Ai Nostri Posti

Ora e sempre Resistenza

Posts contrassegnato dai tag ‘letteratura’

Leggere

Pubblicato da sandro su 21 Novembre, 2009

Non leggete, come fanno i bambini, per divertirvi, o, come fanno gli ambiziosi, per istruirvi. No, leggete per vivere.

Gustave Flaubert

Pubblicato su citazioni | Contrassegnato da tag: , , | Lascia un commento »

Vuoi star zitta, per favore?

Pubblicato da sandro su 15 Novembre, 2009

Ho cominciato a leggere Vuoi star zitta, per favore? tre notti fa, imponendomi non più di tre-quattro racconti per volta. In questo modo spero di riuscire a farmelo durare una settimana circa. E’ dura però, le storie sono troppo belle e amare insieme, troppo ben scritte, troppo rappresentative, emblematiche.

Si tratta dell’ultimo libro di Raymond Carver uscito presso Einaudi, anche se in realtà esso uscì nel 1976 e fu la sua raccolta d’esordio. Ulteriori informazioni sono qui.

Chi già ama Carver deve senz’altro procurarselo; chi non ha mai letto Carver approfitti di questa bella edizione per conoscerlo: dubito ne resterà deluso.

Ah, che bello poter leggere mentre fuori fa freddo e perdersi completamente in quell’Ovest americano pieno di gioie e tristezze effimere.

978880619783GRA

Seguirà una recensione, perbacco!

Pubblicato su libri | Contrassegnato da tag: , , , | Lascia un commento »

La strage degli imbecilli. Recensione

Pubblicato da sandro su 10 Novembre, 2009

Parto dall’ammissione che questo libro mi è piaciuto parecchio nonostante l’abbia acquistato al buio, ignorando cioè la biografia dell’autore, le sue opinioni politiche e non sapendo affatto che cosa aspettarmi dalla storia che aveva scritto. Di solito sono un acquirente coscienzioso, mi informo con puntiglio, mi impedisco di spendere più di dieci euro per un libro “sospetto”, diciamo, uno di quei libri sciocchi tanto cari alle linee editoriali d’oggi, concepiti per dare scandalo, assicurare notorietà all’estensore e ricchi introiti allo stampatore. Però in questo caso ho avuto fortuna, o buon fiuto, e posso alla fine sbilanciarmi nel consigliarvelo – non raccomandarvelo: consigliarvelo. Se dovessi invece suggerirvi un libro non avendo letto il quale è oggettivamente impossibile vivere, allora non esiterei a dirvi di correre in libreria e prendere Bouvard e Pécuchet. Può sembrare strano come “libro della vita”, ma nella mia modesta carriera di lettore non mi sono ancora imbattuto in opere di pari livello e ambizione esplicativa (limitatamente alla narrativa, ovvio), se escludiamo alcuni racconti di Kafka, Carver e T. Mann.

Il titolo è bello: La strage degli imbecilli. Evoca immagini di carneficine perpetrate nel nome di una giustizia intellettuale che falcidia trasversalmente ricchi e poveri, vecchi e giovani, belli e brutti. Un riassunto del romanzo potrebbe in realtà essere proprio questo, eccezion fatta per il finale che non corrisponde del tutto – anzi per niente – alle aspettative di un lettore accortosi del volgere al poliziesco della vicenda. Ma sarebbe riduttivo e indebito tentare una classificazione tanto improbabile, perché il bel lavoro di Carl Aderhold (debuttante né giovane né sprovveduto) sfugge ai rigorismi letterari. Di certo si tratta di un romanzo, un ampio, articolato, eloquente romanzo.

All’inizio, quando lo si apre, balza agli occhi un’evidente particolarità: i capitoli sono suddivisi in tanti paragrafi numerati (140 in totale), cosa che lo fa somigliare a una dissertazione, a un trattato, a una relazione, a un pamphlet polemico e a molte altre cose – non subito e non inequivocabilmente a un romanzo di fantasia. Io poi – in questi giorni, volendomi fidare di Michel Onfray, sto interiorizzando la Genealogia della morale – l’ho scambiato per un saggio filosofico! Le prime pagine, per fortuna, sgomberano il campo dai dubbi: si comincia a ridere dopo una dozzina di righe. Ed è un riso trattenuto, non plateale, non grasso e volgare, un rider di testa e non di pancia. Come si conviene a un libro che, fatte le debite proporzioni, si prefigge uno scopo etico: mostrare le miserie della società contemporanea attraverso la paradossale eliminazione di una folta rappresentanza delle sue figure più emblematiche. L’ambientazione parigina, metropolitana, offre inoltre l’evenienza di affrontare temi tutt’altro che scontati, insomma di variare, sfumare i possibili ambiti di indagine socio-patologica. Opportune escursioni nelle campagne dell’alta Senna e della Bretagna non daranno comunque scampo agli imbecilli colà individuati.

Imbecilli, dunque. Parliamone.

La scena si apre in un appartamento della periferia di Parigi, il protagonista e sua moglie (entrambi trentenni, par di capire) sono sul divano e guardano la televisione. Fa un gran caldo, è estate, e il protagonista riflette sul fatto che durante il periodo afoso la gente si comporta in modo bizzarro, mentre d’inverno, col freddo, tutto ha più senso, diventa razionale. Quando la moglie va a letto, il protagonista segue un programma nel quale si ricostruisce la scomparsa di un cane nei toni e nei modi più lacrimevoli, con tanto di messinscena, interviste a parenti e amici, nonché l’elencazione degli indiziati. Intanto il gatto di una vicina si insinua nell’abitazione del protagonista e si acciambella accanto a lui. La cialtroneria della trasmissione raggiunge vertici di sopportazione estremi, e in quel momento il gatto graffia un dito al protagonista senza nome, il quale lo afferra e lo lancia fuori dalla finestra, preda di un attacco di furore. Il gatto naturalmente precipita e si sfracella, ma il protagonista anziché pentirsene si sente insolitamente euforico e va a coricarsi. Il giorno seguente la scoperta della morte del gatto (si chiama Zarathustra, forse ha una valenza simbolica) scuote la vita del condominio: tutti i condomini si indignano per l’atto criminale, solidarizzano con la proprietaria e ritardano l’orario di arrivo al lavoro per rincuorarsi l’un l’altro. Il protagonista ritiene d’aver reso così un servizio al prossimo, dato che mai prima d’allora c’era stata tanta comunione di sentimenti fra di loro. Si convince della bontà della sua azione e, giacché considera alienati i residenti del quartiere, avvia una sistematica caccia ai cosiddetti amici a quattro zampe. Ne fa scempio, li sequestra, li affoga, gli spara, li sotterra. La reazione dei padroni affranti è di costituirsi in comitati e associazioni, diventando di punto in bianco grandi amici e ritrovando il senso di stare in comunità. L’effetto sortito soddisfa il protagonista, senonché deve stornare da sé i sospetti che la portinaia del suo stabile comincia a manifestare nei suoi confronti. Essa, o meglio le sue chiacchiere, la sua indiscrezione, il suo ragionar per luoghi comuni, è la prima vittima umana del protagonista. Questa morte vale un’illuminazione: gli imbecilli ci circondano, perché non eliminarli? S’innesca allora una spirale di violenza che porterà il giustiziere dell’imbecillità a collezionare 140 vittime accertate.

La violenza tuttavia non si percepisce, solo in isolati casi la descrizione indugia sui dettagli degli omicidi, preferisce piuttosto edificare il costrutto logico che porta alla soppressione dell’imbecille di turno. Il rischio, qui, è quello del manicheismo: tu sei imbecille perché lo decido io. Ciononostante le motivazioni che inducono il protagonista a uccidere sono in apparenza inattaccabili, ed è questa la persuasione che lo guida. Non dimostra infatti pietà nei confronti degli imbecilli, né si chiede quali dolorose conseguenza possa arrecare alle loro famiglie. Ma si tratta di un romanzo venato d’umorismo, un umorismo nero, pertanto simili sottigliezze non vengono nemmeno prese in considerazione. Il godimento sta proprio nella sinecura con cui persone irreversibilmente sciocche vengono tolte di mezzo. E questo avviene nei contesti più disparati, ecco perché si può affermare che il libro si propone altresì un’analisi sociologica della Francia contemporanea.

Il protagonista è disoccupato, ha delle velleità artistiche ma non trova un lavoro adeguato. Su richiesta della consorte ottiene un impiego interinale dapprima in un’agenzia d’assicurazioni telefoniche, quindi in una casa editrice scandalistica che passa da una cessione azionaria all’altra, assumendo e licenziando personale come in un giochetto perverso, dove i capi paiono generali di un esercito fittizio e i dipendenti schiere di pedine sacrificabili al fine del profitto. Lì, va da sé, è pieno d’imbecilli. Poi il protagonista decide di scrivere una sceneggiatura sulla vita di Socrate, ma il produttore non è esattamente un cineasta, quanto un erotomane; e nel sordido mondo della pornografia, oltre a scatenare una dotta discussione sul concetto di amore trattato nel Convivio socratico, mieterà vittime a più non posso. Diventa inoltre guida turistica, entrando a contatto con gli esponenti della terza età – poveri loro… Quando però comincia ad “occuparsi” degli uomini in divisa, si accorge che la sua missione (così ormai la valuta) può decisamente fare un salto di qualità.

Decide di rintracciare le caratteristiche dell’imbecillità e di capirne il motivo. Più vi si addentra, più la detesta. Due sono le fondamentali verità che postula a mo’ di leggi: l’imbecille differisce dallo stupido perché lo stupido non è consapevole della propria condizione mentre l’imbecille sì e non fa nulla per rimediarvi; all’origine dell’imbecillità c’è il potere, non necessariamente un grande potere, ma quella quota bastevole a imporre agli altri la propria volontà: quindi l’imbecillità sottomette la ragionevolezza. Sarà per questo che l’arma prediletta è una vecchia pistola appartenuta al nonno anarchico? Sarà per questo che l’educazione comunista ricevuta dal padre l’ha abituato a problematizzare e criticare l’esistente?

Va detto che la sfilza di crimini non passa inosservata. La polizia ha aperto un’indagine, sebbene l’eterogeneità delle morti contribuisca a depistarla e a confondere le acque. Il finale è imprevedibile, segnato dalla decisione del protagonista di far pubblicare nei giornali una sorta di manifesto contro l’imbecillità, che recita, fra le altre cose: «la storia delle società umane è la storia della lotta contro l’imbecillità; morte agli imbecilli». Mort aux cons è del resto il titolo originale dell’opera.

Una breve nota a margine. Se Flaubert aveva individuato nella stupidità (che, come detto, attiene alla naivité) la cifra di un’epoca – la sua – Aderhold ha esteso all’imbecillità odierna (fase suprema della stupidità, potremmo dire…) gli accenti sarcastici, amaramente sarcastici, del solitario di Croisset. Chi non ha mai provato il desiderio di sbarazzarsi dei molti imbecilli che quotidianamente incontra o coi quali ha giocoforza a che fare? Io sempre. Quel che innalza al parossismo l’intollerabilità degli imbecilli, a mio avviso, è la loro cieca fiducia nella liceità, perfino nella sensatezza, di ciò che fanno, dicono o pensano. E, sappiamo ora, con l’aggravante di sapere della propria pochezza. L’imbecille pretende di tener testa a qualsiasi discorso pur non avendo la minima conoscenza di alcunché; pretende di avere una risposta adeguata in ogni situazione; pretende di sapersi comportare nella maniera sempre corretta; pretende di poter soddisfare tutte le sue brame o i suoi capricci o quelle che egli ritiene cose intelligenti da dire o fare o pensare come se si trattasse delle più naturali ovvietà e senza curarsi delle conseguenze che possono scaturire; pretende di avere lo stile di vita migliore del mondo; pretende di giudicare chi si discosta dal suo imbelle modello. L’imbecillità, penso, è una forma religiosa di stupidità, per cui si erge ad ideologia, e come tutte le ideologie non tollera opinioni contrarie, non permette la pluralità, ma al contrario si celebra, loda sé stessa. E’ un fatto che il mondo sia popolato in maggioranza da imbecilli, l’imbecillità non ha frontiere, non ha sesso, non ha età: è e basta. Bisognerà pur difendersi. Come farlo incruentemente? Be’, è impossibile, siamo realisti. Rassegnamoci perciò a soccombere, a trattenerci dal prendere a male parole l’imbecille che ci contraddice senza argomenti, a legittimare i governanti che gli imbecilli si scelgono, a ritirarci nella penombra delle nostre biblioteche mentre alla luce del sole l’imbecillità si crogiola e si fa beffe della modestia, della gentilezza, della tolleranza, della cultura.

Pubblicato su libri | Contrassegnato da tag: , , , , | Lascia un commento »

La strage degli imbecilli

Pubblicato da sandro su 7 Novembre, 2009

Mercoledì sono andato con un amico in un posto, a Treviso, chiamato supermercato dei libri. Come si capisce dal nome, è una libreria enorme, effettivamente delle dimensioni di un supermercato. Gli scaffali sono gli stessi, di conseguenza la quantità di libri a disposizione supera quella che ciascuno potrebbe immaginare: personalmente, non ne avevo mai visti tanti tutti assieme (benché alle porte di Treviso esista un luogo simile, chiamato però centro biblioteche). Per me, un vero paradiso, una golconda. Io e questo amico, tuttavia, non siamo capitati lì per caso, bensì con uno scopo preciso: abbuffarci di libri approfittando dello sconto generale del 30%. Alla fine, dopo ore di piacevole gironzolare, ne ho presi tre. Uno di questi, che sto leggendo, è La strage degli imbecilli. Si tratta di un romanzo francese del 2007, opera prima di Carl Aderhold, di professione direttore editoriale. La trama è presto detta: un uomo si stanca degli imbecilli da cui si sente circondato e decide di ammazzarli ad uno ad uno, tentando anche di elaborare una teoria generale della stupidità. Be’, chi come me adora il Gustave Flaubert di Bouvard e Pécuchet, non poteva restare indifferente a tale richiamo. Per il momento mi piace e desidero segnalarvelo. Seguirà una recensione.

Una volta fuori, aggiunsi il nome della veggente sul taccuino. La lista si allungava. C’era anche una vecchietta, al supermercato dell’angolo, che approfittava dell’età avanzata per scroccare, il motociclista del palazzo di fronte che tutte le mattine faceva sgasare la moto prima di partire e un tizio incontrato a una serata mondana cui mi aveva trascinato Fabienne. Non ricordo come si era svolta la conversazione, ma a un certo punto mi aveva chiesto di cosa mi occupassi. «Di imbecilli». Mi aveva avvicinato l’orecchio alla bocca.

«Scusi?».

«Di imbecilli».

«Di imbecilli?».

Trovò il concetto molto attuale. «Di un nichilismo radicale con un tocco di sarcasmo canzonatorio. E’ Céline! E’ puro genio». Poi si lanciò in un lungo monologo per spiegarmi che, contrariamente a un’idea piuttosto diffusa, «la relatività dell’imbecillità era solo apparente, ma era riconducibile a quella forma popolare di speranza collettiva in una generica salvezza, e questo contro tutte le lezioni della Storia. L’imbecille crede nel progresso, nell’esemplarità dei divi e nei discorsi dei politici». «Quindi lei studia i borghesucci?», aggiunse. «Non solo», feci io fissandolo dritto negli occhi. Scrissi il suo nome sul taccuino, lui pensò che annotassi le sue idee. «L’immoralità è il solo vaccino efficace contro l’imbecillità», mi disse, invitandomi con il dito ad annotare la frase. «Anche un colpo di rivoltella», replicai. Scoppiò a ridere, trovando il mio commento deliziosamente rock’n'roll.

Pubblicato su libri | Contrassegnato da tag: , , , | 2 Commenti »

La letteratura salva la vita

Pubblicato da sandro su 12 Ottobre, 2009

Un tributo tardivo a Herta Müller, premio Nobel per la letteratura 2009. Romena di lingua tedesca, è riparata in Germania negli anni più bui della dittatura di Ceausescu, ed ha successivamente abbracciato la letteratura in modo definitivo. Poetessa e scrittrice, non è tuttavia molto conosciuta in Italia, dove soltanto l’editore Keller (buon per lui…) ha pubblicato nel 2008 il romanzo Il paese delle prugne verdi.

Che dire? Avrei preferito l’Accademia svedese premiasse qualche autore a me caro, ma bisogna accettare il verdetto. Sospendo il giudizio finché non avrò letto questo romanzo, che in un modo o nell’altro vedrò di procurarmi.

Nel frattempo vi sottopongo questo frammento d’intervista rinvenuto su Youtube.

Pubblicato su materiali | Contrassegnato da tag: , , , | 1 Commento »

La Lega, il poeta e il dialetto nelle scuole

Pubblicato da sandro su 11 Ottobre, 2009

azanzotto

PIEVE DI SOLIGO (Treviso) – Ottantotto anni di poesia. Ma con uno sguardo sempre pungente verso l’attualità. Nel giorno del suo compleanno, ieri al risveglio dal riposino pomeridiano le prime parole di Andrea Zanzotto sono state per il fatto di giornata, la scuola di Conegliano inaugurata in dialetto dal presidente della Provincia di Treviso Leonardo Muraro. E il commento del poeta di Pieve di Soligo grondava sconcerto, ma anche slancio. «Cosa si sono sognati di inaugurare una scuola in dialetto? In inglese si doveva inaugurarla, aprirsi verso il mondo non chiudersi in se stessi».

Perché?

«Perché il dialetto servirà molto, sì, quando ci saranno gli ultimi a non parlare in inglese».

Crede che i leghisti coglieranno la sua ironia?

«No».

Ma proprio lei parla così, con tutta la sua produzione lirica in vernacolo?

«Già, un quarto della mia opera è in dialetto. El bel le che mi normalmente parle sol che dialetto… Ma non capisco perché alcuni politici devono uscirsene con certe fantasie bislacche sul dialetto. Quello di ritirarsi nella propria identità, che può essere anche dialettale, è una cosa che è sempre avvenuta. Il problema sono le esagerazioni prive di fondamento storico. Quando scrivo in dialetto, non ci faccio caso, è come se scrivessi in italiano perché ho un bilinguismo perfetto. Invece quando ho sentito parlare del “tanko” dei Serenissimi, mi sono venuti i brividi. Altro che carcere: andavano puniti mettendoli obbligatoriamente a studiare la filologia neolatina. Quanto poi alla ricorrente proposta di inserire il veneto fra le materie scolastiche, mi limito a far notare che i dialetti non si insegnano, ma si imparano».

Non crede così di attirarsi nuove ire dal Carroccio, dopo quelle per averlo definito «peste» al programma “L’infedele”?

«Tremo (mima un tremolio e sorride, ndr). Guardi, io non ho neanche sentito quella mia intervista. Mi ero messo a guardare la trasmissione, ma a un certo momento è prevalsa la legge della badante… per cui sono andato a dormire. In ogni caso credo abbiano preso singoli pezzettini e che per questo il mio pensiero sia uscito troppo sintetizzato. Forse avrei potuto usare un’altra espressione, forse ho esagerato e avevano ragione certi che mi hanno criticato. Ma sicuramente nella versione originale ho detto “peste se supera un certo livello”, non “peste” e basta».

E allora, se dovesse dire adesso cosa pensa della Lega?

«Non ne parlerei comunque bene, perché quel partito manca di fondamenti teoretici. I leghisti non sanno nemmeno che cosa sia il dialetto. Io sono offeso veramente da quello che ha fatto la Lega in questo settore. La sua pretesa di dire il dialetto è questo, o il dialetto è quest’altro, è senza base».

Martedì prossimo uscirà per Mondadori la sua nuova raccolta di poesie: cosa sono quei «Conglomerati»?

«Delle stratificazioni non solo in senso paesaggistico, ma anche a livello mentale. Qualche cosa di fragile che è diventato duro. In questo libro il dialetto salta fuori quando vuole, come nella quarta di copertina (dov’è riprodotto un suo originale in corsivo, ndr). Ed è così che dev’essere, perché il dialetto non è imposizione, ma spontaneità».

(Intervista di Angela Pederiva ad Andrea Zanzotto pubblicata sul Corriere del Veneto dell’11 ottobre 2009)

Pubblicato su materiali | Contrassegnato da tag: , , , , , | 2 Commenti »

Per una laicità postcristiana

Pubblicato da sandro su 29 Settembre, 2009

Dobbiamo pertanto andare oltre la laicità ancora troppo impregnata da ciò che essa vorrebbe combattere. Una laicità da lodare per quello che è stata, da elogiare per le passate battaglie, da complimentare per ciò di cui le siamo debitori. Ma le battaglie di oggi e di domani richiedono armi nuove, meglio forgiate, più efficaci, strumenti adatti alla nostra epoca. Ancora uno sforzo, dunque, per scristianizzare l’etica, la politica e tutto il resto. Ma anche la laicità, che avrebbe tutto da guadagnare emancipandosi ancora di più dalla metafisica ebraico-cristiana e che potrebbe servire davvero nelle guerre future.
Mettendo infatti tutte le religioni e la loro negazione su un piano di uguaglianza come invita a fare la laicità oggi trionfante, si avalla il relativismo: uguaglianza tra pensiero magico e pensiero razionale, tra la favola, il mito e il discorso argomentato, tra il discorso taumaturgico e il pensiero scientifico, tra la Torah e il Discorso sul metodo, il Nuovo Testamento e la Critica della ragion pura, il Corano e la Genealogia della morale. Mosè vale Cartesio, Gesù Kant e Maometto Nietzsche.
Uguaglianza tra il credente ebreo – convinto che Dio si rivolga ai suoi antenati per confidargli la sua scelta, e per far ciò apre il mare, ferma il sole ecc. – e il filosofo  che procede secondo il principio del metodo ipotetico-deduttivo? Uguaglianza tra il fedele – convinto che il suo eroe, nato da una vergine, crocifisso sotto Ponzio Pilato, resuscitato il terzo giorno, seduto alla destra del padre a godersi da allora giorni tranquilli – e il pensatore che smonta la costruzione di una credenza, la fabbricazione di un mito, la creazione di una favola? Uguaglianza tra il musulmano – persuaso che bere un bicchiere di vino e mangiare un arrosto di maiale gli preclude definitivamente  l’accesso al paradiso mentre invece l’uccisione di un infedele gliene spalanca le porte – e l’analista scrupoloso che, sulla base del principio positivista ed empirico, dimostra che la credenza monoteistica ha lo stesso valore di quella animista dogon che crede che lo spirito dei suoi antenati ritorni sotto forma di una volpe? Se la risposta è sì, allora è meglio smettere di pensare.
Questo relativismo è dannoso. Ormai, col pretesto della laicità, tutti i discorsi si equivalgono: l’errore e la verità, il vero e il falso, il serio e lo stravagante. Il mito e la favola pesano quanto la scienza. Il sogno quanto la realtà. Ma non è affatto vero che i discorsi si equivalgono: quelli della nevrosi, dell’isteria e del misticismo appartengono a un mondo diverso da quello del positivista. Come non è giusto mettere sullo stesso piano vittima e carnefice, così non si deve tollerare la neutralità, ostentare benevolenza per ogni forma di discorso, compresi quelli che appartengono al pensiero magico. Bisogna restare neutrali? Ci possiamo permettere ancora questo lusso? Non credo.
Nel momento in cui si profila uno scontro decisivo – forse già perduto… – per difendere i valori dell’Illuminismo contro le affermazioni magiche, bisogna promuovere una laicità postcristiana, ossia atea, militante e radicalmente opposta a quella che ci obbliga a scegliere tra la religione ebraico-cristiana occidentale e l’islam che la combatte. Né Bibbia né Corano. Ai rabbini, ai preti, agli ayatollah, agli imam e ai mullah, io continuo a preferire il filosofo. Contro tutte le teologie strampalate, preferisco fare appello alle correnti di pensiero alternative alla storiografia filosofica dominante: burloni, materialisti, radicali, cinici, edonisti, atei, sensisti, gaudenti. Essi sanno che esiste un solo mondo e che ogni offerta di oltremondo ci fa perdere l’uso e il beneficio del solo mondo esistente. E’ questo il vero peccato mortale.

Michel Onfray, Trattato di ateologia, estratto

Pubblicato su libri | Contrassegnato da tag: , , , , , , | 1 Commento »

Nichilismo

Pubblicato da sandro su 27 Settembre, 2009

Pavel Petrovic mosse i baffi. «Beh, e questo Bazarov cos’è in sostanza?» domandò, scandendo le parole.

«Cos’è Bazarov?» Arkadij sorrise. «Volete, zio, che vi dica cosa sia propriamente?»

«Fammi questo favore, nipote.»

«E’ un nichilista.»

«Come?» domandò Nikolaj Petrovic, mentre Pavel Petrovic alzò in aria il coltello con un pezzo di burro sulla punta della lama, e rimase immobile.

«E’ un nichilista» ripeté Arkadij.

«Un nichilista» proferì Nikolaj Petrovic. «Viene dal latino nihil, nulla, per quanto posso giudicare; dunque, questa parola indica un uomo, il quale… il quale non ammette nulla?»

«Di’ piuttosto: il quale non rispetta nulla» riprese Pavel Petrovic, e si accinse di nuovo al burro.

«Il quale considera tutto da un punto di vista critico» osservò Arkadij.

«E non è forse lo stesso?» domandò Pavel Petrovic.

«No, non è lo stesso. Il nichilista è un uomo che non s’inchina dinanzi a nessuna autorità, che non presta fede a nessun principio, da qualsiasi rispetto tale principio sia circondato.»

«E ti pare una bella cosa?» lo interruppe Pavel Petrovic.

«Secondo per chi, zio. Per taluno ne deriva un bene, e per qualcun altro un gran male.»

Ivan Sergeevic Turgenev, Padri e figli, estratto

Pubblicato su libri | Contrassegnato da tag: , , , | Lascia un commento »

Sto leggendo…

Pubblicato da sandro su 25 Settembre, 2009

Nel momento in cui si pone la questione dell’insegnamento della religione a scuola col pretesto di costruire legami sociali, di rinsaldare una comunità senza eredi – a causa di un liberismo che produce la negatività nel quotidiano, ricordiamolo -, di dare vita a un nuovo tipo di contratto sociale, di ritrovare radici comuni – monoteistiche nella fattispecie -, mi sembra che si possa preferire l’insegnamento dell’ateismo. Meglio la Genealogia della morale che le epistole ai Corinzi.

Il desiderio di far rientrare dalla finestra la Bibbia e altri fronzoli monoteistici che parecchi secoli di sforzi filosofici – tra cui l’Illuminismo e la Rivoluzione francese, il socialismo e la Comune, la sinistra e il Fronte Popolare, lo spirito libertario e il Maggio francese, ma anche Freud e Marx, la scuola di Francoforte e la scuola del sospetto dei nietzschani di sinistra francesi – hanno fatto uscire dalla porta, significa propriamente ed etimologicamente consentire col pensiero reazionario. Non alla maniera di Joseph de Maistre, di Louis de Bonald o di Blanc de Saint-Bonnet – il trucco sarebbe troppo scoperto -, ma alla maniera gramsciana, del ritorno agli ideali diluiti, dissimulati, travestiti, ipocritamente riattivati, della religione ebraico-cristiana.

Non si vantano esplicitamente i meriti della teocrazia, non si assassina il 1789 – per quanto… -, non si pubblica apertamente un’opera intitolata Il papa per esaltare l’eccellenza della potenza politica del sovrano pontefice, ma si stigmatizza l’individuo, gli si negano i diritti e gli si infliggono doveri a palate, si esalta la collettività contro la monade, si fa appello alla trascendenza, si dispensa lo Stato e i suoi parassiti dal render conto dei loro atti col pretesto della sua extraterritorialità ontologica, si trascura il popolo, si taccia di populismo e demagogia chiunque se ne prenda cura, si disprezzano gi intellettuali e i filosofi che svolgono il loro lavoro e resistono. L’elenco potrebbe continuare.

Mai come oggi quella che il XVIII secolo conosceva sotto il nome di “antifilosofia” ha goduto di tanta vitalità: il ritorno della religione, la prova che Dio non è morto, ma solo per qualche tempo un po’ addormentato, e che il suo risveglio annuncia come la musica stia per cambiare, tutto ciò obbliga a riprendere posizioni che si ritenevano superate e a riguadagnare la nicchia dell’ateismo. L’insegnamento della religione fa rientrare il lupo nell’ovile: ciò che i preti non possono più commettere apertamente potrebbero ormai farlo con discrezione, insegnando le favole del Vecchio e Nuovo Testamento, trasmettendo le finzioni del Corano e degli hadith col pretesto di permettere agli scolari di avvicinarsi più facilmente a Marc Chagall, alla Divina Commedia, alla cappella Sistina o alla musica di Ziryab.

Ora, le religioni dovrebbero essere insegnate nei corsi già esistenti – filosofia, storia, letteratura, arti plastiche, lingue ecc. – come si insegnano le protoscienze: per esempio l’alchimia nel corso di chimica, la fisiognomica e la frenologia nelle scienze naturali, il totemismo e il pensiero magico in filosofia, la geometria euclidea in matematica, la mitologia in storia… Oppure, dal punto di vista epistemologico, come si insegna che il mito, la favola, la finzione, l’irrazionalità precedono la ragione, la deduzione, l’argomentazione. La religione deriva da una forma di razionalità primitiva, genealogica e datata. Riattivare questa storia di prima della storia significa rallentare, se non addirittura portare fuori strada, la storia di oggi e di domani.

Insegnare l’ateismo implicherebbe un’archeologia del sentimento religioso: la paura, il timore, l’incapacità di guardare in faccia la morte, l’impossibile coscienza dell’incompletezza e della finitudine degli uomini, il ruolo importante e motore dell’angoscia esistenziale. La religione, questa creazione di finzioni, richiederebbe uno smontaggio in piena regola di questi placebo ontologici – come in filosofia si affronta la questione della stregoneria, della follia e dei margini per produrre e circoscrivere una definizione della ragione.

Michel Onfray, Trattato di ateologia, estratto, pp. 46-48

Pubblicato su libri | Contrassegnato da tag: , , , , , , | Lascia un commento »

Quando si dice vederci giusto

Pubblicato da sandro su 22 Settembre, 2009

E’ così, ci piaccia o no. Il ventesimo secolo è finito coi suoi sogni distrutti. La nozione di comunità come associazione volontaria di cittadini illuminati è morta per sempre. Adesso ci rendiamo conto di quanto sia soffocante essere diventati così umani, così dediti alla moderazione e alla via di mezzo. La suburbanizzazione dell’anima ha devastato il nostro pianeta come la peste.

Insomma, la sanità mentale e la ragione sono indegne di noi?

No. Ma sono una grande illusione, fatta di specchi bugiardi. Oggi conosciamo a malapena i nostri vicini, evitiamo quasi ogni forma di coinvolgimento civico e lasciamo allegramente che a gestire la società sia una casta di tecnocrati politici. La gente trova tutta l’intimità di cui ha bisogno nella sala d’imbarco dell’aeroporto e nell’ascensore del grande magazzino. A parole sono tutti a favore dei valori comunitari, poi però preferiscono stare soli.

James Graham Ballard, Super-Cannes, estratto

Pubblicato su libri | Contrassegnato da tag: , , , | Lascia un commento »