghdad ci possano informare? E quali, allora? I Sunniti o gli Sciiti?

L’impalcatura non regge, poichè poggia su una mancanza di professionalità. Siamo un esempio di questo fatto anche noi stessi, nel piccolo del nostro blog: se non potessimo affidarci a notizie ed articoli elaborati da altri in qualche redazione, spesso non avremmo nulla da dire. E non perchè ci manchino le cose da dire in senso assoluto, o le idee; ma poichè comprendiamo la scarsa risonanza o importanza di certi nostri pensieri, se non possiamo supportarli con un’indagine diretta, con dati concreti. Infine, ma non è un fatto marginale, abbiamo anche altro da fare. Noialtri le inchieste che fa Travaglio leggendosi faldoni giudiziari di undicimila pagine non possiamo farle. Dobbiamo affidarci a lui, e a chi lo paga per farlo.

La bella stagione dei blog è già finita da un pezzo, e quelli che veramente hanno un seguito e un impatto sulla società sono organizzati secondo logiche giornalistiche, con una redazione che sforna notizie in proprio o quantomeno raccoglie in modo professionale quanto passa per la rete, per il mercato e per la società. La dimostrazione forse più paradossale di questo fatto è proprio il blog di Beppe Grillo, in cui i commenti ai suoi post sono spesso anche mille, e di conseguenza il parere del singolo utente si perde ancora una volta nel mare magnum dei commenti altrui. Beppe Grillo, a sua volta, non risponde mai ai commenti, dimostrando che l’intero impianto del suo sito è assolutamente all’antica. E non potrebbe essere diversamente, visto che egli è una personalità e che attrae un interesse commerciale simile a quello delle vecchie testate giornalistiche.

Insomma, tutto il movimentismo e l’impegno che Grillo si augura è positivo, specialmente per quanto riguarda l’impegno in politica che sempre più cittadini dovrebbero far proprio: l’iniziativa della registrazione dei consigli comunali ad esempio è molto positiva a mio parere, anche se il povero Grillo continua a dire che i suoi “ragazzi entrano con le webcam”, ignorando evidentemente che le webcam hanno un cavo usb di alimentazione e non possono esser trasportate agevolmente in un consiglio comunale… forse voleva dire le macchine fotografiche digitali con funzione video, o forse le buone vecchie videocamere… è un po’ ossessionato dalla parola web, poveraccio.

Purtroppo questo movimentismo non si applica e non si trasla nel mondo dell’informazione. In parte poichè le cose non finiranno come Grillo ipotizza, in parte poichè a lungo andare non verrebbe comunque garantito un sistema informativo di qualità.

Questo ci fa tornare all’inizio della discussione: postulata la morte del giornalismo cartaceo, cosa possiamo sperare per il futuro? Il mio timore, ma forse anche la mia speranza, è che si dovrà tornare a pagar qualcosa per le notizie. In un modo o nell’altro, se vogliamo garantire la qualità del lavoro non solo di una testata giornalistica, ma anche di un singolo citizen journalist, bisognerà che il suo lavoro venga ricompensato. La diffusione via web delle notizie diminuirà sensibilmente i costi di produzione delle notizie, ma certi costi fissi, che la pubblicità non paga, andranno sostenuti dal lettore.

Gli autori degli articoli di Internazionale, in effetti, si chiedono come mai nessuno ritenga un oltraggio il fatto che due giovani per mandarsi un sms spendano anche 20 centesimi, mentre si debba ritenere un insulto pagare 10 centesimi per la lettura di tutto un quotidiano.

Si capisce che gli attuali strumenti di pagamento e consultazione delle informazioni non siano adeguati e semplici (necessario ricorso alla carta di credito, visualizzazione sullo schermo, scarsa portabilità del supporto) ma chissa, forse strumenti come l’Amazon Kindle potranno rivoluzionare le nostre abitudini. Non sto a spiegarvi cosa sia e come funzioni ma vi assicuro che è una tecnologia molto interessante.

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Credo si possa dire che ci troviamo in un momento di grandi scelte (la parola crisi, dal verbo greco crino, vuol dire proprio questo): molti aspetti familiari del nostro passato verranno sconvolti nei prossimi anni, come è già successo quando si diffusero il treno, l’automobile, il televisore, il computer. Forse siamo solo troppo giovani per ricordarcene.

L’unica mia speranza è che in tutti questi cambiamenti che riguarderanno l’informazione si riesca sempre a mantenere un’impronta di correttezza, e che al tempo stesso si possa salvaguardare la libertà delle opinioni e delle letture di ogni avvenimento. Se mantenere questi capisaldi avrà un costo, anche economico, credo sarà necessario pagarlo.

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Su olimpiadi e malcostume

Pubblicato da sandro su 21 Agosto, 2008

Nazionalismi olimpici
Le Olimpiadi di Pechino, ma anche quelle precedenti, lo confesso, mi danno la nausea. Le abolirei. Sono un fantastico baraccone economico che gira il mondo ogni quattro anni. Dove arriva il circo si costruiscono stadi, strade, grattacieli, metropolitane, intere città. Le Olimpiadi sono un trionfo, un orgasmo del cemento.
La torcia accesa non è più simbolo di pace. Il mondo continua le sue guerre, i suoi stermini a sei cerchi. Il Tibet e lo Xinjiang sono finiti sotto il tappeto degli sponsor. La Georgia e l’Ossezia sono stati eventi fastidiosi, hanno tolto spazio al tennis da tavolo e al nuoto sincronizzato. Le Olimpiadi sono un treno impazzito. Se chiedete al macchinista qual è la prossima stazione non saprà rispondervi.
Delle Olimpiadi mi infastidiscono i record fasulli, gli sport olimpici praticati da quattro gatti, gli atleti dopati, l’entusiasmo a comando degli spettatori, le premiazioni in fila per tre. Più di ogni altra cosa, però, è il nazionalismo che mi manda in bestia. Il nazionalismo dello sportivo che piange all’alzabandiera, con la mano sul cuore, lo sguardo perso verso l’alto. Il nazionalismo dei media che danno spazio sempre agli atleti nazionali, anche di discipline improbabili (conoscete qualcuno che giochi a badminton?), anche se lontani dal podio. Le Olimpiadi sono una guerra simulata.
Vorrei atleti senza bandiere. Senza sponsor. Senza un Presidente che li saluta alla partenza e li riceve al ritorno da trionfatori. Vorrei che chi usa i suoi eserciti per uccidere altri esseri umani DURANTE le Olimpiadi sia espulso con infamia e per sempre dai Giochi. I russi che hanno invaso la Georgia, gli americani che occupano l’Iraq, la Cina che schiaccia il Tibet non hanno nessun diritto morale di partecipare o di ospitare i Giochi Olimpici.
L’uomo non è più il centro delle Olimpiadi, le Nazioni hanno preso il suo posto.La grancassa mediatica delle medaglie e delle medagliette ci fa sentire più italiani, più messicani, più coreani. Più diversi. I migliori. Le razze elette.
www.beppegrillo.it 21 agosto 2008

L’estate di Al Cafone
L’Italia in vacanza dice molto più di se stessa che nelle altre stagioni. Anche quest’anno sono in ferie in un villaggio turistico (motivi famigliari) e sulla spiaggia, quando non sono impegnato a respingere con cortesia e fermezza le proposte più bizzarre degli animatori che vorrebbero coinvolgermi in un girone infernale di tornei, passo il tempo a leggere e a sonnecchiare. Ma c’è un momento della giornata in cui, qualunque cosa stia facendo, mi blocco e rimango rapito ad ammirare lo spettacolo: l’ora dell’”acquagym”. Una mandria di bagnanti maschi e femmine, perlopiù flaccidi e inguardabili, dunque orgogliosissimi di farsi guardare, ballonzolano ritmicamente per una mezz’oretta buona con l’acqua alla cintola sulle note di vari motivetti della discodance anni 80 tentando invano di ripetere i movimenti che, dalla riva, suggerisce loro una graziosa animatrice.
Fissandoli negli occhi, inspiegabilmente raggianti, si ha la netta impressione che quello sia il loro momento, la loro mezz’oretta di celebrità, una specie di Isola dei Famosi proletaria e democratica, aperta a tutti, senza bisogno di selezioni o nomination. In quei corpi sudaticci e sgraziati, che tremolano come gelatine malferme, c’è tutta la volgarità, l’esibizionismo, la vuotaggine della società italiana degli ultimi anni. Fino a qualche tempo fa, osservando la gente sotto l’ombrellone, era rarissimo trovare qualcuno che non leggesse almeno un giornale, una rivista, un libro. Oggi la stragrande maggioranza non legge nulla. Mai. Per tutto il giorno. Per tutta la vacanza. Il tempo che una volta era dedicato alla lettura oggi è riservato ad armeggiare col cellulare (sempre con suonerie sgangherate e a diecimila decibel), a ripetere ad altissima voce i tormentoni ebeti sentiti alla televisione, a viziare bambini obesi e cafoneggianti ricoprendoli di gelati, ghiaccioli, cornetti, leccalecca, patatine, popcorn e porcherie varie (ultima trovata: il chupa-chupa con ventilatore incorporato, in grado di tranciare anche tre dita per bambino), a guardare nel vuoto per ore e ore sotto il sole, o, per i più impegnati, a grattarsi la pancia davanti a tutti.
Un gruppetto di tamarri sui cinquant’anni prelevano ogni giorno le sdraio dalla fila, le immergono nell’acqua, oltre il bagnascuga, restandovi stravaccati a mollo per tutto il giorno, e lì le lasciano la sera, finchè un’onda non se le porta via, tanto quella mica è roba loro. Devono essere gli stessi che scorrazzano nella stanza sopra la nostra con gli zoccoli ai piedi fino alle quattro del mattino. Di fronte a me, un nonno passa il tempo a farsi dare dello “stronzo-testadicazzo-figliodiputtana” dal nipotino di 6-7 anni. Al posto del moccioso, io da piccolo avrei perso i denti con mio padre e le gengive con mio nonno. Invece questo nonno moderno trova simpaticissimo il nipotino, e lo ricompensa con ogni sorta di regali per la squisita educazione. Tra qualche anno, se tutto va bene, il piccolo mostro diventerà ministro. Dichiarerà guerra ai fannulloni, manderà i soldati nelle strade, chiederà l’arresto dei mendicanti, bandirà Blob e Montalbano dalla televisione pubblica, metterà il grembiule alle scolaresche e il velo ai nudi del Tiepolo, perché è ora di finirla con tutto questo permissivismo e questa volgarità.
Marco Travaglio
“A” 19 agosto 2008

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Poi basta

Pubblicato da sandro su 13 Luglio, 2008

La seguente lettera di Marco Travaglio apparsa sull’”Unità” di qualche giorno fa esprime compiutamente anche il mio pensiero circa la manifestazione dell’8 luglio. Poi basta, non ci torno più sopra.
Sandro

l’Unità, 10 luglio 2008
Lettera aperta al direttore
di Marco Travaglio

Caro direttore,
quando tutta la stampa (Unità compresa), tutte le tv e persino alcuni protagonisti dicono la stessa cosa, e cioè che l’altroieri in Piazza Navona due comici (Beppe Grillo e Sabina Guzzanti) e un giornalista (il sottoscritto) avrebbero “insultato” e addirittura “vilipeso” il capo dello Stato italiano e quello vaticano, la prima reazione è inevitabile: mi sono perso qualcosa? Mi sono distratto e non ho sentito alcune cose – le più gravi – dette da Beppe, da Sabina e da me stesso? Poi ho controllato direttamente sui video, tutti disponibili su you tube e sui siti di vari giornali, e sono spiacente di comunicarti che nulla di ciò che è stato scritto e detto da tv e giornali (Unità compresa) è realmente accaduto: nessuno ha insultato né vilipeso Giorgio Napolitano né Benedetto XVI. Nessuno ha “rovinato una bella piazza”. E’ stata, come tu hai potuto constatare de visu, una manifestazione di grande successo, sia per la folla, sia per la qualità degli interventi (escluso ovviamente il mio).

Per la prima volta si sono fuse in una cinque piazze che finora si erano soltanto sfiorate: quella di Di Pietro, quella di molti elettori del Pd, quella della sinistra cosiddetta radicale, quella dei girotondi e quella dei grillini, non sempre sovrapponibili. E un minimo di rigetto era da mettere in conto. Ma è stata una bella piazza plurale, sia sotto che sopra il palco: idee, linguaggi, culture, sensibilità, mestieri diversi, uniti da un solo obiettivo. Cacciare il Caimano. Le prese di distanza e i distinguo interni, per non parlare delle polemiche esterne, sono un prodotto autoreferenziale del Palazzo (chi fa politica deve tener conto degli alleati, delle opportunità, degli elettori, di cui per fortuna gli artisti e i giornalisti, essendo “impolitici”, possono tranquillamente infischiarsi). La gente invece ha applaudito Grillo e Sabina come Colombo (anche quando ha chiesto consensi per Napolitano), Di Pietro, Flores e gli altri oratori, ma anche i politici delle più varie provenienze venuti a manifestare silenziosamente. Applausi contraddittorii, visto che gli applauditi dicevano cose diverse? Non credo proprio. Era chiaro a tutti che il bersaglio era il regime berlusconiano con le sue leggi canaglia, compresi ovviamente quanti non gli si oppongono.

Come mai allora questa percezione non è emersa, nemmeno nei commenti delle persone più vicine, come per esempio te e Furio? Io temo che viviamo tutti nel Truman Show inaugurato 15 anni fa da Al Tappone, che ci ha imposto paletti (anche mentali) sempre più assurdi e ci ha costretti, senza nemmeno rendercene conto, a rinunciare ogni giorno a un pezzettino della nostra libertà. Per cui oggi troviamo eccessivo, o addirittura intollerabile, ciò che qualche anno fa era normale e lo è tuttora nel resto del mondo libero (dove tra l’altro, a parte lo Zimbabwe, non c’è nulla di simile al governo Al Tappone). In Italia l’elenco delle cose che non si possono dire si allunga di giorno in giorno. Negli Stati Uniti, qualche anno fa, uscì senz’alcuno scandalo un libro di Michael Moore dal titolo “Stupid White Man” (pubblicato in Italia da Mondadori…), tutto dedicato alle non eccelse qualità intellettive del presidente Bush. Da dieci anni l’ex presidente Clinton non riesce a uscire da quella che è stata chiamata la “sala orale”. In Francia, la tv pubblica ha trasmesso un programma satirico in cui un attore, parodiando il film “Pulp Fiction” in “Peuple fiction”, irrompe nello studio del presidente Chirac, lo processa sommariamente per le sue innumerevoli menzogne, e poi lo fredda col mitra. A nessuno è mai venuto in mente di parlare di “antibushismo”, di “anticlintonismo”, di “antichirachismo”, di “insulti alla Casa Bianca” o di “vilipendio all’Eliseo”. Tanto più alta è la poltrona su cui siede il politico, tanto più ampio è il diritto di critica e di satira e anche di attacco personale.

Quelli che son risuonati l’altroieri in piazza Navona non erano “insulti”. Erano critiche. Grillo, insolitamente moderato e perfino affettuoso, ha detto che “a Napolitano gli voglio bene, ma sonnecchia come Morfeo e firma tutto”, compreso il via libera al lodo Alfano che crea una “banda dei quattro” con licenza di delinquere. Ha sostenuto che Pertini, Scalfaro e Ciampi non l’avrebbero mai firmato (sui primi due ha ragione: non su Ciampi, che firmò il lodo Schifani). E ha ricordato che l’altro giorno, mentre Napoli boccheggia sotto la monnezza, il presidente era a Capri a festeggiare il compleanno con la signora Mastella, reduce dagli arresti domiciliari, e Bassolino, rinviato a giudizio per truffa alla regione che egli stesso presiede. Tutti dati di fatto che possono essere variamente commentati: non insulti o vilipendi.

Io, in tre parole tre, ho descritto la vergognosa legge Berlusconi che istituisce un’ ”aggravante razziale” e dunque incostituzionale, punendo – per lo stesso reato – gli immigrati irregolari più severamente degli italiani, e mi sono rammaricato del fatto che il Quirinale l’abbia firmata promulgando il decreto sicurezza. Nessun insulto: critica. Veltroni sostiene che io avrei “insultato” anche lui, e che “non è la prima volta”. Lo invito a rivedersi il mio intervento: nessun insulto, un paio di citazioni appena: per il resto la cronistoria puntuale dell’ennesima resurrezione di Al Tappone dalle sue ceneri grazie a chi – come dice Furio Colombo – “confonde il dialogo con i suoi monologhi”. Sono altri dati di fatto, che possono esser variamente valutati, ma non è né insulto né vilipendio. O forse il Colle ha respinto al mittente qualche legge incostituzionale, e non me ne sono accorto? Sono o non sono libero di pensare e di dire che preferivo Scalfaro e i suoi no al Cavaliere? Oppure la libertà di parola, conquistata al prezzo del sangue dai nostri padri, s’è ridotta a libertà di applauso? Forse qualcuno dimentica che quella c’è anche nelle dittature. E’ la libertà di critica che contraddistingue le democrazie. Se poi a esercitarla su temi quali la laicità, gli infortuni sul lavoro, l’ambiente, la malafinanza, la malapolitica, il precariato, la legalità, la libertà d’informazione sono più i comici che i politici, questa non è certo colpa dei comici.

Poi c’è Sabina. Che ha fatto, di tanto grave, Sabina? Ha usato fino in fondo il privilegio della satira, che le consente di chiamare le cose con il loro nome senza le tartuferie e le ipocrisie del politically correct, del politichese e del giornalese: ha tradotto in italiano, con le parole più appropriate, quel che emerge da decine di cronache di giornale sulle presunte telefonate di una signorina dedita ad antichissime attività con l’attuale premier, che poi l’ha promossa ministra. Enrico Fierro ha raccolto l’altro giorno, sull’Unità, i pissi-pissi-bao-bao con cui i giornali di ogni orientamento, da Repubblica al Corriere, dal Riformatorio financo al Giornale, han raccontato quelle presunte chiamate (con la “m”). Ci voleva un quotidiano argentino, il “Clarin”, per usare il termine che comunemente descrive queste cose in Italia: “pompini”, naturalmente di Stato.

Quello di Sabina è stato un capolavoro di invettiva satirica, urticante e spiazzante come dev’essere un’invettiva satirica, senza mediazioni artistiche né perifrasi. Gli ignorantelli di ritorno che gridano “vergogna” non possono sapere che già nell’antica Atene, Aristofane era solito far interrompere le sue commedie con una “paràbasi”, cioè con un’invettiva del corifeo che avanzava verso il pubblico e parlava a nome del commediografo, dicendo la sua sui problemi della città. Anche questa è satira (a meno che qualcuno non la confonda ancora con le barzellette). Si dirà: ma Sabina ha pure mandato il papa all’inferno. Posso garantire che, diversamente da me, lei all’inferno non crede. Quella era un’incursione artistica in un genere letterario inaugurato, se non ricordo male, da Dante Alighieri. Il quale spedì anticipatamente all’inferno il pontefice di allora, Bonifacio VIII, che non gli piaceva più o meno per le stesse ragioni per cui questo papa non piace a lei e a molti: le continue intromissioni del Vaticano nella politica. Anche Dante era girotondino?

Il fatto è che un vasto e variopinto fronte politico-giornalistico aveva preparato i commenti alla manifestazione ancor prima che iniziasse: demonizzatori, giustizialisti, estremisti, forcaioli, nemici delle istituzioni, e ovviamente alleati occulti del Cavaliere. Qualunque cosa fosse accaduta, avrebbero scritto quel che hanno scritto. Lo sapevamo, e abbiamo deciso di non cedere al ricatto, parlando liberamente a chi era venuto per ascoltarci, non per usarci come pedine dei soliti giochetti. Poi, per fortuna, a ristabilire la verità sono arrivati i commenti schiumanti di Al Tappone e di tutto il centrodestra: tutti inferociti perchè la manifestazione spazza via le tentazioni di un’opposizione più morbida o addirittura di un inciucio sul lodo Alfano (ancora martedì sera, a Primo Piano, due direttori della sinistra “che vince”, Polito e Sansonetti, proclamavano in stereo: “Chi se ne frega del lodo Alfano”). La prova migliore del fatto che la manifestazione contro il Caimano e le sue leggi-canaglia è perfettamente riuscita.

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W Piazza Navona

Pubblicato da sandro su 10 Luglio, 2008

Come volevasi dimostrare, l’attenzione si sposta dal generale al particolare. Non importa che a manifestare contro le cialtronerie berlusconiane si siano mobilitate migliaia di cittadini e cittadine in rappresentanza delle più disparate classi sociali; non importa che dal palco di Piazza Navona abbiano parlato eminenti intellettuali o rilevanti figure della cultura italiana; non importa che un’opposizione di per sé ridicola si spacchi sulla difesa di princìpi quali l’uguaglianza e la giustizia. No, questo non importa: importano le frasi di Sabina Guzzanti su Ratzinger e quelle di Beppe Grillo su Napolitano. Telegiornali e giornali, nessuno escluso, vomitano addosso alla passione civile e alla dignità di quei pochi (o molti, dato che le cifre non si sanno) che non si vogliono rassegnare a vedere il proprio paese cader vittima di un gruppo di volgari maneggioni solo biasimi e malevolenze. La stampa in Italia, del resto, non è libera. Alla gente è stato detto che la manifestazione è stata un fallimento, che sono stati oltraggiati il presidente della Repubblica e il re del Vaticano, e tanto basta. Spiegare non serve; molto meglio, invece, far d’ogni erba un fascio, triturare tutto quanto insieme e lasciare che sia il padrone – Berlusconi, chi sennò? – a suggellare con una rotonda dichiarazione da statista il democratico accadimento: «A Roma ho visto solo immondizia». Perfetto. George Orwell chiamerebbe tutto ciò ‘bipensiero’, ovvero: non è successo niente, Piazza Navona non esiste, non è neppure a Roma.

Guardate, sono veramente senza parole. Secondo me il ‘No Cav day’ è stato un evento di tutto rispetto, e mi indigna il puritanesimo esibito da Veltroni, che ha colto l’occasione per sganciarsi da Di Pietro e correre fra le braccia di Casini. Ma si può? Allora vuol dire che ci sei proprio! Come può – in tutta onestà – illudersi di fare le riforme con Berlusconi? Quali riforme? Il federalismo leghista? i militari sulle strade? le centrali nucleari? gli elicotteri in Afghanistan? i tetti salariali fissati da Confindustria?
Sento dire che fra un anno si tornerà a votare. Be’, a questo punto, messi come siamo, non saprei dire cosa sia peggio: Veltrusconi o Veltroni soltanto?

Devo proprio commentare le ‘vergognose’ affermazioni di Sabina Guzzanti e Beppe Grillo.
Parto da quest’ultimo. Napolitano, come saprete, ha licenziato senza indugi il pacchetto sicurezza, nel quale sono affastellate tante di quelle porcherie giuridiche da spingere cento costituzionalisti a lanciare un appello per bloccarlo. Ma, più in generale, il presidente non ha dimostrato fermezza nel richiamare al proprio posto un premier privo di ritegno e senso dello Stato. Ecco perché Grillo lo chiama Morfeo: finge di sonnecchiare, di non accorgersi dello scandalo della situazione. Per carità, Napolitano non è affatto un cattivo presidente, però in questo caso Grillo non ha torto. E, soprattutto, è libero di manifestare il suo pensiero.
Vengo a Sabina Guzzanti. Suo padre avrebbe certo ragioni migliori di vergognarsi, considerato il fatto che è un voltagabbana e che spande a piene mani sciocchezze dalle colonne – chiamiamole così – del “Giornale”. Lei è coerente, fa satira, è caustica, non concede sconti a nessuno, e infatti l’hanno censurata all’epoca del primo regime. L’altro giorno si è macchiata della ‘grave colpa’ di aver reso pan per focaccia a un oscurantista che peraltro ha militato nelle SS. «Brucerà all’inferno tormentato dai diavoloni frocioni». Ebbene? In fondo è Ratzinger a sostenere l’esistenza del diavolo e di tutte quelle scempiaggini. Non è altrettanto possibile che proprio lui scenda negli inferi e che, per contrappasso, subisca la pena della sodomizzazione? Con tutti quei preti pedofili che discriminano impunemente la diversità sessuale e impediscono una legiferazione civile sul fronte della ricerca, dell’etica medica, ecc., questo è l’augurio che come minimo va rivolto a sua santità! Ma, soprattutto, Sabina Guzzanti è libera di manifestare il suo pensiero.

La gente, in conclusione, dovrebbe esercitare o sviluppare maggiormente lo spirito critico. Di fronte a quel che ci attende, guai a non averne.

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