Ai Nostri Posti

Ora e sempre Resistenza

Posts contrassegnato dai tag ‘Chiesa cattolica’

Neutralità degli spazi pubblici e doveri della politica

Pubblicato da prescinseua su 4 Novembre, 2009

Tra neutralità religiosa
e riconoscimento reciproco

di Chiara Moroni

La questione della convivenza di culture e credo religiosi entro stessi confini nazionali è una questione complessa e di difficilissima soluzione. Questo perché coinvolge i diritti e le libertà di ogni singolo e di ogni comunità, mette in campo la necessità di trovare punti universali sui quali innescare il dialogo e il riconoscimento, che sono cosa diversa dalla tolleranza e dall’assimilazione e che implicano volontà positiva e reciprocità.

Il punto di equilibrio tra difesa della propria identità e riconoscimento delle identità altrui è difficile da rintracciare e da mantenere. Difendere la propria identità, personale e collettiva, è un bisogno primario dell’essere umano perché richiama il bisogno di autodifesa e di mantenimento delle proprie caratteristiche, bisogno oggi amplificato dal diffuso senso d’incertezza e destabilizzazione che caratterizza le società contemporanee complesse. Ma è altrettanto intrinseco della natura umana cercare di riaffermare la propria identità culturale e religiosa in un ambiente estraneo e “diverso”, proprio per contrastare l’annullamento e un possibile irreversibile processo di assimilazione passiva.

La sentenza della Corte di Strasburgo pone delle domande ad una società che vuole considerarsi attenta ai fenomeni contemporanei e ad uno Stato che vorrebbe mostrarsi accogliente, seppur secondo le necessarie regole e rigidità. Per quanto riguarda il merito della sentenza forse sarebbe più opportuno riflettere prima di invocare una tradizione in nome della quale nulla è modificabile.

La società contemporanea, attraversata da cambiamenti sostanziali e simbolici continui e a volte radicali, non può permettersi, pena l’invivibilità a breve termine e l’annullamento a lungo termine, di non tentare di creare le condizioni più favorevoli possibili affinché questi cambiamenti inevitabili non cozzino con l’immobilità culturale. Come scrive Ulf Hannerz (La complessità culturale, il Mulino, Bologna) nelle società contemporanee complesse la cultura non è e non può essere qualcosa di omogeneo e immutabile, essa è costituita da un flusso eterogeneo di elementi e fonti, che trae forza dai singoli individui e dal loro incontrasi e muta a seconda del contributo che gli individui, come singoli e come comunità, danno al suo fluire. Quel che conta, continua Hannerz, è la prospettiva con la quale ognuno guarda alla realtà, e la forza della convivenza interculturale non è tanto assumere la prospettiva degli altri, cosa umanamente di difficile realizzazione, ma accettare che esistano tante prospettive quante sono gli individui che singolarmente osservano la realtà da una posizione unica e peculiare.

Il crocefisso è innanzitutto un simbolo religioso che, dato il legame originario della nostra identità nazionale con la chiesa cattolica, è anche uno dei simboli della nostra tradizione culturale. È però eminentemente un simbolo religioso e come tale va valutato e trattato in una società che, per quante resistenze si possano fare, entra costantemente in contatto, in modo più o meno accogliente, con molte alterità culturali e religiose.
Per quanto sia difficile l’incontro e ancor più la convivenza tra culture diverse nella vita quotidiana come nella percezione ideale, è lo Stato che per primo dovrebbe tentare di creare gli spazi e i tempi nei quali questo incontro si possa verificare nel miglior modo possibile. È da questo principio che dovrebbe derivare la neutralità dello Stato in fatto di credo religioso. Non tanto per una questione tutta teorica sulla laicità dello Stato, quanto per una finalità tutta pratica di convivenza quotidiana tra credo e culture religiose diverse.

Siamo davvero certi che eliminare esplicite espressioni di ogni religione nei luoghi pubblici e quindi comuni, leda in modo irreversibile e irreparabile la nostra identità nazionale? Siamo sicuri che il nostro essere italiani necessiti di riconoscimenti espliciti e concreti alle nostre tradizioni culturali? Siamo certi che, al contrario, incontrarsi in luoghi neutri non potrebbe significare compiere un passo avanti verso il dialogo e il riconoscimento reciproco?

Le tradizioni culturali e religiose sono iscritte nel nostro dna di cittadini italiani, per far vivere e rispettare tali legami identitari vi sono gli spazi privati e i luoghi di culto, eliminarne l’espressione permanente dai luoghi pubblici non significa necessariamente svilire l’italianità e le sue origini toriche e culturali. Rendere i luoghi pubblici privi di riferimenti simbolici carichi di valore spirituale non significherebbe abdicare alla colonizzazione culturale, significherebbe assumere uno sguardo meno etnocentrico, seppur non relativistico, nei confronti di chi crede e difende le proprie alterità culturali e religiose.

La sentenza della Corte europea, quindi, non è accettabile non tanto nel merito quanto, piuttosto, sia per il fatto che interviene in un campo – i rapporti tra Stato e Chiesa – definito da annose controversie, sia perché proviene da una istituzione percepita dai cittadini degli Stati nazionali come estranea e distante.
Se la convivenza pacifica tra diversità è il fine auspicabile di una società contemporanea positivamente rivolta ai processi futuri irreversibili, allora il primo passo è creare luoghi nei quali le alterità possano incontrarsi. E perché vi siano le condizioni per realizzare rispetto e riconoscimento reciproco, e non tolleranza del più forte e senso di subordinazione del più debole, è necessario mettere in campo ogni risorsa anche simbolica che richiami alla parità di posizione e alla congruenza di obiettivi. La neutralità dei luoghi pubblici costituisce una delle possibili risorse simboliche a partire dalle quali chiedere e forse ottenere rispetto e riconoscimento reciproco alle culture e ai credo religiosi reciprocamente diversi.

3 novembre 2009

fonte: http://www.ffwebmagazine.it/ffw/page.asp?VisImg=S&Art=2680&Cat=1&I=../immagini/Foto%20L-N/laicite_int.gif&IdTipo=0&TitoloBlocco=L’Analisi&Codi_Cate_Arti=38

Pubblicato su riflessioni | Contrassegnato da tag: , , , , | 3 Commenti »

Il senso della Binetti per la laicità

Pubblicato da sandro su 15 Ottobre, 2009

Il problema è questo. Adesso tutti vorrebbero che Paola Binetti, dopo l’ennesimo sfregio alla laicità commesso sotto le insegne del Pd, e addirittura in suo nome, si dimettesse dal partito levando lei le castagne dal fuoco al leader di turno. Ma se questo non accade il caso Binetti diventa una sorta di drammatico gioco di ruolo che scatena uno strano cortocircuito nelle primarie.

Pensateci anche solo per un attimo: Franceschini dovrebbe assumersi la responsabilità di cacciarla, ma se lo fa davvero, fornisce a uno dei suoi principali alleati, Francesco Rutelli, il casus belli che aspetta da mesi per mettere in pratica la sua sospirata scissione. E’ difficile che il segretario possa permetterlo, ed ecco perché Franceschini spara sulla Binetti sperando che si arrabbi. Il problema così si riversa su Bersani. Certo, se l’ex ministro prendesse una posizione chiara su questo, recupererebbe voti a sinistra, e potrebbe vincere più facilmente le primarie. Ma se lo facesse si esporrebbe anche a quello che considera il suo tallone d’Achille: quello di essere considerato un comunista travestito pronto ad operazioni di purga, e alla cancellazione delle identità di minoranza. Se a cacciare la Binetti è Bersani, diventa un mangiapreti. Se i primi due leader ragionano così, il corollario inevitabile è che alle primarie la candidatura Marino diventi un bene-rifugio. L’unico custode della laicità è lui – finirebbero per pensare molti iscritti – dunque lo voto. Un bel dilemma, in cui l’unico modo per fuggire alla prigionia dei ruoli è un atto di coraggio dei primi due leader del Pd. Riusciranno a trovare la forza?

Adesso, però, vorrei provare a ragionare su Paola Binetti e sui paradossi che la sua figura apre.

Anche lei di coraggio ne ha. Da anni viene percepita come un corpo estraneo, da anni, con una determinazione che rasenta la vocazione dei martiri, continua imperterrita la sua battaglia anti-illuminista a tutto campo. Al Senato – durante la crisi di Prodi – più di una volta aveva votato contro il governo sempre rischiando di essere determinante. Veltroni e Franceschini si erano illusi di depotenziarla spostandola alla Camera senza capire che, ovviamente, il problema era politico. Le Binetti e le Dorina Bianchi non pesano per il loro seguito, ma per il loro valore simbolico ed evocativo. Entrano nel problema identitario del Pd e, anche senza parole, sostanzialmente dicono ai suoi leader: voi siete un partito che si regge su di un compromesso fragile, e su una amalgama mal riuscita. Io, noi, vi legittimiamo. Mettendo dentro il vostro Dna il suo contrario, voi conquistate un passaporto di legittimità che non siete riusciti ad ottenere altrimenti. Pochi ricordano come fu affondata la legge sulle unioni civili stesa con molta fatica dalla Pollastrini e dalla Bindi. Con un semplice sms spedito dalla Binetti (che stava al Senato) ad Anna Serafini, che era capogruppo in commissione. Il senso era molto chiaro: se questa legge passa, noi ce ne andiamo. Lo stesso paradosso che pesa oggi sulle spalle di Bersani, finì per gravare su quelle di Fassino. Sta nascendo il Pd, posso permettermi di espellere una cattolica? No. E così tutti i progressisti dovettero pagare dazio all’integralismo guerrigliero della Binetti.

In quei giorni invitai per la prima volta la Binetti a Tetris, nel mio programma, e in quella puntata accaddero cose incredibili. Era la sua prima apparizione televisiva, perché i grandi media non si curavano di lei. Noi avevamo affidato a Mike Bongiorno il consueto quiz per i politici. E Mike – l’ho ricordato su questi sito tempo fa – chiese alla Binetti: “L’omosessualità è: A) Una normale caratteristica di una persona B) Una malattia?”. Ricordo ancora oggi il primo piano terreo della Binetti, su cui si stampò un’espressione di sofferenza vera. Cercò di fermarsi, di dire parole caute, ma quello che aveva dentro le uscì fuori. Disse quello che pensava allora e che pensa ancora oggi: che era “Una malattia”. Nella stessa puntata, dopo il quiz, portai in studio un cilicio. Solo questo gesto aveva in qualche modo turbato la nostra piccola redazione. Avevamo scoperto che il cilicio non si vende, e ne avevamo trovato uno in modo semi-clandestino, su internet. Prima di andare in onda questo oggetto era passato fra di noi di mano in mano, suscitando stupore, perché tutti avevano ceduto alla tentazione di calzarlo, ritrovandosi i suoi rostri nella carne. Non la capisci, la ferocia autoflagellatoria del cilicio finché non ti incide la pelle. Chiesi alla Binetti se veramente lo portasse con regolarità. Lei mi rispose: “Ma certo!”. Allora portai quell’incredibile strumento in studio. Mi venne istintivo metterlo in mano a Chiara Moroni, socialista laica del Pdl, anche lei ospite. Ancora oggi, rivendendo quelle immagini, si può notare l’espressione esterrefatta di Chiara. Ma chi ci stupì, ancora una volta, fu la Binetti, che assunse un tono materno e persuasivo verso la collega: “Cara, non ti deve spaventare. Il cilicio ci ricorda il dolore della donna che partorisce… Ci ricorda la sofferenza degli occhi dopo una giornata passata a lavorare al computer. Ci ricorda il dolore della vita che troppo spesso dimentichiamo”. Siccome la televisione ha sempre dei momenti di verità, il dialogo che seguì fu quasi simbolico. Chiara quasi esplose: “Ma il dolore della vita noi non lo vogliamo, lo subiamo nostro malgrado! E il dolore di un parto è accettabile solo perché produce la vita, non perché sia un valore in sè!”. Senza volerlo, avevamo messo a fuoco la differenza fra l’ideologia della penitenza e quella della laicità.

Franco Grillini, che si era scontrato durissimamente con la Binetti dopo la risposta sull’omosessualità (“Se dici questo sei fuori dall’ordine dei medici!”) scelse la via del sarcasmo: “Io sul cilicio difendo la Binetti: ho sempre pensato che tutti hanno diritto alle proprie passioni sadomasochistiche”. Lei si arrabbiò davvero, e iniziò ad urlare. Nessuno, vedendo quella scena, avrebbe potuto pensare che entrambi facessero parte dello stesso partito. La Repubblica, il giorno dopo, aprì un’intera pagina sul caso, e Rutelli bacchettò la Binetti: “Non doveva andare in un programma così”. Non perché non condividesse le sue idee, dunque, ma perché considerava poco prudente averle espresse.

Incontrai la Binetti due giorni dopo, al Senato. Ero convinto che mi volesse sbranare. Invece era sinceramente dispiaciuta: “Non dovevo accettare di parlare del cilicio, ma è stata colpa mia”. L’avevo intervistata più volte, quanto basta per capire che lei non inseguiva tornaconti, non ha ambizioni personali. Piuttosto si sente come una guerriera crociata, che deve difendere la croce e Cristo in questa battaglia di testimonianza in Parlamento, esattamente come un soldato del medioevo si doveva immolare per il santo sepolcro. Dopo la valanga di polemiche che le precipitarono addosso per aver definito l’omosessualità una malattia inventò una sua forma di espiazione privata, credo sincerissima. Andò ad accudire la collega Paola Concia, che all’epoca conosceva appena, in un delicato intervento per un tumore. Non era una furbata, come ha volgarmente ipotizzato qualcuno: era l’unico contrappasso umano che potesse aggirare il suo problema ideologico anti-gay, il suo dogma identitario. Era la via del samaritano, imboccata per controbilanciare la ferocia della guerriera crociata. Ieri, l’inconciliabilità di questa soluzione si è risolta teatralmente con il voto della Binetti speso per affondare la legge della Concia. La pietas umana non poteva distogliere il guerriero di Cristo dalla sua missione. Ed è questo il vero motivo per cui la Binetti deve essere laicamente espulsa dal Pd: lei non se ne andrebbe mai, perché affermare la sua fede tra gli infedeli è ai suoi occhi un elemento di merito: essere dileggiata, attaccata, odiata, è parte della sua missione di testimonianza, solo un altro modo di indossare un cilicio.

Detto questo, devo aggiungere che ho molta più stima per la Binetti e della sua tetragona coerenza che per gli arrampicatori di muri che nel Pd, per mille motivi di utilità contingente, hanno finito per strumentalizzarla, e farsi strumentalizzare da lei. Più stima di lei, che per il convertito Rutelli che srotolava la nasiera pontificia dal bancone di Montecitorio per protesta contro il Vaticano, e che adesso bacia gli anelli dei prelati. In fondo lei ci consegna un paradosso mirabile e corrosivo, nel degrado della seconda repubblica. Paola Binetti non è il tipo di politico disposto a compromessi e mediazioni sui suoi valori. Per questo è una figura che tutti vorrebbero avere in una coalizione. Possibilmente l’altra.

Luca Telese

Il Fatto Quotidiano

14 ottobre 2009

Pubblicato su articoli | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento »

La gita del papa

Pubblicato da nicola su 28 Settembre, 2009

Da una rapida occhiata ai quotidiani italiani di oggi e ai telegiornali che riesco a seguire su internet, mi e’ sembrato di percepire che la visita del papa in Repubblica Ceca sia stata dipinta con la solita condiscendenza, e con il messaggio sotteso che si tratti di un nuovo successo per il pontefice.

In realta’, i cittadini della Repubblica Ceca, bonta’ loro, non sono i grandi devoti dipinti dal TG4. Un resoconto piu’ fedele, e piu’ confortante, lo trovate in questo chiaro articolo del New York Times, pubblicato oggi (ieri, per voi).

Da notare anche il piccolo cammeo riservato dal giornalista al nostro Presidente del Consiglio.

Pubblicato su Chiesa cattolica | Contrassegnato da tag: , , , , | Lascia un commento »

Vaff…

Pubblicato da sandro su 7 Settembre, 2009

Ah, avete capito?, ci siamo sognati tutto, siamo stati i soliti precipitosi e abbiamo sparato a zero su cotanta mitezza. Non è vero che la stampa e la libertà d’informazione sono in pericolo. Non è vero che c’è un regime alle porte, anzi è vero il contrario. Non è vero che la Chiesa è adirata col Governo, macché. Non è vero che ci sono frizioni, tensioni nella maggioranza, né è vero che il consenso del caro leader sta crollando. Proprio il contrario. Avete capito, comunisti che non siete altro?

Vaffanculo, Berlusconi. Te lo dico di cuore: vaffanculo.

Pubblicato su avvisi | Contrassegnato da tag: , , , , , , | 2 Commenti »

Lettera aperta a Feltri, di Mario Adinolfi

Pubblicato da prescinseua su 31 Agosto, 2009

Caro direttore,

senza chiedere alcuna autorizzazione il tuo giornale si è appropriato di due miei scritti, uno del 20 settembre 2005 e uno immediatamente successivo alla pubblicazione del tuo scoop su Dino Boffo, pubblicandoli entrambi. Non me ne dolgo più di tanto, ho un minimo di profilo pubblico e quei testi erano pubblici, magari un filo di cortesia tra colleghi potrebbe sussistere, ma non è su questo che voglio tediarti. Voglio affrontare il nodo della questione che la rottura del muro di omertà sulle relazioni omosex del direttore di Avvenire ha messo in evidenza ed è quello dei rapporti tra poteri in un contesto che vorremmo fosse sempre pienamente democratico.

Ho dato subito atto a te e al tuo quotidiano di aver compiuto bene il vostro lavoro citando la sentenza del tribunale di Terni: è un fatto, una notizia, che in qualsiasi paese del mondo sarebbe finita immediatamente in pagina. Il direttore del quotidiano dei cattolici italiani è un personaggio pubblico e quella sentenza che lo riguardava era una bomba giornalistica, in particolare nella fase delicata che vivevamo e tuttora viviamo rispetto al rapporto tra Chiesa e mondo omosex. Hai smascherato una clamorosa ipocrisia e hai raccontato anche qualcosa della magistratura italiana, cui mi ero rivolto nel 2005 per avere copia degli atti della sentenza, sentendomi rispondere per iscritto che a quegli atti non potevo accedere, anche se pubblici e l’articolo 116 del codice di procedura penale prevede che agli atti di un procedimento penale possa accedere “chiunque vi abbia interesse”. Ma tu devi avere amici più potenti dei miei e a quegli atti hai avuto accesso e hai notato come, con la citazione dei nomi pesanti di Ruini, Tettamanzi e Betori, ci fosse anche il racconto di un segmento di storia della Chiesa italiana.

Ho notato che i tuoi articoli del giorno dopo, forse per via della difficoltà in cui si è trovato Berlusconi, utilizzano toni più soft, dirigendo la bastonatura addosso al direttore di Repubblica. Dino Boffo si difende, la stampa “libera” fa quadrato attorno a lui e nessuno che abbia provato un minimo di pena per quella povera donna martoriata e molestata per via della passione del direttore di Avvenire per il di lei marito. La citazione, poi, dei comportamenti omosessuali di Boffo “attenzionati” dalla polizia inquieta qualcuno, mentre i più sanno che è conseguenza delle frequentazioni del direttore di Avvenire dei luoghi della prostituzione maschile milanese.

Io credo che la difesa d’ufficio di Boffo da parte della Chiesa italiana fosse inevitabile, mi preoccupa molto invece la scelta dei vertici della Cei di tenere questo soggetto alla guida del potente quotidiano dei vescovi negli ultimi quindici anni, secondo il vecchio schema per cui una persona ricattabile è una persona controllabile, che eseguirà gli ordini. E qui veniamo al punto.

Il tuo articolo che svela le ipocrisie di Boffo e della Chiesa è un articolo giornalisticamente meritorio, che però semplicemente non avresti scritto se Boffo fosse stato un fedele alleato di Berlusconi, così come non avresti pubblicato le tette di Veronica mentre lei era la moglie formale ma silenziona del Cavaliere, così come non avresti pubblicato la storia di Ezio Mauro che compra l’appartamento a nero se quello stesso comportamento lo avesse avuto Niccolò Ghedini.

Allo stesso tempo Repubblica non rivolgerebbe quelle stesse dieci insistenti domande all’ingegner De Benedetti e il Corriere della Sera e la Stampa evitano di dare risalto alla meritoria inchiesta di Maurizio Belpietro su Libero (ripresa anche da te) rispetto alla colossale evasione fiscale degli Agnelli. Ecco il nodo: ogni articolo, anche il giornalisticamente più valido, più capace di raccontare lo schifo ipocrita e profondo in cui sguazza ormai il nostro paese, si perde inevitabilmente sotto la coltre del sospetto di strumentalizzazione.

Si strumentalizza tutto, tutto è bastone per picchiare la banda avversaria, la verità diventa concetto puramente pirandelliano, la confusione regna sovrana e l’impressione è che questa condizione sia l’angolo buio in cui si è ficcata la nostra democrazia.

Sono preoccupato e non so neanche perché scrivo a te queste parole. Forse perché, lo devo ammettere con fastidio, mi sembra che la concorrenza fra le due principali testate vicine al Cavaliere sta generando un giornalismo molto aggressivo e quindi più capace di scoperchiare pentoloni purulenti che avvelenano da troppo tempo questo paese. Lo fai, lo fate, a senso unico e questo toglie validità al vostro lavoro ed è un peccato.

Io credo invece che il lavoro di Repubblica da Casoria in poi, le tue prime pagine sull’ipocrisia dei vertici della Chiesa italiana (che allontana tanti fedeli, tra cui anche il sottoscritto, persino dalla fede) ma anche sul ministro terrorista iraniano che detiene un potenziale atomico, l’inchiesta di Belpietro sugli Agnelli, tutti questi sforzi di raccontare la verità, se composti a mosaico raccontino davvero la fotografia della tragedia del nostro paese. Sono tutte inchieste di parte, però, viziate da una manina che strumentalizza e così perdono di valore.

Forse però da questo angolo buio si può uscire. Con il giornalismo che faccia il giornalismo, la politica che faccia la politica, l’industria e la finanza che facciano l’industria e la finanza, partendo da un riconoscimento reciproco di legittimità e attendendo un’inchiesta dell’Espresso su un leader della sinistra e una tua sui festini spericolati di Berlusconi.

Il tutto partendo da un principio: chi sceglie nella vita di avere un profilo pubblico ne deriva molti onori (soldi e potere, di solito), quindi deve accettare di esporre la propria vita al giudizio altrui. E’ inevitabile. Questo non significa sognare un’Italia in cui la classe dirigente sia composta da uomini irreprensibili, semplicemente significa lavorare per produrre una classe dirigente disposta ad assumersi pienamente la responsabilità dei propri atti pubblici e anche di quelli privati con rilevanza pubblica, senza ricorrere alla ridicola arma del diritto alla riservatezza.

Questa Italia diversa, meritocratica e responsabile, non omertosa e finalmente libera da logiche mutuate sostanzialmente dallo stile mafioso, si può costruire: non è un sogno, è un progetto possibile. Passa anche, forse soprattutto, attraverso noi giornalisti militanti, noi che amiamo con nettezza le idee di una parte politica e ci battiamo affinché prevalga. Forse proprio la nostra libertà potenziale è una chiave con cui spurgare il marcio di questo paese.

Rendiamola libertà effettiva e coraggiosa. Non sarà un esercizio inutile.

fonte: http://marioadinolfi.ilcannocchiale.it/ [29 agosto 2009]

Pubblicato su potere | Contrassegnato da tag: , , , | 4 Commenti »

Patriottico

Pubblicato da sandro su 30 Agosto, 2009

Mentre l’appello per la libertà di stampa promosso da tre noti giuristi italiani sfiora le centomila firme in ventiquattr’ore, il miserabile pluriprescritto a capo del governo si gode lo spettacolo delle frecce tricolori assieme all’unico “statista” capace di non sfigurargli accanto: Gheddafi. Il tutto dopo aver giustificato come una necessaria durezza il respingimento di un barcone con sopra 18 esseri umani che evidentemente terrorizzavano troppo le casalighe brianzole per essere idratati, sfamati e ricoverati. Poi si dice che questo manipolo di vigliacchi denominato maggioranza ritiene quello della vita umana un valore non negoziabile. Poi si dice che il continente europo vanta incontestabili radici cristiane. Io questa torma di idioti non la sopporto più, sono fin troppo stanco di dovermi vergognare ogni due minuti per qualcosa che lo scemo di Arcore dice, fa, pensa, progetta, sono disgustato dal tasso di fascismo nel quale siamo tornati a sguazzare con compiaciuta indifferenza, sono a dir poco esaurito dall’onnipresente fiera di preti e suore e frati bucherellati che un giorno tuona qualcosa o esprime sdegno o richiama all’ordine l’esecutivo amico e un giorno si rimangia tutto, sono infuriato con quei venti e rotti milioni di cittadini che hanno ignorantemente consegnato una democrazia da ridere nelle mani della mafia più volgare e pericolosa. Sono così pieno d’odio che non so cosa farei se dovessi venire a contatto con gentaglia di tal fatta. Non sono una persona cattiva, anzi sono il contrario della cattiveria, ma sono stato messo nella condizione di diventarlo. Provo solo rancore nei confronti di tanta impudenza, falsità, illegalità, vessazione. Sono soprattutto inviperito per questa totale, completa, disarmante capacità di non provare vergogna. E sono giovane, desidero un presente e un avvenire decorosi, migliori, giusti – sono un patriota, in questo senso, non come codesta feccia denominata maggioranza che prostra, mortifica, vitupera la storia, la cultura, la civiltà del mio paese di ora in ora con la sua sola esistenza. Forse è perché quello è il mio paese, così è il mio paese. Allora tanto vale gettare la spugna. Ma no, dobbiamo resistere, dobbiamo testimoniare il dissenso, manifestarlo, togliere il fiato e soffocare, reprimere la malvagità che ci ghermisce. Quanto è difficile, però, quanto è sfibrante, quanto è deprimente.

Pubblicato su riflessioni | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , | Lascia un commento »

Showdown

Pubblicato da prescinseua su 28 Agosto, 2009

Ebbene, eccoci qui, siamo arrivati allo showdown. Avvenire critica Berlusconi per i suoi comportamenti privati e il neodirettore Feltri del Giornale di famiglia si mette di buona lena a cercar prove contro il direttore Boffo. E le trova, eccome se le trova. Il Boffo nel 2004 venne condannato per quello che anno 2009 verrebbe definito ‘stalking’ della moglie del suo amante. No, no, niente refusi, l’amante era proprio un uomo, l’amante del direttore del quotidiano ufficiale della Cei che oggi ci ha tenuto a precisare di voler tenere Boffo alla direzione del quotidiano in quanto di specchiata professionalità – incidentalmente salta anche la cena Bertone-Berlusconi, ma siamo certi che non ci sia alcun legame.

Ci fa piacere apprendere che la Cei non discrimina gli omosessuali sul luogo di lavoro. Lo sospettavamo già a sentire certe voci di corridoio sulle abitudini di diversi prelati in visita o di stanza in Vaticano. Ora ne abbiamo conferma. Ce ne rallegriamo. Il Boffo poi oltre a dar prova di vizi privati e di virtù pubbliche – in particolare con gli attacchi di Avvenire a qualsivoglia legge sull’omofobia (per non parlare delle unioni gay o dei Pride…dio ce ne scampi!) – dà altresì mirabile esempio di pia automortificazione. Insultando gli omosessuali insulta se stesso. Quale miglior esempio di cattolicesimo applicato? A’ Binetti, ammettilo, questa è mejo pure der cilicio!

A quanto pare poi, e giungo alla fine, gli anni ’70 non sono mai finiti. Dalla sentenza del 2004 (rimando all’articolo in calce) il Boffo emerge quale ‘noto omosessuale già attenzionato dalla Polizia di Stato’. La definizione ha un che di tragicamente pasoliniano e significa semplicemente che in barba a qualsiasi basilare norma sulla privacy polizia e carabinieri continuano a gestire archivi sulle persone “notoriamente” omosessuali. Sarebbe interessante sapere se questi archivi sono accessibili, sono regolamentati da una legge e se esistono norme a delimitazione degli usi a cui vengono impiegati.

Nell’attesa dedico con piacere i saluti finali a tutti gli agenti di pubblica sicurezza che nel corso dei mesi abbiano seguito e continuino a seguire i miei post con incalcolabile assiduità.

Boffo, il supercensore condannato per molestie
di Gabriele Villa
Il direttore dell’Avvenire, in prima fila nella campagna di stampa contro Berlusconi, intimidiva la moglie dell’uomo con cui aveva una relazione omosessuale. Per questo ha patteggiato: con una multa ha evitato sei mesi di carcere
«Articolo 660 del Codice penale, molestia alle persone. Condanna originata da più comportamenti posti in essere dal dottor Dino Boffo dall’ottobre del 2001 al gennaio 2002, mese quest’ultimo nel quale, a seguito di intercettazioni telefoniche disposte dall’autorità giudiziaria, si è constatato il reato». Comincia così la nota informativa che accompagna e spiega il rinvio a giudizio del grande moralizzatore, alias il direttore del quotidiano Avvenire, disposto dal Gip del Tribunale di Terni il 9 agosto del 2004.

Copia di questi documenti da ieri è al sicuro in uno dei nostri cassetti e per questo motivo, visto che le prove in nostro possesso sono chiare, solide e inequivocabili, abbiamo deciso di divulgare la notizia. A onor del vero, questa storia della non proprio specchiata moralità del direttore del quotidiano cattolico, circolava, o meglio era circolata a suo tempo, per le redazioni dei giornali. Dove si chiacchiera, anche troppo, per tirar tardi la sera. C’è chi aveva orecchiato, chi aveva intuito, chi credeva di sapere.

Ma le chiacchiere non bastano a crocefiggere una persona. O meglio bastano, sono bastate, solo nel caso di due persone: Gesù Cristo per certi suoi miracoli e, più recentemente, Silvio Berlusconi per certi suoi giri di valzer con signore per la verità molto disponibili.
Ma torniamo alle tentazioni, in cui è ripetutamente caduto Dino Boffo e atteniamoci rigorosamente ai fatti, così come riportati nell’informativa: «…Il Boffo – si legge – è stato a suo tempo querelato da una signora di Terni destinataria di telefonate sconce e offensive e di pedinamenti volti a intimidirla, onde lasciasse libero il marito con il quale il Boffo, noto omosessuale già attenzionato dalla Polizia di Stato per questo genere di frequentazioni, aveva una relazione. Rinviato a giudizio il Boffo chiedeva il patteggiamento e, in data 7 settembre del 2004, pagava un’ammenda di 516 euro, alternativa ai sei mesi di reclusione. Precedentemente il Boffo aveva tacitato con un notevole risarcimento finanziario la parte offesa che, per questo motivo, aveva ritirato la querela…».

Dino Boffo, 57 anni appena compiuti, è persona molto impegnata. O, come si dice quando si pesca nelle frasi fatte, vanta un curriculum di rispetto. È direttore di Avvenire da quindici anni, direttore e responsabile dei servizi giornalistici di Sat 2000, il network radio-televisivo via satellite dei cattolici italiani nel mondo, nonché membro del comitato permanente dell’Istituto Giuseppe Toniolo di Studi Superiori, che detta le linee guida delle Università Cattolica del Sacro Cuore. Acuto osservatore della vita politica italiana e delle vicende che segnano il mutamento dei tempi e dei costumi, recentemente, in più d’una occasione, Boffo si è sentito in obbligo, rispondendo alle pressanti domande dei suoi smarriti lettori, di esprimere giudizi severi sul comportamento del presidente del Consiglio. E, turbato proprio da quel comportamento, è arrivato a parlare di «disagio» e di «desolazione». Persino, e dal suo punto di vista è assolutamente comprensibile, di «sofferenza». Quella sofferenza, per citare testualmente quanto ha scritto ancora pochi giorni fa, sul giornale che dirige «che la tracotante messa in mora di uno stile sobrio ci ha causato». Questa riflessione l’ha portato a esprimere, di conseguenza, più e più volte il suo desiderio più fervido, ovvero il «desiderio irrinunciabile che i nostri politici siano sempre all’altezza del loro ruolo».

Nell’informativa, si legge ancora che della vicenda, o meglio del reato che ha commesso e delle debolezze ricorrenti di cui soffre e ha sofferto il direttore Boffo, «sono indubbiamente a conoscenza il cardinale Camillo Ruini, il cardinale Dionigi Tettamanzi e monsignor Giuseppe Betori».

I primi due non hanno bisogno di presentazione, l’ultimo, per la cronaca, è l’arcivescovo di Firenze. Si dice che le voci corrono. Ma, alla fine, su qualche scrivania si fermano.

fonte articolo: http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=377663&PRINT=S

Pubblicato su potere | Contrassegnato da tag: , | 2 Commenti »

Ma perché non ridono mai?

Pubblicato da prescinseua su 20 Agosto, 2009

Pubblicato su ateismo | Contrassegnato da tag: , , | Lascia un commento »

La debolezza della cultura laica

Pubblicato da prescinseua su 13 Agosto, 2009

La religione conta o non conta nel processo formativo scolastico? Su questo tema nelle scorse ore sono state fatte affermazioni incompatibili.

«Sul piano giuridico, un insegnamento di carattere etico e religioso, strettamente attinente alla fede individuale, non può essere oggetto di valutazione sul piano del profitto scolastico». In parole povere, l’ora di religione non deve entrare nella valutazione scolastica complessiva. Questa è la sentenza del Tar del Lazio, in sintonia con il principio della laicità dello Stato.

Diametralmente opposta è la tesi del vescovo Pennisi, Commissario della Cei per la scuola: «La religione è una materia come le altre. La sentenza del Tar è vergognosa e gravissima perché nega crediti scolastici all’ora di religione, malgrado il suo processo formativo entri nella didattica».

Come è possibile che si sia arrivati a questo contrasto? Questo dilemma mette a nudo una questione di fondo sempre elusa.

Gli italiani non sanno a chi affidare l’etica pubblica, di cui l’educazione e formazione scolastica è parte essenziale e fondante. La religione cattolica (intesa nella sua versione ecclesiastica stretta) diventa così in Italia la grande supplente dell’etica pubblica, di cui l’ora di religione cattolica è una componente decisiva.

Naturalmente la Chiesa con questo suo ruolo supplente non può sovrapporsi apertamente alla natura laica dello Stato, che anzi si premura sempre di riaffermare. Ma di fatto aggira questa difficoltà, quando pretende di definire essa stessa che cosa sia la «vera e sana laicità» – dentro e fuori la scuola. Per questo conta su una classe politica insicura e ricattabile. Dichiara di gestire quella che ritiene una tradizione italiana («la religione degli italiani»). Non a caso in queste ore una voce di protesta cattolica ha definito quella del Tar una «sentenza ideologica che cerca di distruggere le tradizioni italiane e il sentire della gente».

Siamo di nuovo alla vigilia di un’ennesima battaglia che finirà in politica. In effetti, con maliziosa correttezza il Presidente della Commissione Episcopale per l’Educazione Cattolica ha commentato: «La Chiesa non farà ricorso contro la sentenza. Il problema è del ministero della Pubblica istruzione». Appunto.

Ma quello su cui vorrei attirare l’attenzione ora non è la strategia della Chiesa e dei cattolici militanti, che con il loro apparato mediatico condurranno in porto la loro battaglia con la consueta spregiudicatezza. Mi pongo invece due altre domande: 1) perché tantissime famiglie italiane invitano o consentono ai loro figli di frequentare l’ora di religione, senza essere particolarmente credenti, praticanti o devote? 2) Perché la cultura laica non è riuscita a porre seriamente in discussione la tradizionale ora di religione, nei suoi contenuti e nelle sue competenze (non dimentichiamo che l’unica autorità che decide della competenza professionale dell’insegnante è il Vescovo…)? I due problemi – passività delle famiglie e debolezza della cultura laica – sono strettamente connessi.

Perché non si è mai riusciti a proporre in alternativa all’ora di religione confessionale non dico un’ora di educazione civica o di etica – come avviene in alcuni paesi europei – ma semplicemente lo studio del fenomeno religioso o delle religioni in grande prospettiva storica comparata? Dove, se non a scuola, si impara la lunga dialettica storica del contrasto tra le religioni storiche e il loro attuale «dialogo»? Perché mai dovrebbe essere competente soltanto chi è autorizzato dal vescovo, che ne è paradossalmente parte in causa?

La laicità non è nemica della religione, tanto meno di quella cattolica, ma deve rinunciare ad una ampia visione storico-critica, anche se rispettosa delle singole credenze. Faccio un esempio. Un paio d’anni fa Ratzinger nella sua lezione di Ratisbona parlò della «ellenizzazione del cristianesimo» come fondamento della «razionalità della fede» che consente di combattere tutt’oggi efficacemente lo scientismo e il relativismo tipici dell’Occidente secolare. Detta così, quella della «ellenizzazione del cristianesimo» sembra (e sembrò a molti cattolici) una questione storico-dogmatica remota, mentre non lo è affatto. Ed è una tesi altamente controversa e a suo modo attuale con questo Papa. Ma in quante ore di religione nei licei – dove si studiano Platone, Kant e Darwin – se ne è parlato? Quali competenze hanno gli insegnanti su questo tema ? Se è sempre il solo vescovo a decidere? Ha senso che ciò accada in uno Stato laico? Questo è il vero problema, non il voto negli scrutini!

Gian Enrico Rusconi

fonte: http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=6277&ID_sezione=&sezione=#

Pubblicato su scuola | Contrassegnato da tag: , , , , | Lascia un commento »

Qui sento puzza di manovra contro la 194

Pubblicato da prescinseua su 10 Agosto, 2009

Nell’insieme, è pazzesco. La pillola Ru486 è stata inventata in Francia (dove è in uso da quasi 22 anni) e nel frattempo è entrata in uso in tutta l’Unione Europea (tranne in Polonia e Lituania, nostre evidenti nazioni di riferimento) e da una decina d’anni è in uso anche negli Stati Uniti. Il farmaco è stato oggetto di infinite sperimentazioni, tanto che anche l’Organizzazione mondiale della sanità, nel 2003, ne ha stabilito alcune linee guida. Dati e statistiche dicono questo: a dispetto di quanti temevano che il farmaco potesse comportare una sottovalutazione dell’aborto, e incrementarne perciò massicciamente il ricorso, gli aborti non sono aumentati e la pillola è stata adottata da una minoranza; l’unico dato significativo riguarda una tendenza a ricorrere all’interruzione di gravidanza in una fase gestazionale più precoce, con minori rischi di complicanze: l’Ru486 infatti può essere presa nelle prime settimane di gravidanza, mentre l’aborto per aspirazione è possibile solo dalla sesta settimana.

Poi c’è l’Italia, che per qualche ragione deve fare sempre storia a parte. Nel 2002, già in ritardo su tutti, una prima sperimentazione fu bloccata dal ministro della Salute Girolamo Sirchia. Nel 2005 una seconda sperimentazione a Torino sfociò in un’ispezione dal ministro Francesco Storace. Poi, siccome siamo capaci di bipolarizzare ogni cosa, la sperimentazione partì autonomamente ma solo in alcune regioni governate dal centrosinistra. E poi, perché quella non manca mai, la magistratura avviò indagini a Torino e a Milano per presunta violazione della Legge 194: ne seguì la sospensione della sperimentazione nel primo caso e un’archiviazione nel secondo. Sempre nel 2005 partì la prevedibile e legittima offensiva del Vaticano: il Papa disse che «la Ru486 nasconde la gravità dell’aborto» e il cardinale Ruini spiegò che «tende a non far percepire la natura reale dell’aborto». Il che fu recepito e trasformato nell’unico obiettivo che importa ai neo avversatori della pillola, distribuiti in maggioranza nel centrodestra: ossia che l’aborto resti una pratica il più possibile pubblica, ospedaliera e traumatica culturalmente e fisicamente. Nel giugno 2007, poi, l’uso della pillola veniva approvato e regolato pur tardivamente anche dall’Emea – l’agenzia europea per i medicinali -, il che non spingeva il governo italiano a registrare e utilizzare finalmente il farmaco ma, nel novembre 2007, a bloccare ulteriormente la procedura a cura del ministro Livia Turco: la quale richiese un parere del Consiglio superiore di sanità al fine di riscontrare il «pieno rispetto della legge 194». Ma non bastava ancora. Si procedeva infine ad autorizzare un’ulteriore sperimentazione a cura dell’Aifa, l’agenzia italiana del farmaco, che è l’organismo che ha tutti i requisiti tecnico-scientifici per valutare sicurezza e idoneità appunto dei medicinali. Il 30 luglio scorso, dopo anni di sperimentazione – dalla quale è risultato, paradossalmente, che l’aborto chirurgico è più rischioso di quello con la Ru486 – l’Aifa ha deliberato l’idoneità del farmaco purché sia utilizzato con ricovero ospedaliero.

Finita? No: si attendono per il prossimo autunno le «linee guida» del governo che farà di tutto, potete giurarci, per rendere difficile o punitivo l’utilizzo della pillola: se negli altri Paesi l’uso è privato e domiciliare, infatti, da noi prevederà come minimo un ricovero di tre giorni. Finita? Neppure: perché in questo quadro eccoti un incredibile Maurizio Gasparri che ha il coraggio – perché ce ne vuole – di proporre un’ulteriore inchiesta parlamentare: perché i tecnici dell’Aifa – ha detto – sono «privi di legittimazione democratica». Il che resta, lo dico con dispiacere sincero, la sciocchezza più incommentabile tra quelle pronunciate da anni sull’argomento: solo una discussione parlamentare sulle vicende di letto di Silvio Berlusconi avrebbe potuto far peggio.

Ora: avessero il coraggio di dire quello che pensano una volta per tutte, cioè che vogliono ridiscutere la Legge 194, abrogarla, limitarla, appunto sabotarla. E invece no. Fanno una cosa per ottenerne un’altra, ma la verità è trasparente come solo i numeri sanno essere: in Italia è in corso un’offensiva che mira a ridimensionare la legge 194 e a confondere le acque raccontando anche sonore bugie; abbiamo una legge che anno dopo anno sgretola il ricorso all’aborto (nel 1982 furono 233mila, oggi sono 120mila e in costante diminuzione) e che lo sgretolerebbe anche di più, se questa offensiva non impedisse che le categorie che abortiscono in maggioranza – le ignoranti e le immigrate – fossero raggiunte da un campagna sulla contraccezione come se ne fanno in tutti i Paesi del mondo dove non c’è il Vaticano. Questa campagna non mira a cancellare la legge 194 – perché non ci riuscirebbe – ma a ridimensionarla sollevando continui polveroni, invitando alla moltiplicazione di quei truffatori dello Stato che sono in stragrande maggioranza gli obiettori di coscienza, ipotizzando la presenza di militanti religiosi nei consultori, raccontandovi che siano in corso complotti ideologici per smontare la stessa 194: quando gli ideologici sono solo loro, e a voler smontare la 194 sono solo loro. Questa offensiva è condotta da una casta numericamente modestissima che frequenta gli snodi dell’informazione, è una lobby che auspica ipocriti «miglioramenti» a una legge che vorrebbero solo abbattere, vi raccontano e racconteranno un sacco di balle. I nomi sono noti. Non credete a quello che dicono. Pensate con la vostra testa e con una coscienza che è solamente vostra, non ha bisogno di ambasciatori in folgorazione pre-senile.

Filippo Facci

fonte: http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=373132

Pubblicato su sanità e salute | Contrassegnato da tag: , , | Lascia un commento »