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Fantapolitica domenicale

Pubblicato da prescinseua su 15 Novembre, 2009

Un paio di settimane fa la Cassazione ha sancito un principio importante. Ha deciso che per parlare di famiglia, almeno quando ci sono di mezzo maltrattamenti tra partner, è sufficiente constatare la ‘stabilità del rapporto’ per poter applicare gli articoli del codice penale che riguardano la violenza familiare. Si tratta di una sentenza singola che nel diritto italiano non fa giurisprudenza (anche se è l’ultima di una lunga serie di decisioni in materia da parte della Suprema Corte) e si tratta di una sentenza penale in cui si sancisce un principio molto pratico che non deve per forza avere conseguenze anche in materia civile. Nella fattispecie la decisione della Cassazione consente di applicare aggravanti di pena altrimenti impossibili per una “normale” aggressione.

Non tutti però la vedono allo stesso modo. Cotanta sentenza è per esempio bastata per suscitare le ire dei lettori del Giornale che nei loro commenti ad una preziosa perla di Marcello Veneziani si sono scatenati a discettare di teologia, biologia, zoologia oltre che di storia del costume con lo stile crudo che tanto li contraddistingue. Tra tutti un commento in particolare mi è saltato all’occhio. Un commento solo, è vero, però importante per un riferimento che contiene. Il lettore Terzino al commento numero 108 si lascia scappare la constatazione che l’articolo 29 della Costituzione purtroppo non è stato ancora modificato e lascia chiaramente intendere che ciò dovrebbe avvenire quanto prima se si hanno a cuore i destini della famiglia italica. Come sapranno i lettori, l’art. 29 parla di famiglia come ‘società naturale fondata sul matrimonio’ e di ‘coniugi’. Oibò, belle parole, non c’è che dire, ma anche assai vaghe e facilmente fraintendibili. Del resto, chi sa definire in maniera chiara cos’è la ‘natura’? E come non inorridire davanti a quel pericolosissimo (e doppiamente maschile) ‘coniugi’? Il fatto che anche i lettori del Giornale inizino a capire che la Costituzione così cattolica poi non è indica che la battaglia per la laicità dello Stato si sta spostando su un livello più alto rispetto al passato, non più puramente mediatico-culturale o politico, ma persino costituzionale. E più d’uno sta affilando le armi per questa battaglia che potrebbe rivelarsi letale per la nostra Carta fondamentale. Anche la proposta del giudice costituzionale Napolitano, già avvistato ad una cena con Berlusconi e Alfano a casa di Gianni Letta, di consentire ai membri della Consulta – se stesso in primis, evidentemente – il dissenso pubblico (quindi inevitabilmente politico) rispetto alle decisioni della Corte può essere indubbiamente inserita nel quadro di questa escalation volta a delegittimare o quanto meno a svuotare di significato il massimo organo di garanzia posto a tutela della Costituzione. Si aggiungano poi gli appelli, tra gli altri di Alessandra Mussolini, al riconoscimento costituzionale delle radici cattoliche dell’Italia e il sospetto si fa certezza.

Esagerato? Temo di no, e cercherò di spiegarvi il perché. Ma prima un salto indietro nel tempo. Nel corso dei primi mesi del 2009 una coppia omosessuale di Venezia si è rivolta al comune di residenza per richiedere le pubblicazioni del proprio matrimonio. La coppia ha agito di concerto con l’associazione Certi Diritti, legata ai Radicali, e ha richiesto che la risposta dell’Ufficiale di Stato Civile della città lagunare le venisse fornita per iscritto. L’esito della procedura è stato prevedibilmente negativo: il codice civile italiano e la sua applicazione corrente lasciano chiaramente intendere che a sposarsi possono essere solamente un uomo e una donna. Lasciano intendere? E già, perché il codice civile vieta tante cose in tema di matrimonio, per esempio fratello e sorella non possono sposarsi, ma non vieta da nessuna parte in maniera esplicita le nozze tra persone dello stesso sesso. Né parla di ‘uomo’ e ‘donna’, ma semplicemente – ci risiamo – di ‘coniugi’. La coppia in questione ha ritenuto ce ne fosse abbastanza per fare ricorso. E il tribunale di Venezia le ha dato atto di aver messo in luce un punto poco chiaro della legge vigente e ha conseguentemente scelto di chiedere il parere della Corte costituzionale. Di lì a poco anche il tribunale di Trento ha adito anch’esso la Consulta in relazione ad un caso analogo in cui la coppia era nuovamente assistita da Certi Diritti. Risultato: due ricorsi molto simili su cui la Corte si pronuncerà verosimilmente nel giro di un anno. Subito prima o subito dopo l’estate 2010 quindi.

Il tribunale di Venezia nelle proprie motivazioni fa riferimento certo a ciò che i costituenti potevano intendere per ‘matrimonio’, ma allo stesso tempo fa notare che la formula ‘coniugi’ venne probabilmente preferita proprio per la sua vaghezza. Il principio di apertura alle evoluzioni del costume e della morale (per quanto non prevedibili negli anni ’40) deve prevalere su un approccio filologico alla Carta. Tanto più che la legge civile distingue chiaramente l’istituto del matrimonio da quello della filiazione. In pratica, come è logico, ci può essere matrimonio senza figli e ci possono essere figli senza matrimonio. Con la differenza che per fare figli ci devono essere una donna e un uomo. Logica estensione del ragionamento è il fatto che in tema di adozione il codice civile parla esplicitamente di ‘marito’ e ‘moglie’. Il che da un lato può rassicurare coloro che sono contrari all’adozione da parte delle coppie omosessuali – una sentenza positiva della Consulta non si estenderebbe a questa forma di filiazione – e dall’altro conferma appunto che il legislatore, quando vuole, sa fare – eccome! – chiarezza sulla composizione della coppia. In aggiunta, ovviamente, il tribunale stesso ricorda il già citato articolo 29 della Costituzione, l’articolo 3 che vieta ogni discriminazione in base a ‘condizioni personali’ oltre agli articoli 2 (tutela delle formazioni sociali in cui si svolge la personalità dell’individuo) e 117 comma 1 (obblighi comunitari, leggasi in particolare Trattato di Lisbona e Carta di Nizza).

Capirete quindi già da soli verso quale iceberg la Costituzione italiana sta navigando. Tutto dipende dalla decisione della Consulta, ma in qualunque senso questa deliberi, quel che è certo è che si tratterà di una decisione esplosiva. L’impatto politico di un’interpretazione tradizionalista lascerebbe in teoria ancora spazio per una sorta di civil partnership, contentente per i contraenti gli stessi diritti e doveri di una coppia sposata, semplicemente con un altro nome. Politicamente però una scelta del genere avrebbe un impatto talmente forte da rendere remota e impraticabile per molti anni persino una scelta assai timida come quella dei Didorè. Analogo ragionamento è possibile fare nel caso di approvazione da parte del parlamento della proposta di modifica dell’articolo 29 presentata dal senatore Malan (e pensare che è valdese…). Il nuovo articolo riconoscerebbe il matrimonio come ‘unione tra un uomo e una donna’ e in questo modo non escluderebbe di per sé la possibilità di regolamentare altre forme di unione o persino altre definizioni di matrimonio. A breve e medio termine però tale eventualità risulterebbe per le medesime ragioni appena esposte politicamente non praticabile.

Per una scelta così conservatrice la Consulta dovrebbe in realtà fare diversi salti mortali e dare interpretazioni assai originali di più di un articolo. Sarebbe un suo diritto e potrebbe farlo – come ha dimostrato ancora di recente – anche a maggioranza risicatissima. Più lineare risulterebbe tuttavia una sentenza positiva, anche se la Consulta in più di un’occasione – per esempio, in materia televisiva – si è dimostrata non insensibile agli equilibri politici del momento. Non è esclusa quindi una sentenza in linea di principio favorevole al matrimonio tra persone dello stesso sesso ma con qualche formuletta che ne posponga di fatto l’entrata in vigore, poniamo, a quando il Parlamento deciderà di legiferare appositamente in materia. Una vittoria per tutti che nell’attuale guerra di posizioni verrebbe probabilmente venduta – contro ogni evidenza – come un no al matrimonio gay.

Ma veniamo all’ipotesi più interessante e pericolosa. Nella fattispecie mi interessano le conseguenze politiche della questione e la potenziale minaccia alla Costituzione stessa che a quel punto potrebbe profilarsi. Il confronto con il Lodo Alfano è assai interessante. Berlusconi ha blaterato nelle ore immediatamente successive alla sentenza di voler provare a reintrodurre l’immunità per se stesso con legge costituzionale. Lo stesso testo appena dichiarato incostituzionale verrebbe fatto rientrare dalla finestra e inserito proprio in quella Costituzione che non potrebbe tollerarlo a meno di non metterne in pericolo i delicatissimi equilibri. Non so se quel progetto resti in piedi per il Lodo Alfano, ma l’invito al rispetto per il Capo dello Stato e per la Corte costituzionale arrivato da Fini fa presumere, salvo ripensamenti dello stesso Fini o di Casini che in queste ore sembrano meno lontani, che Berlusconi non si senta le spalle abbastanza coperte per tentare il definitivo assalto alla diligenza. Meglio tornare a puntare sulle lentezze della giustizia, sulle arguzie dei suoi legali e soprattutto sulla vecchia e cara prescrizione (eventualmente accorciandola per legge). Viene così rimandato alla prossima occasione l’aggiramento anche dell’ultimo ostacolo che ancora impedisce a Berlusconi di fare con la Costituzione quel che gli pare e piace. La Consulta appunto, che a quel punto potrebbe pronunciarsi come vuole su tutto per poi vedersi beffata regolarmente da sistematiche modifiche alla Carta a colpi di maggioranze parlamentari. Sembra un colpo di stato, ma non lo è. È semplicemente uno dei vari buchi neri lasciati dai Padri costituenti che Berlusconi ci sta facendo scoprire poco a poco.

Ora, capite anche voi lo scenario che si va delineando. Una sentenza sul matrimonio omosessuale è ben altra cosa da una sentenza sull’immunità del presidente del consiglio (e altri comprimari) di cui molti italiani non hanno capito granché e nell’interpretazione della quale possono facilmente entrare in gioco anche manovre di palazzo non sempre trasparentissime. Al contrario, gli animi si surriscalderebbero subito e le alleanze politiche pure. Difficile pensare che Fini o il PD richiedano in quel frangente il rispetto della sentenza con la stessa fermezza con cui hanno difeso la pronuncia sul Lodo Alfano. Difficile pensare che il Vaticano non inizi a scalpitare e a sfuriare con l’occhio lungimirante rivolto anche alla modifica dell’articolo 33 (scuola privata). Difficile pensare che Berlusconi si lasci scappare l’occasione per prendere uno stormo intero di piccioni con una sola, piccolissima fava. Sancire finalmente la santissima alleanza con il Vaticano, spingere definitivamente le diverse anime del PD all’implosione o in alternativa alla conversione finale e realizzare infine il suo legittimo (ahimé, pure legittimo) colpo di stato. E per di più con la complicità di gran parte dell’opposizione che, ancora tutta impegnata a cincischiare (Franceschini) di diritti individuali dei componenti la coppia di fatto (sic) o (Bersani) di coppie omosessuali in nulla assimilabili al matrimonio (non è noto se si sia fatto anche il segno della croce nel pronunciare queste parole), arriverebbe una volta di più totalmente impreparata alla battaglia decisiva.

Uno scenario da incubo? Il delitto perfetto, per giunta così a portata di mano? O forse semplicemente fantapolitica? Solo pochi mesi e avremo la risposta. Nel frattempo, estote parati!

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Buonanotte

Pubblicato da sandro su 27 Ottobre, 2009

Ho ascoltato la sintesi del primo comizio di Bersani da segretario del Pd. Dacché mi ricordo, l’ho sempre sentito parlare di imprese, di sostegno agli imprenditori e di lenzuolate. Celebri le puntate di Ballarò o di Porta a porta nelle quali lui e Letta (Enrico) andavano avanti per ore a suon di «competitività» e «rilancio dei consumi». Non dubito dell’onestà e della sincerità del neosegretario, ma lo vedo e lo sento come distante dalla mia prospettiva politica, integrato in una dialettica alla lunga inconcludente, incaponito in desuetudini. Gli auspici di Giovanni pertanto, che sono anche i miei, sono lungi dall’esser realizzati.

Intanto dalle parti del governo – mentre il Berlusca, dopo la vacanza col massacratore di Cecenia, pare abbia preso la scarlattina dal nipotino – infuria una battaglia asprissima. Neanche Tremonti fosse un salvatore della patria da osannare. Da tutto ciò appare invece sin troppo chiaro che i nervi sono tesi e l’incapacità di governare al di là degli annunci, delle pacche sulle spalle e della rozza demagogia è palese. Se per Bersani il ruolo dell’opposizione è quello di costruire un’alternativa, per me in questo preciso momento è quello di dire dei no secchi ed inequivocabili allo scopo di revocare il più vergognoso esecutivo degli ultimi 150 anni.

Soprattutto c’è bisogno di responsabilità e moralità, alla luce di quanto emerge ed emergerà dal caso scoppiato – buon ultimo – nel Lazio di Marrazzo. Non sono un bacchettone e quindi non mi interessano i gusti sessuali del presidente della Regione, così come non mi interessa se Berlusconi inscena il Satyricon a Palazzo Grazioli. Sono però un irremovibile giacobino della democrazia: se perciò Marrazzo è sotto ricatto si deve allontanare seduta stante dall’apparato pubblico, e se Berlusconi è un satrapo e un corruttore si deve scusare col popolo e correre in tribunale.

Tre milioni di persone hanno mostrato domenica che c’è ancora voglia non tanto di credere nella politica, quanto nella possibilità di ribaltare lo sciagurato andazzo della politica. E mentre la casta che indegnamente amministra lo stato pare non volersene curare, lo scalpiccio dei bisonti evocato da Beppe Grillo mesi fa appare sempre più concreto. Chi ha visto l’ultima puntata di Annozero se ne sarà pur reso conto, sentendo le voci degli imprenditori del nord traditi e umiliati dallo scudo fiscale e dall’inanità dei governanti. Si prevede un milione di chiusure di qui a breve, quindi milioni di lavoratori a spasso.

In conclusione, sono tanti e tali i disastri che ci attendono che non posso nemmeno dirmi soddisfatto dell’ottimo risultato del mio candidato, Marino. Gli argomenti di puro buon senso del suo programma hanno raccolto poche briciole, e se tanto mi dà tanto… buonanotte.

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Domenica primarie /4

Pubblicato da sandro su 24 Ottobre, 2009

Il lettore Giovanni mi ha dato una stoccata davvero notevole, l’ammetto.

Di nuovo, ricorro al soccorso di un’opinione esterna.

PERCHÉ NON VOTERAI ALLE PRIMARIE?

di Alessandro Gilioli su «Piovono rane»

1. «Perchè non sono del Pd». Neanch’io, anzi alle europee ho votato altrove. Ma se vogliamo mandare a casa la cricca del Cavaliere, serve anche un forte partito d’opposizione come il Pd. E andare a votare alle primarie – scegliendo uno dei tre candidati o al limite lasciando la scheda bianca – è un modo per dire al premier che un forte partito d’opposizione in questo paese esiste, è forte ed è radicato (o sta radicandosi).

2. «Perché il Pd fa schifo». Giudizio drastico, ma diffuso tra quelli che vorrebbero un partito vero e non un ectoplasma. Tuttavia un basso numero di votanti alle primarie lo renderebbe ancora più ectoplasmatico e debole, mentre un successo delle stesse sarebbe una discreta iniezione di vitamine (trattandosi di un neonato malaticcio, ne ha parecchio bisogno) e, allo stesso tempo, il segno di un controllo da vicino da parte dell’elettorato. Statene certi, con pochi votanti alle primarie il Pd farebbe ancora più schifo, e i suoi apparati ne farebbero carne di porco.

3. «Perché è meglio Di Pietro». Parere lecito, ma l’Idv da sola non costituirà mai un’alternativa a Berlusconi: che si può immaginare invece solo con un Pd robusto. E la futura robustezza di un’alleanza alternativa a Berlusconi dipende anche da quanta gente andrà a votare alle primarie del Pd (sotto la stessa voce: «Perché è meglio Grillo», «perché è meglio Ferrero» etc).

4. «Perché tanto non serve a niente». Può darsi, ma allora rinunciamo a tutto, però: anche a sperare di consegnare ai nostri figli un’Italia migliore dell’autocrazia peronista del Cav. Insomma, d’accordo, non è detto che serva a qualcosa, ma nella vita bisogna sempre provarci, sennò si è morti dentro.

5. «Perché non mi piace nessuno dei tre candidati». Anch’io penso che tutti e tre abbiano dei difetti. Ma penso anche che uno qualunque dei tre a Palazzo Chigi andrebbe meglio di Berlusconi. E, visto che difficilmente a Palazzo Chigi posso mandare il mio avatar e dato che il Pd è invece la maggiore forza d’opposizione, spero che uno dei tre (o un altro del Pd) mandi a casa il Cavaliere.

6 . «Perché sono tutti stronzi (quelli del Pd)». Dissento, ci sono stronzi e non stronzi, come in tutte o quasi le organizzazioni. Credo che quindi si possa individuare quello che ci pare meno stronzo e votarlo. Se poi tutti e tre ci sembrano invotabili, ricordiamoci che probabilmente è il Pd nel suo complesso a essere meno stronzo del Pdl, e quindi andiamo lo stesso ai seggi.

7. «Perché il Pd non dà alcun fastidio a Berlusconi». In effetti, finora, il Pd non ha dato granché fastidio a Berlusconi. Ma secondo voi domenica sera Berlusconi è più contento se vanno a votare alle primarie 300 mila cittadini o se ci andiamo in tre milioni? Dopodichè, chiunque venga eletto, gli si starà con il fiato sul collo perché non ripeta le penose esperienze del passato.

8. «Perché tanto vince D’Alema che è un inciucione, e queste primarie sono una farsa». Intanto non è detto, ci sono due candidati che sfidano quello di D’Alema. Dopodiché, anche se vincesse Bersani, tanto maggiore sarà il risultato degli altri due candidati tanto più difficile sarà per D’Alema ritentare vecchi inciuci. Quanto alla farsa, no, non è vero: il Pd è l’unico partito in Italia che fa scegliere il suo leader agli elettori: quindi far vedere che tanta gente partecipa è uno monito a non seppellire questo grande strumento democratico ed è un modello per gli altri partiti – non solo di destra – che col cazzo che aprono democraticamente alle primarie.

9. «Perché il Pd non ha fatto la legge sul conflitto d’interesse». Vero, ma non è che se il Pd domani non c’è più – o è ridotto all’osso – qualcun altro la farà. Inoltre, a forza di rompergli le scatole, tutti e tre i candidati del Pd hanno messo il conflitto d’interessi nelle loro intenzioni: poi bisognerà stargli dietro, se mai tornassero al governo, perché la facciano davvero.

10. Perché quelli del Pd sono deboli e assenteisti. Vero, molto vero. Deboli lo sono stati dalla nascita, con l’infausta politica del “dialogo” con il Cavaliere. Assenteisti lo sono stati spesso, e in questo blog non si è mancato di farlo notare. Ma credo che non partecipare al maggior evento democratico del maggior partito d’opposizione significhi indebolire ancora di più l’opposizione, oltre che far sentire il Pd meno controllato dal suo elettorato. E poi potremo stimolarlo, frustarlo e incazzarci con il Pd solo se diamo l’impressione di esserci, come base.

Se scompariamo tutti, è finita, e il Cavaliere brinda.

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Domenica primarie /3

Pubblicato da sandro su 24 Ottobre, 2009

Non si potrà dire, dopo questi post, che ci siamo disinteressati delle sorti del Pd. Nonostante che, scherzosamente, ci si definisca radical chic, abbiamo mostrato una sincera preoccupazione nei confronti di quel soggetto politico che raggruma in sé stesso le vestigia della più importante tradizione della sinistra europea. Simili preoccupazioni possono allignare solo negli animi di persone di sinistra, credo. Infatti consideriamo il progresso un sentimento che deve pervadere la società, non un utile ottenuto per mezzo della persuasione.

Giovanni sembra condividere – ma certo in modo più flebile – le identiche mie tribolazioni. Queste primarie non decidono soltanto il nome del futuro segretario e quindi dell’apparato che s’insedierà alla guida del partito; queste primarie decidono l’identità, l’idea di paese che il partito cercherà di imporre nei prossimi anni. Fare egemonia culturale ai tempi della crisi e della postdemocrazia è già di per sé aleatorio; affrontare la crisi e la postdemocrazia con idee e figure viete è addirittura stravagante (un aggettivo di moda, ultimamente).

Anch’io penso che Marino sia l’unico baluardo contro la definitiva abdicazione del Pd dal suo ruolo morale. Non è la panacea, ma almeno rappresenta delle idealità che verrebbero altrimenti sbaragliate dalle logiche mercantili imperanti. Il motto di Marino non è: «Un altro mondo è possibile», d’accordo. Chi parla però – e, soprattutto, chi può portare in parlamento – di diritti civili, energia pulita, laicità, lavoro, connettività, integrazione, ecc.? Tutte cose abbastanza di sinistra, direi. Se Bersani stavince, noi altro che al 3% andiamo! Ecco perché non ritengo illogico il voto a Marino. Insomma, ho deciso, domenica voterò e voterò per lui. Spero che molti altri indecisi e svogliati giungano alla medesima conclusione. C’è poco da guadagnare ma molto da perdere.

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Domenica primarie /2

Pubblicato da sandro su 23 Ottobre, 2009

Le giuste perplessità di Nicola sul mio proponimento masochista di votare alle primarie di domenica non mi hanno del tutto convinto.

In mio soccorso, allora, Piero Ricca (la cui adeguata arroganza è per me un godimento):

Caro Piero,

sono incerta se votare alle primarie del Pd; da un parte li detesto per quel che hanno fatto e soprattutto per quel che non hanno fatto in tutti questi anni, li considero corresponsabili dell’attuale sfascio; dall’altra so che è l’unico partito un po’ organizzato di (almeno formale) opposizione. Tolto quello, che rimane? Decido domani. Tu che dici?

Alessia

Risposta

Cara Alessia,

sono incerto anch’io, più o meno per le tue stesse motivazioni. Il Pd non merita il nostro voto eppure oggi ci tocca essere più responsabili di certi piccoli oligarchi che da mesi non fanno più politica, presi come sono dalla loro vera priorità: il controllo del partito. Inoltre quando c’è la possibilità di esprimere una sia pur minima scelta è sempre meglio utilizzarla, se non altro per dare un segnale (brogli permettendo), anche se i giochi sembrano fatti: sostenuto dal corpaccione clientelare e affaristico del partito (vedi la gestione delle tessere, in particolare al sud) vincerà Bersani e dunque D’alema, cioé un personaggio che – come ripetiamo sempre – dovrebbe essere definitivamente fuori scena dopo quindici anni di compromessi e sconfitte. Insomma, probabilmente andrò al seggio e voterò per Ignazio Marino.

(Il pezzo di Ascanio Celestini si riferisce alle primarie del 2007, da me peraltro disertate. Sempre bravo, il buon Ascanio)

[pieroricca.org]

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Domenica primarie

Pubblicato da sandro su 22 Ottobre, 2009

Mi sto arrovellando sulla seguente incognita: poiché la sinistra italiana continua a frazionarsi (quella a cui guardiamo noi – dati delle scorse europee – è ferma al 3,12%) e poiché – come giustamente sosteneva Roberto in un commento a Nicola – il Pd è fino a prova contraria il nostro attuale referente, vale la pena di scomodarsi domenica per votare alle primarie?

Questo blog non ha particolari simpatie verso il Pd, tuttavia alcuni di noi (il sottoscritto, almeno) lo hanno votato. Se è vero come è vero che nella mentalità italiana ha fatto breccia l’idea del bipartitismo e dell’alternanza, il Pd ce lo dovremo far piacere oppure faremo per il resto dei nostri giorni i settari. Non che mi dispiaccia la prospettiva, ma ha poi senso? Certo, nessuno si illude di scalfire col voto delle primarie l’assetto tecnocratico ed elitario che guida il partito. Se però esprimere una preferenza per un candidato piuttosto che per un altro può fornire alle predette nomenclature un’idea sulle opinioni maggioritarie e minoritarie del loro elettorato, allora se ne intuisce l’utilità. A patto che dopo il neo segretario non si dedichi ai consueti giochini visti negli ultimi 15 anni…

Domenica molta gente andrà alle sezioni del Pd per barrare il nome del proprio candidato, donare 2 € alla “causa” e sottoscrivere una dichiarazione nella quale si proclama democratica. Ho l’impressione che una parte di quella gente proverrà da lidi politici estremamente eterogenei. Alcuni perfino dalle parti del grottesco Pdl, con scopi sabotatori. E questo, incontestabilmente, è un limite del sistema delle primarie. Probabilmente per fare le primarie c’è bisogno di un regime d’elevata civiltà ed educazione, senza il quale non è possibile la serietà.

Alla fine non so se cederò alla tentazione di dire la mia. Dovessi farlo, spenderò questi 2 € in favore di Ignazio Marino, l’unico a dirsi di sinistra e ad avere un programma degno di questo nome. Sarebbe un voto d’appoggio, di stima, di sprone. Tanto è già quasi tutto deciso. Con buona pace della «gloriosa macchina da guerra».

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Il senso della Binetti per la laicità

Pubblicato da sandro su 15 Ottobre, 2009

Il problema è questo. Adesso tutti vorrebbero che Paola Binetti, dopo l’ennesimo sfregio alla laicità commesso sotto le insegne del Pd, e addirittura in suo nome, si dimettesse dal partito levando lei le castagne dal fuoco al leader di turno. Ma se questo non accade il caso Binetti diventa una sorta di drammatico gioco di ruolo che scatena uno strano cortocircuito nelle primarie.

Pensateci anche solo per un attimo: Franceschini dovrebbe assumersi la responsabilità di cacciarla, ma se lo fa davvero, fornisce a uno dei suoi principali alleati, Francesco Rutelli, il casus belli che aspetta da mesi per mettere in pratica la sua sospirata scissione. E’ difficile che il segretario possa permetterlo, ed ecco perché Franceschini spara sulla Binetti sperando che si arrabbi. Il problema così si riversa su Bersani. Certo, se l’ex ministro prendesse una posizione chiara su questo, recupererebbe voti a sinistra, e potrebbe vincere più facilmente le primarie. Ma se lo facesse si esporrebbe anche a quello che considera il suo tallone d’Achille: quello di essere considerato un comunista travestito pronto ad operazioni di purga, e alla cancellazione delle identità di minoranza. Se a cacciare la Binetti è Bersani, diventa un mangiapreti. Se i primi due leader ragionano così, il corollario inevitabile è che alle primarie la candidatura Marino diventi un bene-rifugio. L’unico custode della laicità è lui – finirebbero per pensare molti iscritti – dunque lo voto. Un bel dilemma, in cui l’unico modo per fuggire alla prigionia dei ruoli è un atto di coraggio dei primi due leader del Pd. Riusciranno a trovare la forza?

Adesso, però, vorrei provare a ragionare su Paola Binetti e sui paradossi che la sua figura apre.

Anche lei di coraggio ne ha. Da anni viene percepita come un corpo estraneo, da anni, con una determinazione che rasenta la vocazione dei martiri, continua imperterrita la sua battaglia anti-illuminista a tutto campo. Al Senato – durante la crisi di Prodi – più di una volta aveva votato contro il governo sempre rischiando di essere determinante. Veltroni e Franceschini si erano illusi di depotenziarla spostandola alla Camera senza capire che, ovviamente, il problema era politico. Le Binetti e le Dorina Bianchi non pesano per il loro seguito, ma per il loro valore simbolico ed evocativo. Entrano nel problema identitario del Pd e, anche senza parole, sostanzialmente dicono ai suoi leader: voi siete un partito che si regge su di un compromesso fragile, e su una amalgama mal riuscita. Io, noi, vi legittimiamo. Mettendo dentro il vostro Dna il suo contrario, voi conquistate un passaporto di legittimità che non siete riusciti ad ottenere altrimenti. Pochi ricordano come fu affondata la legge sulle unioni civili stesa con molta fatica dalla Pollastrini e dalla Bindi. Con un semplice sms spedito dalla Binetti (che stava al Senato) ad Anna Serafini, che era capogruppo in commissione. Il senso era molto chiaro: se questa legge passa, noi ce ne andiamo. Lo stesso paradosso che pesa oggi sulle spalle di Bersani, finì per gravare su quelle di Fassino. Sta nascendo il Pd, posso permettermi di espellere una cattolica? No. E così tutti i progressisti dovettero pagare dazio all’integralismo guerrigliero della Binetti.

In quei giorni invitai per la prima volta la Binetti a Tetris, nel mio programma, e in quella puntata accaddero cose incredibili. Era la sua prima apparizione televisiva, perché i grandi media non si curavano di lei. Noi avevamo affidato a Mike Bongiorno il consueto quiz per i politici. E Mike – l’ho ricordato su questi sito tempo fa – chiese alla Binetti: “L’omosessualità è: A) Una normale caratteristica di una persona B) Una malattia?”. Ricordo ancora oggi il primo piano terreo della Binetti, su cui si stampò un’espressione di sofferenza vera. Cercò di fermarsi, di dire parole caute, ma quello che aveva dentro le uscì fuori. Disse quello che pensava allora e che pensa ancora oggi: che era “Una malattia”. Nella stessa puntata, dopo il quiz, portai in studio un cilicio. Solo questo gesto aveva in qualche modo turbato la nostra piccola redazione. Avevamo scoperto che il cilicio non si vende, e ne avevamo trovato uno in modo semi-clandestino, su internet. Prima di andare in onda questo oggetto era passato fra di noi di mano in mano, suscitando stupore, perché tutti avevano ceduto alla tentazione di calzarlo, ritrovandosi i suoi rostri nella carne. Non la capisci, la ferocia autoflagellatoria del cilicio finché non ti incide la pelle. Chiesi alla Binetti se veramente lo portasse con regolarità. Lei mi rispose: “Ma certo!”. Allora portai quell’incredibile strumento in studio. Mi venne istintivo metterlo in mano a Chiara Moroni, socialista laica del Pdl, anche lei ospite. Ancora oggi, rivendendo quelle immagini, si può notare l’espressione esterrefatta di Chiara. Ma chi ci stupì, ancora una volta, fu la Binetti, che assunse un tono materno e persuasivo verso la collega: “Cara, non ti deve spaventare. Il cilicio ci ricorda il dolore della donna che partorisce… Ci ricorda la sofferenza degli occhi dopo una giornata passata a lavorare al computer. Ci ricorda il dolore della vita che troppo spesso dimentichiamo”. Siccome la televisione ha sempre dei momenti di verità, il dialogo che seguì fu quasi simbolico. Chiara quasi esplose: “Ma il dolore della vita noi non lo vogliamo, lo subiamo nostro malgrado! E il dolore di un parto è accettabile solo perché produce la vita, non perché sia un valore in sè!”. Senza volerlo, avevamo messo a fuoco la differenza fra l’ideologia della penitenza e quella della laicità.

Franco Grillini, che si era scontrato durissimamente con la Binetti dopo la risposta sull’omosessualità (“Se dici questo sei fuori dall’ordine dei medici!”) scelse la via del sarcasmo: “Io sul cilicio difendo la Binetti: ho sempre pensato che tutti hanno diritto alle proprie passioni sadomasochistiche”. Lei si arrabbiò davvero, e iniziò ad urlare. Nessuno, vedendo quella scena, avrebbe potuto pensare che entrambi facessero parte dello stesso partito. La Repubblica, il giorno dopo, aprì un’intera pagina sul caso, e Rutelli bacchettò la Binetti: “Non doveva andare in un programma così”. Non perché non condividesse le sue idee, dunque, ma perché considerava poco prudente averle espresse.

Incontrai la Binetti due giorni dopo, al Senato. Ero convinto che mi volesse sbranare. Invece era sinceramente dispiaciuta: “Non dovevo accettare di parlare del cilicio, ma è stata colpa mia”. L’avevo intervistata più volte, quanto basta per capire che lei non inseguiva tornaconti, non ha ambizioni personali. Piuttosto si sente come una guerriera crociata, che deve difendere la croce e Cristo in questa battaglia di testimonianza in Parlamento, esattamente come un soldato del medioevo si doveva immolare per il santo sepolcro. Dopo la valanga di polemiche che le precipitarono addosso per aver definito l’omosessualità una malattia inventò una sua forma di espiazione privata, credo sincerissima. Andò ad accudire la collega Paola Concia, che all’epoca conosceva appena, in un delicato intervento per un tumore. Non era una furbata, come ha volgarmente ipotizzato qualcuno: era l’unico contrappasso umano che potesse aggirare il suo problema ideologico anti-gay, il suo dogma identitario. Era la via del samaritano, imboccata per controbilanciare la ferocia della guerriera crociata. Ieri, l’inconciliabilità di questa soluzione si è risolta teatralmente con il voto della Binetti speso per affondare la legge della Concia. La pietas umana non poteva distogliere il guerriero di Cristo dalla sua missione. Ed è questo il vero motivo per cui la Binetti deve essere laicamente espulsa dal Pd: lei non se ne andrebbe mai, perché affermare la sua fede tra gli infedeli è ai suoi occhi un elemento di merito: essere dileggiata, attaccata, odiata, è parte della sua missione di testimonianza, solo un altro modo di indossare un cilicio.

Detto questo, devo aggiungere che ho molta più stima per la Binetti e della sua tetragona coerenza che per gli arrampicatori di muri che nel Pd, per mille motivi di utilità contingente, hanno finito per strumentalizzarla, e farsi strumentalizzare da lei. Più stima di lei, che per il convertito Rutelli che srotolava la nasiera pontificia dal bancone di Montecitorio per protesta contro il Vaticano, e che adesso bacia gli anelli dei prelati. In fondo lei ci consegna un paradosso mirabile e corrosivo, nel degrado della seconda repubblica. Paola Binetti non è il tipo di politico disposto a compromessi e mediazioni sui suoi valori. Per questo è una figura che tutti vorrebbero avere in una coalizione. Possibilmente l’altra.

Luca Telese

Il Fatto Quotidiano

14 ottobre 2009

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La faccia feroce dell’Italia

Pubblicato da prescinseua su 14 Ottobre, 2009

Mi riprometto di tornare sul tema ‘diritti degli omosessuali’ nei prossimi giorni con più calma. Per il momento mi limito a sottoscrivere il commento di Miriam Mafai sull’affossamento delle norme anti-omofobia.

La faccia feroce dell’Italia
di Miriam Mafai
ECCO una buona notizia per coloro che, in un’Italia che si è fatta sempre più incattivita e feroce, si muovono ogni notte, come cani da caccia, alla ricerca di una vittima da insultare, picchiare, trascinare per terra, sputacchiare, calpestare. Una vittima colpevole di una sua presunta “diversità”. Una buona notizia, insomma per quanti hanno imparato e hanno in serbo gli insulti più volgari da buttare in faccia a coloro che, uomini o donne, hanno abitudini e tendenze sessuali diverse da quanti si definiscono “normali”.

Questi presunti “normali” si appostano nelle strade frequentate da gay o lesbiche, li aspettano all’uscita dei locali da loro abitualmente frequentati, li inseguono, li insultano, li picchiano, abbandonandoli poi sanguinanti per terra. In questi ultimi giorni è accaduto più di una volta, in molte nostre città. È successo ancora a Roma, nella notte tra lunedì e martedì, in pieno centro, dove due presunti “diversi” sono stati lasciati a terra, sanguinanti, da un gruppo di teppisti “normali”.

Ecco dunque per questi presunti “normali” una buona notizia. Alla Camera ieri è stato affossata una legge contro l’omofobia che, prima firmataria Paola Concia del Pd, inseriva tra le aggravanti dei reati, “fatti commessi per finalità inerenti all’orientamento o alla discriminazione sessuale della persona offesa”. Era una buona legge. Flavia Perina, del Pdl, me ne aveva parlato recentemente, come di una legge che avrebbe dimostrato la possibilità di operare insieme, maggioranza e opposizione, per affrontare e risolvere problemi condivisi, superando il clima di feroce contrapposizione che caratterizza ormai da tempo la nostra vita politica.

La legge sembrava poter arrivare al traguardo. E invece no. Con un asse tra Udc e quasi tutto il centrodestra, è stata dichiarata l’incostituzionalità delle norme, seppellendo definitivamente il testo di legge. Se e mai un provvedimento contro l’omofobia rivedrà la luce, dovrà essere un disegno di legge nuovo e dovrà ricominciare l’iter dall’inizio. Tempi biblici, dunque.

Non tutta la maggioranza, tuttavia, si è prestata all’affossamento. Nove deputati, cosiddetti “finiani” hanno votato contro il rinvio della legge in Commissione Giustizia. Tra questi Flavia Perina, Italo Bocchino, Benedetto Della Vedova, Chiara Moroni. E altri deputati del Pdl si sono astenuti. Tra questi Giulia Buongiorno, presidente della Commissione Giustiziasi, Elio Vito e Gianfranco Rotondi. Anche l’opposizione, tuttavia, ha dovuto registrare la sua defezione. Ancora una volta l’on. Paola Binetti ha preso le distanze dal gruppo cui appartiene e votando con la maggioranza, ha provocato una dura reazione di Franceschini.

La fine di questa legge rappresenta, lo dicevamo all’inizio, una buona notizia, forse addirittura un incoraggiamento, per coloro che di notte vanno a caccia dei “diversi” in un paese che si va facendo sempre più incattivito, volgare e feroce. Forse la cultura della tolleranza, del rispetto degli altri, una cultura che qualcuno liquida sprezzantemente come “buonismo” è già perdente nel nostro paese. Ma sarà sempre più difficile vivere, convivere in un paese che faccia della “caccia al diverso” uno sport diffuso e vincente.

fonte: http://www.repubblica.it/2009/08/sezioni/cronaca/gay-aggrediti/mafai-italia-feroce/mafai-italia-feroce.html

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La scossa pugliese, di A. Macaluso

Pubblicato da prescinseua su 31 Luglio, 2009

È successo spesso in passato che gli investigatori, puntando sulle donne abbiano intrappolato uomini che si nascondevano alla giustizia: cherchez la femme. A Bari è accaduto l’esatto contrario. Indagando su alcuni appalti nella sanità che sarebbero stati concessi in cambio di mazzette, la Procura del capoluogo pugliese si è imbattuta in un giro di ragazze che sarebbero state portate, dietro compenso, in almeno un paio di residenze del presidente del Consiglio.

Una robusta fornitura di intercettazioni telefoniche e registrazioni ambientali ha fatto girare i riflettori quasi esclusivamente su questo filone, diciamo «indotto», mettendo in ombra quello centrale dell’inchiesta. Che aveva messo fin da subito nel mirino i partiti di centrosinistra, che governano la Regione — presie duta da Nichi Vendola — e alcune importanti città, Bari in testa. Ascol tato dai magistrati che si occupano dell’inchiesta (peraltro le indagini sono in realtà ben quattro), lo stes so Vendola si era detto «al di sopra di ogni sospetto» ma, intanto aveva azzerato la giunta regionale, ricosti tuendola con alcune immissioni esterne al centrosinistra. Ieri i carabinieri hanno acquisito i bilanci nelle sedi regionali pugliesi di Pd, Socialisti, Prc, Sinistra e Liber tà e Lista Emiliano (quest’ultima è espressione del sindaco di Bari). Gli accertamenti disposti dal magistra to riguardano l’ipotesi di illecito fi nanziamento pubblico ai partiti in ri ferimento al periodo dal 2005 a og gi, comprese le ultime elezioni al Co mune di Bari.

Ora, premesso che chi si dice ga rantista dovrebbe ricordarsi di esser lo sempre e comunque, c’è da chie dersi se i pesanti attacchi di tutto il fronte dell’opposizione nei confron ti del presidente del Consiglio e dei suoi comportamenti — sicuramen te discutibili — non abbiano talvol ta voluto coprire i timori per quello che l’inchiesta avrebbe potuto porta re alla luce. Che il filone parallelo, quello delle ragazze, abbia scoper chiato un mondo, esigendo l’atten zione di magistrati e media, resta una circostanza oggi tanto più evi dente. Ma è altrettanto chiaro che, ove mai le accuse dei magistrati ai partiti di centrosinistra dovessero ri velarsi fondate, la storia delle ragaz ze e delle loro serate a Palazzo Gra zioli e a Villa Certosa diventerebbe un contrappeso inaccettabile anche per il più ardito degli antiberlusco niani. Nessuna comparazione può fornire alibi a chicchessia. Aspettan do le conclusioni dell’inchiesta è co munque un bene evitare giudizi af frettati.

Lasciando ad Antonio Di Pie tro — lo ha fatto immediatamente anche ieri — il consueto compito giustizialista di ricordare che «i cor ruttori non hanno colore politico» e che «esiste un unico grande virus dell’illegalità e dell’interesse perso nale ». L’ennesima mazzata ai «colle ghi » del Pd. Che d’altra parte, a pen sarci bene, un po’ se la meritano: uniti ancora una volta solo dal collante dell’antiberlusconismo, hanno puntato tutto sugli attacchi ai comportamenti del presidente del Consiglio, senza riuscire però nel contempo ad accreditarsi come forza autorevole e morale. La mancanza di un progetto alternativo di governo, si accompagna a una battaglia per la leadership nel pd che lascia spesso francamente sconcertati. Senza parlare -a apropostio di morale – di quello che potrebbe venire fuori dal groviglio di indagini a Bari.

fonte: http://www.corriere.it/politica/09_luglio_31/scossa_pugliese_pd_macaluso_3f9dbe94-7d95-11de-9f17-00144f02aabc.shtml

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Sei tesi per il Partito Democratico

Pubblicato da sandro su 26 Luglio, 2009

Costituzione, lavoro, salute, diritti umani e civili

1. Il Partito Democratico non è e non può essere complice di continue violazioni alla Costituzione e alle leggi dello Stato. Molto prima dell’opposizione politica – normale pratica parlamentare – che contrappone maggioranza e minoranza, ma anche le connette come parte di una istituzione condivisa, c’è il dovere di difendere la Costituzione, le istituzioni, le leggi dello Stato. Quando il ministro della Giustizia, autore di una legge su cui pende il giudizio di costituzionalità, si incontra in modo conviviale e con pubblica manifestazione di legame personale, con due giudici della Suprema Corte che fra poco dovrà giudicare, diventa evidente la grave violazione di fondamentali principi democratici (separazione, autonomia dei poteri). Quando a quell’incontro partecipa il presidente del Consiglio che – in quanto destinatario di molte imputazioni in diversi processi – il solo beneficiario della legge in questione, la violazione diventa una vera e propria iniziativa di arbitrio e di pubblico disconoscimento dei fondamenti democratici della Repubblica. Tocca al Partito democratico farsi responsabile del ritorno alla Costituzione, chiamando in questa campagna tutti i cittadini umiliati e offesi da un arbitrario esercizio di potere senza regole.
Quando cala il segreto di stato sulla trasparenza di azioni e comportamenti di cui un capo di Stato è tenuto costantemente a rendere conto; quando guardie private diventano agenti segreti e presunte residenze di Stato raggiunte e sorvegliate con mezzi di Stato e rilevanti spese pubbliche diventano luoghi di vita privata, i cui racconti hanno meravigliato il mondo e umiliato l’Italia, il primo impegno è la difesa della Costituzione e il ritorno all’ossevanza di leggi e regole fondamentali per la democrazia.

2. Il Partito Democratico è il partito dei diritti umani e delle garanzie di protezione e di vita per tutti coloro che sono nel territorio italiano. Noi non possiamo accettare che nel nostro Paese liberato nel 1945 e tutelato da una grande e preveggente Carta Costituzionale vi siano persone senza diritti, relegati in un limbo giuridico dal quale risulta quasi impossibile uscire e sul quale è facile esercitare poteri arbitrari.
L’invenzione del reato di clandestinità – unico nella Comunità Europea – colpisce in Italia il modo d’essere e non l’aver commesso un reato. Per la prima volta dopo le leggi razziali torna nella Repubblica Italiana una legge che colpisce una persona per quello che è, non per quello che fa. L’identificazione fra clandestino e criminale viola la realtà e permette accuse arbitrarie. Tali accuse non sono solo ingiuste, ma inceppano il funzionamento – già deteriorato – dei tribunali e affollano carceri già invivibili.
Il via libera alle ronde private offende lo Stato nel suo diritto-dovere di tutelare i cittadini e apre le porte a un disordine squadristico. I prespingimenti in mare pongono i mezzi della Marina Militare, in tempi di ritorno della pirateria e di rischio di minacce terroristiche, nella funzione sporoporzionata e disumana di cacciatori di profughi. Essi non solo vengono respinti in alto mare, ma riportati a forza – senza alcun esame dei diritti delle persone – da dove sono fuggiti, e dove rischiano la vita e l’integrità fisica.
Ma non possiamo accettare che ai bambini rom siano imposte (solo in Italia) le impronte digitali e che non vi siano tutele, garanzie, sorveglianze e appelli per le imposizioni, spesso arbitrarie, che gravano sui campi nomadi e i loro abitanti, spesso cittadini italiani.
Sappiamo che il mercato della paura e della caccia agli immigrati ha reso molto in voti nelle recenti elezioni. Sappiamo anche che parti intere della nostra Costituzione e le fondamentali regole morali sul rispetto delle persone non sono merce di scambio, e che sulla difesa degli esseri umani non possono esserci cedimenti o baratti per nessuna ragione.

3. Il Partito Democratico si assegna come compito prioritario la difesa del diritto dei cittadini alla salute, dunque a tutta l’attività e le organizzazioni che tutelano questo diritto. Occorre strappare la macchina sanitaria delle regioni dalla ricorrente crisi finanziaria, dalla corruzione tuttora dilagante, dalla malasanità, dall’assegnazione politica delle responsabilità amministrative e persino dagli incarichi sanitari. Manca un piano sanitario nazionale di organizzazione, in particolare per definire centri di specializzazione, ricerca, eccellenza. E manca, come criterio naziona di assistenza e sostegno al lavoro delle regioni una adeguata rete di rapporti e scambi internazionali.
Occorre soprattutto un monitoraggio che impedisca in tempo sia buchi profondi e difficilmente recuperabili nelle strutture finanziarie regionali, sia l’isolamento e la discesa verso una sanità di seconda o terza fila delle regioni povere.

4. Il Partito Democratico si impegna a restituire ai cittadini la pienezza dei diritti civili e inerenti alla persona. Nessuno dovrà rendere conto, giustificare o chiedere permessi per tutto ciò che ha a che fare con la disponibilità della propria vita e della propria persona, dalle scelte sessuali a quelle di fine vita. Ciascuno è il titolare e l’autorità di se stesso entro una cornice di norme giuridiche che tutelano ma non interferiscono, proteggono la libertà di ciascuno e non danno ordini sulla vita e sulla morte, non pretendono di fissare graduatorie in base a valori che non sono le leggi dello Stato. Va riaffermata la difesa del diritto di decidere sui modi e i termini della propria esperienza, compresi gli stili di vita che non possono dar luogo a nessuna gerarchia di ciò che è più o meno approvato.
E’ particolarmente importante, in un Paese in cui autorità esterne si rivolgono direttamente ai parlamentari, chiedendo loro decisioni non fondate sulla Costituzione e sulle leggi dello Stato, ma in obbedienza a principi che non sono le leggi della Repubblica, affermare senza il minimo equivoco la titolarità di ciascun cittadino sulla sua vita o sulla sua morte. Dunque, il diritto alla libera e rispettata decisioni sul fine vita attarverso il testamento biologico, di tipo democratico e occidentale, cioè sottratto agli obblighi imposti dalle autorità religiose.

5. Il Partito Democratico difende il lavoro, il diritto al lavoro, il diritto di coloro che lavorano, come valore e fattore fondamentale della democrazia e come difesa del mondo della produzione dai perniciosi rischi delle bolle finanziarie. Il Partito democratico si assume l’impegno di ristabilire il patto fra coloro che investono e coloro che lavorano e che ha segnato le fasi di grande espansione o ricostruzione delle economie. Dopo una crisi così grave e tuttora in corso, viene una fase simile a un dopoguerra. Occorre impedire che il lavoro sia umiliato e offeso e marginalizzato, come se fosse una parte secondaria o addirittura un optional nella produzione della ricchezza. Tutte le fasi economiche di volta in volta chiamate “miracolo” o giudicate di grande espansione, veri e propri passaggi di grandi paesi democratici a livelli di vita superiore, sono fondati sul lavoro, sia come pieno impiego, sia come contributo indispensabile allo sviluppo. La frequenza inaccettabile delle morti sul lavoro racconta una storia di incuria e negligenza sia statale che aziendale, proprio a danno di chi offre senza riserve la sua partecipazione e il suo contributo al lavoro come capitale umano, versato al progetto di un futuro sviluppo. Non è ragionevole vivere in un mondo in cui, fra chi lavora, si cercano i “fannulloni”, invece di impegnarsi in ogno modo per impedire le morti e salvare le vittime.
Il Partito democratico sa che c’è un nesso stretto fra lavoro e cittadinanza. Coloro che lavorano sono protagonisti indispensabili della vita sociale, sono parte di una rete che unisce una comunità e fa aumentare il grado di civiltà e legalità di un Paese. Nel lavoro si forma la partecipazione degli immigrati alla vita del nuovo Paese e si stabiliscono rapporti forti e stabili, che devono portare alla cittadinanza come diritto.

6. Per il Partito Democratico la scuola è fondamento di dignità, garanzia di libertà, ingresso nel pieno diritto di cittadinanza. Nessuno è cittadino consapevole, capace di rivendicare la condizione libera e sovrana garantita dalla Costituzione senza la formazione scolastica pubblica libera e gratuita. Essa consente ai più giovani la libertà della conoscenza, la responsabilità progressivamente più ampia della partecipazione alla cultura, la capacità piena di contribuire e arricchire la vita della comunità.
La scuola è la porta principale della democrazia e non può restare chiusa o socchiusa per alcuni. Rispetta la fede e i principi di gruppi e individui, ma regolata solo dalla Costituzione. Accoglie cittadini e non cittadini senza riserve e senza eccezioni, perché non conosce limiti di nazionalità e di gruppi e non accetta barriere al diritto alla scuola per nessuna persona che – vivendo in Italia – è protetta dalla Costituzione.
Il Partito Democratico sa che sulla scuola – e dunque sul sostegno alla scuola, sulla libertà, dignità e diritti degli insegnanti, sulla esistenza, continuazione e sviluppo dell’intero sistema della scuola pubblica – si fonda la Repubblica democratica. E che il futuro e la qualità umana e culturale del nostro Paese si fonda sulla ricerca scientifica, che deve avere il sostegno che un tempo si destinava agli eserciti. Neppure una potente e costosissima armata potrebbe fare oggi per un Paese ciò che può fare la buona e libera ricerca fondata sul talento, sul merito e sui mezzi adeguati.

Furio Colombo

MicroMega 5 luglio 2009

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