Dalle risaie vercellesi di Riso amaro alla Sicilia del Gattopardo, passando per la Milano della mala anni Settanta fra sparatorie e immigrati, la toscana dei primi film di Benigni, la Romagna sospesa tra il sogno e l’”amarcord” di Fellini, la Napoli di Totò e Troisi. Ma anche la Torino del Museo del Cinema o la Venezia del Festival. Con una lunga parentesi nella Capitale, il più grande set a cielo aperto della storia del cinema, da scoprire magari a bordo di uno scooter sulle tracce di Vacanze romane e poi di Caro diario, senza ovviamente trascurare una sosta ai bordi della mitica fontana della Dolce vita. Immagini note ai più.
Chissà in quanti conoscono invece Ciminna, piccolo paese alle porte di Agrigento, oppure Itri tra le campagne laziali, o ancora Venzone in Friuli… In pochi a parte gli abitanti, eppure se pensiamo a ‘Il Gattopardo’, ‘La ciociara’ e ‘La grande guerra’ sono davvero in pochissimi a non aver visto almeno una volta questi che sono tra i capisaldi del cinema italiano.
Ma prendiamo anche una regione come il Piemonte, dipinta come regione di tanti “primi della classe”, la regione del progresso, dell’industrializzazione e di mille contraddizioni riportate in scena al cinema, i proletari torinesi contro la benestante borghesia di “Mimì metallurgico…” ne sono un esempio; alla Torino operaia e borghese però si affianca anche la Torino misteriosa di Dario Argento che ne fa la città dei suoi incubi in cui ambienta tra gli altri il classico horror “Profondo rosso”, oltre a ‘Quattro mosche di velluto grigio’ e ‘Il gatto a nove code’; Naturalmente il cinema non si è fermato solo a Torino, basti pensare a “Riso Amaro” ambientato nelle risaie del vercellese tanto per fare un piccola citazione.
Riportare fotografie cinematografiche da tutti questi “set” naturali sarebbe impossibile, data la quantità, ma è importante mettere il punto su questo per ricordare che la forza storica della nostra produzione era dovuta essenzialmente a tre elementi: la qualità attoriale, la forza artigianale del prodotto (attori, produttori, registi, sceneggiatori, ma anche truccatori, fotografi di scena, operatori, sarte, maghi degli effetti speciali, e così via.
E’ l’immenso serbatoio di talenti che sono stati i film di serie B, anche i peggiori, persino i filmacci di Pierino, con lo strascico di vitalità produttiva e di pubblico che la cinematografia media o infima si porta comunque dietro;) ma soprattutto la constatazione di un cinema vitale legato ai luoghi, un cinema di radici. Una produzione vitale legata ai luoghi e ai generi popolari, per esempio i film comici con Totò, i melodrammi interpretati da Amedeo Nazzari ed Yvonne Sanson, i “peplum” ovverosia film in costume d’ambientazione storico-mitologica, i sexy-documentari, i “musicarelli”, film derivati dai titoli delle canzonette anni ‘60 con protagonisti i cantanti dell’epoca.
Tutti questi “generi” erano improntati, come detto, sui volti e sui paesaggi di quell’ Italia. Era un cinema di luoghi, anche quando questi non appartenevano al nostro immaginario, alla nostra storia. Esempio clamoroso furono i “western” ma anche le produzioni “horror” , per finire poi al boom del cinema “politico” Ci si riferisce a quel corpo di opere di cui, se non il capostipite, certo il modello più eclatante fu “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” di Elio Petri, sconvolgente nella sua puntualità storica e nell’inaspettato, enorme consenso di pubblico che immediatamente ottenne.
La crisi a cui riferiamo nel titolo invece, è proprio quella, cioè la perdita delle radici che ha reciso l’immaginario collettivo trasportato sul grande schermo. Ancora oggi, a ben guardare, le migliori produzioni, i risultati più fiorenti, giungono da chi ritrova il bandolo della matassa,(una constatazione degna del profondo Diamat: il nemico è la storia non la natura.) Per certi versi il nostro è ancora un cinema del “sud”, un luogo più che altro metafisico. Un sud dell’anima. Bisognerebbe ricordare la frequenza dei rapporti tra il Sud e il cinema italiano, ma anche notare che nel passato erano stati soprattutto dei registi non meridionali a realizzare i migliori film sul Meridione, come esempi particolarmente significativi basta tornare a: La terra trema e Il gattopardo di Visconti; Salvatore Giuliano di Francesco Rosi (l’unico meridionale); Divorzio all’italiana di Pietro Germi; Un uomo da bruciare di Valentino Orsini e Paolo e Vittorio Taviani; Bronte di Florestano Vancini.
Già in questi pochi titoli è possibile individuare alcuni elementi che caratterizzano gli esiti migliori raggiunti dal cinema italiano quando si è avvicinato al Sud e cioè:
- le ragioni dei cineasti italiani coinvolti nel filmare il Meridione rispondono spesso a ragioni di ordine ideologico e morale;
- i risultati puramente cinematografici, che nei film citati sono alti e in alcuni casi altissimi, si coniugano bene e anzi appaiono vivificati dall’impegno civile che connota la realizzazione dei film stessi;
- il valore che accomuna queste opere, pur così diverse per scelte contenutistiche, soluzioni formali, appartenenza (o non appartenenza) di genere, è servito anche a far capire e persino a istituire la composita identità del nostro paese, e al contempo a denunciare la persistenza di questioni irrisolte.
Ma anche nel cinema italiano più recente si possono riscontrare nuovi fenomeni che, almeno in parte, compensano la perdita di qualità artistica, e di tensione etica, manifestata dalla nostra cinematografia da ormai molti anni. Gli episodi più interessanti provengono da quel campo di osservazione(senza tornare per non ripeterci ai casi lampanti di Garrone e Sorrentino, ma basta pensare a prodotti come quelli di Sergio Rubini che ha trovato una sua collocazione proprio tornando alle sue radici (e in questo “La terra” risulta appieno la sua opera più riuscita); si tratterebbe quindi di analizzare, valutare, discutere queste nuove tendenze operative, non solo per metterne in luce l’originalità creativa e, per così dire, la specificità meridionalistica, ma anche per rapportarle con tutto l’altro cinema italiano che al Sud, alle sue condizioni esistenziali e sociali, ai suoi problemi vecchi e nuovi, alle sue possibilità di emancipazione, ancora presta attenzione.
PAESAGGI
Nel corso dei suoi decenni, dicevamo, la storia del Cinema Italiano ha costantemente avuto quale punto di forza economica il successo dei generi popolari, una via italiana dell’immaginario verso il moderno. Una via basata essenzialmente sui volti e sui luoghi, i paesaggi. Proprio su quest’ultima voce, i paesaggi, dobbiamo aprire una breve parentesi sul linguaggio cinematografico. In esso, paesaggio significa non solo rapporto fra personaggio e spazio, fra uomo e mondo, ma anche rapporto fra diversi livelli di sguardo; c’è l’osservatore, che è un personaggio, e la cinepresa, che osserva l’osservatore. C’è quindi un gioco costante di punti di vista, e quando tale rapporto si propone come confronto fra più punti di vista, il paesaggio cinematografico diventa punto di partenza per una riflessione non solo sul cinema, ma implicitamente anche sull’atto del guardare inteso come atto conoscitivo. La ricezione delle opere, quindi, cambia sempre; riflettere sul paesaggio significa anche riflettere su più esperienze visive: lo sguardo dei personaggi dentro il film, lo sguardo del film, lo sguardo dello spettatore sul film. E queste esperienze diventano a loro volta conoscitive. Ma perché il cinema italiano? Se in generale le scene di paesaggio sono momenti di riflessione, nel cinema italiano, o almeno in una parte di esso, quella che si è appropriata dell’eredità neorealista, accade qualche cosa di più. Il paesaggio spesso diventa un vero e proprio personaggio, un interlocutore, anche antagonista nei confronti dei personaggi; spesso anzi è un luogo vasto, opaco, in cui l’azione e a volte anche i personaggi rischiano di perdersi; una soglia appunto in cui s’intravedono i limiti della cultura e della conoscenza. Nel rapporto personaggio-paesaggio il cinema italiano mette in discussione, non sempre consapevolmente, la cultura, cioè tutto il sistema di codici dentro il quale ogni soggetto esiste e senza il quale non avrebbe identità. Insieme con il personaggio, anche lo spettatore scopre i limiti del proprio sapere.
Com’è possibile questo? Se partiamo, come dicevamo, dal neorealismo, primo grande fenomeno cinematografico\culturale italiano, dobbiamo necessariamente guardare al paese di quegli anni. Il dopoguerra italiano è un periodo di grandi trasformazioni ma anche di grandi conservazioni che avvengono nel tessuto culturale e sociale, un periodo in cui, per usare una frase famosa ‘tutto cambia e tutto rimane com’è’. La cultura industriale si afferma, ma viene a confrontarsi con i residui di culture antiche e persistenti. In questo confronto con il passato la moderna visione del mondo si scontra con quelle più remote e incontra in esse il suo limite, il suo confine. È qui che il gioco dei punti di vista messo in atti dal cinema diventa essenziale per illustrare la sovrapposizione, la coesistenza di immagini e di culture, la molteplicità di centri e di prospettive che esistono e agiscono simultaneamente. Questo rapporto fra vecchio e nuovo, fra mutamento e identità, fra movimento e immobilità, anticipatore per molti versi di un disagio presente, di conflitti e incertezze attuali, si può leggere in filigrana nel rapporto fra personaggi, cinepresa e paesaggio. Basti pensare poi all’altra grande rivoluzione cinematografica italiana, quella del dopo “boom” degli Antonioni, Ferreri, in cui il passaggio attraverso “il paesaggio” viene esplicitato in maniera palese. Oppure al cinema di Pasolini in cui , tramite esso, si esplicita il capovolgimento sociale, antropologico che ossessionava a ragione il grande autore, ovvero, per tornare alla citazione iniziale, “tutto rimane com’è ma tutto cambia” . Il cinema italiano, dalla seconda metà del Novecento, è un cinema di grandi paesaggi.
LA CRISI. IL CINEMA IN “SERRA”
Partiamo dal mercato. Il cinema italiano contemporaneo, coltivato da anni in condizioni di serra, a base di articoli 28 e di finanziamenti Rai, vive di scossoni, sussulti e ricadute impietose. I sussulti sono dovuti ad una serie di fattori di mercato, per l’appunto, quando si creano le giuste condizioni. I soliti volti noti, rassicuranti, l’esplosione di un comico, la serie tormentone natalizia, fino ad una serie di autori “di mezzo”, affacciatisi negli ultimi anni, che ha ridotto il penoso divario tra ambizioni autoriali (alte) e resa effettiva (bassa), che affliggeva lo spettatore di film nazionali; Fino a pochi anni fa vigeva una diarchia senza speranza, tra film di cassetta di attori comici (Nuti, Verdone, Benigni, Troisi, oppure Vanzina & company) e tentativi, più o meno malriusciti, di raccogliere la dispersa eredità dei nostri grandi maestri. In mezzo, il deserto. Unica eccezione, e per questo amata in modo a volte eccessivo, Nanni Moretti.
Da qualche anno ha preso corpo una produzione media, ridotta, ma costante, che ha creato comunque un suo pubblico generazionale e una nuova leva di attori ed autori. (Da Virzì a Muccino, solo per fare un paio di esempi. Poco prima erano stati i Tornatore e Salvatores) Poi un libro di successo, come il caso di Caos Calmo, puo’ dar vita ad un film di successo, quello omonimo, che da improvvisamente, a un mercato bonsai, dimensioni quasi normali. Come accadde per altro al primo Pieraccioni con le sue favolette. Exploit isolati tutto sommato.La domanda che sorge dunque, dopo questa breve premessa, è duplice ma contiene un’unica risposta, seppur complessa, ovvero: esiste allo stato attuale un cinema italiano? E di conseguenza: esiste l’Italia nel cinema?
Porsi questa domanda dopo i brillanti esiti festivalieri di due nostri giovani registi, come Garrone e Sorrentino, ma già da anni all’avanguardia rispetto la nostra media produzione, oppure dopo il tentativo più o meno riuscito dell’ultimo Virzì, non è ingannevole.
Forse il mercato subodorando le nuove possibilità lascerà aperto un fronte, forse no. Forse Garrone e Sorrentino non diventeranno, se non lo sono già, come molti predicono\predicano, il fiore all’occhiello del nostro cinema. Forse, come accaduto a molti altri, anche solo il peso dell’aspettativa finirà per frenarli e farli rinchiudere nell’autocitazionismo per la paura di non deludere la critica.
Però una cosa la si può dire senza timore di essere smentiti: a differenza di molti loro colleghi, hanno uno stile. Uno stile loro, fatto di precise scelte visive e di situazioni ricorrenti.
Ma ora torniamo al punto, atteniamoci all’attualità più stretta. Quindi la risposta è inequivocabilmente no. L’Italia è scomparsa nell’immaginario del nostro cinema e questa falla di partenza condiziona più di quello che si creda anche il riflesso nei mercati.
C’è un cinema francese, radicato, codificato, simile a se stesso eppure vario, che non di rado si permette di sconfinare nel colossal. C’è un cinema inglese capace di raccontare e di raccontarsi, autori dall’Asia e dall’Africa capaci di creare ponti tra i vari immaginari. Perfino gli americani, alla fine, riescono a parlare della loro società con sincerità. E in modi diversi: dai documentaristi “poco ortodossi” alla Michael Moore, al solito Spike Lee, alla serie di film che hanno preso di petto la questione della politica statunitense in medioriente e le ricadute insospettabili nei meandri dei suoi spazi interni sconfinati e persi, come nel bel “La valle di Elah”; fin anche con un piccolo film “surreal\generazionale” com’e’ stato un paio di anni fa Donnie Darko.
L’Italia invece non esiste nel nostro cinema. A parte qualche insistente tentativo in direzione di un neorealismo impegnato, che finisce invece sempre per assumere un aspetto inattendibile da fiction televisiva, il nuovo cinema italiano si è concentrato, trovando una sua riconoscibilità, su piccole storie quotidiane, con un tocco di faciloneria sociologica che aborre le sfumature. Si tratta, come abbiamo accennato, di piccole storie, piccole vite, piccoli problemi. In questo contesto un linguaggio meno tradizionale, meno visivamente sciatto sarebbe fuori posto. I tempi lunghi delle riprese (niente montaggi mozzafiato, bruschi salti, movimenti di camera troppo veloci) sono quelli proposti dalla vita, dalle giornate dei protagonisti, il cui tempo interiore coincide in tutto con l’esteriorità. Quasi nessuno, se escludiamo la Napoli di Martone (L’amore molesto) e la Milano di Soldini (L’aria serena dell’Ovest), ha provato a mostrare l’Italia per quello che realmente è: un luogo dell’Occidente post-industriale. In generale, se togliamo il filone mafia-piovra-Ustica, sembra invece un luogo in cui succede assai poco. Un Paese, tutto sommato, antico: in cui si crede alla famiglia, all’amicizia, all’amore per sempre, in cui si accettano e si assorbono le diversità. Un Paese assai poco “cannibale”, che ha molta voglia di conservare se stesso. In questi film, se irrompe l’esotismo, la fascinazione dell’irregolarità e della diversità è vissuta come una vacanza, o ricondotta a una cifra casereccia, comprensibile e familiare.
L’accidente fortuito, la malattia, il rapporto con la morte, elementi che irrompono per creare riflessione, divengono quasi sempre elemento d’analisi che porta ad un autoassoluzione.Stessa cosa l’onnipresente parola “amore”.Questa porta ordine e non caos, redime le prostitute, crea, o ricrea, la regola e il gruppo familiare. L’isola, per esempio, classico topos del selvaggio, viene riportata a significati meno spaventosi e lontani, annullandone ogni effetto di sovversione, ogni valore di rappresentazione del mito utopico/distopico. Sono isole di vacanza, transitorie, oppure isole in cui si ricrea il microcosmo familiare del paese di provenienza. Luoghi, vedi Mediterraneo di Salvatores, che hanno la funzione narrativa di isolare, appunto, dalla guerra, dalla storia dei grandi eventi, per mettere a fuoco quello che veramente importa: la quotidianità dell’esistenza e le esigenze, i sentimenti, i bisogni di tutti i giorni.
Accade così, dicevamo, anche con l’amore, altra forza dirompente che può scatenare pericolose pulsioni profonde. Le donne troppo belle, sfuggenti, misteriose, vengono rifiutate o ricondotte alla normalità attraverso la maternità: così in Pieraccioni, Longoni, Virzì, eccetera. Non colpisce tanto il ricorso al ritorno all’ordine per creare la possibilità del lieto fine, nulla di male. Piuttosto colpisce il rifiuto di ogni seria possibilità di dare al disordine, al pericolo, alla novità o alla diversità una presenza reale, fisica e immanente.
Il cinema italiano contemporaneo si mantiene in superficie, traccia linee orizzontali, nel migliore dei casi descrive. La vita è quotidianità, è il passare dei giorni. Una sorta di lunga durata che tende a lasciare fuori dalla porta il rapporto con il potere e con i mutamenti epocali. I protagonisti sono tutti tipi e maschere più che personaggi, sempre uguali a se stessi; nella solidità dei valori tradizionali come nelle fughe da essi. In altri si esprime attraverso le piccole problematiche emotive, in cui l’intimismo serve come una forma di riduzione al piccolo, che miniaturizza i problemi e li rende immuni dalla storia; non solo la storia intesa come grandi mutamenti sociali, ma come quella corrente sotterranea che tocca le nostre percezioni, modifica la nostra umanità. I grandi scenari diventano presepi, ricostruzioni ambientali di colore in cui si muovono figurine che alludono a problemi da cui però non sono attraversate. . C’è, in primo luogo, una profonda, talvolta mascherata, talvolta negata o male interpretata, vocazione qualunquista. Il qualunquismo, però, spesso si maschera dietro ideologie di facciata: non si sa se per confusione mentale o per l’impossibilità di essere anormali, cioè non di sinistra. Non si tirano le conclusioni di quello che si racconta e di come lo si racconta.
Torniamo al qualunquismo. L’Italia antropologicamente spaccata in due tra destra e sinistra non trova, nel film, canali di comunicazione reciproca: la destra è familista, televisiva, volgare, cafona, repressa, e naturalmente bottegaia; la sinistra è invece promiscua, nostalgica, intellettuale, dedita agli spinelli, con famiglie allargate composte da padri multipli e distratti, e da madri bisessuali e femministe.
La semplificazione sociologica, frequente del resto nel nostro cinema, può apparire fin troppo marcata. Ma i nostri autori hanno la tendenza ossessiva nel cercare di equilibrare i diversi conti con la vita. E così nei film di Virzì, ad esempio, pure apprezzabile per il tentativo di raccontare il presente, finisce per dirci che i poveri, di destra o di sinistra, dotati o no di talento, restano poveri, mentre i ricchi possono permettersi di essere rivoluzionari, trasgressivi, alternativi e sradicati, perché tanto restano ricchi e privilegiati. E anche che la vita è fatta di piccole cose, che si può venire a patti col proprio destino sociale scavandosi una nicchia tiepida nella quotidianità, amando una donna conosciuta fin dall’infanzia che ogni mattina, quando ti accompagna al lavoro, ti ripete: “Come sei bello”. Temi, come si vede, di squisito qualunquismo, trattati però con piglio e garbo. Virzì per un verso, i Cuccino, Faenza, Rubini, Calopresti, registi della “terra di mezzo”, orientati anche come appartenenza politica, sembrano un caso tipico di cinema ai tempi del “fu Ulivo”, cioè portatori sani di un peccato evidente di falsa coscienza ideologica. Se qualunquismo ha da essere, ebbene, sia: inutile girare a vuoto tra commediole insapori e intimismi superficiali.
Se questo è il carattere del nostro cinema, se la tradizione più forte resta quella della commedia all’italiana, cerchiamo almeno di recuperarne il meglio, la capacità scanzonata di fare critica di costume, di non guardare in faccia nessuno, di corrispondere, nel bene e nel male, all’Italia piena di sapori della gente comune, senza cercare di salvare capra e cavoli, girando intorno a umori qualunquisti senza mai osare essere democraticamente scorretti. Così facendo, mantengono la reputazione e il finanziamento Rai, ma non vanno molto lontano.
ESISTE UN “PRESENTE” ITALIANO?
In conclusione quindi, in linea generale, come scelta di mercato, come movimento di idee, di produzione, esiste un presente cinematografico italiano? Esisterà ora che il mercato ha fiutato la possibilità? L’Italia, negli ultimi vent’anni, non è pervenuta nelle sale. Al massimo, osando, si parlava del passato, degli anni di piombo, del “muro di gomma”, ma il presente era bandito. Nelle varie pellicole piombate nelle sale, era presente un’unica società fatta di belle case, aperitivi intelligenti, e mogli insoddisfatte con velleità artistiche tarpate, adolescenti in cerca d’identità, mariti quarantenni brutti ma simpatici, pieni di pruriti appagati con giovani donne affascinate da non si sa cosa.
E il paese che conosciamo? Almeno, fino a poco prima, c’erano i Vanzina che propinavano la loro sociologia grezza; nemmeno più loro da quando hanno perso la vena naif. Se pensiamo a “Sapore di mare”, superando il fastidio per Jerry Calà e per il disperante ricorso al “vaffanculo” come culmine della battuta, si vede bene oggi che quei film raffazzonati e inutilmente volgari, prevedevano con una precisione agghiacciante la fauna umana e la deflagrazione “culturale” di Forza Italia, sia nella sua componente romanesca estremizzata da Christian De Sica, sia in quella lombarda, con la vetta “Zampetti”, l’imprenditore votato al materialismo(non marxiano…), con una passione continuamente dichiarata per la “gnocca”. Emergeva poi un elemento sociale unificante, cioè un palese tratto di sbrigatività padana, e un carattere esibitivo dell’ “avere”.
Ora invece non si può vedere pellicola senza restare sbalorditi per la povertà e la ripetività della trama; il filmetto di solito non racconta che un viaggio, una sera, una stagione, le feste in famiglia, insomma un momento di vita che dovrebbe risultare esemplare, e invece lo è soltanto per la povertà immaginativa degli autori e per l’irrilevanza della loro sopravvalutata esistenza. Cascano le braccia ogni volta, al primo fotogramma: ancora una volta si comincia da un viaggio, la seduta dall’analista, l’abbandono da parte di una donna. Una maledizione.
Oltretutto si avverte la spiacevole sensazione che la storia sia deliberatamente autobiografica, così veniamo informati anche della vita presumibilmente banale dell’autore. E’ una condanna subdola, inflittaci nella convinzione che una breve stagione militante o un’irritante vicenda di compagnoni allegri possa essere “emblematica”. Quindi, avanti con le visioni generazionali, gli amori sbiaditi, le coppie che amaramente si sfaldano, i rimorsi, il viaggio e il risarcimento di una vita offerto da una ninfetta o da qualche estroso viandante. Qualsiasi vicenda può rivestire significati di rilevanza esorbitante. Dentro ogni opaca vita di coppia può celarsi una verità esistenziale, da ogni fuga dalla monogamia può trasparire un dramma dell’identità sociale, politica, generazionale.
E se qualcuno inopinatamente va a vederli, si strilla subito alla rinascita del cinema italiano, per retorica bolsa, logiche di mercato e appiattimento generale di gusto. E’ una situazione tragica, ma non del tipo qualunque, è un tragico paradigmatico. Il vizio nel suo insieme assomiglia al peccato originale e mai espiato della cultura italica contemporanea: il navigare a vista improvvisando, beandosi delle virtù dei propri difetti. Come dichiarò un critico musicale a proposito della mancanza di Mino Reitano dal Festival di Sanremo, “Ridatece ‘er puzzone!”