Ai Nostri Posti

Ora e sempre Resistenza

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Incubi

Pubblicato da sandro su 20 Novembre, 2009

Oddio, hanno trombato D’Alema! nemmeno in Europa si filano cotanta intelligenza! Oddio, adesso ce lo teniamo 24 su 24! E come se non bastasse Baffino deve pure un favore a Papi! Oddio, è un incubo, non finirà mai, moriremo berlusconian-dalemiani!

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Amen

Pubblicato da sandro su 19 Novembre, 2009

Pochi anni fa, alla parola «religione», avrei detto, lapidario: non mi interessa. Vivevo da agnostico, non ero minimamente coinvolto dalle dispute intorno all’esistenza di dio, una delle molte questioni aperte, irrisolte e irrisolvibili dell’esistenza. Mi sfuggiva però – o non gli attribuivo un peso appropriato – il nesso fra quel mio atteggiamento e le conseguenze dell’effetto politico della religione sulle persone. Dal 2001, con l’accentuarsi, anzi con l’istituzionalizzarsi, del concetto di “scontro di civiltà”, la religione è venuta investendo un ruolo, o ha riacquistato un ruolo, che in precedenza sembrava aver dismesso, quello di fungere da cinghia di trasmissione fra il potere e la democrazia, ossia fra la possibilità e l’effettività del progresso. Ma essendo l’istituzione religiosa una forza negativa, reazionaria per sua stessa natura, tale intermediazione ha avuto ed ha il solo scopo di impedire il progresso. Lo si evince dalla storia, lo si evince dalla quotidianità.

Col tempo mi sono orientato verso un più franco ateismo, corroborato non già da prove sull’inesistenza di dio (entità indimostrabile, come s’è detto), bensì dall’oggettivo danno che l’imbroglio teista arrecava alle libertà e ai diritti. I “falchi” della chiesa, impegnati in una lotta dogmatica e culturale contro gli imperituri “infedeli”, avevano tutto l’interesse a smantellare le tutele e le garanzie del sistema democratico. O almeno, se non proprio allo smantellamento, puntavano all’annichilimento di qualsiasi spinta innovatrice. Non tanto per cattiveria o livore, sia chiaro, quanto per pedestre adesione ai loro stessi enunciati. E’ forse un mistero che nessuna chiesa consideri vincolanti la legge e la giustizia degli uomini? Le leggi sono quelle di dio, e così la giustizia. Insomma, il passo dall’anticlericalismo all’ateismo è stato breve e, in ultima analisi, consequenziale.

Oggi sono serenamente incredulo, mi arrabbio con chi si ostina a voler vedere le anime e i miracoli ma non pretendo di convertirlo o limitarne l’azione, e suscitano in me sommo divertimento le acrobazie retoriche di coloro che si vorrebbero devoti e che ciononostante sguazzano giocondi in una melma di dissolutezze e contraddizioni. L’ultima polemica, in ordine di tempo, è stata quella sul crocefisso, ma poiché ho già detto la mia qui, non ci torno sopra. A proposito di contraddizioni, comunque, vale la pena segnalare come da una buona settimana si sia scatenato il battage pubblicitario in vista delle festività natalizie. Io non ho nulla contro i regali – specie se sono libri – e anzi mi piace riceverne, però fanno davvero pena le orde di genti che si riversano in boutique e centri commerciali, spendono denaro in orpelli perlopiù inutili per soddisfare la propria vanità, e poi corrono alla messa di mezzanotte per celebrare l’avvento del re dei poveri, il redentore degli afflitti, il profeta della ricchezza dello spirito. Le reti Mediaset, tanto per dire, invitano a far compere su Mediashopping dove, sostengono, «il natale è già cominciato». Amen.

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Tutti al mare

Pubblicato da sandro su 17 Novembre, 2009

Non sembra che manchino 40 giorni alla fine dell’anno, vero? A Palermo ci sono quasi 30 gradi e la gente va in spiaggia e fa addirittura il bagno. Qui nel trevigiano par d’essere all’inizio di aprile, la sera non si batte i denti. Novembre finora è stato un mese caldo, insolitamente caldo. Non vuol dire che si vada in giro in maniche corte, no, la sera comunque ci vogliono una maglia e una giacca. Tuttavia non fa freddo, non servono i guanti o la sciarpa, e il riscaldamento si può tenere al minimo.

Anche questo è merito del global warming? Inclino a pensarlo.

Di punto in bianco però mi rendo conto di quanto siamo provinciali e inadatti a fronteggiare sia pur solo sotto un’ottica esterna, di semplice constatazione, il problema. Il Tg1 ha riferito la notizia come fosse una nota di costume, con tanto di intervista alla bellona scosciata di turno che dà conto della gradevole temperatura dell’acqua. Non salta in mente a nessuno di fare un collegamento col surriscaldamento terrestre, né di chiedere il parere di un climatologo o di un fisico (ma quelli, gli scienziati, servono a tranquillizzare quando c’è un terremoto, mica ad allertare quando fa caldo mentre dovrebbe far freddo).

Altra tragedia, altro ballo in maschera. Leggo sul Corriere un’imbelle ricostruzione secondo cui Berlusconi, al vertice Fao, avrebbe dispensato battute e barzellette. Ma è naturale! è logico ridere come all’osteria quando un miliardo di persone non ha di che sfamarsi! Pare si trattasse di barzellette su Marx e motteggi con l’amico-dittatore Gheddafi. Tutto ciò intanto che Ghedini (o Ghedoni, secondo Gasparri), a Milano, diceva davanti alla corte che doveva giudicarlo che Berlusconi non poteva presenziare al suo processo perché impegnato in un importante vertice internazionale. Il bello è che è riuscito a dirlo senza ridere, e la corte gli ha pure concesso lo spostamento dell’udienza (chissà che altra balla s’inventeranno per quella data?).

Ma sì, chi se ne frega, domenica andiamocene tutti al mare! Si fottano gli africani pelle e ossa! Meno male che Silvio c’è!

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Dolcetti e scherzetti

Pubblicato da sandro su 1 Novembre, 2009

Continua a stupirmi il volontarismo – che appunto esclude il raziocinio – con cui decine, centinaia, migliaia, forse milioni di persone celebrano convintamente Halloween, la festa figlia per eccellenza della globalizzazione (qualunque cosa questo voglia dire).

Ieri sera ero in birreria, chiacchieravo svogliatamente con un paio di amici e sorseggiavo un bicchiere. Ad un certo punto, come fosse la cosa più naturale del mondo, è entrato un tizio mascherato da stregone o qualcosa del genere, si è seduto e ha ordinato una birra. Guardava con sussiego tutti quelli che lo ammiravano come una fiera allo zoo.

Per le vie del paese, nel frattempo, si udivano gli scoppi dei petardi che i ragazzini lanciavano. In piazza, adirittura, un locale aveva cosparso di zucche incendiate una gradinata (tale locale, per la cronaca, è posto esattamente di fronte la chiesa: un perfetto connubio fra sacro e profano).

Veneto postmoderno, come chiamarlo?

Il bello è che a cercar di fare la persona seria e sensata non ci si guadagna, anzi si rischia l’accusa di passatismo. Ma il motivo di tanta smania nuovista è legato al costituirsi di inedite occasioni per gozzovigliare. L’importante è cacciarsi in discoteca. E poi, come in una guerra fra poveri alla rovescia, prendersi a pugni per la drink-card o la ragazza. Uomini con la clava che si affrontano per nutrirsi e riprodursi. E’ successo settimane fa nella periferia di Treviso. Vuoi mettere, però, farlo col mantello di Dracula?

Tra tutta questa gente stordita di cocaina, che frequenta posti tonitruanti e vuole una e soltanto una cosa dalla vita: fottere e godere: con questa gente come si fa a parlare di progresso?

Ma io sono un passatista, scusate, non v’importunerò più con la mia antiquata compostezza. L’anno prossimo farò incetta di dolcetti e scherzetti. A mia discrezione.

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Buonanotte

Pubblicato da sandro su 27 Ottobre, 2009

Ho ascoltato la sintesi del primo comizio di Bersani da segretario del Pd. Dacché mi ricordo, l’ho sempre sentito parlare di imprese, di sostegno agli imprenditori e di lenzuolate. Celebri le puntate di Ballarò o di Porta a porta nelle quali lui e Letta (Enrico) andavano avanti per ore a suon di «competitività» e «rilancio dei consumi». Non dubito dell’onestà e della sincerità del neosegretario, ma lo vedo e lo sento come distante dalla mia prospettiva politica, integrato in una dialettica alla lunga inconcludente, incaponito in desuetudini. Gli auspici di Giovanni pertanto, che sono anche i miei, sono lungi dall’esser realizzati.

Intanto dalle parti del governo – mentre il Berlusca, dopo la vacanza col massacratore di Cecenia, pare abbia preso la scarlattina dal nipotino – infuria una battaglia asprissima. Neanche Tremonti fosse un salvatore della patria da osannare. Da tutto ciò appare invece sin troppo chiaro che i nervi sono tesi e l’incapacità di governare al di là degli annunci, delle pacche sulle spalle e della rozza demagogia è palese. Se per Bersani il ruolo dell’opposizione è quello di costruire un’alternativa, per me in questo preciso momento è quello di dire dei no secchi ed inequivocabili allo scopo di revocare il più vergognoso esecutivo degli ultimi 150 anni.

Soprattutto c’è bisogno di responsabilità e moralità, alla luce di quanto emerge ed emergerà dal caso scoppiato – buon ultimo – nel Lazio di Marrazzo. Non sono un bacchettone e quindi non mi interessano i gusti sessuali del presidente della Regione, così come non mi interessa se Berlusconi inscena il Satyricon a Palazzo Grazioli. Sono però un irremovibile giacobino della democrazia: se perciò Marrazzo è sotto ricatto si deve allontanare seduta stante dall’apparato pubblico, e se Berlusconi è un satrapo e un corruttore si deve scusare col popolo e correre in tribunale.

Tre milioni di persone hanno mostrato domenica che c’è ancora voglia non tanto di credere nella politica, quanto nella possibilità di ribaltare lo sciagurato andazzo della politica. E mentre la casta che indegnamente amministra lo stato pare non volersene curare, lo scalpiccio dei bisonti evocato da Beppe Grillo mesi fa appare sempre più concreto. Chi ha visto l’ultima puntata di Annozero se ne sarà pur reso conto, sentendo le voci degli imprenditori del nord traditi e umiliati dallo scudo fiscale e dall’inanità dei governanti. Si prevede un milione di chiusure di qui a breve, quindi milioni di lavoratori a spasso.

In conclusione, sono tanti e tali i disastri che ci attendono che non posso nemmeno dirmi soddisfatto dell’ottimo risultato del mio candidato, Marino. Gli argomenti di puro buon senso del suo programma hanno raccolto poche briciole, e se tanto mi dà tanto… buonanotte.

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Minzculpop

Pubblicato da sandro su 26 Settembre, 2009

Mentre la marmaglia fascista che governa questo paese sfigurato le prova tutte ma proprio tutte per far cadere un silenzio birmano intorno alle note vicende giuridico-sessual-politiche dell’Utilizzatore Finale (a proposito: signor Schifani, si vergogni e si dimetta); mentre insignificanti ciarlatani come Brunetta preannunciano fantomatici colpi di stato da parte della cosiddetta sinistra (che, per inciso, non sa nemmeno fare l’opposizione, figuriamoci quindi i colpi di stato) e gratuitamente ne offendono la tradizione culturale; mentre risibili guru padani si recano in visita ad altri risibili guru, stavolta cattolici; mentre gli indicatori economici descrivono una situazione inquietante, ecc. – mentre succede tutto questo, noi ci dobbiamo sorbire il Tg1, il direttore del quale viene affettuosamente chiamato “Minzo” dal sopraccitato U.F. Ottimo richiamo per un cagnolino ammaestrato.

Scrivo dopo aver subìto il telegiornale di Raiuno delle 20. Un’esperienza atroce – ma del resto è mai stato un piacere? Non sono andato oltre il primo quarto d’ora, anche perché il secondo quarto d’ora è di solito dedicato al Superenalotto, all’ennesimo delitto irrisolto, all’immancabile bizzarria australiana o portoghese, all’irrinunciabile coda sportiva dove si magnificano folle di evasori fiscali in pantaloncini corti e annessa velina.

Il sommario del primo quarto d’ora è questo:

-incontro Berlusconi-Ratzinger prima della partenza del pastore tedesco alla volta di Praga;

-viaggio del pastore tedesco a Praga;

-Annozero sotto inchiesta perché fa vero giornalismo;

-Fini e D’Alema “amoreggiano” alla festa del Pdl;

-Franceschini, vestito da montanaro, va a piantare la bandiera italiana sulle sorgenti del Po, lì dove Bossi trascina ogni anno i suoi compìti seguaci.

Di più non ho retto. Che indecenza. Che servilismo. Che regime.

Su Annozero ci tornerò sopra magari domani.

Il regime comunque è davvero scopertissimo, e il servizio sul puttaniere e l’ex nazista ne è la prova.

«Caro presidente, è una gioia per me rivederla», dice colui che prende 4 miliardi di euro dallo Stato italiano fra 8×1000 ed esenzioni fiscali.

«Santità, abbiamo fatto le corse con l’aereo per venire a salutarla», replica colui che dovrebbe abitare a San Vittore.

Il tutto a favor di telecamera, a favor di microfono, a favor di scatto, senza fastidi. E, soprattutto, senza vergogna.

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Primatisti del nulla

Pubblicato da sandro su 6 Settembre, 2009

Alcuni, per zittirmi, dicono che sarei un anticonformista, uno che per forza deve andare contro corrente, contro l’opinione invalsa, contro il tranquillo e collaudato quieto vivere. Be’, il vietume – io credo – dev’essere rimosso, dismesso.

Chi mi accusa, con sprezzo del ridicolo, lo fa appunto per tacitarmi quando tento di illustrare il mio punto di vista su ciò che ritengo superfluo, stupido, inutilmente dispendioso, fastidiosamente diseducativo.

Prendiamo questa giornata. La donna media passa la mattinata a messa e poi in cioccolateria, il pomeriggio in piazza con le amiche e la sera in compagnia di un telefilm. L’uomo medio dorme fino alle undici, poi fino alle quattro-cinque ci sono i gran premi di moto e macchine, la sera il posticipo e una riga di birre con gli amici. Che giorno bizzarro, la domenica. Non fosse per la messa, comunque, sarei tentato dall’affermare che il modo di trascorrerlo della donna media sia quello più avvincente. Il che è tutto dire.

Vesto dunque i panni dell’anticonformista e dico che non c’è niente di meglio della lettura (libri, giornali, blog), che gli “sport” a motore fanno ridere, e che annegare nella birra per salutare con una gragnuola di rutti il bel gol del milionario sgrammaticato di turno è patetico.

Come già dissi in morte del fratello Jacko, quale contributo alla causa dell’umanità apportano i Valentino Rossi e i Kimi Raikkonen e i Francesco Totti e le Federica Pellegrini? Cosa c’è, oltre all’atto fisico, oltre all’attimo del primato, di rilevante? Spesso infatti, come ahimè accade per certi scrittori o autori in genere, l’artefice del capolavoro si rivela essere una persona mediocre, assurdamente caricaturale, per non dire detestabile. E’ il caso senza dubbio degli “sportivi” predetti. Eppure essi paiono non realizzare, paiono non rendersi conto della responsabilità pubblica di cui – forse loro malgrado – sono investiti. Di sé mostrano i lati peggiori, meschini, venali, e in virtù di questi hanno costruito una carriera fiorente. La colpa si può addossare ai media, certo, ma è anche e soprattutto colpa dei consumatori di quella roba.

Penso che nulla batta in stravaganza le discipline consistenti nel girare intorno a una pista con mezzi motorizzati guidati da giovinastri esaltati e scarsamente sagaci. La cosa inizia e finisce lì. Si parte, si corre, si arriva, si incassa l’assegno. Nel frattempo qualcuno cade, si schianta, muore, lascia orfani bimbi di pochi mesi. Non lo nascondo. Per fortuna però lo stesso perverso meccanismo che ha concepito i gran premi ha escogitato sotterfugi di pari ingegno. Se il pilota X muore, gli si dedica il circuito, si ritira il suo numero, si ritarda la partenza successiva di un quarto d’ora, il suo faccione giovanile sventola dalle tribune imbandierate, ecc. Una scappatoia si trova sempre, e il carrozzone può spostarsi altrove.

Poi succede che i capi, i manager dei carrozzoni abbiamo condotte di vita esecrabili (Mosley indiva in casa sua festini porno-nazisti; Ecclestone ha dichiarato che la democrazia fa schifo e che meglio sarebbe se tornasse Hitler), ma il giornalista dalla voce suadente di turno provvederà a far rientrare il tutto come una gaffe sciocchina, una cosa che si è vista-non vista, un effetto subliminale. Guido Meda, per esempio, che di lavoro grida nel microfono quando un motociclista casca, è il perfetto prototipo della barbarie che in Italia, ovvio, è diffusa per mezzo di Mediaset. Sentire quello scalmanato parlare di banali ragazzotti illetterati come di eroici prometeici campioni mi fa schiumare di disgusto. Tuttavia vedo che lo scalmanato è apprezzato e che le gesta dei villani effettivamente suscitano un sentimento epico in chi vi assiste, per cui non posso far altrimenti che consumare in me stesso l’ardore animoso.

A nulla vale il tentativo di persuadere la gente che tutto ciò è effimero, vano, sterile. Ormai l’appellativo “eroe” non ha più alcun senso. Perfino i militari che muoiono da volontari ben stipendiati in Afghanistan sono, per il volgo addestrato dalla propaganda, degli eroi. Un popolo che necessita di così tanti eroi dozzinali è un popolo spacciato. Una volta collocato il nulla sul piedistallo, non si possono ammonire coloro che col nulla crescono e al nulla ambiscono.

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Balzi

Pubblicato da sandro su 20 Luglio, 2009

Pare che oggi ci sia da festeggiare: da una settimana televisioni, radio e giornali non fanno che ripetere ossessivamente il panegirico dell’Apollo 11, la missione spaziale che portò, quarant’anni fa, l’America in guerra fredda – non l’umanità – sulla Luna. Fatte le debite proporzioni, non fu molto più di un’incursione militare.

Quel giorno l’astro dei poeti, dei sognatori e degli innamorati venne violato, gli si conficcò una bandierina a stelle e strisce sul dorso e poi, fino ad adesso, ce se ne dimenticò. Le fanfaluche sull’uomo che va a colonizzare Marte, Saturno o Venere vennero dopo, e mi auguro di non esser più vivo quando questo dovesse succedere.

Dopo il “piccolo passo per l’uomo ma un grande balzo per l’umanità”, la celebre frase storica di Armstrong, l’interesse per i recessi dell’universo scemò a poco a poco, per purtroppo ridestarsi negli ultimi tempi. C’è infatti un aspetto delle attività di esplorazione spaziale che mi fa letteralmente schifo: la leggerezza con cui si bruciano soldi, energie e (talvolta) vite per fotografare sassi, raccogliere sabbia, scrutare attraverso l’obiettivo le policromie dell’atmosfera marziana.

In un mondo flagellato da guerre, povertà, ingiustizia e soprusi d’ogni sorta è semplicemente immorale, immorale, immorale buttare milioni, anzi miliardi di dollari ed euro nello spazio – un enigma che rimarrà tale, dal quale non caveremo risposte, soltanto dati, pietruzze e polveri. Coltivare sciocche speranze siderali è come ostinarsi a pregare un dio esistente nelle fantasie di cenobiti ipocriti. Le sole tasche che ne traggono vantaggio sono quelle belliche ed ecclesiastiche. Le quali notoriamente non hanno mai fatto compiere all’umanità alcun balzo in avanti.

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No vacation

Pubblicato da sandro su 13 Luglio, 2009

Io e l’autore n° 4, l’altra sera, fumavamo un sigaro e sorbivamo lentamente del whisky in giardino, mentre da qualche parte, nei paraggi, luccicavano i lampi di certi fuochi d’artificio esplosi senza parsimonia.

Sentendo che la quieta serata estiva – una fresca serata estiva – era stata bruscamente interrotta dal fastidioso, generale sollazzo, mi sono lasciato andare a dichiarazioni livorose, di cui vi faccio volentieri partecipi.

In buona sostanza sostengo che l’estate sia una stagione detestabile, e questo per diverse ragioni di assortita natura.

In primo luogo è una stagione rumorosa, è il periodo nel quale coincidono le ferie di quasi tutti, per cui una folla immensa, stravagante e chiassosa prende d’assalto le coste, le colline, i monti e pretende di stravolgere a suo piacimento i ritmi, magari blandi e sonnacchiosi, della foss’anche meno attraente cittadina di provincia. L’urgenza della massa è comprensibile – non sono cinico fino a tal punto: ricrearsi dopo mesi di impiego, durante i quali le è stato alienato il diritto di godere appieno della propria vita. Conosco gente che legge meno di un libro all’anno, va al cinema solo a Natale, non va mai al museo o a teatro, e non appena si fa caldo rivendica a sé stessa ogni briciolo di ora o di minuto. Lavorare è una sacrificazione, sottrae all’individuo tempo e volontà; libera dallo stato di necessità, è vero, ma non trasforma infine l’uomo in un mero consumatore e usufruttuario di beni e servizi? Dunque si verifica un’accumulazione di sogni e desideri repressi, si crea una pressione interiore che chiede soltanto d’essere scaricata. Di conseguenza si approfitta di ogni istante di pausa, di ogni interruzione del continuum produttivo, per sfogare la costrizione fisica e psicologica che attanaglia l’esistenza. Un tempo non lo so, ma al giorno d’oggi sfogarsi equivale ad ubriacarsi di svago e divertimento. Due settimane di ferie devono essere così piene di cose da fare e così pervase di leggerezza da parere il doppio. Vien da sé che se non deve avanzare tempo perché il tempo va destinato alla distrazione, non ce n’è mai per leggere, ascoltare un concerto, visitare una mostra, acculturarsi. E’ un periodo rinunciatario, quello estivo. Nel corso delle stagioni temperate si rinuncia, in cambio dello stipendio, a prendersi intellettualmente cura di sé; in estate si rinuncia a tutto fuorché allo spasso, che dovrebbe inconsciamente risarcire il corpo e lo spirito del tempo dissipato lavorando. Divertirsi è cosa buona e giusta, temo però che abbia preso piede un concetto alquanto equivoco di divertimento, un concetto piuttosto volgare, poiché tutto si è involgarito. I centri urbani vengono al crepuscolo stretti d’assedio da persone urlanti e gironzolanti, riunite in gruppi, che arrivano e ripartono a bordo di macchine somiglianti ad aerei, parlano, o meglio urlano, sotto il terrazzo dell’incolpevole che usa la notte per dormire, ribattono indispettiti e maleducati se ripresi, se ne infischiano delle altrui esigenze perché traboccano d’egoismo, e quando, come mosche avide, esauriscono il nutrimento ricavabile da una carogna, cambiano destinazione, cambiano città. Il divertimento ricomincia e va avanti due lunghe settimane.

In secondo luogo è una stagione conformista, che forza al conformismo. Attribuisco la colpa del livellamento verso il basso del modo di trascorrerla alla televisione e ai media che diffondono le mode e incitano all’adeguamento. Non troppi anni addietro se non ti gettavi da un ponte con un elastico attorcigliato alle caviglie eri un idiota, uno che non si sapeva divertire, appunto. Adesso devi essere un casinista, abbronzatissimo, con un taglio di capelli a dir poco grandguignolesco e con in testa la f**a costi quel che costi. Esagero un po’, d’accordo, ma alle latitudini dove vivo io vi assicuro che è così. Parlando con alcuni esponenti di tale tendenza, che incidentalmente conosco o coi quali mi capita di vivere una situazione di transitoria promiscuità, è emersa prepotentemente addirittura la sofferenza che il non allinearsi al dettato estetico più invalso procura. Tutta questa stupidità non mi avrà mai, e se il prezzo da pagare per la mia resistenza sarà l’isolamento, sarò prontissimo a pagarlo. Perché, mi chiedo, un romanzo non seduce quanto una corsa sugli autoscontri? Domanda sciocca, direte. Eppure, perché il chiasso e l’evasione attraggono di più della calma e la meditazione?

Concludo qui, sperando di non aver importunato od offeso voi lettori. A tempo debito, ad ogni modo, scriverò qualcosa sugli esodi e sui viaggi a base di villaggi turistici e crociere cui molti compatrioti usano abbandonarsi. Ci sarà da divertirsi.

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Game over

Pubblicato da sandro su 7 Luglio, 2009

michael-jackson

Oggi o domani, finalmente, metteranno sotto terra il cadavere di Michael Jackson, a quanto pare una delle persone più importanti della corta storia umana. Se si guarda lo spazio che media di ogni sorta hanno dedicato alla “tragica morte” di cotanto ingegno, vien da pensare che si è perduto il senno. Quale contributo, mi sono ripetutamente chiesto mentre vedevo in televisione migliaia di fans disperarsi e strofinare la faccia rigata di lacrime in un’icona raffigurante il Nostro, quale contributo ha dato al corso degli umani eventi un soggetto come questo? Io, sapete, non sono per niente un ascoltatore di pop, rock, ecc., ammesso che li si possa definire musica, perciò sono preconcetto. Chi mi spiega, allora, il titanismo intellettuale che il mondo avrebbe perso lo scorso 25 giugno? Davvero, non capisco, è più forte di me, o sono troppo stupido per arrivarci. La biografia di Jacko (terribile nomignolo da sedicenne confuso che i giornalisti ripetono con affetto smodato per riferirsi a un cinquantenne), dischi a parte, è fatta di operazioni per scolorare la pelle e affilare il profilo del volto, sonni in camera iperbarica, beveroni a base di barbiturici, paranoie, capricci da vecchio rincitrullito, case con ruote panoramiche, vestiti da parata carnevalesca. E, ultimo ma non ultimo, un processo per pedofilia dalla sentenza molto controversa. A una persona comune, all’uomo della strada, questi elementi costerebbero la pubblica disapprovazione nonché, considerando l’ultimo punto della lista, il pubblico linciaggio e la castrazione chimica calderoliana. Ma Jacko è Jacko, suvvia, un Artista (possiamo ardire di accostargli un imbrattacarte come Kafka o un imbrattamuri come Raffaello?). Figuriamoci se gli artisti non sono eccentrici, è questo il cliché, non è vero? Dunque questa salma imbalsamata, questo spirito redivivo che alcuni affermano di aver intravisto fra i tendaggi di Neverland, ha resuscitato con la morte l’interesse della gente per la sua persona e rinvigorito gli interessi percepiti dai suoi congiunti con i diritti d’autore. Non sono mai stati venduti così tanti dischi del Divino prima d’ora. Non sono mai state dette e scritte tante sciocchezze su un tema tanto sciocco prima d’ora (le presenti righe comprese). Perché, infatti, a me che non me ne frega nulla, dev’essere mostrato il volto tumefatto, il volto da mostro di Frankenstein, di quest’omuncolo sera e mane, sera e mane? In fondo cos’è morto? Quando morì Mozart, e vorrei sottolineare Mozart, gli fu fatto un funerale sommario e altrettanto sommariamente lo si inumò in una fossa comune. Senza scandalo. Ah, ma forse Mozart non aveva sufficienti credenziali: non si nutriva di farmaci, non vagava con indosso mascherine e altri orpelli, non insidiava bambini. Aveva solo composto, fra le altre cose, un cavolo di Requiem. Eh già, vuoi mettere Thriller?

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