Ai Nostri Posti

Ora e sempre Resistenza

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Croci, ateismo e Beethoven

Pubblicato da sandro su 4 Novembre, 2009

Vi dirò una cosa: quando, l’altro giorno, ho sentito del pronunciamento della Corte europea dei diritti dell’uomo con cui veniva accolta la richiesta di una famiglia di Abano Terme circa la rimozione del crocefisso dall’aula scolastica frequentata dal figlio, a me è subito venuta in mente la Missa solemnis in re maggiore di Ludwig van Beethoven. Se avrete pazienza, spiegherò le tortuose ragioni che mi hanno portato a quel pensiero.

Innanzitutto, da materialista recidivo quale sono, permettetemi di puntualizzare un concetto: l’esposizione, l’esibizione del crocefisso non solo nelle aule scolastiche ma, più in generale, in tutte le strutture pubbliche è, oltre che una violenza culturale nei confronti di coloro i quali non credono o credono diversamente, soprattutto un segno di sottomissione ad un’entità intangibile e indimostrabile che ha per conseguenza l’accettazione del corollario di norme etico-morali statuite dal potere clericale. Tale accettazione, per giunta, è pedissequa, non sottoposta al vaglio di alcun accertamento di volontà, subliminale. E subliminale, occulta è la pressione che da quel simbolo promana. Il dovere di uno stato laico è pertanto quello di rimuovere ogni emblema che possa costituirsi come valore superiore, trascendente l’autorità dello stato stesso. Si tratta di un’elementare norma di buon senso, che non prefigura in nessun modo l’iconoclastia o l’autoritarismo: semplicemente, è un atto che pone ciascun individuo su un piano di assoluta parità. Non so voi, ma a me disturberebbe venir giudicato da un tribunale dove campeggiasse un crocefisso o una mezzaluna o una stella di Davide.

Questo mi porta a considerare l’invalsa affermazione che vorrebbe nelle presunte radici giudaico-cristiane della nostra storia la giustificazione dello status quo. E’ una falsificazione bella e buona della realtà. Prima del 303 d.C., anno che vide l’imperatore Costantino convertirsi alla religione della croce, in Italia mi pare ci fossero già da un po’ di tempo una cultura, una società e una religione assai diverse. Lo stesso dicasi per il resto del mondo, non solo d’Europa. Alla base del nostro diritto, per dire, c’è la codificazione romana, non la teodicea. La matematica e la filosofia si sono sviluppate nel mondo arabo e in quello greco. Dopo il 303 d.C. la religione della croce ha influenzato indubbiamente l’arte e la conoscenza, spesso però – o quasi sempre – violentandole se queste non andavano a suo vantaggio. E’ appena il caso di ricordare Giordano Bruno e Galileo Galilei. Per non tacere sulle persecuzioni ai vari eretici o presunti tali, che pure dovettero in seguito essere riabilitati. Poi venne l’illuminismo, venne il razionalismo, venne il positivismo, le scoperte mediche e la teoria dell’evoluzione, la fisica, le scienze naturali: tutto ciò non fa parte del patrimonio comune? Gli stati moderni si reggono sulla separazione dei poteri e le libertà individuali – ciò che la religione condanna perché massima aberrazione concepita dall’uomo che non si soggioga al potere spirituale. La storia dell’umanità è storia di lotte per l’emancipazione dalla schiavitù, e non si arresta, guai se si arrestasse. Non capirei altrimenti lo scalpore e la partecipazione per l’eroismo di quello studente che ha messo in discussione l’infallibilità della guida suprema iraniana: quando succede lì va bene, quando succede qui è veteromarxismo? Peccato che di quel ragazzo ora non si sappia più nulla, pare l’abbiano fatto sparire. In nome di dio.

Ma torniamo al crocefisso e a Beethoven. Beethoven nutriva un profondo sentimento religioso, benché non andasse in chiesa o seguisse la vita liturgica. Aveva anzi in astio gli esponenti del clero, così come l’aristocrazia. Questo tuttavia non gli impediva di frequentare i duchi e i conti suoi patroni, né Rodolfo d’Austria in seguito creato cardinale. Leggendo le cronache dei suoi contemporanei, Beethoven viene descritto alternatamente come un fervido credente e un sospetto ateo. La ragione di quest’ambivalenza si spiega con la concezione che egli aveva della natura, nella quale ravvisava l’esistenza di un armonioso creatore, e con le tappe dolorose della sua biografia. E’ stato forse il più geniale musicista e nel contempo il più sofferente degli artisti, a causa della povertà, della sordità e dell’idealismo intransigente di cui era impregnato. Aveva però un temperamento eccezionale, era animato da una volontà incrollabile, e sentiva di essere venuto al mondo per comporre la sua musica meravigliosa, per consentire agli uomini ascoltandola – l’ha detto lui stesso – di liberarsi delle catene in cui si trascinano. A questo punto dovreste avere una discreta esperienza con la musica beethoveniana, per capire quel che intendo. Se così non è, oltre all’esortazione a provvedere all’incresciosa lacuna, accluderò in calce all’articolo un filmato significativo.

Cos’era dio per Beethoven? Un mistero, certo, e altrettanto certamente un dato di fatto. Ma il dio che adorava non era quello che tutti comunemente pregavano, era un dio col quale pretendeva entrare in contatto egli stesso in prima persona, attraverso la musica, l’amore per la natura, la fiducia nei valori più cari all’umanità: amore, libertà, fratellanza, giustizia. Sarà per questo motivo che non ha composto molta musica sacra, preferendo dedicarsi a generi più espressivi. Se però avete ascoltato la Sinfonia n. 6 in fa maggiore o gli ultimi Quartetti per archi, vi sarete resi conto che il tema della ricerca del divino è costante nella sua opera, e che spesso assume un carattere consolatorio, deve lenire gli affanni terreni. Senza dimenticare, ovviamente, la Sinfonia n. 9 in re minore, quella dell’inno alla gioia per intenderci, dove fa ripetere al coro: «Ci dev’essere un padre benevolo sopra la volta stellata». Insomma, dio per Beethoven era a un tempo un caposaldo e un’incognita, e nonostante tutto non gli impedì di vivere seguendo soltanto la sua fiera volontà.

Che c’entra dunque la Missa solemnis? C’entra col fatto che io stesso, pur conservando l’incredulità, posso bearmi della grazia di questa musica solenne e religiosissima, fino alla commozione.

Composta poco prima della celebre Nona, è il lavoro più imponente di Beethoven, una sorta di spartiacque. Dura oltre un’ora, richiede un’orchestra e un coro folti, ed è scandita da cinque momenti come prevede la liturgia canonica. Per comporla, il sommo Ludwig studiò le messe delle epoche precedenti e ne fuse i modelli così da ottenere un unicum che contemplasse le tradizioni gregoriane, barocche, classiche, ecc. Pensate che cosa può fare la mente umana quando è sorretta da convinzioni profonde, dato che il povero Beethoven era sordo da ormai molti anni, in età e disilluso riguardo al futuro. E’ curioso che sebbene l’opera sia chiaramente di carattere religioso non venga mai eseguita come tale: in primo luogo a causa della lunghezza, in secondo luogo perché la magniloquenza dell’insieme ispira davvero emozioni che vanno al di là dell’aspetto confessionale.

Io l’ascolto con una certa regolarità e sempre sbalordisco. Qui sotto metto a vostra disposizione il primo movimento, nominato Kyrie eleison, ossia signore pietà. E’ bellissimo, credetemi, li vale tutti i dieci minuti che spenderete per ascoltarlo. Questa oltretutto è una buona registrazione: l’orchestra di Amsterdam diretta dal grande Leonard Bernstein.

In conclusione, tutta questa fiera di chiacchiere per dire una cosa banale: è stupido litigare per colpa della religione, è stupido imporre agli altri le proprie convinzioni. Si può andare a scuola o in municipio anche se i muri sono bianchi. Si può ascoltare una messa solenne anche se non si crede in dio. L’importante è la bellezza. L’importante è l’umanità.

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Neutralità degli spazi pubblici e doveri della politica

Pubblicato da prescinseua su 4 Novembre, 2009

Tra neutralità religiosa
e riconoscimento reciproco

di Chiara Moroni

La questione della convivenza di culture e credo religiosi entro stessi confini nazionali è una questione complessa e di difficilissima soluzione. Questo perché coinvolge i diritti e le libertà di ogni singolo e di ogni comunità, mette in campo la necessità di trovare punti universali sui quali innescare il dialogo e il riconoscimento, che sono cosa diversa dalla tolleranza e dall’assimilazione e che implicano volontà positiva e reciprocità.

Il punto di equilibrio tra difesa della propria identità e riconoscimento delle identità altrui è difficile da rintracciare e da mantenere. Difendere la propria identità, personale e collettiva, è un bisogno primario dell’essere umano perché richiama il bisogno di autodifesa e di mantenimento delle proprie caratteristiche, bisogno oggi amplificato dal diffuso senso d’incertezza e destabilizzazione che caratterizza le società contemporanee complesse. Ma è altrettanto intrinseco della natura umana cercare di riaffermare la propria identità culturale e religiosa in un ambiente estraneo e “diverso”, proprio per contrastare l’annullamento e un possibile irreversibile processo di assimilazione passiva.

La sentenza della Corte di Strasburgo pone delle domande ad una società che vuole considerarsi attenta ai fenomeni contemporanei e ad uno Stato che vorrebbe mostrarsi accogliente, seppur secondo le necessarie regole e rigidità. Per quanto riguarda il merito della sentenza forse sarebbe più opportuno riflettere prima di invocare una tradizione in nome della quale nulla è modificabile.

La società contemporanea, attraversata da cambiamenti sostanziali e simbolici continui e a volte radicali, non può permettersi, pena l’invivibilità a breve termine e l’annullamento a lungo termine, di non tentare di creare le condizioni più favorevoli possibili affinché questi cambiamenti inevitabili non cozzino con l’immobilità culturale. Come scrive Ulf Hannerz (La complessità culturale, il Mulino, Bologna) nelle società contemporanee complesse la cultura non è e non può essere qualcosa di omogeneo e immutabile, essa è costituita da un flusso eterogeneo di elementi e fonti, che trae forza dai singoli individui e dal loro incontrasi e muta a seconda del contributo che gli individui, come singoli e come comunità, danno al suo fluire. Quel che conta, continua Hannerz, è la prospettiva con la quale ognuno guarda alla realtà, e la forza della convivenza interculturale non è tanto assumere la prospettiva degli altri, cosa umanamente di difficile realizzazione, ma accettare che esistano tante prospettive quante sono gli individui che singolarmente osservano la realtà da una posizione unica e peculiare.

Il crocefisso è innanzitutto un simbolo religioso che, dato il legame originario della nostra identità nazionale con la chiesa cattolica, è anche uno dei simboli della nostra tradizione culturale. È però eminentemente un simbolo religioso e come tale va valutato e trattato in una società che, per quante resistenze si possano fare, entra costantemente in contatto, in modo più o meno accogliente, con molte alterità culturali e religiose.
Per quanto sia difficile l’incontro e ancor più la convivenza tra culture diverse nella vita quotidiana come nella percezione ideale, è lo Stato che per primo dovrebbe tentare di creare gli spazi e i tempi nei quali questo incontro si possa verificare nel miglior modo possibile. È da questo principio che dovrebbe derivare la neutralità dello Stato in fatto di credo religioso. Non tanto per una questione tutta teorica sulla laicità dello Stato, quanto per una finalità tutta pratica di convivenza quotidiana tra credo e culture religiose diverse.

Siamo davvero certi che eliminare esplicite espressioni di ogni religione nei luoghi pubblici e quindi comuni, leda in modo irreversibile e irreparabile la nostra identità nazionale? Siamo sicuri che il nostro essere italiani necessiti di riconoscimenti espliciti e concreti alle nostre tradizioni culturali? Siamo certi che, al contrario, incontrarsi in luoghi neutri non potrebbe significare compiere un passo avanti verso il dialogo e il riconoscimento reciproco?

Le tradizioni culturali e religiose sono iscritte nel nostro dna di cittadini italiani, per far vivere e rispettare tali legami identitari vi sono gli spazi privati e i luoghi di culto, eliminarne l’espressione permanente dai luoghi pubblici non significa necessariamente svilire l’italianità e le sue origini toriche e culturali. Rendere i luoghi pubblici privi di riferimenti simbolici carichi di valore spirituale non significherebbe abdicare alla colonizzazione culturale, significherebbe assumere uno sguardo meno etnocentrico, seppur non relativistico, nei confronti di chi crede e difende le proprie alterità culturali e religiose.

La sentenza della Corte europea, quindi, non è accettabile non tanto nel merito quanto, piuttosto, sia per il fatto che interviene in un campo – i rapporti tra Stato e Chiesa – definito da annose controversie, sia perché proviene da una istituzione percepita dai cittadini degli Stati nazionali come estranea e distante.
Se la convivenza pacifica tra diversità è il fine auspicabile di una società contemporanea positivamente rivolta ai processi futuri irreversibili, allora il primo passo è creare luoghi nei quali le alterità possano incontrarsi. E perché vi siano le condizioni per realizzare rispetto e riconoscimento reciproco, e non tolleranza del più forte e senso di subordinazione del più debole, è necessario mettere in campo ogni risorsa anche simbolica che richiami alla parità di posizione e alla congruenza di obiettivi. La neutralità dei luoghi pubblici costituisce una delle possibili risorse simboliche a partire dalle quali chiedere e forse ottenere rispetto e riconoscimento reciproco alle culture e ai credo religiosi reciprocamente diversi.

3 novembre 2009

fonte: http://www.ffwebmagazine.it/ffw/page.asp?VisImg=S&Art=2680&Cat=1&I=../immagini/Foto%20L-N/laicite_int.gif&IdTipo=0&TitoloBlocco=L’Analisi&Codi_Cate_Arti=38

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Contro la religione a scuola

Pubblicato da sandro su 20 Ottobre, 2009

Cosa c’è di sensato nella proposta di istituire l’ora di religione islamica nelle scuole italiane? Niente. Quando l’ho sentito dire, l’altro giorno, stavo facendo colazione, era sabato mattina, e il cucchiaino del caffelatte m’è caduto nella scodella, come succede nei film. Possibile che si debba sempre gareggiare a chi è più imbecille? Apprendere poi che la folgorante trovata appartiene ai poco arieggiati encefali di Fini e D’Alema, non mi ha sorpreso; mi ha semmai confermato quanto quelle due cariatidi stiano disperatamente smaniando per accreditarsi come innovatori della politica de noantri e fautori di un preoccupante sincretismo Pd-Pdl. Fini non è nuovo alle tanto osannate dai media «aperture», dovendo purgarsi da anni (per me incancellabili) in cui sosteneva che Mussolini è stato il più grande statista del Novecento. D’Alema, dopo appena un trentennio di resistibile presenza parlamentare, non è invece nuovo alle «convergenze» con le «aperture»; ma lui, sapete, è intelligente, vede più lontano di noi comuni mortali. Sarò lapidario, tranchant: idiozie, sono soltanto idiozie.

Io sono ateo e materialista, per cui vedo nella religione non solo una falsa e deformante dottrina ontologica, ma anche un pericoloso fomite di dogmi e principi etici che, in modo inevitabile, conducono al regresso, all’ineguaglianza e al bigottismo conformista. Non esiste religione in grado di mantenere le promesse di libertà e felicità codificate nei cosiddetti testi sacri o propalate dai sedicenti rappresentanti della divinità in terra. Dovunque nel mondo si possono riscontrare i soli, ovvi, conseguenti effetti che l’applicazione delle teorie religiose ha comportato nelle società. Laddove il passaggio dei lasciti illuministici non ha potuto esercitare la propria influenza nei sistemi di governo, il potere assoluto dei religiosi ha fatto strame della pluralità. Laddove i confini fra ciò che pertiene allo stato e ciò che pertiene al tempio non sono nettamente, insormontabilmente marcati, le blandizie della superstizione fanno proseliti presso le istituzioni e condizionano in maniera pesante, iniqua e inaccettabile l’esercizio della democrazia. La religione infatti – qualunque religione – aborrisce la democrazia.

Uno stato laico deve garantire la libertà di culto. Nello stesso tempo deve provvedere affinché le tendenze egemoniche del teismo non attecchiscano, guastandole, sulle fondamenta dello stato stesso. Questo può avvenire se la religione viene vissuta e praticata intimamente, in ambiti e strutture a quello scopo destinati. Per il resto la vita pubblica dev’essere del tutto neutra, impermeabile alle rivendicazioni delle chiese. Nessuna violenza – né personale né psicologica – dev’essere consentita al credente o inflitta al credente. Nello stato laico ciascuno è libero d’essere quel che sente d’essere, senza limitazioni. Il bene supremo della libertà di pensiero, d’espressione, di vita e di morte non può mai venir messo in discussione, perché a quel punto l’uomo cessa d’essere tale e diventa ostaggio dell’arbitrio altrui. La legge, sintesi delle anime razionali degli abitanti dello stato, è l’estremo, accettabile limite, in quanto scaturito da una condizione di libertà per mantenere, estendere, migliorare la libertà. I limiti d’ordine irrazionale contraddicono i termini medesimi dell’azione normativa e pertanto non sono accettabili.

Quanto detto finora è purtroppo una chimera. Paesi come il nostro sono l’esempio lampante e deleterio del danno arrecato dalle infiltrazioni religiose all’impianto statale. Se a tutt’oggi in Italia non esistono leggi sul testamento biologico, l’eutanasia, la fecondazione medicalmente assistita, le coppie di fatto, ecc. – tutte cose normali in paesi modernamente secolarizzati – la colpa è da attribuirsi alle macchinazioni politico-teologiche della religione cattolica. Perdere il controllo sulle volontà di coloro che tale confessione ritiene i propri sudditi, equivale a snaturare la sua stessa esistenza e – quel che più conta – rinunciare ai privilegi economici e politici connessi al costante esercizio della pressione sulle istituzioni. La via da percorrere non è dunque quella che conduce al tempio, bensì quella che se ne allontana.

L’uomo non nasce religioso, la religiosità è un sentimento a lui totalmente estraneo, se non gli venisse inculcato da bambino probabilmente da grande non se ne curerebbe affatto, e la sua vita – la qualità della sua vita – non ne risentirebbe in nulla. Anzi, a patto che cresca assorbendo nozioni di filosofia e letteratura, vivrebbe meglio, più libero, più forte. Ecco perché il clero di qualsivoglia religione si preoccupa tanto affinché sin da piccoli i figli degli uomini s’accostino all’indottrinamento. Per ghermirli e asservirli. Il mascheramento prediletto è il pretesto degli imprescindibili connotati di cultura tradizionale che l’apprendimento della religione apporterebbe. Ma non esiste una sola prova, non esiste un solo riscontro reale che quanto affermato dalle discipline religiose sia vero. L’afflato religioso è mosso unicamente dalla terribile, per l’uomo, certezza della morte e dall’angoscia che ne discende. L’incrollabile superbia dell’essere umano, che innalza sé stesso a modello di perfezione, inventa un’entità superiore e indeterminata sulla quale proietta i pregi e gli attribuiti migliori, creandosi l’illusione di poter un giorno partecipare all’identica compiutezza. L’uomo venera l’uomo.

Penso che insegnare la religione nelle scuole sia un errore madornale. Parificare il pensiero scientifico-speculativo a quello magico-religioso è una forzatura pedagogica intollerabile. Preferibile sarebbe l’insegnamento della storia delle religioni, un approccio critico, dialettico alle tradizioni mistiche. L’operazione che si tenta di porre in atto col pretesto della diversità culturale è invece il contrario della sensatezza. I ragazzi e le ragazze del XXI secolo dovrebbero imparare a convivere al di là delle rispettive credenze. Sono in tutto e per tutto concorde con Michel Onfray, quando esecra l’accezione contemporanea del termine: relativismo. In conclusione, più Darwin e Feuerbach, meno Dio, Allah e Yahweh.

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Il senso della Binetti per la laicità

Pubblicato da sandro su 15 Ottobre, 2009

Il problema è questo. Adesso tutti vorrebbero che Paola Binetti, dopo l’ennesimo sfregio alla laicità commesso sotto le insegne del Pd, e addirittura in suo nome, si dimettesse dal partito levando lei le castagne dal fuoco al leader di turno. Ma se questo non accade il caso Binetti diventa una sorta di drammatico gioco di ruolo che scatena uno strano cortocircuito nelle primarie.

Pensateci anche solo per un attimo: Franceschini dovrebbe assumersi la responsabilità di cacciarla, ma se lo fa davvero, fornisce a uno dei suoi principali alleati, Francesco Rutelli, il casus belli che aspetta da mesi per mettere in pratica la sua sospirata scissione. E’ difficile che il segretario possa permetterlo, ed ecco perché Franceschini spara sulla Binetti sperando che si arrabbi. Il problema così si riversa su Bersani. Certo, se l’ex ministro prendesse una posizione chiara su questo, recupererebbe voti a sinistra, e potrebbe vincere più facilmente le primarie. Ma se lo facesse si esporrebbe anche a quello che considera il suo tallone d’Achille: quello di essere considerato un comunista travestito pronto ad operazioni di purga, e alla cancellazione delle identità di minoranza. Se a cacciare la Binetti è Bersani, diventa un mangiapreti. Se i primi due leader ragionano così, il corollario inevitabile è che alle primarie la candidatura Marino diventi un bene-rifugio. L’unico custode della laicità è lui – finirebbero per pensare molti iscritti – dunque lo voto. Un bel dilemma, in cui l’unico modo per fuggire alla prigionia dei ruoli è un atto di coraggio dei primi due leader del Pd. Riusciranno a trovare la forza?

Adesso, però, vorrei provare a ragionare su Paola Binetti e sui paradossi che la sua figura apre.

Anche lei di coraggio ne ha. Da anni viene percepita come un corpo estraneo, da anni, con una determinazione che rasenta la vocazione dei martiri, continua imperterrita la sua battaglia anti-illuminista a tutto campo. Al Senato – durante la crisi di Prodi – più di una volta aveva votato contro il governo sempre rischiando di essere determinante. Veltroni e Franceschini si erano illusi di depotenziarla spostandola alla Camera senza capire che, ovviamente, il problema era politico. Le Binetti e le Dorina Bianchi non pesano per il loro seguito, ma per il loro valore simbolico ed evocativo. Entrano nel problema identitario del Pd e, anche senza parole, sostanzialmente dicono ai suoi leader: voi siete un partito che si regge su di un compromesso fragile, e su una amalgama mal riuscita. Io, noi, vi legittimiamo. Mettendo dentro il vostro Dna il suo contrario, voi conquistate un passaporto di legittimità che non siete riusciti ad ottenere altrimenti. Pochi ricordano come fu affondata la legge sulle unioni civili stesa con molta fatica dalla Pollastrini e dalla Bindi. Con un semplice sms spedito dalla Binetti (che stava al Senato) ad Anna Serafini, che era capogruppo in commissione. Il senso era molto chiaro: se questa legge passa, noi ce ne andiamo. Lo stesso paradosso che pesa oggi sulle spalle di Bersani, finì per gravare su quelle di Fassino. Sta nascendo il Pd, posso permettermi di espellere una cattolica? No. E così tutti i progressisti dovettero pagare dazio all’integralismo guerrigliero della Binetti.

In quei giorni invitai per la prima volta la Binetti a Tetris, nel mio programma, e in quella puntata accaddero cose incredibili. Era la sua prima apparizione televisiva, perché i grandi media non si curavano di lei. Noi avevamo affidato a Mike Bongiorno il consueto quiz per i politici. E Mike – l’ho ricordato su questi sito tempo fa – chiese alla Binetti: “L’omosessualità è: A) Una normale caratteristica di una persona B) Una malattia?”. Ricordo ancora oggi il primo piano terreo della Binetti, su cui si stampò un’espressione di sofferenza vera. Cercò di fermarsi, di dire parole caute, ma quello che aveva dentro le uscì fuori. Disse quello che pensava allora e che pensa ancora oggi: che era “Una malattia”. Nella stessa puntata, dopo il quiz, portai in studio un cilicio. Solo questo gesto aveva in qualche modo turbato la nostra piccola redazione. Avevamo scoperto che il cilicio non si vende, e ne avevamo trovato uno in modo semi-clandestino, su internet. Prima di andare in onda questo oggetto era passato fra di noi di mano in mano, suscitando stupore, perché tutti avevano ceduto alla tentazione di calzarlo, ritrovandosi i suoi rostri nella carne. Non la capisci, la ferocia autoflagellatoria del cilicio finché non ti incide la pelle. Chiesi alla Binetti se veramente lo portasse con regolarità. Lei mi rispose: “Ma certo!”. Allora portai quell’incredibile strumento in studio. Mi venne istintivo metterlo in mano a Chiara Moroni, socialista laica del Pdl, anche lei ospite. Ancora oggi, rivendendo quelle immagini, si può notare l’espressione esterrefatta di Chiara. Ma chi ci stupì, ancora una volta, fu la Binetti, che assunse un tono materno e persuasivo verso la collega: “Cara, non ti deve spaventare. Il cilicio ci ricorda il dolore della donna che partorisce… Ci ricorda la sofferenza degli occhi dopo una giornata passata a lavorare al computer. Ci ricorda il dolore della vita che troppo spesso dimentichiamo”. Siccome la televisione ha sempre dei momenti di verità, il dialogo che seguì fu quasi simbolico. Chiara quasi esplose: “Ma il dolore della vita noi non lo vogliamo, lo subiamo nostro malgrado! E il dolore di un parto è accettabile solo perché produce la vita, non perché sia un valore in sè!”. Senza volerlo, avevamo messo a fuoco la differenza fra l’ideologia della penitenza e quella della laicità.

Franco Grillini, che si era scontrato durissimamente con la Binetti dopo la risposta sull’omosessualità (“Se dici questo sei fuori dall’ordine dei medici!”) scelse la via del sarcasmo: “Io sul cilicio difendo la Binetti: ho sempre pensato che tutti hanno diritto alle proprie passioni sadomasochistiche”. Lei si arrabbiò davvero, e iniziò ad urlare. Nessuno, vedendo quella scena, avrebbe potuto pensare che entrambi facessero parte dello stesso partito. La Repubblica, il giorno dopo, aprì un’intera pagina sul caso, e Rutelli bacchettò la Binetti: “Non doveva andare in un programma così”. Non perché non condividesse le sue idee, dunque, ma perché considerava poco prudente averle espresse.

Incontrai la Binetti due giorni dopo, al Senato. Ero convinto che mi volesse sbranare. Invece era sinceramente dispiaciuta: “Non dovevo accettare di parlare del cilicio, ma è stata colpa mia”. L’avevo intervistata più volte, quanto basta per capire che lei non inseguiva tornaconti, non ha ambizioni personali. Piuttosto si sente come una guerriera crociata, che deve difendere la croce e Cristo in questa battaglia di testimonianza in Parlamento, esattamente come un soldato del medioevo si doveva immolare per il santo sepolcro. Dopo la valanga di polemiche che le precipitarono addosso per aver definito l’omosessualità una malattia inventò una sua forma di espiazione privata, credo sincerissima. Andò ad accudire la collega Paola Concia, che all’epoca conosceva appena, in un delicato intervento per un tumore. Non era una furbata, come ha volgarmente ipotizzato qualcuno: era l’unico contrappasso umano che potesse aggirare il suo problema ideologico anti-gay, il suo dogma identitario. Era la via del samaritano, imboccata per controbilanciare la ferocia della guerriera crociata. Ieri, l’inconciliabilità di questa soluzione si è risolta teatralmente con il voto della Binetti speso per affondare la legge della Concia. La pietas umana non poteva distogliere il guerriero di Cristo dalla sua missione. Ed è questo il vero motivo per cui la Binetti deve essere laicamente espulsa dal Pd: lei non se ne andrebbe mai, perché affermare la sua fede tra gli infedeli è ai suoi occhi un elemento di merito: essere dileggiata, attaccata, odiata, è parte della sua missione di testimonianza, solo un altro modo di indossare un cilicio.

Detto questo, devo aggiungere che ho molta più stima per la Binetti e della sua tetragona coerenza che per gli arrampicatori di muri che nel Pd, per mille motivi di utilità contingente, hanno finito per strumentalizzarla, e farsi strumentalizzare da lei. Più stima di lei, che per il convertito Rutelli che srotolava la nasiera pontificia dal bancone di Montecitorio per protesta contro il Vaticano, e che adesso bacia gli anelli dei prelati. In fondo lei ci consegna un paradosso mirabile e corrosivo, nel degrado della seconda repubblica. Paola Binetti non è il tipo di politico disposto a compromessi e mediazioni sui suoi valori. Per questo è una figura che tutti vorrebbero avere in una coalizione. Possibilmente l’altra.

Luca Telese

Il Fatto Quotidiano

14 ottobre 2009

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La debolezza della cultura laica

Pubblicato da prescinseua su 13 Agosto, 2009

La religione conta o non conta nel processo formativo scolastico? Su questo tema nelle scorse ore sono state fatte affermazioni incompatibili.

«Sul piano giuridico, un insegnamento di carattere etico e religioso, strettamente attinente alla fede individuale, non può essere oggetto di valutazione sul piano del profitto scolastico». In parole povere, l’ora di religione non deve entrare nella valutazione scolastica complessiva. Questa è la sentenza del Tar del Lazio, in sintonia con il principio della laicità dello Stato.

Diametralmente opposta è la tesi del vescovo Pennisi, Commissario della Cei per la scuola: «La religione è una materia come le altre. La sentenza del Tar è vergognosa e gravissima perché nega crediti scolastici all’ora di religione, malgrado il suo processo formativo entri nella didattica».

Come è possibile che si sia arrivati a questo contrasto? Questo dilemma mette a nudo una questione di fondo sempre elusa.

Gli italiani non sanno a chi affidare l’etica pubblica, di cui l’educazione e formazione scolastica è parte essenziale e fondante. La religione cattolica (intesa nella sua versione ecclesiastica stretta) diventa così in Italia la grande supplente dell’etica pubblica, di cui l’ora di religione cattolica è una componente decisiva.

Naturalmente la Chiesa con questo suo ruolo supplente non può sovrapporsi apertamente alla natura laica dello Stato, che anzi si premura sempre di riaffermare. Ma di fatto aggira questa difficoltà, quando pretende di definire essa stessa che cosa sia la «vera e sana laicità» – dentro e fuori la scuola. Per questo conta su una classe politica insicura e ricattabile. Dichiara di gestire quella che ritiene una tradizione italiana («la religione degli italiani»). Non a caso in queste ore una voce di protesta cattolica ha definito quella del Tar una «sentenza ideologica che cerca di distruggere le tradizioni italiane e il sentire della gente».

Siamo di nuovo alla vigilia di un’ennesima battaglia che finirà in politica. In effetti, con maliziosa correttezza il Presidente della Commissione Episcopale per l’Educazione Cattolica ha commentato: «La Chiesa non farà ricorso contro la sentenza. Il problema è del ministero della Pubblica istruzione». Appunto.

Ma quello su cui vorrei attirare l’attenzione ora non è la strategia della Chiesa e dei cattolici militanti, che con il loro apparato mediatico condurranno in porto la loro battaglia con la consueta spregiudicatezza. Mi pongo invece due altre domande: 1) perché tantissime famiglie italiane invitano o consentono ai loro figli di frequentare l’ora di religione, senza essere particolarmente credenti, praticanti o devote? 2) Perché la cultura laica non è riuscita a porre seriamente in discussione la tradizionale ora di religione, nei suoi contenuti e nelle sue competenze (non dimentichiamo che l’unica autorità che decide della competenza professionale dell’insegnante è il Vescovo…)? I due problemi – passività delle famiglie e debolezza della cultura laica – sono strettamente connessi.

Perché non si è mai riusciti a proporre in alternativa all’ora di religione confessionale non dico un’ora di educazione civica o di etica – come avviene in alcuni paesi europei – ma semplicemente lo studio del fenomeno religioso o delle religioni in grande prospettiva storica comparata? Dove, se non a scuola, si impara la lunga dialettica storica del contrasto tra le religioni storiche e il loro attuale «dialogo»? Perché mai dovrebbe essere competente soltanto chi è autorizzato dal vescovo, che ne è paradossalmente parte in causa?

La laicità non è nemica della religione, tanto meno di quella cattolica, ma deve rinunciare ad una ampia visione storico-critica, anche se rispettosa delle singole credenze. Faccio un esempio. Un paio d’anni fa Ratzinger nella sua lezione di Ratisbona parlò della «ellenizzazione del cristianesimo» come fondamento della «razionalità della fede» che consente di combattere tutt’oggi efficacemente lo scientismo e il relativismo tipici dell’Occidente secolare. Detta così, quella della «ellenizzazione del cristianesimo» sembra (e sembrò a molti cattolici) una questione storico-dogmatica remota, mentre non lo è affatto. Ed è una tesi altamente controversa e a suo modo attuale con questo Papa. Ma in quante ore di religione nei licei – dove si studiano Platone, Kant e Darwin – se ne è parlato? Quali competenze hanno gli insegnanti su questo tema ? Se è sempre il solo vescovo a decidere? Ha senso che ciò accada in uno Stato laico? Questo è il vero problema, non il voto negli scrutini!

Gian Enrico Rusconi

fonte: http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=6277&ID_sezione=&sezione=#

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Qui sento puzza di manovra contro la 194

Pubblicato da prescinseua su 10 Agosto, 2009

Nell’insieme, è pazzesco. La pillola Ru486 è stata inventata in Francia (dove è in uso da quasi 22 anni) e nel frattempo è entrata in uso in tutta l’Unione Europea (tranne in Polonia e Lituania, nostre evidenti nazioni di riferimento) e da una decina d’anni è in uso anche negli Stati Uniti. Il farmaco è stato oggetto di infinite sperimentazioni, tanto che anche l’Organizzazione mondiale della sanità, nel 2003, ne ha stabilito alcune linee guida. Dati e statistiche dicono questo: a dispetto di quanti temevano che il farmaco potesse comportare una sottovalutazione dell’aborto, e incrementarne perciò massicciamente il ricorso, gli aborti non sono aumentati e la pillola è stata adottata da una minoranza; l’unico dato significativo riguarda una tendenza a ricorrere all’interruzione di gravidanza in una fase gestazionale più precoce, con minori rischi di complicanze: l’Ru486 infatti può essere presa nelle prime settimane di gravidanza, mentre l’aborto per aspirazione è possibile solo dalla sesta settimana.

Poi c’è l’Italia, che per qualche ragione deve fare sempre storia a parte. Nel 2002, già in ritardo su tutti, una prima sperimentazione fu bloccata dal ministro della Salute Girolamo Sirchia. Nel 2005 una seconda sperimentazione a Torino sfociò in un’ispezione dal ministro Francesco Storace. Poi, siccome siamo capaci di bipolarizzare ogni cosa, la sperimentazione partì autonomamente ma solo in alcune regioni governate dal centrosinistra. E poi, perché quella non manca mai, la magistratura avviò indagini a Torino e a Milano per presunta violazione della Legge 194: ne seguì la sospensione della sperimentazione nel primo caso e un’archiviazione nel secondo. Sempre nel 2005 partì la prevedibile e legittima offensiva del Vaticano: il Papa disse che «la Ru486 nasconde la gravità dell’aborto» e il cardinale Ruini spiegò che «tende a non far percepire la natura reale dell’aborto». Il che fu recepito e trasformato nell’unico obiettivo che importa ai neo avversatori della pillola, distribuiti in maggioranza nel centrodestra: ossia che l’aborto resti una pratica il più possibile pubblica, ospedaliera e traumatica culturalmente e fisicamente. Nel giugno 2007, poi, l’uso della pillola veniva approvato e regolato pur tardivamente anche dall’Emea – l’agenzia europea per i medicinali -, il che non spingeva il governo italiano a registrare e utilizzare finalmente il farmaco ma, nel novembre 2007, a bloccare ulteriormente la procedura a cura del ministro Livia Turco: la quale richiese un parere del Consiglio superiore di sanità al fine di riscontrare il «pieno rispetto della legge 194». Ma non bastava ancora. Si procedeva infine ad autorizzare un’ulteriore sperimentazione a cura dell’Aifa, l’agenzia italiana del farmaco, che è l’organismo che ha tutti i requisiti tecnico-scientifici per valutare sicurezza e idoneità appunto dei medicinali. Il 30 luglio scorso, dopo anni di sperimentazione – dalla quale è risultato, paradossalmente, che l’aborto chirurgico è più rischioso di quello con la Ru486 – l’Aifa ha deliberato l’idoneità del farmaco purché sia utilizzato con ricovero ospedaliero.

Finita? No: si attendono per il prossimo autunno le «linee guida» del governo che farà di tutto, potete giurarci, per rendere difficile o punitivo l’utilizzo della pillola: se negli altri Paesi l’uso è privato e domiciliare, infatti, da noi prevederà come minimo un ricovero di tre giorni. Finita? Neppure: perché in questo quadro eccoti un incredibile Maurizio Gasparri che ha il coraggio – perché ce ne vuole – di proporre un’ulteriore inchiesta parlamentare: perché i tecnici dell’Aifa – ha detto – sono «privi di legittimazione democratica». Il che resta, lo dico con dispiacere sincero, la sciocchezza più incommentabile tra quelle pronunciate da anni sull’argomento: solo una discussione parlamentare sulle vicende di letto di Silvio Berlusconi avrebbe potuto far peggio.

Ora: avessero il coraggio di dire quello che pensano una volta per tutte, cioè che vogliono ridiscutere la Legge 194, abrogarla, limitarla, appunto sabotarla. E invece no. Fanno una cosa per ottenerne un’altra, ma la verità è trasparente come solo i numeri sanno essere: in Italia è in corso un’offensiva che mira a ridimensionare la legge 194 e a confondere le acque raccontando anche sonore bugie; abbiamo una legge che anno dopo anno sgretola il ricorso all’aborto (nel 1982 furono 233mila, oggi sono 120mila e in costante diminuzione) e che lo sgretolerebbe anche di più, se questa offensiva non impedisse che le categorie che abortiscono in maggioranza – le ignoranti e le immigrate – fossero raggiunte da un campagna sulla contraccezione come se ne fanno in tutti i Paesi del mondo dove non c’è il Vaticano. Questa campagna non mira a cancellare la legge 194 – perché non ci riuscirebbe – ma a ridimensionarla sollevando continui polveroni, invitando alla moltiplicazione di quei truffatori dello Stato che sono in stragrande maggioranza gli obiettori di coscienza, ipotizzando la presenza di militanti religiosi nei consultori, raccontandovi che siano in corso complotti ideologici per smontare la stessa 194: quando gli ideologici sono solo loro, e a voler smontare la 194 sono solo loro. Questa offensiva è condotta da una casta numericamente modestissima che frequenta gli snodi dell’informazione, è una lobby che auspica ipocriti «miglioramenti» a una legge che vorrebbero solo abbattere, vi raccontano e racconteranno un sacco di balle. I nomi sono noti. Non credete a quello che dicono. Pensate con la vostra testa e con una coscienza che è solamente vostra, non ha bisogno di ambasciatori in folgorazione pre-senile.

Filippo Facci

fonte: http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=373132

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L’obiettore è fuori stanza

Pubblicato da prescinseua su 4 Agosto, 2009

Il presidente della Cei ha auspicato che «l’obiezione di coscienza nata da profondi convincimenti cresca ancora» in quanto l’ammissione della pillola Ru486 rappresenta «una discesa della civiltà del nostro Paese». Io invece penso che l’obiezione di coscienza sia una truffa scandalosa e che rappresenti, essa sì, una discesa della civiltà del nostro Paese. Lo dimostrano i numeri.

Dovete spiegarmi, altrimenti, come sia possibile che l’85 per cento degli italiani sia favorevole alla legge 194 (percentuale in crescita) ma i ginecologi obiettori sono passati dal 58 per cento del 2005 al 70 per cento del 2007; gli anestesisti obiettori invece sono passati dal 45,7 al 52,3 per cento; il personale paramedico, infine, dal 38,6 al 40,9. In alcune regioni molto «tipiche», poi, le percentuali dei ginecologi obiettori sono ormai da capogiro: in Campania l’83,9, in Basilicata l’84,1, in Sicilia l’83,5. Forza, ditemi che sono i «profondi convincimenti», e non ragioni di comodo e di carriera, a invertire le percentuali tra gli italiani e queste categorie; ditemi che Campania e Basilicata e Sicilia sono note per i loro «profondi convincimenti» etici.

Mi direte pure, un giorno, perché un obiettore pro-life debba per forza fare il ginecologo: che è come un obiettore pacifista che scelga ostinatamente la carriera militare.

Filippo Facci

fonte: http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=371652

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Vita e morte, considerazioni generiche

Pubblicato da sandro su 16 Luglio, 2009

Oreste Bossini, il valente conduttore di Radio 3 Suite, ieri sera, in conclusione, ha letto l’articolo del Corsera che dava conto della morte di Sir Edward Downes, direttore d’orchestra ottantacinquenne, e di sua moglie Joan, ex ballerina settantaquattrenne. Poiché vi destino al link qui sopra per apprendere i particolari, passo direttamente ad un breve commento sulla vicenda.

Morire è sempre tragico. Per un essere umano ricco di passioni, affetti e interessi, poi, un’autentica sciagura. Nondimeno siamo tutti accomunati dalla medesima sorte. Ciò che angoscia, nell’atto finale, è l’impossibilità di sapere se esso sarà cruento oppure no, dolente oppure no. L’idea di dover soffrire due volte – la prima per la disperazione del decesso, la seconda per il suo carattere funesto – risulta intollerabile e ci si augura non capiti proprio a noi, quando si viene a sapere degli strazi subiti da altri. Altrettanto orribile è il pensiero di essere cosciente, nel pieno delle facoltà, e vedersi e sentirsi limitato, intrappolato in un corpo che non reagisce, non parla, non comunica, che espleta le funzioni fisiologiche per mezzo di cavi, sonde, respiratori, macchine; e sapere di avere dieci, quindici, vent’anni davanti a sé in tal modo. La morte, a quel punto, diventa perfino oggetto di desiderio, un chiodo fisso, la forza liberatrice, fomite di giustizia.

Personalmente non so immaginare niente di più atroce dell’imposizione di starsene paralizzati a letto, d’avere un cervello vivo in un corpo recalcitrante, dell’umiliazione di non avere più riservatezza né intimità. Vivere non può ridursi a venir imboccati, puliti, carezzati come un lattante. Vivere – parlo per me – vuol dire leggere, scrivere, ascoltare una sinfonia, passeggiare in una fredda notte di novembre, fumare una sigaretta mentre si prende il caffè con un amico, andare al cinema, entusiasmarsi per un dibattito, un saggio, una polemica, o attraversare la campagna in bicicletta. Se un domani non potessi fare questo, la mia vita non avrebbe senso e vorrei darmi la morte, non c’è dubbio. Se fossi affetto da una malattia incurabile, o se versassi in uno stato di paralisi, d’incoscienza permanente, vorrei non ci si accanisse sulla mia pelle, vorrei fossero sospese le cure inutili, oltre all’alimentazione e all’idratazione forzate.

L’individuo viene prima di tutto, i suoi diritti, le sue prerogative esclusive su sé stesso, la sua libertà. Il corpo appartiene all’individuo e non glielo si può sequestrare per alimentare il culto feticcio della vita al di là dell’esistenza. E’ inaccettabile che il contenitore condanni il contenuto a marcire immobile, esasperato, in una dilatazione infinita del tempo e dello spazio. Con tutto il nostro vigore dovremmo opporci alla violenza dell’estremismo religioso – perché è di questo che si tratta. Ciascuno deve poter decidere della propria vita, dal primo all’ultimo istante, secondo scienza e coscienza, ma anche secondo il proprio sentimento. Per queste ragioni sono favorevole all’eutanasia, non disapprovo il suicidio, e vorrei che il paese nel quale sono capitato si allineasse a quelli nei quali è praticata non la barbarie bensì il principio di autodeterminazione. Morire non dev’essere vergognoso né dev’esserlo la fine della vita. Nessuno conosce noi stessi meglio di noi stessi: perché dovremmo demandare ad altri decisioni che coinvolgono solo e soltanto noi?

Mi rendo conto dell’opinabilità delle mie affermazioni, anzi sarebbe bello se a partire da questo post si sviluppasse una discussione, e tuttavia le ribadisco con fermezza. Del resto nell’abitare in un pase dove si vuol negare addirittura il diritto costituzionale al consenso informato, c’è poco, davvero poco da stare allegri.

Abbiamo bisogno di rispetto, diritto, libertà. Non siamo sudditi. Non ancora.

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MicroMega: lettera a Franceschini sul testamento biologico

Pubblicato da sandro su 2 Marzo, 2009

Stimato onorevole Franceschini,
appena eletto segretario del Partito democratico, lei ha fatto riferimento alla laicità come valore irrinunciabile del suo partito, in quanto valore irrinunciabile della carta costituzionale. Il banco di prova della coerenza pratica rispetto a questa affermazione è costituito dall’atteggiamento che il suo partito assumerà nella discussione sulla legge cosiddetta “fine-vita”.
Laicità significa che nessuna convinzione religiosa o morale viene imposta per legge da un gruppo di persone, per quanto ampio, alla totalità dei cittadini. E questo vale più che mai per quanto riguarda ciò che è più proprio di ciascuno, che fa anzi tutt’uno con la propria esistenza, la sua stessa vita, e la parte finale di essa.
E infatti la Costituzione della Repubblica nel suo articolo 32, e la convenzione di Oviedo ratificata dall’Italia, la legge sul servizio sanitario nazionale, e numerose e univoche sentenze della Cassazione negli ultimi anni, stabiliscono in modo tassativo che nessun cittadino può essere sottomesso a “interventi nel campo della salute” senza il suo consenso (debitamente informato) e che tale consenso può essere ritirato in qualsiasi momento. La convenzione di Oviedo evita ogni distinzione tra “cure” e altri interventi (“di sostegno vitale”, ecc.) proprio perché non si possa giocare sulle parole e violare così il diritto del paziente di rifiutare qualsiasi trattamento medico e/o ospedaliero (tranne che per gli eccezionali motivi di sicurezza pubblica: epidemie, vaccini e simili).
Sulla propria vita, insomma, può decidere solo chi la vive, e nessun altro. Questo l’abc della laicità che l’Europa tutta ha adottato in campo medico, confermando l’essenzialità del consenso informato nell’articolo 3 della carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.
Il disegno di legge Calabrò distrugge tale diritto. All’art. 2, comma 2 dice infatti: “L’attività medica, in quanto esclusivamente finalizzata alla tutela della vita e della salute, nonché all’alleviamento della sofferenza non può in nessun caso essere orientata al prodursi o consentirsi della morte del paziente, attraverso la non attivazione o disattivazione di trattamenti sanitari ordinari e proporzionati alla salvaguardia della sua vita o della sua salute, da cui in scienza e coscienza si possa fondatamente attendere un beneficio per il paziente”.
Il che significa che Piergiorgio Welby non potrebbe far disattivare il respiratore artificiale, e che Luca Coscioni non avrebbe potuto rifiutare la tracheotomia, e che l’amputazione di un arto che va in gangrena diventerebbe coatto, e così la trasfusione di sangue anche a chi la rifiuta per motivi religiosi (tutti rifiuti garantiti oggi dalla legge e più volte applicati fino al “prodursi della morte del paziente”).
Non basta. L’articolo 5 comma 6 stabilisce che “Alimentazione ed idratazione, nelle diverse forme in cui la scienza e la tecnica possono fornirle al paziente, sono forme di sostegno vitale e fisiologicamente finalizzate ad alleviare le sofferenze e non possono formare oggetto di Dichiarazione Anticipata di Trattamento”. In tal modo il cosiddetto testamento biologico diventa una beffa. Qualsiasi cosa abbia stabilito il cittadino, davanti a un notaio e reiterando le sue volontà ogni tre anni, il sondino gli sarà messo in gola a forza. I medici delle cure palliative hanno del resto spiegato drammaticamente che alimentazione e idratazione non alleviano ma moltiplicano e intensificano le sofferenze nei malati terminali. Queste sofferenze aggiuntive, che è difficile non definire torture in malati in quelle condizioni, diventano con questa legge obbligatorie.
E’ evidente il carattere anticostituzionale di tale legge, ma anche il suo carattere semplicemente disumano. Purtroppo gli emendamenti proposti dal suo partito (primo firmatario Anna Finocchiaro) lasciano intatta la violenza dell’articolo 2 comma 2, e aprono solo un modesto spiraglio rispetto a quella dell’articolo 5 comma 6. Non parliamo della cosiddetta “mediazione” di Rutelli, praticamente indistinguibile dal disegno di legge della maggioranza, e che non a caso è stata benevolmente accolta dall’on. Quagliariello.
Il Partito democratico aveva il suo progetto di legge da anni, e con tale programma andò alle elezioni che portarono al secondo governo Prodi: la legge firmata da Ignazio Marino. Ogni passo indietro rispetto a tale proposta sarebbe una rinuncia pura e semplice ai diritti elementari sanciti dalla Costituzione, dalla convenzione di Oviedo, dalle sentenze della Cassazione.
Abbiamo letto che il suo partito sarebbe comunque orientato a dare ai suoi parlamentari “libertà di coscienza” al momento del voto. Ci sembra che tale atteggiamento sia frutto di un fraintendimento molto grave.
Se venisse presentato un disegno di legge che stabilisce la religione cattolica come religione di Stato, proibisce il culto ai protestanti valdesi e obbliga gli ebrei a battezzare i propri figli, sarebbe pensabile – per un partito politico che prenda sul serio la Costituzione – lasciare i propri parlamentari liberi di “votare secondo coscienza”, a favore, contro, astenendosi? O non sarebbe un elementare dovere, vincolante, opporsi a una legge tanto liberticida?
La legge ora in discussione sulle volontà di fine vita è, se possibile, ancora più liberticida (e disumana) di quella sopra evocata. Non costringe al battesimo forzato, costringe al sondino forzato, al respiratore forzato, a qualsiasi accanimento che prolunghi artificialmente una vita che, per la persona che la vive, non è più vita ma solo tortura. Peggiore quindi della morte.
In ogni caso la libertà di coscienza del parlamentare non può essere invocata per violare e cancellare la libertà di coscienza delle persone.
Siamo certi perciò che nulla di tutto questo accadrà, e che in coerenza con il valore della laicità da lei riaffermato, il Partito democratico non tollererà scelte che violino, opprimano e vanifichino l’elementare diritto di ciascuno sulla propria vita.

Andrea Camilleri
Paolo Flores d’Arcais
Stefano Rodotà
Umberto Veronesi

(25 febbraio 2009)

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La nuova legge truffa

Pubblicato da sandro su 15 Febbraio, 2009

Torna un’espressione che sembrava confinata nel passato – “legge truffa”. Ed è giusto che si dica così, perché non altrimenti può essere definito il testo preparato dalla maggioranza per introdurre nel nostro sistema le “direttive anticipate di trattamento” (o testamento biologico) e che, in concreto, ha l’opposto obiettivo di cancellare ogni rilevanza della volontà delle persone. Non solo per quanto riguarda il morire, ma incidendo più in generale sulla possibilità stessa di governare liberamente la propria vita.

Poiché, tuttavia, si discute di fondamenti, appunto dello statuto della persona e del rapporto tra la vita e le regole giuridiche, bisogna almeno fare un tentativo di andar oltre la rozzezza delle argomentazioni che ci hanno afflitto in queste difficili settimane e che rischiano di trascinarsi anche nell’immediato futuro.

Due ammonimenti dovrebbero guidare chi si accinge a legiferare sulla dignità del morire. Il primo viene da un grande giudice americano, Oliver Wendell Holmes: “Hard cases make bad laws”, i casi difficili producono leggi cattive. Questa affermazione lapidaria è stata variamente interpretata e discussa, ma se ne può cogliere il nocciolo nell’invito a separare la legge dall’occasione, la creazione di una norma destinata a durare dall’emozione di un momento. Rischia di accadere il contrario. L’ossessione della turbolegge (ieri in tre giorni, oggi in tre settimane) possiede la maggioranza e frastorna il Pd. Non riflessione pacata, ma frettolosa imposizione di norme incuranti della loro coerenza interna e, soprattutto, della loro conformità alla Costituzione.

Il secondo ammonimento è nell’alta riflessione di Michel de Montaigne: “La vita è un movimento ineguale, irregolare, multiforme”. Quest’intima sua natura fa sì che la vita appaia come irriducibile ad un carattere proprio del diritto: il dover essere eguale, regolare, uniforme. Da qui, da quest’antico conflitto, nascono le difficoltà che oggi registriamo, più intense di quelle del passato perché l’innovazione scientifica e tecnologica fa progressivamente venir meno le barriere che le leggi naturali ponevano alla libertà di scelta sul modo di nascere, vivere, di morire.

L’occhio del giurista, e del politico, deve registrare questa difficoltà, e cogliere le novità del quadro. Da una parte, l’impossibilità di continuare ad usare il diritto secondo gli schemi semplici del passato, pena la sua inefficacia, la sua riduzione a puro strumento autoritario, la perdita di legittimazione sociale. E, dall’altra, l’ampliarsi delle possibilità di scelta che appartengono alla libertà individuale, che riguardano solo la propria vita, e che per ciò non possono essere sacrificate da mosse autoritarie, da imposizioni ideologiche, senza violare l’eguale libertà di coscienza.

La legge, dunque, deve abbandonare la pretesa di impadronirsi d’un oggetto così mobile, sfaccettato, legato all’irriducibile unicità di ciascuno – la vita, appunto. Quando ciò è avvenuto, libertà e umanità sono state sacrificate e gli ordinamenti giuridici hanno conosciuto una inquietante perversione. Non a caso “la rivoluzione del consenso informato” nasce come reazione alla pretesa della politica e della medicina di impadronirsi del corpo delle persone, che ha avuto nell’esperienza nazista la sua manifestazione più brutale. L’autoritarismo non si addice alla vita, né nelle sue forme aggressive, né in quelle “protettive”.

Riconoscere l’autonomia d’ogni persona, allora, non significa indulgere a derive individualistiche, ma disegnare un sistema di regole che mettano ciascuno nella condizione di poter decidere liberamente. Non a caso, riflettendo proprio sul consenso informato, si è detto che questo strumento, sottraendo il corpo della persona alle pretese dello Stato e al potere del medico, aveva fatto nascere “un nuovo soggetto morale”.

Se il testo sul testamento biologico proposto dalla maggioranza dovesse diventare legge, sarebbe proprio questo soggetto a scomparire. Ma qui s’incontra un altro, e ineludibile, ammonimento, l’articolo 32 della Costituzione. Ricordiamone le ultime parole: “La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”. è, questa, una delle dichiarazioni più forti della nostra Costituzione, poiché pone al legislatore un limite invalicabile, più incisivo ancora di quello previsto dall’articolo 13 per la libertà personale, che ammette limitazioni sulla base della legge e con provvedimento motivato del giudice. Nell’articolo 32 si va oltre. Quando si giunge al nucleo duro dell’esistenza, alla necessità di rispettare la persona umana in quanto tale, siamo di fronte all’indecidibile. Nessuna volontà esterna, fosse pure quella coralmente espressa da tutti i cittadini o da un Parlamento unanime, può prendere il posto di quella dell’interessato.

Siamo di fronte ad una sorta di nuova dichiarazione di habeas corpus, ad una autolimitazione del potere. Viene ribadita, con forza moltiplicata, l’antica promessa che il re, nella Magna Charta, fa ad ogni “uomo libero”: “Non metteremo né faremo mettere la mano su di lui, se non in virtù di un giudizio legale dei suoi pari e secondo la legge del paese”. Il corpo intoccabile diviene presidio di una persona umana alla quale “in nessun caso” si può mancare di rispetto. Il sovrano democratico, una assemblea costituente, ha rinnovato la sua promessa di intoccabilità a tutti i cittadini.

La proposta della maggioranza si allontana proprio da questo cammino costituzionale. Nega la libertà di decisione della persona, riporta il suo corpo sotto il potere del medico, fa divenire lo Stato l’arbitro delle modalità del vivere e del morire. Le “direttive anticipate di trattamento”, di cui si parla nel titolo, non sono affatto direttive, ma indicazioni che il medico può tranquillamente ignorare, con un grottesco contrasto tra la minuziosità burocratica della procedura per la manifestazione della volontà dell’interessato e la mancanza di forza vincolante di questa dichiarazione, degradata a “orientamento”. La libertà della persona viene ulteriormente limitata dalle norme che indicano trattamenti ai quali non si può rinunciare e, più in generale, da norme che vietano al medico di eseguire la volontà del paziente, anche quando questi sia del tutto cosciente.

Tutto questo ha la sua origine in una premessa che altera gravemente il quadro costituzionale, poiché si afferma che “la Repubblica riconosce il diritto alla vita inviolabile e indisponibile”. Ora, se è ovvio che nessuno può disporre della vita altrui, altrettanto ovvio dovrebbe essere il principio che vuole ogni persona libera di rifiutare la cura, qualsiasi cura, disponendo così della sua vita. Proprio questo diritto viene illegittimamente negato quando si vieta al medico “la non attivazione o disattivazione di trattamenti sanitari ordinari e proporzionati alla salvaguardia della sua vita o della sua salute, da cui in scienza e coscienza si possa fondatamente attendere un beneficio per il paziente”. Conosciamo, infatti, infiniti casi in cui persone hanno rifiutato interventi sicuramente benefici – dalla dialisi, alla trasfusione di sangue, all’amputazione di un arto – decidendo così di morire. Si introduce così un “obbligo di vivere”, che contrasta proprio con i diritti fondamentali della persona.
E’ abusivo anche il divieto di rifiutare l’alimentazione e l’idratazione, definite “forme di sostegno vitale e fisiologicamente finalizzate ad alleviare le sofferenze”, con una inquietante deriva verso una “scienza di Stato”. Quella affermazione, infatti, è quasi unanimemente contestata dalla scienza medica, sì che un legislatore rispettoso davvero dei diritti delle persone dovrebbe, se mai, limitarsi a prevedere modalità informative tali da mettere ciascuno in condizione di valutare e decidere liberamente, davvero in “scienza e coscienza”: ma, appunto, scienza e coscienza della persona, non del medico o di un legislatore invasivo. E si tratta pure di una affermazione puramente ideologica, che ha come unico fine quello di continuare a gettare un’ombra sulla conclusione della vicenda di Eluana Englaro. Inoltre, dietro il nominalismo della distinzione tra “trattamento” e “sostegno”, si coglie la volontà di aggirare l’articolo 32, dove l’imposizione di trattamenti obbligatori è legata a situazioni particolari o eccezionali (vaccinazioni obbligatorie in caso di epidemia). Questa prepotenza legislativa si concreta anche in un trasferimento di enormi poteri ai medici, caricati di responsabilità che li indurranno ad assumere atteggiamenti fortemente restrittivi, così trasformando la proclamata “alleanza terapeutica” con il paziente in una situazione che prepara nuovi conflitti che, alla fine, saranno ancora i giudici a dover decidere.

Delle molte sgrammaticature giuridiche di quel testo si potrà parlare in un’altra occasione. Ma qui conviene concludere con una domanda francamente politica. Nonostante il terrorismo mediatico, con le sue accuse al “partito della morte”, una salda maggioranza di cittadini continua a dichiarare che debba essere solo la persona a dover decidere della sua vita. Chi li rappresenterà in Parlamento, vista la debolezza dimostrata finora dal Partito democratico?

Stefano Rodotà

“la Repubblica” 15 febbraio 2009

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