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Capitalism: A Love Story

Pubblicato da nicola su 24 Settembre, 2009

locandinaIeri sera ho avuto la fortuna di assistere alla prima statunitense di Capitalism: A Love Story, il nuovo film di Michael Moore.

Il film uscira’ in Italia il 30 Ottobre, e anche in questo caso non posso fare altro che consigliarvelo caramente.

Si tratta di un’opera senza una vera e propria trama: il regista si limita ad accumulare una serie di casi limite del sistema economico statunitense, avanzando in merito allo stesso un chiaro giudizio negativo. Il trailer che ho inserito in questo post, tutto giocato sull’ironia della pellicola, davvero non  coglie la situazione disperata che traspare da ogni storia raccontata.

Inutile dire che ogni persona di buon senso non potra’ che concordare appieno con la visione del problema offerta da Moore. Questo nonostante le solite due o tre scene strappalacrime, un’eccesso di orgoglio riguardo al ruolo statunitense nella stesura delle costituzioni democratiche nell’Europa postbellica, e un eccessivo ottimismo che caratterizza l’ultima parte della film, in cui si racconta delle lotte sindacali in una fabbrica di Chicago.

Il panorama illustrato da Moore e’ davvero agghiacciante. A proiezione terminata, mi sono chiesto se in fondo Berlusconi non abbia un po’ ragione a sostenere che, alla fine, in Italia non vada poi male del tutto.

Moore chiude il film con una nota di speranza e con una sorta di augurio che l’elezione di Obama possa cambiare le cose: non tanto perche’ il Presidente abbia il coraggio o la possibilita’ di farlo, ma perche’ la gente tragga ispirazione da quel cambiamento per pretendere un cambiamento anche nelle propria realta’ locali, nelle propria comunita’. E’ un augurio che sento di condividere appieno.

Credo valga la pena segnalare che il film, negli Stati Uniti, ha ricevuto una serie sconfinata di recensioni negative: tutti i maggiori quotidiani lo hanno criticato pesantemente, e anche alcune pubblicazioni storicamente liberal si sono lasciate andare a pesanti rimproveri. In particolare, vorrei segnalarvi tutta la violenza della recensione apparsa su The Village Voice. Il film, pensate un po’, e’ pubblicamente accusato di socialismo (!), come se tale fatto in se’ rappresentasse un crimine, e tutti si precipitano a scrivere come finalmente Michael Moore sia venuto allo scoperto.

Credo si possa sostenere che il povero Moore sia soprattutto e fondamentalmente un regista caro agli Europei, e che quest’ulteriore pellicola portera’ ad una sua ulteriore alienazione dalle scene e dalle coscienze statunitensi. Benissimo cosi’, per carita’, ma prendiamo dunque atto fin da ora dell’ennesima battaglia persa. Buona visione!

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Inglorious Basterds – Bastardi senza gloria

Pubblicato da nicola su 2 Settembre, 2009

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Frastornato e incredulo di fronte al veloce e pietoso affastellarsi di notizie che giungono dall’Italia; deluso dal dibattito politico statunitense, tutto inteso a boicottare, sia da parte Repubblicana che Democratica, ogni vera speranza di un sistema sanitario degno di un paese sviluppato; in queste condizioni, ecco, ho preferito andare al cinema, a illudermi per un paio d’ore che le cose, almeno in pellicola, vadano per il verso giusto.

Ebbene, esco dalle due ore e mezza di proiezione con un caloroso consiglio, questa volta finalmente in anteprima: Inglorious Basterds, il nuovo film di Quentin Tarantino che uscirà in Italia il prossimo 2 Ottobre con il titolo Bastardi senza Gloria.

Trattasi di operazione assai strana: il regista combina una storia e le  trovate tipiche del cinema di genere,  e le applica senza timori o riverenza ai fatti della seconda guerra mondiale.

La trama è presto descritta: un manipolo di soldati americani di origine ebraica viene inviato in Francia per effettuare atroci imboscate alle truppe naziste, in modo tale da demoralizzare il nemico. A questo si aggiunge la vicenda di una fanciulla ebrea che, dopo essere scampata allo sterminio della propria famiglia, trova in un cinema parigino l’opportunità di mettere fine alla vita di tutti i più importanti gerarchi nazisti, Hitler compreso. Inevitabilmente, il combaciare degli interessi porterà tutte le parti in gioco a trovarsi in questa sala cinematografica, dove si consumerà il massacro finale.

La pellicola, come sempre accade con Tarantino, è anzitutto un omaggio e una rilettura di molti generi cinematografici: dallo spaghetti western al cinema di guerra, financo al giustamente maltrattato genere naziporno, una chicca praticamente solo italiana. Le citazioni riguardano la trama, la costruzione ottica di intere scene, i dialoghi che intercorrono tra i vari personaggi, l’uso disinvolto della colonna sonora. Un ragionamento più colto si instaura invece a livello metafilmico; in conclusione, si perviene all’amara constatazione che il nazismo, idealmente e letteralmente, si può distruggere solo al cinema.

Che questa constatazione contenga delle grosse verità, che il film sia effettivamente un bel film, ovvero ben recitato, ricco di buoni dialoghi e di un bilanciato rincorrersi tra scene di pura azione e sequenze narrative, queste riflessioni le lascio a voi. Non mi sembra che Tarantino abbia raccolto molte critiche apertamente favorevoli a livello internazionale, tolte le lodi sperticate del solito paio di critici italiani di sinistra, che addirittura a Cannes titolavano “la fantasia di Tarantino ci vendica del nazismo”. Magari.

Come sempre, parte irrinunciabile dell’opera è la sovrapposizione di più lingue: inglese, tedesco, francese e persino un po’ d’italiano d’oltreoceano. Dalla miscela dei diversi piani di comunicazione tra i personaggi si comprendono parti fondamentali della trama, che sicuramente il doppiaggio italiano appiattirà senza speranze di successo. Le prime tragiche scene del film, e molte altre in seguito, hanno senso solo grazie ai due piani linguistici: annullarli è sinonimo di fallimento. Siete avvisati, quindi buona visione in un cinema che trasmetta la versione originale, già sottotitolata dove occorre.

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Una notte da leoni

Pubblicato da nicola su 2 Luglio, 2009

Concedetemi, come spesso capita, di pubblicare qualche idiozia. Scrivo queste poche righe per segnalarvi un film molto divertente, che ho visto un paio di sere fa e che vorrei consigliarvi. Sto parlando di Una notte da leoni, commedia statunitense non priva di volgarita’ ma al tempo stesso basata su una sceneggiatura ben orchestrata, arricchita da ottime interpretazioni e, per noi italiani, da un ottimo doppiaggio.

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Il film, come avrete compreso dal trailer, narra le vicende di un gruppo d’amici giunti a Las Vegas per celebrare un addio al celibato. Dopo una notte di bagordi, tre dei quattro protagonisti si risvegliano in albergo con una tigre nel cesso, un bambino nel ripostiglio, un dente rotto e il festeggiato mancante. La ricostruzione della folle notte e la ricerca del futuro sposo occupano il resto della pellicola, che si sviluppa seguendo un intreccio da film giallo. Il procedere per indizi viene di volta in volta ostacolato da polizia, mafia cinese e addirittura Mike Tyson. Imperdibile la sigla finale, che da sola merita i soldi del biglietto.

Va da se’ che ho riso fino alle lacrime e al soffocamento per almeno meta’ del film. Non posso che consigliarlo caldamente. Suvvia, una sera d’estate ci si puo’ anche distrarre con qualcosa di leggero!

Buona visione!

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Un consiglio senza tema di smentita

Pubblicato da nicola su 20 Maggio, 2009

Cari tutti,

Ieri sera i biglietti gratis dell’Esselunga mi hanno permesso di assistere al film piu’ cialtrone del 2009, che vi consiglio caldamente e senza riserve: si tratta di Angeli e Demoni, la nuova fregnaccia hollywoodiana adattata dallo scialbo romanzo di Dan Brown.

locandina

Il film, va da se’, puo’ esser definito con il famoso, icastico giudizio cinematografico fantozziano: una cagata pazzesca. Questo non toglie che sia assolutamente godibile, che assicuri grandi risate ed una piu’ che discreta confezione estetica.

Per prima cosa, vorrei segnalare che il film presenta un gran numero di riprese in esterna effettuate a Roma, tutte ben riuscite e interessanti. Una volta ogni tanto, una produzione americana riesce a filmare la citta’ senza la patina turistica e sdolcinata di Vacanze Romane.

Le riprese (negate) in Vaticano sono invece un vero miracolo della tecnica e degli effetti speciali: a parte quelle effettuate in altri luoghi, quali la Reggia di Caserta, ahime’ assai distinguibili, tutto quanto e’ stato ricreato al computer o in studio assume un carattere realistico e accurato. Abbiamo addirittura una ricostruzione della necropoli vaticana, posto abbastanza raro da visitare, e l’insieme dei cunicoli e’ convincente, con le porte elettroniche di vetro che effettivamente esistono. L’unica idiozia e’ che nella necropoli c’e’ molto caldo e non freddo, ma questo dettaglio serviva a giustificare parte degli sviluppi del film. Le ricostruzioni della Cappella Sistina, dell’interno Basilica, della cripta e del Piazzale sono veramente da Oscar per gli effetti speciali.

Gli attori fanno un discreto lavoro, tolto ovviamente gli italiani, veramente fetenti come da copione. Indescrivibile, nella sua sciattezza, l’interpretazione dell’italiana coprotagonista. Tom Hanks ci regala invece un personaggio a tutto tondo, non particolarmente sveglio ne’ interessante (figuratevi, il Professor Langdon di Harvard, “simbolista” di fama mondiale, non sa nemmeno leggere in latino e nel Pantheon non sa dove si trovi la tomba di Raffaello!), ma pur sempre un ometto simpatico, fiero agnostico.

Evan McGregor, nella parte del camerlengo fondamentalista, si ritaglia un ruolo fasullo come i vangeli ma non privo di una propria dignita’. Curiose certe sue battutine ambivalenti, quando si definisce figlio del Papa e quando fa i complimenti al professore per il nuovo vestito che s’e’ messo. Ovviamente la mia immaginazione correva subito a improbabili scenari orgiastici nelle stanze vaticane, e me ne compiacevo tra grasse risate.

Per quanto gli attori e la produzione si siano sforzati di spiegare che il film non e’ anticattolico, ci sono moltissimi elementi che lasciano spazio ad ampi fraintendimenti. Il sottoscritto ha cercato di fraintendere il piu’ possibile per tutta la durata del film, e proprio questa e’ stata la ragione del mio grande divertimento.

Andiamo ad enunciare brevemente la trama con ordine. A Roma muore il Papa, il cui nome non viene citato ma ovviamente si sta parlando di Woytjla: bastino ad identificarlo una sommaria somiglianza facciale, nonche’ le scarpette color marrone-rosso di pessimo gusto che erano state scelte per il funerale, e che appaiono anche qui in numerose e ravvicinate inquadrature.

Nei giorni del Conclave e dell’elezione del nuovo Papa, fa la propria comparsa un gruppo di scienziati, detti Illuminati, sorta di setta para-cattolica intenta a vendicarsi delle persecuzioni con cui la Chiesa ha vessato le scienze per secoli. Questi tizi progettano di uccidere alcuni cardinali e di far saltare in aria il Vaticano con una sorta di bomba all’antimateria. Questa antimateria avrebbe la proprieta’ di devastare molte cose emettendo una potentissima luce, e di qui la poetica immagine di un Vaticano sbriciolato pietra dopo pietra dalla luce della scienza. Commovente. Inutile segnalarvi che per buona parte del film speravo di assistere al botto.

Ovviamente verso la fine della pellicola si scopriranno alcuni intrighi, si capira’ che questa congiura degli illuminati era una mezza farsa e che il camerlengo e’ un grandissimo figlio di puttana. L’intreccio, di per se’, non regge: diversi punti dell’opera sono sconclusionati. Credo si tratti di un misto tra la difficile impresa di adattamento del romanzo al genere filmico e l’impossibile compito di inserire argomenti complessi nelle dinamiche e nei dialoghi di un film d’azione, destinato a un pubblico che si crede sofisticato ma che in realta’ e’ assai ignorante. Ne siano prova il povero Bosone di Higgs, chiamato con fastidiosa petulanza “particella di Dio” per tutto il film, o le boiate storico-artistiche che imperversano in lungo e in largo per tutta la pellicola. Questi problemi erano ampiamente presenti anche nel primo film, Il Codice Da Vinci, mentre a onor del vero andrebbe segnalato che i romanzacci del Brow, pur strampalati, non mancano di una propria coerenza interna.

Specialissimo il ruolo dell’unico Illuminato del film, una sorta di ricercatore universitario italiano, ovviamente borsista da 800 euro al mese, vessato dalla Gelmini, precario, disperato e un po’ incazzato con i preti. Il ragazzotto si fa irretire dalle stoltezze degli Illuminati e per tutto il film, con perizia da brigatista nostrano (pistole, furgoncino) funge da utile idiota per completare i fini oscuri del perfido camerlengo. La cosa piu’ divertente e’ che in certe inquadrature questo povero scemo sembra la fotocopia triste di Capezzone, il portavoce del PDL gia’ Radicale e Rosa nel Pugno: ce lo vedrei proprio a bruciare e sforacchiare cardinali!

Che dirvi, in definitiva? Un film godibile, un action-thriller in Vaticano, che non e’ cosa da tutti i giorni. E’ quasi estate, e come film estivo va proprio bene. Per il resto, va da se’, non vale nulla e verra’ presto sepolto nel cimitero dei film inutili, come d’altronde meritano le interpretazioni degli attori italiani. Buona visione.

P.S. Va segnalata anche una discreta colonna sonora.

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Che – L’argentino

Pubblicato da nicola su 5 Maggio, 2009

Con un po’ di ritardo sui tempi d’uscita nelle sale cinematografiche, non posso esimermi dal segnalarvi un interessante film di Steven Soderbergh: Che – L’argentino.

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Si tratta, come è facile intuire dal titolo, di una biografia del rivoluzionario argentino Ernesto Che Guevara.

L’opera è stata divisa per ragioni di praticità in due atti, di circa due ore ciascuno. L’ideale è riuscire a vedere il tutto in un unico cinema, come fortunatamente è capitato a me (pagando due biglietti, s’intende).

I due atti, tuttavia, hanno a mio parere una propria singolarità e autonomia stilistica, che li rende godibili anche separatamente: mentre il primo alterna la narrazione della marcia verso Santa Clara con la ricostruzione di interviste e della visita a New York in occasione del discorso alle Nazioni Unite, il secondo atto mantiene un filo narrativo più coeso e fedele alle unità di luogo e d’azione.

Il film, indubbiamente, va visto: esso presenta una serie di pregi e difetti, che cercherò di segnalarvi sommariamente così come mi vengono in mente. In ogni caso, esso rappresenta una pietra miliare nel racconto e, in qualche misura, nella mitopoiesi del personaggio e delle sue opere. I futuri film su Che Guevara non potranno non partire da questo esempio, o con esso confrontarsi. Correte dunque nelle sale, finchè potete, tenendo magari a mente i seguenti brevi paragrafi.

Tre difetti

-La scrittura del film e la regia si segnalano per una infelice costruzione scompaginata e oserei dire antinarrativa dell’opera: il canovaccio su cui si basano le riprese è infatti costituito da due testi autobiografici di Che Guevara, e la giustapposizione di scene sconnesse tra loro ritengo abbia il preciso obiettivo di lasciar trasparire una freschezza diaristica, un accavallarsi di vicende gettate di fretta su un foglio nelle pause della marcia rivoluzionaria.
Purtroppo, in alcuni casi, questa costruzione del narrato mi ha portato alla spiacevole sensazione di trovarmi di fronte ad un serial televisivo di cui avevo perso una puntata: lo spezzettamento della trama è operato secondo cesure arbitrarie, che consentono ovviamente di ricostruire un senso ma lasciano un certo sapore amaro di esperimento cinematografico poco riuscito.

-Il doppiaggio italiano, come capita sempre più spesso, annulla ogni ricchezza linguistica che il film in lingua originale avrebbe trasmesso. Tutti i personaggi dell’opera comunicano tra loro con il tipico interloquire piatto dei nostri telegiornali, senza ovviamente connotare l’accento straniero del Che, l’arringare infuocato di Castro, i commenti e le battute dei compagni cubani circa il domenicano a New York, l’interazione tra i boliviani e i cubani. La non appartenenza di Che Guevara nei confini geopolitici in cui opera è un rilievo fondamentale del film, come si evince da numerosi dialoghi, ma di questa estraneità possiamo solamente farcene un’idea assai vaga.

-Il film è decisamente monocorde. Non siamo di fronte a una rilettura critica del personaggio, nè ad un’opera storico-documentaria, bensì alla trasposizione in pellicola di una autobiografia. Questo fatto impone di conseguenza una sorta di permanente autoassoluzione, una giustificazione a priori e a posteriori di ogni scelta, di ogni discorso, di ogni pallottola. Non poteva forse essere altrimenti, ma l’intelaiatura ideologica del film è Guevariana, Guevarista, Guevariofila. Scrive uno che ha tenuto il poster del Che in camera fino a quando si è sposato, ma dovete concedermi di diffidare di questi ritratti a luce zenitale.

Tre pregi

-la telecamera nervosa portata a spalla e la struttura narrativa tutta “guerrigliera” hanno il pregio di costruire un efficace ritratto della lotta rivoluzionaria vissuta e portata avanti dal Che. Più che una biografia del personaggio o una documentazione in stile kolossal di quegli eventi, abbiamo qui un felice rendiconto della vita nella guerriglia, nelle foreste tropicali; le lunghe pause, gli addestramenti, la disciplina e il cameratismo, la sfiducia, l’insubordinazione, il sacrificio. Attraverso il resoconto autobiografico di Guevara e la lente di Soderbergh, otteniamo uno spaccato che immagino fedele di quella che doveva essere la dura vita sui monti della Sierra Maestra e della Bolivia. Speciale davvero è lo spiazzamento che coglie lo spettatore all’inizio del secondo atto: mentre il primo si conclude alludendo alla prossima conquista de L’Avana, che ci si immagina funga da introduzione trionfale al secondo atto, scopriamo invece che la narrazione riprende molto più in là, a distanza di alcuni anni dalla conquista del potere a Cuba. Questo è un film sulla guerriglia, tutto qui.

-L’opera bilancia attentamente il contributo stilistico di tutta una serie di generi, pur frequentati da Soderbergh, e ne ottiene una miscela equilibrata che non annoia lo spettatore nonostante le oltre quattro ore di pellicola: la telecamera a spalla tiene viva la tensione, che sale vertiginosa nelle scene degli scontri a fuoco. Questi scontri, a loro volta, sono figli di certe lezioni recenti (penso alla serie televisiva Band of Brothers, tra le altre fonti) senza tuttavia sconfinare nell’action movie o nel film guerresco fine a se stesso. Una inquadratura che mi ha particolarmente impressionato è quella relativa alla morte del Che, registrata dalla telecamera in prima persona: la vista che si affievolisce e il sibilo nei timpani è un’ipotesi di cosa sia la morte coraggiosa e cruda, che mi ha molto disturbato.

-Gli attori fanno veramente un ottimo lavoro: Demiàn Bichir nella parte di Castro è un vero istrione, e Benicio Del Toro rappresenta un Che Guevara più monumentale e al tempo stesso credo più umano di quello scricciolo che lo ha interpretato in Diari della Motocicletta. Nonostante i limiti del doppiaggio italiano, la mimica facciale e l’attenzione ai gesti è evidente in ogni scena. L’asma che colpisce il Che nelle faticose camminate sulla Sierra Maestra e in Bolivia viene tradotta in immagini e suoni con tutta la pena e apprensione che un leader malato suscita nel suo seguito.

In conclusione, vi consiglio caldamente una visione del film, magari nell’originale versione in Spagnolo e Inglese. A voi un piccolo assaggio. Buona visione.

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Esiste il cinema italiano?

Pubblicato da nicola su 6 Marzo, 2009

Segnalo a voi tutti il seguente articolo, pubblicato nel volume di febbraio della rivista Limes. Questo articolo si occupa di un aspetto particolare, inserito in una questione molto più grande, ben sintetizzata dal titolo di copertina del volume: Esiste l’Italia?

Gli articoli raccolti questo mese dalla rivista di geopolitica sono molto preziosi per una consapevole lettura della nostra società contemporanea. Nei prossimi giorni pubblicheremo anche il contributo al dibattito a firma di Andrea Camilleri.

Buona lettura!

I non luoghi del cinema italiano

Esiste il cinema italiano?

di Alex Sabetti
Il paese scomparso: crisi di un cinema senza più radici. Paesaggi. Il cinema in “serra”. L’italia non esiste nel nostro cinema. Esiste un “presente” italiano?

(27/02/09)

Dalle risaie vercellesi di Riso amaro alla Sicilia del Gattopardo, passando per la Milano della mala anni Settanta fra sparatorie e immigrati, la toscana dei primi film di Benigni, la Romagna sospesa tra il sogno e l’”amarcord” di Fellini, la Napoli di Totò e Troisi. Ma anche la Torino del Museo del Cinema o la Venezia del Festival. Con una lunga parentesi nella Capitale, il più grande set a cielo aperto della storia del cinema, da scoprire magari a bordo di uno scooter sulle tracce di Vacanze romane e poi di Caro diario, senza ovviamente trascurare una sosta ai bordi della mitica fontana della Dolce vita. Immagini note ai più.

Chissà in quanti conoscono invece Ciminna
, piccolo paese alle porte di Agrigento, oppure Itri tra le campagne laziali, o ancora Venzone in Friuli…  In pochi a parte gli abitanti, eppure se pensiamo a ‘Il Gattopardo’, ‘La ciociara’ e ‘La grande guerra’ sono davvero in pochissimi a non aver visto almeno una volta questi che sono tra i capisaldi del cinema italiano.

Ma prendiamo anche una regione
come il Piemonte, dipinta come regione di tanti “primi della classe”, la regione del progresso, dell’industrializzazione e di mille contraddizioni riportate in scena al cinema, i proletari torinesi contro la benestante borghesia di “Mimì metallurgico…” ne sono un esempio; alla Torino operaia e borghese però si affianca anche la Torino misteriosa di Dario Argento che ne fa la città dei suoi incubi in cui ambienta tra gli altri il classico horror “Profondo rosso”, oltre a ‘Quattro mosche di velluto grigio’ e ‘Il gatto a nove code’;  Naturalmente il cinema non si è fermato solo a Torino, basti pensare a “Riso Amaro” ambientato nelle risaie del vercellese tanto per fare un piccola citazione.

Riportare fotografie cinematografiche da tutti questi “set” naturali sarebbe impossibile, data la quantità, ma è importante mettere il punto su questo per ricordare che la forza storica della nostra produzione  era dovuta essenzialmente a tre elementi: la qualità attoriale, la forza artigianale del prodotto (attori, produttori, registi, sceneggiatori, ma anche truccatori, fotografi di scena, operatori, sarte, maghi degli effetti speciali, e così via.

E’ l’immenso serbatoio di talenti
che sono stati i film di serie B, anche i peggiori, persino i filmacci di Pierino, con lo strascico di vitalità produttiva e di pubblico che la cinematografia media o infima si porta comunque dietro;) ma soprattutto la constatazione di un cinema vitale legato ai luoghi, un cinema di radici. Una produzione vitale legata ai luoghi e ai generi popolari, per esempio i film comici con Totò, i melodrammi interpretati da Amedeo Nazzari ed Yvonne Sanson, i “peplum” ovverosia film in costume d’ambientazione storico-mitologica, i sexy-documentari, i “musicarelli”, film derivati dai titoli delle canzonette anni ‘60 con protagonisti i cantanti dell’epoca.

Tutti questi “generi” erano improntati, come detto, sui volti e sui paesaggi di quell’ Italia. Era un cinema di luoghi, anche quando questi non appartenevano al nostro immaginario, alla nostra storia.  Esempio clamoroso furono i “western” ma anche le produzioni “horror” , per finire poi al boom del cinema “politico” Ci si riferisce a quel corpo di opere di cui, se non il capostipite, certo il modello più eclatante fu “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” di Elio Petri, sconvolgente nella sua puntualità storica e nell’inaspettato, enorme consenso di pubblico che immediatamente ottenne.

La crisi a cui riferiamo nel titolo
invece, è proprio quella, cioè la perdita delle radici che ha reciso l’immaginario collettivo trasportato sul grande schermo. Ancora oggi, a ben guardare, le migliori produzioni, i risultati più fiorenti, giungono da chi ritrova il bandolo della matassa,(una constatazione degna del profondo Diamat: il nemico è la storia non la natura.)  Per certi versi il nostro è ancora un cinema del “sud”, un luogo più che altro metafisico. Un sud dell’anima. Bisognerebbe ricordare la frequenza dei rapporti tra il Sud e il cinema italiano, ma anche notare che nel passato erano stati soprattutto dei registi non meridionali a realizzare i migliori film sul Meridione, come esempi particolarmente significativi basta tornare a: La terra trema e Il gattopardo di Visconti; Salvatore Giuliano di Francesco Rosi (l’unico meridionale); Divorzio all’italiana di Pietro Germi; Un uomo da bruciare di Valentino Orsini e Paolo e Vittorio Taviani; Bronte di Florestano Vancini.

Già in questi pochi titoli è possibile individuare alcuni elementi che caratterizzano gli esiti migliori raggiunti dal cinema italiano quando si è avvicinato al Sud e cioè:

  • le ragioni dei cineasti italiani coinvolti nel filmare il Meridione rispondono spesso a ragioni di ordine ideologico e morale;
  • i risultati puramente cinematografici, che nei film citati sono alti e in alcuni casi altissimi, si coniugano bene e anzi appaiono vivificati dall’impegno civile che connota la realizzazione dei film stessi;
  • il valore che accomuna queste opere, pur così diverse per scelte contenutistiche, soluzioni formali, appartenenza (o non appartenenza) di genere, è servito anche a far capire e persino a istituire la composita identità del nostro paese, e al contempo a denunciare la persistenza di questioni irrisolte.


Ma anche nel cinema italiano
più recente si possono riscontrare nuovi fenomeni che, almeno in parte, compensano la perdita di qualità artistica, e di tensione etica, manifestata dalla nostra cinematografia da ormai molti anni. Gli episodi più interessanti provengono da quel campo di osservazione(senza tornare per non ripeterci ai casi lampanti di Garrone e Sorrentino, ma basta pensare a prodotti come quelli di Sergio Rubini che ha trovato una sua collocazione proprio tornando alle sue radici (e in questo “La terra” risulta appieno la sua opera più riuscita); si tratterebbe quindi di analizzare, valutare, discutere queste nuove tendenze operative, non solo per metterne in luce l’originalità creativa e, per così dire, la specificità meridionalistica, ma anche per rapportarle con tutto l’altro cinema italiano che al Sud, alle sue condizioni esistenziali e sociali, ai suoi problemi vecchi e nuovi, alle sue possibilità di emancipazione, ancora presta attenzione.

PAESAGGI

Nel corso dei suoi decenni, dicevamo,
la storia del Cinema Italiano ha costantemente avuto quale punto di forza economica il successo dei generi popolari, una via italiana dell’immaginario verso il moderno. Una via basata essenzialmente sui volti e sui luoghi, i paesaggi. Proprio su quest’ultima voce, i paesaggi, dobbiamo aprire una breve parentesi sul linguaggio cinematografico. In esso, paesaggio significa non solo rapporto fra personaggio e spazio, fra uomo e mondo, ma anche rapporto fra diversi livelli di sguardo; c’è l’osservatore, che è un personaggio, e la cinepresa, che osserva l’osservatore. C’è quindi un gioco costante di punti di vista, e quando tale rapporto si propone come confronto fra più punti di vista, il paesaggio cinematografico diventa punto di partenza per una riflessione non solo sul cinema, ma implicitamente anche sull’atto del guardare inteso come atto conoscitivo. La ricezione delle opere, quindi, cambia sempre; riflettere sul paesaggio significa anche riflettere su più esperienze visive: lo sguardo dei personaggi dentro il film, lo sguardo del film, lo sguardo dello spettatore sul film. E queste esperienze diventano a loro volta conoscitive. Ma perché il cinema italiano? Se in generale le scene di paesaggio sono momenti di riflessione, nel cinema italiano, o almeno in una parte di esso, quella che si è appropriata dell’eredità neorealista, accade qualche cosa di più. Il paesaggio spesso diventa un vero e proprio personaggio, un interlocutore, anche antagonista nei confronti dei personaggi; spesso anzi è un luogo vasto, opaco, in cui l’azione e a volte anche i personaggi rischiano di perdersi; una soglia appunto in cui s’intravedono i limiti della cultura e della conoscenza. Nel rapporto personaggio-paesaggio il cinema italiano mette in discussione, non sempre consapevolmente, la cultura, cioè tutto il sistema di codici dentro il quale ogni soggetto esiste e senza il quale non avrebbe identità. Insieme con il personaggio, anche lo spettatore scopre i limiti del proprio sapere.

Com’è possibile questo? Se partiamo, come dicevamo, dal neorealismo, primo grande fenomeno cinematografico\culturale italiano, dobbiamo necessariamente guardare al paese di quegli anni. Il dopoguerra italiano è un periodo di grandi trasformazioni ma anche di grandi conservazioni che avvengono nel tessuto culturale e sociale, un periodo in cui, per usare una frase famosa ‘tutto cambia e tutto rimane com’è’. La cultura industriale si afferma, ma viene a confrontarsi con i residui di culture antiche e persistenti. In questo confronto con il passato la moderna visione del mondo si scontra con quelle più remote e incontra in esse il suo limite, il suo confine. È qui che il gioco dei punti di vista messo in atti dal cinema diventa essenziale per illustrare la sovrapposizione, la coesistenza di immagini e di culture, la molteplicità di centri e di prospettive che esistono e agiscono simultaneamente. Questo rapporto fra vecchio e nuovo, fra mutamento e identità, fra movimento e immobilità, anticipatore per molti versi di un disagio presente, di conflitti e incertezze attuali, si può leggere in filigrana nel rapporto fra personaggi, cinepresa e paesaggio. Basti pensare poi all’altra grande rivoluzione cinematografica italiana, quella del dopo “boom” degli Antonioni, Ferreri, in cui il passaggio attraverso “il paesaggio” viene esplicitato in maniera palese. Oppure al cinema di Pasolini in cui , tramite esso, si esplicita il capovolgimento sociale, antropologico che ossessionava a ragione il grande autore, ovvero, per tornare alla citazione iniziale, “tutto rimane com’è ma tutto cambia” . Il cinema italiano, dalla seconda metà del Novecento, è un cinema di grandi paesaggi.

LA CRISI. IL CINEMA IN “SERRA”

Partiamo dal mercato. Il cinema italiano contemporaneo, coltivato da anni in condizioni di serra, a base di articoli 28 e di finanziamenti Rai, vive di scossoni, sussulti e ricadute impietose. I sussulti sono dovuti ad una serie di fattori di mercato, per l’appunto, quando si creano le giuste condizioni. I soliti volti noti, rassicuranti, l’esplosione di un comico, la serie tormentone natalizia, fino ad una serie di autori “di mezzo”, affacciatisi negli ultimi anni, che ha ridotto il penoso divario tra ambizioni autoriali (alte) e resa effettiva (bassa), che affliggeva lo spettatore di film nazionali; Fino a pochi anni fa vigeva una diarchia senza speranza, tra film di cassetta di attori comici (Nuti, Verdone, Benigni, Troisi, oppure Vanzina & company) e tentativi, più o meno malriusciti, di raccogliere la dispersa eredità dei nostri grandi maestri. In mezzo, il deserto. Unica eccezione, e per questo amata in modo a volte eccessivo, Nanni Moretti.

Da qualche anno ha preso corpo
una produzione media, ridotta, ma costante, che ha creato comunque un suo pubblico generazionale e una nuova leva di attori ed autori. (Da Virzì a Muccino, solo per fare un paio di esempi. Poco prima erano stati i Tornatore e Salvatores) Poi un libro di successo, come il caso di Caos Calmo, puo’ dar vita ad un film di successo, quello omonimo, che da improvvisamente, a un mercato bonsai, dimensioni quasi normali. Come accadde per altro al primo Pieraccioni con le sue favolette. Exploit isolati tutto sommato.La domanda che sorge dunque, dopo questa breve premessa, è duplice ma contiene un’unica risposta, seppur complessa, ovvero: esiste allo stato attuale un cinema italiano? E di conseguenza: esiste l’Italia nel cinema?

Porsi questa domanda dopo
i brillanti esiti festivalieri di due nostri giovani registi, come Garrone e Sorrentino, ma già da anni all’avanguardia rispetto la nostra media produzione, oppure dopo il tentativo più o meno riuscito dell’ultimo Virzì, non è ingannevole.

Forse il mercato subodorando le nuove possibilità lascerà aperto un fronte, forse no. Forse Garrone e Sorrentino non diventeranno, se non lo sono già, come molti predicono\predicano, il fiore all’occhiello del nostro cinema. Forse, come accaduto a molti altri, anche solo il peso dell’aspettativa finirà per frenarli e  farli rinchiudere nell’autocitazionismo per la paura di non deludere la critica.

Però una cosa la si può dire
senza timore di essere smentiti: a differenza di molti loro colleghi,  hanno uno stile. Uno stile loro, fatto di precise scelte visive e di situazioni ricorrenti.

Ma ora torniamo al punto,
atteniamoci all’attualità più stretta. Quindi la risposta è inequivocabilmente no. L’Italia è scomparsa nell’immaginario del nostro cinema e questa falla di partenza condiziona più di quello che si creda anche il riflesso nei mercati.

C’è un cinema francese,
radicato, codificato, simile a se stesso eppure vario, che non di rado si permette di sconfinare nel colossal. C’è un cinema inglese capace di raccontare e di raccontarsi, autori dall’Asia e dall’Africa capaci di creare ponti tra i vari immaginari. Perfino gli americani, alla fine, riescono a parlare della loro società con sincerità. E in modi diversi: dai documentaristi “poco ortodossi” alla Michael Moore, al solito Spike Lee, alla serie di film che hanno preso di petto la questione della politica statunitense in medioriente e le ricadute insospettabili nei meandri dei suoi spazi interni sconfinati e persi, come nel bel “La valle di Elah”; fin anche con un piccolo film “surreal\generazionale” com’e’ stato un paio di anni fa Donnie Darko.

L’Italia invece non esiste nel nostro cinema.
A parte qualche insistente tentativo in direzione di un neorealismo impegnato, che finisce invece sempre per assumere un aspetto inattendibile da fiction televisiva, il nuovo cinema italiano si è concentrato, trovando una sua riconoscibilità, su piccole storie quotidiane, con un tocco di faciloneria sociologica che aborre le sfumature. Si tratta, come abbiamo accennato, di piccole storie, piccole vite, piccoli problemi. In questo contesto un linguaggio meno tradizionale, meno visivamente sciatto sarebbe fuori posto. I tempi lunghi delle riprese (niente montaggi mozzafiato, bruschi salti, movimenti di camera troppo veloci) sono quelli proposti dalla vita, dalle giornate dei protagonisti, il cui tempo interiore coincide in tutto con l’esteriorità. Quasi nessuno, se escludiamo la Napoli di Martone (L’amore molesto) e la Milano di Soldini (L’aria serena dell’Ovest), ha provato a mostrare l’Italia per quello che realmente è: un luogo dell’Occidente post-industriale. In generale, se togliamo il filone mafia-piovra-Ustica, sembra invece un luogo in cui succede assai poco. Un Paese, tutto sommato, antico: in cui si crede alla famiglia, all’amicizia, all’amore per sempre, in cui si accettano e si assorbono le diversità. Un Paese assai poco “cannibale”, che ha molta voglia di conservare se stesso. In questi film, se irrompe l’esotismo, la fascinazione dell’irregolarità e della diversità è vissuta come una vacanza, o ricondotta a una cifra casereccia, comprensibile e familiare.

L’accidente fortuito, la malattia,
il rapporto con la morte, elementi che irrompono per creare riflessione, divengono quasi sempre elemento d’analisi che porta ad un autoassoluzione.Stessa cosa l’onnipresente parola “amore”.Questa porta ordine e non caos, redime le prostitute, crea, o ricrea, la regola e il gruppo familiare. L’isola, per esempio, classico topos del selvaggio, viene riportata a significati meno spaventosi e lontani, annullandone ogni effetto di sovversione, ogni valore di rappresentazione del mito utopico/distopico. Sono isole di vacanza, transitorie, oppure isole in cui si ricrea il microcosmo familiare del paese di provenienza. Luoghi, vedi Mediterraneo di Salvatores, che hanno la funzione narrativa di isolare, appunto, dalla guerra, dalla storia dei grandi eventi, per mettere a fuoco quello che veramente importa: la quotidianità dell’esistenza e le esigenze, i sentimenti, i bisogni di tutti i giorni.

Accade così, dicevamo, anche con l’amore, altra forza dirompente che può scatenare pericolose pulsioni profonde. Le donne troppo belle, sfuggenti, misteriose, vengono rifiutate o ricondotte alla normalità attraverso la maternità: così in Pieraccioni, Longoni, Virzì, eccetera. Non colpisce tanto il ricorso al ritorno all’ordine per creare la possibilità del lieto fine, nulla di male. Piuttosto colpisce il rifiuto di ogni seria possibilità di dare al disordine, al pericolo, alla novità o alla diversità una presenza reale, fisica e immanente.

Il cinema italiano contemporaneo si mantiene in superficie,
traccia linee orizzontali, nel migliore dei casi descrive. La vita è quotidianità, è il passare dei giorni. Una sorta di lunga durata che tende a lasciare fuori dalla porta il rapporto con il potere e con i mutamenti epocali. I protagonisti sono tutti tipi e maschere più che personaggi, sempre uguali a se stessi; nella solidità dei valori tradizionali come nelle fughe da essi. In altri si esprime attraverso le piccole problematiche emotive, in cui l’intimismo serve come una forma di riduzione al piccolo, che miniaturizza i problemi e li rende immuni dalla storia; non solo la storia intesa come grandi mutamenti sociali, ma come quella corrente sotterranea che tocca le nostre percezioni, modifica la nostra umanità. I grandi scenari diventano presepi, ricostruzioni ambientali di colore in cui si muovono figurine che alludono a problemi da cui però non sono attraversate. . C’è, in primo luogo, una profonda, talvolta mascherata, talvolta negata o male interpretata, vocazione qualunquista. Il qualunquismo, però, spesso si maschera dietro ideologie di facciata: non si sa se per confusione mentale o per l’impossibilità di essere anormali, cioè non di sinistra. Non si tirano le conclusioni di quello che si racconta e di come lo si racconta.

Torniamo al qualunquismo. L’Italia
antropologicamente spaccata in due tra destra e sinistra non trova, nel film, canali di comunicazione reciproca: la destra è familista, televisiva, volgare, cafona, repressa, e naturalmente bottegaia; la sinistra è invece promiscua, nostalgica, intellettuale, dedita agli spinelli, con famiglie allargate composte da padri multipli e distratti, e da madri bisessuali e femministe.

La semplificazione sociologica
, frequente del resto nel nostro cinema, può apparire fin troppo marcata. Ma i nostri autori hanno la tendenza ossessiva nel cercare di equilibrare i diversi conti con la vita. E così nei film di Virzì, ad esempio, pure apprezzabile per il tentativo di raccontare il presente, finisce per dirci che i poveri, di destra o di sinistra, dotati o no di talento, restano poveri, mentre i ricchi possono permettersi di essere rivoluzionari, trasgressivi, alternativi e sradicati, perché tanto restano ricchi e privilegiati. E anche che la vita è fatta di piccole cose, che si può venire a patti col proprio destino sociale scavandosi una nicchia tiepida nella quotidianità, amando una donna conosciuta fin dall’infanzia che ogni mattina, quando ti accompagna al lavoro, ti ripete: “Come sei bello”. Temi, come si vede, di squisito qualunquismo, trattati però con piglio e garbo. Virzì per un verso, i Cuccino, Faenza, Rubini, Calopresti, registi della “terra di mezzo”, orientati anche come appartenenza politica, sembrano un caso tipico di cinema ai tempi del “fu Ulivo”, cioè portatori sani di un peccato evidente di falsa coscienza ideologica. Se qualunquismo ha da essere, ebbene, sia: inutile girare a vuoto tra commediole insapori e intimismi superficiali.

Se questo è il carattere del nostro
cinema, se la tradizione più forte resta quella della commedia all’italiana, cerchiamo almeno di recuperarne il meglio, la capacità scanzonata di fare critica di costume, di non guardare in faccia nessuno, di corrispondere, nel bene e nel male, all’Italia piena di sapori della gente comune, senza cercare di salvare capra e cavoli, girando intorno a umori qualunquisti senza mai osare essere democraticamente scorretti. Così facendo, mantengono la reputazione e il finanziamento Rai, ma non vanno molto lontano.

ESISTE UN “PRESENTE” ITALIANO?

In conclusione quindi, in linea generale, come scelta di mercato, come movimento di idee, di produzione, esiste un presente cinematografico italiano? Esisterà ora che il mercato ha fiutato la possibilità? L’Italia, negli ultimi vent’anni, non è pervenuta nelle sale. Al massimo, osando, si parlava del passato, degli anni di piombo, del “muro di gomma”, ma il presente era bandito. Nelle varie pellicole piombate nelle sale, era presente un’unica società fatta di belle case, aperitivi intelligenti, e mogli insoddisfatte con velleità artistiche tarpate, adolescenti in cerca d’identità, mariti quarantenni brutti ma simpatici, pieni di pruriti appagati con giovani donne affascinate da non si sa cosa.

E il paese che conosciamo?
Almeno, fino a poco prima, c’erano i Vanzina che propinavano la loro sociologia grezza; nemmeno più loro da quando hanno perso la vena naif. Se pensiamo a “Sapore di mare”, superando il fastidio per Jerry Calà e per il disperante ricorso al “vaffanculo” come culmine della battuta, si vede bene oggi che quei film raffazzonati e inutilmente volgari, prevedevano con una precisione agghiacciante la fauna umana e la deflagrazione “culturale” di Forza Italia, sia nella sua componente romanesca estremizzata da Christian De Sica, sia in quella lombarda, con la vetta “Zampetti”, l’imprenditore votato al materialismo(non marxiano…), con una passione continuamente dichiarata per la “gnocca”.  Emergeva poi un elemento sociale unificante, cioè un palese tratto di sbrigatività padana, e un carattere esibitivo dell’ “avere”.

Ora invece non si può vedere pellicola senza restare sbalorditi per la povertà e la ripetività della trama; il filmetto di solito non racconta che un viaggio, una sera, una stagione, le feste in famiglia, insomma un momento di vita che dovrebbe risultare esemplare, e invece lo è soltanto per la povertà immaginativa degli autori e per l’irrilevanza della loro sopravvalutata esistenza. Cascano le braccia ogni volta, al primo fotogramma: ancora una volta si comincia da un viaggio, la seduta dall’analista, l’abbandono da parte di una donna. Una maledizione.

Oltretutto si avverte la spiacevole sensazione che la storia sia deliberatamente autobiografica, così veniamo informati anche della vita presumibilmente banale dell’autore. E’ una condanna subdola, inflittaci nella convinzione che una breve stagione militante o un’irritante vicenda di compagnoni allegri possa essere “emblematica”. Quindi, avanti con le visioni generazionali, gli amori sbiaditi, le coppie che amaramente si sfaldano, i rimorsi, il viaggio e il risarcimento di una vita offerto da una ninfetta o da qualche estroso viandante. Qualsiasi vicenda può rivestire significati di rilevanza esorbitante. Dentro ogni opaca vita di coppia può celarsi una verità esistenziale, da ogni fuga dalla monogamia può trasparire un dramma dell’identità sociale, politica, generazionale.

E se qualcuno inopinatamente va a vederli
, si strilla subito alla rinascita del cinema italiano, per retorica bolsa, logiche di mercato e appiattimento generale di gusto. E’ una situazione tragica, ma non del tipo qualunque, è un tragico paradigmatico. Il vizio nel suo insieme assomiglia al peccato originale e mai espiato della cultura italica contemporanea: il navigare a vista improvvisando, beandosi delle virtù dei propri difetti. Come dichiarò un critico musicale a proposito della mancanza di Mino Reitano dal Festival di Sanremo, “Ridatece ‘er puzzone!”

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Religulous

Pubblicato da nicola su 25 Febbraio, 2009

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Due parole giusto per segnalarvi un film molto interessante, che dovreste cercare di vedere. Purtroppo non potrete vederlo al cinema, in quanto la pellicola, per motivi politico-ideologico-religiosi, al momento viene proiettata solamente in quattro sale su tutto il territorio italiano.

Poco male: il doppiaggio intollerabile non merita i soldi del vostro biglietto. Vi consiglio pertanto di acquistare il dvd della versione originale in inglese, o di acquistare i diritti per il digital download.

Il film è una sorta di documentario impegnato, sullo stile delle opere di Michael Moore. Si compone di una lunga serie di interviste condotte dal comico Bill Maher a numerosi e pittoreschi esponenti dei tre grandi monoteismi.

Il comico è un agnostico. Egli, con alcune battute e con una serie di osservazioni assolutamente logiche e basate su prove certe e su un approccio razionale agli aspetti storici delle religioni, cerca di instillare alcuni dubbi nei suoi interlocutori.

Ne risulta un ritratto assai sconfortante delle nostre società,  in particolar modo di quella americana.

Il tentativo finale è quello di dimostrare che l’atteggiamento religioso e fideistico non dovrebbe esser considerato una virtù, poichè esso richiede la sospensione del pensiero razionale, della riflessione prima dell’azione, della tolleranza e del rispetto per gli altri. Non c’è piccola preghiera nell’intimità della propria comunità o piccolo avvenimento percepito come miracolo che possa giustificare o avallare il rischio dei comportamenti nocivi che le religioni hanno sempre sviluppato nel corso della storia.

Il film esorta anche la comunità dei non credenti, che alcune stime ipotizzano rappresenti circa il 16% della popolazione statunitense, a farsi avanti e portare le proprie rimostranze all’attenzione della politica e della società tutta.

In fin dei conti, una “minority” rappresentante il 16% della società americana sarebbe molto più grande e influente della comunità gay (circa 3%), degli afroamericani (circa 12%), degli ebrei (mi pare 1,5%) e di molti altri.

Religulous è opera divertente e sfacciata, ma non priva di coerenza e serietà: procuratevela, ne vale la pena.

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E’ tutto qui dentro

Pubblicato da nicola su 2 Febbraio, 2009

Alcuni giorni fa, invogliato dal prezzo più che abbordabile (4 euro e 90 centesimi), ho acquistato una copia rimasterizzata del film Milano odia: la polizia non può sparare.  Si tratta di un poliziottesco all’italiana che non mi ero mai occupato di vedere, poichè non sono appassionato del genere e poichè, fino all’avvento dei dvd, non era così facile procurarsene una copia in videocassetta.

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Ad ogni modo, ho scoperto un film molto interessante, che vi consiglio senza timori. Troverete in esso tutti gli argomenti, le paure e le violenze che ci vengono raccontati con tanta dovizia in questi giorni. Troverete, cosa più importante, lo stesso linguaggio, le stesse immagini, la stessa costruzione narrativa degli eventi.

Il film, va da sè, affonda le proprie radici nel poliziesco americano e nell’esperienza, allora molto recente e vivida, di Arancia Meccanica. L’opera è attraversata da una vena di soffocante nichilismo che, dietro ad una patina anarcoide può essere politicamente accusata di qualunquismo, giustizialismo e, perchè no, fascismo. Ebbene, è proprio in questi termini che oggi dobbiamo rivedere questa pellicola. Milano odia, in sè, non è fascista: così come non credo sia fascista il regista, Umberto Lenzi. Dobbiamo però pensare che la critica cinematografica impegnata degli anni Settanta lo leggeva come tale, e a quella critica dobbiamo fare riferimento per comprendere l’attualità dell’opera.

Se la critica coeva denigrava Milano odia per eccessi di violenza, giustizialismo e fascismo narrativo, possiamo immaginare che molti fascistelli, molti di quelli che allora si cercava di far tornare nella fogna, avessero in effetti visto questo film. Quelle stesse persone, oggi, ricoprono ruoli importanti nella politica e nell’informazione.

Coloro i quali, di questi tempi, ci amministrano la quotidiana dose di stupri e omicidi, stanno facendo riferimento all’immaginario di questo film, che all’epoca traeva spunto dalla realtà e volgarizzava terrorismo e lotta politica armata nei canoni della cinematografia di genere. Oggi siamo al rovescio: la realtà viene raccontata tramite gli espedienti della finzione.

L’insistenza che si pone sulla violenza del gruppo, sulla violenza inutile, sulla violenza come patologia, come disposizione genetica, sul gruppo criminale chiamato branco,  sulla violenza sessuale, sulla incapacità/impossibilità della polizia e della giustizia di reagire, da cui deriva la necessità di una giustizia altrettanto violenta, sono gli  elementi attorno ai quali si dipanano le vicende del film. Giornalisti e politici oggi quarantenni e cinquantenni sono stati esposti per la prima volta a questi concetti dalla cinematografia di genere negli anni settanta.

I nostri attuali leader e opinion leader hanno vissuto, spesso in prima persona, una  realtà politica di violenza:  gli aspetti di essa che si sono sedimentati da un punto di vista narrativo risiedono in larga parte in questa cinematografia di genere, che oggi viene ripresa da quegli stessi ragazzi di allora in funzione cronachistica, poichè adatta ad ingenerare il clima cupo di una criminalità incombente e spietata, su cui concentrare la paura e il malessere che caratterizzano la società liquida, e che vanno canalizzati.  Mi sembra di poter ripescare, in quest’ottica, l’interessante post sullo storytelling pubblicato da Giovanni il 18 ottobre, in cui si sosteneva quanto importante fosse la costruzione del racconto per il dominio della destra. Ecco, la destra italiana ha questo modello per la propria narrazione: Milano odia: la polizia non può sparare.

Un paio di annotazioni:

-Il film può vantare una colonna sonora scritta da Morricone, alle prese con alcuni esperimenti di musica elettronica. Questo fatto da solo dovrebbe interessare il buon Sandro.

-Originariamente il film è recitato in inglese, cosa assai curiosa da osservare nelle riprese cittadine, ma il doppiaggio è straordinario, con un risoluto intercalare dialettale che ricorda Rocco e i suoi fratelli.

-Fondamentale per la comprensione delle attuali narrazioni giornalistiche è la scena del rapimento in villa: offerta di soldi, violenza fisica, stupro e omicidio, anche di innocenti. Un vero e proprio branco di rumeni, non fosse altro che nel film sono tutti milanesi (ma sottoproletari, in una lettura di questa classe sociale che stritola ogni speranza marcuseiana, annulla ogni poetica pasoliniana e, in pratica, li qualifica come estranei, come zingari, come i rumeni di turno).

-La scena dello stupro nella villa vede il protagonista pronto a violentare sessualmente anche un uomo, paradossalmente “in nome dell’amore universale”. A mio parere è evidente l’intento dello sceneggiatore di considerare la violenza sessuale come violenza di dominio, controllo e sadismo secondo le logiche interpretative che ho riportato in un precedente post, ma non mi è difficile immaginare come uno spettatore di destra possa leggere in questa scena un ulteriore motivo di criminalizzazione dell’omosessualità.

Infine, una segnalazione che ha solo marginalmente a che vedere con il film: ieri sera il TG5, occupandosi della vicenda dei giovani di Nettuno che hanno picchiato e bruciato vivo un senzatetto indiano, si è limitato a parlare di “noia”, “stupidata” (parole del sindaco di Nettuno), “imbottiti di alcol e droga” (parole del sindaco di Roma Alemanno). Nessuno ha usato la parola razzismo, nè tantomeno si è ipotizzato un collegamento tra il clima esasperato di questi giorni e il grave fatto. Il tutto viene risolto nell’ottica di una gioventù stolta poichè non irregimentata, i cui problemi andrebbero evidentemente risolti con una sana iniezione di valori e con un giro di vite proibizionista sul consumo di stupefacenti, droga o alcol che sia. In altre parole, controllo e regimentazione, negando l’esistenza di valori quali il razzismo e l’invalso uso sociale della violenza fisica, che sono invece alla base di tutti questi avvenimenti, poichè comunque utili al perseguimento di obiettivi più grandi dello straccione carbonizzato.

Ritengo sia necessaria una risposta non solo dalla sinistra politica, da anni ormai appiattita sulla narrativa destrorsa, ma dalla società civile e dagli intellettuali, da chi sa interpretare i fatti senza il bisogno della parafrasi operata dal giornalismo e dalla politica. Mi chiedo se sia più utile costruire una narrativa alternativa, o se invece sia il caso di limitarsi a decostruire il discorso delle destre, mostrare il suo aspetto teatrale e il canovaccio su cui si regge.  Che fare, amici, che fare? E come? Quando?

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Valzer con Bashir

Pubblicato da nicola su 25 Gennaio, 2009

Torno un po’ frastornato dal cinema, dove mi sono recato per visionare il cartone animato Valzer con Bashir, che credo di volervi consigliare con certe riserve da un punto di vista storico. Ecco a voi il trailer:

La pellicola rappresenta una ricostruzione psicoanalitica, nel vero senso della parola, del massacro di Sabra e Shatila. Ho letto che il regista fu soldato intorno a quei luoghi e venne riformato dal servizio militare per traumi psicologici. Questo suo film dovrebbe avere il compito di fare luce su un passato di orrori che la sua mente ha cancellato.

La ricostruzione degli eventi operata dal film è assai difficile. Difficile da mettere in piedi, difficile da tenere in piedi, difficile da digerire per lo spettatore.

Nonostante si percepisca un senso di critica verso il modus operandi dell’esercito israeliano, dettato a volte da paura e inesperienza dei giovani soldati, altre volte da una linea di comando approssimativa e incosciente, la responsabilità ultima dei massacri nei campi progufhi viene fatta ricadere, esplicitamente, sui soli Falangisti libanesi.

Il che potrebbe anche essere ammissibile, se ci fermassimo al film come ricostruzione psicanalitica che un’individuo sta compiendo per dare un senso ai demoni che lo agitano nei propri sogni. In fin dei conti, è ammissibile che un individuo cerchi di scolparsi per quanto possibile da una tanto immane tragedia. L’intera operazione ha già meno senso se questa ricostruzione personale viene fatta coincidere con una presunta ricostruzione storica, cosa che invece il film tenta di accreditare. Il formato documentaristico, dialogico e giornalistico offrono una cornice che si finisce col ritenere storica, ma che in realtà rappresenta una misura assai parziale delle vicende che riguardano la guerra civile libanese. Troppi, troppi elementi della tragedia sono lasciati in disparte. Il film è legato alle vicende personali di un soldato israeliano, ma lo sfondo su cui si dipana la storia, che poi è la vera protagonista della pellicola, non viene minimamente spiegato. Se si giunge al cinema senza idee più che chiare sui problemi intestini del Libano nell’ultimo quarto del ventesimo secolo, si uscirà dalla sala confusi e storditi.

A mio parere, questo film corre il rischio troppo alto di risultare nell’esatto opposto di ciò che si propone, ossia di decostruire una memoria e una storia condivisa degli eventi di Sabra e Shatila, annegando i fatti e i macro-avvenimenti nei ricordi confusi degli individui. L’uscita della pellicola tanto a ridosso dei gravissimi fatti di Gaza dei giorni scorsi non fa che rendere più acuto questo rischio, e richiede una chiara presa di coscienza da parte degli spettatori.

Detto tutto questo, Valzer con Bashir rimane un film di straordinaria sensibilità poetica, percorso da un avvincente intreccio delle vicende e da un’animazione esemplare. L’utilizzo del computer nella cinematografia contemporanea dovrebbe essere riservato a capolavori visuali come questo, altro che effetti speciali per Star Wars.

Se state cercando un’ora e mezzo di incanto che sappia anche mettere in agitazione il vostro senso critico, non posso che consigliarvelo.

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Un consiglio e uno sconsiglio

Pubblicato da nicola su 19 Gennaio, 2009

Apro la settimana con le mie inutili opinioni cinematografiche. Mi preme anzitutto consigliarvi la visione, magari in seconda uscita e a prezzo ridotto, dell’ultimo film di Danny Boyle, ovvero Slumdog Millionaire, tradotto in Italia con il titolo The Millionaire.

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Vi chiedo tuttavia lo sforzo di guardarlo con spirito critico, poichè il film nasconde a mio parere un’insidia: l’intera vicenda gira attorno ad una partita della trasmissione “Chi vuole essere milionario”, e il riscatto sociale del giovane e povero protagonista passa attraverso la fortuna, la scelta individuale, l’opportunismo, la sopraffazione (anche giustificabile) degli avversari. Non una parola viene spesa nell’analisi delle cause del conflitto sociale latente in tutta la pellicola, e l’episodio salvifico è solo individuale, lasciato all’intraprendenza del singolo. Per il popolo degli straccioni, anzi, è la stessa trasmissione del Milionario che, attraverso un transfert psicologico, opera una catarsi di massa.

Tenendo sempre presente questa considerazione, resta il fatto che ci troviamo davanti a un film bellissimo, costruito con tanta bravura.  Danny Boyle, già regista di Trainspotting e altri film meno fortunati, riesce qui a rinverdire i fasti della pellicola sui tossicodipendenti scozzesi. La fotografia, sempre in movimento e spesso di corsa, più che figlia dei videoclip di MTV è in relazione col Truffaut dei Quattrocento colpi.

I paesaggi in cui il film è ambientato sono quanto di più maestoso il subcontinente indiano possa offrire, ma vengono trattati con sensibilità e realismo, togliendo la patina del dépliant turistico a tutti i landmark che incontriamo: incantevoli, in quest’ottica, sono i minuti dedicati al giovane protagonista mentre si improvvisa guida turistica al Taj Mahal.

Il film costituisce poi un interessante ibrido cinematografico tra stili molto disparati. I temi tipici e la trama Bollywoodiana si sposano piacevolmente con gli stilemi propri della cinematografia occidentale. Vi segnalo infine che la giovane attrice protagonista, Freida Pinto, è a mio parere tra le ragazze più belle che in questo preciso istante stiano calpestando questo stesso pianeta su cui tutti noi ci troviamo. Che gioia quegli occhi! Sapere che questa persona esiste mi rende in qualche modo felice, mi parla della bellezza come di un valore pieno ed edificante.

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Passiamo ora alle note negative: la pellicola sconsigliata per questa settimana è W., il film di Oliver Stone dedicato al Presidente Bush Jr. Ho avuto la sfortuna di vedere il film in una sala cinematografica, cosa riuscita a pochissimi vista la mancata distribuzione per motivi di opportunità politica ed economica (lunga e triste storia, che ovviamente coinvolge almeno in parte Berlusconi). Visto che il film verrà trasmesso domani sera da La7, vi metto fin da ora in allerta, in modo tale da evitarvi due ore di pena.

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Si tratta, in poche parole, di un film inutile. I protagonisti della vicenda sono estremamente caricaturali, e mentre tra qualche anno questo grassetto sarà forse necessario per rinfrescare la memoria, oggi sembra solo un’operazione faziosa e fastidiosa. L’intero film è giocato sul conflitto edipico che a detta del regista domina il rapporto tra Bush padre e Bush figlio. Si tratta di un elemento forse presente, non lo voglio mettere in dubbio, ma giocare l’intera vita di W. intorno a questo problema irrisolto mi sembra esagerato, e addirittura pericoloso: si rischia infatti di cedere alla  compassione e ad un senso di assoluzione verso le malefatte del presidente uscente. Al tempo stesso, il tentativo di cosrtruire la figura di Bush figlio in contrasto a quella di Bush padre finisce col dipingere il vecchio come un ottimo presidente, cosa falsissima e viziosa. Per il resto, il film non si segnala per particolari qualità cinematografiche. Siamo lontanissimi dall’Oliver Stone dai mille colori di Platoon e Natural Born Killers, come pure da quel 2006 segnato da  World Trade Center, forse il miglior film finora girato su quella tragedia. Un vero peccato, poichè queste occasioni non andrebbero sprecate. L’ira di Berlusconi bisogna attirarsela per qualcosa che ne valga davvero la pena!

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