Non leggete, come fanno i bambini, per divertirvi, o, come fanno gli ambiziosi, per istruirvi. No, leggete per vivere.
Gustave Flaubert
Pubblicato da sandro su 21 Novembre, 2009
Non leggete, come fanno i bambini, per divertirvi, o, come fanno gli ambiziosi, per istruirvi. No, leggete per vivere.
Gustave Flaubert
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Pubblicato da sandro su 15 Novembre, 2009
Ho cominciato a leggere Vuoi star zitta, per favore? tre notti fa, imponendomi non più di tre-quattro racconti per volta. In questo modo spero di riuscire a farmelo durare una settimana circa. E’ dura però, le storie sono troppo belle e amare insieme, troppo ben scritte, troppo rappresentative, emblematiche.
Si tratta dell’ultimo libro di Raymond Carver uscito presso Einaudi, anche se in realtà esso uscì nel 1976 e fu la sua raccolta d’esordio. Ulteriori informazioni sono qui.
Chi già ama Carver deve senz’altro procurarselo; chi non ha mai letto Carver approfitti di questa bella edizione per conoscerlo: dubito ne resterà deluso.
Ah, che bello poter leggere mentre fuori fa freddo e perdersi completamente in quell’Ovest americano pieno di gioie e tristezze effimere.
Seguirà una recensione, perbacco!
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Pubblicato da sandro su 13 Novembre, 2009
Mi piacerebbe avere, in futuro, uno di quegli apparecchi radiofonici anni ‘50, tutti in legno e con le manopole grandi. La sera scolto spesso la radio, poiché in televisione è raro che facciano qualcosa per cui valga la pena accenderla e non sempre si ha voglia di leggere a lungo. La radio allora diventa un’ottima compagnia, soprattutto se danno dei bei programmi. I palati fini devono accontentarsi della pur eccellente Radio3, ma poi cos’altro? Ecco che l’alternativa è data da Internet, dov’è possibile ascoltare in streaming una quantità pressoché infinita di trasmissioni e dov’è possibile riascoltare vecchie puntate di altrettanto vecchie trasmissioni. Ho da poco scoperto che RadioRai permette di risentire degli sceneggiati basati su fumetti e libri di successo: Dylan Dog, Il nome della rosa, ecc. Qui sotto i link alle pagine relative. Buon ascolto.
http://www.radio.rai.it/radio2/sceneggiato.cfm
http://www.radio.rai.it/radio2/sceneggiato/fumetti/scheda.cfm?Q_EVENTO=93930&Q_FUMETTO=dylan
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Pubblicato da sandro su 10 Novembre, 2009
Parto dall’ammissione che questo libro mi è piaciuto parecchio nonostante l’abbia acquistato al buio, ignorando cioè la biografia dell’autore, le sue opinioni politiche e non sapendo affatto che cosa aspettarmi dalla storia che aveva scritto. Di solito sono un acquirente coscienzioso, mi informo con puntiglio, mi impedisco di spendere più di dieci euro per un libro “sospetto”, diciamo, uno di quei libri sciocchi tanto cari alle linee editoriali d’oggi, concepiti per dare scandalo, assicurare notorietà all’estensore e ricchi introiti allo stampatore. Però in questo caso ho avuto fortuna, o buon fiuto, e posso alla fine sbilanciarmi nel consigliarvelo – non raccomandarvelo: consigliarvelo. Se dovessi invece suggerirvi un libro non avendo letto il quale è oggettivamente impossibile vivere, allora non esiterei a dirvi di correre in libreria e prendere Bouvard e Pécuchet. Può sembrare strano come “libro della vita”, ma nella mia modesta carriera di lettore non mi sono ancora imbattuto in opere di pari livello e ambizione esplicativa (limitatamente alla narrativa, ovvio), se escludiamo alcuni racconti di Kafka, Carver e T. Mann.
Il titolo è bello: La strage degli imbecilli. Evoca immagini di carneficine perpetrate nel nome di una giustizia intellettuale che falcidia trasversalmente ricchi e poveri, vecchi e giovani, belli e brutti. Un riassunto del romanzo potrebbe in realtà essere proprio questo, eccezion fatta per il finale che non corrisponde del tutto – anzi per niente – alle aspettative di un lettore accortosi del volgere al poliziesco della vicenda. Ma sarebbe riduttivo e indebito tentare una classificazione tanto improbabile, perché il bel lavoro di Carl Aderhold (debuttante né giovane né sprovveduto) sfugge ai rigorismi letterari. Di certo si tratta di un romanzo, un ampio, articolato, eloquente romanzo.
All’inizio, quando lo si apre, balza agli occhi un’evidente particolarità: i capitoli sono suddivisi in tanti paragrafi numerati (140 in totale), cosa che lo fa somigliare a una dissertazione, a un trattato, a una relazione, a un pamphlet polemico e a molte altre cose – non subito e non inequivocabilmente a un romanzo di fantasia. Io poi – in questi giorni, volendomi fidare di Michel Onfray, sto interiorizzando la Genealogia della morale – l’ho scambiato per un saggio filosofico! Le prime pagine, per fortuna, sgomberano il campo dai dubbi: si comincia a ridere dopo una dozzina di righe. Ed è un riso trattenuto, non plateale, non grasso e volgare, un rider di testa e non di pancia. Come si conviene a un libro che, fatte le debite proporzioni, si prefigge uno scopo etico: mostrare le miserie della società contemporanea attraverso la paradossale eliminazione di una folta rappresentanza delle sue figure più emblematiche. L’ambientazione parigina, metropolitana, offre inoltre l’evenienza di affrontare temi tutt’altro che scontati, insomma di variare, sfumare i possibili ambiti di indagine socio-patologica. Opportune escursioni nelle campagne dell’alta Senna e della Bretagna non daranno comunque scampo agli imbecilli colà individuati.
Imbecilli, dunque. Parliamone.
La scena si apre in un appartamento della periferia di Parigi, il protagonista e sua moglie (entrambi trentenni, par di capire) sono sul divano e guardano la televisione. Fa un gran caldo, è estate, e il protagonista riflette sul fatto che durante il periodo afoso la gente si comporta in modo bizzarro, mentre d’inverno, col freddo, tutto ha più senso, diventa razionale. Quando la moglie va a letto, il protagonista segue un programma nel quale si ricostruisce la scomparsa di un cane nei toni e nei modi più lacrimevoli, con tanto di messinscena, interviste a parenti e amici, nonché l’elencazione degli indiziati. Intanto il gatto di una vicina si insinua nell’abitazione del protagonista e si acciambella accanto a lui. La cialtroneria della trasmissione raggiunge vertici di sopportazione estremi, e in quel momento il gatto graffia un dito al protagonista senza nome, il quale lo afferra e lo lancia fuori dalla finestra, preda di un attacco di furore. Il gatto naturalmente precipita e si sfracella, ma il protagonista anziché pentirsene si sente insolitamente euforico e va a coricarsi. Il giorno seguente la scoperta della morte del gatto (si chiama Zarathustra, forse ha una valenza simbolica) scuote la vita del condominio: tutti i condomini si indignano per l’atto criminale, solidarizzano con la proprietaria e ritardano l’orario di arrivo al lavoro per rincuorarsi l’un l’altro. Il protagonista ritiene d’aver reso così un servizio al prossimo, dato che mai prima d’allora c’era stata tanta comunione di sentimenti fra di loro. Si convince della bontà della sua azione e, giacché considera alienati i residenti del quartiere, avvia una sistematica caccia ai cosiddetti amici a quattro zampe. Ne fa scempio, li sequestra, li affoga, gli spara, li sotterra. La reazione dei padroni affranti è di costituirsi in comitati e associazioni, diventando di punto in bianco grandi amici e ritrovando il senso di stare in comunità. L’effetto sortito soddisfa il protagonista, senonché deve stornare da sé i sospetti che la portinaia del suo stabile comincia a manifestare nei suoi confronti. Essa, o meglio le sue chiacchiere, la sua indiscrezione, il suo ragionar per luoghi comuni, è la prima vittima umana del protagonista. Questa morte vale un’illuminazione: gli imbecilli ci circondano, perché non eliminarli? S’innesca allora una spirale di violenza che porterà il giustiziere dell’imbecillità a collezionare 140 vittime accertate.
La violenza tuttavia non si percepisce, solo in isolati casi la descrizione indugia sui dettagli degli omicidi, preferisce piuttosto edificare il costrutto logico che porta alla soppressione dell’imbecille di turno. Il rischio, qui, è quello del manicheismo: tu sei imbecille perché lo decido io. Ciononostante le motivazioni che inducono il protagonista a uccidere sono in apparenza inattaccabili, ed è questa la persuasione che lo guida. Non dimostra infatti pietà nei confronti degli imbecilli, né si chiede quali dolorose conseguenza possa arrecare alle loro famiglie. Ma si tratta di un romanzo venato d’umorismo, un umorismo nero, pertanto simili sottigliezze non vengono nemmeno prese in considerazione. Il godimento sta proprio nella sinecura con cui persone irreversibilmente sciocche vengono tolte di mezzo. E questo avviene nei contesti più disparati, ecco perché si può affermare che il libro si propone altresì un’analisi sociologica della Francia contemporanea.
Il protagonista è disoccupato, ha delle velleità artistiche ma non trova un lavoro adeguato. Su richiesta della consorte ottiene un impiego interinale dapprima in un’agenzia d’assicurazioni telefoniche, quindi in una casa editrice scandalistica che passa da una cessione azionaria all’altra, assumendo e licenziando personale come in un giochetto perverso, dove i capi paiono generali di un esercito fittizio e i dipendenti schiere di pedine sacrificabili al fine del profitto. Lì, va da sé, è pieno d’imbecilli. Poi il protagonista decide di scrivere una sceneggiatura sulla vita di Socrate, ma il produttore non è esattamente un cineasta, quanto un erotomane; e nel sordido mondo della pornografia, oltre a scatenare una dotta discussione sul concetto di amore trattato nel Convivio socratico, mieterà vittime a più non posso. Diventa inoltre guida turistica, entrando a contatto con gli esponenti della terza età – poveri loro… Quando però comincia ad “occuparsi” degli uomini in divisa, si accorge che la sua missione (così ormai la valuta) può decisamente fare un salto di qualità.
Decide di rintracciare le caratteristiche dell’imbecillità e di capirne il motivo. Più vi si addentra, più la detesta. Due sono le fondamentali verità che postula a mo’ di leggi: l’imbecille differisce dallo stupido perché lo stupido non è consapevole della propria condizione mentre l’imbecille sì e non fa nulla per rimediarvi; all’origine dell’imbecillità c’è il potere, non necessariamente un grande potere, ma quella quota bastevole a imporre agli altri la propria volontà: quindi l’imbecillità sottomette la ragionevolezza. Sarà per questo che l’arma prediletta è una vecchia pistola appartenuta al nonno anarchico? Sarà per questo che l’educazione comunista ricevuta dal padre l’ha abituato a problematizzare e criticare l’esistente?
Va detto che la sfilza di crimini non passa inosservata. La polizia ha aperto un’indagine, sebbene l’eterogeneità delle morti contribuisca a depistarla e a confondere le acque. Il finale è imprevedibile, segnato dalla decisione del protagonista di far pubblicare nei giornali una sorta di manifesto contro l’imbecillità, che recita, fra le altre cose: «la storia delle società umane è la storia della lotta contro l’imbecillità; morte agli imbecilli». Mort aux cons è del resto il titolo originale dell’opera.
Una breve nota a margine. Se Flaubert aveva individuato nella stupidità (che, come detto, attiene alla naivité) la cifra di un’epoca – la sua – Aderhold ha esteso all’imbecillità odierna (fase suprema della stupidità, potremmo dire…) gli accenti sarcastici, amaramente sarcastici, del solitario di Croisset. Chi non ha mai provato il desiderio di sbarazzarsi dei molti imbecilli che quotidianamente incontra o coi quali ha giocoforza a che fare? Io sempre. Quel che innalza al parossismo l’intollerabilità degli imbecilli, a mio avviso, è la loro cieca fiducia nella liceità, perfino nella sensatezza, di ciò che fanno, dicono o pensano. E, sappiamo ora, con l’aggravante di sapere della propria pochezza. L’imbecille pretende di tener testa a qualsiasi discorso pur non avendo la minima conoscenza di alcunché; pretende di avere una risposta adeguata in ogni situazione; pretende di sapersi comportare nella maniera sempre corretta; pretende di poter soddisfare tutte le sue brame o i suoi capricci o quelle che egli ritiene cose intelligenti da dire o fare o pensare come se si trattasse delle più naturali ovvietà e senza curarsi delle conseguenze che possono scaturire; pretende di avere lo stile di vita migliore del mondo; pretende di giudicare chi si discosta dal suo imbelle modello. L’imbecillità, penso, è una forma religiosa di stupidità, per cui si erge ad ideologia, e come tutte le ideologie non tollera opinioni contrarie, non permette la pluralità, ma al contrario si celebra, loda sé stessa. E’ un fatto che il mondo sia popolato in maggioranza da imbecilli, l’imbecillità non ha frontiere, non ha sesso, non ha età: è e basta. Bisognerà pur difendersi. Come farlo incruentemente? Be’, è impossibile, siamo realisti. Rassegnamoci perciò a soccombere, a trattenerci dal prendere a male parole l’imbecille che ci contraddice senza argomenti, a legittimare i governanti che gli imbecilli si scelgono, a ritirarci nella penombra delle nostre biblioteche mentre alla luce del sole l’imbecillità si crogiola e si fa beffe della modestia, della gentilezza, della tolleranza, della cultura.
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Pubblicato da sandro su 7 Novembre, 2009
Mercoledì sono andato con un amico in un posto, a Treviso, chiamato supermercato dei libri. Come si capisce dal nome, è una libreria enorme, effettivamente delle dimensioni di un supermercato. Gli scaffali sono gli stessi, di conseguenza la quantità di libri a disposizione supera quella che ciascuno potrebbe immaginare: personalmente, non ne avevo mai visti tanti tutti assieme (benché alle porte di Treviso esista un luogo simile, chiamato però centro biblioteche). Per me, un vero paradiso, una golconda. Io e questo amico, tuttavia, non siamo capitati lì per caso, bensì con uno scopo preciso: abbuffarci di libri approfittando dello sconto generale del 30%. Alla fine, dopo ore di piacevole gironzolare, ne ho presi tre. Uno di questi, che sto leggendo, è La strage degli imbecilli. Si tratta di un romanzo francese del 2007, opera prima di Carl Aderhold, di professione direttore editoriale. La trama è presto detta: un uomo si stanca degli imbecilli da cui si sente circondato e decide di ammazzarli ad uno ad uno, tentando anche di elaborare una teoria generale della stupidità. Be’, chi come me adora il Gustave Flaubert di Bouvard e Pécuchet, non poteva restare indifferente a tale richiamo. Per il momento mi piace e desidero segnalarvelo. Seguirà una recensione.
Una volta fuori, aggiunsi il nome della veggente sul taccuino. La lista si allungava. C’era anche una vecchietta, al supermercato dell’angolo, che approfittava dell’età avanzata per scroccare, il motociclista del palazzo di fronte che tutte le mattine faceva sgasare la moto prima di partire e un tizio incontrato a una serata mondana cui mi aveva trascinato Fabienne. Non ricordo come si era svolta la conversazione, ma a un certo punto mi aveva chiesto di cosa mi occupassi. «Di imbecilli». Mi aveva avvicinato l’orecchio alla bocca.
«Scusi?».
«Di imbecilli».
«Di imbecilli?».
Trovò il concetto molto attuale. «Di un nichilismo radicale con un tocco di sarcasmo canzonatorio. E’ Céline! E’ puro genio». Poi si lanciò in un lungo monologo per spiegarmi che, contrariamente a un’idea piuttosto diffusa, «la relatività dell’imbecillità era solo apparente, ma era riconducibile a quella forma popolare di speranza collettiva in una generica salvezza, e questo contro tutte le lezioni della Storia. L’imbecille crede nel progresso, nell’esemplarità dei divi e nei discorsi dei politici». «Quindi lei studia i borghesucci?», aggiunse. «Non solo», feci io fissandolo dritto negli occhi. Scrissi il suo nome sul taccuino, lui pensò che annotassi le sue idee. «L’immoralità è il solo vaccino efficace contro l’imbecillità», mi disse, invitandomi con il dito ad annotare la frase. «Anche un colpo di rivoltella», replicai. Scoppiò a ridere, trovando il mio commento deliziosamente rock’n'roll.
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Pubblicato da sandro su 4 Novembre, 2009
Vi dirò una cosa: quando, l’altro giorno, ho sentito del pronunciamento della Corte europea dei diritti dell’uomo con cui veniva accolta la richiesta di una famiglia di Abano Terme circa la rimozione del crocefisso dall’aula scolastica frequentata dal figlio, a me è subito venuta in mente la Missa solemnis in re maggiore di Ludwig van Beethoven. Se avrete pazienza, spiegherò le tortuose ragioni che mi hanno portato a quel pensiero.
Innanzitutto, da materialista recidivo quale sono, permettetemi di puntualizzare un concetto: l’esposizione, l’esibizione del crocefisso non solo nelle aule scolastiche ma, più in generale, in tutte le strutture pubbliche è, oltre che una violenza culturale nei confronti di coloro i quali non credono o credono diversamente, soprattutto un segno di sottomissione ad un’entità intangibile e indimostrabile che ha per conseguenza l’accettazione del corollario di norme etico-morali statuite dal potere clericale. Tale accettazione, per giunta, è pedissequa, non sottoposta al vaglio di alcun accertamento di volontà, subliminale. E subliminale, occulta è la pressione che da quel simbolo promana. Il dovere di uno stato laico è pertanto quello di rimuovere ogni emblema che possa costituirsi come valore superiore, trascendente l’autorità dello stato stesso. Si tratta di un’elementare norma di buon senso, che non prefigura in nessun modo l’iconoclastia o l’autoritarismo: semplicemente, è un atto che pone ciascun individuo su un piano di assoluta parità. Non so voi, ma a me disturberebbe venir giudicato da un tribunale dove campeggiasse un crocefisso o una mezzaluna o una stella di Davide.
Questo mi porta a considerare l’invalsa affermazione che vorrebbe nelle presunte radici giudaico-cristiane della nostra storia la giustificazione dello status quo. E’ una falsificazione bella e buona della realtà. Prima del 303 d.C., anno che vide l’imperatore Costantino convertirsi alla religione della croce, in Italia mi pare ci fossero già da un po’ di tempo una cultura, una società e una religione assai diverse. Lo stesso dicasi per il resto del mondo, non solo d’Europa. Alla base del nostro diritto, per dire, c’è la codificazione romana, non la teodicea. La matematica e la filosofia si sono sviluppate nel mondo arabo e in quello greco. Dopo il 303 d.C. la religione della croce ha influenzato indubbiamente l’arte e la conoscenza, spesso però – o quasi sempre – violentandole se queste non andavano a suo vantaggio. E’ appena il caso di ricordare Giordano Bruno e Galileo Galilei. Per non tacere sulle persecuzioni ai vari eretici o presunti tali, che pure dovettero in seguito essere riabilitati. Poi venne l’illuminismo, venne il razionalismo, venne il positivismo, le scoperte mediche e la teoria dell’evoluzione, la fisica, le scienze naturali: tutto ciò non fa parte del patrimonio comune? Gli stati moderni si reggono sulla separazione dei poteri e le libertà individuali – ciò che la religione condanna perché massima aberrazione concepita dall’uomo che non si soggioga al potere spirituale. La storia dell’umanità è storia di lotte per l’emancipazione dalla schiavitù, e non si arresta, guai se si arrestasse. Non capirei altrimenti lo scalpore e la partecipazione per l’eroismo di quello studente che ha messo in discussione l’infallibilità della guida suprema iraniana: quando succede lì va bene, quando succede qui è veteromarxismo? Peccato che di quel ragazzo ora non si sappia più nulla, pare l’abbiano fatto sparire. In nome di dio.
Ma torniamo al crocefisso e a Beethoven. Beethoven nutriva un profondo sentimento religioso, benché non andasse in chiesa o seguisse la vita liturgica. Aveva anzi in astio gli esponenti del clero, così come l’aristocrazia. Questo tuttavia non gli impediva di frequentare i duchi e i conti suoi patroni, né Rodolfo d’Austria in seguito creato cardinale. Leggendo le cronache dei suoi contemporanei, Beethoven viene descritto alternatamente come un fervido credente e un sospetto ateo. La ragione di quest’ambivalenza si spiega con la concezione che egli aveva della natura, nella quale ravvisava l’esistenza di un armonioso creatore, e con le tappe dolorose della sua biografia. E’ stato forse il più geniale musicista e nel contempo il più sofferente degli artisti, a causa della povertà, della sordità e dell’idealismo intransigente di cui era impregnato. Aveva però un temperamento eccezionale, era animato da una volontà incrollabile, e sentiva di essere venuto al mondo per comporre la sua musica meravigliosa, per consentire agli uomini ascoltandola – l’ha detto lui stesso – di liberarsi delle catene in cui si trascinano. A questo punto dovreste avere una discreta esperienza con la musica beethoveniana, per capire quel che intendo. Se così non è, oltre all’esortazione a provvedere all’incresciosa lacuna, accluderò in calce all’articolo un filmato significativo.
Cos’era dio per Beethoven? Un mistero, certo, e altrettanto certamente un dato di fatto. Ma il dio che adorava non era quello che tutti comunemente pregavano, era un dio col quale pretendeva entrare in contatto egli stesso in prima persona, attraverso la musica, l’amore per la natura, la fiducia nei valori più cari all’umanità: amore, libertà, fratellanza, giustizia. Sarà per questo motivo che non ha composto molta musica sacra, preferendo dedicarsi a generi più espressivi. Se però avete ascoltato la Sinfonia n. 6 in fa maggiore o gli ultimi Quartetti per archi, vi sarete resi conto che il tema della ricerca del divino è costante nella sua opera, e che spesso assume un carattere consolatorio, deve lenire gli affanni terreni. Senza dimenticare, ovviamente, la Sinfonia n. 9 in re minore, quella dell’inno alla gioia per intenderci, dove fa ripetere al coro: «Ci dev’essere un padre benevolo sopra la volta stellata». Insomma, dio per Beethoven era a un tempo un caposaldo e un’incognita, e nonostante tutto non gli impedì di vivere seguendo soltanto la sua fiera volontà.
Che c’entra dunque la Missa solemnis? C’entra col fatto che io stesso, pur conservando l’incredulità, posso bearmi della grazia di questa musica solenne e religiosissima, fino alla commozione.
Composta poco prima della celebre Nona, è il lavoro più imponente di Beethoven, una sorta di spartiacque. Dura oltre un’ora, richiede un’orchestra e un coro folti, ed è scandita da cinque momenti come prevede la liturgia canonica. Per comporla, il sommo Ludwig studiò le messe delle epoche precedenti e ne fuse i modelli così da ottenere un unicum che contemplasse le tradizioni gregoriane, barocche, classiche, ecc. Pensate che cosa può fare la mente umana quando è sorretta da convinzioni profonde, dato che il povero Beethoven era sordo da ormai molti anni, in età e disilluso riguardo al futuro. E’ curioso che sebbene l’opera sia chiaramente di carattere religioso non venga mai eseguita come tale: in primo luogo a causa della lunghezza, in secondo luogo perché la magniloquenza dell’insieme ispira davvero emozioni che vanno al di là dell’aspetto confessionale.
Io l’ascolto con una certa regolarità e sempre sbalordisco. Qui sotto metto a vostra disposizione il primo movimento, nominato Kyrie eleison, ossia signore pietà. E’ bellissimo, credetemi, li vale tutti i dieci minuti che spenderete per ascoltarlo. Questa oltretutto è una buona registrazione: l’orchestra di Amsterdam diretta dal grande Leonard Bernstein.
In conclusione, tutta questa fiera di chiacchiere per dire una cosa banale: è stupido litigare per colpa della religione, è stupido imporre agli altri le proprie convinzioni. Si può andare a scuola o in municipio anche se i muri sono bianchi. Si può ascoltare una messa solenne anche se non si crede in dio. L’importante è la bellezza. L’importante è l’umanità.
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Pubblicato da sandro su 23 Ottobre, 2009
E’ morto Giuliano Vassalli.
L’ex ministro della Giustizia e’ deceduto il giorno 21, ma la notizia della morte è stata data ad esequie avvenute per disposizione testamentaria. Il giurista è deceduto presso la sua abitazione per un arresto cardiaco
Nato a Perugia il 25 aprile 1915, giurista, dirigente e parlamentare socialista, ministro, presidente emerito della Corte Costituzionale, Medaglia d’argento al valor militare per il contributo dato alla Resistenza.
Dopo essere stato professore di Diritto penale nelle Università di Urbino, Pavia, Padova e Genova, Giuliano Vassalli, dal 1960, ebbe la cattedra all’Università di Roma. E’ professore emerito a “La Sapienza” e membro dell’Accademia dei Lincei.
Dopo l’8 settembre 1943, Vassalli prese parte alla Guerra di liberazione. nelle file della Resistenza romana. Membro della Direzione clandestina del PSIUP, nei mesi dell’occupazione tedesca fu tra i capi delle formazioni socialiste a Roma. Dall’ottobre 1943 alla fine di gennaio del 1944, sostituì Sandro Pertini nella Giunta militare centrale del CLN. Nel gennaio del 1944 organizzò l’evasione dello stesso Pertini e di Giuseppe Saragat dal carcere di Regina Coeli. Fu poi anche ispettore del CLN in pericolose missioni nell’Italia centrale. Il 3 aprile 1944, Vassalli fu catturato, a Roma, dalle SS che lo rinchiusero nel carcere di via Tasso. Vi restò, sottoposto a stringenti interrogatori e a tortura, sino alla liberazione della Capitale.
Nel dopoguerra, con la scissione di Palazzo Barberini dal 1947 al 1949, fece parte della Direzione del PSLI e, dal 1949 al 1951, di quella del PSU.
Nel 1957 Vassalli fu insignito del “Premio di fedeltà alla Resistenza” per l’attività svolta, come avvocato e come pubblicista, a favore degli ideali della Resistenza. Rientrato nel PSI nel 1959, Vassalli fu consigliere comunale e capogruppo del partito a Roma e poi fu deputato del PSI nella quinta Legislatura. Eletto senatore nel 1983 e riconfermato nel 1987, è stato presidente della Commissione Giustizia e poi del Gruppo parlamentare socialista. Nel 1987 è stato nominato ministro della Giustizia nel governo di Giovanni Goria e riconfermato nei governi De Mita ed Andreotti, lavorando alla stesura del nuovo Codice di procedura penale del 1989.
Nominato giudice costituzionale dal presidente della Repubblica Italiana il 4 febbraio 1991, viene eletto presidente della Corte l’11 novembre 1999. Dal 2000 diventa presidente emerito.
[sinistraeliberta.it]
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Pubblicato da sandro su 18 Ottobre, 2009
Risorse:
pagina dedicata a N.B. su Wikipedia;
sito per il centenario della nascita di N.B.;
libri di N.B. dell’editore Einaudi.
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Pubblicato da sandro su 12 Ottobre, 2009
Un tributo tardivo a Herta Müller, premio Nobel per la letteratura 2009. Romena di lingua tedesca, è riparata in Germania negli anni più bui della dittatura di Ceausescu, ed ha successivamente abbracciato la letteratura in modo definitivo. Poetessa e scrittrice, non è tuttavia molto conosciuta in Italia, dove soltanto l’editore Keller (buon per lui…) ha pubblicato nel 2008 il romanzo Il paese delle prugne verdi.
Che dire? Avrei preferito l’Accademia svedese premiasse qualche autore a me caro, ma bisogna accettare il verdetto. Sospendo il giudizio finché non avrò letto questo romanzo, che in un modo o nell’altro vedrò di procurarmi.
Nel frattempo vi sottopongo questo frammento d’intervista rinvenuto su Youtube.
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Pubblicato da sandro su 11 Ottobre, 2009
PIEVE DI SOLIGO (Treviso) – Ottantotto anni di poesia. Ma con uno sguardo sempre pungente verso l’attualità. Nel giorno del suo compleanno, ieri al risveglio dal riposino pomeridiano le prime parole di Andrea Zanzotto sono state per il fatto di giornata, la scuola di Conegliano inaugurata in dialetto dal presidente della Provincia di Treviso Leonardo Muraro. E il commento del poeta di Pieve di Soligo grondava sconcerto, ma anche slancio. «Cosa si sono sognati di inaugurare una scuola in dialetto? In inglese si doveva inaugurarla, aprirsi verso il mondo non chiudersi in se stessi».
Perché?
«Perché il dialetto servirà molto, sì, quando ci saranno gli ultimi a non parlare in inglese».
Crede che i leghisti coglieranno la sua ironia?
«No».
Ma proprio lei parla così, con tutta la sua produzione lirica in vernacolo?
«Già, un quarto della mia opera è in dialetto. El bel le che mi normalmente parle sol che dialetto… Ma non capisco perché alcuni politici devono uscirsene con certe fantasie bislacche sul dialetto. Quello di ritirarsi nella propria identità, che può essere anche dialettale, è una cosa che è sempre avvenuta. Il problema sono le esagerazioni prive di fondamento storico. Quando scrivo in dialetto, non ci faccio caso, è come se scrivessi in italiano perché ho un bilinguismo perfetto. Invece quando ho sentito parlare del “tanko” dei Serenissimi, mi sono venuti i brividi. Altro che carcere: andavano puniti mettendoli obbligatoriamente a studiare la filologia neolatina. Quanto poi alla ricorrente proposta di inserire il veneto fra le materie scolastiche, mi limito a far notare che i dialetti non si insegnano, ma si imparano».
Non crede così di attirarsi nuove ire dal Carroccio, dopo quelle per averlo definito «peste» al programma “L’infedele”?
«Tremo (mima un tremolio e sorride, ndr). Guardi, io non ho neanche sentito quella mia intervista. Mi ero messo a guardare la trasmissione, ma a un certo momento è prevalsa la legge della badante… per cui sono andato a dormire. In ogni caso credo abbiano preso singoli pezzettini e che per questo il mio pensiero sia uscito troppo sintetizzato. Forse avrei potuto usare un’altra espressione, forse ho esagerato e avevano ragione certi che mi hanno criticato. Ma sicuramente nella versione originale ho detto “peste se supera un certo livello”, non “peste” e basta».
E allora, se dovesse dire adesso cosa pensa della Lega?
«Non ne parlerei comunque bene, perché quel partito manca di fondamenti teoretici. I leghisti non sanno nemmeno che cosa sia il dialetto. Io sono offeso veramente da quello che ha fatto la Lega in questo settore. La sua pretesa di dire il dialetto è questo, o il dialetto è quest’altro, è senza base».
Martedì prossimo uscirà per Mondadori la sua nuova raccolta di poesie: cosa sono quei «Conglomerati»?
«Delle stratificazioni non solo in senso paesaggistico, ma anche a livello mentale. Qualche cosa di fragile che è diventato duro. In questo libro il dialetto salta fuori quando vuole, come nella quarta di copertina (dov’è riprodotto un suo originale in corsivo, ndr). Ed è così che dev’essere, perché il dialetto non è imposizione, ma spontaneità».
(Intervista di Angela Pederiva ad Andrea Zanzotto pubblicata sul Corriere del Veneto dell’11 ottobre 2009)
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