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Un mondo senza ritorno

Pubblicato da prescinseua su 9 Novembre, 2009

L’ospedale psichiatrico giudiziario: un mondo senza ritorno

di Fulvio Tudisco

Quando si pensa ad un ospedale psichiatrico giudiziario vengono in mente a tutti mille suggestioni e mille idee su come dovrebbero essere trattati gli internati e su come dovrebbe funzionare la giustizia penale. Inevitabilmente si pensa che queste strutture siano luoghi in cui atroci criminali riescono a evitare il carcere grazie a perizie compiacenti. Oppure le si vede come luoghi popolati da pericolosi serial killer stile telefilm americano e balordi della peggior specie. In realtà ciò che c’è al di là delle porte degli ospedali psichiatrici nessuno lo sa: come funziona la giustizia, quali sono i trattamenti terapeutici e quali le problematiche degli operatori.
Proviamo a fare un po’ di chiarezza. In Italia ci sono 6 ospedali psichiatrici per un totale di circa 1200 “pazienti detenuti”. Nella sola Campania ci sono due grandi strutture, l’OPG Filippo Saporito di Aversa e quello di Sant’Eframo a Napoli, che accolgono circa il 40% del numero totale di internati.

Secondo le statistiche, accanto a ricoverati per reati gravi, quasi un terzo degli internati è costituito invece da malati psichiatrici che hanno commesso dei piccoli reati in casa o contro la proprietà. Addirittura nel 5% dei casi non sussiste neanche il rischio di pericolosità per la comunità. Ad esempio nell’ Opg di Aversa ci sono ben 100 internati che non avrebbero più ragione di permanervi in quanto considerati a tutti gli effetti non socialmente pericolosi.
Lo chiamano “ergastolo bianco”, persone che una volta entrate non usciranno mai più. È il caso di Luciano, che vive da venti anni nell’ OPG di Aversa per aver danneggiato sette auto con un accendino Bic. O quello di Vincenzo R. di 35 anni arrestato per resistenza a pubblico ufficiale, suicidatosi nella stessa struttura nel 2008. Inizialmente ritenuto instabile, anche se non pericoloso, era stato condannato a scontare la pena a casa con l’obbligo di firma. Dopo aver trasgredito agli obblighi, la sua pena era stata commutata nella detenzione in una struttura psichiatrica.
A questo punto una domanda sorge spontanea: come è possibile che negli OPG ci sia tale incertezza della pena?
La risposta è agghiacciante. Proprio perché dichiarati incapaci di intendere e di volere, i ricoverati non sono condannati a una pena in senso stretto, ma vengono sottoposti a una misura di sicurezza che, a seconda del reato commesso e del parere del giudice giudicante, può essere di 2, 5 o 10 anni. Passato questo periodo è ancora il magistrato, dopo aver sentito il parere del personale della struttura, a riconfermare la pena o a concedere la libertà tramite la “licenza finale per esperimento”. La legge italiana prevede che in questo caso i pazienti una volta usciti debbano essere seguiti dalle Asl e sottoposti a cure. In molti casi però i Dipartimenti di Salute Mentale, a causa di difficoltà croniche e di risorse finanziarie insufficienti, non possono garantire i servizi anche per gli ex internati negli OPG, per cui si rifiutano di prenderli sotto la propria custodia. Altrettanto fanno le famiglie spesso nell’impossibilità materiale di garantire un’assistenza psichiatrica adeguata. Si arriva così ad una situazione paradossale per cui gli internati rimangono a vita negli OPG semplicemente perché non ci sono altri luoghi in cui curarli, nessuno altro luogo dove “sistemarli”.
Una tacita reclusione a vita, dunque, un ergastolo continuamente prorogato, senza possibilità di amnistia. Piccole storie dimenticate di condanne senza sentenza, magari per un reato sotto i due anni, frutto non di una concezione draconiana del diritto ma semplicemente della disorganizzazione e della burocrazia.

fonte: http://www.leragioni.it/2009/11/07/lospedale-psichiatrico-giudiziario-un-mondo-senza-ritorno/

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Binetti, venga a trovarmi…

Pubblicato da nicola su 31 Ottobre, 2009

…ma si porti l’avvocato!

Notizia tratta da unita.it

 

Omofobia delitto federale. Obama firma la legge

Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha firmato una legge che definisce un delitto federale qualsiasi attacco contro una persona solo per il suo orientamento sessuale o la sua identità sessuale. La legge è stata dedicata a Matthew Shephard, un giovane gay del Wyoming morto dopo essere stato rapito e quindi riempito di botte nel 1998, e a James Byrd, un giovane nero texano che subì la stessa sorte lo stesso anno.

«Dopo oltre un decennio di opposizioni e di ritardi – ha detto Obama – abbiamo approvato una legge sui delitti legati all’odio per contribuire a proteggere i nostri cittadini dalla violenza basata sull’aspetto, i loro amori, il loro modo di pregare o semplicemente chi sono». Secondo il ministro della Giustizia Eric Holder, il provvedimento rappresenta «la nuova grande legislazione sui diritti civili». Ufficialmente sono circa 12mila i delitti legati all’ orientamento sessuale in questi ultimi dieci anni, e secondo Obama la nuova legge rappresenta un passo avanti nella lotta per la difesa dei diritti umani. Il presidente degli Stati Uniti ha ancora una volta reso omaggio al senatore Ted Kennedy, recentemente deceduto a causa di un tumore al cervello, reputando che è stato lui a «rendere questa giornata possibile».

Il predecessore di Obama, George W. Bush, aveva minacciato di veto qualsiasi iniziativa legislativa di questo tipo, che non piace agli ambienti religiosi più conservatori. C’è il timore infatti che la legge possa essere sfruttata per condannare chi pronuncia discorsi contrari all’aborto o all’omosessualità.

29 ottobre 2009

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Un anno, 4 mesi e 21 giorni

Pubblicato da sandro su 26 Agosto, 2009

Italia? È una stanza bianca e blu, la numero 1703, pneumologia 1, primo piano dell’ospedale “Cervello”. Un tavolino con quattro sedie, due donne coi capelli bianchi negli altri due letti, dalla finestra aperta le case chiare del quartiere Cruillas, le montagne di Altofonte Monreale, il caldo d’agosto a Palermo. Sui due muri, in alto, la televisione e il crocifisso, una di fronte all’altro.

È quel che vede Titti Tazrar da ieri mattina, quando apre gli occhi. Quando li chiude tutto balla ancora, ogni cosa gira intorno, il letto è una barca che si inclina e poi si piega sulle onde. Titti cerca la corda per reggersi, d’istinto, come ha fatto per 21 giorni e 21 notti, con la mano che da nera sembra diventata bianca per la desquamazione, una mano forata dalle flebo per ridare un po’ di vita a quel corpo divorato dalla mancanza d’acqua. La gente che ha saputo apre la porta e la guarda: è l’unica donna sopravvissuta – con altri quattro giovani uomini – sul gommone nero che è partito dalla Libia con un carico di 78 disperati eritrei ed etiopi, ha vagato in mare senza benzina per 21 giorni, ha scaricato nel Mediterraneo 73 cadaveri e ha sbarcato infine a Lampedusa cinque fantasmi stremati da un mese di morte, di sete, di fame e di terrore.

Quei cinque sono anche gli ultimi, modernissimi criminali italiani, prodotto inconsapevole della crudeltà ideologica che ha travolto la civiltà dei nostri padri e delle nostre madri, e oggi ci governa e si fa legge. I magistrati li hanno dovuti iscrivere, appena salvati, al registro degli indagati per il nuovo reato d’immigrazione clandestina, i sondaggi plaudono. Anche se poi la vergogna – una vergogna della democrazia – darà un calcio alla legge, e per Titti e gli altri arriverà l’asilo politico. Scampati alla morte e alla disumanità, potranno scoprire quell’Italia che cercavano, e incominciare a vivere.

Un’Italia che non sa come cominciano questi viaggi, da quanto lontano, da quanto tempo: e come al fondo basti un richiamo composto da una fotografia e una canzone. Titti ad Asmara aveva un’amica col telefonino, e ascoltavano venti volte al giorno Eros Ramazzotti nella suoneria, con “L’Aurora”. In più, a casa la madre conservava da anni una cartolina di Roma, i ponti, una cupola, il fiume e il verde degli alberi. Tutti parlavano bene dell’Italia, le mail che arrivavano in Eritrea, i biglietti con i soldi di chi aveva trovato un lavoro. Quando la bocciano a scuola, l’undicesimo anno, e scatta l’arruolamento obbligatorio nell’esercito, Titti decide che scapperà in Italia. E dove, se no?

Fa due mesi di addestramento in un forte fuori città, soldato semplice. Poi, quando torna ad Asmara, si toglie per sempre la divisa, passa da casa il tempo per cambiarsi, prendere un vestito di scorta, una bottiglia d’acqua più la metà dei soldi della madre, delle cinque sorelle e del fratello (200 nakfa, più o meno 10 euro), e segue un vecchio amico di famiglia che la porterà fuori dal Paese, in Sudan. Prima viaggiano in pullman, poi cresce la paura che la stiano cercando, e allora camminano di notte, dormendo nel deserto per sette giorni. Senza più un soldo, Titti va a servizio in una casa come donna delle pulizie, vitto e alloggio pagati, così può mettere da parte interamente i 250 pound sudanesi mensili. Quando va al mercato chiede dove sono i mercanti di uomini, che organizzano i viaggi in Europa. Li trova, e quando dice che vuole l’Italia le chiedono 900 dollari tutto compreso, dal Sudan alla Libia attraversando il Sahara, poi il ricovero in attesa della barca illegale, quindi il viaggio finale.

Ci vuole un anno per risparmiare quei soldi. E quando si parte, sul camion i mercanti caricano 250 persone, sul fondo del cassone dov’è più riparato dalla sabbia ci sono con Titti due donne incinte e una madre col bimbo di tre mesi. Lei ha due bottiglie d’acqua, le divide con le altre, ci sono i bambini di mezzo, non si può farne a meno. Prima della frontiera con la Libia li aspettano, tutti guardano giù dal camion, temono un posto di blocco, invece sono gli agenti locali dei mercanti, li guidano per una strada sicura e li portano nei rifugi, disperdendoli: parte ammassati in un capannone, parte nei casolari isolati, soprattutto le donne. Le fanno lavorare in casa e negli orti, cibo e acqua sono come in galera, il minimo indispensabile. Trattano male, fanno tutto quel che vogliono. Dicono sempre che la barca è pronta, che adesso si parte, ma non si parte mai. Intimano alle donne di non uscire di casa e Titti diventa amica di Ester e Luam, che abitano con lei per quasi quattro mesi. Chi ha parenti in Europa deve dare l’indirizzo mail, in modo che i mercanti scrivano, chiedano soldi urgenti per aiutare il viaggio, per poi intascare la somma quando arriva al money transfer, da qualche parte sicura.

Invece un pomeriggio alle cinque tutti urlano, bisogna uscire, sembra che si parta davvero. Le ragazze dicono che non hanno niente di pronto, non hanno messo da parte il pane e nemmeno l’acqua dalle porzioni razionate, non sapevano: possono avere qualcosa da portare in barca? Non c’è tempo, alle sei bisogna essere in mare, via con quello che avete addosso, e tutti lontani dalla spiaggia che possono arrivare i soldati, meglio nascondersi dietro i cespugli e le dune, forza. La barca è un gommone nero di dodici metri, che normalmente porta dieci, dodici persone. Loro sono settantotto, nessun bambino, venticinque donne. Non riescono a trovare spazio, c’è qualche tanica di benzina sotto i piedi, stanno appiccicati, incastrati, accovacciati, qualcuno in ginocchio, altri in piedi tenendosi alle spalle di chi sta sotto, nessuno può allungare le gambe. Ma ci siamo, è l’ultimo viaggio, in fondo a quel mare da qualche parte c’è l’Italia, Titti a 27 anni non ha la minima idea della distanza, pensa che arriveranno presto. Ecco perché è tranquilla quando arriva la prima notte, lei che è partita solo con dieci dinari, i suoi jeans, una maglia bianca e uno scialle nero. Nient’altro.

“Adei”, madre, sto andando, pensa senza dormire. “Amlak”, dio, mi hai aiutato, continua a ripetersi mentre scende il freddo. A metà del secondo giorno, quando le ragazze pensano già quasi di essere arrivate, la barca si ferma. Il pilota improvvisato dice che non c’è più benzina. Schiaccia il bottone rosso come gli ha insegnato il trafficante d’uomini, ma non c’è nessun rumore. Adesso si sente il rumore delle onde. Nessuno sa cosa fare. Gli uomini provano col bottone, danno consigli, uno scende in mare a guardare l’elica. Le donne si coprono la testa con gli scialli. Si avverte il caldo, nessuno lo dice, ma tutti pensano che l’acqua sta finendo. Chi ha pane lo divide coi vicini. Un pizzico di mollica per volta, facendo economia, allungandola nel pugno chiuso per farla bastare fino a sera, cinque, sei bocconi.

La notte fa più paura. Non c’è una bussola, e poi a cosa servirebbe, con il gommone trasportato dalle onde, spinto dalla corrente, e nessuno può fare niente. Finiscono i fiammiferi, dopo le sigarette, non si vede più niente. Tutti a guardare il mare, sembra che nessuno dorma. La quarta notte spuntano delle luci a sinistra, poi se ne vanno, o forse la barca ha girato a destra. Era una nave? Era un paese? Era Roma? Cominci a sentirti impotente, sei un naufrago.

All’inizio ci si vergogna per i bisogni, fingi di fare un bagno attaccato con una mano alla corda, chiedi per favore di rallentare, e fai quel che devi in mare. Poi man mano che cresce l’ansia e anche la disperazione, non ti vergogni più. Chi sta male, chi sviene dal caldo e dalla fame, i bisogni se li fa addosso. Quando la situazione diventa insopportabile tutti urlano in quella parte del gommone: “Giù, giù, vai in mare, vai”. Ma il settimo giorno i problemi cambiano.

Muore Haddish, che ha vent’anni, ed è il prino. Continua a vomitare da ventiquattr’ore, sta male, si lamenta prima della fame poi solo della sete. “Mai”, acqua. Lo ripete continuamente. Anche Titti ripete “mai” nella testa, c’è solo acqua intorno a loro, eppure stanno morendo di sete, non riescono a pensare ad altro. Due ragazzi, Biji e Ghenè, si danno il turno a sorreggere Haddish, altri fanno il turno in piedi per lasciargli lo spazio per distendersi, uno sale persino sul motore. Dopo il tramonto tutti lo sentono piangere, urlare, gemere, poi non sentono più niente e non sanno se si è addormentato o se è morto. “E’ arrivato – dice all’alba Ghenè – noi siamo in viaggio e lui è arrivato”. I due giovani prendono Haddish per le spalle e per i piedi, dopo avergli tolto le scarpe, e lo gettano in mare. Le ragazze piangono, una donna canta una nenia sottovoce.

Yassief si è portato in barca una Bibbia. La apre, e legge i Salmi: “Quando ti invoco rispondimi, Dio, mia giustizia: dalle angosce mi hai liberato, pietà di me, ascolta la mia preghiera”. Titti piange per il ragazzo morto, e pensa che non si poteva fare altrimenti. Adesso ha paura che il viaggio duri ancora giorni e giorni, che il mare li risospinga indietro verso la Libia, non possono viaggiare con un cadavere, e poi hanno bisogno di spazio. “Meut”, la morte, comincia a dominare tutti i pensieri, riempie “semai”, il cielo, verrà dal mare, “bahari”. Le donne si coprono la testa, il sole stordisce più della fame, tutto gira intorno, la nausea cresce, salgono vapori ustionanti di benzina e di acqua dal fondo del gommone. A sera, ogni sera, Yassief leggerà la Bibbia, Giosuè, Tobia, i Salmi, e cercherà di confortare i compagni: noi stiamo morendo, ma qualcuno ce la farà.

Muore qualcuno ogni giorno, ormai, e il numero varia. Uno, poi tre, quindi cinque, un giorno quattordici e si va avanti così. Dicono che i primi a morire sono quelli che hanno bevuto l’acqua di mare, Titti non sapeva che era mortale, non l’ha bevuta solo per il gusto insopportabile, si bagnava le labbra continuamente. Poi Hadengai ha l’idea di prendere un bidone vuoto di benzina, tagliarlo a metà, lavare bene la base e metterla sul fondo della barca, dove i morti hanno aperto uno spazio. Spiega che dovranno raccogliere lì la loro orina, per poi berla quando la sete diventa irresistibile, pochi sorsi, ma possono permettere di sopravvivere. Lo fanno, anche le donne, però di notte. Titti beve, come gli altri. Potrebbe bere qualsiasi cosa: anzi, lo sta facendo.

Dopo quindici giorni, appare una nave in lontananza. Sembra piccolissima, ma tutti la vedono, c’è. Chi ce la fa si alza in piedi, si toglie la maglia ingessata dal sale per agitarla in alto, urla. A Titti cade lo scialle in mare, l’unica protezione dal freddo, l’unico cuscino, la coperta, l’unico bene. Yassief e un altro ragazzo sono i soli che sanno nuotare: lasciano la Bibbia a una donna che ha la borsa con sé, si tuffano, è l’ultima speranza, torneranno a salvarli con la nave e li prenderanno tutti a bordo, dove c’è acqua e cibo. Tutti si alzano a guardarli, ma il gommone va dove vuole, dopo un po’ nessuno li ha più visti, e pian piano la nave lontana è scomparsa, loro non ci sono più.

L’acqua è un’ossessione e intanto pensi al pane, al riso, alla carne, scambi i frammenti di legno per briciole, sai che è un inganno ma te li metti in bocca. Senti le forze che vanno via, vedi buttare a mare i cadaveri e non t’importa più. Ora quando arriva la morte butteranno giù anche me, pensa Titti, spero che mi chiudano gli occhi. Non sai i nomi dei tuoi compagni, conosci solo le facce. Al mattino ne cerchi una e non la vedi più, oppure ne trovi una che avevi visto calare in mare, non sai più dove finisce l’incubo e comincia la realtà. Ma adesso in barca tutti sanno che le due amiche, Ester e Luam, sono incinte, anche se non lo dicevano perché la gravidanza era cominciata in Libia, nella casa dei mercanti d’uomini, tra le minacce e la paura. Tutti lo sanno perché loro stanno male e parlano dei bambini. Gli altri ascoltano, la pietà è silenziosa, nessuno litiga, qualcuno sposta chi gli cade addosso dormendo. Anche se non è dormire, è mancare. Non sai quando svieni e quando dormi. Ora allunghi le gambe sul fondo, i morti hanno lasciato spazio ai vivi.

Titti è più forte delle amiche. Quando Ester perde il bambino, è lei che getta tutto in mare, poi lava il vestito, e pulisce il gommone mentre tiene la mano all’amica, che dice basta, tutto è inutile, vado. Muore subito dopo, Titti non piange perché non ha più le forze, quando muore anche Luam due giorni dopo lei si lascia andare. Pensa solo più a morire, scuote la testa quando la donna con la Bibbia ripete quel che ha sentito da Yassief, ed ecco, noi stiamo morendo ma qualcuno arriverà. No, lei adesso rinuncia. Non pensa più all’Italia, non sa dov’è, non la vuole. Non ha più nessuna paura. Ripete a se stessa che dev’essere così in guerra, nelle carestie. Basta, vuoi finire, vuoi solo arrivare al fondo della fame, della sete, di questo esaurimento, non hai il coraggio o l’energia o la lucidità per buttarti e lasciarti andare, affondare sott’acqua e sparire, ma vuoi che sia finita. Persa l’Italia, il gommone adesso ha di nuovo uno scopo: diventa un viaggio per la morte, e va bene così. La diciassettesima notte, forse, Titti si separa da tutto e raduna tutto, la madre e Dio, il cielo, il mare e la morte, “Adei, Amlak, semai, bahari, meut”. Rivede suo padre accovacciato, che fuma contro il muro la sera. Si accorge che la sua lingua, il tigrigno, non ha la parola aiuto.

Si accorge dalle urla, all’improvviso, che c’è una barca di pescatori e li ha visti. Arriva, e nessuno ce la fa più a gridare. Accostano, ma quando vedono sette cadaveri a bordo e quegli esseri moribondi hanno paura e vanno indietro. Allora i due ragazzi si avventano, non lasciateci qui. La barca si ferma, lanciano un sacchetto di plastica, ma finisce in acqua. Si avvicinano, ne lanciano un altro. Hadangai lo afferra e mentre lo aprono i pescatori se ne vanno, indicando col braccio una direzione.

Dentro c’è il pane, con due bottiglie. Titti beve, ma afferra il pane. Appena ha bevuto ne ingoia un morso, ma urla e sputa tutto. Il pane taglia la gola, non passa, lo stomaco e il cuore lo vogliono ma il dolore è più forte, ti scortica dentro, è una lama, non puoi mangiare più niente. Ma con l’acqua l’anima comincia a risvegliarsi. Forse siamo vicini a qualche terra. Sia pure la Libia, basta che sia terra. Ed ecco un rumore grande, più forte, più vicino poi sopra, davanti al sole. E’ un elicottero, si abbassa, si rialza. Arriva una motovedetta di uomini bianchi, non vogliono prenderli a bordo, ma hanno la benzina, sanno far ripartire il motore, dicono ai ragazzi come si guida e il gommone li deve seguire.

Un giorno e una notte. Poi l’ultima barca. Questa volta li fanno salire. Sono rimasti in cinque: cinque su 78. Chi ce la fa ancora va da solo, Titti la devono portare a braccia. Non capisce più niente, tutto è offuscato, c’è soltanto il sole e lo sfinimento. La siedono. Poi le buttano acqua in faccia. Lì capisce di essere viva. Non chiede con chi è, né dov’è. Che importanza può avere, ormai? Forse non è nemmeno vero, basta chiudere gli occhi per rivedere la stessa scena fissa di un mese, gli odori, gli sbalzi, il rumore delle onde. Così anche in ospedale, dove le visioni continuano, volti, cadaveri, immagini notturne, incubi sul soffitto e sul muro bianco e blu.

Ma se allunga la mano, Titti adesso trova una bottiglietta d’acqua. Attorno non muoiono più. Ieri le hanno dato una card per telefonare a sua madre ad Asmara, le hanno detto che è in Italia. Le persone entrano e le sorridono. Due ore fa un medico le ha raccontato in inglese che hanno perso l’altro naufrago ricoverato al “Cervello”, Hadengai, in camera non c’è, l’hanno chiamato per una radiografia e non si è presentato, hanno guardato sulle panchine nel giardino ma nessuno sa dove sia. Lei non vuole più pensare a niente. Tiene una mano sulle labbra gonfie, con l’altra mano, dove c’è un anello giallo alto e sottile, tira il lenzuolo per coprire la piccola scollatura a V del camice. Ha paura che sapendo della sua fuga all’Asmara facciano qualcosa di brutto a sua madre e alle sue sorelle. E però vorrebbe dire a tutti che ha fatto la cosa giusta, anche se adesso sa cosa vuol dire morire: ma oggi, in realtà, è la sua vera data di nascita. Quando non ci sperava più ce l’ha fatta, è arrivata. Non ha più niente da dire, può solo aspettare.
Poi si apre la porta, e arriva Hadengai. Ha una tuta da ginnastica nera, con la maglietta bianca, cammina lentamente incurvando tutti i suoi 24 anni, e spinge piano il vassoio col cibo che vuole mangiare qui. Ci ha messo un po’ di tempo ad arrivare, si è perso, è tornato indietro, guardava senza capire tutte quelle scritte, la sala dialisi, le proposte assicurative in bacheca, i cartelli dell’Avis, la macchinetta al pian terreno che distribuisce dolci e caramelle e funzionava da punto di riferimento. Poi ha trovato la camera di Titti. Si è seduto sul bordo del letto della paziente accanto, che sotto le coperte si è fatta un po’ più in là.

I due naufraghi parlano sottovoce, lui assaggia qualcosa del pollo con patate che ha sul vassoio, non apre nemmeno il nailon del pane, lei taglia in quattro un maccherone. Ma va meglio, ormai. Non hanno un’idea di che cosa sia davvero l’Italia 2009, fuori da quella porta. Ma prima o poi capiranno che sopra l’ascensore numero 21, proprio davanti a loro, c’è scritto “la vita è un bene prezioso”.

Ezio Mauro

“la Repubblica” 26 agosto 2009

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Apartheid all’italiana

Pubblicato da nicola su 3 Aprile, 2009

La notizia è purtroppo vera, e l’ho trovata sull’inglese Daily Telegraph. I giornali italiani sono molto più diretti nell’accollare le responsabilità di questa vergogna: mentre qui i furti sono “blamed on foreigners“, per La Repubblica si tratta di “furti e molestie da parte degli immigrati“. E ammesso e non concesso che le cose stiano così, mi domando se questa sia davvero l’unica situazione ipotizzabile.

Italian ‘Apartheid’ bus service to be launched

Immigrants and locals in the southern Italian town of Foggia are to take separate bus services in a development that has sparked an outcry about its overtones of racial segregation.

Officials approved a service, coded No 24/i, to take foreigners to an immigrant hostel and by-pass a working-class neighbourhood served by the existing 24 bus after disturbances between the two groups of passengers. “At the heart of the decision are the clashes between immigrants and residents,” said Orazio Ciliberti, the centre-Left mayor of the agricultural town in Puglia province. He added, however, that immigrants would be free to travel on any bus they choose.

“We are not talking about racism, but about providing a better service.”

The news of the route, which starts on Monday, prompted comparisons with Apartheid-era South Africa and the fight against segregated buses in the southern United States during the 1950s.

“The route for non-EU citizens in Foggia, which smacks of segregation, should be abolished as soon as possible,” said Nichi Vendola, the regional president of Puglia.

Authorities say friction has been rising between residents of the working-class neighbourhood of Mezzanone and the roughly 800 migrants who live in the Cara centre after a series of robberies blamed on foreigners.

Habib Ben Sghaier, head of immigrant association Asci in Foggia, branded the move racist and said local authorities were focused on coming local elections: “This is not how to achieve integration.”

At a national level, the centre-right coalition Italian prime minister Silvio Berlusconi has been accused of fanning the flames of anti-foreigner discrimination. But a crackdown on illegal migrants, has boosted Berlusconi’s standing.

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Inchiesta della National Public Radio

Pubblicato da nicola su 5 Marzo, 2009

La mia cara amica Susan mi segnala questo interessante articolo, in realtà la trascrizione di un intervento andato in onda sulla RadioRai americana, la National Public Radio.

Non saranno novità, ma fa sempre piacere ricevere queste conferme dall’estero.

Immigrants Forced To Margins Of Italian Society

Listen Now [7 min 46 sec]

The second in a three-part series

A man points to a poster showing a portrait of Karim Yabuku.

A man points to a poster showing a portrait of Karim Yabuku, one of six Ghanaians killed in Castel Volturno. AFP/Getty Images

Jean-Leonard Touadi is the only black member of the Italian parliament.

Jean-Leonard Touadi is the only black member of the Italian parliament. He believes insensitive language has increased Italians’ fear of immigrants.

More In The Series

Most Europeans were thrilled when Barack Obama was elected U.S. president. But when Europeans ask themselves, “Could a member of one of our own minorities be elected head of state?” the honest answer is: “Not any time soon.” NPR’s Sylvia Poggioli explains why in a three-part series reported from Germany, Italy and France.

Jean-Rene Bilongo is a social worker who comes from Cameroon

Jean-Rene Bilongo is a social worker who comes from Cameroon. He says the mafia controls the large pool of cheap immigrant labor.

Lucia Ghebreghiorges, an Italian of Ethiopian origin

Lucia Ghebreghiorges, an Italian of Ethiopian origin, says many Italians still see their former colonial subjects as enemies.

Morning Edition, January 13, 2009 · Once a poor country that sent millions of its citizens abroad to find work, Italy now imports workers. The country has an aging population and low birth rate, and it depends on immigrant labor to maintain its economy and welfare benefits.

But despite the country’s demand for laborers, Italians are extremely reluctant to welcome immigrants.

Italy now has an estimated 4 million to 5 million immigrants — about 7 percent of the population.

Surveys show that among Europeans, Italians are the most suspicious about immigrants. A majority believes immigrants have too many rights and that many of them should be deported, and that immigration has brought only crime. Talk of an immigrant “invasion” is widespread.

Life Among ‘Ghosts’

Castel Volturno is located on the coast 20 miles north of Naples. Once a summer resort, it’s now called Little Africa, home to 6,000 to 8,000 black people who live in rundown condos.

Most immigrants there eke out a living in a gray economy controlled by the Camorra, the local mafia. Last fall, hit men gunned down six Africans — most likely for breaking “the rules.”

“This is Camorra’s land,” says Jean-Rene Bilongo, a social worker who comes from Cameroon.

The workday starts at 5 a.m. for the immigrant laborers, who face long waits for a ride to Naples. Buses are so full that workers often must wait for a second or third bus before reaching their destination, day-labor sites — usually street corners or roundabouts. There, they wait, hoping someone will pick them up for a day job.

Bilongo says the pay is usually 25 to 30 euros ($33 to $40), “depending on whether a sandwich is included or not.”

Most immigrants in the town are illegal, without documents. Bilongo says they’re abandoned.

“We are still considered as ghosts, as something just less than human beings. No one is interested in your condition, your future, your past — no one at all,” he says.

Town Feels ‘Besieged’

Xenophobia is strongest in the north, where most immigrants have regular jobs.

Citadella — the Citadel — is a small town, one of the few with perfectly intact medieval walls, surrounded by a moat.

It’s living up to its name.

Mayor Massimo Bitonci has sharply restricted immigrants’ rights to live there. His ordinance sets a high threshold: a regular work contract, a minimum income of $5,000 per family member, and a required home size that is too expensive for most immigrants.

Bitonci says the town feels besieged.

“We’re very frightened by what we see around us. We write the rules here, we want to safeguard our culture,” he says. “Yes, we’re raising the drawbridge, and we’re on the battlements to defend ourselves from external attacks.”

Political Party Fuels Anti-Immigrant Sentiment

Bitonci’s ordinance has been copied by many other towns governed by the Northern League, an openly anti-immigrant party. One of its posters shows a Native American with the words, “They let immigrants in, and now they’re living on reservations.”

The Northern League is a key part of Italy’s center-right government. It wants to make illegal immigration punishable by up to four years in prison, require doctors to report to police any patients who are in Italy illegally, and create separate classrooms for Italian and immigrant children.

The northern city of Padua boasts a history of glorious guests — Giotto painted there, and Galileo taught mathematics.

But now, nobody wants outsiders. Residents allege out loud that immigrants bring only disease, and a local Northern League politician claims that, with all their different languages, they bring only chaos.

Michael — he wouldn’t give his full name — is a 29-year-old Nigerian. He says that every time he takes a bus, he sits at the back. Italians, he says, look at him as if he were an alien creature.

Suspicions Rooted In Language, History

The language Italians hear from the mass media and politicians is disparaging about “the Other.” One Northern League minister calls Africans “bingo bongos.” Roma people — or gypsies, as they’re sometimes called — are often depicted on television as kidnappers of white children. And Prime Minister Silvio Berlusconi made international headlines after Barack Obama was elected U.S. president by describing him as young and “tanned.”

Jean-Leonard Touadi is the only black member of the Italian parliament. He believes insensitive language has increased Italians’ fear of immigrants. Politicians’ favorite buzzword, he says, is security.

And that, he says, means that migrants are criminals or potentially criminals — and that they lie at the heart of Italians’ insecurity.

Italy’s colonial rule in Africa in the last century has not helped Italians adapt to immigrants. The anthem of the Fascist army in Africa promised a young girl — “a little black face” — the glories of the Fascist empire. But Italy’s colonial period was brief, violent and filled with military defeats.

Lucia Ghebreghiorges, an Italian of Ethiopian origin, says many Italians still see their former colonial subjects as enemies.

“This is why they are unprepared for immigration. We are part of the future of this country, but they still see us as barbarians,” she says.

Warnings Of A ‘Racism Emergency’

Italy’s suspicion toward foreigners is reflected in one of the West’s most restrictive citizenship laws. An immigrant has to live in the country 10 years before applying, and children born in Italy are not guaranteed citizenship when they turn 18, even if they have lived in the country their entire lives.

Italians’ self-image as brava gente — good people — clashes with an increase in acts of racist violence. The European Network Against Racism says Italian police are the second-largest group — after citizens — that commits racist crimes in Italy. And Amnesty International has accused Italian politicians of legitimizing the use of racist language.

Many Italians are worried about what the media calls a “racism emergency.”

Italian President Giorgio Napolitano has even called on the Catholic Church to help Italians overcome racism.

Touadi, the parliamentarian, says Italy must realize it’s no longer a monocultural society. Italians have to work hard — in society, schools and the media — to raise a “new generation” of Italians and to change behavior and language. A cultural transition must come first, and a political transition will follow, he says.

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Morire troppe volte

Pubblicato da prescinseua su 17 Dicembre, 2008

di Delia Vaccarellohttp://liberitutti.blog.unita.it//Morire_troppe_volte_86.shtml

Vorrei il diritto per ciascuno di noi di morire una volta sola. Invece c’è chi scompare non solo fisicamente ma anche dalla memoria pubblica perchè sul suo conto nei momenti cruciali vengono pronunciate parole bugiarde. E’ successo al siciliano Domenico Riso questa estate, pacsato in Francia con il compagno, e morto con il figlio di lui nel disastro aereo di Madrid. Domenico è morto tante volte, tutte le volte che un giornalista ha detto che viaggiava con un amico. Non si tratta di discrezione, si tratta di omissione. Omettere l’importanza dei legami d’amore, di cura, di assistenza, è deprivare i cittadini e la società di un bene prezioso. Liberi tutti ha scritto un articolo su questa vicenda intervenendo a modo proprio, cioè narrando le storie, nella polemica che sorse. Ci fu chi disse che sapere del legame tra i due equivaleva a conoscere quante persone su quell’aereo prendevano il Viagra. Come si fa a degradare le relazioni tra persone a semplice e morboso gossip? Si fa quando il pregiudizio prende il sopravvento. L’articolo dal titolo “vivere da gay morire da etero” pubblicato il 2 settembre dall’Unità ha colpito i giurati del premio giornalistico indetto dalla commissione europea “For diversity against discrimination”. L’articolo ha vinto la selezione italiana. Nell’ambito del territorio nazionale chi ci guarda dall’Europa lo ha considerato il migliore

“perché racconta una storia di forte respiro europeo, coinvolgendo Spagna, Francia e Italia, perché evidenzia i ritardi culturali e normativi italiani nel riconoscimento dei diritti e delle libertà individuali, perché l’autrice, giornalista e scrittrice, è uscita dal coro discriminatorio dei media in linea con la sua storia professionale.”

Ringrazio tutti coloro che in queste ore nel web, con comunicati, e sui media, stanno dando risalto alla notizia. Ringrazio Paola Concia, Franco Grillini, Arcilesbica, Arcigay, Gay.it e tanti altri. Ringrazio Gigliola Toniollo dei Nuovi diritti Cgil per il lucidissimo impegno. Penso a Domenico e alla sua vita tradita, e ringrazio tutti coloro che mi hanno donato la loro storia. Si tratta di storie troppo quotidiane in cui una persona muore ma al momento dei funerali non viene ricordata più com’era e, in aggiunta, a coloro che la hanno amato si voltano le spalle, per una sorta di paralisi emotiva mista a rifiuto che anche in quel momento viene indotta dal terrore del giudizio sociale.

Come scriviamo nell’articolo premiato: “Attenzione: questa non è «solo» una questione esistenziale. È politica. La politica, in America, in Italia, in tutto il mondo, con scelte precise può far emergere la realtà nascosta, ma viva. O al contrario, con scelte blande o solo di facciata, può lasciarla morire”.

Ma io vi chiedo: ci si può vergognare dell’amore?

Riusciamo a valutare davvero quanto questa vergogna uccida una, due, tre, infinite volte?

Trovate l’articolo qui e in molti altri siti

http://www.arcigay.it/vivere-gay-morire-etero.

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60° anniversario della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo

Pubblicato da sandro su 10 Dicembre, 2008

Preambolo

Considerato che il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, uguali ed inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo;

Considerato che il disconoscimento e il disprezzo dei diritti umani hanno portato ad atti di barbarie che offendono la coscienza dell’umanità, e che l’avvento di un mondo in cui gli esseri umani godano della libertà di parola e di credo e della libertà dal timore e dal bisogno è stato proclamato come la più alta aspirazione dell’uomo;

Considerato che è indispensabile che i diritti umani siano protetti da norme giuridiche, se si vuole evitare che l’uomo sia costretto a ricorrere, come ultima istanza, alla ribellione contro la tirannia e l’oppressione;

Considerato che è indispensabile promuovere lo sviluppo di rapporti amichevoli tra le Nazioni;

Considerato che i popoli delle Nazioni Unite hanno riaffermato nello Statuto la loro fede nei diritti umani fondamentali, nella dignità e nel valore della persona umana, nell’uguaglianza dei diritti dell’uomo e della donna, ed hanno deciso di promuovere il progresso sociale e un miglior tenore di vita in una maggiore libertà;

Considerato che gli Stati membri si sono impegnati a perseguire, in cooperazione con le Nazioni Unite, il rispetto e l’osservanza universale dei diritti umani e delle libertà fondamentali;

Considerato che una concezione comune di questi diritti e di questa libertà è della massima importanza per la piena realizzazione di questi impegni;

L’ASSEMBLEA GENERALE

proclama

la presente dichiarazione universale dei diritti umani come ideale comune da raggiungersi da tutti i popoli e da tutte le Nazioni, al fine che ogni individuo ed ogni organo della società, avendo costantemente presente questa Dichiarazione, si sforzi di promuovere, con l’insegnamento e l’educazione, il rispetto di questi diritti e di queste libertà e di garantirne, mediante misure progressive di carattere nazionale e internazionale, l’universale ed effettivo riconoscimento e rispetto tanto fra i popoli degli stessi Stati membri, quanto fra quelli dei territori sottoposti alla loro giurisdizione.

Articolo 1

Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.

Articolo 2

Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciate nella presente Dichiarazione, senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione. Nessuna distinzione sarà inoltre stabilita sulla base dello statuto politico, giuridico o internazionale del paese o del territorio cui una persona appartiene, sia indipendente, o sottoposto ad amministrazione fiduciaria o non autonomo, o soggetto a qualsiasi limitazione di sovranità.

Articolo 3

Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona.

Articolo 4

Nessun individuo potrà essere tenuto in stato di schiavitù o di servitù; la schiavitù e la tratta degli schiavi saranno proibite sotto qualsiasi forma.

Articolo 5

Nessun individuo potrà essere sottoposto a tortura o a trattamento o a punizione crudeli, inumani o degradanti.

Articolo 6

Ogni individuo ha diritto, in ogni luogo, al riconoscimento della sua personalità giuridica.

Articolo 7

Tutti sono eguali dinanzi alla legge e hanno diritto, senza alcuna discriminazione, ad una eguale tutela da parte della legge. Tutti hanno diritto ad una eguale tutela contro ogni discriminazione che violi la presente Dichiarazione come contro qualsiasi incitamento a tale discriminazione.

Articolo 8

Ogni individuo ha diritto ad un’effettiva possibilità di ricorso a competenti tribunali contro atti che violino i diritti fondamentali a lui riconosciuti dalla costituzione o dalla legge.

Articolo 9

Nessun individuo potrà essere arbitrariamente arrestato, detenuto o esiliato.

Articolo 10

Ogni individuo ha diritto, in posizione di piena uguaglianza, ad una equa e pubblica udienza davanti ad un tribunale indipendente e imparziale, al fine della determinazione dei suoi diritti e dei suoi doveri, nonché della fondatezza di ogni accusa penale che gli venga rivolta.

Articolo 11

Ogni individuo accusato di un reato è presunto innocente sino a che la sua colpevolezza non sia stata provata legalmente in un pubblico processo nel quale egli abbia avuto tutte le garanzie necessarie per la sua difesa.

Nessun individuo sarà condannato per un comportamento commissivo od omissivo che, al momento in cui sia stato perpetuato, non costituisse reato secondo il diritto interno o secondo il diritto internazionale. Non potrà del pari essere inflitta alcuna pena superiore a quella applicabile al momento in cui il reato sia stato commesso.

Articolo 12

Nessun individuo potrà essere sottoposto ad interferenze arbitrarie nella sua vita privata, nella sua famiglia, nella sua casa, nella sua corrispondenza, né a lesione del suo onore e della sua reputazione. Ogni individuo ha diritto ad essere tutelato dalla legge contro tali interferenze o lesioni.

Articolo 13

Ogni individuo ha diritto alla libertà di movimento e di residenza entro i confini di ogni Stato.

Ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio paese.

Articolo 14

Ogni individuo ha il diritto di cercare e di godere in altri paesi asilo dalle persecuzioni.

Questo diritto non potrà essere invocato qualora l’individuo sia realmente ricercato per reati non politici o per azioni contrarie ai fini e ai principi delle Nazioni Unite.

Articolo 15

Ogni individuo ha diritto ad una cittadinanza.

Nessun individuo potrà essere arbitrariamente privato della sua cittadinanza, né del diritto di mutare cittadinanza.

Articolo 16

Uomini e donne in età adatta hanno il diritto di sposarsi e di fondare una famiglia, senza alcuna limitazione di razza, cittadinanza o religione. Essi hanno eguali diritti riguardo al matrimonio, durante il matrimonio e all’atto del suo scioglimento.

Il matrimonio potrà essere concluso soltanto con il libero e pieno consenso dei futuri coniugi.

La famiglia è il nucleo naturale e fondamentale della società e ha diritto ad essere protetta dalla società e dallo Stato.

Articolo 17

Ogni individuo ha il diritto ad avere una proprietà sua personale o in comune con altri.

Nessun individuo potrà essere arbitrariamente privato della sua proprietà.

Articolo 18

Ogni individuo ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione; tale diritto include la libertà di cambiare di religione o di credo, e la libertà di manifestare, isolatamente o in comune, e sia in pubblico che in privato, la propria religione o il proprio credo nell’insegnamento, nelle pratiche, nel culto e nell’osservanza dei riti.

Articolo 19

Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere.

Articolo 20

Ogni individuo ha diritto alla libertà di riunione e di associazione pacifica.

Nessuno può essere costretto a far parte di un’associazione.

Articolo 21

Ogni individuo ha diritto di partecipare al governo del proprio paese, sia direttamente, sia attraverso rappresentanti liberamente scelti.

Ogni individuo ha diritto di accedere in condizioni di eguaglianza ai pubblici impieghi del proprio paese.

La volontà popolare è il fondamento dell’autorità del governo; tale volontà deve essere espressa attraverso periodiche e veritiere elezioni, effettuate a suffragio universale ed eguale, ed a voto segreto, o secondo una procedura equivalente di libera votazione.

Articolo 22

Ogni individuo, in quanto membro della società, ha diritto alla sicurezza sociale, nonché alla realizzazione attraverso lo sforzo nazionale e la cooperazione internazionale ed in rapporto con l’organizzazione e le risorse di ogni Stato, dei diritti economici, sociali e culturali indispensabili alla sua dignità ed al libero sviluppo della sua personalità.

Articolo 23

Ogni individuo ha diritto al lavoro, alla libera scelta dell’impiego, a giuste e soddisfacenti condizioni di lavoro ed alla protezione contro la disoccupazione.

Ogni individuo, senza discriminazione, ha diritto ad eguale retribuzione per eguale lavoro.

Ogni individuo che lavora ha diritto ad una rimunerazione equa e soddisfacente che assicuri a lui stesso e alla sua famiglia una esistenza conforme alla dignità umana ed integrata, se necessario, da altri mezzi di protezione sociale.

Ogni individuo ha diritto di fondare dei sindacati e di aderirvi per la difesa dei propri interessi.

Articolo 24

Ogni individuo ha diritto al riposo ed allo svago, comprendendo in ciò una ragionevole limitazione delle ore di lavoro e ferie periodiche retribuite.

Articolo 25

Ogni individuo ha diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all’alimentazione, al vestiario, all’abitazione, e alle cure mediche e ai servizi sociali necessari; ed ha diritto alla sicurezza in caso di disoccupazione, malattia, invalidità, vedovanza, vecchiaia o in altro caso di perdita di mezzi di sussistenza per circostanze indipendenti dalla sua volontà.

La maternità e l’infanzia hanno diritto a speciali cure ed assistenza. Tutti i bambini, nati nel matrimonio o fuori di esso, devono godere della stessa protezione sociale.

Articolo 26

Ogni individuo ha diritto all’istruzione. L’istruzione deve essere gratuita almeno per quanto riguarda le classi elementari e fondamentali. L’istruzione elementare deve essere obbligatoria. L’istruzione tecnica e professionale deve essere messa alla portata di tutti e l’istruzione superiore deve essere egualmente accessibile a tutti sulla base del merito.

L’istruzione deve essere indirizzata al pieno sviluppo della personalità umana ed al rafforzamento del rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali. Essa deve promuovere la comprensione, la tolleranza, l’amicizia fra tutte le Nazioni, i gruppi razziali e religiosi, e deve favorire l’opera delle Nazioni Unite per il mantenimento della pace.

I genitori hanno diritto di priorità nella scelta del genere di istruzione da impartire ai loro figli.

Articolo 27

Ogni individuo ha diritto di prendere parte liberamente alla vita culturale della comunità, di godere delle arti e di partecipare al progresso scientifico ed ai suoi benefici.

Ogni individuo ha diritto alla protezione degli interessi morali e materiali derivanti da ogni produzione scientifica, letteraria e artistica di cui egli sia autore.

Articolo 28

Ogni individuo ha diritto ad un ordine sociale e internazionale nel quale i diritti e le libertà enunciati in questa Dichiarazione possano essere pienamente realizzati.

Articolo 29

Ogni individuo ha dei doveri verso la comunità, nella quale soltanto è possibile il libero e pieno sviluppo della sua personalità.

Nell’esercizio dei suoi diritti e delle sue libertà, ognuno deve essere sottoposto soltanto a quelle limitazioni che sono stabilite dalla legge per assicurare il riconoscimento e il rispetto dei diritti e delle libertà degli altri e per soddisfare le giuste esigenze della morale, dell’ordine pubblico e del benessere generale in una società democratica.

Questi diritti e queste libertà non possono in nessun caso essere esercitati in contrasto con i fini e principi delle Nazioni Unite.

Articolo 30

Nulla nella presente Dichiarazione può essere interpretato nel senso di implicare un diritto di un qualsiasi Stato, gruppo o persona di esercitare un’attività o di compiere un atto mirante alla distruzione di alcuno dei diritti e delle libertà in essa enunciati.

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Breve, sul razzismo

Pubblicato da sandro su 8 Ottobre, 2008

Si fa un gran parlare di razzismo, negli ultimi tempi. E’ una cosa schifosa, indicibile, da ignoranti. Da esso generano l’intolleranza, la discriminazione; e a poco valgono, contro i razzisti, gli esempi di Einstein, Mandela, Tchaikovskij, Cioran, Gandhi, rispettivamente un ebreo tedesco, un nero, un omosessuale, un romeno, un non violento. Per i razzisti la differenza la fa l’appartenenza ad una realtà sociale ben definita, ristretta. Essi, poi, credono che l’intelligenza sia prerogativa dei bianchi (anche se bisogna puntualizzare che molte sono le declinazioni razziste), e pur di mantenere inalterata tale credenza fingono di non vedere che si tratta di un’inaccettabile fandonia. Ma i razzisti, in verità, sono stupidi fra gli stupidi, e solo grazie alla loro stupidità possono attecchire le idee atroci che propagandano. Benché il razzismo sia pubblicamente condannato e si biasimino coloro i quali si macchino di gesti o affermazioni in quel senso, c’è uno strisciante ritorno, un progressivo rinvigorimento di simile blasfemia. Nel discorso pubblico, a livello politico, sempre più partiti apertamente razzisti conquistano l’attenzione dei media, catturano un posto al sole, e possono così diffondere l’odio che li caratterizza. In certi paesi, ad esempio l’Italia e fra non molto l’Austria, i partiti razzisti vanno a governare. Parlo della Lega Nord, ovviamente. Oggi per essere razzisti non è necessario vestire la camicia nera, il cappuccio bianco e quant’altro; basta ergersi a paladini della sicurezza, a protezione della virtù locale, e il gioco è fatto. Un razzista è per forza di cose un violento, perché l’unico modo che conosce per imporre la sua mentalità è l’esaltazione della violenza. Il linguaggio degradato della politica odierna testimonia quotidianamente la verità di questa precondizione. Il razzista, oggi, non lo è più sfacciatamente, può trincerarsi dietro inveterate forme retoriche: il paternalismo con cui si riferisce alla povertà del Terzo Mondo; le pretese legalitarie sugli stranieri; l’equazione criminalità-immigrazione; ecc. Aggiungiamo inoltre l’eco concessa a pessimi modelli di comportamento che però vengono fatti passare per esempi da seguire: Buffon e le sue maglie col numero 88 (codice che i nazisti usavano per il saluto «Heil Hitler») o i «Boia chi molla»; Abbiati che si dichiara fieramente fascista; Gattuso che apostrofa la Spagna zapateriana per aver concesso il matrimonio fra persone dello stesso sesso; ecc. Manca la voce stentorea di qualche grande intellettuale che prenda una posizione di irraggiungibile levatura morale, per non parlare di qualche capo politico. Ho trovato non peregrina l’osservazione di Gad Lerner fatta la scorsa settimana ad “AnnoZero”: il Pd dovrebbe proporsi come lido elettorale per tutti gli stranieri che vivono nel nostro paese. Sarebbe un modo di stimolarne l’organizzazione e coordinarne le rivendicazioni. L’integrazione è una marcia lunga e faticosa, ma è la sola via per battere il razzismo, che è invece rapido e facile.

Sul tema discriminazione-integrazione mi viene in mente una lettura non scientifica bensì letteraria. John Fante, grande scrittore italo-americano. Ha scritto solo capolavori, è il caso di dirlo. L’intera sua opera è pervasa dall’ossessione di essere un italiano nato in America. Il suo alter ego nella finzione, Arturo Bandini, si sente profondamente americano ma deve fare i conti con l’aria pesantemente italiana che respira in casa. Nel conflittuale rapporto col padre riuscirà a trovare la sintesi che cerca, non senza patimenti. “Aspetta primavera, Bandini” è, secondo me, il più bel libro. Da leggere per capire il dramma esistenziale ed identitario dell’immigrato (in questo caso, di seconda generazione). Meravigliosi i racconti di “Dago Red”. E poi, be’, c’è il classico “Chiedi alla polvere”…

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Naomi Klein

Pubblicato da nicola su 25 Settembre, 2008

Vi segnalo un articolo, non particolarmente recente, centrato sul pensiero di Naomi Klein riguardo una problematica che spesso ho percepito anch’io, senza mai tuttavia formalizzarla. Esempi di questo approccio viziato si moltiplicano ogni giorno, basti pensare alle campagne di MTV Make Poverty History e alla piú recente No Excuse 2015.

Riguardo a quest’ultima, vi prego di visitarne per un attimo il sito web: sopra alla foto con gli occhioni della bambina nera di turno, c’é una pubblicitá di Footlocker e Adidas, ditta notoriamente apprezzata dalla sinistra giovanile europea. Con un senso dell’umorismo cosí spregevole da sembrarmi addirittura un annuncio falso, Adidas ci consiglia di “prendere un ingiusto vantaggio” grazie alle scarpe Bounce. Roba da non credere a quello che si legge.

Vorrei anche segnalare che questo approccio di deviazione percettiva dell’attivismo sta facendo proseliti anche in altri compartimenti socioeconomici. Le societá Oil&Gas sono all’avanguardia in questo senso, con campagne come quella dell’Eni, Eni 30Percento, caratterizzata dal motto arcicapitalista “Consumare meglio, guadagnarci tutti”. I 24 consigli dell’Eni ovviamente non includono accenni alle fonti alternative di energia, ma in genere si limitano a raccomandare l’acquisto di un nuovo frigorifero, una nuova lavatrice e un nuovo scaldabagno. Infine, vi basta sfogliare le pagine dell’Economist per scoprire che tutte le compagnie petrolifere sono impegnate in simili autopromozioni missionarie, come Will you join us di Chevron.

Buona lettura.

The Bono-ization of Activism

Brigid Delaney, CNN, October 12, 2007

Naomi Klein’s 2000 book No Logo galvanized a generation to resist the lure of brands and corporatization.

Direct action such as protests and guerilla tactics such as culture jamming and graffiti were encouraged. Back then the movement had teeth and energy, but very quickly it has not just deflated but sharply turned into a world of hyper consumption, according to Klein.

Welcome to the Pro-Logo generation that is more likely to buy a wristband and ticket to Live Earth than hit the streets in protest. Speaking this week at the Cheltenham Literature Festival in the UK, to promote her new book The Shock Doctrine, Klein attacked the “Bono-ization” of the protest movement, referring to U2 frontman Bono who is also an active anti-poverty campaigner.

“The Bono-ization of protest particularly in the UK has reduced discussion to a much safer terrain.” Referring to the Make Poverty History Campaign at Gleneagles in 2005 she said, “It was the stadium rock model of protest — there’s celebrities and there’s spectators waving their bracelets. It’s less dangerous and less powerful (than grass roots street demonstrations.)”

Speaking to CNN.com, Klein said the new style of anti-poverty campaigning, where celebrities talk directly with government and business leaders on behalf of a continent (such as Africa) is another form of “noblesse oblige” where the rich and powerful club together to ‘give something back.’ “They are saying we don’t even need government anymore, it’s the replacement of nation states with corporate rule — this Billionaires Club, including Bill Clinton that gets together to give a little something back.”

“What’s complicated about the space that Bono and Geldof (Bob Geldof, founder of Live Aid) are occupying is that it’s inside and outside at the same time — there’s no difference. What’s significant about the Seattle movement (the WTO protests in 1999 and 2000) is that it’s less the tactics but the fact that it identifies that there are real power differences, winners and losers in this economic model.”

Klein believes when celebrities such as Bono engage in talks with world leaders at forums such as Davos they are legitimizing the structures in place, and the inequalities that arise from these structures, rather than promoting any radical change; “The story of globalization is the story of inequality. What’s been lost in the Bono-ization is ability to change these power structures. There are still the winners and losers, people who are locked in to the power structures and those locked out.”

Protests such as the Seattle anti-globalization protests, “were really demanding a structural change.” But now but according to Klein, the rise in blogging and on-line protests has taken the heat out of direct action. “It’s safer to mouth off in a blog than put your body on the line. The Internet is an amazing organizing tool but it also acts as a release, with the ability to rant and get instant catharsis. It’s taken that sense of urgency away.”

Bono’s Red initiative is emblematic of this new Pro-Logo age. He announced a new branded product range at the World Economic Forum in Davos Switzerland last year called Product Red. American Express, Converse, Armani and Gap were initial partners, joined later by Apple and Motorola. The corporations sell Red branded products, with a percentage of profits going to Bono approved causes. In this Pro-Logo world there is an irony of consuming to end poverty. Perhaps an even bigger irony: through initiatives like the Red card, consumer culture and branding is buying a stake in anti-globalization and alleviating poverty movement.

Klein says, “What they’ve tapped into is a market niche. There’s nothing that’s inherently wrong with these initiatives except when they make radical claims that it’s going to end poverty. There’s a long history of radical consumption — what’s pretty unbelievable about this (the Red Label) is that they say it’s revolutionary and it’s going to replace other forms of politics.”

Instead Klein advocates for a more confrontational and engaged form of activism, “We have had mass social movements that are messy — and that leads to some kind of negotiation and some kind of representation. What I see from the Bono camp is that they dismiss street protest as bunch as gripers whereas they (Bono) are being constructive because they engaging with power (but) if you look at the history of the labor movement its people outside trying to enforce change.”

CNN spoke to a London-based activist Susie (who did not wish to give her real name) from the Climate Camp who said “charity concerts are pathetic, just pathetic and a way to recorporate the issue. It changes nothing. It’s enjoyable but (from a political point of view) it’s a waste of time. It diverts attention away from taking action and protest. Nobody ever changes anything from attending a concert.”

Klein agrees saying, “I think people go to concerts because it’s fun but I don’t get a sense from anyone I talk to that it’s effective politically.”

Long time human rights activist, Peter Tatchell says despite the huge numbers marching in the anti-Iraq war marches three years ago, “There is a sense of political powerlessness plus there’s been a shift to the right.”

He sees the Bono-ization effect in the way “the protest movement has been incorporated — the corporate agenda around consumerism and spending has just become another form of protest.”

Yet he does see the value in having people working with power to effect change: “The classic model of social change is that you need people on the inside talking to people in power and people on the outside shaking up the establishment — a combination of the two getting results. The good cop, bad cop routine seems to have worked in the past.”

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Abbasso i giochi!

Pubblicato da sandro su 6 Agosto, 2008

Dopodomani partono le olimpiadi cinesi e io, tanto per non smentirmi, dico: chi se ne frega. Me ne frego dei giochi in sé, che qualunque esito avranno non cambieranno la mia vita, né la vostra, né – prevedibilmente – i destini dell’umanità tutta. Eppure, da tempo i media cercano di spacciare un evento sportivo per qualche cosa di salvifico, nonché utile al mercato, dunque all’allargamento della ‘democrazia’. Per favore… quante scemenze! Me ne frego meno, anzi non me ne frego per niente, del Tibet e in generale dei diritti che in Cina vengono quotidianamente calpestati. Anche da noi lo sono, certo, ma lì neppure esiste il concetto di diritti umani, e mi sembra folle voler far finta che nulla accada per poterci poi speculare. Il commento più idiota appartiene a Ratzinger, che ha benedetto le olimpiadi e, contestualmente, chiesto che il vangelo sia diffuso pure in mandarino. Insomma, ha rivendicato una quota di mercato…
Sandro

Egregi Signori,
ci permettiamo di proporre alla Vostra cortese attenzione questo appello quanto mai accorato e vibrante: si tratta di una “lettera aperta” di Claudio Tecchio, direttore dell’Agenzia Dossier Tibet (www.dossiertibet.it) che, pensiamo, merita di essere divulgata nel modo più ampio possibile, alla vigilia della più gigantesca “farsa” che il mondo si appresta a celebrare.

Vi preghiamo pertanto di inoltrarla (e, se lo ritenete opportuno, di tradurla in altre lingue) al mondo dell’informazione e dei media in genere, in Italia e all’estero, nella speranza che il maggior numero possibile di giornaliste e giornalisti cominci a provare un senso di imbarazzo, per non dire di vergogna, per quanto finora avrebbe potuto fare (e magari non ha fatto per pressioni ed interessi facilmente immaginabili) e ad imprimere una svolta alla propria “carriera” professionale, nel segno del rigetto di eventuali umilianti compromissioni ed alla ricerca della Dignità piena degli Uomini Liberi.

Pasquale Totaro

Comitato Storico-Umanitario
“UN GIARDINO PER TUTTI I MARTIRI E I GIUSTI A …”
Via San Pio V, 18 bis – 10125 Torino

Care/i giornaliste/i “accreditate/i”

Il CIO vi aveva detto che almeno per qualche giorno, e solo per voi, la censura preventiva del regime comunista avrebbe allentato i controlli.
Ma ieri accendendo il computer vi siete accorti che, “stranamente”, molti siti risultavano inaccessibili.
I cinesi, ed il CIO, vi avevano anche fatto credere che avreste potuto muovervi liberamente in tutto il paese ma oggi scoprite che in molte zone non ci potete mettere piede.
Volevate andare a Pechino “per dare voce al dissenso” ma i dissidenti, come era facile prevedere, sono finiti tutti in carcere o nei gulag.
Volevate “parlare con la gente comune, con i diseredati e gli ultimi”. Ma i diseredati, come si poteva facilmente immaginare, li hanno già deportati da mesi e gli “ultimi” rimasti non sono certo disposti a parlare con voi sapendo di rischiare la galera.
Prima di autorizzarvi ad entrare in Cina, complici le autorità di molti paesi “liberi”, a vostra insaputa vi hanno fatto anche l’esame del sangue ed ora i vostri dati sensibili sono negli archivi della polizia politica cinese.
E adesso che “finalmente” siete arrivati nella camera d’albergo scoprite che è imbottita di microfoni e telecamere che dovrebbero monitorarvi giorno e notte.
Che la vostra posta elettronica, sia in arrivo che in partenza, viene letta con attenzione da centinaia di zelanti funzionari di partito che decidono di volta in volta se inoltrarla sul vostro computer.
Che i vostri telefoni sono sotto controllo.

Capisco che “tenete famiglia” (ed i compensi pattuiti, trasferta compresa, fanno gola ) ma credo che a tutto ci sia un limite e questo limite, anche se non ve ne siete accorti, i comunisti cinesi l’hanno passato da un pezzo.

Un sussulto di dignità consentirebbe anche a qualcuno di voi di riscattarsi per tutte le menzogne scritte, per tutte le veline propinate ai lettori spacciandole come “verità dei fatti”, per i lunghi silenzi sulle atrocità del regime, per i maldestri tentativi di criminalizzare i giovani patrioti tibetani.

Gridate finalmente al mondo quello che in tutti questi anni avete finto di non sapere per non perdere la ghiotta occasione di partecipare al “Grande Evento Olimpico”.
E poi fate i bagagli e tornatevene a casa sbattendo la porta in faccia ai boia di Pechino !

Claudio Tecchio

Campagna di Solidarietà con il Popolo Tibetano

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