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Pubblicato da sandro su 14 Novembre, 2009
Giustizia, torniamo in piazza per informare//”Il Parlamento che approva il lodo Ghedini, ennesima legge per premiare i potenti e massacrare i più deboli non mi rappresenta“.
Libertà e Giustizia chiede di inviare questo testo via mail ai presidenti di Camera e Senato. Una mobilitazione via web per ribadire che deputati e senatori che votano quella legge non mi rappresentano, non lo fanno a mio nome. Ecco di seguito il testo girato via mail, via Facebook e via Twitter a tutti i contatti dell’associazione, con una catena virtuale per costruire una diga, il principio di una resistenza per dire che la misura è colma.
Ai presidenti di Camera e Senato:
Fermate lo scempio della giustizia
Il Parlamento che approva il lodo Ghedini, ennesima legge per premiare i potenti e massacrare i più deboli non mi rappresenta. Se sei d’accordo, invia anche tu questo testo ai presidenti di Camera e Senato (schifani_r@posta.senato.it, fini_g@camera.it e cc lgiustizia@yahoo.it).
[fonte: libertaegiustizia.it]
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Pubblicato da sandro su 14 Novembre, 2009
Presidente Napolitano. Presidente Fini. “Adesso basta” è il titolo che abbiamo stampato ieri sulla prima pagina del Fatto Quotidiano. Adesso basta è scritto sulle migliaia di messaggi che giungono al nostro giornale. Tutti indistintamente chiedono di mettere la parola fine allo scandalo che da quindici anni sta sfibrando l’Italia: la produzione incessante di leggi personali per garantire a Silvio Berlusconi la totale immunità e impunità in spregio alla più elementare idea di giustizia.
Quello che rivolgiamo a voi che rappresentate la prima e la terza istituzione della Repubblica (sulla seconda, il presidente del Senato Schifani pensiamo di non poter contare) non è un appello ma una richiesta di ascolto che, siamo certi, non andrà delusa. Tutte quelle lettere, e-mail, fax esprimono una protesta e una speranza. Di protesta “contro l’arroganza di un Potere che sembra aver perso ogni senso della misura e anche quello del decoro ”, scrisse Indro Montanelli sulla Voce nel 1994, all’epoca del decreto Biondi. Fu il primo tentativo di colpo di spugna al quale ne sarebbero seguiti altri diciotto negli anni a seguire fino all’ultima vergogna chiamata “processo breve”. Allora la battaglia fu vinta.
La redazione della Voce fu alluvionata di fax dei lettori disgustati, il decreto fu ritirato e il grande giornalista così rese omaggio allo spirito di lotta dei concittadini: “Fino a quando questo spirito sarà in piedi, indifferente alle seduzioni, alle blandizie e alle minacce, la democrazia in Italia sarà al sicuro”. Malgrado abbia attraversato tante sconfitte e tante delusioni quello spirito non appare per nulla fiaccato e chiede di trovare una risposta capace di dirci che la politica non è solo interesse personale e disprezzo per gli altri. Che le istituzioni sono davvero un baluardo contro le prepotenze del più forte. Questa è la nostra speranza presidente Napolitano e presidente Fini. Per questo vi trasmetteremo i messaggi dei nostri lettori. Tenetene conto.
[Antonio Padellaro su Il Fatto Quotidiano del 14 novembre 2009]
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Pubblicato da prescinseua su 9 Novembre, 2009
L’ospedale psichiatrico giudiziario: un mondo senza ritorno
di Fulvio Tudisco
Quando si pensa ad un ospedale psichiatrico giudiziario vengono in mente a tutti mille suggestioni e mille idee su come dovrebbero essere trattati gli internati e su come dovrebbe funzionare la giustizia penale. Inevitabilmente si pensa che queste strutture siano luoghi in cui atroci criminali riescono a evitare il carcere grazie a perizie compiacenti. Oppure le si vede come luoghi popolati da pericolosi serial killer stile telefilm americano e balordi della peggior specie. In realtà ciò che c’è al di là delle porte degli ospedali psichiatrici nessuno lo sa: come funziona la giustizia, quali sono i trattamenti terapeutici e quali le problematiche degli operatori.
Proviamo a fare un po’ di chiarezza. In Italia ci sono 6 ospedali psichiatrici per un totale di circa 1200 “pazienti detenuti”. Nella sola Campania ci sono due grandi strutture, l’OPG Filippo Saporito di Aversa e quello di Sant’Eframo a Napoli, che accolgono circa il 40% del numero totale di internati.
Secondo le statistiche, accanto a ricoverati per reati gravi, quasi un terzo degli internati è costituito invece da malati psichiatrici che hanno commesso dei piccoli reati in casa o contro la proprietà. Addirittura nel 5% dei casi non sussiste neanche il rischio di pericolosità per la comunità. Ad esempio nell’ Opg di Aversa ci sono ben 100 internati che non avrebbero più ragione di permanervi in quanto considerati a tutti gli effetti non socialmente pericolosi.
Lo chiamano “ergastolo bianco”, persone che una volta entrate non usciranno mai più. È il caso di Luciano, che vive da venti anni nell’ OPG di Aversa per aver danneggiato sette auto con un accendino Bic. O quello di Vincenzo R. di 35 anni arrestato per resistenza a pubblico ufficiale, suicidatosi nella stessa struttura nel 2008. Inizialmente ritenuto instabile, anche se non pericoloso, era stato condannato a scontare la pena a casa con l’obbligo di firma. Dopo aver trasgredito agli obblighi, la sua pena era stata commutata nella detenzione in una struttura psichiatrica.
A questo punto una domanda sorge spontanea: come è possibile che negli OPG ci sia tale incertezza della pena?
La risposta è agghiacciante. Proprio perché dichiarati incapaci di intendere e di volere, i ricoverati non sono condannati a una pena in senso stretto, ma vengono sottoposti a una misura di sicurezza che, a seconda del reato commesso e del parere del giudice giudicante, può essere di 2, 5 o 10 anni. Passato questo periodo è ancora il magistrato, dopo aver sentito il parere del personale della struttura, a riconfermare la pena o a concedere la libertà tramite la “licenza finale per esperimento”. La legge italiana prevede che in questo caso i pazienti una volta usciti debbano essere seguiti dalle Asl e sottoposti a cure. In molti casi però i Dipartimenti di Salute Mentale, a causa di difficoltà croniche e di risorse finanziarie insufficienti, non possono garantire i servizi anche per gli ex internati negli OPG, per cui si rifiutano di prenderli sotto la propria custodia. Altrettanto fanno le famiglie spesso nell’impossibilità materiale di garantire un’assistenza psichiatrica adeguata. Si arriva così ad una situazione paradossale per cui gli internati rimangono a vita negli OPG semplicemente perché non ci sono altri luoghi in cui curarli, nessuno altro luogo dove “sistemarli”.
Una tacita reclusione a vita, dunque, un ergastolo continuamente prorogato, senza possibilità di amnistia. Piccole storie dimenticate di condanne senza sentenza, magari per un reato sotto i due anni, frutto non di una concezione draconiana del diritto ma semplicemente della disorganizzazione e della burocrazia.
fonte: http://www.leragioni.it/2009/11/07/lospedale-psichiatrico-giudiziario-un-mondo-senza-ritorno/
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Pubblicato da sandro su 12 Ottobre, 2009

(Nella foto tratta da Repubblica.it, il soggetto che il quotidiano Observer ha definito il caudillo d’Europa)
La frase “eletto direttamente dal popolo” domina la scena. Il sempre più pensoso Pecorella l’ha usata in modo preventivo per convincere la Corte Costituzionale che al presidente del consiglio devono essere accordate guarentigie speciali, superiori a quelle che toccano alle altre cariche dello Stato. La Corte ha cestinato il suggerimento.
Ora il presidente del consiglio non passa minuto che non ci ripeta “sono stato eletto direttamente dal popolo”. L’affermazione dovrebbe smontare secondo lui l’impianto logico che la Consulta ha opposto al Lodo Alfano: preminente su tutto è l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge; se per caso si deve derogare al principio essenziale della Costituzione si deve per forza farlo con una legge di rango costituzionale; ma, qui è il punto, una legge costituzionale non può intaccare il principio di uguaglianza. Non c’è scampo per il Lodo Alfano.
Ma è poi vero che Berlusconi è stato eletto direttamente dal popolo? Niente affatto. I cittadini italiani sono stati costretti a votare da una legge elettorale infame che, oltre a impedir loro di votare per chi volevano, li ha obbligati a votare per simboli in cui era stato infilato il logo “Berlusconi presidente” o “Veltroni presidente”. Una forzatura cui a suo tempo la classe dirigente di centrosinistra non seppe e non volle opporre tutte le necessarie riserve di ordine costituzionale. Quali? Per esempio: la repubblica è parlamentare e non presidenziale; imporre il trucco di quella scritta è una precisa lesione alla natura della repubblica. Oppure: nella Parte II della Costituzione, al Titolo III (Il Governo) è contemplato nella Sezione I il Consiglio del Ministri e nel suo contesto il presidente del consiglio compare con chiarezza come primus inter pares. Non c’è una sezione dedicata a lui: infatti la Sezione successiva, la II, è dedicata alla Pubblica Amministrazione. Nell’indice il presidente del consiglio è saltato a piè pari. Secondo Pecorella invece, in virtù della formuletta inserita nel logo del simbolo elettorale, Berlusconi sarebbe primus super pares.
E’ una colossale panzana. La cosiddetta elezione diretta è solo un subdolo artificio iconografico: una scritta nel simbolo e niente di più. Quanto alla vera elezione diretta del presidente del consiglio l’unico caso è quello di Israele. Considerato universalmente un disastro istituzionale, che giuristi di tutto il mondo hanno illustrato e commentato. Ma se proprio Berlusconi ritiene di ispirarsi a Israele potrebbe seguire l’esempio del suo presidente del consiglio Olmert che ha lasciato la carica e si è fatto processare per corruzione. Si è anche detto onorato di aver guidato un paese in cui il capo del governo non ha diritti superiori a quelli di tutti i cittadini. Che dirà il sempre più pensoso Pecorella?
Pancho Pardi
micromega-online 12 ottobre 2009
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Pubblicato da sandro su 8 Ottobre, 2009
Le coincidenze sono per loro natura curiose. Venti giorni fa, quando il regimetto oggi ridimensionato (non ancora deposto, ahinoi) dalla Corte costituzionale approntava a Porta a porta la famosa puntata coreana sull’Abruzzo (poi fallita negli intenti, visto che gli ascolti erano stati inferiori a quelli dei cartoni animati mattutini), in segno di protesta e solidarietà con Raitre m’ero visto La caduta, il film sugli ultimi giorni di Hitler nel bunker della Cancelleria berlinese. Ieri sera, dopo aver di sfuggita sentito per radio che la robustezza della Costituzione aveva per l’ennesima volta sventato un attacco alle basi della democrazia, stavo andando con uno stimato amico al cinema per vedere Bastardi senza gloria, il nuovissimo film di Quentin Tarantino sulle imprese di una banda di ebrei americani ammazza-nazisti. In entrambe le circostanze Hitler muore; in entrambe le circostanze Berlusconi ha perso la testa. Nello studio dell’imparziale Vespa aveva dato a tutti quanti noi, che ci pregiamo di essere suoi strenui oppositori, dei farabutti. Saputo il verdetto della Consulta si è invece prodotto nel garbato e liberale parere che Nicola ha perspicacemente pubblicato più sotto. Il risultato non cambia, caro Berlusca: Repubblica italiana – Regno di mignotte e io so’ io e voi nun siete un cazzo 2 a 0.
Ora bisogna fare le persone serie, sebbene la tentazione sia di stappare il prosecco e denudarsi in piazza. Bisogna rispettare la sentenza, come fosse una piacevolissima facezia, e attendere la pubblicazione delle motivazioni della sentenza, cosicché ce ne si possa fare un’idea compiuta. Bene, attenderemo. Attenderemo, sì, ma nel frattempo qualcuno dovrebbe prendere dei provvedimenti sulle intollerabili infamie pronunciate dal ridicolo premier contro le cosiddette massime cariche dello Stato – quelle alle quali anch’egli s’illudeva appartenere. Non può esistere un presidente del Consiglio (sì, va be’, è una specie di Al Capone de noantri, d’accordo, ma non può esistere lo stesso) che dice impunemente quello che dice della Corte costituzionale e del presidente della Repubblica, solo perché non hanno soddisfatto le sue pretese, solo perché hanno inteso alla lettera il principio illuminista – quindi occidentale – della separazione dei poteri. Il piccolo uomo alla guida del Governo ha una mentalità aziendalista, il che lo dispensa dall’avere un cervello sobriamente funzionante. Ma non può, non può, non può mettere in discussione l’impianto democratico del paese, un impianto già fragile e che per nostra fortuna nei momenti critici funziona nonostante tutto, rivelando la lungimiranza dei padri costituenti. E deve smetterla, questo perenne imputato, di dare lezioni di libertà. Libertà provvisoria, come scrive sempre Marco Travaglio.
Ne vedremo delle belle, non subito, ma ne vedremo. Quel che da sei mesi accade sotto gli occhi del mondo intero non può vanamente scorrere e andarsene. Ci fosse un Parlamento sovrano e non un Sultanato il premier sarebbe da tempo a spasso – anzi a San Vittore. Ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria, è un principio della fisica. Se tanto mi dà tanto, in un modo o nell’altro qualcosa succederà. Ed è proprio perché qualcosa succederà che il cosiddetto presidente del Consiglio strepita, grida al complotto, straparla di magistrature eversive, tira in ballo Napolitano con sospetti ridicoli, e dice sfrontato che governerà fino alla fine (dei tempi). Lo fa per inibire le conseguenze, le ovvie conseguenze. Nostra cura sarà di non chinare mai la testa. C’è stato Romolo Augustolo, ci sarà anche Silviolo Augustolo.

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Pubblicato da sandro su 7 Ottobre, 2009
Questo è il testo del lodo Alfano, tanto per sapere di che cosa stiamo parlando. In modo del tutto arbitrario, stabilisce che quattro persone sono più uguali delle altre. Questa cosa succede solo nei residuati monarchici sparsi qua e là in Europa o nei cosiddetti paesi del terzo mondo, alla Idi Amin Dada. L’aspetto più folle e assurdo è dato dalla retroattività della legge. Delle quattro cariche attualmente insediate in Italia – strano a dirsi – solo una ha guai con la giustizia: Lui. Questi guai con la giustizia si sono originati ben prima che Lui assumesse incarichi di governo, e nulla hanno a che fare con la politica, quindi non si tratta di fanatica persecuzione comunista. Si tratta di volgare criminalità in giacca e cravatta. Ora ci manca solo che Bossi, quello squinternato, chiami a raccolta il popolo di boari padani per difendere la non processabilità di Berlusconi! Lo stesso Bossi che una decina d’anni fa gli dava apertamente del mafioso e spronava la magistratura. La sentenza è attesa per le 16. Incrociamo le dita.
L. 23 luglio 2008, n. 124
Disposizioni in materia di sospensione del processo penale nei confronti delle alte cariche dello Stato
La Camera dei deputati ed il Senato della Repubblica hanno approvato:
Il Presidente della Repubblica promulga la seguente legge:
Articolo 1.
Salvi i casi previsti dagli articoli 90 e 96 della Costituzione, i processi penali nei confronti dei soggetti che rivestono la qualita’ di Presidente della Repubblica, di Presidente del Senato della Repubblica, di Presidente della Camera dei deputati e di Presidente del Consiglio dei Ministri sono sospesi dalla data di assunzione e fino alla cessazione della carica o della funzione. La sospensione si applica anche ai processi penali per fatti antecedenti l’assunzione della carica o della funzione.
L’imputato o il suo difensore munito di procura speciale puo’ rinunciare in ogni momento alla sospensione.
La sospensione non impedisce al giudice, ove ne ricorrano i presupposti, di provvedere, ai sensi degli articoli 392 e 467 del codice di procedura penale, per l’assunzione delle prove non rinviabili.
Si applicano le disposizioni dell’articolo 159 del codice penale.
La sospensione opera per l’intera durata della carica o della funzione e non e’ reiterabile, salvo il caso di nuova nomina nel corso della stessa legislatura ne’ si applica in caso di successiva investitura in altra delle cariche o delle funzioni.
Nel caso di sospensione, non si applica la disposizione dell’articolo 75, comma 3, del codice di procedura penale. Quando la parte civile trasferisce l’azione in sede civile, i termini per comparire, di cui all’articolo 163-bis del codice di procedura civile, sono ridotti alla meta’, e il giudice fissa l’ordine di trattazione delle cause dando precedenza al processo relativo all’azione trasferita.
Le disposizioni di cui al presente articolo si applicano anche ai processi penali in corso, in ogni fase, stato o grado, alla data di entrata in vigore della presente legge.
La presente legge entra in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale.
La presente legge, munita del sigillo dello Stato, sara’ inserita nella Raccolta ufficiale degli atti normativi della Repubblica italiana. E’ fatto obbligo a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello Stato.
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Pubblicato da sandro su 6 Ottobre, 2009
La nostra Costituzione è stata evidentemente scritta da degli idioti. L’articolo 3 non se lo fila più nessuno. Démodé. E’ bastato infatti un Ghedini o un Ghedoni di turno – come dice il sempre intelligente Gasparri – per demolire il castello di sciocchezze colà eretto. Uguaglianza di fronte alla legge… che concetto assurdo, astratto! S’è mai sentito di un presidente del Consiglio messo sullo stesso piano di un macellaio o di un macchinista o di un maestro? Figuriamoci, barzellette! Un capo di governo è un capo di governo, che cavolo! Una persona illuminata, a volte unta addirittura dal Signore, investita dell’autorità dal popolo stesso direttamente! Mica si può trattare uno così come fosse una persona normale, siamo scemi? E se poi ci pentiamo (citando Padre Maronno)?
Ghedini o Ghedoni ha detto testualmente che il presidente del Consiglio, a causa del ruolo particolare da lui ricoperto, è primus super pares, cioè si può fregiare del marchesegrillesco titolo: io so’ io e voi nun siete un cazzo. Ah che giurista, il Ghedini o Ghedoni! che mente sottile! che plastico interprete della legge! Se mai dovessi avere un figlio (o una figlia – Saya permettendo), l’obbligherei a studiare duramente come il grande Ghedini o Ghedoni, a credere nell’etica della giustizia come il grande Ghedini o Ghedoni, a battersi perché le ragioni del più debole prevalgano sull’iniquità del più forte come il grande Ghedini o Ghedoni. Poi, suggerirei anche di dotarsi degli stessi denari che il grande Ghedini o Ghedoni percepisce difendendo il sacro principio del bene.
In realtà abbiamo oggi assistito all’estremo tentativo degli onorevoli avvocaticchi berlusconiani (come De Bortoli splendidamente li definì) di salvare il capo. Per amor della giustizia e, per una volta almeno, della legalità in questo paese mi auguro falliscano, mi auguro la Corte sopprima il lodo Alfano e sopprima soprattutto l’insana idea che in esso cova: l’idea che alcuni maiali – citando stavolta Orwell – siano più uguali degli altri. Non a caso Calamandrei (che effetto strano citare un grand’uomo simile nello stesso articolo in cui compare Ghedini o Ghedoni…) definiva l’articolo 3 rivoluzionario; perché abbatteva il fulcro dell’ideologia fascista; perché diceva – e dice – che tutti sono uguali, che tutti hanno gli stessi diritti, che tutti hanno gli stessi doveri.
Ce la farà Ghedini o Ghedoni a salvare chi gli paga lo stipendio dalle patrie galere? Chissà. Speriamo di no. Nel frattempo mi concentrerei, fossi in voi, a pensare a tutti questi galantuomini e alla parola che, unica e sola, li qualifica per ciò che sono e sempre saranno. Un aiutino: fa rima con l’illustre Ghedini o Ghedoni.
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Pubblicato da sandro su 5 Ottobre, 2009
I giudici di Milano scrivono nella sentenza sul Lodo Mondadori che Berlusconi è corresponsabile di corruzione. Oltre a condannare Fininvest a risarcire la Cir di De Benedetti con 750 milioni di euro, c’è quindi anche questo pesantissimo macigno sulla groppa del presidente operaio. Ora i legulei di Finivest lavorano all’appello, ma nel frattempo – pensate: diciotto anni per arrivare alla sentenza di primo grado! – l’immagine del capo del Governo (ammesso e non concesso ne avesse una) è irrimediabilmente sporcata. Non bastavano le peripatetiche, i nani, le ballerine, gli abbronzati, le manifestazioni che sono farse; no, ci voleva anche la corruzione. Be’, non è la prima volta, è già successo in febbraio con la condanna di David Mills – un caso unico, nel quale c’era il nome del corrotto ma non del corruttore, grazie ad un altro lodo, quello Alfano. A proposito, domani la Consulta decide se stracciarlo o meno. Le mie approssimative conoscenze giuridiche non mi consentono sbilanciamenti, ma mi sa tanto che il 6 ottobre ce lo ricorderemo…
Leggo su Repubblica che Fini, Calderoli e Casini (madonna, quanta intellettualità in una sola riga) fanno intendere di voler andare a votare prestissimo. Che sia vero? Insomma, siamo sul serio in vista della detronizzazione del Caimano? Caspita, che emozione! Magari succedesse! magari lo portassero via in manette! Chissà. Lo buttano o non lo buttano?
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Pubblicato da sandro su 30 Agosto, 2009
Mentre l’appello per la libertà di stampa promosso da tre noti giuristi italiani sfiora le centomila firme in ventiquattr’ore, il miserabile pluriprescritto a capo del governo si gode lo spettacolo delle frecce tricolori assieme all’unico “statista” capace di non sfigurargli accanto: Gheddafi. Il tutto dopo aver giustificato come una necessaria durezza il respingimento di un barcone con sopra 18 esseri umani che evidentemente terrorizzavano troppo le casalighe brianzole per essere idratati, sfamati e ricoverati. Poi si dice che questo manipolo di vigliacchi denominato maggioranza ritiene quello della vita umana un valore non negoziabile. Poi si dice che il continente europo vanta incontestabili radici cristiane. Io questa torma di idioti non la sopporto più, sono fin troppo stanco di dovermi vergognare ogni due minuti per qualcosa che lo scemo di Arcore dice, fa, pensa, progetta, sono disgustato dal tasso di fascismo nel quale siamo tornati a sguazzare con compiaciuta indifferenza, sono a dir poco esaurito dall’onnipresente fiera di preti e suore e frati bucherellati che un giorno tuona qualcosa o esprime sdegno o richiama all’ordine l’esecutivo amico e un giorno si rimangia tutto, sono infuriato con quei venti e rotti milioni di cittadini che hanno ignorantemente consegnato una democrazia da ridere nelle mani della mafia più volgare e pericolosa. Sono così pieno d’odio che non so cosa farei se dovessi venire a contatto con gentaglia di tal fatta. Non sono una persona cattiva, anzi sono il contrario della cattiveria, ma sono stato messo nella condizione di diventarlo. Provo solo rancore nei confronti di tanta impudenza, falsità, illegalità, vessazione. Sono soprattutto inviperito per questa totale, completa, disarmante capacità di non provare vergogna. E sono giovane, desidero un presente e un avvenire decorosi, migliori, giusti – sono un patriota, in questo senso, non come codesta feccia denominata maggioranza che prostra, mortifica, vitupera la storia, la cultura, la civiltà del mio paese di ora in ora con la sua sola esistenza. Forse è perché quello è il mio paese, così è il mio paese. Allora tanto vale gettare la spugna. Ma no, dobbiamo resistere, dobbiamo testimoniare il dissenso, manifestarlo, togliere il fiato e soffocare, reprimere la malvagità che ci ghermisce. Quanto è difficile, però, quanto è sfibrante, quanto è deprimente.
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Pubblicato da prescinseua su 31 Luglio, 2009
È successo spesso in passato che gli investigatori, puntando sulle donne abbiano intrappolato uomini che si nascondevano alla giustizia: cherchez la femme. A Bari è accaduto l’esatto contrario. Indagando su alcuni appalti nella sanità che sarebbero stati concessi in cambio di mazzette, la Procura del capoluogo pugliese si è imbattuta in un giro di ragazze che sarebbero state portate, dietro compenso, in almeno un paio di residenze del presidente del Consiglio.
Una robusta fornitura di intercettazioni telefoniche e registrazioni ambientali ha fatto girare i riflettori quasi esclusivamente su questo filone, diciamo «indotto», mettendo in ombra quello centrale dell’inchiesta. Che aveva messo fin da subito nel mirino i partiti di centrosinistra, che governano la Regione — presie duta da Nichi Vendola — e alcune importanti città, Bari in testa. Ascol tato dai magistrati che si occupano dell’inchiesta (peraltro le indagini sono in realtà ben quattro), lo stes so Vendola si era detto «al di sopra di ogni sospetto» ma, intanto aveva azzerato la giunta regionale, ricosti tuendola con alcune immissioni esterne al centrosinistra. Ieri i carabinieri hanno acquisito i bilanci nelle sedi regionali pugliesi di Pd, Socialisti, Prc, Sinistra e Liber tà e Lista Emiliano (quest’ultima è espressione del sindaco di Bari). Gli accertamenti disposti dal magistra to riguardano l’ipotesi di illecito fi nanziamento pubblico ai partiti in ri ferimento al periodo dal 2005 a og gi, comprese le ultime elezioni al Co mune di Bari.
Ora, premesso che chi si dice ga rantista dovrebbe ricordarsi di esser lo sempre e comunque, c’è da chie dersi se i pesanti attacchi di tutto il fronte dell’opposizione nei confron ti del presidente del Consiglio e dei suoi comportamenti — sicuramen te discutibili — non abbiano talvol ta voluto coprire i timori per quello che l’inchiesta avrebbe potuto porta re alla luce. Che il filone parallelo, quello delle ragazze, abbia scoper chiato un mondo, esigendo l’atten zione di magistrati e media, resta una circostanza oggi tanto più evi dente. Ma è altrettanto chiaro che, ove mai le accuse dei magistrati ai partiti di centrosinistra dovessero ri velarsi fondate, la storia delle ragaz ze e delle loro serate a Palazzo Gra zioli e a Villa Certosa diventerebbe un contrappeso inaccettabile anche per il più ardito degli antiberlusco niani. Nessuna comparazione può fornire alibi a chicchessia. Aspettan do le conclusioni dell’inchiesta è co munque un bene evitare giudizi af frettati.
Lasciando ad Antonio Di Pie tro — lo ha fatto immediatamente anche ieri — il consueto compito giustizialista di ricordare che «i cor ruttori non hanno colore politico» e che «esiste un unico grande virus dell’illegalità e dell’interesse perso nale ». L’ennesima mazzata ai «colle ghi » del Pd. Che d’altra parte, a pen sarci bene, un po’ se la meritano: uniti ancora una volta solo dal collante dell’antiberlusconismo, hanno puntato tutto sugli attacchi ai comportamenti del presidente del Consiglio, senza riuscire però nel contempo ad accreditarsi come forza autorevole e morale. La mancanza di un progetto alternativo di governo, si accompagna a una battaglia per la leadership nel pd che lascia spesso francamente sconcertati. Senza parlare -a apropostio di morale – di quello che potrebbe venire fuori dal groviglio di indagini a Bari.
fonte: http://www.corriere.it/politica/09_luglio_31/scossa_pugliese_pd_macaluso_3f9dbe94-7d95-11de-9f17-00144f02aabc.shtml
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