Ai Nostri Posti

Ora e sempre Resistenza

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Fantapolitica domenicale

Pubblicato da prescinseua su 15 Novembre, 2009

Un paio di settimane fa la Cassazione ha sancito un principio importante. Ha deciso che per parlare di famiglia, almeno quando ci sono di mezzo maltrattamenti tra partner, è sufficiente constatare la ‘stabilità del rapporto’ per poter applicare gli articoli del codice penale che riguardano la violenza familiare. Si tratta di una sentenza singola che nel diritto italiano non fa giurisprudenza (anche se è l’ultima di una lunga serie di decisioni in materia da parte della Suprema Corte) e si tratta di una sentenza penale in cui si sancisce un principio molto pratico che non deve per forza avere conseguenze anche in materia civile. Nella fattispecie la decisione della Cassazione consente di applicare aggravanti di pena altrimenti impossibili per una “normale” aggressione.

Non tutti però la vedono allo stesso modo. Cotanta sentenza è per esempio bastata per suscitare le ire dei lettori del Giornale che nei loro commenti ad una preziosa perla di Marcello Veneziani si sono scatenati a discettare di teologia, biologia, zoologia oltre che di storia del costume con lo stile crudo che tanto li contraddistingue. Tra tutti un commento in particolare mi è saltato all’occhio. Un commento solo, è vero, però importante per un riferimento che contiene. Il lettore Terzino al commento numero 108 si lascia scappare la constatazione che l’articolo 29 della Costituzione purtroppo non è stato ancora modificato e lascia chiaramente intendere che ciò dovrebbe avvenire quanto prima se si hanno a cuore i destini della famiglia italica. Come sapranno i lettori, l’art. 29 parla di famiglia come ‘società naturale fondata sul matrimonio’ e di ‘coniugi’. Oibò, belle parole, non c’è che dire, ma anche assai vaghe e facilmente fraintendibili. Del resto, chi sa definire in maniera chiara cos’è la ‘natura’? E come non inorridire davanti a quel pericolosissimo (e doppiamente maschile) ‘coniugi’? Il fatto che anche i lettori del Giornale inizino a capire che la Costituzione così cattolica poi non è indica che la battaglia per la laicità dello Stato si sta spostando su un livello più alto rispetto al passato, non più puramente mediatico-culturale o politico, ma persino costituzionale. E più d’uno sta affilando le armi per questa battaglia che potrebbe rivelarsi letale per la nostra Carta fondamentale. Anche la proposta del giudice costituzionale Napolitano, già avvistato ad una cena con Berlusconi e Alfano a casa di Gianni Letta, di consentire ai membri della Consulta – se stesso in primis, evidentemente – il dissenso pubblico (quindi inevitabilmente politico) rispetto alle decisioni della Corte può essere indubbiamente inserita nel quadro di questa escalation volta a delegittimare o quanto meno a svuotare di significato il massimo organo di garanzia posto a tutela della Costituzione. Si aggiungano poi gli appelli, tra gli altri di Alessandra Mussolini, al riconoscimento costituzionale delle radici cattoliche dell’Italia e il sospetto si fa certezza.

Esagerato? Temo di no, e cercherò di spiegarvi il perché. Ma prima un salto indietro nel tempo. Nel corso dei primi mesi del 2009 una coppia omosessuale di Venezia si è rivolta al comune di residenza per richiedere le pubblicazioni del proprio matrimonio. La coppia ha agito di concerto con l’associazione Certi Diritti, legata ai Radicali, e ha richiesto che la risposta dell’Ufficiale di Stato Civile della città lagunare le venisse fornita per iscritto. L’esito della procedura è stato prevedibilmente negativo: il codice civile italiano e la sua applicazione corrente lasciano chiaramente intendere che a sposarsi possono essere solamente un uomo e una donna. Lasciano intendere? E già, perché il codice civile vieta tante cose in tema di matrimonio, per esempio fratello e sorella non possono sposarsi, ma non vieta da nessuna parte in maniera esplicita le nozze tra persone dello stesso sesso. Né parla di ‘uomo’ e ‘donna’, ma semplicemente – ci risiamo – di ‘coniugi’. La coppia in questione ha ritenuto ce ne fosse abbastanza per fare ricorso. E il tribunale di Venezia le ha dato atto di aver messo in luce un punto poco chiaro della legge vigente e ha conseguentemente scelto di chiedere il parere della Corte costituzionale. Di lì a poco anche il tribunale di Trento ha adito anch’esso la Consulta in relazione ad un caso analogo in cui la coppia era nuovamente assistita da Certi Diritti. Risultato: due ricorsi molto simili su cui la Corte si pronuncerà verosimilmente nel giro di un anno. Subito prima o subito dopo l’estate 2010 quindi.

Il tribunale di Venezia nelle proprie motivazioni fa riferimento certo a ciò che i costituenti potevano intendere per ‘matrimonio’, ma allo stesso tempo fa notare che la formula ‘coniugi’ venne probabilmente preferita proprio per la sua vaghezza. Il principio di apertura alle evoluzioni del costume e della morale (per quanto non prevedibili negli anni ’40) deve prevalere su un approccio filologico alla Carta. Tanto più che la legge civile distingue chiaramente l’istituto del matrimonio da quello della filiazione. In pratica, come è logico, ci può essere matrimonio senza figli e ci possono essere figli senza matrimonio. Con la differenza che per fare figli ci devono essere una donna e un uomo. Logica estensione del ragionamento è il fatto che in tema di adozione il codice civile parla esplicitamente di ‘marito’ e ‘moglie’. Il che da un lato può rassicurare coloro che sono contrari all’adozione da parte delle coppie omosessuali – una sentenza positiva della Consulta non si estenderebbe a questa forma di filiazione – e dall’altro conferma appunto che il legislatore, quando vuole, sa fare – eccome! – chiarezza sulla composizione della coppia. In aggiunta, ovviamente, il tribunale stesso ricorda il già citato articolo 29 della Costituzione, l’articolo 3 che vieta ogni discriminazione in base a ‘condizioni personali’ oltre agli articoli 2 (tutela delle formazioni sociali in cui si svolge la personalità dell’individuo) e 117 comma 1 (obblighi comunitari, leggasi in particolare Trattato di Lisbona e Carta di Nizza).

Capirete quindi già da soli verso quale iceberg la Costituzione italiana sta navigando. Tutto dipende dalla decisione della Consulta, ma in qualunque senso questa deliberi, quel che è certo è che si tratterà di una decisione esplosiva. L’impatto politico di un’interpretazione tradizionalista lascerebbe in teoria ancora spazio per una sorta di civil partnership, contentente per i contraenti gli stessi diritti e doveri di una coppia sposata, semplicemente con un altro nome. Politicamente però una scelta del genere avrebbe un impatto talmente forte da rendere remota e impraticabile per molti anni persino una scelta assai timida come quella dei Didorè. Analogo ragionamento è possibile fare nel caso di approvazione da parte del parlamento della proposta di modifica dell’articolo 29 presentata dal senatore Malan (e pensare che è valdese…). Il nuovo articolo riconoscerebbe il matrimonio come ‘unione tra un uomo e una donna’ e in questo modo non escluderebbe di per sé la possibilità di regolamentare altre forme di unione o persino altre definizioni di matrimonio. A breve e medio termine però tale eventualità risulterebbe per le medesime ragioni appena esposte politicamente non praticabile.

Per una scelta così conservatrice la Consulta dovrebbe in realtà fare diversi salti mortali e dare interpretazioni assai originali di più di un articolo. Sarebbe un suo diritto e potrebbe farlo – come ha dimostrato ancora di recente – anche a maggioranza risicatissima. Più lineare risulterebbe tuttavia una sentenza positiva, anche se la Consulta in più di un’occasione – per esempio, in materia televisiva – si è dimostrata non insensibile agli equilibri politici del momento. Non è esclusa quindi una sentenza in linea di principio favorevole al matrimonio tra persone dello stesso sesso ma con qualche formuletta che ne posponga di fatto l’entrata in vigore, poniamo, a quando il Parlamento deciderà di legiferare appositamente in materia. Una vittoria per tutti che nell’attuale guerra di posizioni verrebbe probabilmente venduta – contro ogni evidenza – come un no al matrimonio gay.

Ma veniamo all’ipotesi più interessante e pericolosa. Nella fattispecie mi interessano le conseguenze politiche della questione e la potenziale minaccia alla Costituzione stessa che a quel punto potrebbe profilarsi. Il confronto con il Lodo Alfano è assai interessante. Berlusconi ha blaterato nelle ore immediatamente successive alla sentenza di voler provare a reintrodurre l’immunità per se stesso con legge costituzionale. Lo stesso testo appena dichiarato incostituzionale verrebbe fatto rientrare dalla finestra e inserito proprio in quella Costituzione che non potrebbe tollerarlo a meno di non metterne in pericolo i delicatissimi equilibri. Non so se quel progetto resti in piedi per il Lodo Alfano, ma l’invito al rispetto per il Capo dello Stato e per la Corte costituzionale arrivato da Fini fa presumere, salvo ripensamenti dello stesso Fini o di Casini che in queste ore sembrano meno lontani, che Berlusconi non si senta le spalle abbastanza coperte per tentare il definitivo assalto alla diligenza. Meglio tornare a puntare sulle lentezze della giustizia, sulle arguzie dei suoi legali e soprattutto sulla vecchia e cara prescrizione (eventualmente accorciandola per legge). Viene così rimandato alla prossima occasione l’aggiramento anche dell’ultimo ostacolo che ancora impedisce a Berlusconi di fare con la Costituzione quel che gli pare e piace. La Consulta appunto, che a quel punto potrebbe pronunciarsi come vuole su tutto per poi vedersi beffata regolarmente da sistematiche modifiche alla Carta a colpi di maggioranze parlamentari. Sembra un colpo di stato, ma non lo è. È semplicemente uno dei vari buchi neri lasciati dai Padri costituenti che Berlusconi ci sta facendo scoprire poco a poco.

Ora, capite anche voi lo scenario che si va delineando. Una sentenza sul matrimonio omosessuale è ben altra cosa da una sentenza sull’immunità del presidente del consiglio (e altri comprimari) di cui molti italiani non hanno capito granché e nell’interpretazione della quale possono facilmente entrare in gioco anche manovre di palazzo non sempre trasparentissime. Al contrario, gli animi si surriscalderebbero subito e le alleanze politiche pure. Difficile pensare che Fini o il PD richiedano in quel frangente il rispetto della sentenza con la stessa fermezza con cui hanno difeso la pronuncia sul Lodo Alfano. Difficile pensare che il Vaticano non inizi a scalpitare e a sfuriare con l’occhio lungimirante rivolto anche alla modifica dell’articolo 33 (scuola privata). Difficile pensare che Berlusconi si lasci scappare l’occasione per prendere uno stormo intero di piccioni con una sola, piccolissima fava. Sancire finalmente la santissima alleanza con il Vaticano, spingere definitivamente le diverse anime del PD all’implosione o in alternativa alla conversione finale e realizzare infine il suo legittimo (ahimé, pure legittimo) colpo di stato. E per di più con la complicità di gran parte dell’opposizione che, ancora tutta impegnata a cincischiare (Franceschini) di diritti individuali dei componenti la coppia di fatto (sic) o (Bersani) di coppie omosessuali in nulla assimilabili al matrimonio (non è noto se si sia fatto anche il segno della croce nel pronunciare queste parole), arriverebbe una volta di più totalmente impreparata alla battaglia decisiva.

Uno scenario da incubo? Il delitto perfetto, per giunta così a portata di mano? O forse semplicemente fantapolitica? Solo pochi mesi e avremo la risposta. Nel frattempo, estote parati!

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Mobilitazione web contro il lodo Ghedini

Pubblicato da sandro su 14 Novembre, 2009

Giustizia, torniamo in piazza per informare//”Il Parlamento che approva il lodo Ghedini, ennesima legge per premiare i potenti e massacrare i più deboli non mi rappresenta“.
Libertà e Giustizia chiede di inviare questo testo via mail ai presidenti di Camera e Senato. Una mobilitazione via web per ribadire che deputati e senatori che votano quella legge non mi rappresentano, non lo fanno a mio nome. Ecco di seguito il testo girato via mail, via Facebook e via Twitter a tutti i contatti dell’associazione, con una catena virtuale per costruire una diga, il principio di una resistenza per dire che la misura è colma.

Ai presidenti di Camera e Senato:
Fermate lo scempio della giustizia

Il Parlamento che approva il lodo Ghedini, ennesima legge per premiare i potenti e massacrare i più deboli non mi rappresenta. Se sei d’accordo, invia anche tu questo testo ai presidenti di Camera e Senato (schifani_r@posta.senato.it, fini_g@camera.it e cc lgiustizia@yahoo.it).

[fonte: libertaegiustizia.it]

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Adesso basta

Pubblicato da sandro su 14 Novembre, 2009

Presidente Napolitano. Presidente Fini. “Adesso basta” è il titolo che abbiamo stampato ieri sulla prima pagina del Fatto Quotidiano. Adesso basta è scritto sulle migliaia di messaggi che giungono al nostro giornale. Tutti indistintamente chiedono di mettere la parola fine allo scandalo che da quindici anni sta sfibrando l’Italia: la produzione incessante di leggi personali per garantire a Silvio Berlusconi la totale immunità e impunità in spregio alla più elementare idea di giustizia.

Quello che rivolgiamo a voi che rappresentate la prima e la terza istituzione della Repubblica (sulla seconda, il presidente del Senato Schifani pensiamo di non poter contare) non è un appello ma una richiesta di ascolto che, siamo certi, non andrà delusa. Tutte quelle lettere, e-mail, fax esprimono una protesta e una speranza. Di protesta “contro l’arroganza di un Potere che sembra aver perso ogni senso della misura e anche quello del decoro ”, scrisse Indro Montanelli sulla Voce nel 1994, all’epoca del decreto Biondi. Fu il primo tentativo di colpo di spugna al quale ne sarebbero seguiti altri diciotto negli anni a seguire fino all’ultima vergogna chiamata “processo breve”. Allora la battaglia fu vinta.

La redazione della Voce fu alluvionata di fax dei lettori disgustati, il decreto fu ritirato e il grande giornalista così rese omaggio allo spirito di lotta dei concittadini: “Fino a quando questo spirito sarà in piedi, indifferente alle seduzioni, alle blandizie e alle minacce, la democrazia in Italia sarà al sicuro”. Malgrado abbia attraversato tante sconfitte e tante delusioni quello spirito non appare per nulla fiaccato e chiede di trovare una risposta capace di dirci che la politica non è solo interesse personale e disprezzo per gli altri. Che le istituzioni sono davvero un baluardo contro le prepotenze del più forte. Questa è la nostra speranza presidente Napolitano e presidente Fini. Per questo vi trasmetteremo i messaggi dei nostri lettori. Tenetene conto.

[Antonio Padellaro su Il Fatto Quotidiano del 14 novembre 2009]

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Muri

Pubblicato da sandro su 9 Novembre, 2009

Cadeva vent’anni fa un muro tristemente famoso, e non possiamo che rallegrarci del visibile salto in avanti compiuto da quella Germania e da quell’Europa da quel giorno remoto ad oggi.

Bisognerebbe chiedersi però se alla caduta del celebre muro, con i calcinacci stessi del muro sia stato edificato qualcosa di buono e giusto, al di là delle aggettivazioni celebrative.

Bisognerebbe chiedersi se altri muri, più solidi e meglio presidiati, collocati nell’immaginario o nell’esistente, non formino adesso barriere maggiormente efficaci contro un desiderio diffuso di giustizia ed equità.

La qualità della democrazia, insomma, ha tratto giovamento da quel crollo, o il vuoto apologizzare contemporaneo farà crollare anche il simulacro di quest’ultima?

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Berlusconi eletto direttamente dal popolo? Balle

Pubblicato da sandro su 12 Ottobre, 2009

sberlusconi

(Nella foto tratta da Repubblica.it, il soggetto che il quotidiano Observer ha definito il caudillo d’Europa)


La frase “eletto direttamente dal popolo” domina la scena. Il sempre più pensoso Pecorella l’ha usata in modo preventivo per convincere la Corte Costituzionale che al presidente del consiglio devono essere accordate guarentigie speciali, superiori a quelle che toccano alle altre cariche dello Stato. La Corte ha cestinato il suggerimento.

Ora il presidente del consiglio non passa minuto che non ci ripeta “sono stato eletto direttamente dal popolo”. L’affermazione dovrebbe smontare secondo lui l’impianto logico che la Consulta ha opposto al Lodo Alfano: preminente su tutto è l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge; se per caso si deve derogare al principio essenziale della Costituzione si deve per forza farlo con una legge di rango costituzionale; ma, qui è il punto, una legge costituzionale non può intaccare il principio di uguaglianza. Non c’è scampo per il Lodo Alfano.

Ma è poi vero che Berlusconi è stato eletto direttamente dal popolo? Niente affatto. I cittadini italiani sono stati costretti a votare da una legge elettorale infame che, oltre a impedir loro di votare per chi volevano, li ha obbligati a votare per simboli in cui era stato infilato il logo “Berlusconi presidente” o “Veltroni presidente”. Una forzatura cui a suo tempo la classe dirigente di centrosinistra non seppe e non volle opporre tutte le necessarie riserve di ordine costituzionale. Quali? Per esempio: la repubblica è parlamentare e non presidenziale; imporre il trucco di quella scritta è una precisa lesione alla natura della repubblica. Oppure: nella Parte II della Costituzione, al Titolo III (Il Governo) è contemplato nella Sezione I il Consiglio del Ministri e nel suo contesto il presidente del consiglio compare con chiarezza come primus inter pares. Non c’è una sezione dedicata a lui: infatti la Sezione successiva, la II, è dedicata alla Pubblica Amministrazione. Nell’indice il presidente del consiglio è saltato a piè pari. Secondo Pecorella invece, in virtù della formuletta inserita nel logo del simbolo elettorale, Berlusconi sarebbe primus super pares.

E’ una colossale panzana. La cosiddetta elezione diretta è solo un subdolo artificio iconografico: una scritta nel simbolo e niente di più. Quanto alla vera elezione diretta del presidente del consiglio l’unico caso è quello di Israele. Considerato universalmente un disastro istituzionale, che giuristi di tutto il mondo hanno illustrato e commentato. Ma se proprio Berlusconi ritiene di ispirarsi a Israele potrebbe seguire l’esempio del suo presidente del consiglio Olmert che ha lasciato la carica e si è fatto processare per corruzione. Si è anche detto onorato di aver guidato un paese in cui il capo del governo non ha diritti superiori a quelli di tutti i cittadini. Che dirà il sempre più pensoso Pecorella?

Pancho Pardi

micromega-online 12 ottobre 2009

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Silviolo Augustolo

Pubblicato da sandro su 8 Ottobre, 2009

Le coincidenze sono per loro natura curiose. Venti giorni fa, quando il regimetto oggi ridimensionato (non ancora deposto, ahinoi) dalla Corte costituzionale approntava a Porta a porta la famosa puntata coreana sull’Abruzzo (poi fallita negli intenti, visto che gli ascolti erano stati inferiori a quelli dei cartoni animati mattutini), in segno di protesta e solidarietà con Raitre m’ero visto La caduta, il film sugli ultimi giorni di Hitler nel bunker della Cancelleria berlinese. Ieri sera, dopo aver di sfuggita sentito per radio che la robustezza della Costituzione aveva per l’ennesima volta sventato un attacco alle basi della democrazia, stavo andando con uno stimato amico al cinema per vedere Bastardi senza gloria, il nuovissimo film di Quentin Tarantino sulle imprese di una banda di ebrei americani ammazza-nazisti. In entrambe le circostanze Hitler muore; in entrambe le circostanze Berlusconi ha perso la testa. Nello studio dell’imparziale Vespa aveva dato a tutti quanti noi, che ci pregiamo di essere suoi strenui oppositori, dei farabutti. Saputo il verdetto della Consulta si è invece prodotto nel garbato e liberale parere che Nicola ha perspicacemente pubblicato più sotto. Il risultato non cambia, caro Berlusca: Repubblica italiana – Regno di mignotte e io so’ io e voi nun siete un cazzo 2 a 0.

Ora bisogna fare le persone serie, sebbene la tentazione sia di stappare il prosecco e denudarsi in piazza. Bisogna rispettare la sentenza, come fosse una piacevolissima facezia, e attendere la pubblicazione delle motivazioni della sentenza, cosicché ce ne si possa fare un’idea compiuta. Bene, attenderemo. Attenderemo, sì, ma nel frattempo qualcuno dovrebbe prendere dei provvedimenti sulle intollerabili infamie pronunciate dal ridicolo premier contro le cosiddette massime cariche dello Stato – quelle alle quali anch’egli s’illudeva appartenere. Non può esistere un presidente del Consiglio (sì, va be’, è una specie di Al Capone de noantri, d’accordo, ma non può esistere lo stesso) che dice impunemente quello che dice della Corte costituzionale e del presidente della Repubblica, solo perché non hanno soddisfatto le sue pretese, solo perché hanno inteso alla lettera il principio illuminista – quindi occidentale – della separazione dei poteri. Il piccolo uomo alla guida del Governo ha una mentalità aziendalista, il che lo dispensa dall’avere un cervello sobriamente funzionante. Ma non può, non può, non può mettere in discussione l’impianto democratico del paese, un impianto già fragile e che per nostra fortuna nei momenti critici funziona nonostante tutto, rivelando la lungimiranza dei padri costituenti. E deve smetterla, questo perenne imputato, di dare lezioni di libertà. Libertà provvisoria, come scrive sempre Marco Travaglio.

Ne vedremo delle belle, non subito, ma ne vedremo. Quel che da sei mesi accade sotto gli occhi del mondo intero non può vanamente scorrere e andarsene. Ci fosse un Parlamento sovrano e non un Sultanato il premier sarebbe da tempo a spasso – anzi a San Vittore. Ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria, è un principio della fisica. Se tanto mi dà tanto, in un modo o nell’altro qualcosa succederà. Ed è proprio perché qualcosa succederà che il cosiddetto presidente del Consiglio strepita, grida al complotto, straparla di magistrature eversive, tira in ballo Napolitano con sospetti ridicoli, e dice sfrontato che governerà fino alla fine (dei tempi). Lo fa per inibire le conseguenze, le ovvie conseguenze. Nostra cura sarà di non chinare mai la testa. C’è stato Romolo Augustolo, ci sarà anche Silviolo Augustolo.

berlusconi_imperatore

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Ghedoni

Pubblicato da sandro su 6 Ottobre, 2009

La nostra Costituzione è stata evidentemente scritta da degli idioti. L’articolo 3 non se lo fila più nessuno. Démodé. E’ bastato infatti un Ghedini o un Ghedoni di turno – come dice il sempre intelligente Gasparri – per demolire il castello di sciocchezze colà eretto. Uguaglianza di fronte alla legge… che concetto assurdo, astratto! S’è mai sentito di un presidente del Consiglio messo sullo stesso piano di un macellaio o di un macchinista o di un maestro? Figuriamoci, barzellette! Un capo di governo è un capo di governo, che cavolo! Una persona illuminata, a volte unta addirittura dal Signore, investita dell’autorità dal popolo stesso direttamente! Mica si può trattare uno così come fosse una persona normale, siamo scemi? E se poi ci pentiamo (citando Padre Maronno)?

Ghedini o Ghedoni ha detto testualmente che il presidente del Consiglio, a causa del ruolo particolare da lui ricoperto, è primus super pares, cioè si può fregiare del marchesegrillesco titolo: io so’ io e voi nun siete un cazzo. Ah che giurista, il Ghedini o Ghedoni! che mente sottile! che plastico interprete della legge! Se mai dovessi avere un figlio (o una figlia – Saya permettendo), l’obbligherei a studiare duramente come il grande Ghedini o Ghedoni, a credere nell’etica della giustizia come il grande Ghedini o Ghedoni, a battersi perché le ragioni del più debole prevalgano sull’iniquità del più forte come il grande Ghedini o Ghedoni. Poi, suggerirei anche di dotarsi degli stessi denari che il grande Ghedini o Ghedoni percepisce difendendo il sacro principio del bene.

In realtà abbiamo oggi assistito all’estremo tentativo degli onorevoli avvocaticchi berlusconiani (come De Bortoli splendidamente li definì) di salvare il capo. Per amor della giustizia e, per una volta almeno, della legalità in questo paese mi auguro falliscano, mi auguro la Corte sopprima il lodo Alfano e sopprima soprattutto l’insana idea che in esso cova: l’idea che alcuni maiali – citando stavolta Orwell – siano più uguali degli altri. Non a caso Calamandrei (che effetto strano citare un grand’uomo simile nello stesso articolo in cui compare Ghedini o Ghedoni…) definiva l’articolo 3 rivoluzionario; perché abbatteva il fulcro dell’ideologia fascista; perché diceva – e dice – che tutti sono uguali, che tutti hanno gli stessi diritti, che tutti hanno gli stessi doveri.

Ce la farà Ghedini o Ghedoni a salvare chi gli paga lo stipendio dalle patrie galere? Chissà. Speriamo di no. Nel frattempo mi concentrerei, fossi in voi, a pensare a tutti questi galantuomini e alla parola che, unica e sola, li qualifica per ciò che sono e sempre saranno. Un aiutino: fa rima con l’illustre Ghedini o Ghedoni.

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Lo buttano o non lo buttano?

Pubblicato da sandro su 5 Ottobre, 2009

I giudici di Milano scrivono nella sentenza sul Lodo Mondadori che Berlusconi è corresponsabile di corruzione. Oltre a condannare Fininvest a risarcire la Cir di De Benedetti con 750 milioni di euro, c’è quindi anche questo pesantissimo macigno sulla groppa del presidente operaio. Ora i legulei di Finivest lavorano all’appello, ma nel frattempo – pensate: diciotto anni per arrivare alla sentenza di primo grado! – l’immagine del capo del Governo (ammesso e non concesso ne avesse una) è irrimediabilmente sporcata. Non bastavano le peripatetiche, i nani, le ballerine, gli abbronzati, le manifestazioni che sono farse; no, ci voleva anche la corruzione. Be’, non è la prima volta, è già successo in febbraio con la condanna di David Mills – un caso unico, nel quale c’era il nome del corrotto ma non del corruttore, grazie ad un altro lodo, quello Alfano. A proposito, domani la Consulta decide se stracciarlo o meno. Le mie approssimative conoscenze giuridiche non mi consentono sbilanciamenti, ma mi sa tanto che il 6 ottobre ce lo ricorderemo…

Leggo su Repubblica che Fini, Calderoli e Casini (madonna, quanta intellettualità in una sola riga) fanno intendere di voler andare a votare prestissimo. Che sia vero? Insomma, siamo sul serio in vista della detronizzazione del Caimano? Caspita, che emozione! Magari succedesse! magari lo portassero via in manette! Chissà. Lo buttano o non lo buttano?

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Libertà di stampa?

Pubblicato da nicola su 4 Ottobre, 2009

Due parole sulla manifestazione di ieri a Roma.

L’idea che me ne sono fatto seguendo i vari canali informativi di cui sono solito disporre (Skytg24, TG3, TG4, lettura dei giornali) è che il buon risultato dell’iniziativa sia in dubbio.

Il conteggio dei partecipanti, al solito, è diviso in maniera ridicola. Interessanti soprattutto i quotidiani che giocano a trovare la media matematica tra due numeri su cui nessuno concorda, giusto per non dispiacere a nessuno. Quella sì che è informazione!

Al di là delle sciocchezze, non riesco a capire come ci si potesse aspettare che la manifestazione non avrebbe assunto un tono politico. In fin dei conti, non si trattava forse di una manifestazione contro una determinata parte politica, e in particolare di una determinata persona politica?

Stupiscono invece, a mio parere, le tante bandiere e i tanti volti noti del PD, che negli ultimi tredici anni ha perso tutte le opportunità che aveva di porre un limite alla ragione prima delle miserie che tutti noi oggi osserviamo. Un maggiore ritegno, da parte loro, credo sarebbe stato opportuno.

A lato della manifestazione, non trovo parole per descrivere l’intervento di Minzolini, roba che nemmeno Fede ha pronunciato. Siamo veramente messi male, se il TG1 è in queste condizioni.

Mah. Poteva essere una grande manifestazione, e può darsi che lo sia stata, ma da qui non me ne sono molto accorto. Temo non cambierà gli equilibri di molto. Mi sembra che i giornali stessi, i primi interessati non abbiano fatto altro che produrre cronachette, qui trionfalistiche, lì denigratorie.

Che si fa? Si aspetta l’Onda un’altra volta, nella speranza che se li porti tutti via?

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Libertà di Stampa

Pubblicato da nicola su 3 Ottobre, 2009

liberta-di-stampa-2009-freedom-houseUn augurio perchè domani (oggi, per voi) sia un giorno importante per la libertà di stampa,  affinchè la cartina qui sopra torni a rappresentare l’Italia tra i paesi in verde.

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