Ai Nostri Posti

Ora e sempre Resistenza

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Tutti al mare

Pubblicato da sandro su 17 Novembre, 2009

Non sembra che manchino 40 giorni alla fine dell’anno, vero? A Palermo ci sono quasi 30 gradi e la gente va in spiaggia e fa addirittura il bagno. Qui nel trevigiano par d’essere all’inizio di aprile, la sera non si batte i denti. Novembre finora è stato un mese caldo, insolitamente caldo. Non vuol dire che si vada in giro in maniche corte, no, la sera comunque ci vogliono una maglia e una giacca. Tuttavia non fa freddo, non servono i guanti o la sciarpa, e il riscaldamento si può tenere al minimo.

Anche questo è merito del global warming? Inclino a pensarlo.

Di punto in bianco però mi rendo conto di quanto siamo provinciali e inadatti a fronteggiare sia pur solo sotto un’ottica esterna, di semplice constatazione, il problema. Il Tg1 ha riferito la notizia come fosse una nota di costume, con tanto di intervista alla bellona scosciata di turno che dà conto della gradevole temperatura dell’acqua. Non salta in mente a nessuno di fare un collegamento col surriscaldamento terrestre, né di chiedere il parere di un climatologo o di un fisico (ma quelli, gli scienziati, servono a tranquillizzare quando c’è un terremoto, mica ad allertare quando fa caldo mentre dovrebbe far freddo).

Altra tragedia, altro ballo in maschera. Leggo sul Corriere un’imbelle ricostruzione secondo cui Berlusconi, al vertice Fao, avrebbe dispensato battute e barzellette. Ma è naturale! è logico ridere come all’osteria quando un miliardo di persone non ha di che sfamarsi! Pare si trattasse di barzellette su Marx e motteggi con l’amico-dittatore Gheddafi. Tutto ciò intanto che Ghedini (o Ghedoni, secondo Gasparri), a Milano, diceva davanti alla corte che doveva giudicarlo che Berlusconi non poteva presenziare al suo processo perché impegnato in un importante vertice internazionale. Il bello è che è riuscito a dirlo senza ridere, e la corte gli ha pure concesso lo spostamento dell’udienza (chissà che altra balla s’inventeranno per quella data?).

Ma sì, chi se ne frega, domenica andiamocene tutti al mare! Si fottano gli africani pelle e ossa! Meno male che Silvio c’è!

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Mobilitazione web contro il lodo Ghedini

Pubblicato da sandro su 14 Novembre, 2009

Giustizia, torniamo in piazza per informare//”Il Parlamento che approva il lodo Ghedini, ennesima legge per premiare i potenti e massacrare i più deboli non mi rappresenta“.
Libertà e Giustizia chiede di inviare questo testo via mail ai presidenti di Camera e Senato. Una mobilitazione via web per ribadire che deputati e senatori che votano quella legge non mi rappresentano, non lo fanno a mio nome. Ecco di seguito il testo girato via mail, via Facebook e via Twitter a tutti i contatti dell’associazione, con una catena virtuale per costruire una diga, il principio di una resistenza per dire che la misura è colma.

Ai presidenti di Camera e Senato:
Fermate lo scempio della giustizia

Il Parlamento che approva il lodo Ghedini, ennesima legge per premiare i potenti e massacrare i più deboli non mi rappresenta. Se sei d’accordo, invia anche tu questo testo ai presidenti di Camera e Senato (schifani_r@posta.senato.it, fini_g@camera.it e cc lgiustizia@yahoo.it).

[fonte: libertaegiustizia.it]

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Adesso basta

Pubblicato da sandro su 14 Novembre, 2009

Presidente Napolitano. Presidente Fini. “Adesso basta” è il titolo che abbiamo stampato ieri sulla prima pagina del Fatto Quotidiano. Adesso basta è scritto sulle migliaia di messaggi che giungono al nostro giornale. Tutti indistintamente chiedono di mettere la parola fine allo scandalo che da quindici anni sta sfibrando l’Italia: la produzione incessante di leggi personali per garantire a Silvio Berlusconi la totale immunità e impunità in spregio alla più elementare idea di giustizia.

Quello che rivolgiamo a voi che rappresentate la prima e la terza istituzione della Repubblica (sulla seconda, il presidente del Senato Schifani pensiamo di non poter contare) non è un appello ma una richiesta di ascolto che, siamo certi, non andrà delusa. Tutte quelle lettere, e-mail, fax esprimono una protesta e una speranza. Di protesta “contro l’arroganza di un Potere che sembra aver perso ogni senso della misura e anche quello del decoro ”, scrisse Indro Montanelli sulla Voce nel 1994, all’epoca del decreto Biondi. Fu il primo tentativo di colpo di spugna al quale ne sarebbero seguiti altri diciotto negli anni a seguire fino all’ultima vergogna chiamata “processo breve”. Allora la battaglia fu vinta.

La redazione della Voce fu alluvionata di fax dei lettori disgustati, il decreto fu ritirato e il grande giornalista così rese omaggio allo spirito di lotta dei concittadini: “Fino a quando questo spirito sarà in piedi, indifferente alle seduzioni, alle blandizie e alle minacce, la democrazia in Italia sarà al sicuro”. Malgrado abbia attraversato tante sconfitte e tante delusioni quello spirito non appare per nulla fiaccato e chiede di trovare una risposta capace di dirci che la politica non è solo interesse personale e disprezzo per gli altri. Che le istituzioni sono davvero un baluardo contro le prepotenze del più forte. Questa è la nostra speranza presidente Napolitano e presidente Fini. Per questo vi trasmetteremo i messaggi dei nostri lettori. Tenetene conto.

[Antonio Padellaro su Il Fatto Quotidiano del 14 novembre 2009]

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Alleluia

Pubblicato da sandro su 28 Ottobre, 2009

Bella giornata, ieri. Bella giornata d’autunno, col cielo chiaro e le foglie degli olmi d’un giallo accecante. Meteorologicamente, una bellissima giornata. Una di quelle nelle quali, potendo scegliere, non spiacerebbe morire, perché negli occhi resterebbero solo immagini piacevoli.

Politicamente, una giornata schifosa. Come ogni giorno, dopotutto. Noi non abbiamo il diritto di vivere in un paese normalmente civile.

Dunque, le danze si sono aperte con la corte d’appello di Milano che conferma la sentenza emessa in primo grado sul corrotto David Mills e il corruttore Silvio Berlusconi; sono poi proseguite con le dimissioni di Piero Marrazzo e l’uscita di Francesco Rutelli (seguito da qualche altro rottame, speriamo anche da Paola Binetti) dal Pd; si sono trionfalmente concluse con Silvio Berlusconi che telefona in diretta a Ballarò e vomita contro la magistratura italiana le solite, vergognose accuse di comunismo. Ah, non vi dico la soddisfazione di andarsi a coricare dopo una serie d’emozioni come questa!

L’orribile verità che Berlusconi non può accettare trapeli in modo esplicito concerne la natura illegale di quasi tutti i suoi traffici passati, prima che ci onorasse della discesa in campo. Il magnifico, augusto imprenditore entra ed esce dalle aule dei tribunali da qualcosa come trent’anni a causa sua e non di altri. I processi che ha sulle spalle non sono nati come i funghi, una notte, irragionevolmente. I processi sono la logica conseguenza di altrettanti comportamenti scorretti, contro la legge, per perseguire i suoi affari. La disarmante evidenza di tale assunto cozza però con le incredibili, spudorate menzogne che lui e suoi corifei propinano quotidianamente all’inadeguato pubblico italiano. Pubblico, come sua maestà l’ha spesso definito. Come quello dei programmi culturali delle sue televisioni. E poiché la realtà, la verità è quella illustrata dalle sue televisioni, non ne può esistere un’altra, non ci può essere una metarealtà, cioè una realtà superiore, fattuale, che trascenda quella stabilita. Eppure esiste, esiste eccome. Basta volersi informare. I 600mila dollari che Mills ha ricevuto da Finivest quale ricompensa per lo sporco lavoro di mentire sotto giuramento allo scopo di proteggere mister B., sono citati dallo stesso Mills in una lettera scritta al suo commercialista, e una lettera dal simile contenuto diventa per forza una prova inoppugnabile. Elementare, direbbe Sherlock Holmes. Solo gli stralci dei processi, le leggi ad personam e i pretestuosi impedimenti addotti dalla difesa berlusconiana hanno ritardato così a lungo lo scontato verdetto. Scontato, perché si tratta solo di applicare la legge. Ma Berlusconi non sopporta la legge, anzi per lui chi la fa rispettare è antropologicamente diverso dal resto dell’umanità, un matto. Il poveraccio la notte non deve più chiudere occhio, tale è la paura di finire dietro le sbarre, e io attendo quel momento da troppo tempo. Ora però leggo che il fido Niccolò Ghedini, luminoso esempio di avvocato nonché di deputato, sta studiando l’ennesimo provvedimento per sfuggire il capo alla giustizia. Perché, sapete, questo campione della giurisprudenza ha avuto il coraggio di affermare davanti la Corte Costituzionale che il capo è primus super pares, cioè al di sopra della legge. Elementare, Watson. Sia lodata la Costituzione figlia della Resistenza! Leggo inoltre che una nuova leva è stata assoldata per la bisogna: Giulia Bongiorno, quella che dice che Andreotti non è mafioso. Ottima, ottima coppia, ci sarà da ridere. Per niente ridere ha invece fatto lo stesso Berlusconi nella tarda serata di ieri, quando è intervenuto telefonicamente a Ballarò. Siccome i servitori Alfano e La Russa non menavano abbastanza bene Floris, colpevole di dare una notizia, ci ha pensato il padrone stesso. Arrogante e maleducato e bugiardo as usual. Di nuovo ha tirato fuori la sciagura della persecuzione giudiziaria, dei magistrati comunisti, dell’informazione in mano alla sinistra. E poi ha detto che è il migliore, che il governo è fantastico, che la crisi non sa nessuno cosa sia. Normalissimo.

Normali, sebbene immerse in una vicenda triste, sono piuttosto le dimissioni di Marrazzo. C’ha messo due o tre giorni, ma alla fine le ragioni di stato sono prevalse. Salvare l’onore delle istituzioni era fondamentale, ancor prima di far luce sulle sue scene private. Il caso Marrazzo non è paragonabile a quello Berlusconi. E’ molto meno, per quanto ci è dato di sapere finora. Nessuno scambio elettorale, nessuna promessa clientelare, nessuna contraddizione etico-morale-legislativa, nessun velinismo. Una storia di estorsione nella quale la vittima è lui e i carnefici dei pubblici ufficiali. Vedremo adesso se ci saranno sviluppi, ma intanto non possono più nuocere: Marrazzo a sé stesso e alla cosa pubblica; i 4 carabinieri alla legalità.

Rutelli che se ne va è il più grande risultato politico del Pd dalla sua fondazione. E io ho contribuito a cacciarlo, votando alla primarie. Ringraziatemi. Due euro spesi davvero bene. Pare che anche Binetti minacci d’andarsene, e con lei molti invasati clerico-cattolici. Alleluia!

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Maccartiset

Pubblicato da sandro su 16 Ottobre, 2009

Riprendo dal blog di Piero Ricca questo disgustoso servizio di squadrismo pseudogiornalistico ai danni del cittadino-giudice che ha condannato Fininvest (in primo grado) a risarcire con 750 milioni di euro il gruppo Cir di De Benedetti per essersi aggiudicata Mondadori con la corruzione. Io sono veramente indignato, preoccupato, e infastidito dall’imperversante accento lombardo che popola la televisione. Scusate, ma sono trevigiano… non è un appunto discriminatorio, bensì musicale.

Siamo da tempo in pieno maccartismo. La caccia all’uomo non è rivolta ai sospetti comunisti, come nell’America degli anni cinquanta. Ma a coloro che nell’esercizio della propria libertà di opinione o nello svolgimento della propria funzione professionale risultano sgraditi al gruppo di potere capeggiato da Silvio Berlusconi. Il network operativo ormai ha meccanismi collaudati, a sua disposizione servizi segreti, giornali di regime, commissioni parlamentari, uffici mnisteriali, membri governativi del Csm, avvocati su misura, tirapiedi televisivi, calunniatori professionali più uomini di fatica fuori scena per le iniziative speciali. Sono le nuove squadracce fasciste. Non usano l’olio di ricino ma la diffamazione. C’è un’unica regia, che prende ordini dirattamente dal capo. Per uccidere le ragioni di chi si avverte nemico se ne uccide la reputazione pubblica e lo si costringe a difendersi da false accuse. I “nemici” del padrone – giornalisti, magistrati, uomini di cultura, attivisti, artisti, oppositori dalla schiena dritta, più qualche testimone di giustizia – devono apparire tutti loschi, disonesti, falsi, ideologicamente orientati e deviati, dalla vita privata disordinata, privi di credibilità se uno li conosce bene. L’effetto propagandistico si unisce a quello intimidatorio: chi si sentirà di andar contro gli interessi del capobanda la prossima volta? Il penultimo fu Dino Boffo, colpevole di aver flebilmente criticato il duce: distrutto non per le sue idee, ma per un suo errore privato strumentalizzato ad arte. L’ultimo – almeno per ora – è Riccardo Mesiano, il magistrato che giudicando in sede civile la causa Cir-Mondadori ha condannato la Fininvest al risarcimento di 750 milioni. “Su questo ne sentirete delle belle”, aveva annunciato il capo. E infatti. Gli si mputa di aver parlato di politica con gli amici in un ristorante tre anni fa, di aver rinviato al 2011 una causa civile, di essere stato promosso dal Csm dieci giorni dopo la decisione sgradita, lo si mette alla berlina in momenti di vita privata ritraendolo come un eccentrico, malvestito, tabagista accanito, inadatto alla professione di magistrato. Si ventila che la sentenza non l’abbia scritta lui, ma gli avvocati di De Benedetti, come se fosse un Vittorio Metta qualsiasi. Chi sarà il prossimo? Forse Roberto Saviano (qualcuno già dice che non merita la scorta), se salirà ancora su un palco in difesa dell’indipendenza della cultura e dell’informazione: un chiaro segno di ostilità al governo, secondo il network maccartista. Solidarietà intanto al giudice Mesiano, in fiduciosa attesa che il garante della Costituzione trovi il coraggio di parole chiare, prima che le squadracce ricevano l’ordine di accanirsi defintivamente su di lui.

Piero Ricca

www.pieroricca.org

16 ottobre 2009

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Perché Silvio grida «Viva Berlusconi»

Pubblicato da sandro su 14 Ottobre, 2009

Berlusconi tutto è tranne che uno sciocco. Faremmo dunque un torto alla sua intelligenza liquidando alla voce “delirio narcisistico” alcune sue recenti boutades inverosimili, del tipo: “Io sono di gran lunga il miglior presidente del Consiglio in centocinquanta anni di storia”; “Sono in assoluto il maggior perseguitato dalla magistratura di tutta la storia di tutte le epoche del mondo”; “Peccato che in questa mostra non si trovi un ritratto di San Silvio d’Arcore”. Fino al culmine, la sera della bocciatura del Lodo Alfano, di gridarsi da solo nel microfono: “Viva gli italiani, viva Berlusconi”.
Macchiettistico? In effetti neppure Mussolini ha mai gridato “Viva il Duce”, né il Furer usava il saluto “Heil Hitler”. Ma se Berlusconi sfida il ridicolo, esasperando il ricorso alle iperboli, è per un calcolo razionale preciso: sente il bisogno di misurare il grado di potere suggestivo che gli resta. Reclama l’applauso dei sostenitori, nel momento difficile, adoperando l’inverosimiglianza come metro dell’amore, della fedeltà e dell’obbedienza.
E’ un capo che si rivolge al suo popolo comunicandogli: senza di me non vai da nessuna parte, dunque se io ti dico che il bianco è nero, tu assentirai, perché siamo riuniti nello spirito, abbiamo un destino in comune.
Non sono sicuro che Berlusconi possa tirare la corda così fino alla fine della legislatura. Mercoledì 7 ottobre, poche ore prima che la Corte Costituzionale lo privasse del salvacondotto giudiziario rappresentato dal Lodo Alfano, si erano incontrati a pranzo coloro che in teoria dovrebbero essere i suoi più stretti alleati, Gianfranco Fini e Umberto Bossi. Pur diversissimi fra loro, hanno reso noto un accordo che sabota la principale arma politica di Berlusconi: niente elezioni anticipate, hanno detto. E tanto basta. Fini e Bossi sanno meglio di noi che la leadership di Berlusconi è potente ma logorata. Se hanno deciso di opporsi pubblicamente a una sua reinvestitura elettorale nella primavera 2010 è perché ciascuno di loro ha interesse a lasciare che tale leadership si consumi. Fini punta a costruire una destra istituzionale d’impronta più “europea”. Bossi, abilissimo, intuisce che il suo sostegno al Berlusconi barricadiero potrà valergli strada facendo l’eredità di grosse quote di potere nelle Regioni, nei capoluoghi e nelle Fondazioni bancarie del Nord.
Scommetterei che la Lega Nord, con grande perizia tattica, riuscirà a spolpare e ingoiare Berlusconi fino all’ultimo ossetto, dopo averlo sostenuto e incoraggiato sulla via senza ritorno dello scontro istituzionale con il Quirinale, la Corte Costituzionale, la magistratura, la diplomazia internazionale.
Berlusconi “miglior statista degli ultimi centocinquanta anni” non è molto diverso dal “Dio Po”, dall’invenzione della Padania, dal kolossal “Barbarossa” nel cui fotomontaggio Bossi appare tra i cavalieri medievali della Lega Lombarda. La politica trasformata in emozione, il culto di una sovranità assoluta –il popolo lo vuole!- a prescindere dall’equilibrio democratico dei poteri, la riduzione della dialettica istituzionale a scontro fra destra legittima e sinistra illegittima, preconizzano una fase avventurosa della storia italiana. Non a caso risuonano, come negli anni Trenta del Novecento, le denunce “patriottiche” di presunte cospirazioni anti-nazionali, con tanto di allarme per il “golpe” e il “complotto dei poteri forti”.
Non è paranoia. E’ manipolazione delle coscienze: ormai veniamo chiamati a difendere come patrimonio nazionale perfino il patrimonio personale del leader.

Gad Lerner su www.gadlerner.it

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La battaglia dei giornali

Pubblicato da sandro su 13 Ottobre, 2009

Negli ultimi due giorni chi ha letto i giornali ha assistito ad una vera battaglia. L’hanno cominciata Eugenio Scalfari, su Repubblica, e Marco Travaglio, sul Fatto. L’ha proseguita Ferruccio De Bortoli, sul Corriere. Si sono aggiunti Polito, Belpietro e Minzolini. La battaglia non è contro lo scandalo perenne della politica depravata, bensì fra giornale e giornale, con accuse appena velate di giacobinismo da una parte all’altra. Seguono qui sotto gli articoli in questione. Io sto con Scalfari e Travaglio.

IL CAIMANO SI PREPARA PER L’ULTIMA SPALLATA

di Eugenio Scalfari, la Repubblica 11 ottobre 2009

A ME sembra che Silvio Berlusconi sia sottovalutato dai suoi avversari e mal compreso nella logica con la quale persegue i suoi obiettivi. Vengono messi in risalto i suoi errori, le sue gaffe il suo parlarsi addosso e li si attribuiscono ad un prevalere della sua pancia (per dire dei suoi istinti) su una debole razionalità.
Ebbene non è così. Lo conosco da trent’anni e nei primi dieci ho avuto con lui una frequentazione intensa e alquanto agitata.

Non era ancora un uomo politico ma alla politica era già intimamente legato; sia la fase dell’immobiliarista sia quella successiva dell’impresario televisivo erano intrecciate e condizionate dai suoi rapporti politici. Imparò presto a muoversi come un pesce nell’acqua. Poi l’esperienza politica diretta ha perfezionato un innato talento. Perciò – lo ripeto – non è affatto uno sprovveduto in preda ad istinti irragionevoli, salvo quelli sessisti. In quel campo gli istinti lo dominano e l’hanno spinto a commettere errori inauditi; ma in tutto il resto no.

Conosce il suo carattere e lo usa. Conosce la sua tendenza alla megalomania e all’egolatria e la usa. Usa perfino le sue gaffe. L’insieme di queste movenze costituiscono una miscela formidabile di populismo, demagogismo, culto della personalità. In altri Paesi un decimo se non addirittura un centesimo di ciò che dice e che fa avrebbero provocato la sua messa fuori gioco. In altri Paesi il suo mostruoso conflitto di interessi avrebbe impedito il suo ingresso nell’agone politico; non esiste infatti in nessun Paese del mondo un capo di governo proprietario di metà del sistema mediatico e contemporaneamente possessore dell’altra metà.

Ma in Italia questo è possibile. Attenti però: non è un incidente di percorso. La vocazione degli italiani ad innamorarsi di personaggi come Berlusconi fa parte della storia patria. Per fortuna non è la sola vocazione; convive con caratteristiche differenti e anche opposte. Ma quell’innamoramento verso il demagogo è una costante che spesso è diventata dominante e alla fine ha precipitato il Paese nel peggio. Non è ancora avvenuto, ma siamo già abbastanza avanti nella strada che può portarci ad una catastrofe.
* * *
Da questo punto di vista le due sentenze emesse nei giorni scorsi rispettivamente dal Tribunale di Milano sul lodo Mondadori e dalla Corte costituzionale sulla legge Alfano hanno prodotto un’accelerazione che Berlusconi considera provvidenziale per l’attuazione dei suoi piani. L’ira iniziale che l’ha invaso – che viene dalla sua pancia – è stata rapidamente razionalizzata.

L’attacco contro la Corte, contro la magistratura, contro il Csm, contro il Presidente della Repubblica, è proseguito a mente fredda. Non è più ira, è strategia pensata e messa in atto, la spallata finale che dovrà portare l’Italia istituzionale e costituzionale a cambiare volto radicalmente: da repubblica parlamentare a repubblica autoritaria dove tutti gli organi di garanzia siano cancellati o ridotti ad esanimi fantasmi e dove conti soltanto il plebiscito popolare incitato dagli appelli continui alle pulsioni populiste che covano nella pancia di molti. Questo spiega l’allarme esploso nell’opinione pubblica internazionale.

Lo stupore e anche lo sberleffo che nei mesi scorsi si è manifestato sui giornali di tutto l’Occidente al di qua e al di là dell’Atlantico è diventato negli ultimi quattro giorni una preoccupazione generale e l’Italia è diventata il malato di una malattia infettiva.

In altre circostanze questa reazione avrebbe indotto ad un sussulto di prudenza, ma sta invece accadendo l’opposto; il populismo contiene infatti un’abbondante dose di vittimismo che lo rafforza e lo indirizza verso forme di autarchia psicologica delle quali la Lega è da tempo il più esplicito rappresentante e che trovano nel berlusconismo un importante amplificatore.
Le due sentenze sono impeccabili dal punto di vista tecnico – giuridico.

Quella del Tribunale civile di Milano non fa che confermare quanto contenuto nella sentenza di condanna di Cesare Previti per corruzione di magistrati e di Berlusconi per la stessa ragione con il reato però caduto in prescrizione. Agli effetti penali ma non civili. La quantificazione del danno è secondaria.

La sentenza della Corte che definisce incostituzionale la legge Alfano ha come caposaldo l’articolo 3 della Costituzione che stabilisce la parità dei cittadini di fronte alla legge. Questo è il punto di fondo; l’altro elemento invalidante, e cioè la necessità di procedere con legge costituzionale anziché con legge ordinaria, è secondario perché deriva necessariamente dal primo elemento.

Chi accusa la Corte di incoerenza sostiene una tesi priva di senso; anche nella sentenza del 2004 sul cosiddetto lodo Schifani la Corte aveva infatti eccepito la violazione dell’articolo 3. E quindi, se l’articolo 3 risulta violato fin dal 2004, ne segue ineccepibilmente che per ristabilire l’equilibrio costituzionale bisogna procedere con legge costituzionale e non con legge ordinaria. Dov’è l’incoerenza? La legge Alfano aveva ripristinato l’adempimento all’articolo 3 o il suo emendamento? No.

È quindi perfettamente coerente che, di fronte ad un nuovo ricorso, la Corte lo giudicasse ammissibile. Gli avvocati del premier che proclamano l’incoerenza mentono sapendo di mentire. E i media che non chiariscono un punto così fondamentale ai loro ascoltatori e lettori, sorvolano anzi tacciono del tutto su un punto di capitale importanza e danno adito ad una macroscopica disinformazione.
* * *
A questo proposito viene acconcio citare l’articolo uscito ieri sul “Corriere della Sera” e firmato dal suo direttore. L’ho letto e ne sono rimasto colpito e profondamente rattristato. Sono amico di Ferruccio De Bortoli anche se spesso in questi ultimi mesi ho dissentito dalla sua linea giornalistica. Ma in casa propria ciascuno decide liberamente a quale lampione e con quale corda impiccarsi.

L’articolo di ieri va però assai al di là del prevedibile.
Poiché Berlusconi il giorno prima aveva rimproverato il “Corriere della Sera” d’essere diventato di sinistra, il direttore di quel giornale manifesta il suo stupore e il suo dolore. Cita tutti gli articoli recenti da lui pubblicati che hanno sostenuto il governo e le sue ragioni; rivendica di non aver mai partecipato a campagne di stampa faziose, condotte da gruppi editoriali che vogliono pregiudizialmente mettere il governo in difficoltà con argomenti risibili; ricorda di aver approvato la politica economica e sociale del governo, la sua efficienza operativa, la sua politica estera; ammette di averlo criticato solo quando è stato troppo duro con la Corte costituzionale e con il Capo dello Stato; auspica una tregua generale tra le istituzioni; riconosce al presidente del Consiglio l’attenuante di essere perseguitato in modo inconsueto dalla magistratura. Infine ribadisce la natura liberale che storicamente il giornale da lui diretto ha sempre seguito e nello stesso numero pubblica un’intervista a piena pagina con Marina Berlusconi, con splendida foto nella quale la figlia del leader rivaleggia con una Ava Gardner bionda anziché mora, che in quel contesto assume inevitabilmente una funzione riparatoria per qualche birichinata di troppo.

Mi procura sincero dolore un giornale liberale ridotto a pietire un riconoscimento al merito dal peggior governo degli ultimi centocinquanta anni di storia patria, Mussolini escluso. E ridotto ad attaccare noi di “Repubblica“, faziosi e farabutti per definizione, per marcare la propria differenza.

Noi siamo liberali, caro Ferruccio. Liberali veri. Non abbiamo pregiudizi, ma vediamo sintomi ed effetti d’una deriva che minaccia le sorti del Paese.
Vediamo anche la totale inefficienza di questo governo che non ha attuata nessuna delle promesse e degli impegni assunti con il suo elettorato salvo quelli che recano giovamento personale al premier e ai suoi accoliti.

Voglio qui ricordare un non dimenticabile articolo di Barbara Spinelli pubblicato dalla “Stampa” di qualche settimana fa, che forse De Bortoli non ha letto. Mi permetto di consigliargliene la lettura. I giornali ricevono molte querele e molte citazioni per danni, ricordava la Spinelli. Fa parte della rischiosa professione giornalistica e degli errori che talvolta vengono compiuti.

Ma quando è il potere politico e addirittura il capo del governo a tradurli in giudizio perché hanno osato porgli domande scomode, quando questo avviene – ha scritto la Spinelli – i giornali che sono in fisiologica concorrenza tra loro fanno blocco comune e quelle stesse domande le pongono essi stessi, le fanno proprie per togliere ogni alibi ad un potere che dà prova di non sopportare il controllo della pubblica opinione. La stampa italiana – concludeva – non ha fatto questo, mancando così ad uno dei suoi doveri.

Si può non esser d’accordo con il codice morale e deontologico della Spinelli (peraltro seguito da tutta la stampa occidentale) e non mettere in pratica le sue esortazioni. Ma addirittura accusare noi d’una nefasta faziosità rivendicando a proprio favore titoli di merito verso il governo, questo è un doppio salto mortale che da te e dal tuo giornale francamente non mi aspettavo. A tal punto è dunque arrivato il potere di intimidazione che il governo esercita sulla libera stampa?

Ricordo, a titolo di rievocazione storica, che Luigi Albertini incoraggiò il movimento fascista dal 1919 al 1922; gli assegnava il compito di mettere ordine nel Paese purché, dopo averlo adempiuto, se ne ritornasse a casa con un benservito. Ma nel 1923 Mussolini abolì la libertà di stampa e instaurò il regime a partito unico, le cui premesse c’erano tutte fin dal sorgere del movimento fascista. A quel punto Albertini capì e cominciò una campagna d’opposizione senza sconti, tra le più robuste dell’epoca. Purtroppo perfettamente inutile perché il peggio era già accaduto, il regime dittatoriale era ormai solidamente insediato e l’ex direttore del “Corriere della Sera” se ne andò a consolarsi a Torrimpietra.

Ad Indro Montanelli è accaduto altrettanto, ma lui almeno se n’è accorto prima. Difese per vent’anni dalle colonne del “Giornale” le ragioni del Berlusconi imprenditore d’assalto. Si accorse nel 1994 di quale pasta fosse fatto il suo editore e lo lasciò con una drammatica rottura. Ma era tardi anche per lui. Se c’è un aldilà, la sua pena sarà quella di vedere Vittorio Feltri alla guida del giornale da lui fondato. Al “Corriere della Sera” quest’esperienza d’un giornalista di razza al quale dedicano un santino al giorno dovrebbero farla propria per capire qual è il gusto e il valore della libertà liberale.

UNA RISPOSTA A SCALFARI E TRAVAGLIO

di Ferruccio De Bortoli, Corriere della sera 12 ottobre 2009

Marco Travaglio su Il Fatto di ieri, quotidiano al quale formulo i miei auguri, mi accusa sostanzialmente di non avere sufficiente schiena dritta nei confronti del premier. Non condivido in nulla il modo di fare giornalismo di Travaglio, ma ne difendo la libertà d’espressione. Quando ero amministratore delegato della Rcs Libri, alcuni azionisti di questo gruppo (che a volte assomigliano al consiglio di sicurezza dell’Onu, tanto sono diversi fra loro) mi chiesero di non pubblicare più i suoi libri presso la Bur Rizzoli. Io mi opposi fermamente. E non per un calcolo economico. Travaglio ci rimprovera di aver nascosto la notizia di Patrizia D’Addario e poi diventata famosa in tutto il mondo. Non è così. Intanto è stato uno scoop del Corriere . Certo, l’abbiamo pubblicata con la dovuta cautela e tutti punti interrogativi di una vicenda ancora oggi poco chiara. Altri due giornali, che l’hanno avuta prima di noi, non l’hanno pubblicata. E non l’abbiamo trasformata poi in un’eroina del femminismo. Travaglio si lamenta dello spazio eccessivo dato a Marina Berlusconi e a Tarak Ben Ammar, che fanno parte del consiglio di Mediobanca, uno dei nostri azionisti.

Ringrazio Travaglio per avermi formulato questa critica perché mi dà l’opportunità di parlare del mio rapporto con l’azionariato.

Il Corriere ha tra i principali soci la Fiat eppure ciò non ha impedito al giornale di esprimersi contro la concessione di altri incentivi al gruppo torinese. Hanno ragione le piccole aziende e i professionisti a dolersene: i loro dipendenti non sono diversi dagli operai e dagli impiegati del gruppo torinese, specie nel momento in cui la famiglia Agnelli si candida ad acquistare, a debito, la Fideuram da Intesa Sanpaolo.

Anche questa grande banca fa parte dei nostri azionisti. Ne abbiamo svelato il profondo contrasto che divide l’anima piemontese da quella lombarda. E nello scandalo del credito col contagocce, siamo convinti che le piccole banche si stiano comportando meglio delle grandi. E l’Alitalia che è stata salvata da una cordata con dentro molti degli altri nostri azionisti? Un errore, l’ho sempre pensato e scritto.
Devo andare avanti?
E veniamo all’editoriale di Eugenio Scalfari sulla Repubblica che ho trovato ingiusto e insultante. Mi dispiace molto. Scalfari ha letto la mia risposta di venerdì alle accuse del premier, manipolando le mie parole a suo uso e consumo. Lo considero profondamente scorretto. Il paradosso di tutta questa vicenda è che Repubblica ha fatto la sua campagna contro il premier con le notizie pubblicate… dal Corriere . Scalfari tenta di delegittimarmi moralmente perché non abbiamo seguito il suo giornale, querelato dal premier, e non siamo scesi in piazza sotto le bandiere di un partito o di un sindacato. Sulle querele ho già detto quello che penso. Ed Ernesto Galli della Loggia ha preso posizione sul Corriere sul fatto che le querele a Repubblica e all’ Unità fossero sbagliate e gravi. Ma dov’erano lui e il suo giornale quando gli avvocati di Berlusconi, Ghedini e Pecorella (da me chiamati avvocaticchi per le leggi ad personam e per questo condannato) mi citarono in giudizio? E dov’erano lui e il suo giornale quando D’Alema, allora al potere, se la prese con noi fino a proporre la mia cacciata dall’Ordine dei giornalisti? Li ho forse accusati, in quelle occasioni, di essersi accucciati al potere di turno? No, rispettai il loro ruolo, anche se di spettatori. Interessati. Devo andare avanti?

p.s. Ringrazio infine i colleghi di Repubblica che mi hanno espresso solidarietà dopo aver letto le dichiarazioni di Berlusconi alle quali il loro giornale non ha dedicato nemmeno una riga.

UN’INFORMAZIONE LIBERA E CORRETTA

di Ferruccio De Bortoli, Corriere della sera 12 ottobre 2009

Non potevamo ri­cevere miglior at­testato dell’indi­pendenza del Corriere . Nel giro di due giorni siamo stati attaccati sia da destra sia da sinistra. Al Cavaliere non sono anda­te giù le inchieste di Bari, svelate per primo dal Corrie­re , né forse alcune posizioni che abbiamo ospitato sul lo­do Alfano, sullo scudo fisca­le o la difesa delle regole co­stituzionali. Marco Trava­glio ed Eugenio Scalfari, che ieri hanno scritto sui ri­spettivi giornali, Il Fatto e la Repubblica , (a loro rispondo a pagina 12) ci rim­proverano sostanzialmente di non far parte dell’eserci­to mediatico che Berlusconi lo vorrebbe mandare a casa senza chiedere agli italiani se sono d’accordo.

Un giornale non è un par­tito. L’informazione è corret­ta se fornisce al lettore tutti gli elementi necessari per formarsi, in piena libertà e senza condizionamenti, un’opinione. Non lo è quan­do amplifica o sottostima una notizia chiedendosi pri­ma se giova o no alla pro­pria parte o al proprio pa­drone. Ed è quello che sta accadendo oggi: i fatti non sono più separati dalle opi­nioni. Sono al servizio delle opinioni. I lettori rischiano di essere inconsapevolmen­te arruolati in due trincee, dalle quali si danno vita a campagne stampa e raccol­te di firme. Tutti liberi di far­lo, naturalmente. A volte con qualche ottima ragione. Ma senza trattare poi coloro che non vi aderiscono come alleati di fatto del nemico o pavidi spettatori. Gli avveni­menti sono spesso manipo­­lati, piegati alla bisogna. Trionfa la logica dell’attacco personale, della delegittima­zione morale. C’è il regime in Italia, come scrivono alcu­ni giornali stranieri? No, e la pronuncia della Consulta lo dimostra. La libertà di stam­pa è in pericolo? Le querele sono gravi e da condannare, specie se vengono dal pote­re a scopo intimidatorio, ma il pluralismo c’è, nono­stante tutto. Il premier deve rispondere alle domande? A tutte, anche alle più reitera­te e innocue. Purtroppo, pe­rò, le regole di base di que­sta professione sono salta­te. Chi non si mette un el­metto e si schiera è un tradi­tore o un venduto, non un professionista al servizio del proprio pubblico.

Una buona e corretta in­formazione, scriveva Luigi Einaudi, che collaborò a queste colonne, fornisce al cittadino gli ingredienti, non avariati, per deliberare, per essere più responsabile e libero. E non un tifoso an­cora più assetato del sangue dell’avversario. Noi restia­mo fedeli a questo spirito, nel rispetto dei valori costi­tuzionali e nel tracciato sto­rico di una tradizione libera­le e democratica. Al Corrie­re , che ha le sue idee, si ri­spettano quelle degli altri. Altrove no. Una tregua è og­gi necessaria. Berlusconi ha commesso (anche ieri) i suoi errori. Mostri più ri­spetto per le istituzioni e per la stampa, anche estera. Gli altri, per la volontà della maggioranza degli elettori. I giornali facciano il proprio dovere, fino in fondo. Il cli­ma conflittuale creato nel Paese ha qualcosa di inquie­tante e dovrebbe indurre tutti a fermarsi un attimo, a chiedersi se per abbattere l’avversario sia davvero ne­cessario bruciare l’intero edificio civile, istituzioni comprese, mostrando al mondo uno spettacolo in­giusto e amaro. L’Italia vera, per fortuna, è diversa.

“GUERRA DEI GIORNALI”, IL TG1 SI SCHIERA

di Gianluca Luzi, la Repubblica 13 ottobre 2009

ROMA – Il Tg1 di ieri sera, nell’edizione di massimo ascolto delle ore venti, ha dedicato un ampio servizio a quella che ha chiamato “la guerra dei giornali”. Venerdì scorso il presidente del Consiglio ha attaccato il Corriere della Sera durante una conferenza stampa a Palazzo Chigi, affermando che il quotidiano milanese è diventato di sinistra tradendo la borghesia moderata. Sabato il Corriere ha pubblicato la risposta del suo direttore al premier.

Nell’editoriale di domenica il fondatore de la Repubblica Eugenio Scalfari ha giudicato con severità la risposta di Ferruccio de Bortoli a Berlusconi, giudicata troppo indulgente con il capo del governo. Ieri il direttore del Corriere ha replicato a Marco Travaglio (che lo aveva attaccato su Il Fatto) e a Scalfari definendo il suo editoriale di domenica “ingiusto e insultante”.

Tutto questo mentre Berlusconi è tornato ad attaccare la stampa estera e ha chiesto agli industriali brianzoli di boicottare la Repubblica, come aveva fatto in giugno con i giovani imprenditori. Ieri sera il Tg1 diretto da Augusto Minzolini dopo aver accennato nel servizio ai guai con la stampa dei rispettivi paesi di Blair e Zapatero, ha dato voce a de Bortoli e ai direttori del Riformista Antonio Polito e di Libero Maurizio Belpietro. Nessuno, invece, a sostenere la tesi contraria.

Il direttore del Corriere della Sera ha ripetuto i concetti espressi sul suo giornale: “il premier sbaglia ad attaccare la stampa, ma sbagliano anche quelli che lo vorrebbero mandare a casa senza rispettare la volontà degli elettori”. È in atto uno scontro tra Repubblica e Berlusconi, mentre invece, per de Bortoli, “il buon giornalismo non veste alcuna divisa e non indossa alcun elmetto”, piuttosto “pubblica tutto con senso di responsabilità”.

Antonio Polito, direttore del Riformista, difende de Bortoli dalle accuse di Berlusconi e anche da quelle di Scalfari. Maurizio Belpietro, sostiene che Scalfari “vorrebbe arruolare anche il Corriere nella guerra forsennata contro il premier e vorrebbe che il Corriere partecipasse attivamente alle manifestazioni per la libertà di stampa”. Ma proprio questo dibattito dimostra per Belpietro che “in Italia la libertà di stampa esiste”.

Al Tg1 però non è andato in onda un dibattito perché era assente la voce de la Repubblica criticata dai tre direttori intervistati. Questo servizio del Tg1, per Scalfari intervenuto al telefono alla trasmissione l’Infedele di Gad Lerner, dimostra “come si manipola il consenso: si attacca una persona che non può dire la sua”. Il fondatore di Repubblica si è anche detto sicuro che de Bortoli, presente nello studio tv di Lerner, non sarebbe andato al Tg1 se avesse saputo che non sarebbe stata ascoltata la voce di Repubblica. “Mi è stata chiesta una intervista”, ha risposto il direttore del Corriere. Scalfari ha anche contestato una affermazione di de Bortoli secondo cui esisterebbe “un esercito” di Repubblica. “Non esiste un esercito – ha risposto Scalfari – Come de Bortoli rivendica una funzione di giornalista e basta, noi rivendichiamo una funzione di giornalisti e basta”.

Scalfari definisce l’attacco di Berlusconi al Corriere “di sinistra”, “una chiamata alle armi, una intimidazione a de Bortoli”. E il direttore del Corriere “sbaglia a dire che non l’abbiamo mai difeso”, aggiunge Scalfari ricordando un suo articolo del giugno 2003, poche settimane dopo che “de Bortoli fu costretto alle dimissioni” dal premier. “Mai avrei accettato di avere limitazioni”, ha risposto de Bortoli all’ipotesi che ora, di nuovo al Corriere, avrebbe uno spazio più limitato. In chiusura, de Bortoli, sollecitato, da una domanda di Lerner, ha ammesso di avere sbagliato ad accettare l’invito di Porta a Porta in collegamento quando si discusse delle vicende private di Berlusconi. “In quelle condizioni non si partecipa al dibattito e io sono stato giustamente redarguito per non avere incalzato il premier”, ha detto de Bortoli.

IL CORAGGIO DELLA STAMPA

di Eugenio Scalfari, la Repubblica 13 ottobre 2009

Ho letto con doverosa attenzione la duplice risposta che Ferruccio de Bortoli ha dato al mio articolo di domenica scorsa per la parte che lo riguardava. Purtroppo è la risposta tipica di chi, non volendo confrontarsi con il tema in discussione, lo sposta su un altro obiettivo. Nel caso specifico sull’oggettività dei giornali o la loro faziosità. Aggiungo che ieri il Tg1 è anch’esso intervenuto a suo modo e a supporto di un resoconto di genere minzoliniano ha intervistato Belpietro e Antonio Polito i quali non hanno trovato di meglio che dichiarare la loro non appartenenza al mio partito e la loro solidarietà con il direttore del Corriere della Sera.

Questi due colleghi fanno da tempo parte organica del club di Bruno Vespa ed è evidente che prendano da me tutte le distanze possibili. Quanto a quello che viene definito “il mio partito”, la locuzione significa “le mie idee” che chiunque è liberissimo di non condividere. Ma se questa non condivisione diventa un fatto politico, bisogna domandarsene il perché e con ciò torniamo a de Bortoli.

Il tema della discussione da me aperta è quello di esaminare se la stampa italiana si stia rendendo conto della deriva in avanzato corso verso un regime autoritario, nella direzione voluta dal capo del governo. Una deriva che implica una concentrazione di potere nelle mani del presidente del Consiglio e un contemporaneo indebolimento o addirittura cancellazione degli organi di controllo e di garanzia ancora esistenti: magistratura inquirente e giudicante, autorità che sovrintendono a importanti settori a cominciare da quella “Antitrust”, poteri di controllo del Parlamento, Corte costituzionale, presidente della Repubblica, stampa e emittenti radio-televisive.

A nostro avviso una notevole parte della stampa e delle emittenti radio-televisive non sta informando i cittadini della gravità di quanto accade sotto i nostri occhi, smorza volutamente il significato dei fatti e dei comportamenti adottando il metodo così bene illustrato nei “Promessi sposi” laddove il Manzoni racconta il colloquio tra il Conte-zio e il padre generale dei Cappuccini al quale si chiedeva di trasferire in altra sede il combattivo fra Cristoforo che difendeva i poveri Renzo e Lucia dalle soperchierie di don Rodrigo. “Sopire, troncare, padre reverendo; troncare, sopire”. Così diceva il Conte-zio e così fu costretto a fare il generale dei Cappuccini. La conseguenza fu l’intimazione a don Abbondio di non eseguire quel matrimonio, il rapimento di Lucia, la fuga di Renzo. Non ci fosse stato il pentimento dell’Innominato e poi la peste, quel matrimonio non si sarebbe mai fatto.

Spesso la grande letteratura serve a capire i fatti quotidiani molto di più dell’acume di chi scrive sui giornali dove i don Abbondio abbondano. Sicché bastò un editto del premier a far buttare fuori dalla tivù Biagi e Santoro ed un altro più recente a far dimettere Giulio Anselmi dalla Stampa e Paolo Mieli dal Corriere della Sera.

Io mi guardo bene dall’augurarmi che de Bortoli condivida le nostre idee e capisco anche che – come scriveva il Manzoni – “il coraggio chi non ce l’ha non se lo può dare”. Ma da qui a sottacere il significato della deriva italiana, morale, politica, economica, sbandierando come titoli di merito verso il governo gli articoli scritti in suo favore, quelli scritti a suo tempo contro il governo Prodi, infine la definizione di Repubblica come un gruppo editoriale nemico del premier e degli interessi del Paese, ebbene questo è un modo volutamente rassegnato di praticare una professione che ha come primo principio deontologico quello di controllare il potere ad ogni passo e in ogni istante.

I giornali non sono partiti ma sentinelle a guardia del pubblico interesse, che dovrebbero rimandarsi l’un l’altro la parola d’ordine e la risposta: “All’erta sentinella”, “All’erta all’erta sto”. Ebbene, era questa la risposta che speravo d’avere dal direttore del Corriere della Sera. Non l’ho avuta e me ne dispiaccio assai, non per me ma per lui.

De Bortoli sostiene che Repubblica non l’ha mai difeso quand’era sotto attacco da parte del potere politico. Hai una memoria debole, caro Ferruccio. E perciò cercherò di aiutarti a ricordare citando un mio articolo dell’8 giugno del 2003, poche settimane dopo le tue dimissioni dal Corriere della Sera.

“Misteriose dimissioni, è il meno che si possa dire, perché il protagonista della vicenda le ha blindate con la motivazione delle “ragioni private”, con la stanchezza d’una funzione esercitata per oltre sei anni e resa più difficile dalle frequenti pressioni del potere politico, del resto effettuate alla luce del sole. Ma resta un problema: come mai un governo di centrodestra che si dichiara in ogni occasione corifeo dei valori liberal-democratici, mette sotto accusa e attacca come traditore di quei valori un giornale che ha fatto del “terzismo”, dell’equidistanza tra le parti politiche in conflitto, della tecnica pesata col bilancino d’un colpo al cerchio e uno alla botte, la sua divisa e la sua funzione?”.

Quella mia domanda di allora è rimasta senza risposta ma è ancor più attuale oggi. De Bortoli dirige per la seconda volta il Corriere della Sera dopo l’esperienza conclusa nel 2003. Quell’esperienza è evidentemente ben viva nella sua memoria; adesso conosce meglio i limiti entro i quali può muoversi e li rispetta con maggiore attenzione. Perciò si preoccupa e si addolora se il premier, non contento della sua prudenza, lo avverte che dev’esser più attento e più docile.

Del resto, sempre in tema di direzione del Corriere della Sera, il nostro vicedirettore Massimo Giannini scrisse il 3 dicembre del 2008 un articolo di fondo intitolato “L’editto albanese”, quando durante una visita di Stato a Tirana, Berlusconi disse che Giulio Anselmi e Paolo Mieli “dovevano cambiare mestiere”. Scrisse Giannini: “Dietro quelle parole del Cavaliere c’è una visione totalitaria della democrazia che tra un editto e l’altro sta ormai precipitando in un’autocrazia”.
La cosa singolare è che tutta la stampa internazionale, quella progressista e anche quella conservatrice, considera il nostro premier come un personaggio che ha ormai sorpassato ogni limite accettabile. Dopo i suoi attacchi alla Corte costituzionale e al capo dello Stato lo descrive come un pericolo per tutti, portatore di un virus infettivo il cui solo contatto è rischioso. Leggete il Newsweek di questa settimana che è l’esempio più recente di questa preoccupazione.

Io vorrei, noi vorremmo, che la stampa italiana non fosse meno lucida e meno coraggiosa di quella internazionale. Mi sembra purtroppo un vano desiderio.

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Come si fa?

Pubblicato da sandro su 12 Ottobre, 2009

Come si fa a non volerlo prendere a calci proprio lì, dove non batte il sole, questo patetico figuro che tiene in ostaggio un paese intero con le sue paranoie, le sue indubbie malefatte e la sua bacata, senile, insana cupidigia? Io gliene darei anche un paio, di calci.

Come si fa a prenderlo sul serio, un primo ministro, quando interloquisce con gli industriali riuniti in convegno in dialetto meneghino? D’accordo che, considerato il livello culturale della platea, se l’è potuto tranquillamente permettere.

Come si fa a non detestare fino al parossismo un omuncolo che sproloquia di eversione, complotti, cospirazioni, e poi dice applaudito spropositi come: «alla democrazia ci penso io»? Un iscritto alla P2.

Come si fa a non augurargli un tempestivo decesso (anche se la scenetta di lui caricato a viva forza dalla Finanza sulla volante, i polsi ammanettati, davvero la vorrei vedere), dal momento che qualunque argomento serio, qualunque dialettica politica, qualunque confronto sul merito sono vie impraticabili?

Come si fa a resistere allo sfacciato, interminabile, pedestre apologizzare dei suoi retribuiti servitori, interessati fiancheggiatori, ottenebrati elettori? Come si fa a non chiudergli una buona volta la bocca con uno schiaffo dato col dorso della mano, cosicché faccia più male?

Non si fa, certo, ma siamo arrivati a un punto in cui le parole sono molto peggio che pietre. Siamo arrivati a un punto in cui, o a destra fanno qualcosa per sedare e internare questo squilibrato, o di questo passo ci abitueremo a qualsiasi indecenza. Siamo come gli omini di Altan, che s’infilano l’un l’altro l’ombrello in quel posto. Insomma, basta!

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Berlusconi eletto direttamente dal popolo? Balle

Pubblicato da sandro su 12 Ottobre, 2009

sberlusconi

(Nella foto tratta da Repubblica.it, il soggetto che il quotidiano Observer ha definito il caudillo d’Europa)


La frase “eletto direttamente dal popolo” domina la scena. Il sempre più pensoso Pecorella l’ha usata in modo preventivo per convincere la Corte Costituzionale che al presidente del consiglio devono essere accordate guarentigie speciali, superiori a quelle che toccano alle altre cariche dello Stato. La Corte ha cestinato il suggerimento.

Ora il presidente del consiglio non passa minuto che non ci ripeta “sono stato eletto direttamente dal popolo”. L’affermazione dovrebbe smontare secondo lui l’impianto logico che la Consulta ha opposto al Lodo Alfano: preminente su tutto è l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge; se per caso si deve derogare al principio essenziale della Costituzione si deve per forza farlo con una legge di rango costituzionale; ma, qui è il punto, una legge costituzionale non può intaccare il principio di uguaglianza. Non c’è scampo per il Lodo Alfano.

Ma è poi vero che Berlusconi è stato eletto direttamente dal popolo? Niente affatto. I cittadini italiani sono stati costretti a votare da una legge elettorale infame che, oltre a impedir loro di votare per chi volevano, li ha obbligati a votare per simboli in cui era stato infilato il logo “Berlusconi presidente” o “Veltroni presidente”. Una forzatura cui a suo tempo la classe dirigente di centrosinistra non seppe e non volle opporre tutte le necessarie riserve di ordine costituzionale. Quali? Per esempio: la repubblica è parlamentare e non presidenziale; imporre il trucco di quella scritta è una precisa lesione alla natura della repubblica. Oppure: nella Parte II della Costituzione, al Titolo III (Il Governo) è contemplato nella Sezione I il Consiglio del Ministri e nel suo contesto il presidente del consiglio compare con chiarezza come primus inter pares. Non c’è una sezione dedicata a lui: infatti la Sezione successiva, la II, è dedicata alla Pubblica Amministrazione. Nell’indice il presidente del consiglio è saltato a piè pari. Secondo Pecorella invece, in virtù della formuletta inserita nel logo del simbolo elettorale, Berlusconi sarebbe primus super pares.

E’ una colossale panzana. La cosiddetta elezione diretta è solo un subdolo artificio iconografico: una scritta nel simbolo e niente di più. Quanto alla vera elezione diretta del presidente del consiglio l’unico caso è quello di Israele. Considerato universalmente un disastro istituzionale, che giuristi di tutto il mondo hanno illustrato e commentato. Ma se proprio Berlusconi ritiene di ispirarsi a Israele potrebbe seguire l’esempio del suo presidente del consiglio Olmert che ha lasciato la carica e si è fatto processare per corruzione. Si è anche detto onorato di aver guidato un paese in cui il capo del governo non ha diritti superiori a quelli di tutti i cittadini. Che dirà il sempre più pensoso Pecorella?

Pancho Pardi

micromega-online 12 ottobre 2009

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Silviolo Augustolo

Pubblicato da sandro su 8 Ottobre, 2009

Le coincidenze sono per loro natura curiose. Venti giorni fa, quando il regimetto oggi ridimensionato (non ancora deposto, ahinoi) dalla Corte costituzionale approntava a Porta a porta la famosa puntata coreana sull’Abruzzo (poi fallita negli intenti, visto che gli ascolti erano stati inferiori a quelli dei cartoni animati mattutini), in segno di protesta e solidarietà con Raitre m’ero visto La caduta, il film sugli ultimi giorni di Hitler nel bunker della Cancelleria berlinese. Ieri sera, dopo aver di sfuggita sentito per radio che la robustezza della Costituzione aveva per l’ennesima volta sventato un attacco alle basi della democrazia, stavo andando con uno stimato amico al cinema per vedere Bastardi senza gloria, il nuovissimo film di Quentin Tarantino sulle imprese di una banda di ebrei americani ammazza-nazisti. In entrambe le circostanze Hitler muore; in entrambe le circostanze Berlusconi ha perso la testa. Nello studio dell’imparziale Vespa aveva dato a tutti quanti noi, che ci pregiamo di essere suoi strenui oppositori, dei farabutti. Saputo il verdetto della Consulta si è invece prodotto nel garbato e liberale parere che Nicola ha perspicacemente pubblicato più sotto. Il risultato non cambia, caro Berlusca: Repubblica italiana – Regno di mignotte e io so’ io e voi nun siete un cazzo 2 a 0.

Ora bisogna fare le persone serie, sebbene la tentazione sia di stappare il prosecco e denudarsi in piazza. Bisogna rispettare la sentenza, come fosse una piacevolissima facezia, e attendere la pubblicazione delle motivazioni della sentenza, cosicché ce ne si possa fare un’idea compiuta. Bene, attenderemo. Attenderemo, sì, ma nel frattempo qualcuno dovrebbe prendere dei provvedimenti sulle intollerabili infamie pronunciate dal ridicolo premier contro le cosiddette massime cariche dello Stato – quelle alle quali anch’egli s’illudeva appartenere. Non può esistere un presidente del Consiglio (sì, va be’, è una specie di Al Capone de noantri, d’accordo, ma non può esistere lo stesso) che dice impunemente quello che dice della Corte costituzionale e del presidente della Repubblica, solo perché non hanno soddisfatto le sue pretese, solo perché hanno inteso alla lettera il principio illuminista – quindi occidentale – della separazione dei poteri. Il piccolo uomo alla guida del Governo ha una mentalità aziendalista, il che lo dispensa dall’avere un cervello sobriamente funzionante. Ma non può, non può, non può mettere in discussione l’impianto democratico del paese, un impianto già fragile e che per nostra fortuna nei momenti critici funziona nonostante tutto, rivelando la lungimiranza dei padri costituenti. E deve smetterla, questo perenne imputato, di dare lezioni di libertà. Libertà provvisoria, come scrive sempre Marco Travaglio.

Ne vedremo delle belle, non subito, ma ne vedremo. Quel che da sei mesi accade sotto gli occhi del mondo intero non può vanamente scorrere e andarsene. Ci fosse un Parlamento sovrano e non un Sultanato il premier sarebbe da tempo a spasso – anzi a San Vittore. Ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria, è un principio della fisica. Se tanto mi dà tanto, in un modo o nell’altro qualcosa succederà. Ed è proprio perché qualcosa succederà che il cosiddetto presidente del Consiglio strepita, grida al complotto, straparla di magistrature eversive, tira in ballo Napolitano con sospetti ridicoli, e dice sfrontato che governerà fino alla fine (dei tempi). Lo fa per inibire le conseguenze, le ovvie conseguenze. Nostra cura sarà di non chinare mai la testa. C’è stato Romolo Augustolo, ci sarà anche Silviolo Augustolo.

berlusconi_imperatore

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