Ai Nostri Posti

Ora e sempre Resistenza

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“Intellettuali” di destra: Luca Barbareschi

Pubblicato da sandro su 7 Novembre, 2009

intervista di Alessandro Ferrucci, Il Fatto Quotidiano 31 ottobre 2009

“Non faccio niente. Ma con un impegno della madonna…”, recita Luca Barbareschi nel suo ultimo lavoro teatrale. Lui è regista e primo attore di un musical nato da un’idea di Giorgio Gaber. Gira l’Italia. Ancona, Roma, Napoli, Crotone e ancora…

Mi scusi, come concilia un impegno del genere con la sua attività parlamentare?

“Beh, non capisco la domanda: ho oltre l’80% di presenze”

Sicuro? I dati ufficiali della Camera raccontano di un 47,70%…

“Ah si. Vabbè, è quasi la metà. È la stessa cosa”.

Non proprio…

“Senta, io lavoro molto più di lei (è la prima volta che ci parliamo, ndr). Dormo quattro ore a notte, sono in piedi dalle sei del mattino e sono in grado di organizzare il lavoro”.

Però dalla commissione Trasporti, della quale lei è vice-presidente, lamentano le continue assenze…

“Saranno i suoi amici a dire certe cose. In un anno e mezzo ho presentato quattro proposte di legge e ne ho portato a casa una. Sono uno dei più efficienti!”.

Bene. Lei però, ha spesso denunciato il malaffare italiano, il lassismo politico: non crede che la complessità della macchina statale meriterebbe un po’ più d’attenzione?

“Nooo. Eppoi non potrei permettermelo: non ce la farei ad andare avanti con il solo stipendio da politico”.

Ma sono circa 23mila euro lordi al mese, più tutti i benefit…

“E allora? Non sono mica nato da una famiglia ricca. Nessuno mi ha lasciato niente”.

Per lei, Montecitorio è un secondo lavoro…

“È facile parlare per voi! Voi giornalisti siete la vera casta, la feccia. Ora avete chiamato me come se fossi il male assoluto”.

Eravamo incuriositi dalla sua poliedricità…

“No! I nemici sono i giornalisti ladri. Sono la maggior parte, solo che non li becca mai nessuno. Intoccabili. Inoltre i problemi della vita sono altri…”.

Quali?

“I ladri, i farabutti e tutti quelli come loro”.

Ma proprio non vede la necessità di maggiore impegno parlamentare?

“In Israele chi fa il deputato deve lasciare ogni altro lavoro”.

Appunto…

“Da noi non è così. Ho anche una attività imprenditoriale da mandare avanti…”.

Pure…

“Sì. E sono bravissimo. Mi basta un’ora per dare le direttive giuste e farle eseguire”.

Sarà stanchissimo…

“Cosa? Non ho capito…”.

Sento la sua voce molto affaticata…

“Ah! Lo ripeto: mi sveglio presto, lavoro, e poi alle cinque vado a teatro per le prove. Anzi, la saluto, devo andare. Saluti Travaglio, mi piace molto come lavora”.

Sì, sono le 16.30, è ora di correre al Quirino di Roma. Sono gli ultimi giorni, poi via per una lunga tournee, lontano dalla Capitale. Buon viaggio, e non si stanchi troppo, onorevole Barbareschi.

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1933 (quasi)

Pubblicato da sandro su 21 Settembre, 2009

Due momenti di profonda, pura idiozia della giornata di ieri.

Tg1 delle 13,30: Daniela Santanché aggredita dai fedeli islamici mentre, a Milano, protesta contro il burqa, al termine del mese di Ramadan.

Presa diretta, Raitre, ore 22 circa: servizio su sicurezza, ronde e – ciliegina sulla torta – il Partito Nazionalista Italiano di Gaetano Saya (quel tizio che se ne va in giro conciato come un nazista, sapete).

Queste due perle di sofisticatissima stupidità mi hanno angustiato piuttosto che divertito. La ragione è presto detta: sono segnali, trilli d’allarme d’un dinamismo politico di sottobosco che sfugge ormai a qualsiasi controllo. Tale dinamismo politico, se così vogliamo definirlo, è di un’unica e sola matrice, quella fascista, ed è risoluto, strafottente, pericoloso. Ecco perché sono sconcertato. Cos’altro deve capitare, in questo paese derelitto?

Ditemi voi cosa c’entra Daniela Santanché, anche solo lontanamente, con la dignità femminile. Quella che lei chiama “battaglia” contro il velo e la sottomissione delle donne di religione musulmana è in realtà, a mio avviso, uno stratagemma per continuare a godere d’una buona visibilità mediatica, senza la quale il suo sedicente Movimento per l’Italia potrebbe al massimo aspirare a riempire – televisivamente parlando – gli interstizi pubblicitari fra uno spettacolo hardcore e l’altro, a mezzanotte e dintorni, nei canali locali. Inoltre, una donnicciola assai poco arguta come lei, non può davvero sperare d’avere uno straccio di credibilità, visto il vigore con cui difende l’Utilizzatore Finale. Forse non disprezza i puttanieri. Certo non quanto disprezza tutto ciò che è diverso da quel che lei considera cultura, tradizione, italianità. Ma una signora quasi cinquantenne che gioca a fare la fascista, che dignità può avere? Nessuna, va da sé; e provo dispiacere per il figlioletto di pochi anni: quale educazione saprà impartirgli? Da quando non recita più la parte di femme fatale del partito di Storace, l’ex onorevole s’è data al cabaret in forma di politica (andando di fatto ad infoltire le già generose schiere assise in Monte Citorio). Be’, abbiamo scoperto una star! L’esibizione di ieri, poi, merita una candidatura all’Oscar. Povera Danielina, ha preso un pugno da un cattivone maomettano! Eh sì, e quindi corsa disperata all’ospedale, visita d’urgenza, cure immediate, conferenza stampa, dichiarazioni lanciate e riprese da tutti i media. Accidenti, che organizzazione, che sceneggiatura ben scritta! Peccato che poi la medesima Danielina, quando i poliziotti usano il manganello per praticare – citando Dickens – un liberale esercizio sulle schiene e le teste dei pacifisti, non trovi la cosa granché riprovevole. Se avete visto le immagini della paladina della femminilità durante il contrasto coi musulmani, avrete potuto apprezzare l’esteriorità di Rambo Santanché: giubbotto verde vomito, jeans attillati, zazzera sparsa, lenti scure da aviatore. dsantanché Un aspetto brutale, minaccioso, arricchito dalla compagnia di qualche aitante testa rasata in giacca e cravatta a farle da scorta. Pare che Rambo Santanché volesse sensibilizzare i fedeli sulla questione della libertà personale, usando come pretesto non so più che legge del millenovecentosettantaeacchiappalo che proibisce di circolare a volto coperto. Poiché Rambo Santanché non ha tempo per la pedagogia e, figuriamoci, le buone maniere; poiché Rambo Santanché è un guerriero che va per le spicce, che fa del pragmatismo la propria morale; poiché Rambo Santanché mica vuol fare della dialettica ma imporre la sua virtù agli Untermenschen, il contegno più appropriato è parso l’attacco, sono parse le grida, le azioni di guerriglia, l’assalto alla mandria in stile Sioux, infischiandosene bellamente del rispetto per una cerimonia religiosa diversa e del relativismo culturale. A destra l’altro è un nemico, il suo costume un rischio, i suoi diritti delle largizioni, la convivenza un ingombro. Se fosse successo il contrario, se cioè una combriccola d’islamici avesse assediato la gente all’uscita da messa, urlandogli contro improperi sui preti pedofili, la schifosa ricchezza della Chiesa, le folli asserzioni sull’Aids, che cosa sentiremmo per radio, tv, eccetera? Secondo voi un pugno non ci sarebbe scappato? Io penso anche più d’uno. Insomma, Rambo Santanché dice d’esser stata abbattuta da un bruto islamico; gli islamici per parte loro dicono che Rambo, nel tentativo civilizzatore di strappare dalla testa di una donna un velo, sia rovinata a terra e abbia urtato lo spigolo di qualche macchina. Può darsi. Vicenda affascinante. Anche in Germania, negli anni che furono, i nazisti aspettavano gli ebrei fuori dalle sinagoghe. Qui i nomi cambiano ma il risultato è lo stesso. Lo saranno anche le conseguenze?

Il pezzo da novanta, il carico da undici, la schioppettata finale è arrivata la sera, intorno alle 22. Benemerita Raitre. Benemerito Riccardo Iacona.

C’è un servizio che fa un’inchiesta sulla situazione della sicurezza, il non argomento grazie al quale l’attuale governo, nel 2008, ha stravinto le elezioni. Il bravo cronista prende un esempio eclatante: lo stupro e l’omicidio di una ragazzina, a Guidonia, il febbraio scorso. Ricordate? Una banda di romeni, subito arrestata grazie alle intercettazioni mentre si discuteva di proibirle, sottratta al linciaggio della folla dai poveri carabinieri al momento dell’uscita dal commissariato. Si parlò di pena esemplare, di sicurezza da intensificare, trattati di circolazione nell’Ue da rivedere, e quant’altro. Di quell’evento furono figlie le ronde e i pattugliamenti congiunti di polizia ed esercito. Propaganda della più becera, videotrasmessa ventiquattro su ventiquattro. Cos’è successo dopo sei mesi, si domanda il cronista? Sono state mantenute le promesse? Come potrete figurarvi, no. La situazione è tale e quale a prima. Il servizio, del tutto imparzialmente, procede secondo un filo logico inappuntabile: interviste alle forze dell’ordine, interviste a vittime di furti e rapine, interviste a quadri dell’amministrazione. La realtà è che la zona di Tivoli-Guidonia, comprendente centomila abitanti, è servita da una sola pattuglia, per cui i poliziotti o i carabinieri non sono materialmente in grado di far fronte alla mole intensa delle richieste. La gente si lamenta, vive terrorizzata, e si rintana in villette-fortezza. Chi altro, se non il governo della tolleranza zero, dovrebbe provvedere? Ma i soldi non ci sono, anzi la Finanziaria 2008 ha operato così tanti e tali tagli di risorse, che solo lo spirito di lealtà delle forze dell’ordine al proprio dovere ha impedito il peggio, ossia l’anarchia. Loro sì eroicamente, non come certi militi costruttori di “pace”. Poi si passa a Torino, dove si seguono le comiche peripezie di una ronda leghista. Gli esponenti della colonna torinese hanno pance tanto enormi da farli claudicare, intanto che battono il territorio (magica parolina del vocabolario padano). Sono vecchi, uomini, senza dubbio non grandi lettori, e per loro la legge è ciò che esce dal cervello di Bossi. Pensate un po’. Ebbene, le riprese seguono una di queste famose ronde, e, cosa sorprendente davvero, ritrae una lunga processione nella quale questi figuri col fazzoletto verde perlustrano vie neanche troppo buie protetti da un cordone di poliziotti e carabinieri. Capito? Perciò se due o tre volanti devono andare appresso ai rondisti, è evidente che larghe parti della città rimangono sguarnite. Con buona pace della sicurezza. A riguardo, l’intervista fatta a tre poliziotti sgombra il campo da ogni equivoco: essi dicono chiaro e tondo che le ronde sono un intralcio perché stornano forze e risorse, sono un pericolo in primo luogo per loro stesse, e poi non sono utili nemmeno ai fini di un arresto – per arrestare una persona servono prove, non sospetti.  Chi di voi indovina quali sono i soliti sospetti dei rondisti? Facile, no? Immigrati, zingari, barboni. L’uomo nero.

A chi servono, dunque, le ronde? Servono ai partiti, ai partiti di estrema destra, xenofobi, populisti, razzisti. Guardate, c’è già una discreta letteratura in materia. Meglio, una storiografia. Meno di tre mesi fa, a Massa, due ronde si sono incrociate e pestate davanti un bar. Motivo dello scontro: divergenze ideologiche. Risultato: vigili urbani e carabinieri accorsi per dividere i gruppi di cretini. Roba da ridere. Fino a un certo punto, però. Infatti c’è chi questa possibilità di organizzare ronde personalizzate l’ha presa molto sul serio – e, secondo il mio parere, in un modo aberrante, spaventoso. Sto parlando di Gaetano Saya e i suoi sodali, riuniti sotto le insegne del cosiddetto Partito Nazionalista, di cui la Guardia Nazionale Italiana è un’emanazione. ronde_nere Vi dicono niente le divise, la fascetta, il braccio teso e l’aria invasata? Sì, sono identici alle SA hitleriane, le truppe d’assalto, le camicie brune, i picchiatori del nazionalsocialismo (almeno finché Hitler stesso non decise di liquidarle, dato il loro carattere estremista. Pesante, facevano paura perfino ad Hitler!). Be’, questo signor Saya sa il fatto suo, è organizzato, ricco, non si vergogna di essere fascista (a differenza di molti che oggi siedono su comode poltrone), ed ha uno scopo tanto semplice quanto orribile: ripulire l’Italia dagli stranieri. Solo chi ha sangue italiano, secondo Saya, può vivere in Italia. Vivere? Non è un messaggio sinistro? Ora, immaginate che questi soggetti hanno in dotazione addirittura un elicottero, si ispirano a Pinochet e affermano d’avere diecimila riservisti pronti a morire per la patria. A chi dicono grazie? Ma a Maroni, ovviamente. Se non fosse per lui, sarebbero ancora in giardino a giocare alla seconda guerra mondiale con le spade di legno. L’unica cosa che parzialmente mi consola è che la Procura di Genova ha avviato un’indagine su quest’ammasso di fesserie, e di tutto cuore mi auguro si riesca a smantellare l’organizzazione. Non esiste libertà di pensiero che giustifichi simili enormità. Non esiste democrazia che possa tollerare simili comportamenti. Non dovrebbe esistere, infine, un popolo tanto stolto da avallarli.

Io provo abbattimento, sdegno, imbarazzo, rabbia. Che anno è, il 1933? Quasi.

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Un sentito grazie agli intellettuali padani…

Pubblicato da sandro su 19 Settembre, 2009

La “ronda nera” a Roma

In camicia ocra, pantaloni neri, uno stemma tricolore e un’aquila con la scritta Spqr circa dieci persone si sono ritrovate in Piazza della Repubblica a Roma per la prima uscita nella capitale dei volontari della Guardia Nazionale Italiana. Tra loro, Maria Antonietta Cannizzaro, presidente nazionale Msi-Dn. Che dice: “Presto ripeteremo l’iniziativa anche in periferia”.

Hanno percorso le vie centrali di Roma in schiera e con il braccio destro alzato in segno del saluto del legionario. Sdegno e risa da parte dei passanti. Lancio di coriandoli e stelle filanti da parte di un consigliere provinciale della Sinistra, Gianluca Peciola. Alla guida dei militanti, il presidente del partito nazionalista Gaetano Saya, rinviato a giudizio nel 2004 per propaganda di idee fondate sull’odio razziale e nel 2005 ai domiciliari per aver creato all’interno del dipartimento studi strategici antiterrorismo una sorta di polizia parallela.

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Ed è subito bufera politica. «Ora basta! Non va sottovalutata l’iniziativa delle cosiddette Ronde Nere», dice il segretario del Pd Lazio Roberto Morassut. «Il sindaco – aggiunge – deve dare un segnale netto e inequivocabile nei confronti di queste degenerazioni di destra estrema rompendo ogni equivoco che possa far sentire certi gruppi tollerati o addirittura protetti. Cominci dalla sostituzione di Andrini”.

E Alemanno interviene così: «Chiedo ufficialmente al Prefetto e al Questore di intervenire immediatamente per evitare che la nostra città venga segnata dalle vergognosa pagliacciata delle ronde nere. Esiste un ben preciso regolamento emanato dal Ministero degli Interni che proibisce le strumentalizzazioni politiche dell’istituto degli Osservatori volontari per la sicurezza, introdotto dal pacchetto sicurezza del Governo. Inoltre questa attività può essere avviata in città solo su specifica richiesta del sindaco, richiesta che io ancora non ho avanzato al Prefetto di Roma», spiega il sindaco di Roma. «Per questi motivi, è evidente che il gruppetto di provocatori che ha dato vita alla sceneggiata coordinata da Gaetano Saia stia operando chiaramente fuori dalla legge e deve essere perseguito”.

(fonte: l’Unità)

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Contro l’omofobia in nome dei nostri valori

Pubblicato da prescinseua su 3 Settembre, 2009

Andiamo tutti a San Giovanni, venerdì prossimo. Andiamo, anche noi di Ffwebmagazine, alla fiaccolata organizzata a Roma dalle associazioni gay. Anche il sindaco Alemanno si è mostrato sensibile a questi temi, dichiarando che «c’è sicuramente un fenomeno di emulazione negativa sul quale bisogna stare molto attenti». Tanto per chiarire che la destra non è e non deve essere indifferente all’ondata di omofobia che si è fatta, soprattutto nella capitale e soprattutto negli ultimi giorni (aggressioni, insulti, minacce, bombe carta) più preoccupante. Inoltre, il Comune, insieme con la Provincia e la Regione sta organizzando una fiaccolata contro ogni forma di intolleranza e discriminazione, che si svolgerà il 23 settembre.

Noi ci saremo, perché crediamo che, comunque la si pensi sulle unioni omosessuali, Pacs, Didore e simili, non si può far finta di dimenticare che a fondamento della convivenza civile di un paese europeo e democratico, ci sia il rifiuto di qualunque tipo di violenza. Un rifiuto valido sempre e comunque, senza attenuanti. E ci saremo perché crediamo che fare una buona politica (o semplicemente essere buoni cittadini) significhi innanzitutto cercare di sradicare i troppi residui di razzismo, di prepotenza e di discriminazione ingiustificata (quella che vorrebbe escluderti per cosa sei e non per cosa fai), che ancora inquinano la nostra società.

Qualche parlamentare nostrano, evidentemente restìo a sfilare con gli omosessuali o a dare troppa visibilità all’allarme omofobia (perché «a Roma non c’è un allarme in tal senso»…), ha ricordato che, più di questa, servirebbero tante altre fiaccolate: «Contro la violenza ai bambini, alle donne, agli anziani soli, contro la malasanità, la cattiva assistenza ai deboli». Perfetto, se e quando deciderà di organizzarle, saremo in prima fila. Adesso, il “benaltrismo” serve a poco. E rischia di diventare un penoso paravento. Serve invece un segnale forte. Un segnale rivolto anche a noi stessi. Che serva a ricordarci quali sono i principi su cui si sostiene la nostra Repubblica – abbiamo una Costituzione che garantisce a tutti i cittadini di poter «sviluppare pienamente la loro personalità sul piano economico, sociale e culturale» – e per ricordarci che siamo davvero un “paese civile”. E per ricordarci che le personali convinzioni religiose non possono in alcun modo limitarli, quei principi fondamentali.

Oltre tutto, come hanno sottolineato dal Campidoglio, la fiaccolata è «una reazione della città di Roma contro ogni forma di intolleranza e di violenza». Non ha colore politico. Non ci vengano a dire che chi manifesta contro le aggressioni squadriste è a favore delle adozioni gay (qualcuno ci proverà sicuramente). O che una legge contro l’omofobia sarebbe una pericolosa deriva zapatersita. La deriva pericolosa è un’altra: che si chiuda un occhio, e poi si chiudano tutti e due. Per quanto ci riguarda, ci sono pochi distinguo da fare. Qui si tratta di rudimenti di senso civico, tutto qui.

Federico Brusadelli, Fondazione FareFuturo

2 settembre 2009, http://www.ffwebmagazine.it/ffw/page.asp?VisImg=S&Art=2088&Cat=1&I=immagini/Foto/fiaccolata_int.gif&IdTipo=0&TitoloBlocco=NEWS%20FfMagazine&Codi_Cate_Arti=7

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Il mito dell’Europa islamica

Pubblicato da prescinseua su 3 Agosto, 2009

Dopo gli attentati di Londra e Madrid, sulla stampa e in rete si è diffusa l’opinione che l’Islam stesse entrando in una fase estremista e violenta. Ma gli allarmismi sull’imminente “islamizzazione” dell’Europa si sono rivelati infondati, scrive l’Observer.

Per l’estrema destra e i blogger antislamici il quartiere Molenbeek di Bruxelles, soprannominato Little Morocco per la massiccia presenza di musulmani e nordafricani, è un avvertimento di quanto avverrà in futuro: un’incubatrice di tensione e terrorismo nella capitale d’Europa, parte di un’ondata di “islamizzazione” che a quanto pare dilagherà nel continente.

Le previsioni catastrofiche del caos religioso e identitario hanno raggiunto il culmine tra il 2004 e il 2006, quando sono esplose le bombe a Madrid e a Londra, un regista controverso è stato accoltellato ad Amsterdam e manifestanti arrabbiati hanno protestato contro la pubblicazione delle vignette satiriche sul profeta Maometto.

Per Bruce Bawer, autore di While Europe Slept, il futuro del continente era quello di “rassegnarsi a una graduale transizione alla sharia totale”. Entro la fine del secolo, ha avvertito il noto storico americano dell’islam Bernard Lewis, “l’Europa sarà islamica”. Il Daily Mail ha definito “intifada musulmana” i disordini che hanno scosso la Francia nel 2005.

A qualche anno di distanza, questi timori sembrano fuori luogo. Un nuovo sondaggio della Gallup dimostra che la temuta radicalizzazione di massa degli oltre venti milioni di musulmani dell’Unione europea non c’è stata. Alla domanda se gli attacchi violenti ai civili possa essere giustificata, l’82 per cento dei musulmani francesi e il 91 per cento dei musulmani tedeschi ha risposto di no. Quelli per cui si può ricorrere alla violenza per una “nobile causa” erano in linea col resto della popolazione. L’elemento fondamentale è che le risposte non sono state determinate dal credo religioso.

I sondaggi variano di continuo, però, e ritorna spesso il concetto secondo cui “bastano sei persone per un attentato”. Malgrado ciò, persino tra gli strateghi europei del controterrorismo, c’è la sensazione che l’ondata di radicalizzazione dei giovani musulmani si stia attenuando.

“Un dieci per cento circa della nostra popolazione islamica sta vivendo una dinamica di rifiuto dell’Occidente e dell’Europa, un altro dieci per cento è più europeo degli europei e l’80 per cento circa sta nel mezzo e cerca di tirare avanti”, ha detto Alain Bauer, criminologo e consulente in materia di sicurezza del presidente Nicolas Sarkozy.

La settimana scorsa la minaccia alla sicurezza in Gran Bretagna è passata da “grave” (attentato altamente probabile) a “reale” (attentato assai possibile), il grado più basso dall’11 settembre. In Olanda, l’anno scorso il livello della minaccia è stato aumentato al secondo grado in parte per l’impatto sulle comunità musulmane del successo del politico antislamico Geert Wilders. Persino qui, però, i servizi di sicurezza dicono che “le attività delle cellule [militanti] locali sono stabili o in diminuzione per mancanza di leadership e per liti interne”.

Nel quartiere Molenbeek di Bruxelles, anche Sebastiano Guzzone ha notato un cambiamento. In otto anni di consulenze agli abitanti locali sui loro diritti si è imbattuto nei marocchini belgi arrivati dai campi d’addestramento per terroristi della zona di confine tra Afghanistan e Pakistan e in un nordafricano scomparso in Iraq per morire come kamikaze. Questo succedeva allora.

“Ormai è qualche anno che non ne vedo più”, ha detto Guzzone. “I miei ultimi incontri con i fondamentalisti musulmani risalgono al 2006. Ce ne sono sempre meno. Il problema viene ingigantito”.

Per Kamel Bechik, che dirige un’organizzazione scout musulmana nel sud-ovest della Francia, dove i giovani salutano la bandiera nazionale ogni mattina e ogni sera – e se vogliono digiunano durante il mese sacro del Ramadan – la storia recente parla chiaro. “Ci sono sei milioni di musulmani”, ha detto. “Se la comunità si fosse davvero radicalizzata si noterebbe”.

Integralisti in minoranza

Anche il grado di osservanza religiosa cambia moltissimo. Secondo un sondaggio governativo tra i musulmani tedeschi, solo il dieci per cento degli immigrati dell’Europa sud-orientale prega ogni giorno, rispetto a oltre la metà di quelli arrivati dall’Africa del Nord.

In Francia, una simile disparità di vedute ha creato problemi all’interno della comunità musulmana quando il governo ha annunciato che avrebbe vietato il burka.

C’è infatti la questione del significato dell’integrazione. Per il sondaggio della Gallup, gli immigrati musulmani in Europa tendono a porre l’accento su temi sociali ed economici – alloggio, lavoro, accesso all’istruzione – come indici d’integrazione, mentre le cosiddette “comunità ospiti” danno più enfasi all’etica e agli usi, come ad esempio l’atteggiamento nei confronti dell’omosessualità, del sesso prima del matrimonio o della pornografia.

Malgrado le dispute tanto reclamizzate, secondo i sondaggi solo la minoranza delle donne musulmane europee porta il velo, e il numero sta diminuendo. I dati tedeschi suggeriscono che se un quarto delle immigrate di prima generazione indossa il velo, solo il 18 per cento delle loro figlie lo fa.

L’integrazione funziona anche in modi più sottili. In base ai sondaggi, le comunità musulmane sono profondamente influenzate dal paese di residenza. In Francia, dove il 45 per cento degli intervistati ha detto che l’adulterio è moralmente accettabile, un alto numero di musulmani locali ha detto lo stesso. In Germania, dove il 73 per cento della popolazione è contraria alla pena capitale, la stessa percentuale di musulmani locali ha condiviso l’opinione.

Con il tempo questa tendenza diventa più profonda. Un articolo sull’integrazione dell’Ufficio statistico olandese riferisce che in termini di norme, opinioni e condotta, [gli immigrati olandesi] di seconda generazione sono molto più orientati verso la società olandese dei genitori.

Una delle questioni più spinose è quella demografica. Nessuno mette in dubbio che negli ultimi decenni le popolazioni musulmane sono cresciute rapidamente, ma anche se secondo i demografi i musulmani d’Europa continueranno a crescere, si prevede un calo dei tassi di fertilità come accade ad altre popolazioni con maggiori livelli di benessere, accesso alla sanità e alfabetizzazione. Carl Haub, demografo del Population Reference Bureau di Washington, fa notare che i tassi di fertilità di paesi a maggioranza musulmana come Tunisia, Turchia, Algeria e Marocco sono appena più alti di quelli di Gran Bretagna e Francia. L’affermazione secondo cui nel prossimo mezzo secolo l’Unione europea sarà a maggioranza musulmana è “una sciocchezza bell’e buona”, dice.

fonte: http://www.presseurop.eu/it/content/article/65141-il-mito-delleuropa-islamica

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Quale 25 aprile?

Pubblicato da prescinseua su 25 Aprile, 2009

 

Fischia il vento e infuria la bufera. Questo cantavano i partigiani – almeno dalle mie parti, nella terra che fu anche di Sandro Pertini – durante le lunghe giornate in montagna tra l’estate del 1943 e il 25 aprile del 1945. Questa è stata per molti di quei ragazzi la vera, l’unica canzone partigiana. E questa è stata anche per gli italiani la vera, l’unica canzone partigiana. Almeno per un certo periodo. Chi la ricorda oggi abbastanza da poter arrivare alla seconda strofa? Chi la associa ancora oggi nella propria testa immediatamente con la data del 25 aprile? Pochi, credo. E non perché gli italiani siano di necessità sempre smemorati, ma perché il 25 aprile come ricorrenza e come simbolo evolve. O meglio, ne evolvono le interpretazioni, i modi di raccontarlo e le parole per presentarlo.

 

Fischia il vento è stata indubbiamente la canzone più cantata dai partigiani, ma è stata anche quella più cantata e ricordata ogni 25 aprile di poco successivo a quello del 1945, negli anni ’40 e ’50. La canzone era indubbiamente comunista, con quel suo richiamo al sol dell’avvenire e alla rivoluzione incipiente, e che il Fronte Popolare avesse messo in quegli anni una sorta di ipoteca sull’interpretazione della lotta di liberazione dal nazifascismo è difficilmente negabile. L’inizio della presunta egemonia sociale e culturale della sinistra a compensazione dell’inamovibile potere di governo dei democristiani? Non è da escludere. Ma il gesto non era privo di fondamento storico. I gruppi partigiani comunisti conobbero una presenza ed una diffusione sul territorio che altri gruppi, liberali, monarchici, azionisti, per dimensioni o per radicamento territoriale non potevano o non riuscirono ad avere. Che si guardasse ai comunisti come comune denominatore della lotta di liberazione (senza implicazioni ideologiche automatiche), come collante del racconto che se ne faceva negli anni in cui i segni di quella battaglia erano ancora visibili, non deve sorprendere.

 

L’avvio del centrosinistra – quello di socialisti e democristiani – segnò però un cambiamento di non poco conto del clima politico. E con esso anche del modo di raccontare, ricordare e celebrare il 25 aprile. È grosso modo dagli anni ’60 che le note sovietiche di Fischia il vento lasciano sempre più il passo a quelle yiddisch di Bella Ciao. Pochi partigiani ricordano di averla mai cantata in montagna e comunque non tanto spesso quanto Fischia il vento. Quest’ultima aveva però un difetto in quegli anni: era – lo si è detto sopra – una canzone rotondamente comunista. Il nuovo clima politico, caratterizzato dalla delimitazione del cosiddetto arco costituzionale, mal si combinava con espressioni quale ‘rossa primavera’ (nonostante un adattamento fatto in articulo mortis con ‘nostra primavera’) e ‘la rossa sua bandiera’. Bella Ciao forniva una perfetta ancora di salvezza. Una musica orecchiabile, fatto non di poco conto nell’embrionale società del benessere del tempo, e un testo che parla chiaramente e positivamente dei partigiani, ma senza voler loro attribuire aspirazioni rivoluzionarie e collettivistiche. I fatti dell’Ungheria del 1956 avevano del resto ridimensionato parecchio le speranze rivoluzionarie di molti in tutta l’Europa occidentale e lo scoloramento delle commemorazioni della sconfitta del nazifascismo non fu fatto esclusivamente italiano. L’idea della Resistenza come momento di unità e solidarietà nazionale, di sollevamento congiunto della meglio gioventù di quegli anni nei rispettivi paesi si ritrova anche in Francia o in Olanda e sicuramente non solo lì. Del resto, più in generale, la guerra cominciava ad apparire lontana, una nuova generazione si faceva strada nella società ed era una generazione che stava conoscendo un boom economico senza precedenti. Che guardasse soprattutto al presente – la libertà come benessere portato dai non rivoluzionari – non stupisce affatto.

 

Questa visione ‘costituzionale’ del 25 aprile ha tenuto fino alla morte dell’arco costituzionale segnata dalla sua degenerazione partitocratrica dei vari quadri- e pentapartiti e della loro bolsa retorica. Con il 1993-1994, con la candidatura di Fini a sindaco di Roma e con la ‘discesa in campo’ di Berlusconi, il 25 aprile entra in crisi. Il nuovo scenario politico non si accompagna infatti, come negli anni ’60, ad una nuova interpretazione condivisa della Liberazione. A destra quelli che all’epoca erano ancora post-fascisti e null’altro puntavano scopertamente ad uno svuotamento della ricorrenza e ad una riabilitazione dei combattenti di Salò. Una visione paradossalmente opposta ma tutt’altro che lontana da quella del periodo postbellico. Il 25 aprile come festa comunista per un lato, il desiderio di riabilitare il fascismo tout court per l’altro. A sinistra i progressisti e i centristi – come si chiamavano allora – restavano ancorati ad una difesa della visione ‘costituzionale’ da anni ’70 e ’80 ormai chiaramente inattuale. Una difesa agguerrita alimentata anche e soprattutto dal revanscismo della compagine berlusconiana che faceva temere addirittura una cancellazione del 25 aprile e di conserva la celebrazione dell’eroismo e del patriottismo degli italiani tutti, anche di quelli che non credevano in un’Italia democratica.

 

La situazione di stallo che si registrava ormai da quindici anni viene smossa quest’anno da un fatto inatteso e imprevisto. Berlusconi ha deciso per la prima volta nella sua carriera politica di partecipare al 25 aprile. Certo, lo ha fatto dichiarando – e sembra di essere di nuovo nel 1950 – di non voler lasciare questa ricorrenza in mano alla sinistra. Certo, avrà deciso di partecipare anche per ricostruirsi una verginità e un curriculum presidenziabile, date le sue malcelate aspirazioni quirinalizie. Ciò non toglie che la decisione di Berlusconi è anche implicitamente un’accettazione dell’importanza della data del 25 aprile. In altre parole, Berlusconi sancisce a modo suo che il 25 aprile è ricorrenza inaggirabile, confermandolo peraltro con il discorso di Onna. Il fatto che in questo periodo non ci siano altre ricorrenze di sorta che possano rimpiazzare questo comodo ponte di primavera avrà magari anche avuto un suo ruolo, ma la definizione di Fini del 25 aprile come festa di tutti, le polemiche – anche a destra – sulle uscite revisioniste di La Russa, e l’articolo su il Giornale del 23 aprile a firma di Sandro Bondi – nonostante l’autore si lasci andare ad una equazione assai grossolana fra meriti tutti da verificare della Chiesa cattolica durante l’occupazione tedesca e coraggio indubbio di certi sacerdoti negli ultimi due anni di guerra – lasciano pensare che a destra sia in atto un cambiamento di rotta, una revisione del massimalismo antiresistenziale. Se ne deve concludere che il 25 aprile non è verosimilmente destinato a scomparire a breve. È destinato però, questo sì, a cambiar pelle e a ricevere una nuova interpretazione che si adatti al meglio agli equilibri politici, sociali e culturali attuali.

 

Non credo la cosa debba essere per forza di cose deprecabile. Nella stessa Francia il tono antitedesco delle celebrazioni della liberazione ha lasciato il posto alla riscoperta del ruolo non sempre onorevole occupato durante l’occupazione da una popolazione francese spesso e volentieri tutt’altro che gollista. Sempre in Francia, ma anche in Olanda e in Gran Bretagna una certa revisione delle responsabilità storiche – paragonabile alla riscoperta dei misfatti partigiani posteriori al 25 aprile in Italia – si è accompagnata ad una trasformazione delle celebrazioni della liberazione interpretata ormai come la fine dell’ultima guerra mondiale, come la fine della stupidità della guerra in Europa, e non a caso ricordata spesso insieme alla conclusione della Prima Guerra Mondiale. È probabile che in Italia, non senza ritardo, si stia andando nella stessa direzione. Il 25 aprile come la liberazione dalle guerre fratricide, dalle ideologie per cui essere pronti a morire, dagli odi collettivi.

 

Una ricorrenza nuovamente condivisa, ma anche una ricorrenza dall’interpretazione ampia, vaga, in qualche modo insoddisfacente. Insoddisfacente perché aggira un problema fondamentale che a tutt’oggi storici, politici, opinione pubblica non si sono ancora posti. Un problema che potrebbe davvero far piombare il più oscuro oblio della memoria sul nazifascismo, sull’Olocausto e su tutto quel fanatismo concentrato che hanno fatto definire non di rado alle generazioni immediatamente successive la Seconda Guerra Mondiale come l’Orrore Supremo, come la violenza più tragica e mortifera di tutta la storia occidentale. In un tempo in cui ormai ben pochi partigiani restano in vita, in un tempo in cui in verità restano in vita anche ben pochi di quegli americani, canadesi, inglesi, neozelandesi che hanno liberato l’Europa, in un tempo in cui ben pochi rimangono di quelli che avevano creduto e capito – e qui stava la loro intuizione e di conseguenza la giustezza della loro posizione – che il futuro dell’Europa e il benessere delle sue genti non potevano non essere democratici, sarebbe auspicabile riuscire a non fermarsi a formulazioni vaghe e a celebrazioni indistinte. Se la guerra e il nazifascismo che l’ha provocata sono stati quell’Orrore Supremo, quell’unicum storico che crediamo sia stato, che cosa e come dobbiamo continuare a ricordare quel periodo? E soprattutto come possiamo trasmetterlo nella sua unicità alle generazioni future perché davvero quell’orrore – l’orrore di tutte le guerre, certo, ma anche l’orrore di quella guerra in particolare – non abbia a ripetersi mai più, perché la lezione venga imparata dalle generazioni future anche se non ci saranno più nonni, zii, vicini di casa a trasmettere la memoria?

 

Credo che l’Italia, grazie paradossalmente allo stallo che ha tenuto bloccata l’interpretazione del 25 aprile negli ultimi anni e che solo in questo 2009 sembra dare segni di evoluzione, si trovi in una posizione ideale per poter imparare dall’esperienza dei paesi che le stanno intorno – un’esperienza che non esito a definire di sostanziale svuotamento del significato della resistenza, un’esperienza di conseguenza di svuotamento della memoria. È un problema ancora tutto da affrontare, è una domanda ancora priva di risposta, è una discussione tutt’altro che agevole e prevedibile. Ma di una riflessione, di un dibattito su come tenere vivo e attuale il significato della Liberazione ci sarebbe un gran bisogno, oggi più che mai. Quale sarà, quale vorremmo che fosse la canzone che ricorderà il 25 aprile quando anche l’ultimo partigiano, l’ultimo soldato americano, l’ultimo sopravvissuto ad Auschwitz non avranno più voce per cantare?

 

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Report del 22 marzo 2009

Pubblicato da prescinseua su 1 Aprile, 2009

Prendetevi un’ora abbondante per gustarvi la puntata di ‘Report’ del 22 marzo scorso. Rimettere uno dietro l’altro i diversi episodi della vicenda tv (e conflitto di interessi) nel nostro paese si rivela una limpidissima lezione di storia contemporanea.

P.S.: se volete verderla d’un fiato, la trovate tutta intera (inclusiva di trascrizione) sul sito della rai al link http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-11caae90-2d7a-441b-977d-7051dd684429.html?p=0

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La cultura della destra

Pubblicato da nicola su 26 Febbraio, 2009

Durante la scorsa settimana abbiamo cercato di individuare alcuni elementi della cultura di destra in Italia. Non si è trattato di una grande indagine, per la verità, ma credo che l’argomento riscuota un certo interesse.  Per completare l’ispezione mi sono avventurato in alcuni siti internet di destra, e mi sono imbattuto nel lungo e interessante articolo che riporto qui sotto. Il prezioso contributo è a firma di Christian Rocca, noto giornalista de Il Foglio, corrispondente dagli Stati Uniti. Il blog del giornalista si trova qui, mentre l’articolo originale ha questo indirizzo.

La cosa importante da notare è che si tratta di un articolo pubblicato originariamente nel marzo del 1997, ovvero quasi 12 anni fa. Dopo oltre un decennio, l’indagine e le interviste condotte da Rocca sono quanto mai attuali.

A giudicare dalle parole di scrittori come Sgorlon, la persecuzione intellettuale a cui era sottoposta la cultura di destra italiana, che Rocca ritiene almeno in parte sdoganata fin dal 1994, non è ancora finita.  Ma sarà davvero così?

Dopo una prima parte in cui vengono analizzati i limiti e i boicottaggi che, a quanto pare, la cultura di sinistra (e certa parte di mercato) ha cercato di imporre per oltre quarant’anni, Rocca analizza le ragioni interne dello scarso successo di una cultura conservatrice in Italia. Tramite alcune brevi interviste, ci informa di come l’MSI non vedesse di buon occhio il costituirsi di una nuova intellighenzia di destra, matura, moderna, non fascista, e come l’unica proposta culturale del partito fosse sempre legata alle nostalgie del ventennio e ad un sostanziale tradizionalismo.

L’articolo, che vi ripeto porta la data del 1997, si conclude osservando che se censura c’è stata, non si vedono all’orizzonte (di quel 1997) imprese culturali destrorse di particolare qualità; a dodici anni di distanza, dobbiamo ribadire questa osservazione e farla nostra? Credo sia lecito a questo punto sospettare, oltre ogni dubbio, una sostanziale debolezza culturale della destra italiana. Buona e approfondita lettura.

LA CULTURA DELLA DESTRA di Christian Rocca

Milano. Gennaro Malgieri, direttore del Secolo d’Italia e deputato di An, ha tre libri nel cassetto. Trovare un editore che glieli pubblichi non è più un’utopia come un tempo, ma a tre anni da quel 27 marzo del 1994 che ha segnato lo sdoganamento politico della destra post fascista, è pur sempre impresa difficile. Le grandi case editrici non pubblicano testi di autori così marchiatamente di destra, sia pure moderata e moderna come Malgieri. Filippo Facci, in una lettera al Foglio che ha aperto il dibattito sulla cultura di destra e sui pochi spazi culturali disponibili per chi non è di sinistra, l’aveva scritto: “Mondadori sostiene che per gli autori di destra non c’è mercato”. Insomma se sdoganamento politico c’è stato, per quello culturale c’è ancora da attendere. E i tre testi di Malgieri sono destinati a rimanere nel cassetto ancora un po’, in attesa di momenti migliori. Alla provocazione di Facci, Malgieri sul Foglio del 4 marzo ha risposto con un’altra provocazione: se nessuno si è accorto della rigogliosa cultura della destra di questo secolo, la colpa, dice, è dell’”ostracismo intellettuale” perpetrato dalla cultura conformista nei confronti di tutto ciò che non era strettamente di sinistra. “Vigeva un pregiudizio illuministico – continua il direttore del Secolo – e si praticava l’egemonismo culturale come arma per la grande battaglia della ricerca del consenso. Hanno vinto loro, non c’è dubbio: il gramscismo applicato e il pensiero unico cattocomunista”. Ma se egemonia di sinistra c’è stata, anche e soprattutto in termini di occupazione di posti nelle case editrice e nei giornali, l’ambasciatore e politologo Sergio Romano ricorda che quando una cultura è feconda riesce ad emergere anche se oppressa: “In Unione Sovietica, per fare l’esempio limite, il sistema era molto caricaturale: bastava che si citasse Lenin alle prime righe per tenere buona la censura. Poi si poteva scrivere tutto”.

Romano fa fatica a distinguere una cultura di destra da una di sinistra: “Certo De Maistre non è democratico né liberale, e Panfilo Gentile è liberale ma non democratico mentre la sinistra è democratica. Questa può essere una distinzione che vale solo per i pensatori politici o per gli storici. Ma ci sono molti altri autori ai quali è impossibile dare un’etichetta, soprattutto perché parlano e scrivono d’altro. Chi l’ha detto che John Tolkien, Lewis Carroll o Joseph Kipling erano di destra? oppure, come mai si dà per scontato che l’Ulisse di James Joyce sia di sinistra solo perché l’intellighenzia progressista considera tutte le avanguardie e gli sperimentalismi roba sua?”. Emilio Gentile, storico ed erede della cattedra di Renzo De Felice alla Sapienza, concorda con Romano nel non essere sicuro di poter “qualificare un autore come di destra o di sinistra. Il fascismo, per esempio, era di destra o di sinistra? Giuseppe Prezzolini che si autodefiniva di destra ma era un anarchico-conservatore emarginato anche dalla destra, come lo si può definire? E un personaggio come Ignazio Silone, emarginato per il suo anticomunismo, non era forse di sinistra?”.
Si può parlare, dunque, di cultura della destra senza distinguere tra il filone post fascista e quello liberale? Senza dimenticare, aggiunge Gian Enrico Rusconi, professore di Scienza della Politica a Torino ed editorialista della Stampa, “che c’è anche la grande tradizione democristiana. Il pensiero più nobile della cultura italiana di destra è quello di Augusto Del Noce, cattolico antifascista snobbato dall’Msi. In Italia se c’era una destra che poteva diventare seria era proprio quella di Del Noce che ha trovato ascolto solo in Comunione e Liberazione. E’ stato emarginato da tutti, tranne che dalla parte più moderna della Dc. Pensate ai meeting di Rimini sul Mito (1985, ‘La bestia, Parsifal e Superman’, ndr), cos’erano se non la la modernizzazione della mitologia del Graal?”.

C’è poi l’ala liberale della cultura di destra, anche se per Sergio Ricossa, economista dell’Università di Torino, “il liberalismo più avanzato non è né di destra né di sinistra”. Karl Popper è stato pubblicato con oltre vent’anni di ritardo da un piccolo editore, Armando Armando, e a cura di Dario Antiseri; lo stesso si può dire delle opere di Frederik Von Hajek e della scuola viennese di economia. Scontavano, così come Del Noce e Silone, il tabù anticomunista più che il pregiudizio antifascista di certa cultura conformista. Per Romano, l’occupazione dei posti culturali da parte della sinistra più che censura ha prodotto una specie di linguaggio conformista, “una koiné” e certe liturgie egemonizzate dalla sinistra. “Ipocrisia conformista delle sezioni Pci”, la definisce Saverio Vertone, germanista e senatore di Forza Italia, secondo il quale “in questi 50 anni il conformismo della cultura di sinistra è stato tale che oggi, contro ogni evidenza, si arroga la rappresentanza e il primato di un mutamento in senso liberale e liberista”. Tanto che, aggiungono Ricossa e Gentile, oggi siamo arrivati al paradosso che non ci si può dichiarare anti popperiani. Malgieri, facendo l’elenco di autori e intellettuali di destra che per essere considerati tali non hanno avuto spazi, cattedre e giornali dove farsi conoscere e apprezzare, cita personaggi degli anni Trenta e spesso non italiani. Forse anche perché la destra italiana nata durante il fascismo ha visto emigrare le sue migliori leve verso i lidi antifascisti. Numerosi intellettuali di sinistra parteciparono in gioventù ai Littoriali, le olimpiadi culturali degli universitari fascisti, prima di trasmigrare tra il ‘41 e il ‘43, senza eccessiva angoscia e magari servendosi del comodo ombrello della “sinistra fascista”, nel partito comunista. “E’ stato un fenomeno abbastanza diffuso, anche se non sempre dettato da opportunismo”, ricorda Ricossa. Un continuismo fascismo-antifascismo che potrebbe aver contribuito alla mancanza di una cultura di destra forte nel nostro paese. Si è trattato, dice il condirettore di Panorama Pierluigi Battista, di “un trapasso di massa ben descritto da Ruggero Zangrandi nel suo Lungo viaggio attraverso il fascismo”. Stenio Solinas, capo delle pagine culturali del Giornale, lo spiega così: “Persa la guerra e crollato il fascismo, chi non aveva fiducia nel sistema liberale prendeva dal comunismo quegli ideali più vicini all’anima rivoluzionaria di 30 anni prima. Ma i più integri, come Ardengo Soffici o Giovanni Papini, non cambiarono bandiera e vissero come dei grandi sopravvissuti nell’Italia repubblicana”. Malgieri ricorda, invece, Marco Ramperti: “Un giorno Angelo Rizzoli senior gli diede un assegno. ‘Scriva lei la cifra’, gli disse. Ramperti lo stracciò e rispose: ‘Non posso scrivere per chi ha cambiato casacca’. Morì pezzente”.

“La cultura di destra è così elevata che è più facile spiegare ‘il Capitale’ di Karl Marx a un metalmeccanico piuttosto che ‘Essere e Tempo’ di Martin Heiddeger a un bottegaio”, così Pietrangelo Buttafuoco, penna irriverente della destra postfascista, descrive le difficoltà incontrate dalla cultura di destra a imporsi nel nostro paese. “Abbiamo sbagliato – continua Buttafuoco – nel tentativo di scimmiottare la sinistra. Come si fa a dire che anche la nostra cultura è importante se l’operazione che si compie è quella di contrapporre Friedrich Nietzsche a Marx, Mario Bernardi Guardi (editorialista del Secolo, ndr) a Massimo Cacciari, oppure Marcello Veneziani a Ralf Darhendorf?”. La destra, in questi ultimi anni, si è pianta addosso per l’ostracismo subito dal dopoguerra a oggi. E probabilmente a ragione. L’economista Sergio Ricossa invita però a non lamentarsi per essere stati trattati male “bisogna dimostrare di essere superiori”. Eppure per qualcuno è difficile non recriminare. Stenio Solinas, capo della redazione culturale del Giornale, sa che “l’ostracismo c’è stato” e pensa sia “ridicolo che si dica che non è vero”. Solinas si è laureato in modo rocambolesco nel ‘73 alla Sapienza di Roma. Dirigente del Fuan, organizzazione universitaria dell’Msi, chiese, e alla fine ottenne, una tesi su Giuseppe Prezzolini, mentre il consiglio di Facoltà dibatteva se cacciarlo o meno dall’Università perché studente non democratico. Il giorno della discussione della tesi, fuori dall’aula gli studenti di sinistra organizzarono un corteo. Intervenne la polizia, Solinas non riuscì nemmeno a discutere la tesi e la commissione gli diede solo due punti. Uscì dall’aula solo alla sera, scortato dalle forze dell’ordine e accompagnato da Alberto Asor Rosa nel ruolo di garante della sua incolumità. Il clima era quello, impedire a uno studente fascista di laurearsi non era reato e, aggiunge Solinas, “gli autori di destra non erano ritenuti degni di essere studiati, a meno che lo studio non venisse dalla stessa area che li riteneva indegni”. Anche con queste cose si può spiegare il deficit culturale della destra italiana: “E’ vero, gli elettori dell’ex Msi sono ignoranti come bestie, ma mentre si prendevano calci in bocca, chi poteva avere tempo per studiare?”, dice Buttafuoco.

A destra si cita sempre l’esperienza della casa editrice Rusconi e del suo direttore Alfredo Cattabiani che tra il ‘69 e il ‘79 ruppe il muro del silenzio su autori e opere rimaste ai margini dei circuiti culturali. “Il termine destra veniva omologato automaticamente al fascismo – dice il filosofo di sinistra Giacomo Marramao, presidente della Fondazione Basso – e invece se si guarda alla politica editoriale della Rusconi si vede che anticipava il filone portato al successo da Adelphi”. Cattabiani ricorda i ‘cordoni sanitari’ che la sinistra voleva stringere intorno alla Rusconi: “Ho pubblicato autori di una grande ala della cultura europea messa al bando dal conformismo. Quando uscì il ‘Signore degli anelli’ di Tolkien, ottenne una sola recensione, sul Tempo. Eravamo ignorati e demonizzati e io porto ancora dentro di me quel trauma”. “Quello che uccideva, era il silenzio – conferma Solinas – eravamo un mondo di paria intellettuali, espunti dal dibattito culturale. Eppure, il filone di destra, nazionalista, nichilista e di critica alla modernità, quello di Ernst Jünger e di Carl Schmitt e della rivoluzione conservatrice è il grande pensiero della destra non liberal-capitalista”.
Fu il socialista Walter Pedullà, ex presidente della Rai e docente di Letteratura a Roma, a coniare l’espressione ‘cordone sanitario’: “Intendiamoci, finché si parla di una cultura di destra moderna, che stimola e dà l’idea di grande vitalità, è un conto; ma quando, come nel caso di Cattabiani, si compie una operazione nostalgica, arcaica, e di restaurazione di un modello che non serve a nessuno, il discorso cambia”. I grandi pensatori di destra di questo secolo, secondo Angelo Panebianco, professore di Scienza della politica a Bologna, “rappresentano un filone minoritario che è un bene sia stato nel ghetto”. L’editorialista del Corriere si chiede a cosa possa servire la critica da destra al liberalismo: “Schmitt e Junger sono autori illiberali: bastano e avanzano le tante critiche che provengono da sinistra. Chi si piange addosso perché ghettizzato rappresenta idee che non meritano indulgenza. Quanto all’egemonia culturale della sinistra, è l’effetto e non la causa di un pensiero liberale minoritario. Con la nascita dei partiti di massa, le vecchie elite liberali sono state scalzate dalle elite dc e pci che hanno ereditato lo Stato fascista. In futuro, se il bipolarismo non verrà travolto potrebbero crescere e affermarsi anche le idee liberali”.

Saverio Vertone non si stupisce per il predominio di una cultura di sinistra: “In questo secolo, in Europa si è costituito lo Stato sociale e in questa situazione è stato difficile per una cultura di destra affermarsi. In Italia poi, la ventata anarchica del ‘68 unita a un cattolicesimo post conciliare e a un marxismo già disorientato dalla crisi dell’Urss, ha consolidato un conformismo dalla struttura di cemento armato impossibile da perforare. Ora, invece, si avverte uno spostamento della bilancia a favore di chi vuole riformare il Welfare e si aprono spiragli per chi sta a destra”. Marco Tarchi, ricercatore di Scienza della politica a Firenze, è considerato una delle menti più lucide della destra italiana, anche se da tempo si è allontanato dall’Msi e oggi è vicino ai Verdi. Negli anni 70 ha diretto la rivista ‘La voce della fogna’ ed è stato uno degli animatori della Nuova Destra sulla scia dell’esperienza francese di Alain de Benoist. Tarchi ha coniato, per chi come lui ha vissuto da destra quegli anni, l’espressione di ‘Esuli in patria’: “L’egemonia di stampo gramsciano ha fatto emergere l’impressione che dopo il tracollo dei fascismi la destra non avesse espresso niente di rilevante culturalmente. E il mondo neofascista italiano ha fatto poco per produrre una cultura autonoma. Sono emersi una serie di personaggi che definisco calligrafi e imitatori della solita lezione tradizionalista alla Joseph de Maistre e di richiamo a un’identità culturale precisa senza svolgere un ruolo evolutivo e autocritico”. Il tentativo della nuova destra fu proprio quello di “sottoporre la destra a un bagno di innovazione”, ma venne ostacolato in primis dalla destra politica. A sinistra un gruppo di intellettuali come Massimo Cacciari e Marramao cercò un dialogo con la Nuova Destra: “Se vogliamo capire una serie di contraddizioni delle democrazie di massa multiculturali e multimediali – dice Marramao – raramente possiamo trovare una diagnosi nei teorici democratici, dobbiamo, piuttosto, ricorrere ad autori di destra come Junger e Schmitt. La grande cultura di destra è riuscita a giungere a una definizione spietata dei termini costitutivi del potere e dei meccanismi che determinano l’asservimento di massa. La sinistra, invece, è rimasta ferma alla divisione di classe”.

E se la cultura di destra fosse stata ostracizzata dalla destra stessa più che dal conformismo di sinistra? E’ noto, infatti, che la parte politica di derivazione post fascista, Msi prima e An poi, abbia avuto un rapporto tribolato con la cultura e gli intellettuali. Non a caso chiunque tentasse di infrangere il muro dell’isolamento culturale finiva sempre vittima del reducismo dei nostalgici e delle paure dei vertici del partito. Nel vecchio Msi non c’è mai stata simbiosi tra personale politico e intellettuale, il partito era chiuso in se stesso, faceva continui richiami all’appartenenza e alla tradizione e ogni tentativo di dibattito era visto come un tradimento o un cedimento al nemico. “La classe dirigente del Movimento sociale – ricorda il politologo Marco Tarchi, allora giovane intellettuale di area – era incapace di confrontarsi con la modernità”. Conservatorismo di maniera, nazionalismo, collettivismo e un po’ di esoterismo evoliano erano i filoni culturali entro i quali si muoveva l’Msi.

“Ci accusavano – dice Stenio Solinas, oggi capo della redazione culturale del Giornale e allora uno degli intellettuali di Nuova Destra – di voler mettere in discussione l’eredità del Ventennio e di esserci venduti ai socialisti, invece volevamo semplicemente uscire dal tunnel del neofascismo, fare un esame disincantato del dopoguerra e respingere ogni ipotesi totalitaria”. Così, quando negli anni 70, è emersa la proposta politica della Nuova Destra di Marco Tarchi, Gennaro Malgieri e Stenio Solinas si creò una frattura drastica tra l’establishment politico dell’Msi e coloro che, considerati come perditempo o fomentatori di discordia interna, volevano sottoporre il partito a un bagno di innovazione. “A quel punto – continua Tarchi – si è capito che non esisteva più la prospettiva di una cultura di destra impegnata nel dare risposte ai problemi della modernità”. C’è da dire, però, che anche a sinistra chi intraprese un dialogo con gli intellettuali della Nuova Destra non fu visto di buon grado. E non era solo Ferdinando Adornato, oggi direttore di Liberal e allora capo delle pagine culturali dell’Unità, a scagliarsi contro Massimo Cacciari, Giacomo Marramao e gli altri intellettuali che decisero di partecipare ad alcuni convegni del gruppo di Tarchi. Non si perdonava loro di aver legittimato un’area culturale impresentabile venivano accusati di irrazionalismo e di pericolosa e ingovernabile eresia. Questi settori della sinistra, dice Marramao, non si rendevano conto che “il modo migliore per creare miti è proprio la strategia del silenzio”.

Ma se la sinistra, tutto sommato comprensibilmente, non vedeva di buon occhio queste contaminazioni, l’errore della destra politica fu la mancanza di fantasia e di coraggio del suo ceto dirigente e intellettuale. Se ghetto c’è stato, così come oggi lamenta Malgieri, la responsabilità è anche di chi per anni è stato essenzialmente nostalgico, incapace di dialogare con altri filoni di pensiero accontentandosi di godere di una rendita politica di posizione. “La cappa di piombo del nostalgismo – dice Tarchi – ci escludeva dal mondo esterno”. Eppure c’era molta vivacità: decine di riviste, convegni (sia pur snobbati dlla cultura “ufficiale”), c’era in moto “un tentativo di ricollocarsi nel proprio tempo” come dice Tarchi. Ma nel partito prevaleva la logica di nicchia e si puntava su un’identità nostalgica. “C’era un elemento psicologico di accettazione del ruolo di rappresentazione del mondo dei vinti”, dice il condirettore di Panorama, Pierluigi Battista. Era la linea di Giorgio Almirante, contro la quale all’interno del partito, in quello stesso periodo, ci fu il tentativo fallito di Pino Romualdi, Ernesto Di Marzio e Beppe Niccolai, ma anche la stessa area rautiana rappresentava un’isola di elaborazione culturale.

Dopo il successo elettorale del marzo ‘94 è stata dunque sdoganata una realtà rimasta nell’ombra per decenni. Con molta furbizia, che in politica non è detto sia cosa negativa, l’Msi ha modificato la ragione sociale e, come dice Solinas che la scorsa estate è stato protagonista di una polemica con il gruppo dirigente di An, ha buttato a mare il proprio retroterra culturale senza compiere una revisione storica. Si è tolta la camicia nera e ha indossato un abito liberale. “Un’operazione di facciata”, la definisce Solinas, anche perché la classe dirigente finiana era la più conservatrice e immobilista nei confronti dell’identità fascista”. A parte la “destra sociale” che si riunisce intorno a due riviste “Area” e “Pagine libere”, gli eredi dell’Msi oggi si dichiarano liberali. Ed ecco che sulle pagine culturali del Secolo compaiono recensioni ammirate di due libri del capofila degli anarco-liberisti americani, Murray Rothbard ma non una riga su Enzo Erra che due anni fa ha pubblicato “Le radici del fascismo”. “E’ l’ennesima frattura tra essere e dover essere – commenta Tarchi – c’è una corsa a impossessarsi di filoni culturali estranei, quelli che la sinistra non prende, per darsi una patente di credibilità”. Un complesso di inferiorità culturale, che Tarchi definisce “imbarazzante e deplorevole”, culminato nel seminario di San Martino al Cimino dove la classe dirigente finiana si è fatta bacchettare dai professori liberali di Forza Italia. Quando, poi, la destra post fascista assimila all’emarginazione dei propri autori quella subita dai liberali, compie un’operazione di legittimazione politica della linea di An che stride con la realtà, anche perché gli avversari più irriducibili delle analisi per esempio della Rivoluzione conservatrice, sono proprio loro: i liberali.

L’ostracismo e l’occupazione degli spazi culturali da parte della sinistra è un dato di fatto, ma questo grande agitarsi della destra politica potrebbe nascondere l’ambizione di mettersi in fila essa stessa per partecipare alla spartizione dei posti di potere prima negati. “Il punto è un altro – dice Gian Enrico Rusconi, politologo e editorialista della Stampa – che cosa aspettano, ora che non sono più perseguitati, a tirare fuori nuovi autori? Mi sembrano scandalosamente assenti sul piano della produzione culturale. Circolano sempre gli stessi quattro o cinque nomi e non c’è niente di originale. La censura c’è stata, ma adesso? Perché hanno aspettato che fosse la rivista di sinistra Limes a riprendere il concetto di geopolitica?”. E’ la stessa amichevole critica che fa notare a Giampiero Mughini come la destra in questi anni non abbia saputo dire nulla e, a parte qualche talento giornalistico – dice il giornalista che qualche anno fa con Galli Della Loggia e Battista diresse Pagina, rivista che curiosò su quel mondo – non abbia prodotto niente di rilevante “né un libro né una vignetta né un film né una puttana”.

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