Un paio di settimane fa la Cassazione ha sancito un principio importante. Ha deciso che per parlare di famiglia, almeno quando ci sono di mezzo maltrattamenti tra partner, è sufficiente constatare la ‘stabilità del rapporto’ per poter applicare gli articoli del codice penale che riguardano la violenza familiare. Si tratta di una sentenza singola che nel diritto italiano non fa giurisprudenza (anche se è l’ultima di una lunga serie di decisioni in materia da parte della Suprema Corte) e si tratta di una sentenza penale in cui si sancisce un principio molto pratico che non deve per forza avere conseguenze anche in materia civile. Nella fattispecie la decisione della Cassazione consente di applicare aggravanti di pena altrimenti impossibili per una “normale” aggressione.
Non tutti però la vedono allo stesso modo. Cotanta sentenza è per esempio bastata per suscitare le ire dei lettori del Giornale che nei loro commenti ad una preziosa perla di Marcello Veneziani si sono scatenati a discettare di teologia, biologia, zoologia oltre che di storia del costume con lo stile crudo che tanto li contraddistingue. Tra tutti un commento in particolare mi è saltato all’occhio. Un commento solo, è vero, però importante per un riferimento che contiene. Il lettore Terzino al commento numero 108 si lascia scappare la constatazione che l’articolo 29 della Costituzione purtroppo non è stato ancora modificato e lascia chiaramente intendere che ciò dovrebbe avvenire quanto prima se si hanno a cuore i destini della famiglia italica. Come sapranno i lettori, l’art. 29 parla di famiglia come ‘società naturale fondata sul matrimonio’ e di ‘coniugi’. Oibò, belle parole, non c’è che dire, ma anche assai vaghe e facilmente fraintendibili. Del resto, chi sa definire in maniera chiara cos’è la ‘natura’? E come non inorridire davanti a quel pericolosissimo (e doppiamente maschile) ‘coniugi’? Il fatto che anche i lettori del Giornale inizino a capire che la Costituzione così cattolica poi non è indica che la battaglia per la laicità dello Stato si sta spostando su un livello più alto rispetto al passato, non più puramente mediatico-culturale o politico, ma persino costituzionale. E più d’uno sta affilando le armi per questa battaglia che potrebbe rivelarsi letale per la nostra Carta fondamentale. Anche la proposta del giudice costituzionale Napolitano, già avvistato ad una cena con Berlusconi e Alfano a casa di Gianni Letta, di consentire ai membri della Consulta – se stesso in primis, evidentemente – il dissenso pubblico (quindi inevitabilmente politico) rispetto alle decisioni della Corte può essere indubbiamente inserita nel quadro di questa escalation volta a delegittimare o quanto meno a svuotare di significato il massimo organo di garanzia posto a tutela della Costituzione. Si aggiungano poi gli appelli, tra gli altri di Alessandra Mussolini, al riconoscimento costituzionale delle radici cattoliche dell’Italia e il sospetto si fa certezza.
Esagerato? Temo di no, e cercherò di spiegarvi il perché. Ma prima un salto indietro nel tempo. Nel corso dei primi mesi del 2009 una coppia omosessuale di Venezia si è rivolta al comune di residenza per richiedere le pubblicazioni del proprio matrimonio. La coppia ha agito di concerto con l’associazione Certi Diritti, legata ai Radicali, e ha richiesto che la risposta dell’Ufficiale di Stato Civile della città lagunare le venisse fornita per iscritto. L’esito della procedura è stato prevedibilmente negativo: il codice civile italiano e la sua applicazione corrente lasciano chiaramente intendere che a sposarsi possono essere solamente un uomo e una donna. Lasciano intendere? E già, perché il codice civile vieta tante cose in tema di matrimonio, per esempio fratello e sorella non possono sposarsi, ma non vieta da nessuna parte in maniera esplicita le nozze tra persone dello stesso sesso. Né parla di ‘uomo’ e ‘donna’, ma semplicemente – ci risiamo – di ‘coniugi’. La coppia in questione ha ritenuto ce ne fosse abbastanza per fare ricorso. E il tribunale di Venezia le ha dato atto di aver messo in luce un punto poco chiaro della legge vigente e ha conseguentemente scelto di chiedere il parere della Corte costituzionale. Di lì a poco anche il tribunale di Trento ha adito anch’esso la Consulta in relazione ad un caso analogo in cui la coppia era nuovamente assistita da Certi Diritti. Risultato: due ricorsi molto simili su cui la Corte si pronuncerà verosimilmente nel giro di un anno. Subito prima o subito dopo l’estate 2010 quindi.
Il tribunale di Venezia nelle proprie motivazioni fa riferimento certo a ciò che i costituenti potevano intendere per ‘matrimonio’, ma allo stesso tempo fa notare che la formula ‘coniugi’ venne probabilmente preferita proprio per la sua vaghezza. Il principio di apertura alle evoluzioni del costume e della morale (per quanto non prevedibili negli anni ’40) deve prevalere su un approccio filologico alla Carta. Tanto più che la legge civile distingue chiaramente l’istituto del matrimonio da quello della filiazione. In pratica, come è logico, ci può essere matrimonio senza figli e ci possono essere figli senza matrimonio. Con la differenza che per fare figli ci devono essere una donna e un uomo. Logica estensione del ragionamento è il fatto che in tema di adozione il codice civile parla esplicitamente di ‘marito’ e ‘moglie’. Il che da un lato può rassicurare coloro che sono contrari all’adozione da parte delle coppie omosessuali – una sentenza positiva della Consulta non si estenderebbe a questa forma di filiazione – e dall’altro conferma appunto che il legislatore, quando vuole, sa fare – eccome! – chiarezza sulla composizione della coppia. In aggiunta, ovviamente, il tribunale stesso ricorda il già citato articolo 29 della Costituzione, l’articolo 3 che vieta ogni discriminazione in base a ‘condizioni personali’ oltre agli articoli 2 (tutela delle formazioni sociali in cui si svolge la personalità dell’individuo) e 117 comma 1 (obblighi comunitari, leggasi in particolare Trattato di Lisbona e Carta di Nizza).
Capirete quindi già da soli verso quale iceberg la Costituzione italiana sta navigando. Tutto dipende dalla decisione della Consulta, ma in qualunque senso questa deliberi, quel che è certo è che si tratterà di una decisione esplosiva. L’impatto politico di un’interpretazione tradizionalista lascerebbe in teoria ancora spazio per una sorta di civil partnership, contentente per i contraenti gli stessi diritti e doveri di una coppia sposata, semplicemente con un altro nome. Politicamente però una scelta del genere avrebbe un impatto talmente forte da rendere remota e impraticabile per molti anni persino una scelta assai timida come quella dei Didorè. Analogo ragionamento è possibile fare nel caso di approvazione da parte del parlamento della proposta di modifica dell’articolo 29 presentata dal senatore Malan (e pensare che è valdese…). Il nuovo articolo riconoscerebbe il matrimonio come ‘unione tra un uomo e una donna’ e in questo modo non escluderebbe di per sé la possibilità di regolamentare altre forme di unione o persino altre definizioni di matrimonio. A breve e medio termine però tale eventualità risulterebbe per le medesime ragioni appena esposte politicamente non praticabile.
Per una scelta così conservatrice la Consulta dovrebbe in realtà fare diversi salti mortali e dare interpretazioni assai originali di più di un articolo. Sarebbe un suo diritto e potrebbe farlo – come ha dimostrato ancora di recente – anche a maggioranza risicatissima. Più lineare risulterebbe tuttavia una sentenza positiva, anche se la Consulta in più di un’occasione – per esempio, in materia televisiva – si è dimostrata non insensibile agli equilibri politici del momento. Non è esclusa quindi una sentenza in linea di principio favorevole al matrimonio tra persone dello stesso sesso ma con qualche formuletta che ne posponga di fatto l’entrata in vigore, poniamo, a quando il Parlamento deciderà di legiferare appositamente in materia. Una vittoria per tutti che nell’attuale guerra di posizioni verrebbe probabilmente venduta – contro ogni evidenza – come un no al matrimonio gay.
Ma veniamo all’ipotesi più interessante e pericolosa. Nella fattispecie mi interessano le conseguenze politiche della questione e la potenziale minaccia alla Costituzione stessa che a quel punto potrebbe profilarsi. Il confronto con il Lodo Alfano è assai interessante. Berlusconi ha blaterato nelle ore immediatamente successive alla sentenza di voler provare a reintrodurre l’immunità per se stesso con legge costituzionale. Lo stesso testo appena dichiarato incostituzionale verrebbe fatto rientrare dalla finestra e inserito proprio in quella Costituzione che non potrebbe tollerarlo a meno di non metterne in pericolo i delicatissimi equilibri. Non so se quel progetto resti in piedi per il Lodo Alfano, ma l’invito al rispetto per il Capo dello Stato e per la Corte costituzionale arrivato da Fini fa presumere, salvo ripensamenti dello stesso Fini o di Casini che in queste ore sembrano meno lontani, che Berlusconi non si senta le spalle abbastanza coperte per tentare il definitivo assalto alla diligenza. Meglio tornare a puntare sulle lentezze della giustizia, sulle arguzie dei suoi legali e soprattutto sulla vecchia e cara prescrizione (eventualmente accorciandola per legge). Viene così rimandato alla prossima occasione l’aggiramento anche dell’ultimo ostacolo che ancora impedisce a Berlusconi di fare con la Costituzione quel che gli pare e piace. La Consulta appunto, che a quel punto potrebbe pronunciarsi come vuole su tutto per poi vedersi beffata regolarmente da sistematiche modifiche alla Carta a colpi di maggioranze parlamentari. Sembra un colpo di stato, ma non lo è. È semplicemente uno dei vari buchi neri lasciati dai Padri costituenti che Berlusconi ci sta facendo scoprire poco a poco.
Ora, capite anche voi lo scenario che si va delineando. Una sentenza sul matrimonio omosessuale è ben altra cosa da una sentenza sull’immunità del presidente del consiglio (e altri comprimari) di cui molti italiani non hanno capito granché e nell’interpretazione della quale possono facilmente entrare in gioco anche manovre di palazzo non sempre trasparentissime. Al contrario, gli animi si surriscalderebbero subito e le alleanze politiche pure. Difficile pensare che Fini o il PD richiedano in quel frangente il rispetto della sentenza con la stessa fermezza con cui hanno difeso la pronuncia sul Lodo Alfano. Difficile pensare che il Vaticano non inizi a scalpitare e a sfuriare con l’occhio lungimirante rivolto anche alla modifica dell’articolo 33 (scuola privata). Difficile pensare che Berlusconi si lasci scappare l’occasione per prendere uno stormo intero di piccioni con una sola, piccolissima fava. Sancire finalmente la santissima alleanza con il Vaticano, spingere definitivamente le diverse anime del PD all’implosione o in alternativa alla conversione finale e realizzare infine il suo legittimo (ahimé, pure legittimo) colpo di stato. E per di più con la complicità di gran parte dell’opposizione che, ancora tutta impegnata a cincischiare (Franceschini) di diritti individuali dei componenti la coppia di fatto (sic) o (Bersani) di coppie omosessuali in nulla assimilabili al matrimonio (non è noto se si sia fatto anche il segno della croce nel pronunciare queste parole), arriverebbe una volta di più totalmente impreparata alla battaglia decisiva.
Uno scenario da incubo? Il delitto perfetto, per giunta così a portata di mano? O forse semplicemente fantapolitica? Solo pochi mesi e avremo la risposta. Nel frattempo, estote parati!


