Ai Nostri Posti

Ora e sempre Resistenza

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Fantapolitica domenicale

Pubblicato da prescinseua su 15 Novembre, 2009

Un paio di settimane fa la Cassazione ha sancito un principio importante. Ha deciso che per parlare di famiglia, almeno quando ci sono di mezzo maltrattamenti tra partner, è sufficiente constatare la ‘stabilità del rapporto’ per poter applicare gli articoli del codice penale che riguardano la violenza familiare. Si tratta di una sentenza singola che nel diritto italiano non fa giurisprudenza (anche se è l’ultima di una lunga serie di decisioni in materia da parte della Suprema Corte) e si tratta di una sentenza penale in cui si sancisce un principio molto pratico che non deve per forza avere conseguenze anche in materia civile. Nella fattispecie la decisione della Cassazione consente di applicare aggravanti di pena altrimenti impossibili per una “normale” aggressione.

Non tutti però la vedono allo stesso modo. Cotanta sentenza è per esempio bastata per suscitare le ire dei lettori del Giornale che nei loro commenti ad una preziosa perla di Marcello Veneziani si sono scatenati a discettare di teologia, biologia, zoologia oltre che di storia del costume con lo stile crudo che tanto li contraddistingue. Tra tutti un commento in particolare mi è saltato all’occhio. Un commento solo, è vero, però importante per un riferimento che contiene. Il lettore Terzino al commento numero 108 si lascia scappare la constatazione che l’articolo 29 della Costituzione purtroppo non è stato ancora modificato e lascia chiaramente intendere che ciò dovrebbe avvenire quanto prima se si hanno a cuore i destini della famiglia italica. Come sapranno i lettori, l’art. 29 parla di famiglia come ‘società naturale fondata sul matrimonio’ e di ‘coniugi’. Oibò, belle parole, non c’è che dire, ma anche assai vaghe e facilmente fraintendibili. Del resto, chi sa definire in maniera chiara cos’è la ‘natura’? E come non inorridire davanti a quel pericolosissimo (e doppiamente maschile) ‘coniugi’? Il fatto che anche i lettori del Giornale inizino a capire che la Costituzione così cattolica poi non è indica che la battaglia per la laicità dello Stato si sta spostando su un livello più alto rispetto al passato, non più puramente mediatico-culturale o politico, ma persino costituzionale. E più d’uno sta affilando le armi per questa battaglia che potrebbe rivelarsi letale per la nostra Carta fondamentale. Anche la proposta del giudice costituzionale Napolitano, già avvistato ad una cena con Berlusconi e Alfano a casa di Gianni Letta, di consentire ai membri della Consulta – se stesso in primis, evidentemente – il dissenso pubblico (quindi inevitabilmente politico) rispetto alle decisioni della Corte può essere indubbiamente inserita nel quadro di questa escalation volta a delegittimare o quanto meno a svuotare di significato il massimo organo di garanzia posto a tutela della Costituzione. Si aggiungano poi gli appelli, tra gli altri di Alessandra Mussolini, al riconoscimento costituzionale delle radici cattoliche dell’Italia e il sospetto si fa certezza.

Esagerato? Temo di no, e cercherò di spiegarvi il perché. Ma prima un salto indietro nel tempo. Nel corso dei primi mesi del 2009 una coppia omosessuale di Venezia si è rivolta al comune di residenza per richiedere le pubblicazioni del proprio matrimonio. La coppia ha agito di concerto con l’associazione Certi Diritti, legata ai Radicali, e ha richiesto che la risposta dell’Ufficiale di Stato Civile della città lagunare le venisse fornita per iscritto. L’esito della procedura è stato prevedibilmente negativo: il codice civile italiano e la sua applicazione corrente lasciano chiaramente intendere che a sposarsi possono essere solamente un uomo e una donna. Lasciano intendere? E già, perché il codice civile vieta tante cose in tema di matrimonio, per esempio fratello e sorella non possono sposarsi, ma non vieta da nessuna parte in maniera esplicita le nozze tra persone dello stesso sesso. Né parla di ‘uomo’ e ‘donna’, ma semplicemente – ci risiamo – di ‘coniugi’. La coppia in questione ha ritenuto ce ne fosse abbastanza per fare ricorso. E il tribunale di Venezia le ha dato atto di aver messo in luce un punto poco chiaro della legge vigente e ha conseguentemente scelto di chiedere il parere della Corte costituzionale. Di lì a poco anche il tribunale di Trento ha adito anch’esso la Consulta in relazione ad un caso analogo in cui la coppia era nuovamente assistita da Certi Diritti. Risultato: due ricorsi molto simili su cui la Corte si pronuncerà verosimilmente nel giro di un anno. Subito prima o subito dopo l’estate 2010 quindi.

Il tribunale di Venezia nelle proprie motivazioni fa riferimento certo a ciò che i costituenti potevano intendere per ‘matrimonio’, ma allo stesso tempo fa notare che la formula ‘coniugi’ venne probabilmente preferita proprio per la sua vaghezza. Il principio di apertura alle evoluzioni del costume e della morale (per quanto non prevedibili negli anni ’40) deve prevalere su un approccio filologico alla Carta. Tanto più che la legge civile distingue chiaramente l’istituto del matrimonio da quello della filiazione. In pratica, come è logico, ci può essere matrimonio senza figli e ci possono essere figli senza matrimonio. Con la differenza che per fare figli ci devono essere una donna e un uomo. Logica estensione del ragionamento è il fatto che in tema di adozione il codice civile parla esplicitamente di ‘marito’ e ‘moglie’. Il che da un lato può rassicurare coloro che sono contrari all’adozione da parte delle coppie omosessuali – una sentenza positiva della Consulta non si estenderebbe a questa forma di filiazione – e dall’altro conferma appunto che il legislatore, quando vuole, sa fare – eccome! – chiarezza sulla composizione della coppia. In aggiunta, ovviamente, il tribunale stesso ricorda il già citato articolo 29 della Costituzione, l’articolo 3 che vieta ogni discriminazione in base a ‘condizioni personali’ oltre agli articoli 2 (tutela delle formazioni sociali in cui si svolge la personalità dell’individuo) e 117 comma 1 (obblighi comunitari, leggasi in particolare Trattato di Lisbona e Carta di Nizza).

Capirete quindi già da soli verso quale iceberg la Costituzione italiana sta navigando. Tutto dipende dalla decisione della Consulta, ma in qualunque senso questa deliberi, quel che è certo è che si tratterà di una decisione esplosiva. L’impatto politico di un’interpretazione tradizionalista lascerebbe in teoria ancora spazio per una sorta di civil partnership, contentente per i contraenti gli stessi diritti e doveri di una coppia sposata, semplicemente con un altro nome. Politicamente però una scelta del genere avrebbe un impatto talmente forte da rendere remota e impraticabile per molti anni persino una scelta assai timida come quella dei Didorè. Analogo ragionamento è possibile fare nel caso di approvazione da parte del parlamento della proposta di modifica dell’articolo 29 presentata dal senatore Malan (e pensare che è valdese…). Il nuovo articolo riconoscerebbe il matrimonio come ‘unione tra un uomo e una donna’ e in questo modo non escluderebbe di per sé la possibilità di regolamentare altre forme di unione o persino altre definizioni di matrimonio. A breve e medio termine però tale eventualità risulterebbe per le medesime ragioni appena esposte politicamente non praticabile.

Per una scelta così conservatrice la Consulta dovrebbe in realtà fare diversi salti mortali e dare interpretazioni assai originali di più di un articolo. Sarebbe un suo diritto e potrebbe farlo – come ha dimostrato ancora di recente – anche a maggioranza risicatissima. Più lineare risulterebbe tuttavia una sentenza positiva, anche se la Consulta in più di un’occasione – per esempio, in materia televisiva – si è dimostrata non insensibile agli equilibri politici del momento. Non è esclusa quindi una sentenza in linea di principio favorevole al matrimonio tra persone dello stesso sesso ma con qualche formuletta che ne posponga di fatto l’entrata in vigore, poniamo, a quando il Parlamento deciderà di legiferare appositamente in materia. Una vittoria per tutti che nell’attuale guerra di posizioni verrebbe probabilmente venduta – contro ogni evidenza – come un no al matrimonio gay.

Ma veniamo all’ipotesi più interessante e pericolosa. Nella fattispecie mi interessano le conseguenze politiche della questione e la potenziale minaccia alla Costituzione stessa che a quel punto potrebbe profilarsi. Il confronto con il Lodo Alfano è assai interessante. Berlusconi ha blaterato nelle ore immediatamente successive alla sentenza di voler provare a reintrodurre l’immunità per se stesso con legge costituzionale. Lo stesso testo appena dichiarato incostituzionale verrebbe fatto rientrare dalla finestra e inserito proprio in quella Costituzione che non potrebbe tollerarlo a meno di non metterne in pericolo i delicatissimi equilibri. Non so se quel progetto resti in piedi per il Lodo Alfano, ma l’invito al rispetto per il Capo dello Stato e per la Corte costituzionale arrivato da Fini fa presumere, salvo ripensamenti dello stesso Fini o di Casini che in queste ore sembrano meno lontani, che Berlusconi non si senta le spalle abbastanza coperte per tentare il definitivo assalto alla diligenza. Meglio tornare a puntare sulle lentezze della giustizia, sulle arguzie dei suoi legali e soprattutto sulla vecchia e cara prescrizione (eventualmente accorciandola per legge). Viene così rimandato alla prossima occasione l’aggiramento anche dell’ultimo ostacolo che ancora impedisce a Berlusconi di fare con la Costituzione quel che gli pare e piace. La Consulta appunto, che a quel punto potrebbe pronunciarsi come vuole su tutto per poi vedersi beffata regolarmente da sistematiche modifiche alla Carta a colpi di maggioranze parlamentari. Sembra un colpo di stato, ma non lo è. È semplicemente uno dei vari buchi neri lasciati dai Padri costituenti che Berlusconi ci sta facendo scoprire poco a poco.

Ora, capite anche voi lo scenario che si va delineando. Una sentenza sul matrimonio omosessuale è ben altra cosa da una sentenza sull’immunità del presidente del consiglio (e altri comprimari) di cui molti italiani non hanno capito granché e nell’interpretazione della quale possono facilmente entrare in gioco anche manovre di palazzo non sempre trasparentissime. Al contrario, gli animi si surriscalderebbero subito e le alleanze politiche pure. Difficile pensare che Fini o il PD richiedano in quel frangente il rispetto della sentenza con la stessa fermezza con cui hanno difeso la pronuncia sul Lodo Alfano. Difficile pensare che il Vaticano non inizi a scalpitare e a sfuriare con l’occhio lungimirante rivolto anche alla modifica dell’articolo 33 (scuola privata). Difficile pensare che Berlusconi si lasci scappare l’occasione per prendere uno stormo intero di piccioni con una sola, piccolissima fava. Sancire finalmente la santissima alleanza con il Vaticano, spingere definitivamente le diverse anime del PD all’implosione o in alternativa alla conversione finale e realizzare infine il suo legittimo (ahimé, pure legittimo) colpo di stato. E per di più con la complicità di gran parte dell’opposizione che, ancora tutta impegnata a cincischiare (Franceschini) di diritti individuali dei componenti la coppia di fatto (sic) o (Bersani) di coppie omosessuali in nulla assimilabili al matrimonio (non è noto se si sia fatto anche il segno della croce nel pronunciare queste parole), arriverebbe una volta di più totalmente impreparata alla battaglia decisiva.

Uno scenario da incubo? Il delitto perfetto, per giunta così a portata di mano? O forse semplicemente fantapolitica? Solo pochi mesi e avremo la risposta. Nel frattempo, estote parati!

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Silviolo Augustolo

Pubblicato da sandro su 8 Ottobre, 2009

Le coincidenze sono per loro natura curiose. Venti giorni fa, quando il regimetto oggi ridimensionato (non ancora deposto, ahinoi) dalla Corte costituzionale approntava a Porta a porta la famosa puntata coreana sull’Abruzzo (poi fallita negli intenti, visto che gli ascolti erano stati inferiori a quelli dei cartoni animati mattutini), in segno di protesta e solidarietà con Raitre m’ero visto La caduta, il film sugli ultimi giorni di Hitler nel bunker della Cancelleria berlinese. Ieri sera, dopo aver di sfuggita sentito per radio che la robustezza della Costituzione aveva per l’ennesima volta sventato un attacco alle basi della democrazia, stavo andando con uno stimato amico al cinema per vedere Bastardi senza gloria, il nuovissimo film di Quentin Tarantino sulle imprese di una banda di ebrei americani ammazza-nazisti. In entrambe le circostanze Hitler muore; in entrambe le circostanze Berlusconi ha perso la testa. Nello studio dell’imparziale Vespa aveva dato a tutti quanti noi, che ci pregiamo di essere suoi strenui oppositori, dei farabutti. Saputo il verdetto della Consulta si è invece prodotto nel garbato e liberale parere che Nicola ha perspicacemente pubblicato più sotto. Il risultato non cambia, caro Berlusca: Repubblica italiana – Regno di mignotte e io so’ io e voi nun siete un cazzo 2 a 0.

Ora bisogna fare le persone serie, sebbene la tentazione sia di stappare il prosecco e denudarsi in piazza. Bisogna rispettare la sentenza, come fosse una piacevolissima facezia, e attendere la pubblicazione delle motivazioni della sentenza, cosicché ce ne si possa fare un’idea compiuta. Bene, attenderemo. Attenderemo, sì, ma nel frattempo qualcuno dovrebbe prendere dei provvedimenti sulle intollerabili infamie pronunciate dal ridicolo premier contro le cosiddette massime cariche dello Stato – quelle alle quali anch’egli s’illudeva appartenere. Non può esistere un presidente del Consiglio (sì, va be’, è una specie di Al Capone de noantri, d’accordo, ma non può esistere lo stesso) che dice impunemente quello che dice della Corte costituzionale e del presidente della Repubblica, solo perché non hanno soddisfatto le sue pretese, solo perché hanno inteso alla lettera il principio illuminista – quindi occidentale – della separazione dei poteri. Il piccolo uomo alla guida del Governo ha una mentalità aziendalista, il che lo dispensa dall’avere un cervello sobriamente funzionante. Ma non può, non può, non può mettere in discussione l’impianto democratico del paese, un impianto già fragile e che per nostra fortuna nei momenti critici funziona nonostante tutto, rivelando la lungimiranza dei padri costituenti. E deve smetterla, questo perenne imputato, di dare lezioni di libertà. Libertà provvisoria, come scrive sempre Marco Travaglio.

Ne vedremo delle belle, non subito, ma ne vedremo. Quel che da sei mesi accade sotto gli occhi del mondo intero non può vanamente scorrere e andarsene. Ci fosse un Parlamento sovrano e non un Sultanato il premier sarebbe da tempo a spasso – anzi a San Vittore. Ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria, è un principio della fisica. Se tanto mi dà tanto, in un modo o nell’altro qualcosa succederà. Ed è proprio perché qualcosa succederà che il cosiddetto presidente del Consiglio strepita, grida al complotto, straparla di magistrature eversive, tira in ballo Napolitano con sospetti ridicoli, e dice sfrontato che governerà fino alla fine (dei tempi). Lo fa per inibire le conseguenze, le ovvie conseguenze. Nostra cura sarà di non chinare mai la testa. C’è stato Romolo Augustolo, ci sarà anche Silviolo Augustolo.

berlusconi_imperatore

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Ghedoni

Pubblicato da sandro su 6 Ottobre, 2009

La nostra Costituzione è stata evidentemente scritta da degli idioti. L’articolo 3 non se lo fila più nessuno. Démodé. E’ bastato infatti un Ghedini o un Ghedoni di turno – come dice il sempre intelligente Gasparri – per demolire il castello di sciocchezze colà eretto. Uguaglianza di fronte alla legge… che concetto assurdo, astratto! S’è mai sentito di un presidente del Consiglio messo sullo stesso piano di un macellaio o di un macchinista o di un maestro? Figuriamoci, barzellette! Un capo di governo è un capo di governo, che cavolo! Una persona illuminata, a volte unta addirittura dal Signore, investita dell’autorità dal popolo stesso direttamente! Mica si può trattare uno così come fosse una persona normale, siamo scemi? E se poi ci pentiamo (citando Padre Maronno)?

Ghedini o Ghedoni ha detto testualmente che il presidente del Consiglio, a causa del ruolo particolare da lui ricoperto, è primus super pares, cioè si può fregiare del marchesegrillesco titolo: io so’ io e voi nun siete un cazzo. Ah che giurista, il Ghedini o Ghedoni! che mente sottile! che plastico interprete della legge! Se mai dovessi avere un figlio (o una figlia – Saya permettendo), l’obbligherei a studiare duramente come il grande Ghedini o Ghedoni, a credere nell’etica della giustizia come il grande Ghedini o Ghedoni, a battersi perché le ragioni del più debole prevalgano sull’iniquità del più forte come il grande Ghedini o Ghedoni. Poi, suggerirei anche di dotarsi degli stessi denari che il grande Ghedini o Ghedoni percepisce difendendo il sacro principio del bene.

In realtà abbiamo oggi assistito all’estremo tentativo degli onorevoli avvocaticchi berlusconiani (come De Bortoli splendidamente li definì) di salvare il capo. Per amor della giustizia e, per una volta almeno, della legalità in questo paese mi auguro falliscano, mi auguro la Corte sopprima il lodo Alfano e sopprima soprattutto l’insana idea che in esso cova: l’idea che alcuni maiali – citando stavolta Orwell – siano più uguali degli altri. Non a caso Calamandrei (che effetto strano citare un grand’uomo simile nello stesso articolo in cui compare Ghedini o Ghedoni…) definiva l’articolo 3 rivoluzionario; perché abbatteva il fulcro dell’ideologia fascista; perché diceva – e dice – che tutti sono uguali, che tutti hanno gli stessi diritti, che tutti hanno gli stessi doveri.

Ce la farà Ghedini o Ghedoni a salvare chi gli paga lo stipendio dalle patrie galere? Chissà. Speriamo di no. Nel frattempo mi concentrerei, fossi in voi, a pensare a tutti questi galantuomini e alla parola che, unica e sola, li qualifica per ciò che sono e sempre saranno. Un aiutino: fa rima con l’illustre Ghedini o Ghedoni.

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Contro l’omofobia in nome dei nostri valori

Pubblicato da prescinseua su 3 Settembre, 2009

Andiamo tutti a San Giovanni, venerdì prossimo. Andiamo, anche noi di Ffwebmagazine, alla fiaccolata organizzata a Roma dalle associazioni gay. Anche il sindaco Alemanno si è mostrato sensibile a questi temi, dichiarando che «c’è sicuramente un fenomeno di emulazione negativa sul quale bisogna stare molto attenti». Tanto per chiarire che la destra non è e non deve essere indifferente all’ondata di omofobia che si è fatta, soprattutto nella capitale e soprattutto negli ultimi giorni (aggressioni, insulti, minacce, bombe carta) più preoccupante. Inoltre, il Comune, insieme con la Provincia e la Regione sta organizzando una fiaccolata contro ogni forma di intolleranza e discriminazione, che si svolgerà il 23 settembre.

Noi ci saremo, perché crediamo che, comunque la si pensi sulle unioni omosessuali, Pacs, Didore e simili, non si può far finta di dimenticare che a fondamento della convivenza civile di un paese europeo e democratico, ci sia il rifiuto di qualunque tipo di violenza. Un rifiuto valido sempre e comunque, senza attenuanti. E ci saremo perché crediamo che fare una buona politica (o semplicemente essere buoni cittadini) significhi innanzitutto cercare di sradicare i troppi residui di razzismo, di prepotenza e di discriminazione ingiustificata (quella che vorrebbe escluderti per cosa sei e non per cosa fai), che ancora inquinano la nostra società.

Qualche parlamentare nostrano, evidentemente restìo a sfilare con gli omosessuali o a dare troppa visibilità all’allarme omofobia (perché «a Roma non c’è un allarme in tal senso»…), ha ricordato che, più di questa, servirebbero tante altre fiaccolate: «Contro la violenza ai bambini, alle donne, agli anziani soli, contro la malasanità, la cattiva assistenza ai deboli». Perfetto, se e quando deciderà di organizzarle, saremo in prima fila. Adesso, il “benaltrismo” serve a poco. E rischia di diventare un penoso paravento. Serve invece un segnale forte. Un segnale rivolto anche a noi stessi. Che serva a ricordarci quali sono i principi su cui si sostiene la nostra Repubblica – abbiamo una Costituzione che garantisce a tutti i cittadini di poter «sviluppare pienamente la loro personalità sul piano economico, sociale e culturale» – e per ricordarci che siamo davvero un “paese civile”. E per ricordarci che le personali convinzioni religiose non possono in alcun modo limitarli, quei principi fondamentali.

Oltre tutto, come hanno sottolineato dal Campidoglio, la fiaccolata è «una reazione della città di Roma contro ogni forma di intolleranza e di violenza». Non ha colore politico. Non ci vengano a dire che chi manifesta contro le aggressioni squadriste è a favore delle adozioni gay (qualcuno ci proverà sicuramente). O che una legge contro l’omofobia sarebbe una pericolosa deriva zapatersita. La deriva pericolosa è un’altra: che si chiuda un occhio, e poi si chiudano tutti e due. Per quanto ci riguarda, ci sono pochi distinguo da fare. Qui si tratta di rudimenti di senso civico, tutto qui.

Federico Brusadelli, Fondazione FareFuturo

2 settembre 2009, http://www.ffwebmagazine.it/ffw/page.asp?VisImg=S&Art=2088&Cat=1&I=immagini/Foto/fiaccolata_int.gif&IdTipo=0&TitoloBlocco=NEWS%20FfMagazine&Codi_Cate_Arti=7

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Dissenso e manganello: Vicenza, per noi

Pubblicato da sandro su 5 Luglio, 2009

Nella giornata dell’indipendenza, Vicenza si trova sotto occupazione militare; migliaia di agenti in assetto antisommossa, con i manganelli in pugno e le maschere antigas al volto, si sono schierati fin dalla mattina nell’area limitrofa al Dal Molin, smentendo le parole del questore Sarlo che nei giorni passati aveva dichiarato che il corteo sarebbe stato libero di percorrere le strade della città.

Una prova – l’ennesima – dell’arroganza di chi vuol imporre la nuova base statunitense; un messaggio chiaro, a sfidare coloro a Vicenza come altrove si ostinano a “osare la speranza”. Nella città del Palladio, diceva quell’ingente quanto minaccioso schieramento di militari accompagnati da decine di mezzi blindati, la democrazia non esiste. Accettare e aver paura è quel che il governo chiede ai vicentini.

Una situazione, quella che si sono trovati di fronte i manifestanti quest’oggi, sulla quale Obama ha da dare più d’una spiegazione. Perché se questo è il cambiamento promesso dal presidente statunitense, qualcosa non torna. Non solo ai vicentini è stato vietato esprimersi con una consultazione popolare; non solo è stato impedito ai cittadini di conoscere le conseguenze che avrebbe la realizzazione del progetto, attraverso una Valutazione d’Impatto Ambientale. Quest’oggi, con lo schieramento provocatorio di migliaia di carabinieri ai margini del percorso della manifestazione, si è anche tentato di impedire l’espressione del dissenso.

Come scriveva il commissario Paolo Costa, per chi vuol imporre la nuova base è necessario “sradicare alla radice il dissenso locale”; e, visto che di argomentazioni convincenti a sostegno del progetto non ce ne sono, da alcuni mesi la questura ha deciso di mostrare il muso duro. Botte lo scorso 6 settembre sui vicentini seduti per terra; minacce il 10 febbraio contro chiunque osava avvicinarsi a Via Ferrarin. E, oggi, un’occupazione militare che ha fatto sembrare Vicenza una zona di guerra più che una città in cui è riconosciuto il diritto democratico di manifestare.

È servito il coraggio di esserci di migliaia di persone – almeno 20 mila – per difendere il diritto di percorrere strada S. Antonino senza la minacciosa presenza di manganelli e maschere antigas; è servita la determinazione di una mobilitazione che per il suo non volersi arrendere all’imposizione viene messa all’indice come violenta ed estremista.

Ma a chiunque percorreva oggi l’area intorno al Dal Molin era evidente chi difende l’illegalità e chi la democrazia: da una parte migliaia di agenti armati di tutto punto, a intimidire una città che vuol costruire il proprio futuro; dall’altra un corteo composito, trasversale, che ha capito che i reticolati e la militarizzazione del territorio sono la metafora dell’imposizione. Chi oggi difendeva militarmente il Dal Molin ha difeso un’illegalità imposta con l’autoritarismo; e accettare questa situazione senza rivendicare con determinazione il proprio diritto a manifestare liberamente equivaleva ad alzare le mani di fronte a coloro che vogliono calpestare, con i propri scarponi chiodati, la città berica.

Lo sappiamo: domattina si aprirà la gara dei moralisti; perché in tanti preferiscono abbassare la testa al violento vassallo di turno – il questore Sarlo – invece di denunciare l’insopportabile occupazione della città. Perché troppi non hanno il coraggio di riconoscere che i manifestanti hanno il diritto di tutelarsi e difendersi di fronte a un’arrogante rappresentazione della forza con la quale lo Stato vorrebbe far valere la propria decisione di costruire la base.

Oggi abbiamo visto il vero volto di chi vuol imporre la base: arrogante, minaccioso, violento; volevano costruire una trappola in cui far sfilare un corteo umiliato e minacciato dallo schieramento, ai suoi lati, di migliaia di militari. Ma, oggi, abbiamo visto ancora una volta il volto della Vicenza che ama la sua città: incredula, di fronte a tanta militarizzazione, ma anche determinata e incazzata. La città berica non si fa calpestare. No Dal Molin? Yes, we can.

(fonte: www.nodalmolin.it)

I ‘No Dal Molin’ festeggiano il 4 luglio con una dichiarazione d’indipendenza dagli Usa

di Paola Zanca

Mentre a Lecce torna la Notte bianca, la Riviera Adriatica si sollazza nella Notte Rosa, e mezza Italia è in fibrillazione per l’inizio dei saldi, a Vicenza, sabato 4 luglio, dichiarano l’indipendenza dagli Stati Uniti d’America. Nessuna guerra di mezzo, sia chiaro. A Vicenza vogliono la pace. E proprio perché di armi e divise non ne possono più, i No Dal Molin tornano in piazza. O meglio, tornano nel terreno chiuso dal filo spinato dove gli americani vorrebbero allargare la loro base.

Obiettivo: riprenderselo. E quale giorno migliore di quello in cui nacquero gli States? Come loro si liberarono dai coloni britannici, dicono a Vicenza, noi vogliamo l’indipendenza dagli oppressori americani. Insieme a loro ci saranno tante persone, ne prevedono – perfino dalla questura – dalle dieci alle quindicimila. Arriveranno con treni e pullman (http://www.nodalmolin.it/spip.php?article324) da tutta Italia. E poi, dalla parte dei No Dal Molin, ci saranno anche Gino Strada e la sua Emergency, l’Arci, i Beati Costruttori di Pace, Attac, Donne in Nero, il sacerdote genovese don Andrea Gallo, gli scrittori Ascanio Celestini, Massimo Carlotto, Erri De Luca. E ancora Noam Chomsky, Dario Fo, Franca Rame, Oliviero Beha e Marco Travaglio.

L’ospite che loro aspettano, però, è soprattutto un altro. Si chiama Barack Obama, e nei prossimi giorni sarà in Italia per partecipare ai lavori del G8. Non gli chiedono molto. «A noi basta che si affacci dal piazzale della Vittoria di Monte Berico – spiegano i No Dal Molin – e veda dove l’arroganza del suo predecessore e il servilismo idiota dei nostri governanti hanno piazzato una base per fare guerre e terrorizzare il mondo. Poi – aggiungono – decida lui il da farsi». Gliel’hanno chiesto in una lettera (http://www.nodalmolin.it/spip.php?article342) una settimana fa, appellandosi a valori come «la democrazia, il rispetto, la legalità, la trasparenza».

Insomma, guai a parlare di antiamericanismo, ma sabato a Vicenza si faranno sentire. Un blitz l’hanno già fatto, più o meno un mese fa (http://www.nodalmolin.it/spip.php?article210). Una decina di loro sono stati denunciati per introduzione clandestina in luoghi militari. Onde evitare problemi, questa volta, lo spiegamento di poliziotti e carabinieri sarà massiccio più che mai. L’ordine da rispettare è uno: vietato entrare nell’aeroporto. «I manifestanti non potranno accedere in viale Ferrarin – ha spiegato il prefetto Piero Mattei – Il corteo dovrà fermarsi alla rotatoria di viale Dal Verme». I No Dal Molin ci proveranno lo stesso: «Lo faremo con la tranquillità e la determinazione che caratterizzano la mobilitazione vicentina – spiegano – ma senza assoggettarci al diktat di quanti sono stati incaricati dal governo di difendere l’imposizione del cantiere e che vorrebbero anestetizzare la nostra mobilitazione, rendendola folkloristica e non efficace. Entrare al Dal Molin – proseguono – significa restituire la dignità calpestata alla città del Palladio; ma, anche, ristabilire con determinazione la differenza tra la condizione di cittadini – quali noi vogliamo essere – e sudditi del governo di turno. Perché quel che è in gioco a Vicenza, ancor prima della falda acquifera e del territorio, è la possibilità reale di noi donne e uomini di poter incidere sul futuro dei nostri borghi, dei nostri quartieri, delle nostre città».

D’altronde, ne hanno fatte tante. Ricordiamo solo alcune delle ultime: un referendum fatto nonostante l’annullamento da parte del Consiglio di Stato, l’invio di una delegazione a Washington, l’acquisto collettivo del terreno su cui sorge il Presidio permanente e dove, secondo il progetto, dovrebbe essere realizzato l’ingresso nord della base militare. Molte altre cose, potete trovarle in questo video, http://www.youtube.com/watch?v=L50lIuGc2wg che ripercorre due anni e più di lotta. Quelli in cui Vicenza è diventata «uno dei simboli delle contraddizioni nelle quali si inceppano la politica rappresentativa e i meccanismi di delega politica».

(www.unita.it)

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L’indipendenza di Vicenza

Pubblicato da sandro su 4 Luglio, 2009

Quando nel corso di eventi umani, sorge la necessità che un popolo sciolga i legami politici che lo hanno stretto a un altro popolo [...] un conveniente riguardo alle opinioni dell’umanità richiede che quel popolo dichiari le ragioni per cui è costretto alla secessione. [Incipit alla Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America]

Vogliamo essere indipendenti nel costruire il futuro del nostro territorio; vogliamo che quest’ultimo sia sensibile alle opinioni di gran parte dell’umanità che rifiuta e, troppo spesso, subisce la guerra come strumento di controllo e oppressione. Vogliamo costruire l’Altrocomune come pratica di autogestione e autonomia dei cittadini, fondandolo sulla disobbedienza alle imposizioni e sulle pratiche condivise; vogliamo riprenderci la nostra terra come luogo del vivere bene collettivo e non come oggetto di scambio tra governi.

Dall’8 al 10 luglio, all’Aquila, si terrà il vertice del G8; in un luogo volutamente scelto perché non ci siano voci di dissenso, capi di stato e di governo si riuniranno per decidere le sorti del nostro futuro, senza di noi. Tra essi, ci sarà il Presidente statunitense Obama: come si giustificano le sue promesse sulla fine dell’arroganza militare statunitense quando a Vicenza fa base la guerra?

La vicenda vicentina rappresenta, da questo punto di vista, una delle tante contraddizioni nella politica estera statunitense che promette legalità, rispetto e trasparenza, ma pratica illegalità, sopruso e imposizione. Come annunciato da importanti esponenti dell’amministrazione nordamericana, il Dal Molin sarà oggetto di discussione del summit al G8, non per restituire la democrazia a coloro a cui è stata negata, bensì come oggetto di accordo segreto e scambio tra governi per la ridefinizione, a partire da Africom, della presenza militare statunitense in Italia.

Vicenza, patrimonio Unesco, è assoggettata alle servitù militari; la città che ha espresso la propria netta opposizione e ha ricevuto per questo la solidarietà di ogni angolo d’Italia, ha visto il bavaglio stringersi sulla sua bocca: palesi illegalità progettuali hanno accompagnato il tentativo di “sradicare alla radice il dissenso locale” prima impedendo alla città di esprimersi, poi perseguendo centinaia di cittadini con condanne pecuniarie e procedimenti penali.

Ma Vicenza è anche uno dei tanti luoghi di costruzione di quel mondo che non accetta il diktat di quanti, riuniti per pochi giorni nelle regge imperiali, vorrebbero scrivere a tavolino la nostra storia. Quello del movimento vicentino non è un romanzo romantico e triste; le donne e gli uomini di questa città vogliono riscrivere la storia reale, stracciando le pagine su cui politici e militari hanno già disegnato il suo futuro di asservimento e tacita accettazione.

Il 4 luglio, giornata in cui gli statunitensi festeggiano la propria indipendenza dall’impero britannico, vogliamo decretare la nostra indipendenza dall’impero militare statunitense, liberando la terra dalla presenza di una nuova base di guerra.

Nei tre anni di mobilitazione trascorsi abbiamo imparato che un sol giorno non cambierà le sorti della nostra città; ma sappiamo anche che la strada che abbiamo davanti non può che portarci a nuove sfide: per questo, alla vigilia del vertice del G8 e dell’arrivo in Italia di Obama, chiediamo alle donne e agli uomini che vogliono opporsi alla militarizzazione e alla guerra di tornare nelle strade di Vicenza e iniziare a costruire, dal basso e collettivamente, l’indipendenza dell’Altrocomune, ovvero un territorio libero e inospitale alla presenza militare perché vissuto e realizzato da un arcobaleno di diversità che, nel costruire un mondo di pace, liberano il territorio dalle servitù militari e dalle devastazione ambientale.

4 luglio 2009 a Vicenza, restituiamo il Dal Molin ai cittadini
Indipendenza, dignità, partecipazione:
la terra si ribella alle basi di guerra.

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Sito ufficiale No Dal Molin

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No all’equiparazione tra partigiani della Resistenza e miliziani della Repubblica di Salò

Pubblicato da sandro su 15 Aprile, 2009

A giugno dello scorso anno è stata presentata alla Commissione Difesa della Camera la proposta di legge n. 1360 che equipara chi faceva i rastrellamenti per conto dei nazisti a chi è stato internato nei campi di concentramento e a chi ha fatto la Resistenza, tramite l’istituzione di una onorificenza: Cavaliere dell’”Ordine del Tricolore”. Aderisci all’appello per fermare l’iter di approvazione di questa legge! Raggiunto un numero congruo di adesioni, invieremo il testo della Petizione e le firme raccolte al Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, al Presidente della Camera dei Deputati, On. Gianfranco Fini, al Presidente della Commissione Difesa della Camera dei Deputati, On. Edmondo Cirielli, ai membri del Parlamento Italiano e, p.c., ai Deputati del Parlamento Europeo.

Firma l’appello qui!

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MicroMega: lettera a Franceschini sul testamento biologico

Pubblicato da sandro su 2 Marzo, 2009

Stimato onorevole Franceschini,
appena eletto segretario del Partito democratico, lei ha fatto riferimento alla laicità come valore irrinunciabile del suo partito, in quanto valore irrinunciabile della carta costituzionale. Il banco di prova della coerenza pratica rispetto a questa affermazione è costituito dall’atteggiamento che il suo partito assumerà nella discussione sulla legge cosiddetta “fine-vita”.
Laicità significa che nessuna convinzione religiosa o morale viene imposta per legge da un gruppo di persone, per quanto ampio, alla totalità dei cittadini. E questo vale più che mai per quanto riguarda ciò che è più proprio di ciascuno, che fa anzi tutt’uno con la propria esistenza, la sua stessa vita, e la parte finale di essa.
E infatti la Costituzione della Repubblica nel suo articolo 32, e la convenzione di Oviedo ratificata dall’Italia, la legge sul servizio sanitario nazionale, e numerose e univoche sentenze della Cassazione negli ultimi anni, stabiliscono in modo tassativo che nessun cittadino può essere sottomesso a “interventi nel campo della salute” senza il suo consenso (debitamente informato) e che tale consenso può essere ritirato in qualsiasi momento. La convenzione di Oviedo evita ogni distinzione tra “cure” e altri interventi (“di sostegno vitale”, ecc.) proprio perché non si possa giocare sulle parole e violare così il diritto del paziente di rifiutare qualsiasi trattamento medico e/o ospedaliero (tranne che per gli eccezionali motivi di sicurezza pubblica: epidemie, vaccini e simili).
Sulla propria vita, insomma, può decidere solo chi la vive, e nessun altro. Questo l’abc della laicità che l’Europa tutta ha adottato in campo medico, confermando l’essenzialità del consenso informato nell’articolo 3 della carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.
Il disegno di legge Calabrò distrugge tale diritto. All’art. 2, comma 2 dice infatti: “L’attività medica, in quanto esclusivamente finalizzata alla tutela della vita e della salute, nonché all’alleviamento della sofferenza non può in nessun caso essere orientata al prodursi o consentirsi della morte del paziente, attraverso la non attivazione o disattivazione di trattamenti sanitari ordinari e proporzionati alla salvaguardia della sua vita o della sua salute, da cui in scienza e coscienza si possa fondatamente attendere un beneficio per il paziente”.
Il che significa che Piergiorgio Welby non potrebbe far disattivare il respiratore artificiale, e che Luca Coscioni non avrebbe potuto rifiutare la tracheotomia, e che l’amputazione di un arto che va in gangrena diventerebbe coatto, e così la trasfusione di sangue anche a chi la rifiuta per motivi religiosi (tutti rifiuti garantiti oggi dalla legge e più volte applicati fino al “prodursi della morte del paziente”).
Non basta. L’articolo 5 comma 6 stabilisce che “Alimentazione ed idratazione, nelle diverse forme in cui la scienza e la tecnica possono fornirle al paziente, sono forme di sostegno vitale e fisiologicamente finalizzate ad alleviare le sofferenze e non possono formare oggetto di Dichiarazione Anticipata di Trattamento”. In tal modo il cosiddetto testamento biologico diventa una beffa. Qualsiasi cosa abbia stabilito il cittadino, davanti a un notaio e reiterando le sue volontà ogni tre anni, il sondino gli sarà messo in gola a forza. I medici delle cure palliative hanno del resto spiegato drammaticamente che alimentazione e idratazione non alleviano ma moltiplicano e intensificano le sofferenze nei malati terminali. Queste sofferenze aggiuntive, che è difficile non definire torture in malati in quelle condizioni, diventano con questa legge obbligatorie.
E’ evidente il carattere anticostituzionale di tale legge, ma anche il suo carattere semplicemente disumano. Purtroppo gli emendamenti proposti dal suo partito (primo firmatario Anna Finocchiaro) lasciano intatta la violenza dell’articolo 2 comma 2, e aprono solo un modesto spiraglio rispetto a quella dell’articolo 5 comma 6. Non parliamo della cosiddetta “mediazione” di Rutelli, praticamente indistinguibile dal disegno di legge della maggioranza, e che non a caso è stata benevolmente accolta dall’on. Quagliariello.
Il Partito democratico aveva il suo progetto di legge da anni, e con tale programma andò alle elezioni che portarono al secondo governo Prodi: la legge firmata da Ignazio Marino. Ogni passo indietro rispetto a tale proposta sarebbe una rinuncia pura e semplice ai diritti elementari sanciti dalla Costituzione, dalla convenzione di Oviedo, dalle sentenze della Cassazione.
Abbiamo letto che il suo partito sarebbe comunque orientato a dare ai suoi parlamentari “libertà di coscienza” al momento del voto. Ci sembra che tale atteggiamento sia frutto di un fraintendimento molto grave.
Se venisse presentato un disegno di legge che stabilisce la religione cattolica come religione di Stato, proibisce il culto ai protestanti valdesi e obbliga gli ebrei a battezzare i propri figli, sarebbe pensabile – per un partito politico che prenda sul serio la Costituzione – lasciare i propri parlamentari liberi di “votare secondo coscienza”, a favore, contro, astenendosi? O non sarebbe un elementare dovere, vincolante, opporsi a una legge tanto liberticida?
La legge ora in discussione sulle volontà di fine vita è, se possibile, ancora più liberticida (e disumana) di quella sopra evocata. Non costringe al battesimo forzato, costringe al sondino forzato, al respiratore forzato, a qualsiasi accanimento che prolunghi artificialmente una vita che, per la persona che la vive, non è più vita ma solo tortura. Peggiore quindi della morte.
In ogni caso la libertà di coscienza del parlamentare non può essere invocata per violare e cancellare la libertà di coscienza delle persone.
Siamo certi perciò che nulla di tutto questo accadrà, e che in coerenza con il valore della laicità da lei riaffermato, il Partito democratico non tollererà scelte che violino, opprimano e vanifichino l’elementare diritto di ciascuno sulla propria vita.

Andrea Camilleri
Paolo Flores d’Arcais
Stefano Rodotà
Umberto Veronesi

(25 febbraio 2009)

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La nuova legge truffa

Pubblicato da sandro su 15 Febbraio, 2009

Torna un’espressione che sembrava confinata nel passato – “legge truffa”. Ed è giusto che si dica così, perché non altrimenti può essere definito il testo preparato dalla maggioranza per introdurre nel nostro sistema le “direttive anticipate di trattamento” (o testamento biologico) e che, in concreto, ha l’opposto obiettivo di cancellare ogni rilevanza della volontà delle persone. Non solo per quanto riguarda il morire, ma incidendo più in generale sulla possibilità stessa di governare liberamente la propria vita.

Poiché, tuttavia, si discute di fondamenti, appunto dello statuto della persona e del rapporto tra la vita e le regole giuridiche, bisogna almeno fare un tentativo di andar oltre la rozzezza delle argomentazioni che ci hanno afflitto in queste difficili settimane e che rischiano di trascinarsi anche nell’immediato futuro.

Due ammonimenti dovrebbero guidare chi si accinge a legiferare sulla dignità del morire. Il primo viene da un grande giudice americano, Oliver Wendell Holmes: “Hard cases make bad laws”, i casi difficili producono leggi cattive. Questa affermazione lapidaria è stata variamente interpretata e discussa, ma se ne può cogliere il nocciolo nell’invito a separare la legge dall’occasione, la creazione di una norma destinata a durare dall’emozione di un momento. Rischia di accadere il contrario. L’ossessione della turbolegge (ieri in tre giorni, oggi in tre settimane) possiede la maggioranza e frastorna il Pd. Non riflessione pacata, ma frettolosa imposizione di norme incuranti della loro coerenza interna e, soprattutto, della loro conformità alla Costituzione.

Il secondo ammonimento è nell’alta riflessione di Michel de Montaigne: “La vita è un movimento ineguale, irregolare, multiforme”. Quest’intima sua natura fa sì che la vita appaia come irriducibile ad un carattere proprio del diritto: il dover essere eguale, regolare, uniforme. Da qui, da quest’antico conflitto, nascono le difficoltà che oggi registriamo, più intense di quelle del passato perché l’innovazione scientifica e tecnologica fa progressivamente venir meno le barriere che le leggi naturali ponevano alla libertà di scelta sul modo di nascere, vivere, di morire.

L’occhio del giurista, e del politico, deve registrare questa difficoltà, e cogliere le novità del quadro. Da una parte, l’impossibilità di continuare ad usare il diritto secondo gli schemi semplici del passato, pena la sua inefficacia, la sua riduzione a puro strumento autoritario, la perdita di legittimazione sociale. E, dall’altra, l’ampliarsi delle possibilità di scelta che appartengono alla libertà individuale, che riguardano solo la propria vita, e che per ciò non possono essere sacrificate da mosse autoritarie, da imposizioni ideologiche, senza violare l’eguale libertà di coscienza.

La legge, dunque, deve abbandonare la pretesa di impadronirsi d’un oggetto così mobile, sfaccettato, legato all’irriducibile unicità di ciascuno – la vita, appunto. Quando ciò è avvenuto, libertà e umanità sono state sacrificate e gli ordinamenti giuridici hanno conosciuto una inquietante perversione. Non a caso “la rivoluzione del consenso informato” nasce come reazione alla pretesa della politica e della medicina di impadronirsi del corpo delle persone, che ha avuto nell’esperienza nazista la sua manifestazione più brutale. L’autoritarismo non si addice alla vita, né nelle sue forme aggressive, né in quelle “protettive”.

Riconoscere l’autonomia d’ogni persona, allora, non significa indulgere a derive individualistiche, ma disegnare un sistema di regole che mettano ciascuno nella condizione di poter decidere liberamente. Non a caso, riflettendo proprio sul consenso informato, si è detto che questo strumento, sottraendo il corpo della persona alle pretese dello Stato e al potere del medico, aveva fatto nascere “un nuovo soggetto morale”.

Se il testo sul testamento biologico proposto dalla maggioranza dovesse diventare legge, sarebbe proprio questo soggetto a scomparire. Ma qui s’incontra un altro, e ineludibile, ammonimento, l’articolo 32 della Costituzione. Ricordiamone le ultime parole: “La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”. è, questa, una delle dichiarazioni più forti della nostra Costituzione, poiché pone al legislatore un limite invalicabile, più incisivo ancora di quello previsto dall’articolo 13 per la libertà personale, che ammette limitazioni sulla base della legge e con provvedimento motivato del giudice. Nell’articolo 32 si va oltre. Quando si giunge al nucleo duro dell’esistenza, alla necessità di rispettare la persona umana in quanto tale, siamo di fronte all’indecidibile. Nessuna volontà esterna, fosse pure quella coralmente espressa da tutti i cittadini o da un Parlamento unanime, può prendere il posto di quella dell’interessato.

Siamo di fronte ad una sorta di nuova dichiarazione di habeas corpus, ad una autolimitazione del potere. Viene ribadita, con forza moltiplicata, l’antica promessa che il re, nella Magna Charta, fa ad ogni “uomo libero”: “Non metteremo né faremo mettere la mano su di lui, se non in virtù di un giudizio legale dei suoi pari e secondo la legge del paese”. Il corpo intoccabile diviene presidio di una persona umana alla quale “in nessun caso” si può mancare di rispetto. Il sovrano democratico, una assemblea costituente, ha rinnovato la sua promessa di intoccabilità a tutti i cittadini.

La proposta della maggioranza si allontana proprio da questo cammino costituzionale. Nega la libertà di decisione della persona, riporta il suo corpo sotto il potere del medico, fa divenire lo Stato l’arbitro delle modalità del vivere e del morire. Le “direttive anticipate di trattamento”, di cui si parla nel titolo, non sono affatto direttive, ma indicazioni che il medico può tranquillamente ignorare, con un grottesco contrasto tra la minuziosità burocratica della procedura per la manifestazione della volontà dell’interessato e la mancanza di forza vincolante di questa dichiarazione, degradata a “orientamento”. La libertà della persona viene ulteriormente limitata dalle norme che indicano trattamenti ai quali non si può rinunciare e, più in generale, da norme che vietano al medico di eseguire la volontà del paziente, anche quando questi sia del tutto cosciente.

Tutto questo ha la sua origine in una premessa che altera gravemente il quadro costituzionale, poiché si afferma che “la Repubblica riconosce il diritto alla vita inviolabile e indisponibile”. Ora, se è ovvio che nessuno può disporre della vita altrui, altrettanto ovvio dovrebbe essere il principio che vuole ogni persona libera di rifiutare la cura, qualsiasi cura, disponendo così della sua vita. Proprio questo diritto viene illegittimamente negato quando si vieta al medico “la non attivazione o disattivazione di trattamenti sanitari ordinari e proporzionati alla salvaguardia della sua vita o della sua salute, da cui in scienza e coscienza si possa fondatamente attendere un beneficio per il paziente”. Conosciamo, infatti, infiniti casi in cui persone hanno rifiutato interventi sicuramente benefici – dalla dialisi, alla trasfusione di sangue, all’amputazione di un arto – decidendo così di morire. Si introduce così un “obbligo di vivere”, che contrasta proprio con i diritti fondamentali della persona.
E’ abusivo anche il divieto di rifiutare l’alimentazione e l’idratazione, definite “forme di sostegno vitale e fisiologicamente finalizzate ad alleviare le sofferenze”, con una inquietante deriva verso una “scienza di Stato”. Quella affermazione, infatti, è quasi unanimemente contestata dalla scienza medica, sì che un legislatore rispettoso davvero dei diritti delle persone dovrebbe, se mai, limitarsi a prevedere modalità informative tali da mettere ciascuno in condizione di valutare e decidere liberamente, davvero in “scienza e coscienza”: ma, appunto, scienza e coscienza della persona, non del medico o di un legislatore invasivo. E si tratta pure di una affermazione puramente ideologica, che ha come unico fine quello di continuare a gettare un’ombra sulla conclusione della vicenda di Eluana Englaro. Inoltre, dietro il nominalismo della distinzione tra “trattamento” e “sostegno”, si coglie la volontà di aggirare l’articolo 32, dove l’imposizione di trattamenti obbligatori è legata a situazioni particolari o eccezionali (vaccinazioni obbligatorie in caso di epidemia). Questa prepotenza legislativa si concreta anche in un trasferimento di enormi poteri ai medici, caricati di responsabilità che li indurranno ad assumere atteggiamenti fortemente restrittivi, così trasformando la proclamata “alleanza terapeutica” con il paziente in una situazione che prepara nuovi conflitti che, alla fine, saranno ancora i giudici a dover decidere.

Delle molte sgrammaticature giuridiche di quel testo si potrà parlare in un’altra occasione. Ma qui conviene concludere con una domanda francamente politica. Nonostante il terrorismo mediatico, con le sue accuse al “partito della morte”, una salda maggioranza di cittadini continua a dichiarare che debba essere solo la persona a dover decidere della sua vita. Chi li rappresenterà in Parlamento, vista la debolezza dimostrata finora dal Partito democratico?

Stefano Rodotà

“la Repubblica” 15 febbraio 2009

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Requiem

Pubblicato da sandro su 10 Febbraio, 2009

Ormai è noto a tutti: nella serata di ieri si è conclusa la lunga morte di Eluana Englaro, cominciata nel gennaio 1992 e protrattasi a causa del vuoto legislativo sino al febbraio 2009. Non è il caso di rallegrarsi ma nemmeno di stracciarsi le vesti, come hanno impudicamente fatto a vario titolo i senatori e i deputati, presi dall’orgiastica frenesia di incatenare al proprio cinico destino coloro che sono stati anzitempo privati della libertà di autodeterminarsi. Per fortuna si spegneranno i riflettori sulla famiglia di Eluana, che potrà compiangere in pace la perdita di una figlia, e cesseranno le aberranti manipolazioni di matrice clericale volte a contrastare la statuizione di norme civili in questo paese. Non ho altro da aggiungere sul cosiddetto caso Englaro, tranne che la legge e la volontà dell’individuo si sono alfine imposte sul fanatismo e il dispotismo.

Resta sul tappeto, per così dire, la questione sollevata venerdì dalla negata firma del presidente della Repubblica a un decreto palesemente incostituzionale confezionato dal governo per intervenire a gamba tesa sui fatti di Udine. Alcuni lo hanno definito un mezzo colpo di stato; la maggior parte dei commentatori è comunque unanime nel ritenerlo uno scontro istituzionale senza precedenti. A provocarlo, si sa, è stato il presidente del Consiglio, un uomo del tutto incompatibile con la democrazia e meschino al punto da sfruttare l’altrui commozione per attentare alle garanzie costituzionali. Quest’uomo roso dal bisogno di potere, estraneo a sentimenti di pietà e inseguito dai fantasmi dei delitti compiuti contro la giustizia, desidera trasformare l’ordinamento, sovvertire l’equilibrio dello Stato, diventare il sovrano di un territorio svuotato di diritti. Dalla sua parte, o suo committente, il Vaticano, la vera palla al piede del progresso, della libertà, della bellezza, dell’amore.

In pericolo non c’è solo la tenuta del sistema democratico, c’è anche la validità effettiva dell’autonomia di scelta della persona, la sua prerogativa su se stessa. Gustavo Zagrebelsky – l’ex presidente della Corte Costituzionale, che dovrebbe essere ministro di Grazia e Giustizia al posto di certi inetti maggiordomi – ha detto a “L’infedele”, su La7: «La costituzione è quella cosa che il popolo si dà quando è sobrio per quando sarà ubriaco». L’ebbrezza di questi giorni dimostra quanto sia indispensabile ancorarsi saldamente a princìpi liberali, a princìpi di diritto. Nonostante la causa dell’inopinata e interessata solerzia parlamentare sia improvvisamente venuta meno, al Senato si sta tuttora cercando di approvare un disegno di legge nel quale, testualmente, si stabilisce l’obbligatorietà dell’alimentazione e idratazione artificiale in caso di incapacità del soggetto di provvedere autonomamente a sé. Nonostante la causa dell’inopinata e interessata solerzia parlamentare sia improvvisamente venuta meno, il presidente del Consiglio sta in tutti i modi cercando di forzare i cardini costituzionali per attribuirsi competenze straordinarie, dittatoriali. Direi che sono circostanze vergognose, gravissime. Da un lato, il Parlamento tenta di imporre una interpretazione univoca di vita, sofferenza e dignità; dall’altro, il Governo immagina di sbarazzarsi delle più elementari regole democratiche annullando il concetto di divisione dei poteri.

Bisogna reagire, è necessario reagire! In primo luogo, auspico che il movimento di opinione nato a ridosso dei recenti accadimenti si irrobustisca e si concreti in qualcosa di influente (se il Pd assumerà un atteggiamento di netta opposizione e proporrà una legge seria sul testamento biologico nonché sugli altri diritti civili negati, e se il Pd saprà farsi portavoce delle istanze provenienti dalla società civile, tiferò perché il Pd diventi finalmente un partito che fa politica). In secondo luogo, dobbiamo prenderci tutti l’impegno di esercitare una pressione costante sulle istituzioni, affinché esista una dialettica reale su questioni troppo importanti per essere affidate a mani e menti tanto indegne quali si sono dimostrate quelle degli attuali legislatori. Affinché, in conclusione, gli eventi delle ultime ore non suonino come un requiem per la Repubblica.

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