Il numero di Internazionale della scorsa settimana raccoglie una serie di interessanti articoli sul futuro della carta stampata. Vi consiglio senz’altro di procurarvene una copia, se non l’avete ancora fatto. Potete acquistarlo anche su internet con la Postepay.

Gli articoli mi hanno ispirato una serie di riflessioni su alcuni argomenti: l’informazione, il costo dell’informazione, Beppe Grillo.
Andiamo con ordine.
Gli articoli selezionati da Internazionale partono dal postulato che, in tempi brevi, assisteremo alla scomparsa di molti quotidiani, nella loro attuale versione stampata: primo tra tutti il New York Times, che sappiamo essere ricolmo di debiti all’inverosimile, non ultimo a causa dell’inutile grattacielo progettato da Renzo Piano e appena costruito a New York, costato uno scherzetto come 600 milioni di dollari.
The New York Times Building, sulla Ottava Avenue
Insomma, ci sono buone chances che entro il 2009 il New York Times chiuda l’edizione stampata, come ha già fatto ad esempio il Christian Science Monitor, magari limitandosi a pubblicare un’unica edizione settimanale, un po’ più gonfia, la domenica. Se questo veramente accadrà, ciò darà la spinta a molti altri quotidiani di compiere lo stesso gesto.
La cosa che gli articoli di Internazionale fanno osservare del panorama statunitense è che i giornali yankee, fino a questo punto, si sono retti con le proprie gambe, e non con i sussidi statali come avviene in Italia. Se fosse per l’osannato mercato, i giornali italiani sarebbero tutti chiusi da parecchi anni, si sa.
Negli Stati Uniti, all’ipotesi di finanziamenti statali per salvare il ruolo dei quotidiani, strumenti insostituibili di un ampio dibattito democratico, pare si sia registrata una levata di scudi da parte di tutte le redazioni, che preferiscono affondare piuttosto che ricevere un finanziamento governativo che potrebbe mettere a rischio la loro libertà d’espressione.
Viene un po’ da sorridere, poichè in Italia abbiamo la prova che il contributo statale, distribuito a pioggia, lascia più o meno intatta la libertà dei giornalisti. Forse sarà maggiore il meno che il più, per carità, visto come ci descrivono le classifiche della libertà di stampa nel mondo, ma al di là dei risultati di vendita non si può dire che Libero o Il Manifesto non pubblichino quello che credono.
Dall’altro lato, ritengo un po’ ingenuo l’atteggiamento statunitense secondo il quale l’imprenditoria privata della stampa garantisca libertà d’espressione: come se il consiglio d’amministrazione del NY Times non debba distribuire dividendi agli azionisti, come se le idee di un magnate della carta stampata non influenzino le inclinazioni politiche di una testata, e così via.
Pazienza. Ciò che a quanto pare ci riserva il futuro è un mondo in cui i quotidiani saranno disponibili solo in versione elettronica, e se di carta stampata si potrà ancora parlare, sarà probabilmente quella legata allo sport, al gossip e all’intrattenimento. Quella che vende, insomma.
Questi fatti meritano comunque una riflessione approfondita. Anzitutto, è necessario valutare come fallimentare il sistema distributivo di informazioni gratuite che internet ci ha fino ad oggi fornito. Paradossalmente, non sono mai state consultate tante pagine del NY Times come in questi giorni. La gente si informa molto più di quanto non lo facesse anche solo cinque anni fa, specialmente i giovani. Ma lo fanno gratis. Il sistema, purtroppo, non regge.

Qui entra in scena Beppe Grillo. Il buon Grillo, informato ma non troppo, ritiene nei proclami del suo blog che la pubblicità stia migrando dalla televisione e dai giornali alla rete, e che presto TV e quotidiani scompariranno. Ciò è vero solo in parte. La pubblicità in rete non migra affatto, ne sia prova il fatto che i venti milioni di contatti giornalieri del sito del NY Times generano delle revenues assolutamente trascurabili. Gli spazi pubblicitari su internet non costano quanto quelli su carta stampata, nemmeno se si rivolgono a un pubblico venti volte maggiore. Al contrario, si tratta di un pubblico spesso molto smagato, in grado di separare l’informazione dalla pubblicità, di evitarla. Vorrei chiedervi quante volte, sinceramente, avete cliccato sulle pubblicità di un’automobile o di un qualsiasi prodotto durante le vostre peregrinazioni in internet.
Un discorso a parte va fatto per la televisione. La televisione non morirà, purtroppo o per fortuna. Il digitale terrestre, che Grillo sempre definisce tecnologia morta, in realtà è viva e vegeta, e in parecchi stati europei è lo standard di trasmissione televisiva. Negli Stati Uniti hanno chiuso le trasmissioni analogiche lo scorso 11 Febbraio.
L’intreccio tra Tv, internet, prodotti pay per view e computer è sempre più stretto negli Stati Uniti, e a questo intreccio va aggiunto quello delle console dei videogiochi, che a loro volta innestano una serie di prodotti e servizi sulla piattaforma televisiva. Cose che da noi ancora non si utilizzano a livello di massa, credo, ma che negli Stati Uniti sono il pane quotidiano di ogni famiglia con figli.
In effetti, si è osservato che dopo il superamento degli acquisti nella sfida TV-Personal Computer, il risultato ultimo non è stato l’abbandono della tv a favore di internet. Semplicemente, si aggiorna la pagina di Facebook mentre la tv in sottofondo propone l’ennesima puntata in pay per view del programma preferito.
Insomma, non credo che il buon Grillo abbia veramente il polso della vicenda.
A tutto questo si aggiunge un’ulteriore problema, che ci riporta alla questione generale dell’informazione: la scomposta fiducia del comico genovese nel Citizen Journalism, nell’impegno dal basso, nel reporter-utente che stabilisce un contatto diretto con la realtà locale e con il pubblico della rete. Questa fiducia si accompagna alla fiducia nei blog e negli strumenti del web 2.0 come vessilli di democrazia e partecipazione.
Questa visione dei fatti, ahimè, è utopica. Nessuno può permettersi di lavorare gratis, e il giornalismo distribuito o cittadino non potrà che risultare in una copertura amatoriale e soprattutto parziale della realtà. Già i giornali di oggi coprono le notizie secondo la propria inclinazione ideologica, non posso immaginare che le cose migliorerebbero con un giornalismo diffuso. Un giornalismo, poi, che sarebbe di necessità hobbistico e amatoriale: chi potrebbe permettersi un’indagine approfondita, se non supportato finanziariamente e logisticamente da una struttura superiore? Chi potrebbe informarci di quanto accade a Baghdad, senza i soldi e i mezzi per recarsi in loco? Dovremmo lasciare che solo gli abitanti di Baghdad ci possano informare? E quali, allora? I Sunniti o gli Sciiti?
L’impalcatura non regge, poichè poggia su una mancanza di professionalità. Siamo un esempio di questo fatto anche noi stessi, nel piccolo del nostro blog: se non potessimo affidarci a notizie ed articoli elaborati da altri in qualche redazione, spesso non avremmo nulla da dire. E non perchè ci manchino le cose da dire in senso assoluto, o le idee; ma poichè comprendiamo la scarsa risonanza o importanza di certi nostri pensieri, se non possiamo supportarli con un’indagine diretta, con dati concreti. Infine, ma non è un fatto marginale, abbiamo anche altro da fare. Noialtri le inchieste che fa Travaglio leggendosi faldoni giudiziari di undicimila pagine non possiamo farle. Dobbiamo affidarci a lui, e a chi lo paga per farlo.
La bella stagione dei blog è già finita da un pezzo, e quelli che veramente hanno un seguito e un impatto sulla società sono organizzati secondo logiche giornalistiche, con una redazione che sforna notizie in proprio o quantomeno raccoglie in modo professionale quanto passa per la rete, per il mercato e per la società. La dimostrazione forse più paradossale di questo fatto è proprio il blog di Beppe Grillo, in cui i commenti ai suoi post sono spesso anche mille, e di conseguenza il parere del singolo utente si perde ancora una volta nel mare magnum dei commenti altrui. Beppe Grillo, a sua volta, non risponde mai ai commenti, dimostrando che l’intero impianto del suo sito è assolutamente all’antica. E non potrebbe essere diversamente, visto che egli è una personalità e che attrae un interesse commerciale simile a quello delle vecchie testate giornalistiche.
Insomma, tutto il movimentismo e l’impegno che Grillo si augura è positivo, specialmente per quanto riguarda l’impegno in politica che sempre più cittadini dovrebbero far proprio: l’iniziativa della registrazione dei consigli comunali ad esempio è molto positiva a mio parere, anche se il povero Grillo continua a dire che i suoi “ragazzi entrano con le webcam”, ignorando evidentemente che le webcam hanno un cavo usb di alimentazione e non possono esser trasportate agevolmente in un consiglio comunale… forse voleva dire le macchine fotografiche digitali con funzione video, o forse le buone vecchie videocamere… è un po’ ossessionato dalla parola web, poveraccio.
Purtroppo questo movimentismo non si applica e non si trasla nel mondo dell’informazione. In parte poichè le cose non finiranno come Grillo ipotizza, in parte poichè a lungo andare non verrebbe comunque garantito un sistema informativo di qualità.
Questo ci fa tornare all’inizio della discussione: postulata la morte del giornalismo cartaceo, cosa possiamo sperare per il futuro? Il mio timore, ma forse anche la mia speranza, è che si dovrà tornare a pagar qualcosa per le notizie. In un modo o nell’altro, se vogliamo garantire la qualità del lavoro non solo di una testata giornalistica, ma anche di un singolo citizen journalist, bisognerà che il suo lavoro venga ricompensato. La diffusione via web delle notizie diminuirà sensibilmente i costi di produzione delle notizie, ma certi costi fissi, che la pubblicità non paga, andranno sostenuti dal lettore.
Gli autori degli articoli di Internazionale, in effetti, si chiedono come mai nessuno ritenga un oltraggio il fatto che due giovani per mandarsi un sms spendano anche 20 centesimi, mentre si debba ritenere un insulto pagare 10 centesimi per la lettura di tutto un quotidiano.
Si capisce che gli attuali strumenti di pagamento e consultazione delle informazioni non siano adeguati e semplici (necessario ricorso alla carta di credito, visualizzazione sullo schermo, scarsa portabilità del supporto) ma chissa, forse strumenti come l’Amazon Kindle potranno rivoluzionare le nostre abitudini. Non sto a spiegarvi cosa sia e come funzioni ma vi assicuro che è una tecnologia molto interessante.

Credo si possa dire che ci troviamo in un momento di grandi scelte (la parola crisi, dal verbo greco crino, vuol dire proprio questo): molti aspetti familiari del nostro passato verranno sconvolti nei prossimi anni, come è già successo quando si diffusero il treno, l’automobile, il televisore, il computer. Forse siamo solo troppo giovani per ricordarcene.
L’unica mia speranza è che in tutti questi cambiamenti che riguarderanno l’informazione si riesca sempre a mantenere un’impronta di correttezza, e che al tempo stesso si possa salvaguardare la libertà delle opinioni e delle letture di ogni avvenimento. Se mantenere questi capisaldi avrà un costo, anche economico, credo sarà necessario pagarlo.