Ai Nostri Posti

Ora e sempre Resistenza

Posts contrassegnato dai tag ‘immigrazione’

Chi nasce tra noi è uno di noi

Pubblicato da prescinseua su 24 Settembre, 2009

Ci sono bambini che oggi nascono in Italia e non sono nulla. Ci sono bambini che poi crescono, studiano in Italia e, quando compiono i 18 anni, possono essere espulsi come fossero nulla. La legge bipartisan sulla cittadinanza presentata ieri al Senato parte da qui. Parte dal semplice concetto che chi nasce in Italia (da un nucleo familiare stabilmente residente) è italiano. In termini giuridici si chiama ius soli. E i tecnici spiegano che è un’evoluzione necessaria per un paese che è diventato di immigrazione, dopo aver conosciuto il dramma dell’emigrazione. Più banalmente è un modo per riconoscere che chi nasce tra noi è uno di noi. E che dargli la cittadinanza è il modo migliore per integrarlo nella nostra comunità. È una buona legge la Granata-Sarubbi. Lo è per lo ius soli, lo è perché è giusto rendere più ragionevoli i tempi per ottenere il passaporto italiano, lo è – ancora di più – perché contemporaneamente fissa un percorso chiaro di adesione ai nostri valori e alla nostra Costituzione. I problemi dell’immigrazione richiedono soluzioni, non schemi ideologici. Per una volta la politica dimostra di saperle dare.

Il Sole 24 Ore, 24 settembre 2009

Pubblicato su immigrazione | Contrassegnato da tag: , | Lascia un commento »

Patriottico

Pubblicato da sandro su 30 Agosto, 2009

Mentre l’appello per la libertà di stampa promosso da tre noti giuristi italiani sfiora le centomila firme in ventiquattr’ore, il miserabile pluriprescritto a capo del governo si gode lo spettacolo delle frecce tricolori assieme all’unico “statista” capace di non sfigurargli accanto: Gheddafi. Il tutto dopo aver giustificato come una necessaria durezza il respingimento di un barcone con sopra 18 esseri umani che evidentemente terrorizzavano troppo le casalighe brianzole per essere idratati, sfamati e ricoverati. Poi si dice che questo manipolo di vigliacchi denominato maggioranza ritiene quello della vita umana un valore non negoziabile. Poi si dice che il continente europo vanta incontestabili radici cristiane. Io questa torma di idioti non la sopporto più, sono fin troppo stanco di dovermi vergognare ogni due minuti per qualcosa che lo scemo di Arcore dice, fa, pensa, progetta, sono disgustato dal tasso di fascismo nel quale siamo tornati a sguazzare con compiaciuta indifferenza, sono a dir poco esaurito dall’onnipresente fiera di preti e suore e frati bucherellati che un giorno tuona qualcosa o esprime sdegno o richiama all’ordine l’esecutivo amico e un giorno si rimangia tutto, sono infuriato con quei venti e rotti milioni di cittadini che hanno ignorantemente consegnato una democrazia da ridere nelle mani della mafia più volgare e pericolosa. Sono così pieno d’odio che non so cosa farei se dovessi venire a contatto con gentaglia di tal fatta. Non sono una persona cattiva, anzi sono il contrario della cattiveria, ma sono stato messo nella condizione di diventarlo. Provo solo rancore nei confronti di tanta impudenza, falsità, illegalità, vessazione. Sono soprattutto inviperito per questa totale, completa, disarmante capacità di non provare vergogna. E sono giovane, desidero un presente e un avvenire decorosi, migliori, giusti – sono un patriota, in questo senso, non come codesta feccia denominata maggioranza che prostra, mortifica, vitupera la storia, la cultura, la civiltà del mio paese di ora in ora con la sua sola esistenza. Forse è perché quello è il mio paese, così è il mio paese. Allora tanto vale gettare la spugna. Ma no, dobbiamo resistere, dobbiamo testimoniare il dissenso, manifestarlo, togliere il fiato e soffocare, reprimere la malvagità che ci ghermisce. Quanto è difficile, però, quanto è sfibrante, quanto è deprimente.

Pubblicato su riflessioni | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , | Lascia un commento »

Un anno, 4 mesi e 21 giorni

Pubblicato da sandro su 26 Agosto, 2009

Italia? È una stanza bianca e blu, la numero 1703, pneumologia 1, primo piano dell’ospedale “Cervello”. Un tavolino con quattro sedie, due donne coi capelli bianchi negli altri due letti, dalla finestra aperta le case chiare del quartiere Cruillas, le montagne di Altofonte Monreale, il caldo d’agosto a Palermo. Sui due muri, in alto, la televisione e il crocifisso, una di fronte all’altro.

È quel che vede Titti Tazrar da ieri mattina, quando apre gli occhi. Quando li chiude tutto balla ancora, ogni cosa gira intorno, il letto è una barca che si inclina e poi si piega sulle onde. Titti cerca la corda per reggersi, d’istinto, come ha fatto per 21 giorni e 21 notti, con la mano che da nera sembra diventata bianca per la desquamazione, una mano forata dalle flebo per ridare un po’ di vita a quel corpo divorato dalla mancanza d’acqua. La gente che ha saputo apre la porta e la guarda: è l’unica donna sopravvissuta – con altri quattro giovani uomini – sul gommone nero che è partito dalla Libia con un carico di 78 disperati eritrei ed etiopi, ha vagato in mare senza benzina per 21 giorni, ha scaricato nel Mediterraneo 73 cadaveri e ha sbarcato infine a Lampedusa cinque fantasmi stremati da un mese di morte, di sete, di fame e di terrore.

Quei cinque sono anche gli ultimi, modernissimi criminali italiani, prodotto inconsapevole della crudeltà ideologica che ha travolto la civiltà dei nostri padri e delle nostre madri, e oggi ci governa e si fa legge. I magistrati li hanno dovuti iscrivere, appena salvati, al registro degli indagati per il nuovo reato d’immigrazione clandestina, i sondaggi plaudono. Anche se poi la vergogna – una vergogna della democrazia – darà un calcio alla legge, e per Titti e gli altri arriverà l’asilo politico. Scampati alla morte e alla disumanità, potranno scoprire quell’Italia che cercavano, e incominciare a vivere.

Un’Italia che non sa come cominciano questi viaggi, da quanto lontano, da quanto tempo: e come al fondo basti un richiamo composto da una fotografia e una canzone. Titti ad Asmara aveva un’amica col telefonino, e ascoltavano venti volte al giorno Eros Ramazzotti nella suoneria, con “L’Aurora”. In più, a casa la madre conservava da anni una cartolina di Roma, i ponti, una cupola, il fiume e il verde degli alberi. Tutti parlavano bene dell’Italia, le mail che arrivavano in Eritrea, i biglietti con i soldi di chi aveva trovato un lavoro. Quando la bocciano a scuola, l’undicesimo anno, e scatta l’arruolamento obbligatorio nell’esercito, Titti decide che scapperà in Italia. E dove, se no?

Fa due mesi di addestramento in un forte fuori città, soldato semplice. Poi, quando torna ad Asmara, si toglie per sempre la divisa, passa da casa il tempo per cambiarsi, prendere un vestito di scorta, una bottiglia d’acqua più la metà dei soldi della madre, delle cinque sorelle e del fratello (200 nakfa, più o meno 10 euro), e segue un vecchio amico di famiglia che la porterà fuori dal Paese, in Sudan. Prima viaggiano in pullman, poi cresce la paura che la stiano cercando, e allora camminano di notte, dormendo nel deserto per sette giorni. Senza più un soldo, Titti va a servizio in una casa come donna delle pulizie, vitto e alloggio pagati, così può mettere da parte interamente i 250 pound sudanesi mensili. Quando va al mercato chiede dove sono i mercanti di uomini, che organizzano i viaggi in Europa. Li trova, e quando dice che vuole l’Italia le chiedono 900 dollari tutto compreso, dal Sudan alla Libia attraversando il Sahara, poi il ricovero in attesa della barca illegale, quindi il viaggio finale.

Ci vuole un anno per risparmiare quei soldi. E quando si parte, sul camion i mercanti caricano 250 persone, sul fondo del cassone dov’è più riparato dalla sabbia ci sono con Titti due donne incinte e una madre col bimbo di tre mesi. Lei ha due bottiglie d’acqua, le divide con le altre, ci sono i bambini di mezzo, non si può farne a meno. Prima della frontiera con la Libia li aspettano, tutti guardano giù dal camion, temono un posto di blocco, invece sono gli agenti locali dei mercanti, li guidano per una strada sicura e li portano nei rifugi, disperdendoli: parte ammassati in un capannone, parte nei casolari isolati, soprattutto le donne. Le fanno lavorare in casa e negli orti, cibo e acqua sono come in galera, il minimo indispensabile. Trattano male, fanno tutto quel che vogliono. Dicono sempre che la barca è pronta, che adesso si parte, ma non si parte mai. Intimano alle donne di non uscire di casa e Titti diventa amica di Ester e Luam, che abitano con lei per quasi quattro mesi. Chi ha parenti in Europa deve dare l’indirizzo mail, in modo che i mercanti scrivano, chiedano soldi urgenti per aiutare il viaggio, per poi intascare la somma quando arriva al money transfer, da qualche parte sicura.

Invece un pomeriggio alle cinque tutti urlano, bisogna uscire, sembra che si parta davvero. Le ragazze dicono che non hanno niente di pronto, non hanno messo da parte il pane e nemmeno l’acqua dalle porzioni razionate, non sapevano: possono avere qualcosa da portare in barca? Non c’è tempo, alle sei bisogna essere in mare, via con quello che avete addosso, e tutti lontani dalla spiaggia che possono arrivare i soldati, meglio nascondersi dietro i cespugli e le dune, forza. La barca è un gommone nero di dodici metri, che normalmente porta dieci, dodici persone. Loro sono settantotto, nessun bambino, venticinque donne. Non riescono a trovare spazio, c’è qualche tanica di benzina sotto i piedi, stanno appiccicati, incastrati, accovacciati, qualcuno in ginocchio, altri in piedi tenendosi alle spalle di chi sta sotto, nessuno può allungare le gambe. Ma ci siamo, è l’ultimo viaggio, in fondo a quel mare da qualche parte c’è l’Italia, Titti a 27 anni non ha la minima idea della distanza, pensa che arriveranno presto. Ecco perché è tranquilla quando arriva la prima notte, lei che è partita solo con dieci dinari, i suoi jeans, una maglia bianca e uno scialle nero. Nient’altro.

“Adei”, madre, sto andando, pensa senza dormire. “Amlak”, dio, mi hai aiutato, continua a ripetersi mentre scende il freddo. A metà del secondo giorno, quando le ragazze pensano già quasi di essere arrivate, la barca si ferma. Il pilota improvvisato dice che non c’è più benzina. Schiaccia il bottone rosso come gli ha insegnato il trafficante d’uomini, ma non c’è nessun rumore. Adesso si sente il rumore delle onde. Nessuno sa cosa fare. Gli uomini provano col bottone, danno consigli, uno scende in mare a guardare l’elica. Le donne si coprono la testa con gli scialli. Si avverte il caldo, nessuno lo dice, ma tutti pensano che l’acqua sta finendo. Chi ha pane lo divide coi vicini. Un pizzico di mollica per volta, facendo economia, allungandola nel pugno chiuso per farla bastare fino a sera, cinque, sei bocconi.

La notte fa più paura. Non c’è una bussola, e poi a cosa servirebbe, con il gommone trasportato dalle onde, spinto dalla corrente, e nessuno può fare niente. Finiscono i fiammiferi, dopo le sigarette, non si vede più niente. Tutti a guardare il mare, sembra che nessuno dorma. La quarta notte spuntano delle luci a sinistra, poi se ne vanno, o forse la barca ha girato a destra. Era una nave? Era un paese? Era Roma? Cominci a sentirti impotente, sei un naufrago.

All’inizio ci si vergogna per i bisogni, fingi di fare un bagno attaccato con una mano alla corda, chiedi per favore di rallentare, e fai quel che devi in mare. Poi man mano che cresce l’ansia e anche la disperazione, non ti vergogni più. Chi sta male, chi sviene dal caldo e dalla fame, i bisogni se li fa addosso. Quando la situazione diventa insopportabile tutti urlano in quella parte del gommone: “Giù, giù, vai in mare, vai”. Ma il settimo giorno i problemi cambiano.

Muore Haddish, che ha vent’anni, ed è il prino. Continua a vomitare da ventiquattr’ore, sta male, si lamenta prima della fame poi solo della sete. “Mai”, acqua. Lo ripete continuamente. Anche Titti ripete “mai” nella testa, c’è solo acqua intorno a loro, eppure stanno morendo di sete, non riescono a pensare ad altro. Due ragazzi, Biji e Ghenè, si danno il turno a sorreggere Haddish, altri fanno il turno in piedi per lasciargli lo spazio per distendersi, uno sale persino sul motore. Dopo il tramonto tutti lo sentono piangere, urlare, gemere, poi non sentono più niente e non sanno se si è addormentato o se è morto. “E’ arrivato – dice all’alba Ghenè – noi siamo in viaggio e lui è arrivato”. I due giovani prendono Haddish per le spalle e per i piedi, dopo avergli tolto le scarpe, e lo gettano in mare. Le ragazze piangono, una donna canta una nenia sottovoce.

Yassief si è portato in barca una Bibbia. La apre, e legge i Salmi: “Quando ti invoco rispondimi, Dio, mia giustizia: dalle angosce mi hai liberato, pietà di me, ascolta la mia preghiera”. Titti piange per il ragazzo morto, e pensa che non si poteva fare altrimenti. Adesso ha paura che il viaggio duri ancora giorni e giorni, che il mare li risospinga indietro verso la Libia, non possono viaggiare con un cadavere, e poi hanno bisogno di spazio. “Meut”, la morte, comincia a dominare tutti i pensieri, riempie “semai”, il cielo, verrà dal mare, “bahari”. Le donne si coprono la testa, il sole stordisce più della fame, tutto gira intorno, la nausea cresce, salgono vapori ustionanti di benzina e di acqua dal fondo del gommone. A sera, ogni sera, Yassief leggerà la Bibbia, Giosuè, Tobia, i Salmi, e cercherà di confortare i compagni: noi stiamo morendo, ma qualcuno ce la farà.

Muore qualcuno ogni giorno, ormai, e il numero varia. Uno, poi tre, quindi cinque, un giorno quattordici e si va avanti così. Dicono che i primi a morire sono quelli che hanno bevuto l’acqua di mare, Titti non sapeva che era mortale, non l’ha bevuta solo per il gusto insopportabile, si bagnava le labbra continuamente. Poi Hadengai ha l’idea di prendere un bidone vuoto di benzina, tagliarlo a metà, lavare bene la base e metterla sul fondo della barca, dove i morti hanno aperto uno spazio. Spiega che dovranno raccogliere lì la loro orina, per poi berla quando la sete diventa irresistibile, pochi sorsi, ma possono permettere di sopravvivere. Lo fanno, anche le donne, però di notte. Titti beve, come gli altri. Potrebbe bere qualsiasi cosa: anzi, lo sta facendo.

Dopo quindici giorni, appare una nave in lontananza. Sembra piccolissima, ma tutti la vedono, c’è. Chi ce la fa si alza in piedi, si toglie la maglia ingessata dal sale per agitarla in alto, urla. A Titti cade lo scialle in mare, l’unica protezione dal freddo, l’unico cuscino, la coperta, l’unico bene. Yassief e un altro ragazzo sono i soli che sanno nuotare: lasciano la Bibbia a una donna che ha la borsa con sé, si tuffano, è l’ultima speranza, torneranno a salvarli con la nave e li prenderanno tutti a bordo, dove c’è acqua e cibo. Tutti si alzano a guardarli, ma il gommone va dove vuole, dopo un po’ nessuno li ha più visti, e pian piano la nave lontana è scomparsa, loro non ci sono più.

L’acqua è un’ossessione e intanto pensi al pane, al riso, alla carne, scambi i frammenti di legno per briciole, sai che è un inganno ma te li metti in bocca. Senti le forze che vanno via, vedi buttare a mare i cadaveri e non t’importa più. Ora quando arriva la morte butteranno giù anche me, pensa Titti, spero che mi chiudano gli occhi. Non sai i nomi dei tuoi compagni, conosci solo le facce. Al mattino ne cerchi una e non la vedi più, oppure ne trovi una che avevi visto calare in mare, non sai più dove finisce l’incubo e comincia la realtà. Ma adesso in barca tutti sanno che le due amiche, Ester e Luam, sono incinte, anche se non lo dicevano perché la gravidanza era cominciata in Libia, nella casa dei mercanti d’uomini, tra le minacce e la paura. Tutti lo sanno perché loro stanno male e parlano dei bambini. Gli altri ascoltano, la pietà è silenziosa, nessuno litiga, qualcuno sposta chi gli cade addosso dormendo. Anche se non è dormire, è mancare. Non sai quando svieni e quando dormi. Ora allunghi le gambe sul fondo, i morti hanno lasciato spazio ai vivi.

Titti è più forte delle amiche. Quando Ester perde il bambino, è lei che getta tutto in mare, poi lava il vestito, e pulisce il gommone mentre tiene la mano all’amica, che dice basta, tutto è inutile, vado. Muore subito dopo, Titti non piange perché non ha più le forze, quando muore anche Luam due giorni dopo lei si lascia andare. Pensa solo più a morire, scuote la testa quando la donna con la Bibbia ripete quel che ha sentito da Yassief, ed ecco, noi stiamo morendo ma qualcuno arriverà. No, lei adesso rinuncia. Non pensa più all’Italia, non sa dov’è, non la vuole. Non ha più nessuna paura. Ripete a se stessa che dev’essere così in guerra, nelle carestie. Basta, vuoi finire, vuoi solo arrivare al fondo della fame, della sete, di questo esaurimento, non hai il coraggio o l’energia o la lucidità per buttarti e lasciarti andare, affondare sott’acqua e sparire, ma vuoi che sia finita. Persa l’Italia, il gommone adesso ha di nuovo uno scopo: diventa un viaggio per la morte, e va bene così. La diciassettesima notte, forse, Titti si separa da tutto e raduna tutto, la madre e Dio, il cielo, il mare e la morte, “Adei, Amlak, semai, bahari, meut”. Rivede suo padre accovacciato, che fuma contro il muro la sera. Si accorge che la sua lingua, il tigrigno, non ha la parola aiuto.

Si accorge dalle urla, all’improvviso, che c’è una barca di pescatori e li ha visti. Arriva, e nessuno ce la fa più a gridare. Accostano, ma quando vedono sette cadaveri a bordo e quegli esseri moribondi hanno paura e vanno indietro. Allora i due ragazzi si avventano, non lasciateci qui. La barca si ferma, lanciano un sacchetto di plastica, ma finisce in acqua. Si avvicinano, ne lanciano un altro. Hadangai lo afferra e mentre lo aprono i pescatori se ne vanno, indicando col braccio una direzione.

Dentro c’è il pane, con due bottiglie. Titti beve, ma afferra il pane. Appena ha bevuto ne ingoia un morso, ma urla e sputa tutto. Il pane taglia la gola, non passa, lo stomaco e il cuore lo vogliono ma il dolore è più forte, ti scortica dentro, è una lama, non puoi mangiare più niente. Ma con l’acqua l’anima comincia a risvegliarsi. Forse siamo vicini a qualche terra. Sia pure la Libia, basta che sia terra. Ed ecco un rumore grande, più forte, più vicino poi sopra, davanti al sole. E’ un elicottero, si abbassa, si rialza. Arriva una motovedetta di uomini bianchi, non vogliono prenderli a bordo, ma hanno la benzina, sanno far ripartire il motore, dicono ai ragazzi come si guida e il gommone li deve seguire.

Un giorno e una notte. Poi l’ultima barca. Questa volta li fanno salire. Sono rimasti in cinque: cinque su 78. Chi ce la fa ancora va da solo, Titti la devono portare a braccia. Non capisce più niente, tutto è offuscato, c’è soltanto il sole e lo sfinimento. La siedono. Poi le buttano acqua in faccia. Lì capisce di essere viva. Non chiede con chi è, né dov’è. Che importanza può avere, ormai? Forse non è nemmeno vero, basta chiudere gli occhi per rivedere la stessa scena fissa di un mese, gli odori, gli sbalzi, il rumore delle onde. Così anche in ospedale, dove le visioni continuano, volti, cadaveri, immagini notturne, incubi sul soffitto e sul muro bianco e blu.

Ma se allunga la mano, Titti adesso trova una bottiglietta d’acqua. Attorno non muoiono più. Ieri le hanno dato una card per telefonare a sua madre ad Asmara, le hanno detto che è in Italia. Le persone entrano e le sorridono. Due ore fa un medico le ha raccontato in inglese che hanno perso l’altro naufrago ricoverato al “Cervello”, Hadengai, in camera non c’è, l’hanno chiamato per una radiografia e non si è presentato, hanno guardato sulle panchine nel giardino ma nessuno sa dove sia. Lei non vuole più pensare a niente. Tiene una mano sulle labbra gonfie, con l’altra mano, dove c’è un anello giallo alto e sottile, tira il lenzuolo per coprire la piccola scollatura a V del camice. Ha paura che sapendo della sua fuga all’Asmara facciano qualcosa di brutto a sua madre e alle sue sorelle. E però vorrebbe dire a tutti che ha fatto la cosa giusta, anche se adesso sa cosa vuol dire morire: ma oggi, in realtà, è la sua vera data di nascita. Quando non ci sperava più ce l’ha fatta, è arrivata. Non ha più niente da dire, può solo aspettare.
Poi si apre la porta, e arriva Hadengai. Ha una tuta da ginnastica nera, con la maglietta bianca, cammina lentamente incurvando tutti i suoi 24 anni, e spinge piano il vassoio col cibo che vuole mangiare qui. Ci ha messo un po’ di tempo ad arrivare, si è perso, è tornato indietro, guardava senza capire tutte quelle scritte, la sala dialisi, le proposte assicurative in bacheca, i cartelli dell’Avis, la macchinetta al pian terreno che distribuisce dolci e caramelle e funzionava da punto di riferimento. Poi ha trovato la camera di Titti. Si è seduto sul bordo del letto della paziente accanto, che sotto le coperte si è fatta un po’ più in là.

I due naufraghi parlano sottovoce, lui assaggia qualcosa del pollo con patate che ha sul vassoio, non apre nemmeno il nailon del pane, lei taglia in quattro un maccherone. Ma va meglio, ormai. Non hanno un’idea di che cosa sia davvero l’Italia 2009, fuori da quella porta. Ma prima o poi capiranno che sopra l’ascensore numero 21, proprio davanti a loro, c’è scritto “la vita è un bene prezioso”.

Ezio Mauro

“la Repubblica” 26 agosto 2009

Pubblicato su articoli | Contrassegnato da tag: , , , , | Lascia un commento »

La Toscana, i migranti e il primato della persona

Pubblicato da nicola su 27 Maggio, 2009

La Toscana, i migranti e il primato della persona

IL GOVERNO pensa che l’ immigrazione sia il Problema – e gli immigrati siano solo un trucco per eluderlo. Gli immigrati hanno occhi, bambini, salutano, implorano, annegano. Il governo vigila: la compassione rende deboli. Dice una maestra di Prato: «Quasi tutti i piccoli cinesi lavorano nei laboratori fino a sera e la mattina si addormentano con la testa appoggiata sul banco». Maè il libro Cuore: «Coretti che si leva alle cinque per aiutare suo padre a portar legna!» – e poi a scuola si addormenta di un sonno di piombo. Ieri Coretti, oggi i piccoli cinesi, domani chissà chi altri: il governo chiude il libro Cuoree richiama al Problema.

In quella Prato, per dire, più di un’ impresa su quattro (il 27,4%) ha un titolare immigrato!E se gli italiani hanno il cuore debole, non parliamo dei toscani. «Con la più grande soddisfazione del nostro paterno cuore abbiamo finalmente riconosciuto che la mitigazione delle pene… invece di accrescere il numero dei delitti ha considerabilmente diminuiti i più comuni, e resi quasi inauditi gli atroci, e quindi siamo venuti nella determinazione di non più differire la riforma della Legislazione Criminale, con la quale /viene/ abolita la pena di morte… ed eliminato affatto l’ uso della tortura… Una ben diversa Legislazione può più convenire alla maggior dolcezza e docilità di costumi del presente secolo, e specialmente nel popolo Toscano…». Così il granduca Pietro Leopoldo, in Pisa, il 30 novembre 1786, prima abolizione della pena di morte in uno Stato. La Regione Toscana festeggia quella data lì. Ed era uscita a Livorno, 1764, la prima edizione di Dei delittie delle pene. «In Toscana non faremo morire nessuno di fame, né per mancanza di cure o di un tetto sotto cui dormire d’ inverno». Questo non è Beccaria, né Pietro Leopoldo: è il governo della Toscana d’ oggi, che ha raccolto leggi e proposte regionali sugli immigrati in un testo unico, sollevando le furie del centrodestra.

«La Toscana diventerà l’ Eldorado dei criminali, il Bengodi dei clandestini». Non so se gli oppositori del codice leopoldino profetizzassero una Toscana fatta rifugio dei peggiori tagliagole: e lì non si prometteva solo un pasto o un tetto di dormitorio allo straniero senza carte in una notte di gelo, ma l’ inaudito divieto di torturare e di giustiziare. La campagna d’ allarme d’ oggi spinge sui tasti più spregiudicati. La legge – dice – abolisce la differenza fra immigrati regolari e clandestini. Lascia intendere che i secondi avranno diritto alle graduatorie per le case popolari e gli asili alla stregua dei cittadini italiani. È falso. Ai “clandestini” la Regione non riserva se non i diritti elementari che la Carta dell’ Onu e la nostra riconoscono a qualunque essere umano: l’ accesso temporaneo a mense e dormitori in condizioni d’ urgenza, l’ assistenza sanitaria per vaccinazioni, o malattie gravi, che oltretutto (come per la tbc) non curate, esporrebbero a rischi il resto della cittadinanza.

La Regione invita a chiamarli “stranieri temporaneamente presenti”, che può sembrare un eufemismo di maniera (del resto “clandestino”, prima di essere deformato fino a combaciare con “delinquente”, era un nome simpatico, da traversata navale) ma serve anche a ricordare le differenze. In Toscana nel 2007 le richieste di regolarizzazione furono 46.984 a fronte della quota di 13.030. Sicché 34.000 persone restarono escluse, dunque “irregolari”, benché siano certificate e anzi autodenunciate, e continuino a lavorare come badanti, edili, conciari ecc. Sono “clandestine”? Sabato un articolo di Amato e D’ Alema immaginava un’ Italia improvvisamente svuotata dei suoi stranieri. Senza andare così lontano, basta immaginare – sognare, forse – un’ Italia in cui si convochi un giorno di sciopero generale di tutti i lavoratori stranieri, nelle case, nelle campagne, nelle fabbriche, negli ospedali… Succederà: cresce già fra loro qualche piccolo Di Vittorio umiliato e offeso.

Dice Claudio Martini, presidente della Toscana: «Se tutti insieme decidessero di fermarsi, questo paese si fermerebbe». Dal 2008 la Toscana ha inoltrato al Parlamento il suo progetto di legge per il voto amministrativo agli stranieri con permesso di soggiorno, residenti da almeno 5 anni. Principio basilare – no taxation without representation – di cui si ama disquisire piuttosto che passare al fatto. Il centrodestra che fa il viso – e le mani – dell’ armi dovrebbe essere il primo a saperlo. Grida allo scandalo degli stranieri ammessi alla graduatoria per le case popolari, e non dice che la legge toscana coincide con quella nazionale, e vi ammette solo gli stranieri regolari residenti da almeno cinque anni. È la leva dell’ odio fra poveri carezzato dai demagoghi. Famiglie italiane aspettano da troppo una casa popolare, o l’ iscrizione al nido, e temono di essere scavalcate da nuovi arrivati (nuovi di almeno 5 anni) che hanno una famiglia più numerosa. Il mero criterio del carico famigliare (quello del reddito non è mai stato equo, nel Bengodi, questo sì, degli evasori fiscali) non basta alla nuova demografia. Qualcuno propone che le graduatorie assegnino ad autoctoni e stranieri una quota equivalente alla proporzione numerica: ma così si sancirebbe una discriminazione etnica, ignorando oltretutto che in Toscana per gli stranieri il rapporto fra partecipazione al Pil e uso dei servizi sociali è di 8 a 2. La legge potrà promuovere criteri limpidi e aggiornati. Nei tagli ai posti di lavoro, per esempio, si valutano assieme il carico di famiglia, la funzionalità professionale ma anche l’ anzianità di servizio.

C’ è un’ altra faccia della medaglia. La crisi sta spingendo nel lavoro sommerso un gran numero di imprese e lavoratori. Le iscrizioni alla Cassa edile, il termometro più nitido, sono già cadute del 20 per cento. Questo significa una perdita secca delle risorse attraverso cui le amministrazioni provvedono ai servizi sociali, case popolari e asili compresi. Proteggere la regolarità è un interesse vitale dei cittadini italiani, e dei più poveri fra loro. La legge, protestano i suoi nemici, è incostituzionale, e va contro l’ opera del governo. La Corte ha sancito quello che è chiaro nella Carta, che l’ immigrazione nel territorio compete al Parlamento e al governo nazionale, ma le politiche sociali spettano alle Regioni. Il federalismo passa in cavalleria, quando contraddica il cattivismo. Martini ha replicato che, discorsi cattivissimi a parte, le misure dei servizi sociali rinfacciate alla Toscana sono praticate efficacemente a Treviso e a Verona. Il centrodestra vede un’ occasione per attizzare i fuochi della guerra dei penultimi contro gli ultimi: e non esita ad accantonare come impertinente la posizione di Chiesa e parrocchie. «Discorsi buoni da fare da un pulpito, non dalla politica». Questo centrodestra è molto zelante con la Chiesa sul concepimento, sulla morte, e pochissimo sul periodo che va dall’ una all’ altra. Le lascia la predica, si tiene la pratica. «Non nominare il nome di cristiano invano» ammonisce Tettamanzi. E già Matteo: «Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli». La differenza non passa fra chi vuole impedire (e come? con la messinscena brutale e irrilevante dei respingimenti?) l’ “invasione” straniera, e una quinta colonna che la vuole favorire. La differenza concreta riguarda la decisione di impegnarsi con le persone che vengono a integrare e rinnovare la nostra convivenza.

La legge toscana si ispira al “primato della persona” e all’ uguaglianza. All’ uguaglianza, non a un privilegio rovesciato. Si propone di tutelare l’ intera cittadinanza facilitando la vita quotidiana e famigliare degli stranieri che vivono e lavorano regolarmente in Toscana, che sono già 350 mila circa, e si avvicinano al 10 per cento della popolazione. Promuovere l’ insegnamento della lingua e l’ educazione civica. Tenere in conto i titoli professionali acquisiti nei paesi di provenienza. Riservare un’ attenzione ai richiedenti asilo, ai minorie alle donne incinte, alle vittime di tratta e sfruttamento, ai detenuti. Prevenire le mutilazioni genitali femminili. Aiutare nelle pratiche per il soggiorno, la cittadinanza, i servizi sociali. La Toscana è accusata per simili spropositi di voler essere “la prima della classe”. Quando fosse, sarebbe un bel primato. – ADRIANO SOFRI

Pubblicato su immigrazione | Contrassegnato da tag: , , | Lascia un commento »

Jenner Meletti sulle ultime violenze in Italia

Pubblicato da sandro su 19 Aprile, 2009

Bambini denutriti e macilenti che suonano la fisarmonica sui marciapiedi. Chiedono l’elemosina. Un uomo si avvicina, controlla quanti soldi abbiano incassato. I piccoli che hanno pochi soldi vengono picchiati, con pugni o bastoni. Non succede alla Centrale di Milano e i piccoli non sono romeni. “Succede – dice Giancarlo De Cataldo, giudice e autore di “Romanzo criminale” – nella Londra del 1840 e i bambini sono italiani. Li scopre Giuseppe Mazzini, che denuncia i mercanti di carne umana, italiani, che portano questi piccoli mendicanti nella capitale inglese. Per salvare i bambini organizza una scuola popolare”.

Certe notizie fanno paura. I ladri sorpresi in casa fuggivano subito, al massimo legavano a una sedia o chiudevano in bagno i padroni di casa. Ora spaccano le teste con mazze di ferro. I rapinatori di gioiellerie minacciavano puntando una pistola. Ora con il calcio della medesima massacrano il gioielliere. Ci si ammazza per un parcheggio.

Sono delitti che provocano terrore – dice la sociologa Chiara Saraceno – anche perché commessi nelle case, il luogo in cui ci sentiamo più sicuri”. “La violenza esplode – dice Gianrico Carofiglio, magistrato e scrittore – in chi non riesce a “nominare” e dunque controllare le proprie emozioni, prima fra tutte la paura”. E spaventano anche quei nomi stranieri, Mariu, Valentin, Calin. “Delitti efferati e assurdi – dice il sociologo Marzio Barbagli – sono sempre avvenuti. Tanti furti si sono trasformati in rapine o omicidi. Certo, la presenza di stranieri sul totale delle persone denunciate in Italia per omicidio è altissima: nel 2007 era pari al 42%”.

Nessuno vuole sentire parlare di “etnia”. “Non si possono attribuire responsabilità – dice Giancarlo De Cataldo – a un comportamento etnico. Ma quando parliamo di romeni parliamo di persone abusate per trent’anni da Ceausescu ed è nota la tendenza – che non riguarda certamente tutto un popolo – di riprodurre l’abuso subìto. Valeva anche per gli albanesi, ma ormai siamo alla terza o quarta ondata di immigrazione e le polemiche su di loro si sono placate. Io sono stato colpito dal delitto del parcheggio. Le nostre strade sono percorse da persone fatte e strafatte e la strada è il luogo dell’incontro uno a uno, faccia a faccia. Non ci sono mediazioni, lo scontro è diretto. In un generale clima di intolleranza, che tutti respiriamo, si aggiungono gli abusi delle sostanze e allora anche con una passeggiata ci esponiamo a un cocktail micidiale. E in questo clima di intolleranza chi arriva da fuori porta la propria specificità. I romeni? Dobbiamo riflettere su come erano visti gli italiani emigrati in America. Nel 1890, a New Orleans, due famiglie di italiani mafiosi furono accusate di avere ucciso il capo della polizia. La giuria assolse tutti. Appena usciti dal tribunale, furono linciati dalla folla. Erano “italiani”, questo bastava. Spero che con questo clima qualcuno non si metta a proporre nuove leggi. Ce ne sono già troppe e fatte male. Cerchiamo di fare funzionare il processo”.

Chiara Saraceno sta tenendo un seminario a Berlino. “Il terribile omicidio di Posillipo colpisce soprattutto perché commesso fra le mura di casa, dove hai il diritto di sentirti sicuro. Ricerche scientifiche hanno dimostrato che chi è derubato o aggredito fra le sue mura si sente violentemente offeso, molto di più rispetto a un furto o aggressione fuori casa. I romeni? Fra di loro c’è una quota di criminali: naturalmente arrivano non solo i più imprenditivi ma anche i più delinquenti. Ma questo non vuol dire che siamo di fronte ad una immigrazione di criminali. Là sono state aperte troppe prigioni e anche chi magari viveva rubando 3 galline ha scoperto che in questa Italia c’era tutto e tutto era a portata di mano. C’è allora chi vuole tutto e non ha freni. È un delitto che fa male, quello di Posillipo, per questa violenza allucinante e assurda. Ma non dobbiamo scordare che c’è chi uccide se guardi male o troppo bene la sua ragazza, c’è chi ti mette un cacciavite nella pancia per un posteggio rubato”.

Anche il magistrato-senatore Enrico Carofiglio è in Germania, impegnato alla biblioteca comunale di Francoforte nella presentazione de “Il passato è una terra straniera” ora tradotto in tedesco. “Proprio partendo da questo libro – dice – oggi abbiamo discusso della violenza che sembra la più assurda. Ma una radice c’è, in questa violenza. È l’incapacità, per molti, di verbalizzare le proprie emozioni. C’è chi non ha parole per chiamare la paura, la frustrazione, l’odio. Studi di criminologi hanno dimostrato che i ragazzi più violenti sono coloro che non sanno sentire e nominare le proprie emozioni: in loro si ostruiscono i canali della comunicazione, quindi dell’intelligenza. Chi non controlla la rabbia, non riesce a buttarla fuori, e arrivano le esplosioni di violenza. Questo vale anche per i più ricchi. Ma quando sei nel luogo più basso della gerarchia sociale, senza strumenti linguistici; quando certe parole fanno paura e fra queste ci sono proprio la paura, la debolezza, la diversità, quando non funziona la capacità di controllo, una delle alternative è la violenza incontrollata”.

Secondo il sociologo Marzio Barbagli bisogna evitare di “prendere un granchio”. “Il granchio è l’idea che solo certi immigrati possano compiere azioni che ci fanno rabbrividire, che certi gruppi nazionali siano “portati” per certi crimini. Posillipo è tragica ma non è purtroppo una novità. Tanti ladri sorpresi dai padroni di casa si sono trasformati in assassini. A me colpisce soprattutto il basso livello di preparazione di questi delinquenti. Hanno improvvisato, hanno trovato un imprevisto – la presenza dei proprietari – e hanno perso la testa. Bisogna ragionare invece sull’apporto dato dagli immigrati alla criminalità, che certamente è molto alto. Nel 1988, fra i denunciati di omicidio in Italia, gli stranieri erano il 6%. Dieci anni dopo sono saliti al 23%. Nel 2007 erano il 24%. Ma se guardiamo i dati del centro nord, scopriamo che negli stessi anni i denunciati per omicidio sono saliti dal 9% al 26% e, nel 2007, al 42%. Insomma, su 100 denunciati per avere ucciso, 42 sono stranieri e gli stranieri, in quello stesso anno, erano l’8% della popolazione. La statistica ufficiale ci dice anche che, sempre nel centro nord, in molti casi gli stranieri hanno ucciso altri stranieri. Nel 18% dei casi nel 1992 e nel 33% dei casi nel 2007. Ma quando uno straniero uccide uno straniero, fa meno notizia”.

“la Repubblica” 18 aprile 2009

Pubblicato su articoli | Contrassegnato da tag: , , , | 1 Commento »

Apartheid all’italiana

Pubblicato da nicola su 3 Aprile, 2009

La notizia è purtroppo vera, e l’ho trovata sull’inglese Daily Telegraph. I giornali italiani sono molto più diretti nell’accollare le responsabilità di questa vergogna: mentre qui i furti sono “blamed on foreigners“, per La Repubblica si tratta di “furti e molestie da parte degli immigrati“. E ammesso e non concesso che le cose stiano così, mi domando se questa sia davvero l’unica situazione ipotizzabile.

Italian ‘Apartheid’ bus service to be launched

Immigrants and locals in the southern Italian town of Foggia are to take separate bus services in a development that has sparked an outcry about its overtones of racial segregation.

Officials approved a service, coded No 24/i, to take foreigners to an immigrant hostel and by-pass a working-class neighbourhood served by the existing 24 bus after disturbances between the two groups of passengers. “At the heart of the decision are the clashes between immigrants and residents,” said Orazio Ciliberti, the centre-Left mayor of the agricultural town in Puglia province. He added, however, that immigrants would be free to travel on any bus they choose.

“We are not talking about racism, but about providing a better service.”

The news of the route, which starts on Monday, prompted comparisons with Apartheid-era South Africa and the fight against segregated buses in the southern United States during the 1950s.

“The route for non-EU citizens in Foggia, which smacks of segregation, should be abolished as soon as possible,” said Nichi Vendola, the regional president of Puglia.

Authorities say friction has been rising between residents of the working-class neighbourhood of Mezzanone and the roughly 800 migrants who live in the Cara centre after a series of robberies blamed on foreigners.

Habib Ben Sghaier, head of immigrant association Asci in Foggia, branded the move racist and said local authorities were focused on coming local elections: “This is not how to achieve integration.”

At a national level, the centre-right coalition Italian prime minister Silvio Berlusconi has been accused of fanning the flames of anti-foreigner discrimination. But a crackdown on illegal migrants, has boosted Berlusconi’s standing.

Pubblicato su diritti umani | Contrassegnato da tag: , , , , | 1 Commento »

Passaparola di Marco Travaglio

Pubblicato da nicola su 24 Marzo, 2009

Immagino che buona parte dei nostri lettori e autori seguano già autonomamente gli interventi di Travaglio del lunedì pomeriggio. Qualora fosse sfuggito a qualcuno, desidero ripubblicare qui l’ultimo Passaparola. L’originale lo trovate qui.

Travaglio questa settimana ha affrontato la questione dei due rumeni non colpevoli dello stupro di San Valentino, come lo definiscono i telegiornali, e tuttavia ancora detenuti.

Il buon Travaglio non perde poi l’occasione per spiegare come mai non dovremmo storcere il naso davanti alla candidatura alle europee di De Magistris, cosa che invece un po’ mi ha infastidito, specialmente al ricordo delle candidature Santoro, Gruber e molti altri.

In ogni caso, la prima parte dell’intervento è davvero esemplare nella spiegazione dei fatti e nell’analizzare lo stato del diritto in Italia.

Testo:
“Buongiorno a tutti,
meno male che i rumeni non sono politici italiani. Pensate se dal 18 febbraio fossero in carcere due politici, mettiamo pure due consiglieri di circoscrizione anche perché fossero parlamentari per definizione non potrebbero essere dentro. Due consiglieri di circoscrizione arrestati per un presunto reato, dopodiché si scopre che non l’hanno commesso ma li tengono dentro lo stesso con accuse che cambiano di giorno in giorno.
Poi arrestano quelli che si ritengono essere i veri colpevoli di quel reato, ma loro rimangono ancora dentro: figuratevi, apriti cielo! Avremmo fiumane di trasmissioni televisive, campagne stampa, articoli di tutti i garantisti di questo mondo – quelli sedicenti. “Ah, errore giudiziario, manette facili! Chissà perché li tengono dentro, forse per fargli confessare un delitto che non hanno commesso.”.
Fortunatamente non stiamo parlando di due politici italiani, ma di due rumeni che solo per la faccia che hanno, a questo punto, sono in galera.
E’ bene ricordarseli sempre, questi nomi, perché il degrado che sta subendo il nostro diritto passa attraverso queste storie e quando noi non ci facciamo caso perché “tanto si tratta di rumeni”, “i rumeni sono tutti uguali”, “se non hanno fatto una cosa ne avranno fatta un’altra”, insomma vale per loro il detto cinese “quando torni a casa picchia tua moglie: tu non sai perché la stai picchiando ma lei sì”. Ecco, la stessa cosa vale per il rumeno, il nuovo mostro sul quale scaricare tutte le nostre tensioni e frustrazioni.
Si chiamano Karl Racz e Alexandro Isztoika Loyos. Furono arrestati il 18 febbraio per lo stupro della Caffarella. Il questore Caruso disse – ne abbiamo già parlato – che era un grande successo, li avevano presi con i metodi di indagine tradizionali, con questo che è un modo stranissimo di definire le indagini: è un modo politico di definirle perché c’era, in quel momento e c’è ancora, la polemica sulla legge sulle intercettazioni così il questore, che è il rappresentante della Polizia a Roma e quindi il rappresentante del governo, un dipendente del ministero dell’Interno, si affrettò a offrire sul piatto d’argento al governo un argomento a favore della legge che limita le intercettazioni, ripetendo a pappagallo quello che i politici di centrodestra e spesso anche quelli di centrosinistra dicono: che purtroppo le intercettazioni impigriscono gli investigatori e i magistrati impedendo loro di fare le famose indagini tradizionali.

Maledetta tecnologia

Questa volta si vantavano di avere fatto le indagini tradizionali, di avere usato i metodi tradizionali, il famoso Ogino-Knaus del perfetto detective. Chi volesse divertirsi può andare nell’archivio dell’Ansa e trovare le dichiarazioni esultanti dei famosi ambienti della questura i quali tirano la pietra e nascondono la mano, e si vantavano di avere riesumato le indagini alla Maigret tutte fatte con i metodi tradizionali “senza l’aiuto di nessuna tecnologia” – leggi: senza l’aiuto di nessuna intercettazione, nessun tabulato telefonico.
Dopodiché, purtroppo, arrivano le tecnologie: disgraziatamente abbiamo le tecnologie. Quando sperano di incastrarli definitivamente col DNA, questo smentisce che siano stati loro: e sul DNA non si discute, o sei tu o non sei tu.
Non erano loro.
Problema: può un rumeno non essere stato lui? Può il questore essersi sbagliato? Può il governo avere imperniato tutta la campagna dell’ultima settimana della legge sulle intercettazioni su un fatto falso? No, non si può.
Allora avrà torto il DNA, tant’è che qualcuno cominciava a dire che il DNA non è poi così importante, non è poi così decisivo.
Intanto, però, cosa fecero i magistrati e i poliziotti? Denunciarono e incriminarono i due arrestati per lo stupro per altri reati; uno dei due fu accusato di un altro stupro, quello di Primavalle. L’altro fu accusato di essersi autocalunniato nel famoso interrogatorio di cui abbiamo visto addirittura i filmati in televisione, a Porta a Porta e non. Confessione che poi si è rivelata falsa infatti è stata ritrattata, quindi se confessi un delitto che hai fatto finisci in galera per quel delitto, se confessi un delitto che non hai fatto resti in galera perché ti sei autocalunniato.
Naturalmente il reato di autocalunnia, l’ha spiegato bene Bruno Tinti su La Stampa, presuppone come tutti i reati il dolo, cioè presuppone che uno si autocalunii appositamente per mandare in galera se stesso e per depistare le indagini. Ma dato che di fessi che si autoaccusano di un reato così grave, tra l’altro… che se ti porta in galera hai finito di vivere anche in galera perché il detenuto accusato di molestie sessuali e di stupri, vi assicuro, rimpiange di non aver ammazzato qualcuno o di non avere fatto qualche strage; rischia di subire lo stesso trattamento, in carcere, sapete bene com’è l’ambiente carcerario.

Il rumeno ha sempre qualcosa da nascondere

Ecco, se uno si autoaccusa di un delitto così orrendo, finisce in galera in base a quello che ha detto lui di se stesso e non è proprio pazzo – e qui pazzi non ne abbiamo – allora può darsi che lo abbia fatto o perché l’hanno picchiato e costretto a confessare, che è quello che sostiene lui, oppure perché qualcuno molto feroce che ce l’ha in pugno lo ha costretto ad autoaccusarsi per coprire lui.
In entrambi i casi il tizio avrebbe agito sotto costrizione, avrebbe agito per causa di forza maggiore, per stato di necessità, quindi assolutamente senza il dolo e la volontà di commettere quel reato. Quindi non c’è autocalunnia.
Dopodiché ne aggiungono ancora un pezzo e dicono che ha pure calunniato i poliziotti rumeni, che l’avevano interrogato prima che si accendessero le telecamere e che venisse interrogato dai poliziotti italiani, perché aveva sostenuto che in quel primo interrogatorio davanti ai poliziotti suoi connazionali era stato picchiato e intimidito duramente.
Naturalmente picchiato nelle parti molti, che non si vedono, che non lasciano tracce e lividi. Anche se poi il questore, bontà sua, disse “beh effettivamente presenta alcuni arrossamenti sul collo”.
In ogni caso è stato accusato anche – il famoso biondino – di avere calunniato oltre che se stesso anche i rappresentanti della polizia rumena e per questo è rimasto in galera. Ora, è vero che esistono alcuni casi nei quali la gente finisce in galera anche per calunnia – il famoso caso del falso pentito di mafia Pellegriti che Falcone arrestò perché ritenne che le accuse che lanciava a Salvo Lima e ad altri politici sui grandi delitti di mafia fossero false. Lo stesso accadde a Milano nel 1996-1997 quando furono arrestati due sottufficiali dei Carabinieri, i famosi Strazeri e Corticchia, che avevano testimoniato a Brescia sostenendo di avere le prove del complotto del Pool di Milano, da Di Pietro a Davigo a Colombo, contro il povero Berlusconi; poi si scoprì che erano due peracottari che raccontavano un sacco di fregnacce e che avevano addirittura avuto dei vantaggi dopo avere raccontato quelle fregnacce, visto che erano in contatto con ambienti della Fininvest, e allora furono arrestati.
Ma voi capite che quando uno si inventa un complotto ai danni di un presidente del Consiglio o quando uno si inventa che dei politici siano dei mandanti di omicidi e poi non è vero niente, capite che si tratta di grandi operazioni di depistaggio. Anche Igor Marini fu arrestato per calunnia. Accidenti, era un tale calunniatore che addirittura era arrivato al punto di inventarsi la tangente Telekom Serbia a Prodi!
Stiamo parlando di grandi calunnie; qui cosa volete che sia? E’ uno che dice “sono stato io” o “la polizia mi ha picchiato”: si può mai pensare che uno rimanga in galera per un delitto così fumoso, improbabile, ridicolo e poco pericoloso? L’abbiamo capito, non sei stato tu, basta. Ti mettiamo fuori. Questo sarebbe successo – è la mia opinione – se questi due signori fossero stati degli italiani; non dico dei politici italiani: degli italiani.
Il rumeno ha sempre qualcosa da nascondere o da farsi perdonare, quindi rimangono in galera anche se nel frattempo è saltata anche l’accusa a uno dei due per l’altro stupro, quello di Primavalle, e anche se nel frattempo sono stati arrestati altri due rumeni di cui si dice che sono i colpevoli veri!
Noi abbiamo contemporaneamente in galera i presunti colpevoli veri e i sicuri colpevoli falsi.
La cosa stupefacente non è che tengano in galera qualcuno che non c’entra niente, perché per fortuna abbiamo vari gradi di ricorso e prima poi il Tribunale della Libertà, il Riesame, la Cassazione farà giustizia. La cosa paradossale è che non protesta nessuno! Non si leggono editoriali, salvo rarissimi casi, e devo dire abbastanza bipartisan: è intervenuto l’avvocato Ghedini, è intervenuto l’avvocato Calvi, cioè l’avvocato di Berlusconi e quello di D’Alema a dire “ma come vi viene in mente di tenere dentro questa gente?”.
Per il resto, silenzio. Non ho visto dei Porta a Porta col plastico di Primavalle: ho visto dei Porta a Porta che invece tendevano a dimostrare che il tizio, anche se aveva ritrattato la confessione, comunque non aveva motivo di ritrattare e bisognava credere alla confessione. E’ uno strano modo di ragionare, se si pensa che invece per quanto riguarda l’avvocato Mills tutti credono alla ritrattazione e non alla confessione, eppure Mills non l’aveva picchiato nessuno quando scrisse la famosa lettera al suo commercialista per dire di avere avuto 600.000 dollari da Mr cioè da Berlusconi, in cambio delle sue testimonianze false o reticenti nei processi milanesi alla Guardia di Finanza e di All Iberian.
Quindi, se Mills confessa per iscritto al suo commercialista in una lettera che mai è destinata a essere pubblicata e poi conferma quella lettera quando i magistrati di Milano lo convocano e poi la smentisce dopo che probabilmente qualcuno gli ha detto di smentirla, tutti credono alla smentita anche sei poi Mills viene condannato ma nessuno lo dice; dall’altra parte, se un rumeno in strane serie di interrogatori, con certi arrossamenti, confessa un delitto che poi si scopre sicuramente non essere suo allora bisogna continuare a credere alla confessione.

C’è chi pagherebbe per vendersi

E’ molto pericolosa la deriva verso cui stiamo andando, perché dimostra i danni devastanti che fa un certo clima misto a certe riforme in arrivo. Ne abbiamo parlato, è la riforma che stacca il pubblico ministero dalla polizia giudiziaria. Non è ancora in vigore, ma come voi ben sapete in Italia c’è chi pagherebbe per vendersi; questo lo diceva Victor Hugo ma penso che sia il motto nazionale: c’è un tale conformismo e una tale corsa sul carro dei vincitori che qualcuno tende sempre ad anticipare, addirittura, le riforme che non sono state ancora fatte.
Pensate soltanto a quello che accadde alla procura di Palermo, ai tempi del procuratore Grasso, quando furono eliminati con una specie di “pulizia etnica” i cosiddetti caselliani, i magistrati ritenuti troppo vicini all’ex procuratore Caselli. In realtà non era perché erano amici di Caselli, ma perché avevano condotto i grandi processi ai politici per i rapporti fra mafia e politica; chi si occupava del processo Andreotti, del processo Contrada, del processo Tannino e del processo Dell’Utri soprattutto furono completamente emarginati, furono esclusi da quel circuito di circolazione delle notizie che deve essere la regola principale dei Pool antimafia, per legge, prima ancora che passasse la legge Castelli-Mastella, Castella, Mastelli che affidava al procuratore capo una specie di diritto di vita e di morte su tutta l’attività della procura. Cioè, rifaceva delle procure delle piramidi con un vertice mentre prima il potere delle procure era diffuso e in capo a ogni sostituto procuratore.
Pensate a quello che è accaduto a Catanzaro, dove prima che entrasse in vigore questa riforma che verticalizza le procure e da tutto in mano ai capi, un procuratore capo – Lombardi – e un procuratore generale – Favi – hanno tolto le famose indagini a De Magistris, anticipando le riforme.
Adesso ne sta arrivando un’altra; l’ha firmata Alfano ma potete immaginare chi l’ha scritta: è quella che espropria il pubblico ministero del potere di prendere le indagini e di dirigere la polizia giudiziaria.
Lo dice spesso Berlusconi: il pubblico ministero deve diventare l’avvocato dell’accusa, cioè la longa manus della Polizia. La polizia fa le indagini, il pubblico ministero non può metterci becco e quando la polizia le ha finite il PM va in aula a sostenere l’accusa contro quelli che la polizia, i Carabinieri o la Guardia di Finanza gli hanno impacchettato.
Pensate a tutti quelli che le forze di Polizia non impacchetterebbero più, visto che dipendono dal governo. E pensate a tutte le indagini a cui non avremmo più possibilità di accedere proprio perché il magistrato di sua iniziativa non potrà più farle, dovrà aspettare che le faccia la Polizia che dipende dal governo.

Rischiamo grosso

Contro questa riforma, che è eversiva in un Paese come l’Italia dove la politica va dappertutto, l’associazione degli studiosi del processo penale diretta da tre avvocati, Amodio, Giarda e Illuminati, hanno espresso “perplessità e preoccupazione di fronte alla elisione del vincolo funzionale fra il rappresentante dell’accusa e la polizia giudiziaria, anche sotto il profilo di legittimità costituzionale”.
Dicono che è incostituzionale, questa porcheria. E poi dicono che “questo orientamento ribalta completamente la prospettiva recepita dal nostro codice, ponendo numerosi interrogativi anche sul piano dell’efficienza del lavoro investigativo. Non foss’altro, perché affida a un organo dipendente all’Esecutivo – cioè la Polizia – l’iniziativa investigativa e le consequenziali scelte di indirizzo”.
Sono parole un po’ tecniche per dire che rischiamo grosso togliendo la polizia dal controllo della magistratura e lasciandola esclusivamente sotto la direzione del governo, e i risultati li stiamo vedendo proprio in questi giorni quando una parte della magistratura, quella più servile, si è già messa a fare l’avvocato della Polizia.
La Polizia ti dice che lo stupro della Caffarella è stato fatto da quei due, Racz e Loyos? Perfetto, senza star lì a discutere quelli vengono ficcati dentro e una volta dentro devono rimanere dentro, un’accusa vale l’altra; l’importante è che restino lì per non smentire la Polizia.
Ma quando mai il magistrato deve adagiarsi supinamente sulle tesi delle forze dell’ordine? Le forze dell’ordine fanno il loro giusto e sacrosanto lavoro, ma poi la magistratura deve raffinarlo, verificarlo e spesso deve calmare le forze di Polizia dicendo “attenzione, c’è questo, questo e quest’altro”.
Pensate a quello che è successo per gli altri stupri: qui non c’è uno stupro, di quelli avvenuti a Roma, di cui si sia venuto a capo. Adesso si scopre pure che lo stupro di Capodanno forse non era nemmeno uno stupro, ma un tentativo di rapporto consenziente fra due ragazzi che erano pieni di droga e alcool, talmente pieni che non sono riusciti nemmeno ad avere un rapporto, per cui poi è successa una rissa e il maschio ha picchiato la ragazza.
Cosa deplorevolissima, naturalmente, ma non è uno stupro; tant’è che il tizio che era stato messo ai domiciliari ora è tornato pure a casa perché non ha fatto uno stupro.
E stanno crollando quasi tutte queste indagini fatte negli ultimi mesi sull’onda dell’emozione, con il governo che spingeva per dimostrare una risposta immediata ai cittadini, la Polizia che assecondava il governo e la magistratura che assecondava la Polizia.
E dov’è il controllo terzo, imparziale della magistratura? Ci sarebbe ancora, perché non l’hanno ancora abolito per legge, ma c’è già chi ne fa a meno, chi fa come se non ci fosse più il dovere della magistratura di un controllo imparziale.

Come con Genchi e De Magistris

Guardate che la stessa identica cosa sta avvenendo con i casi che ormai conosciamo abbastanza bene di Gioacchino Genchi e De Magistris.
La procura di Roma ha sempre avvertito questa vicinanza con il potere politico: ci lavorano splendidi magistrati alla procura di Roma, ma anche qualcuno che evidentemente avverte certi venticelli dei palazzi del potere vicini. E guardate cos’è successo con Genchi: la procura di Salerno, competente a indagare sulle attività di Genchi e De Magistris a Catanzaro, aveva già stabilito con una richiesta di archiviazione per De Magistris, che tutta la faccenda del telefonino di Mastella non conteneva reati perché loro non sapevano niente sulla titolarità di quel telefonino fino a che non hanno ricevuto i tabulati.
Allora cos’è successo? Che il Ros dei Carabinieri, non essendo riuscito a far passare le proprie accuse a Genchi e indirettamente a De Magistris, presso la procura di Salerno è andata a cantare in un altro cortile, a Roma e alla procura di Roma hanno aperto un duplicato dell’indagine di cui a Salerno si era già chiesta l’archiviazione, e hanno incriminato Genchi per quei due reati ridicoli che abbiamo descritto la settimana scorsa.
Adesso, nel giorno in cui De Magistris annuncia la sua candidatura alle europee nell’Italia dei Valori, il mattino c’è la conferenza stampa con Di Pietro, al pomeriggio escono le agenzie con la notizia che De Magistris è iscritto dalla procura di Roma nel registro degli indagati.
Naturalmente se si fosse trattato di Berlusconi o di un suo uomo, apriti cielo! Ma come, al mattino annuncio la candidatura e al pomeriggio fai sapere che sono iscritto nel registro degli indagati? E’ giustizia a orologeria, avrebbero detto quelli là. Noi non lo diciamo perché non siamo quelli là.
Segnalo, però, che l’iscrizione nel registro degli indagati è uno dei pochi atti segreti. Non l’avviso di garanzia, non l’invito a comparire, non il mandato di perquisizione, il mandato di arresto, il mandato di sequestro. Quelli sono tutti atti pubblici, ma l’iscrizione sul registro degli indagati è un atto segreto; dopodiché a volte i giornalisti lo vengono a sapere, ben venga… possibile che siano venuti a saperlo proprio il pomeriggio dell’annuncio della candidatura?
Abbiamo anche dei giornali che ignorano la consecutio temporum, come questo che titola: “Il PM è indagato e Di Pietro lo candida”.
In realtà la consecutio temporum esatta è: Di Pietro lo candida e la procura di Roma annuncia che è indagato, perché questa è la reale consecutio.
Dopodiché tutti si possono sbizzarrire dicendo che ci sono quei fanatici di Travaglio, Grillo e tutti gli altri che hanno sempre detto che non si devono candidare gli indagati.
Attenzione, siamo seri: se io volessi impedire a chicchessia di essere candidato, presenterei denunce in tutte le procure d’Italia nei confronti di tutti quelli che so che vogliono candidarsi. Nove su dieci, chi viene denunciato viene iscritto come atto dovuto nel registro degli indagati e quindi potrei dire “quello è indagato, non si deve candidare”. Nessuno di noi ha mai sostenuto una sciocchezza del genere, abbiamo sostenuto che se ci sono dei rinvii a giudizio, delle condanne, sarebbe bene farsi da parte; se ci sono delle condanne definitive sarebbe bene che ci fosse una legge che impedisce la candidatura; se uno è indagato bisogna andare a vedere per che cosa lo è.
Potrebbe essere indagato per avere fatto un blocco ferroviario per bloccare un treno che portava delle armi, per esempio: è un reato ma non c’è nulla di indecente moralmente, stiamo parlando di altro.

Il complice De Magistris

Qui di che cosa si tratta? L’indagine su De Magistris è abuso d’ufficio e interruzione di pubblico servizio, non per avere bloccato un’autostrada o una ferrovia. Sapete qual è la colpa di De Magistris? Pensate a come una parte della magistratura ormai va incontro ai desiderata del potere politico nel giorno giusto e nel momento giusto: l’accusa nasce dalla denuncia della procura di Catanzaro contro quella di Salerno che aveva fatto la famosa perquisizione ai magistrati di Catanzaro, e i magistrati di Catanzaro appena indagati e perquisiti da quelli di Salerno avevano contro sequestrato le carte che gli avevano portato via e avevano incriminato, senza avere nessuna competenza per farlo, i loro colleghi di Salerno per abuso d’ufficio e interruzione di pubblico servizio.
L’interruzione di pubblico servizio era dovuta al fatto che quelli di Salerno gli avevano preso l’originale del fascicolo Why Not, impedendo a quelli di Catanzaro di proseguire nelle indagini, che peraltro languivano da mesi e che sarebbero rimaste bloccate uno o due giorni, il tempo di fare le fotocopie e di restituirlo ai titolari dell’indagine.
In ogni caso i magistrati di Salerno vengono denunciati da quelli di Catanzaro per avere fatto quella perquisizione e avere interrotto quell’importantissimo pubblico servizio.
A questo punto, dato che la procura di Catanzaro è incompetente a fare quella iscrizione nel registro degli indagati, l’inchiesta passa poi alla procura competente, che è quella che deve occuparsi degli eventuali reati commessi a Salerno ed è quella di Napoli.
Ma quella di Napoli non può occuparsene perché nel frattempo il CSM ha trasferito De Magistris proprio a Napoli, allora si va nella procura competente a giudicare i magistrati di Napoli, cioè Roma. Ma anche quella di Roma non è competente, perché a Roma lavorano due dei tre magistrati di Salerno che il CSM nel frattempo ha trasferito per avere fatto la perquisizione a Catanzaro, la dottoressa Nuzzi e il dott. Verasani.
Allora, da Roma questa indagine passerà a Perugia, questa è l’indagine: perché c’è dentro De Magistris? Perché è stato De Magistris, con le sue denunce nei confronti dei colleghi di Catanzaro, a innescare quell’indagine che poi ha portato i magistrati di Salerno a fare la perquisizione a Catanzaro. Anche De Magistris è complice dei magistrati di Salerno per essere poi andati a Catanzaro a portar via le carte di Why Not interrompendo il pubblico servizio.
Questo è il reato che gli viene contestato: “Indagato, eppure lo candidano lo stesso”…
Per essere andato a Salerno a difendere il lavoro che lui riteneva buono – poi nessuna sa se era buono o se era cattivo perché non gli hanno fatto concludere le indagini – e segnalato, com’era suo dovere, gli insabbiamenti e gli ostacoli che aveva incontrato presso i colleghi e i superiori di Catanzaro, De Magistris è indagato.
Quante possibilità ci sono che venga processato per delle cose così assurde? Ecco perché noi siamo sempre affezionati alle carte, ai fatti: perché bisogna grattare dietro la parola “indagato” e andare a vedere cosa c’è. Se fosse indagato perché l’han beccato in un’intercettazione mentre parla con un mafioso, basterebbe e avanzerebbe l’iscrizione nel registro degli indagati per rendere inopportuna la sua candidatura; ma visto che è indagato per quello che vi ho detto, probabilmente avere difeso il proprio lavoro non è una cosa – anche se costituisse reato, cosa di cui dubito – sia infamante e incompatibile con una candidatura.
In ogni caso, resta il problema che dicevo prima: ci sono magistrati della procura più importante d’Italia che tengono in galera gente che non ha commesso lo stupro del il quale erano stati arrestati, continua a tenerli in galera anche se sono stati arrestati i presunti colpevoli veri e nello stesso tempo attiva e comunica, anche violando i segreti, indagini nei confronti di persone che sono entrate nel mirino di tutta la politica, come Genchi e De Magistris, che se avessero commesso dei fatti riprovevoli giustamente dovrebbero essere perseguiti, ma come abbiamo visto vengono accusati di reati molto strani, fumosi di cui non si vede dove sia la consistenza mentre si vede dove sta l’interesse nel colpirli con indagini per poi poter dire “sono indagati”.
L’uno per evitare che gli vengano conferiti ancora degli incarichi di consulenza, l’altro per evitare che possa fare la sua campagna elettorale come è suo diritto.
Ultima cosa, e poi mi taccio: avrete notato che sono stati arrestati i “veri” colpevoli, così ci è stato detto, dello stupro della Caffarella, altri due romeni, e sono stati arrestati come? Con metodi tradizionali, quelli di Maigret e del questore Caruso? No, sono stati arrestati grazie a un incrocio complicatissimo di tracce telefoniche, tabulati telefonici, schede che passano da cellulare a cellulare, a partire dalla scheda dei telefoni che sono stati rubati ai due ragazzini durante il famigerato stupro. Schede che poi hanno cambiato vari titolari, vari cellulari… alla fine si è arrivati al mercato nero dove erano stati rivenduti e ricettati e si è riusciti a risalire a chi poi li aveva comprati, venduti e infine si è arrivati a scoprire, si spera, i veri stupratori della Caffarella.
Questo metodo di lavoro, incrociare i dati telefonici, i tabulati e le intercettazioni, vi ricorda qualcuno? Vi ricorda qualcosa? A me ricorda il metodo Genchi. Mi ricorda il famigerato metodo Genchi, che quando viene usato nei confronti dei rumeni va benissimo, applausi a scena aperta; quando viene usato nei confronti dei politici apriti cielo!
Passate parola.”

Pubblicato su Travaglio | Contrassegnato da tag: , , , , , , , | 1 Commento »

Inchiesta della National Public Radio

Pubblicato da nicola su 5 Marzo, 2009

La mia cara amica Susan mi segnala questo interessante articolo, in realtà la trascrizione di un intervento andato in onda sulla RadioRai americana, la National Public Radio.

Non saranno novità, ma fa sempre piacere ricevere queste conferme dall’estero.

Immigrants Forced To Margins Of Italian Society

Listen Now [7 min 46 sec]

The second in a three-part series

A man points to a poster showing a portrait of Karim Yabuku.

A man points to a poster showing a portrait of Karim Yabuku, one of six Ghanaians killed in Castel Volturno. AFP/Getty Images

Jean-Leonard Touadi is the only black member of the Italian parliament.

Jean-Leonard Touadi is the only black member of the Italian parliament. He believes insensitive language has increased Italians’ fear of immigrants.

More In The Series

Most Europeans were thrilled when Barack Obama was elected U.S. president. But when Europeans ask themselves, “Could a member of one of our own minorities be elected head of state?” the honest answer is: “Not any time soon.” NPR’s Sylvia Poggioli explains why in a three-part series reported from Germany, Italy and France.

Jean-Rene Bilongo is a social worker who comes from Cameroon

Jean-Rene Bilongo is a social worker who comes from Cameroon. He says the mafia controls the large pool of cheap immigrant labor.

Lucia Ghebreghiorges, an Italian of Ethiopian origin

Lucia Ghebreghiorges, an Italian of Ethiopian origin, says many Italians still see their former colonial subjects as enemies.

Morning Edition, January 13, 2009 · Once a poor country that sent millions of its citizens abroad to find work, Italy now imports workers. The country has an aging population and low birth rate, and it depends on immigrant labor to maintain its economy and welfare benefits.

But despite the country’s demand for laborers, Italians are extremely reluctant to welcome immigrants.

Italy now has an estimated 4 million to 5 million immigrants — about 7 percent of the population.

Surveys show that among Europeans, Italians are the most suspicious about immigrants. A majority believes immigrants have too many rights and that many of them should be deported, and that immigration has brought only crime. Talk of an immigrant “invasion” is widespread.

Life Among ‘Ghosts’

Castel Volturno is located on the coast 20 miles north of Naples. Once a summer resort, it’s now called Little Africa, home to 6,000 to 8,000 black people who live in rundown condos.

Most immigrants there eke out a living in a gray economy controlled by the Camorra, the local mafia. Last fall, hit men gunned down six Africans — most likely for breaking “the rules.”

“This is Camorra’s land,” says Jean-Rene Bilongo, a social worker who comes from Cameroon.

The workday starts at 5 a.m. for the immigrant laborers, who face long waits for a ride to Naples. Buses are so full that workers often must wait for a second or third bus before reaching their destination, day-labor sites — usually street corners or roundabouts. There, they wait, hoping someone will pick them up for a day job.

Bilongo says the pay is usually 25 to 30 euros ($33 to $40), “depending on whether a sandwich is included or not.”

Most immigrants in the town are illegal, without documents. Bilongo says they’re abandoned.

“We are still considered as ghosts, as something just less than human beings. No one is interested in your condition, your future, your past — no one at all,” he says.

Town Feels ‘Besieged’

Xenophobia is strongest in the north, where most immigrants have regular jobs.

Citadella — the Citadel — is a small town, one of the few with perfectly intact medieval walls, surrounded by a moat.

It’s living up to its name.

Mayor Massimo Bitonci has sharply restricted immigrants’ rights to live there. His ordinance sets a high threshold: a regular work contract, a minimum income of $5,000 per family member, and a required home size that is too expensive for most immigrants.

Bitonci says the town feels besieged.

“We’re very frightened by what we see around us. We write the rules here, we want to safeguard our culture,” he says. “Yes, we’re raising the drawbridge, and we’re on the battlements to defend ourselves from external attacks.”

Political Party Fuels Anti-Immigrant Sentiment

Bitonci’s ordinance has been copied by many other towns governed by the Northern League, an openly anti-immigrant party. One of its posters shows a Native American with the words, “They let immigrants in, and now they’re living on reservations.”

The Northern League is a key part of Italy’s center-right government. It wants to make illegal immigration punishable by up to four years in prison, require doctors to report to police any patients who are in Italy illegally, and create separate classrooms for Italian and immigrant children.

The northern city of Padua boasts a history of glorious guests — Giotto painted there, and Galileo taught mathematics.

But now, nobody wants outsiders. Residents allege out loud that immigrants bring only disease, and a local Northern League politician claims that, with all their different languages, they bring only chaos.

Michael — he wouldn’t give his full name — is a 29-year-old Nigerian. He says that every time he takes a bus, he sits at the back. Italians, he says, look at him as if he were an alien creature.

Suspicions Rooted In Language, History

The language Italians hear from the mass media and politicians is disparaging about “the Other.” One Northern League minister calls Africans “bingo bongos.” Roma people — or gypsies, as they’re sometimes called — are often depicted on television as kidnappers of white children. And Prime Minister Silvio Berlusconi made international headlines after Barack Obama was elected U.S. president by describing him as young and “tanned.”

Jean-Leonard Touadi is the only black member of the Italian parliament. He believes insensitive language has increased Italians’ fear of immigrants. Politicians’ favorite buzzword, he says, is security.

And that, he says, means that migrants are criminals or potentially criminals — and that they lie at the heart of Italians’ insecurity.

Italy’s colonial rule in Africa in the last century has not helped Italians adapt to immigrants. The anthem of the Fascist army in Africa promised a young girl — “a little black face” — the glories of the Fascist empire. But Italy’s colonial period was brief, violent and filled with military defeats.

Lucia Ghebreghiorges, an Italian of Ethiopian origin, says many Italians still see their former colonial subjects as enemies.

“This is why they are unprepared for immigration. We are part of the future of this country, but they still see us as barbarians,” she says.

Warnings Of A ‘Racism Emergency’

Italy’s suspicion toward foreigners is reflected in one of the West’s most restrictive citizenship laws. An immigrant has to live in the country 10 years before applying, and children born in Italy are not guaranteed citizenship when they turn 18, even if they have lived in the country their entire lives.

Italians’ self-image as brava gente — good people — clashes with an increase in acts of racist violence. The European Network Against Racism says Italian police are the second-largest group — after citizens — that commits racist crimes in Italy. And Amnesty International has accused Italian politicians of legitimizing the use of racist language.

Many Italians are worried about what the media calls a “racism emergency.”

Italian President Giorgio Napolitano has even called on the Catholic Church to help Italians overcome racism.

Touadi, the parliamentarian, says Italy must realize it’s no longer a monocultural society. Italians have to work hard — in society, schools and the media — to raise a “new generation” of Italians and to change behavior and language. A cultural transition must come first, and a political transition will follow, he says.

Pubblicato su immigrazione | Contrassegnato da tag: , , , , , | Lascia un commento »

Come si fabbrica l’insicurezza

Pubblicato da prescinseua su 23 Novembre, 2008

SONO passati un anno, dodici mesi appena, ma l’Italia sembra un’altra. Meno impaurita e meno insicura. Infatti, l’inverno è vicino, ma il clima d’opinione registra un disgelo emotivo evidente. Come testimonia il 2° rapporto – curato da Demos e dall’Osservatorio di Pavia per Unipolis sulla rappresentazione della sicurezza – nella percezione sociale e nei media. Pochi dati, al proposito (d’altronde, ieri Repubblica gli ha dedicato molto spazio). 

Nell’ultimo anno, si è ridotta sensibilmente la percezione della minaccia prodotta dalla criminalità a livello nazionale e soprattutto nel contesto locale. E’ calato in modo rilevante anche il timore dei cittadini di cadere vittima di reati. Da un recentissimo sondaggio di Demos (concluso venerdì scorso) emerge, inoltre, che il problema più urgente per il 31% degli italiani (se ne potevano scegliere due) è la criminalità comune.

Un anno fa era il 40%. Mentre il 21% indica l’immigrazione: 5 punti meno di un anno fa. Gli immigrati, peraltro, sono considerati “un pericolo per la sicurezza” dal 36% degli italiani: quasi 15 punti percentuali meno di un anno fa e 8 rispetto allo scorso maggio. Il legame fra criminalità comune, sicurezza e immigrazione che, negli ultimi anni, è apparso inscindibile, agli occhi dei cittadini, oggi sembra essersi allentato. Cosa è successo in quest’ultimo anno, in questi ultimi mesi di così importante, significativo e profondo da aver scongelato il clima d’opinione? L’andamento dei reati, in effetti, rileva un declino che, peraltro, era cominciato a metà del 2007. Tuttavia, nel corso degli ultimi anni, si è sviluppato senza variazioni tali da giustificare mutamenti di umore tanto violenti. 

Invece, l’immigrazione è cresciuta in misura molto rilevante, come segnalano le principali fonti, dal Ministero dell’interno alla Caritas. Gli sbarchi di clandestini sono anch’essi aumentati. Quasi raddoppiati. Non sono i fatti ad aver cambiato le opinioni. Al contrario: le opinioni si sono separate dai fatti. Per effetto di un complesso di fattori. D’altronde, il clima d’opinione riflette una pluralità di motivi, spesso non prevedibili e, comunque, non controllabili. 

In questa fase, in particolare, la crisi economica e finanziaria ha spostato il centro delle paure e delle preoccupazioni dei cittadini. Non solo in Italia: anche negli Usa, prima del collasso delle borse, la campagna delle presidenziali era concentrata sull’immigrazione. Poi tutto è cambiato, con grande beneficio per Obama. Tuttavia, la preoccupazione economica, in Italia, è da tempo molto alta. Destinata a deteriorarsi ancora. 

Nell’ultimo anno, però, non è peggiorata. Era già pessima. Il profilo delle “persone spaventate” presenta alcuni tratti particolari, utili a chiarire l’origine di questo collasso emotivo. Due fra gli altri: guardano la tivù per oltre 4 ore al giorno e sono vicine al centrodestra; nel Nord, alla Lega. 

L’analisi dell’Osservatorio di Pavia sulla programmazione dei tg di prima serata, peraltro, rileva una forte crescita di notizie sulla criminalità comune nell’autunno di un anno fa e un successivo declino – particolarmente rapido dopo maggio. Peraltro, il peso delle notizie “ansiogene” è nettamente più elevato sulle reti Mediaset, ma soprattutto su Studio Aperto e Canale 5. 

Seguiti, per trascinamento, dal Tg 1, il più popolare e autorevole presso il pubblico. Il sondaggio di Demos osserva come l’insicurezza sia molto più alta fra le persone che frequentano prevalentemente le reti e i notiziari Mediaset. Ciò suggerisce che i cicli dell’insicurezza siano favoriti e scoraggiati, in qualche misura, dal circuito fra media e politica. D’altra parte, la sicurezza, l’immigrazione e la criminalità comune sono temi “sensibili” negli orientamenti degli elettori. 

“Spostano” i voti degli incerti. Rendono incerti molti cittadini certi. Peraltro, come abbiamo già visto, il tema della sicurezza non è politicamente “neutrale”. La maggioranza degli elettori (anche a centrosinistra) ritiene la destra più adatta ad affrontare questi problemi – trasformati in emergenze (Indagine Demos, luglio 2007). 

Così, per creare un clima d’opinione favorevole, al centrodestra basta sollevare il tema della sicurezza. Cogliere e rilanciare episodi e argomenti che alimentano l’insicurezza sociale. Farli rimbalzare sui media. Il che avviene senza troppe difficoltà. Non solo perché il suo Cavaliere ha una notevole conoscenza del settore, sul quale esercita un certo grado di influenza. Ma perché la paura è attraente. Fa spettacolo e audience. E perché, inoltre, in campagna elettorale, la tivù costituisce la principale arena di lotta politica, su cui si concentrano l’attenzione dei partiti e la presenza dei leader. 

Così, l’insicurezza cresce insieme ai consensi per il centrodestra. Senza che il centrosinistra riesca a opporre una resistenza adeguata. Frenato da divisioni interne, particolarismi e personalismi che non gli permettono di proporre e imporre un solo tema capace di spostare a proprio favore il consenso. Il lavoro, i prezzi, le tasse, l’etica: nel centrosinistra c’è la gara a distinguersi e a smarcarsi. Tutti contro tutti. 

La recente campagna elettorale di Veltroni, irenica, tutta protesa a marcare la distanza dal passato (Prodi), non ha scalfito l’insicurezza del presente. 
La morsa della sfiducia e dell’insicurezza si è allentata solo dopo le elezioni politiche e le amministrative di Roma. Non a caso. Il risultato, senza equivoci, non lascia scampo alle speranze dell’opposizione: resterà opposizione a lungo. Così, la campagna elettorale, dopo anni e anni, finisce. E il centrodestra si dedica a controllare, in fretta, il clima di insicurezza che aveva contribuito ad alimentare negli anni precedenti. 

Propone e approva provvedimenti ad alto valore simbolico: l’impiego dei militari contro la criminalità, l’aumento di vincoli e controlli all’immigrazione. La liberalizzazione delle polizie e delle milizie locali, padane, private. Gli stessi episodi di razzismo hanno prodotto la condanna “pubblica” dell’intolleranza, con l’effetto di inibirne, in qualche misura, il sentimento. 

In quanto gli stranieri, percepiti perlopiù come “colpevoli” di reati e violenze, ne diventano “vittime”. 
Così gli immigrati continuano a fluire, i clandestini a sbarcare e il numero dei reati non cambia, ma l’attenzione dell’opinione pubblica e dei media nei loro confronti si ridimensiona. La paura declina. Un po’ come avvenne nel periodo fra il 1999 e il 2001. Anche allora criminalità e immigrazione divennero priorità nell’agenda delle emergenze degli italiani. 

Spaventati da aggressioni e rapine a orefici e tabaccai; dall’invasione degli stranieri. Che conquistavano i titoli dei quotidiani e dei tg. Poi, l’inquietudine si chetò. Sopita dall’attacco alle Torri Gemelle e dalla vittoria elettorale di Berlusconi. Capace, come nessun altro, di navigare sulle acque dell’Opinione Pubblica. E di domare le tempeste che la turbano dopo averle evocate. 

Ilvo Diamantihttp://www.repubblica.it/2008/11/sezioni/cronaca/criminalita-demos/mappe-diamanti/mappe-diamanti.html

Pubblicato su Uncategorized | Contrassegnato da tag: , , , , | 8 Commenti »

Brevissima sul razzismo

Pubblicato da nicola su 16 Ottobre, 2008

Ho appena assistito a una mezza edizione di Studio Aperto: stomacato, ho dovuto spegnere il televisore. Ho fatto in tempo ad accorgermi, comunque, di una interessante novità: ogni volta che la giornalista introduce una nuova notizia, uno strano rumore di fondo le copre parzialmente la voce e un titolo elettronico ad effetto appare alle sue spalle.

A introdurre la notizia del sequestro da parte delle forze dell’ordine di un quantitativo di cibo cinese (forse) avariato, il seguente titolo: PERICOLO GIALLO.

Ora, non è per fare i politically correct ad ogni costo, ma un titolo simile è veramente razzista. E’ come se dopo l’arresto di criminali africani scrivessero ALLARME NERO.

Non credo di aver mai visto nemmeno Fox News a fare dei titoli come Yellow Danger o, come più probabilmente tradurrebbero, Chinky Danger. Il passaggio di simile merda in televisione è gravissimo. Forse vi è sempre stata: ricordo che due anni fa a Mai Dire Gol quel cretino del Mago Forrest si truccava da indigeno africano con tanto di volto dipinto di nero, o Aldo, Giovanni e Giacomo che fanno battute in uno dei loro film insistendo sulla parola negro un milione di volte. E’ ora comunque di smetterla con questa condiscendenza e tolleranza verbale, poichè nel clima politico e sociale che stiamo attraversando i rischi legati alla tolleranza di questi fenomeni sono molto gravi.

Concludo segnalandovi un’altra perla, che precede di pochi minuti Studio Aperto. Si chiama Secondo Voi, e la conduce quel maranza di Paolo Del Debbio sotto l’attenta direzione dell’illustre Claudio Brachino. Del Debbio, che nel 2002 scriveva libri dal titolo Global. Perchè la globalizzazione ci fa bene, oggi rompeva i coglioni insistendo che devo andare a comprarmi qualcosa, perchè la finanza da sola è cattiva e solo se sontengo l’economia reale delle imprese italiane verremo fuori dai problemi del mondo.

A corollario di questa sua brillante tesi erano raccolte una quarantina di interviste-lampo di perfetti sconosciuti, tutti belli, ben vestiti e impomatati, raccolte in Piazza della Loggia a Brescia e in Galleria a Milano. Una torma di rincoglioniti, vecchi e giovani, tutti a pontificare sulla crisi finanziaria e a spiegarmi come l’azione congiunta dei “grandi” risolverà i problemi sul lungo peiodo, e quanto si sentano tutelati dalle azioni intraprese dal governo. “Perchè, sa, quando c’era l’allarme per l’aviaria poi non è successo nulla, ma questa volta se ci allarmiamo poi succede qualcosa”. Mah.

Spero che queste interviste rappresentino una accurata selezione politica da parte della redazione, poichè se davvero hanno raccolto solo queste ci meritiamo Berlusconi fino al 2028.

Pubblicato su Uncategorized | Contrassegnato da tag: , | 1 Commento »