Ai Nostri Posti

Ora e sempre Resistenza

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Maccartiset

Pubblicato da sandro su 16 Ottobre, 2009

Riprendo dal blog di Piero Ricca questo disgustoso servizio di squadrismo pseudogiornalistico ai danni del cittadino-giudice che ha condannato Fininvest (in primo grado) a risarcire con 750 milioni di euro il gruppo Cir di De Benedetti per essersi aggiudicata Mondadori con la corruzione. Io sono veramente indignato, preoccupato, e infastidito dall’imperversante accento lombardo che popola la televisione. Scusate, ma sono trevigiano… non è un appunto discriminatorio, bensì musicale.

Siamo da tempo in pieno maccartismo. La caccia all’uomo non è rivolta ai sospetti comunisti, come nell’America degli anni cinquanta. Ma a coloro che nell’esercizio della propria libertà di opinione o nello svolgimento della propria funzione professionale risultano sgraditi al gruppo di potere capeggiato da Silvio Berlusconi. Il network operativo ormai ha meccanismi collaudati, a sua disposizione servizi segreti, giornali di regime, commissioni parlamentari, uffici mnisteriali, membri governativi del Csm, avvocati su misura, tirapiedi televisivi, calunniatori professionali più uomini di fatica fuori scena per le iniziative speciali. Sono le nuove squadracce fasciste. Non usano l’olio di ricino ma la diffamazione. C’è un’unica regia, che prende ordini dirattamente dal capo. Per uccidere le ragioni di chi si avverte nemico se ne uccide la reputazione pubblica e lo si costringe a difendersi da false accuse. I “nemici” del padrone – giornalisti, magistrati, uomini di cultura, attivisti, artisti, oppositori dalla schiena dritta, più qualche testimone di giustizia – devono apparire tutti loschi, disonesti, falsi, ideologicamente orientati e deviati, dalla vita privata disordinata, privi di credibilità se uno li conosce bene. L’effetto propagandistico si unisce a quello intimidatorio: chi si sentirà di andar contro gli interessi del capobanda la prossima volta? Il penultimo fu Dino Boffo, colpevole di aver flebilmente criticato il duce: distrutto non per le sue idee, ma per un suo errore privato strumentalizzato ad arte. L’ultimo – almeno per ora – è Riccardo Mesiano, il magistrato che giudicando in sede civile la causa Cir-Mondadori ha condannato la Fininvest al risarcimento di 750 milioni. “Su questo ne sentirete delle belle”, aveva annunciato il capo. E infatti. Gli si mputa di aver parlato di politica con gli amici in un ristorante tre anni fa, di aver rinviato al 2011 una causa civile, di essere stato promosso dal Csm dieci giorni dopo la decisione sgradita, lo si mette alla berlina in momenti di vita privata ritraendolo come un eccentrico, malvestito, tabagista accanito, inadatto alla professione di magistrato. Si ventila che la sentenza non l’abbia scritta lui, ma gli avvocati di De Benedetti, come se fosse un Vittorio Metta qualsiasi. Chi sarà il prossimo? Forse Roberto Saviano (qualcuno già dice che non merita la scorta), se salirà ancora su un palco in difesa dell’indipendenza della cultura e dell’informazione: un chiaro segno di ostilità al governo, secondo il network maccartista. Solidarietà intanto al giudice Mesiano, in fiduciosa attesa che il garante della Costituzione trovi il coraggio di parole chiare, prima che le squadracce ricevano l’ordine di accanirsi defintivamente su di lui.

Piero Ricca

www.pieroricca.org

16 ottobre 2009

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Il senso della Binetti per la laicità

Pubblicato da sandro su 15 Ottobre, 2009

Il problema è questo. Adesso tutti vorrebbero che Paola Binetti, dopo l’ennesimo sfregio alla laicità commesso sotto le insegne del Pd, e addirittura in suo nome, si dimettesse dal partito levando lei le castagne dal fuoco al leader di turno. Ma se questo non accade il caso Binetti diventa una sorta di drammatico gioco di ruolo che scatena uno strano cortocircuito nelle primarie.

Pensateci anche solo per un attimo: Franceschini dovrebbe assumersi la responsabilità di cacciarla, ma se lo fa davvero, fornisce a uno dei suoi principali alleati, Francesco Rutelli, il casus belli che aspetta da mesi per mettere in pratica la sua sospirata scissione. E’ difficile che il segretario possa permetterlo, ed ecco perché Franceschini spara sulla Binetti sperando che si arrabbi. Il problema così si riversa su Bersani. Certo, se l’ex ministro prendesse una posizione chiara su questo, recupererebbe voti a sinistra, e potrebbe vincere più facilmente le primarie. Ma se lo facesse si esporrebbe anche a quello che considera il suo tallone d’Achille: quello di essere considerato un comunista travestito pronto ad operazioni di purga, e alla cancellazione delle identità di minoranza. Se a cacciare la Binetti è Bersani, diventa un mangiapreti. Se i primi due leader ragionano così, il corollario inevitabile è che alle primarie la candidatura Marino diventi un bene-rifugio. L’unico custode della laicità è lui – finirebbero per pensare molti iscritti – dunque lo voto. Un bel dilemma, in cui l’unico modo per fuggire alla prigionia dei ruoli è un atto di coraggio dei primi due leader del Pd. Riusciranno a trovare la forza?

Adesso, però, vorrei provare a ragionare su Paola Binetti e sui paradossi che la sua figura apre.

Anche lei di coraggio ne ha. Da anni viene percepita come un corpo estraneo, da anni, con una determinazione che rasenta la vocazione dei martiri, continua imperterrita la sua battaglia anti-illuminista a tutto campo. Al Senato – durante la crisi di Prodi – più di una volta aveva votato contro il governo sempre rischiando di essere determinante. Veltroni e Franceschini si erano illusi di depotenziarla spostandola alla Camera senza capire che, ovviamente, il problema era politico. Le Binetti e le Dorina Bianchi non pesano per il loro seguito, ma per il loro valore simbolico ed evocativo. Entrano nel problema identitario del Pd e, anche senza parole, sostanzialmente dicono ai suoi leader: voi siete un partito che si regge su di un compromesso fragile, e su una amalgama mal riuscita. Io, noi, vi legittimiamo. Mettendo dentro il vostro Dna il suo contrario, voi conquistate un passaporto di legittimità che non siete riusciti ad ottenere altrimenti. Pochi ricordano come fu affondata la legge sulle unioni civili stesa con molta fatica dalla Pollastrini e dalla Bindi. Con un semplice sms spedito dalla Binetti (che stava al Senato) ad Anna Serafini, che era capogruppo in commissione. Il senso era molto chiaro: se questa legge passa, noi ce ne andiamo. Lo stesso paradosso che pesa oggi sulle spalle di Bersani, finì per gravare su quelle di Fassino. Sta nascendo il Pd, posso permettermi di espellere una cattolica? No. E così tutti i progressisti dovettero pagare dazio all’integralismo guerrigliero della Binetti.

In quei giorni invitai per la prima volta la Binetti a Tetris, nel mio programma, e in quella puntata accaddero cose incredibili. Era la sua prima apparizione televisiva, perché i grandi media non si curavano di lei. Noi avevamo affidato a Mike Bongiorno il consueto quiz per i politici. E Mike – l’ho ricordato su questi sito tempo fa – chiese alla Binetti: “L’omosessualità è: A) Una normale caratteristica di una persona B) Una malattia?”. Ricordo ancora oggi il primo piano terreo della Binetti, su cui si stampò un’espressione di sofferenza vera. Cercò di fermarsi, di dire parole caute, ma quello che aveva dentro le uscì fuori. Disse quello che pensava allora e che pensa ancora oggi: che era “Una malattia”. Nella stessa puntata, dopo il quiz, portai in studio un cilicio. Solo questo gesto aveva in qualche modo turbato la nostra piccola redazione. Avevamo scoperto che il cilicio non si vende, e ne avevamo trovato uno in modo semi-clandestino, su internet. Prima di andare in onda questo oggetto era passato fra di noi di mano in mano, suscitando stupore, perché tutti avevano ceduto alla tentazione di calzarlo, ritrovandosi i suoi rostri nella carne. Non la capisci, la ferocia autoflagellatoria del cilicio finché non ti incide la pelle. Chiesi alla Binetti se veramente lo portasse con regolarità. Lei mi rispose: “Ma certo!”. Allora portai quell’incredibile strumento in studio. Mi venne istintivo metterlo in mano a Chiara Moroni, socialista laica del Pdl, anche lei ospite. Ancora oggi, rivendendo quelle immagini, si può notare l’espressione esterrefatta di Chiara. Ma chi ci stupì, ancora una volta, fu la Binetti, che assunse un tono materno e persuasivo verso la collega: “Cara, non ti deve spaventare. Il cilicio ci ricorda il dolore della donna che partorisce… Ci ricorda la sofferenza degli occhi dopo una giornata passata a lavorare al computer. Ci ricorda il dolore della vita che troppo spesso dimentichiamo”. Siccome la televisione ha sempre dei momenti di verità, il dialogo che seguì fu quasi simbolico. Chiara quasi esplose: “Ma il dolore della vita noi non lo vogliamo, lo subiamo nostro malgrado! E il dolore di un parto è accettabile solo perché produce la vita, non perché sia un valore in sè!”. Senza volerlo, avevamo messo a fuoco la differenza fra l’ideologia della penitenza e quella della laicità.

Franco Grillini, che si era scontrato durissimamente con la Binetti dopo la risposta sull’omosessualità (“Se dici questo sei fuori dall’ordine dei medici!”) scelse la via del sarcasmo: “Io sul cilicio difendo la Binetti: ho sempre pensato che tutti hanno diritto alle proprie passioni sadomasochistiche”. Lei si arrabbiò davvero, e iniziò ad urlare. Nessuno, vedendo quella scena, avrebbe potuto pensare che entrambi facessero parte dello stesso partito. La Repubblica, il giorno dopo, aprì un’intera pagina sul caso, e Rutelli bacchettò la Binetti: “Non doveva andare in un programma così”. Non perché non condividesse le sue idee, dunque, ma perché considerava poco prudente averle espresse.

Incontrai la Binetti due giorni dopo, al Senato. Ero convinto che mi volesse sbranare. Invece era sinceramente dispiaciuta: “Non dovevo accettare di parlare del cilicio, ma è stata colpa mia”. L’avevo intervistata più volte, quanto basta per capire che lei non inseguiva tornaconti, non ha ambizioni personali. Piuttosto si sente come una guerriera crociata, che deve difendere la croce e Cristo in questa battaglia di testimonianza in Parlamento, esattamente come un soldato del medioevo si doveva immolare per il santo sepolcro. Dopo la valanga di polemiche che le precipitarono addosso per aver definito l’omosessualità una malattia inventò una sua forma di espiazione privata, credo sincerissima. Andò ad accudire la collega Paola Concia, che all’epoca conosceva appena, in un delicato intervento per un tumore. Non era una furbata, come ha volgarmente ipotizzato qualcuno: era l’unico contrappasso umano che potesse aggirare il suo problema ideologico anti-gay, il suo dogma identitario. Era la via del samaritano, imboccata per controbilanciare la ferocia della guerriera crociata. Ieri, l’inconciliabilità di questa soluzione si è risolta teatralmente con il voto della Binetti speso per affondare la legge della Concia. La pietas umana non poteva distogliere il guerriero di Cristo dalla sua missione. Ed è questo il vero motivo per cui la Binetti deve essere laicamente espulsa dal Pd: lei non se ne andrebbe mai, perché affermare la sua fede tra gli infedeli è ai suoi occhi un elemento di merito: essere dileggiata, attaccata, odiata, è parte della sua missione di testimonianza, solo un altro modo di indossare un cilicio.

Detto questo, devo aggiungere che ho molta più stima per la Binetti e della sua tetragona coerenza che per gli arrampicatori di muri che nel Pd, per mille motivi di utilità contingente, hanno finito per strumentalizzarla, e farsi strumentalizzare da lei. Più stima di lei, che per il convertito Rutelli che srotolava la nasiera pontificia dal bancone di Montecitorio per protesta contro il Vaticano, e che adesso bacia gli anelli dei prelati. In fondo lei ci consegna un paradosso mirabile e corrosivo, nel degrado della seconda repubblica. Paola Binetti non è il tipo di politico disposto a compromessi e mediazioni sui suoi valori. Per questo è una figura che tutti vorrebbero avere in una coalizione. Possibilmente l’altra.

Luca Telese

Il Fatto Quotidiano

14 ottobre 2009

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La battaglia dei giornali

Pubblicato da sandro su 13 Ottobre, 2009

Negli ultimi due giorni chi ha letto i giornali ha assistito ad una vera battaglia. L’hanno cominciata Eugenio Scalfari, su Repubblica, e Marco Travaglio, sul Fatto. L’ha proseguita Ferruccio De Bortoli, sul Corriere. Si sono aggiunti Polito, Belpietro e Minzolini. La battaglia non è contro lo scandalo perenne della politica depravata, bensì fra giornale e giornale, con accuse appena velate di giacobinismo da una parte all’altra. Seguono qui sotto gli articoli in questione. Io sto con Scalfari e Travaglio.

IL CAIMANO SI PREPARA PER L’ULTIMA SPALLATA

di Eugenio Scalfari, la Repubblica 11 ottobre 2009

A ME sembra che Silvio Berlusconi sia sottovalutato dai suoi avversari e mal compreso nella logica con la quale persegue i suoi obiettivi. Vengono messi in risalto i suoi errori, le sue gaffe il suo parlarsi addosso e li si attribuiscono ad un prevalere della sua pancia (per dire dei suoi istinti) su una debole razionalità.
Ebbene non è così. Lo conosco da trent’anni e nei primi dieci ho avuto con lui una frequentazione intensa e alquanto agitata.

Non era ancora un uomo politico ma alla politica era già intimamente legato; sia la fase dell’immobiliarista sia quella successiva dell’impresario televisivo erano intrecciate e condizionate dai suoi rapporti politici. Imparò presto a muoversi come un pesce nell’acqua. Poi l’esperienza politica diretta ha perfezionato un innato talento. Perciò – lo ripeto – non è affatto uno sprovveduto in preda ad istinti irragionevoli, salvo quelli sessisti. In quel campo gli istinti lo dominano e l’hanno spinto a commettere errori inauditi; ma in tutto il resto no.

Conosce il suo carattere e lo usa. Conosce la sua tendenza alla megalomania e all’egolatria e la usa. Usa perfino le sue gaffe. L’insieme di queste movenze costituiscono una miscela formidabile di populismo, demagogismo, culto della personalità. In altri Paesi un decimo se non addirittura un centesimo di ciò che dice e che fa avrebbero provocato la sua messa fuori gioco. In altri Paesi il suo mostruoso conflitto di interessi avrebbe impedito il suo ingresso nell’agone politico; non esiste infatti in nessun Paese del mondo un capo di governo proprietario di metà del sistema mediatico e contemporaneamente possessore dell’altra metà.

Ma in Italia questo è possibile. Attenti però: non è un incidente di percorso. La vocazione degli italiani ad innamorarsi di personaggi come Berlusconi fa parte della storia patria. Per fortuna non è la sola vocazione; convive con caratteristiche differenti e anche opposte. Ma quell’innamoramento verso il demagogo è una costante che spesso è diventata dominante e alla fine ha precipitato il Paese nel peggio. Non è ancora avvenuto, ma siamo già abbastanza avanti nella strada che può portarci ad una catastrofe.
* * *
Da questo punto di vista le due sentenze emesse nei giorni scorsi rispettivamente dal Tribunale di Milano sul lodo Mondadori e dalla Corte costituzionale sulla legge Alfano hanno prodotto un’accelerazione che Berlusconi considera provvidenziale per l’attuazione dei suoi piani. L’ira iniziale che l’ha invaso – che viene dalla sua pancia – è stata rapidamente razionalizzata.

L’attacco contro la Corte, contro la magistratura, contro il Csm, contro il Presidente della Repubblica, è proseguito a mente fredda. Non è più ira, è strategia pensata e messa in atto, la spallata finale che dovrà portare l’Italia istituzionale e costituzionale a cambiare volto radicalmente: da repubblica parlamentare a repubblica autoritaria dove tutti gli organi di garanzia siano cancellati o ridotti ad esanimi fantasmi e dove conti soltanto il plebiscito popolare incitato dagli appelli continui alle pulsioni populiste che covano nella pancia di molti. Questo spiega l’allarme esploso nell’opinione pubblica internazionale.

Lo stupore e anche lo sberleffo che nei mesi scorsi si è manifestato sui giornali di tutto l’Occidente al di qua e al di là dell’Atlantico è diventato negli ultimi quattro giorni una preoccupazione generale e l’Italia è diventata il malato di una malattia infettiva.

In altre circostanze questa reazione avrebbe indotto ad un sussulto di prudenza, ma sta invece accadendo l’opposto; il populismo contiene infatti un’abbondante dose di vittimismo che lo rafforza e lo indirizza verso forme di autarchia psicologica delle quali la Lega è da tempo il più esplicito rappresentante e che trovano nel berlusconismo un importante amplificatore.
Le due sentenze sono impeccabili dal punto di vista tecnico – giuridico.

Quella del Tribunale civile di Milano non fa che confermare quanto contenuto nella sentenza di condanna di Cesare Previti per corruzione di magistrati e di Berlusconi per la stessa ragione con il reato però caduto in prescrizione. Agli effetti penali ma non civili. La quantificazione del danno è secondaria.

La sentenza della Corte che definisce incostituzionale la legge Alfano ha come caposaldo l’articolo 3 della Costituzione che stabilisce la parità dei cittadini di fronte alla legge. Questo è il punto di fondo; l’altro elemento invalidante, e cioè la necessità di procedere con legge costituzionale anziché con legge ordinaria, è secondario perché deriva necessariamente dal primo elemento.

Chi accusa la Corte di incoerenza sostiene una tesi priva di senso; anche nella sentenza del 2004 sul cosiddetto lodo Schifani la Corte aveva infatti eccepito la violazione dell’articolo 3. E quindi, se l’articolo 3 risulta violato fin dal 2004, ne segue ineccepibilmente che per ristabilire l’equilibrio costituzionale bisogna procedere con legge costituzionale e non con legge ordinaria. Dov’è l’incoerenza? La legge Alfano aveva ripristinato l’adempimento all’articolo 3 o il suo emendamento? No.

È quindi perfettamente coerente che, di fronte ad un nuovo ricorso, la Corte lo giudicasse ammissibile. Gli avvocati del premier che proclamano l’incoerenza mentono sapendo di mentire. E i media che non chiariscono un punto così fondamentale ai loro ascoltatori e lettori, sorvolano anzi tacciono del tutto su un punto di capitale importanza e danno adito ad una macroscopica disinformazione.
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A questo proposito viene acconcio citare l’articolo uscito ieri sul “Corriere della Sera” e firmato dal suo direttore. L’ho letto e ne sono rimasto colpito e profondamente rattristato. Sono amico di Ferruccio De Bortoli anche se spesso in questi ultimi mesi ho dissentito dalla sua linea giornalistica. Ma in casa propria ciascuno decide liberamente a quale lampione e con quale corda impiccarsi.

L’articolo di ieri va però assai al di là del prevedibile.
Poiché Berlusconi il giorno prima aveva rimproverato il “Corriere della Sera” d’essere diventato di sinistra, il direttore di quel giornale manifesta il suo stupore e il suo dolore. Cita tutti gli articoli recenti da lui pubblicati che hanno sostenuto il governo e le sue ragioni; rivendica di non aver mai partecipato a campagne di stampa faziose, condotte da gruppi editoriali che vogliono pregiudizialmente mettere il governo in difficoltà con argomenti risibili; ricorda di aver approvato la politica economica e sociale del governo, la sua efficienza operativa, la sua politica estera; ammette di averlo criticato solo quando è stato troppo duro con la Corte costituzionale e con il Capo dello Stato; auspica una tregua generale tra le istituzioni; riconosce al presidente del Consiglio l’attenuante di essere perseguitato in modo inconsueto dalla magistratura. Infine ribadisce la natura liberale che storicamente il giornale da lui diretto ha sempre seguito e nello stesso numero pubblica un’intervista a piena pagina con Marina Berlusconi, con splendida foto nella quale la figlia del leader rivaleggia con una Ava Gardner bionda anziché mora, che in quel contesto assume inevitabilmente una funzione riparatoria per qualche birichinata di troppo.

Mi procura sincero dolore un giornale liberale ridotto a pietire un riconoscimento al merito dal peggior governo degli ultimi centocinquanta anni di storia patria, Mussolini escluso. E ridotto ad attaccare noi di “Repubblica“, faziosi e farabutti per definizione, per marcare la propria differenza.

Noi siamo liberali, caro Ferruccio. Liberali veri. Non abbiamo pregiudizi, ma vediamo sintomi ed effetti d’una deriva che minaccia le sorti del Paese.
Vediamo anche la totale inefficienza di questo governo che non ha attuata nessuna delle promesse e degli impegni assunti con il suo elettorato salvo quelli che recano giovamento personale al premier e ai suoi accoliti.

Voglio qui ricordare un non dimenticabile articolo di Barbara Spinelli pubblicato dalla “Stampa” di qualche settimana fa, che forse De Bortoli non ha letto. Mi permetto di consigliargliene la lettura. I giornali ricevono molte querele e molte citazioni per danni, ricordava la Spinelli. Fa parte della rischiosa professione giornalistica e degli errori che talvolta vengono compiuti.

Ma quando è il potere politico e addirittura il capo del governo a tradurli in giudizio perché hanno osato porgli domande scomode, quando questo avviene – ha scritto la Spinelli – i giornali che sono in fisiologica concorrenza tra loro fanno blocco comune e quelle stesse domande le pongono essi stessi, le fanno proprie per togliere ogni alibi ad un potere che dà prova di non sopportare il controllo della pubblica opinione. La stampa italiana – concludeva – non ha fatto questo, mancando così ad uno dei suoi doveri.

Si può non esser d’accordo con il codice morale e deontologico della Spinelli (peraltro seguito da tutta la stampa occidentale) e non mettere in pratica le sue esortazioni. Ma addirittura accusare noi d’una nefasta faziosità rivendicando a proprio favore titoli di merito verso il governo, questo è un doppio salto mortale che da te e dal tuo giornale francamente non mi aspettavo. A tal punto è dunque arrivato il potere di intimidazione che il governo esercita sulla libera stampa?

Ricordo, a titolo di rievocazione storica, che Luigi Albertini incoraggiò il movimento fascista dal 1919 al 1922; gli assegnava il compito di mettere ordine nel Paese purché, dopo averlo adempiuto, se ne ritornasse a casa con un benservito. Ma nel 1923 Mussolini abolì la libertà di stampa e instaurò il regime a partito unico, le cui premesse c’erano tutte fin dal sorgere del movimento fascista. A quel punto Albertini capì e cominciò una campagna d’opposizione senza sconti, tra le più robuste dell’epoca. Purtroppo perfettamente inutile perché il peggio era già accaduto, il regime dittatoriale era ormai solidamente insediato e l’ex direttore del “Corriere della Sera” se ne andò a consolarsi a Torrimpietra.

Ad Indro Montanelli è accaduto altrettanto, ma lui almeno se n’è accorto prima. Difese per vent’anni dalle colonne del “Giornale” le ragioni del Berlusconi imprenditore d’assalto. Si accorse nel 1994 di quale pasta fosse fatto il suo editore e lo lasciò con una drammatica rottura. Ma era tardi anche per lui. Se c’è un aldilà, la sua pena sarà quella di vedere Vittorio Feltri alla guida del giornale da lui fondato. Al “Corriere della Sera” quest’esperienza d’un giornalista di razza al quale dedicano un santino al giorno dovrebbero farla propria per capire qual è il gusto e il valore della libertà liberale.

UNA RISPOSTA A SCALFARI E TRAVAGLIO

di Ferruccio De Bortoli, Corriere della sera 12 ottobre 2009

Marco Travaglio su Il Fatto di ieri, quotidiano al quale formulo i miei auguri, mi accusa sostanzialmente di non avere sufficiente schiena dritta nei confronti del premier. Non condivido in nulla il modo di fare giornalismo di Travaglio, ma ne difendo la libertà d’espressione. Quando ero amministratore delegato della Rcs Libri, alcuni azionisti di questo gruppo (che a volte assomigliano al consiglio di sicurezza dell’Onu, tanto sono diversi fra loro) mi chiesero di non pubblicare più i suoi libri presso la Bur Rizzoli. Io mi opposi fermamente. E non per un calcolo economico. Travaglio ci rimprovera di aver nascosto la notizia di Patrizia D’Addario e poi diventata famosa in tutto il mondo. Non è così. Intanto è stato uno scoop del Corriere . Certo, l’abbiamo pubblicata con la dovuta cautela e tutti punti interrogativi di una vicenda ancora oggi poco chiara. Altri due giornali, che l’hanno avuta prima di noi, non l’hanno pubblicata. E non l’abbiamo trasformata poi in un’eroina del femminismo. Travaglio si lamenta dello spazio eccessivo dato a Marina Berlusconi e a Tarak Ben Ammar, che fanno parte del consiglio di Mediobanca, uno dei nostri azionisti.

Ringrazio Travaglio per avermi formulato questa critica perché mi dà l’opportunità di parlare del mio rapporto con l’azionariato.

Il Corriere ha tra i principali soci la Fiat eppure ciò non ha impedito al giornale di esprimersi contro la concessione di altri incentivi al gruppo torinese. Hanno ragione le piccole aziende e i professionisti a dolersene: i loro dipendenti non sono diversi dagli operai e dagli impiegati del gruppo torinese, specie nel momento in cui la famiglia Agnelli si candida ad acquistare, a debito, la Fideuram da Intesa Sanpaolo.

Anche questa grande banca fa parte dei nostri azionisti. Ne abbiamo svelato il profondo contrasto che divide l’anima piemontese da quella lombarda. E nello scandalo del credito col contagocce, siamo convinti che le piccole banche si stiano comportando meglio delle grandi. E l’Alitalia che è stata salvata da una cordata con dentro molti degli altri nostri azionisti? Un errore, l’ho sempre pensato e scritto.
Devo andare avanti?
E veniamo all’editoriale di Eugenio Scalfari sulla Repubblica che ho trovato ingiusto e insultante. Mi dispiace molto. Scalfari ha letto la mia risposta di venerdì alle accuse del premier, manipolando le mie parole a suo uso e consumo. Lo considero profondamente scorretto. Il paradosso di tutta questa vicenda è che Repubblica ha fatto la sua campagna contro il premier con le notizie pubblicate… dal Corriere . Scalfari tenta di delegittimarmi moralmente perché non abbiamo seguito il suo giornale, querelato dal premier, e non siamo scesi in piazza sotto le bandiere di un partito o di un sindacato. Sulle querele ho già detto quello che penso. Ed Ernesto Galli della Loggia ha preso posizione sul Corriere sul fatto che le querele a Repubblica e all’ Unità fossero sbagliate e gravi. Ma dov’erano lui e il suo giornale quando gli avvocati di Berlusconi, Ghedini e Pecorella (da me chiamati avvocaticchi per le leggi ad personam e per questo condannato) mi citarono in giudizio? E dov’erano lui e il suo giornale quando D’Alema, allora al potere, se la prese con noi fino a proporre la mia cacciata dall’Ordine dei giornalisti? Li ho forse accusati, in quelle occasioni, di essersi accucciati al potere di turno? No, rispettai il loro ruolo, anche se di spettatori. Interessati. Devo andare avanti?

p.s. Ringrazio infine i colleghi di Repubblica che mi hanno espresso solidarietà dopo aver letto le dichiarazioni di Berlusconi alle quali il loro giornale non ha dedicato nemmeno una riga.

UN’INFORMAZIONE LIBERA E CORRETTA

di Ferruccio De Bortoli, Corriere della sera 12 ottobre 2009

Non potevamo ri­cevere miglior at­testato dell’indi­pendenza del Corriere . Nel giro di due giorni siamo stati attaccati sia da destra sia da sinistra. Al Cavaliere non sono anda­te giù le inchieste di Bari, svelate per primo dal Corrie­re , né forse alcune posizioni che abbiamo ospitato sul lo­do Alfano, sullo scudo fisca­le o la difesa delle regole co­stituzionali. Marco Trava­glio ed Eugenio Scalfari, che ieri hanno scritto sui ri­spettivi giornali, Il Fatto e la Repubblica , (a loro rispondo a pagina 12) ci rim­proverano sostanzialmente di non far parte dell’eserci­to mediatico che Berlusconi lo vorrebbe mandare a casa senza chiedere agli italiani se sono d’accordo.

Un giornale non è un par­tito. L’informazione è corret­ta se fornisce al lettore tutti gli elementi necessari per formarsi, in piena libertà e senza condizionamenti, un’opinione. Non lo è quan­do amplifica o sottostima una notizia chiedendosi pri­ma se giova o no alla pro­pria parte o al proprio pa­drone. Ed è quello che sta accadendo oggi: i fatti non sono più separati dalle opi­nioni. Sono al servizio delle opinioni. I lettori rischiano di essere inconsapevolmen­te arruolati in due trincee, dalle quali si danno vita a campagne stampa e raccol­te di firme. Tutti liberi di far­lo, naturalmente. A volte con qualche ottima ragione. Ma senza trattare poi coloro che non vi aderiscono come alleati di fatto del nemico o pavidi spettatori. Gli avveni­menti sono spesso manipo­­lati, piegati alla bisogna. Trionfa la logica dell’attacco personale, della delegittima­zione morale. C’è il regime in Italia, come scrivono alcu­ni giornali stranieri? No, e la pronuncia della Consulta lo dimostra. La libertà di stam­pa è in pericolo? Le querele sono gravi e da condannare, specie se vengono dal pote­re a scopo intimidatorio, ma il pluralismo c’è, nono­stante tutto. Il premier deve rispondere alle domande? A tutte, anche alle più reitera­te e innocue. Purtroppo, pe­rò, le regole di base di que­sta professione sono salta­te. Chi non si mette un el­metto e si schiera è un tradi­tore o un venduto, non un professionista al servizio del proprio pubblico.

Una buona e corretta in­formazione, scriveva Luigi Einaudi, che collaborò a queste colonne, fornisce al cittadino gli ingredienti, non avariati, per deliberare, per essere più responsabile e libero. E non un tifoso an­cora più assetato del sangue dell’avversario. Noi restia­mo fedeli a questo spirito, nel rispetto dei valori costi­tuzionali e nel tracciato sto­rico di una tradizione libera­le e democratica. Al Corrie­re , che ha le sue idee, si ri­spettano quelle degli altri. Altrove no. Una tregua è og­gi necessaria. Berlusconi ha commesso (anche ieri) i suoi errori. Mostri più ri­spetto per le istituzioni e per la stampa, anche estera. Gli altri, per la volontà della maggioranza degli elettori. I giornali facciano il proprio dovere, fino in fondo. Il cli­ma conflittuale creato nel Paese ha qualcosa di inquie­tante e dovrebbe indurre tutti a fermarsi un attimo, a chiedersi se per abbattere l’avversario sia davvero ne­cessario bruciare l’intero edificio civile, istituzioni comprese, mostrando al mondo uno spettacolo in­giusto e amaro. L’Italia vera, per fortuna, è diversa.

“GUERRA DEI GIORNALI”, IL TG1 SI SCHIERA

di Gianluca Luzi, la Repubblica 13 ottobre 2009

ROMA – Il Tg1 di ieri sera, nell’edizione di massimo ascolto delle ore venti, ha dedicato un ampio servizio a quella che ha chiamato “la guerra dei giornali”. Venerdì scorso il presidente del Consiglio ha attaccato il Corriere della Sera durante una conferenza stampa a Palazzo Chigi, affermando che il quotidiano milanese è diventato di sinistra tradendo la borghesia moderata. Sabato il Corriere ha pubblicato la risposta del suo direttore al premier.

Nell’editoriale di domenica il fondatore de la Repubblica Eugenio Scalfari ha giudicato con severità la risposta di Ferruccio de Bortoli a Berlusconi, giudicata troppo indulgente con il capo del governo. Ieri il direttore del Corriere ha replicato a Marco Travaglio (che lo aveva attaccato su Il Fatto) e a Scalfari definendo il suo editoriale di domenica “ingiusto e insultante”.

Tutto questo mentre Berlusconi è tornato ad attaccare la stampa estera e ha chiesto agli industriali brianzoli di boicottare la Repubblica, come aveva fatto in giugno con i giovani imprenditori. Ieri sera il Tg1 diretto da Augusto Minzolini dopo aver accennato nel servizio ai guai con la stampa dei rispettivi paesi di Blair e Zapatero, ha dato voce a de Bortoli e ai direttori del Riformista Antonio Polito e di Libero Maurizio Belpietro. Nessuno, invece, a sostenere la tesi contraria.

Il direttore del Corriere della Sera ha ripetuto i concetti espressi sul suo giornale: “il premier sbaglia ad attaccare la stampa, ma sbagliano anche quelli che lo vorrebbero mandare a casa senza rispettare la volontà degli elettori”. È in atto uno scontro tra Repubblica e Berlusconi, mentre invece, per de Bortoli, “il buon giornalismo non veste alcuna divisa e non indossa alcun elmetto”, piuttosto “pubblica tutto con senso di responsabilità”.

Antonio Polito, direttore del Riformista, difende de Bortoli dalle accuse di Berlusconi e anche da quelle di Scalfari. Maurizio Belpietro, sostiene che Scalfari “vorrebbe arruolare anche il Corriere nella guerra forsennata contro il premier e vorrebbe che il Corriere partecipasse attivamente alle manifestazioni per la libertà di stampa”. Ma proprio questo dibattito dimostra per Belpietro che “in Italia la libertà di stampa esiste”.

Al Tg1 però non è andato in onda un dibattito perché era assente la voce de la Repubblica criticata dai tre direttori intervistati. Questo servizio del Tg1, per Scalfari intervenuto al telefono alla trasmissione l’Infedele di Gad Lerner, dimostra “come si manipola il consenso: si attacca una persona che non può dire la sua”. Il fondatore di Repubblica si è anche detto sicuro che de Bortoli, presente nello studio tv di Lerner, non sarebbe andato al Tg1 se avesse saputo che non sarebbe stata ascoltata la voce di Repubblica. “Mi è stata chiesta una intervista”, ha risposto il direttore del Corriere. Scalfari ha anche contestato una affermazione di de Bortoli secondo cui esisterebbe “un esercito” di Repubblica. “Non esiste un esercito – ha risposto Scalfari – Come de Bortoli rivendica una funzione di giornalista e basta, noi rivendichiamo una funzione di giornalisti e basta”.

Scalfari definisce l’attacco di Berlusconi al Corriere “di sinistra”, “una chiamata alle armi, una intimidazione a de Bortoli”. E il direttore del Corriere “sbaglia a dire che non l’abbiamo mai difeso”, aggiunge Scalfari ricordando un suo articolo del giugno 2003, poche settimane dopo che “de Bortoli fu costretto alle dimissioni” dal premier. “Mai avrei accettato di avere limitazioni”, ha risposto de Bortoli all’ipotesi che ora, di nuovo al Corriere, avrebbe uno spazio più limitato. In chiusura, de Bortoli, sollecitato, da una domanda di Lerner, ha ammesso di avere sbagliato ad accettare l’invito di Porta a Porta in collegamento quando si discusse delle vicende private di Berlusconi. “In quelle condizioni non si partecipa al dibattito e io sono stato giustamente redarguito per non avere incalzato il premier”, ha detto de Bortoli.

IL CORAGGIO DELLA STAMPA

di Eugenio Scalfari, la Repubblica 13 ottobre 2009

Ho letto con doverosa attenzione la duplice risposta che Ferruccio de Bortoli ha dato al mio articolo di domenica scorsa per la parte che lo riguardava. Purtroppo è la risposta tipica di chi, non volendo confrontarsi con il tema in discussione, lo sposta su un altro obiettivo. Nel caso specifico sull’oggettività dei giornali o la loro faziosità. Aggiungo che ieri il Tg1 è anch’esso intervenuto a suo modo e a supporto di un resoconto di genere minzoliniano ha intervistato Belpietro e Antonio Polito i quali non hanno trovato di meglio che dichiarare la loro non appartenenza al mio partito e la loro solidarietà con il direttore del Corriere della Sera.

Questi due colleghi fanno da tempo parte organica del club di Bruno Vespa ed è evidente che prendano da me tutte le distanze possibili. Quanto a quello che viene definito “il mio partito”, la locuzione significa “le mie idee” che chiunque è liberissimo di non condividere. Ma se questa non condivisione diventa un fatto politico, bisogna domandarsene il perché e con ciò torniamo a de Bortoli.

Il tema della discussione da me aperta è quello di esaminare se la stampa italiana si stia rendendo conto della deriva in avanzato corso verso un regime autoritario, nella direzione voluta dal capo del governo. Una deriva che implica una concentrazione di potere nelle mani del presidente del Consiglio e un contemporaneo indebolimento o addirittura cancellazione degli organi di controllo e di garanzia ancora esistenti: magistratura inquirente e giudicante, autorità che sovrintendono a importanti settori a cominciare da quella “Antitrust”, poteri di controllo del Parlamento, Corte costituzionale, presidente della Repubblica, stampa e emittenti radio-televisive.

A nostro avviso una notevole parte della stampa e delle emittenti radio-televisive non sta informando i cittadini della gravità di quanto accade sotto i nostri occhi, smorza volutamente il significato dei fatti e dei comportamenti adottando il metodo così bene illustrato nei “Promessi sposi” laddove il Manzoni racconta il colloquio tra il Conte-zio e il padre generale dei Cappuccini al quale si chiedeva di trasferire in altra sede il combattivo fra Cristoforo che difendeva i poveri Renzo e Lucia dalle soperchierie di don Rodrigo. “Sopire, troncare, padre reverendo; troncare, sopire”. Così diceva il Conte-zio e così fu costretto a fare il generale dei Cappuccini. La conseguenza fu l’intimazione a don Abbondio di non eseguire quel matrimonio, il rapimento di Lucia, la fuga di Renzo. Non ci fosse stato il pentimento dell’Innominato e poi la peste, quel matrimonio non si sarebbe mai fatto.

Spesso la grande letteratura serve a capire i fatti quotidiani molto di più dell’acume di chi scrive sui giornali dove i don Abbondio abbondano. Sicché bastò un editto del premier a far buttare fuori dalla tivù Biagi e Santoro ed un altro più recente a far dimettere Giulio Anselmi dalla Stampa e Paolo Mieli dal Corriere della Sera.

Io mi guardo bene dall’augurarmi che de Bortoli condivida le nostre idee e capisco anche che – come scriveva il Manzoni – “il coraggio chi non ce l’ha non se lo può dare”. Ma da qui a sottacere il significato della deriva italiana, morale, politica, economica, sbandierando come titoli di merito verso il governo gli articoli scritti in suo favore, quelli scritti a suo tempo contro il governo Prodi, infine la definizione di Repubblica come un gruppo editoriale nemico del premier e degli interessi del Paese, ebbene questo è un modo volutamente rassegnato di praticare una professione che ha come primo principio deontologico quello di controllare il potere ad ogni passo e in ogni istante.

I giornali non sono partiti ma sentinelle a guardia del pubblico interesse, che dovrebbero rimandarsi l’un l’altro la parola d’ordine e la risposta: “All’erta sentinella”, “All’erta all’erta sto”. Ebbene, era questa la risposta che speravo d’avere dal direttore del Corriere della Sera. Non l’ho avuta e me ne dispiaccio assai, non per me ma per lui.

De Bortoli sostiene che Repubblica non l’ha mai difeso quand’era sotto attacco da parte del potere politico. Hai una memoria debole, caro Ferruccio. E perciò cercherò di aiutarti a ricordare citando un mio articolo dell’8 giugno del 2003, poche settimane dopo le tue dimissioni dal Corriere della Sera.

“Misteriose dimissioni, è il meno che si possa dire, perché il protagonista della vicenda le ha blindate con la motivazione delle “ragioni private”, con la stanchezza d’una funzione esercitata per oltre sei anni e resa più difficile dalle frequenti pressioni del potere politico, del resto effettuate alla luce del sole. Ma resta un problema: come mai un governo di centrodestra che si dichiara in ogni occasione corifeo dei valori liberal-democratici, mette sotto accusa e attacca come traditore di quei valori un giornale che ha fatto del “terzismo”, dell’equidistanza tra le parti politiche in conflitto, della tecnica pesata col bilancino d’un colpo al cerchio e uno alla botte, la sua divisa e la sua funzione?”.

Quella mia domanda di allora è rimasta senza risposta ma è ancor più attuale oggi. De Bortoli dirige per la seconda volta il Corriere della Sera dopo l’esperienza conclusa nel 2003. Quell’esperienza è evidentemente ben viva nella sua memoria; adesso conosce meglio i limiti entro i quali può muoversi e li rispetta con maggiore attenzione. Perciò si preoccupa e si addolora se il premier, non contento della sua prudenza, lo avverte che dev’esser più attento e più docile.

Del resto, sempre in tema di direzione del Corriere della Sera, il nostro vicedirettore Massimo Giannini scrisse il 3 dicembre del 2008 un articolo di fondo intitolato “L’editto albanese”, quando durante una visita di Stato a Tirana, Berlusconi disse che Giulio Anselmi e Paolo Mieli “dovevano cambiare mestiere”. Scrisse Giannini: “Dietro quelle parole del Cavaliere c’è una visione totalitaria della democrazia che tra un editto e l’altro sta ormai precipitando in un’autocrazia”.
La cosa singolare è che tutta la stampa internazionale, quella progressista e anche quella conservatrice, considera il nostro premier come un personaggio che ha ormai sorpassato ogni limite accettabile. Dopo i suoi attacchi alla Corte costituzionale e al capo dello Stato lo descrive come un pericolo per tutti, portatore di un virus infettivo il cui solo contatto è rischioso. Leggete il Newsweek di questa settimana che è l’esempio più recente di questa preoccupazione.

Io vorrei, noi vorremmo, che la stampa italiana non fosse meno lucida e meno coraggiosa di quella internazionale. Mi sembra purtroppo un vano desiderio.

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E’ cambiato qualcosa?

Pubblicato da nicola su 10 Ottobre, 2009

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Desidero scrivere due cosette per onesta’ intellettuale. Parecchi mesi fa, su questo stesso blog, andavamo ipotizzando un futuro di cambiamenti per il mondo, e in particolare per l’Italia, dovuti alla crisi economica. Alle volte, si faceva riferimento a Beppe Grillo: egli prevedeva, prima per Giugno, poi per Settembre, le famose “mandrie di bisonti scalpitanti”. Fuori di metafora, credo si riferisse alle moltitudini di lavoratori lasciati a casa dalle aziende, pronti a calare su Roma per randellare a destra e a manca i politicanti di turno.

Ebbene, siamo ad Ottobre, e di tutto questo non si e’ ancora visto nulla. Devo ammettere dunque un discreto errore di lettura degli avvenimenti. La crisi rimane: in Italia un sacco di persone vengono messe in mobilita’, ma questa mobilita’ non si trasforma in mobilitazione. Anche i sindacati, tanto per dirne una, se ne stanno parecchio zitti.

Qui negli Stati Uniti la disoccupazione e’ altrettanto galoppante, e l’anno prossimo per la prima volta in non  so quanti decenni le paghe base saranno piu’ basse non solo rispetto all’inflazione, ma addirittura nel loro valore  monetario assoluto rispetto all’anno precedente. Nonostante questo e nonostante un quinto della popolazione sotto la soglia di poverta’, anche qui sembra che nulla si muova. Attendo, fatalmente, la morte di un afroamericano per mano poliziotta: me la sento arrivare, ed essa portera’ con se’ alcuni morti ed interi quartieri messi a ferro e a fuoco. Ma si trattera’ probabilmente degli stessi quartieri ove gli afroamericani vivono, e tali azioni avranno scarse conseguenze sul piano politico.

Insomma, a un anno circa dal cosiddetto inizio della crisi siamo al punto di partenza. Il sistema non e’ saltato, anzi: per certi aspetti, la concentrazione dei poteri economici e’  ancora piu’ ristretta e pericolosa. Due o tre banche d’investimenti statunitensi hanno ingoiato tutto, grazie ai digestivi offerti dalle finanze pubbliche.

Sono deluso: non dico che avrei voluto vedere paesi come gli Stati Uniti o l’Italia in bancarotta (non me ne verrebbe certo nulla in tasca, anzi, ma non nego la curiosita’ di “vedere l’effetto che fa”), ma avrei voluto osservare un sussulto di socialismo nel public discourse, cosa che invece non e’ mai accaduta.

Infine, devo ammettere un’altra mezza valutazione errata in merito alla stampa quotidiana.

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Si prevedeva, per la fine di quest’anno, la scomparsa di buona parte dei giornali. Negli Stati Uniti l’impresa e’ quasi riuscita: quasi tutte le citta’ americane hanno perso le proprie testate locali, e nemmeno i giornaletti gratuiti tipo Metro riescono a pubblicare. Una visita alle edicole del Connecticut o del New Jersey e’ faccenda assai triste, credetemi. Quattro altri importanti quotidiani hanno chiuso, oltre al famoso Seattle Post-Intelligencer. Tra questi, il Baltimore Examiner e il Rocky Mountain News. Los Angeles Times e Chicago Tribune hanno portato i libri contabili in tribunale per bancarotta, ma a forza di tagli al personale e alle pagine sono riusciti a sopravvivere sotto nuove amministrazioni. Il New York Times sopravvive, nonostante perdite ingenti. La sopravvivenza e’ dovuta all’esposizione economica intrapresa dall’editore-megnate, il quale comunque non ha esitato ad operare numerosissimi tagli al personale e chiudere intere sezioni del quotidiano, addirittura buona parte delle cronache sportive.

In Italia, al contrario, non va affatto male: il solito Beppe Grillo strillava che i giornali avrebbero visto il loro ultimo giorno prima della fine dei contributi pubblici, ma i contributi continuano a piovere e i quotidiani continuano a campare. La liberta’ di stampa sara’ anche in pericolo, ma nel frattempo solo quest’anno sono nati addirittura due o tre quotidiani di sinistra (quello di Sansonetti, quello verde, il Fatto) e tutti gli altri galleggiano alla deriva, come fanno da quarant’anni.

Piaccia o no, devo dunque ammettere anche in questo caso un discreto errore di valutazione, il quale apre ad alcune domande fondamentali:

1-Cosa scrivo a fare?

2-Cosa dobbiamo immaginare per il futuro? Dobbiamo forse smettere di immaginare, e scendere a patti con una realta’ che si ostina all’autoconservazione fino alle tragedie croniche che affliggono con regolarita’ i piu’ deboli, e che producono solo piccoli aggiustamenti di rotta?

3-Quanto e’ sopravvalutata l’opinione di Beppe Grillo? Vi confesso che da quando mi sono trasferito, per motivi di tempo, ho smesso di leggere il suo blog tutti i giorni, e non mi manca particolarmente. E’ una voce importante, per carita’, ma forse non sempre indispensabile.

Le domande sono piu’ retoriche che altro, ma se qualcuno avesse voglia di abbozzare una risposta, la leggero’ volentieri.

P.S. -piccola nota tecnica- Perdonerete il mio costante e tedioso utilizzo dell’apostrofo ‘ in vece dei corretti accenti sulle vocali. Purtroppo mi trovo spesso a scrivere con tastiere statunitensi, e preferisco un efficace errore grafico ad un errore nello spirito del testo, tanto per capirci.

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Libertà di Stampa

Pubblicato da nicola su 3 Ottobre, 2009

liberta-di-stampa-2009-freedom-houseUn augurio perchè domani (oggi, per voi) sia un giorno importante per la libertà di stampa,  affinchè la cartina qui sopra torni a rappresentare l’Italia tra i paesi in verde.

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Nessun silenzio sul potere

Pubblicato da sandro su 2 Ottobre, 2009

Annozero, ieri sera, ha sfiorato il 30% di share. Porta a porta, per intenderci, nella puntata coreana sull’Abruzzo – con Papi, Sansonetti e altri cortigiani in studio – arrancò al 15%.
Mi rifiuto di pensare che i telespettatori siano rimasti per più di due ore davanti allo schermo al solo scopo di vedere e sentire la fantomatica Patrizia D’Addario dal vivo. Penso piuttosto che la gente volesse finalmente chiarirsi le idee, capire di che cos’è che si parla, anzi si litiga, da aprile in qua. Ma non c’è niente da capire in questa squallida faccenda, tutto è straordinariamente limpido, intelligibile. Compendiati nell’affaire Tarantini, ci sono gli usi e i costumi di una nazione. La politica come mero maneggio di potere; il clientelismo come regola per debuttare nella società che conta; il corpo femminile, e con esso la dignità umana della donna, degradato a espediente, a esca, a mezzo di scambio.
La naturalezza con cui D’Addario ammetteva d’aver frequentato il cosiddetto premier per vedersi sbloccare gli intralci burocratici alla costruzione dell’agriturismo di famiglia, deve bastare ad indignare un paese ancor prima degli eventuali riflessi in materia d’etica. Certo D’Addario non ha scoperto l’acqua calda (i favoritismi nascono insieme ai primi germogli di comunità, evidentemente), ma se non altro ha il merito d’aver diffuso le prove della corruzione. Si tratta di una corruzione piccola, insignificante agli occhi di noialtri italiani, abituati a ben diverse misure; e tuttavia svela quanto profonda, marcia e depravata sia la disinibizione di un sistema autoreferenziale, autocratico e reclamistico quale il berlusconismo.
Non ha importanza che gli strilloni del Caimano, Belpietro e Porro, strepitassero, sminuissero, rimbeccassero. Non ha importanza perché l’evidenza non necessita di spiegazioni: il premier giace con una prostituta, le promette favori, la candida alle elezioni, e nel frattempo lusinga la Chiesa, impedisce che si legiferi in materia di diritti civili, ostenta un’irreprensibilità comica.
Ma il paradosso italiano è lungi dall’estinguersi: solo in Italia il suddetto premier poteva sproloquiare di moralità della politica davanti a una folla di adoranti terremotati e non venire travolto dalle risate – come diceva l’altrodì il Times.
Non rimane che augurarsi di vedere una bella manifestazione, domani a Roma. Prima che il silenzio ci uccida.

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La gita del papa

Pubblicato da nicola su 28 Settembre, 2009

Da una rapida occhiata ai quotidiani italiani di oggi e ai telegiornali che riesco a seguire su internet, mi e’ sembrato di percepire che la visita del papa in Repubblica Ceca sia stata dipinta con la solita condiscendenza, e con il messaggio sotteso che si tratti di un nuovo successo per il pontefice.

In realta’, i cittadini della Repubblica Ceca, bonta’ loro, non sono i grandi devoti dipinti dal TG4. Un resoconto piu’ fedele, e piu’ confortante, lo trovate in questo chiaro articolo del New York Times, pubblicato oggi (ieri, per voi).

Da notare anche il piccolo cammeo riservato dal giornalista al nostro Presidente del Consiglio.

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Minzculpop

Pubblicato da sandro su 26 Settembre, 2009

Mentre la marmaglia fascista che governa questo paese sfigurato le prova tutte ma proprio tutte per far cadere un silenzio birmano intorno alle note vicende giuridico-sessual-politiche dell’Utilizzatore Finale (a proposito: signor Schifani, si vergogni e si dimetta); mentre insignificanti ciarlatani come Brunetta preannunciano fantomatici colpi di stato da parte della cosiddetta sinistra (che, per inciso, non sa nemmeno fare l’opposizione, figuriamoci quindi i colpi di stato) e gratuitamente ne offendono la tradizione culturale; mentre risibili guru padani si recano in visita ad altri risibili guru, stavolta cattolici; mentre gli indicatori economici descrivono una situazione inquietante, ecc. – mentre succede tutto questo, noi ci dobbiamo sorbire il Tg1, il direttore del quale viene affettuosamente chiamato “Minzo” dal sopraccitato U.F. Ottimo richiamo per un cagnolino ammaestrato.

Scrivo dopo aver subìto il telegiornale di Raiuno delle 20. Un’esperienza atroce – ma del resto è mai stato un piacere? Non sono andato oltre il primo quarto d’ora, anche perché il secondo quarto d’ora è di solito dedicato al Superenalotto, all’ennesimo delitto irrisolto, all’immancabile bizzarria australiana o portoghese, all’irrinunciabile coda sportiva dove si magnificano folle di evasori fiscali in pantaloncini corti e annessa velina.

Il sommario del primo quarto d’ora è questo:

-incontro Berlusconi-Ratzinger prima della partenza del pastore tedesco alla volta di Praga;

-viaggio del pastore tedesco a Praga;

-Annozero sotto inchiesta perché fa vero giornalismo;

-Fini e D’Alema “amoreggiano” alla festa del Pdl;

-Franceschini, vestito da montanaro, va a piantare la bandiera italiana sulle sorgenti del Po, lì dove Bossi trascina ogni anno i suoi compìti seguaci.

Di più non ho retto. Che indecenza. Che servilismo. Che regime.

Su Annozero ci tornerò sopra magari domani.

Il regime comunque è davvero scopertissimo, e il servizio sul puttaniere e l’ex nazista ne è la prova.

«Caro presidente, è una gioia per me rivederla», dice colui che prende 4 miliardi di euro dallo Stato italiano fra 8×1000 ed esenzioni fiscali.

«Santità, abbiamo fatto le corse con l’aereo per venire a salutarla», replica colui che dovrebbe abitare a San Vittore.

Il tutto a favor di telecamera, a favor di microfono, a favor di scatto, senza fastidi. E, soprattutto, senza vergogna.

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E’ fatta: c’è “Il Fatto Quotidiano”

Pubblicato da sandro su 23 Settembre, 2009

Il nuovo giornale liberal è uscito oggi in edicola ed è andato esaurito prima dello otto del mattino. Il Fatto Quotidiano sembra destinato a grandi cose, avendo come linea editoriale – stando alle parole del direttore, Padellaro – la Costituzione della Repubblica. Solo per oggi è possibile scaricare la prima copia in formato pdf. Da domani, il giornale che si sosterrà unicamente coi proventi delle vendite, inizierà il suo cammino editoriale giorno dopo giorno. Gli auguro una vita lunga. E libera.

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Il lusso della libertà di stampa

Pubblicato da sandro su 18 Settembre, 2009

La prevista manifestazione di domani per la libertà di stampa è stata spostata al 3 ottobre. C’è chi con tutte le ragioni del mondo si chiede il perché. La raccolta di firme promossa da repubblica.it veleggia verso le 400mila adesioni in poco meno di venti giorni – ci sono tutti i più grandi intellettuali italiani e stranieri viventi. Nel frattempo Annozero, la trasmissione di Michele Santoro, che dovrebbe partire la settimana prossima, è bloccata dal non rinnovo del contratto di Marco Travaglio. Il proposito autolesionista della Rai è evidente: privare il programma di un suo punto di forza, nonostante gli ascolti eccellenti, e indebolire la rappresentanza dei dissenzienti, dei non allineati. La stessa porcheria l’hanno fatta con Report, levandogli la tutela legale, cosicché i giornalisti ci penseranno bene prima di fare le domande nelle loro inchieste. Aderendo all’appello che lo stesso Santoro ha lanciato giorni fa, allego i filmati promozionali che sarebbero dovuti andare in onda nelle scorse settimane.

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