Ai Nostri Posti

Ora e sempre Resistenza

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Dove sono finiti?

Pubblicato da nicola su 19 Novembre, 2009

Vorrei chiedervi una piccola riflessione o un piccolo aggiornamento sulle proteste studentesche di queste settimane.

Vi segnalo che da qui negli Iuessei non si riesce a percepire quasi nessun movimento, se non qualche titoletto sui giornali in merito agli arresti di Milano, nei giorni scorsi.

Sono finiti i motivi per protestare? La famosa Onda che fine ha fatto? Manca una guida politica? O forse la protesta si e’ trasferita su Twitter e io, troglodita, non me ne sono accorto?

Al di la’ del contesto rituale, festaiolo e gaudente di molte manifestazioni, specialmente a partire dal 1999, credo che gli scioperi studenteschi abbiano rappresentato per molti italiani il primo e forse unico schieramento e impegno politico nel corso della loro vita.

Portare tutti per strada resta comunque un momento di presa di coscienza della realta’ e una affermazione pubblica del proprio corpo politico.

In anni come questi, caratterizzati dalla personalizzazione ad absurdum dei costumi e dei consumi, del governo per decreti, dello sgretolamento sistematico dei diritti civili, del tentativo di imporre una comunita’  etnica, identitaria e corporativa in sostituzione ad una piu’ complessa identita’ politica, multiculturale e sindacale; in questi anni, credo, il trovarsi assieme in piazza per una protesta invece che per l’ennesimo concerto di Vasco Rossi ha un suo valore.

Credetemi, per quanto piccola, anche questa e’ una linea Maginot che viene travolta.

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Fantapolitica domenicale

Pubblicato da prescinseua su 15 Novembre, 2009

Un paio di settimane fa la Cassazione ha sancito un principio importante. Ha deciso che per parlare di famiglia, almeno quando ci sono di mezzo maltrattamenti tra partner, è sufficiente constatare la ‘stabilità del rapporto’ per poter applicare gli articoli del codice penale che riguardano la violenza familiare. Si tratta di una sentenza singola che nel diritto italiano non fa giurisprudenza (anche se è l’ultima di una lunga serie di decisioni in materia da parte della Suprema Corte) e si tratta di una sentenza penale in cui si sancisce un principio molto pratico che non deve per forza avere conseguenze anche in materia civile. Nella fattispecie la decisione della Cassazione consente di applicare aggravanti di pena altrimenti impossibili per una “normale” aggressione.

Non tutti però la vedono allo stesso modo. Cotanta sentenza è per esempio bastata per suscitare le ire dei lettori del Giornale che nei loro commenti ad una preziosa perla di Marcello Veneziani si sono scatenati a discettare di teologia, biologia, zoologia oltre che di storia del costume con lo stile crudo che tanto li contraddistingue. Tra tutti un commento in particolare mi è saltato all’occhio. Un commento solo, è vero, però importante per un riferimento che contiene. Il lettore Terzino al commento numero 108 si lascia scappare la constatazione che l’articolo 29 della Costituzione purtroppo non è stato ancora modificato e lascia chiaramente intendere che ciò dovrebbe avvenire quanto prima se si hanno a cuore i destini della famiglia italica. Come sapranno i lettori, l’art. 29 parla di famiglia come ‘società naturale fondata sul matrimonio’ e di ‘coniugi’. Oibò, belle parole, non c’è che dire, ma anche assai vaghe e facilmente fraintendibili. Del resto, chi sa definire in maniera chiara cos’è la ‘natura’? E come non inorridire davanti a quel pericolosissimo (e doppiamente maschile) ‘coniugi’? Il fatto che anche i lettori del Giornale inizino a capire che la Costituzione così cattolica poi non è indica che la battaglia per la laicità dello Stato si sta spostando su un livello più alto rispetto al passato, non più puramente mediatico-culturale o politico, ma persino costituzionale. E più d’uno sta affilando le armi per questa battaglia che potrebbe rivelarsi letale per la nostra Carta fondamentale. Anche la proposta del giudice costituzionale Napolitano, già avvistato ad una cena con Berlusconi e Alfano a casa di Gianni Letta, di consentire ai membri della Consulta – se stesso in primis, evidentemente – il dissenso pubblico (quindi inevitabilmente politico) rispetto alle decisioni della Corte può essere indubbiamente inserita nel quadro di questa escalation volta a delegittimare o quanto meno a svuotare di significato il massimo organo di garanzia posto a tutela della Costituzione. Si aggiungano poi gli appelli, tra gli altri di Alessandra Mussolini, al riconoscimento costituzionale delle radici cattoliche dell’Italia e il sospetto si fa certezza.

Esagerato? Temo di no, e cercherò di spiegarvi il perché. Ma prima un salto indietro nel tempo. Nel corso dei primi mesi del 2009 una coppia omosessuale di Venezia si è rivolta al comune di residenza per richiedere le pubblicazioni del proprio matrimonio. La coppia ha agito di concerto con l’associazione Certi Diritti, legata ai Radicali, e ha richiesto che la risposta dell’Ufficiale di Stato Civile della città lagunare le venisse fornita per iscritto. L’esito della procedura è stato prevedibilmente negativo: il codice civile italiano e la sua applicazione corrente lasciano chiaramente intendere che a sposarsi possono essere solamente un uomo e una donna. Lasciano intendere? E già, perché il codice civile vieta tante cose in tema di matrimonio, per esempio fratello e sorella non possono sposarsi, ma non vieta da nessuna parte in maniera esplicita le nozze tra persone dello stesso sesso. Né parla di ‘uomo’ e ‘donna’, ma semplicemente – ci risiamo – di ‘coniugi’. La coppia in questione ha ritenuto ce ne fosse abbastanza per fare ricorso. E il tribunale di Venezia le ha dato atto di aver messo in luce un punto poco chiaro della legge vigente e ha conseguentemente scelto di chiedere il parere della Corte costituzionale. Di lì a poco anche il tribunale di Trento ha adito anch’esso la Consulta in relazione ad un caso analogo in cui la coppia era nuovamente assistita da Certi Diritti. Risultato: due ricorsi molto simili su cui la Corte si pronuncerà verosimilmente nel giro di un anno. Subito prima o subito dopo l’estate 2010 quindi.

Il tribunale di Venezia nelle proprie motivazioni fa riferimento certo a ciò che i costituenti potevano intendere per ‘matrimonio’, ma allo stesso tempo fa notare che la formula ‘coniugi’ venne probabilmente preferita proprio per la sua vaghezza. Il principio di apertura alle evoluzioni del costume e della morale (per quanto non prevedibili negli anni ’40) deve prevalere su un approccio filologico alla Carta. Tanto più che la legge civile distingue chiaramente l’istituto del matrimonio da quello della filiazione. In pratica, come è logico, ci può essere matrimonio senza figli e ci possono essere figli senza matrimonio. Con la differenza che per fare figli ci devono essere una donna e un uomo. Logica estensione del ragionamento è il fatto che in tema di adozione il codice civile parla esplicitamente di ‘marito’ e ‘moglie’. Il che da un lato può rassicurare coloro che sono contrari all’adozione da parte delle coppie omosessuali – una sentenza positiva della Consulta non si estenderebbe a questa forma di filiazione – e dall’altro conferma appunto che il legislatore, quando vuole, sa fare – eccome! – chiarezza sulla composizione della coppia. In aggiunta, ovviamente, il tribunale stesso ricorda il già citato articolo 29 della Costituzione, l’articolo 3 che vieta ogni discriminazione in base a ‘condizioni personali’ oltre agli articoli 2 (tutela delle formazioni sociali in cui si svolge la personalità dell’individuo) e 117 comma 1 (obblighi comunitari, leggasi in particolare Trattato di Lisbona e Carta di Nizza).

Capirete quindi già da soli verso quale iceberg la Costituzione italiana sta navigando. Tutto dipende dalla decisione della Consulta, ma in qualunque senso questa deliberi, quel che è certo è che si tratterà di una decisione esplosiva. L’impatto politico di un’interpretazione tradizionalista lascerebbe in teoria ancora spazio per una sorta di civil partnership, contentente per i contraenti gli stessi diritti e doveri di una coppia sposata, semplicemente con un altro nome. Politicamente però una scelta del genere avrebbe un impatto talmente forte da rendere remota e impraticabile per molti anni persino una scelta assai timida come quella dei Didorè. Analogo ragionamento è possibile fare nel caso di approvazione da parte del parlamento della proposta di modifica dell’articolo 29 presentata dal senatore Malan (e pensare che è valdese…). Il nuovo articolo riconoscerebbe il matrimonio come ‘unione tra un uomo e una donna’ e in questo modo non escluderebbe di per sé la possibilità di regolamentare altre forme di unione o persino altre definizioni di matrimonio. A breve e medio termine però tale eventualità risulterebbe per le medesime ragioni appena esposte politicamente non praticabile.

Per una scelta così conservatrice la Consulta dovrebbe in realtà fare diversi salti mortali e dare interpretazioni assai originali di più di un articolo. Sarebbe un suo diritto e potrebbe farlo – come ha dimostrato ancora di recente – anche a maggioranza risicatissima. Più lineare risulterebbe tuttavia una sentenza positiva, anche se la Consulta in più di un’occasione – per esempio, in materia televisiva – si è dimostrata non insensibile agli equilibri politici del momento. Non è esclusa quindi una sentenza in linea di principio favorevole al matrimonio tra persone dello stesso sesso ma con qualche formuletta che ne posponga di fatto l’entrata in vigore, poniamo, a quando il Parlamento deciderà di legiferare appositamente in materia. Una vittoria per tutti che nell’attuale guerra di posizioni verrebbe probabilmente venduta – contro ogni evidenza – come un no al matrimonio gay.

Ma veniamo all’ipotesi più interessante e pericolosa. Nella fattispecie mi interessano le conseguenze politiche della questione e la potenziale minaccia alla Costituzione stessa che a quel punto potrebbe profilarsi. Il confronto con il Lodo Alfano è assai interessante. Berlusconi ha blaterato nelle ore immediatamente successive alla sentenza di voler provare a reintrodurre l’immunità per se stesso con legge costituzionale. Lo stesso testo appena dichiarato incostituzionale verrebbe fatto rientrare dalla finestra e inserito proprio in quella Costituzione che non potrebbe tollerarlo a meno di non metterne in pericolo i delicatissimi equilibri. Non so se quel progetto resti in piedi per il Lodo Alfano, ma l’invito al rispetto per il Capo dello Stato e per la Corte costituzionale arrivato da Fini fa presumere, salvo ripensamenti dello stesso Fini o di Casini che in queste ore sembrano meno lontani, che Berlusconi non si senta le spalle abbastanza coperte per tentare il definitivo assalto alla diligenza. Meglio tornare a puntare sulle lentezze della giustizia, sulle arguzie dei suoi legali e soprattutto sulla vecchia e cara prescrizione (eventualmente accorciandola per legge). Viene così rimandato alla prossima occasione l’aggiramento anche dell’ultimo ostacolo che ancora impedisce a Berlusconi di fare con la Costituzione quel che gli pare e piace. La Consulta appunto, che a quel punto potrebbe pronunciarsi come vuole su tutto per poi vedersi beffata regolarmente da sistematiche modifiche alla Carta a colpi di maggioranze parlamentari. Sembra un colpo di stato, ma non lo è. È semplicemente uno dei vari buchi neri lasciati dai Padri costituenti che Berlusconi ci sta facendo scoprire poco a poco.

Ora, capite anche voi lo scenario che si va delineando. Una sentenza sul matrimonio omosessuale è ben altra cosa da una sentenza sull’immunità del presidente del consiglio (e altri comprimari) di cui molti italiani non hanno capito granché e nell’interpretazione della quale possono facilmente entrare in gioco anche manovre di palazzo non sempre trasparentissime. Al contrario, gli animi si surriscalderebbero subito e le alleanze politiche pure. Difficile pensare che Fini o il PD richiedano in quel frangente il rispetto della sentenza con la stessa fermezza con cui hanno difeso la pronuncia sul Lodo Alfano. Difficile pensare che il Vaticano non inizi a scalpitare e a sfuriare con l’occhio lungimirante rivolto anche alla modifica dell’articolo 33 (scuola privata). Difficile pensare che Berlusconi si lasci scappare l’occasione per prendere uno stormo intero di piccioni con una sola, piccolissima fava. Sancire finalmente la santissima alleanza con il Vaticano, spingere definitivamente le diverse anime del PD all’implosione o in alternativa alla conversione finale e realizzare infine il suo legittimo (ahimé, pure legittimo) colpo di stato. E per di più con la complicità di gran parte dell’opposizione che, ancora tutta impegnata a cincischiare (Franceschini) di diritti individuali dei componenti la coppia di fatto (sic) o (Bersani) di coppie omosessuali in nulla assimilabili al matrimonio (non è noto se si sia fatto anche il segno della croce nel pronunciare queste parole), arriverebbe una volta di più totalmente impreparata alla battaglia decisiva.

Uno scenario da incubo? Il delitto perfetto, per giunta così a portata di mano? O forse semplicemente fantapolitica? Solo pochi mesi e avremo la risposta. Nel frattempo, estote parati!

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Mobilitazione web contro il lodo Ghedini

Pubblicato da sandro su 14 Novembre, 2009

Giustizia, torniamo in piazza per informare//”Il Parlamento che approva il lodo Ghedini, ennesima legge per premiare i potenti e massacrare i più deboli non mi rappresenta“.
Libertà e Giustizia chiede di inviare questo testo via mail ai presidenti di Camera e Senato. Una mobilitazione via web per ribadire che deputati e senatori che votano quella legge non mi rappresentano, non lo fanno a mio nome. Ecco di seguito il testo girato via mail, via Facebook e via Twitter a tutti i contatti dell’associazione, con una catena virtuale per costruire una diga, il principio di una resistenza per dire che la misura è colma.

Ai presidenti di Camera e Senato:
Fermate lo scempio della giustizia

Il Parlamento che approva il lodo Ghedini, ennesima legge per premiare i potenti e massacrare i più deboli non mi rappresenta. Se sei d’accordo, invia anche tu questo testo ai presidenti di Camera e Senato (schifani_r@posta.senato.it, fini_g@camera.it e cc lgiustizia@yahoo.it).

[fonte: libertaegiustizia.it]

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Adesso basta

Pubblicato da sandro su 14 Novembre, 2009

Presidente Napolitano. Presidente Fini. “Adesso basta” è il titolo che abbiamo stampato ieri sulla prima pagina del Fatto Quotidiano. Adesso basta è scritto sulle migliaia di messaggi che giungono al nostro giornale. Tutti indistintamente chiedono di mettere la parola fine allo scandalo che da quindici anni sta sfibrando l’Italia: la produzione incessante di leggi personali per garantire a Silvio Berlusconi la totale immunità e impunità in spregio alla più elementare idea di giustizia.

Quello che rivolgiamo a voi che rappresentate la prima e la terza istituzione della Repubblica (sulla seconda, il presidente del Senato Schifani pensiamo di non poter contare) non è un appello ma una richiesta di ascolto che, siamo certi, non andrà delusa. Tutte quelle lettere, e-mail, fax esprimono una protesta e una speranza. Di protesta “contro l’arroganza di un Potere che sembra aver perso ogni senso della misura e anche quello del decoro ”, scrisse Indro Montanelli sulla Voce nel 1994, all’epoca del decreto Biondi. Fu il primo tentativo di colpo di spugna al quale ne sarebbero seguiti altri diciotto negli anni a seguire fino all’ultima vergogna chiamata “processo breve”. Allora la battaglia fu vinta.

La redazione della Voce fu alluvionata di fax dei lettori disgustati, il decreto fu ritirato e il grande giornalista così rese omaggio allo spirito di lotta dei concittadini: “Fino a quando questo spirito sarà in piedi, indifferente alle seduzioni, alle blandizie e alle minacce, la democrazia in Italia sarà al sicuro”. Malgrado abbia attraversato tante sconfitte e tante delusioni quello spirito non appare per nulla fiaccato e chiede di trovare una risposta capace di dirci che la politica non è solo interesse personale e disprezzo per gli altri. Che le istituzioni sono davvero un baluardo contro le prepotenze del più forte. Questa è la nostra speranza presidente Napolitano e presidente Fini. Per questo vi trasmetteremo i messaggi dei nostri lettori. Tenetene conto.

[Antonio Padellaro su Il Fatto Quotidiano del 14 novembre 2009]

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Alleluia

Pubblicato da sandro su 28 Ottobre, 2009

Bella giornata, ieri. Bella giornata d’autunno, col cielo chiaro e le foglie degli olmi d’un giallo accecante. Meteorologicamente, una bellissima giornata. Una di quelle nelle quali, potendo scegliere, non spiacerebbe morire, perché negli occhi resterebbero solo immagini piacevoli.

Politicamente, una giornata schifosa. Come ogni giorno, dopotutto. Noi non abbiamo il diritto di vivere in un paese normalmente civile.

Dunque, le danze si sono aperte con la corte d’appello di Milano che conferma la sentenza emessa in primo grado sul corrotto David Mills e il corruttore Silvio Berlusconi; sono poi proseguite con le dimissioni di Piero Marrazzo e l’uscita di Francesco Rutelli (seguito da qualche altro rottame, speriamo anche da Paola Binetti) dal Pd; si sono trionfalmente concluse con Silvio Berlusconi che telefona in diretta a Ballarò e vomita contro la magistratura italiana le solite, vergognose accuse di comunismo. Ah, non vi dico la soddisfazione di andarsi a coricare dopo una serie d’emozioni come questa!

L’orribile verità che Berlusconi non può accettare trapeli in modo esplicito concerne la natura illegale di quasi tutti i suoi traffici passati, prima che ci onorasse della discesa in campo. Il magnifico, augusto imprenditore entra ed esce dalle aule dei tribunali da qualcosa come trent’anni a causa sua e non di altri. I processi che ha sulle spalle non sono nati come i funghi, una notte, irragionevolmente. I processi sono la logica conseguenza di altrettanti comportamenti scorretti, contro la legge, per perseguire i suoi affari. La disarmante evidenza di tale assunto cozza però con le incredibili, spudorate menzogne che lui e suoi corifei propinano quotidianamente all’inadeguato pubblico italiano. Pubblico, come sua maestà l’ha spesso definito. Come quello dei programmi culturali delle sue televisioni. E poiché la realtà, la verità è quella illustrata dalle sue televisioni, non ne può esistere un’altra, non ci può essere una metarealtà, cioè una realtà superiore, fattuale, che trascenda quella stabilita. Eppure esiste, esiste eccome. Basta volersi informare. I 600mila dollari che Mills ha ricevuto da Finivest quale ricompensa per lo sporco lavoro di mentire sotto giuramento allo scopo di proteggere mister B., sono citati dallo stesso Mills in una lettera scritta al suo commercialista, e una lettera dal simile contenuto diventa per forza una prova inoppugnabile. Elementare, direbbe Sherlock Holmes. Solo gli stralci dei processi, le leggi ad personam e i pretestuosi impedimenti addotti dalla difesa berlusconiana hanno ritardato così a lungo lo scontato verdetto. Scontato, perché si tratta solo di applicare la legge. Ma Berlusconi non sopporta la legge, anzi per lui chi la fa rispettare è antropologicamente diverso dal resto dell’umanità, un matto. Il poveraccio la notte non deve più chiudere occhio, tale è la paura di finire dietro le sbarre, e io attendo quel momento da troppo tempo. Ora però leggo che il fido Niccolò Ghedini, luminoso esempio di avvocato nonché di deputato, sta studiando l’ennesimo provvedimento per sfuggire il capo alla giustizia. Perché, sapete, questo campione della giurisprudenza ha avuto il coraggio di affermare davanti la Corte Costituzionale che il capo è primus super pares, cioè al di sopra della legge. Elementare, Watson. Sia lodata la Costituzione figlia della Resistenza! Leggo inoltre che una nuova leva è stata assoldata per la bisogna: Giulia Bongiorno, quella che dice che Andreotti non è mafioso. Ottima, ottima coppia, ci sarà da ridere. Per niente ridere ha invece fatto lo stesso Berlusconi nella tarda serata di ieri, quando è intervenuto telefonicamente a Ballarò. Siccome i servitori Alfano e La Russa non menavano abbastanza bene Floris, colpevole di dare una notizia, ci ha pensato il padrone stesso. Arrogante e maleducato e bugiardo as usual. Di nuovo ha tirato fuori la sciagura della persecuzione giudiziaria, dei magistrati comunisti, dell’informazione in mano alla sinistra. E poi ha detto che è il migliore, che il governo è fantastico, che la crisi non sa nessuno cosa sia. Normalissimo.

Normali, sebbene immerse in una vicenda triste, sono piuttosto le dimissioni di Marrazzo. C’ha messo due o tre giorni, ma alla fine le ragioni di stato sono prevalse. Salvare l’onore delle istituzioni era fondamentale, ancor prima di far luce sulle sue scene private. Il caso Marrazzo non è paragonabile a quello Berlusconi. E’ molto meno, per quanto ci è dato di sapere finora. Nessuno scambio elettorale, nessuna promessa clientelare, nessuna contraddizione etico-morale-legislativa, nessun velinismo. Una storia di estorsione nella quale la vittima è lui e i carnefici dei pubblici ufficiali. Vedremo adesso se ci saranno sviluppi, ma intanto non possono più nuocere: Marrazzo a sé stesso e alla cosa pubblica; i 4 carabinieri alla legalità.

Rutelli che se ne va è il più grande risultato politico del Pd dalla sua fondazione. E io ho contribuito a cacciarlo, votando alla primarie. Ringraziatemi. Due euro spesi davvero bene. Pare che anche Binetti minacci d’andarsene, e con lei molti invasati clerico-cattolici. Alleluia!

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Buonanotte

Pubblicato da sandro su 27 Ottobre, 2009

Ho ascoltato la sintesi del primo comizio di Bersani da segretario del Pd. Dacché mi ricordo, l’ho sempre sentito parlare di imprese, di sostegno agli imprenditori e di lenzuolate. Celebri le puntate di Ballarò o di Porta a porta nelle quali lui e Letta (Enrico) andavano avanti per ore a suon di «competitività» e «rilancio dei consumi». Non dubito dell’onestà e della sincerità del neosegretario, ma lo vedo e lo sento come distante dalla mia prospettiva politica, integrato in una dialettica alla lunga inconcludente, incaponito in desuetudini. Gli auspici di Giovanni pertanto, che sono anche i miei, sono lungi dall’esser realizzati.

Intanto dalle parti del governo – mentre il Berlusca, dopo la vacanza col massacratore di Cecenia, pare abbia preso la scarlattina dal nipotino – infuria una battaglia asprissima. Neanche Tremonti fosse un salvatore della patria da osannare. Da tutto ciò appare invece sin troppo chiaro che i nervi sono tesi e l’incapacità di governare al di là degli annunci, delle pacche sulle spalle e della rozza demagogia è palese. Se per Bersani il ruolo dell’opposizione è quello di costruire un’alternativa, per me in questo preciso momento è quello di dire dei no secchi ed inequivocabili allo scopo di revocare il più vergognoso esecutivo degli ultimi 150 anni.

Soprattutto c’è bisogno di responsabilità e moralità, alla luce di quanto emerge ed emergerà dal caso scoppiato – buon ultimo – nel Lazio di Marrazzo. Non sono un bacchettone e quindi non mi interessano i gusti sessuali del presidente della Regione, così come non mi interessa se Berlusconi inscena il Satyricon a Palazzo Grazioli. Sono però un irremovibile giacobino della democrazia: se perciò Marrazzo è sotto ricatto si deve allontanare seduta stante dall’apparato pubblico, e se Berlusconi è un satrapo e un corruttore si deve scusare col popolo e correre in tribunale.

Tre milioni di persone hanno mostrato domenica che c’è ancora voglia non tanto di credere nella politica, quanto nella possibilità di ribaltare lo sciagurato andazzo della politica. E mentre la casta che indegnamente amministra lo stato pare non volersene curare, lo scalpiccio dei bisonti evocato da Beppe Grillo mesi fa appare sempre più concreto. Chi ha visto l’ultima puntata di Annozero se ne sarà pur reso conto, sentendo le voci degli imprenditori del nord traditi e umiliati dallo scudo fiscale e dall’inanità dei governanti. Si prevede un milione di chiusure di qui a breve, quindi milioni di lavoratori a spasso.

In conclusione, sono tanti e tali i disastri che ci attendono che non posso nemmeno dirmi soddisfatto dell’ottimo risultato del mio candidato, Marino. Gli argomenti di puro buon senso del suo programma hanno raccolto poche briciole, e se tanto mi dà tanto… buonanotte.

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Domenica primarie /4

Pubblicato da sandro su 24 Ottobre, 2009

Il lettore Giovanni mi ha dato una stoccata davvero notevole, l’ammetto.

Di nuovo, ricorro al soccorso di un’opinione esterna.

PERCHÉ NON VOTERAI ALLE PRIMARIE?

di Alessandro Gilioli su «Piovono rane»

1. «Perchè non sono del Pd». Neanch’io, anzi alle europee ho votato altrove. Ma se vogliamo mandare a casa la cricca del Cavaliere, serve anche un forte partito d’opposizione come il Pd. E andare a votare alle primarie – scegliendo uno dei tre candidati o al limite lasciando la scheda bianca – è un modo per dire al premier che un forte partito d’opposizione in questo paese esiste, è forte ed è radicato (o sta radicandosi).

2. «Perché il Pd fa schifo». Giudizio drastico, ma diffuso tra quelli che vorrebbero un partito vero e non un ectoplasma. Tuttavia un basso numero di votanti alle primarie lo renderebbe ancora più ectoplasmatico e debole, mentre un successo delle stesse sarebbe una discreta iniezione di vitamine (trattandosi di un neonato malaticcio, ne ha parecchio bisogno) e, allo stesso tempo, il segno di un controllo da vicino da parte dell’elettorato. Statene certi, con pochi votanti alle primarie il Pd farebbe ancora più schifo, e i suoi apparati ne farebbero carne di porco.

3. «Perché è meglio Di Pietro». Parere lecito, ma l’Idv da sola non costituirà mai un’alternativa a Berlusconi: che si può immaginare invece solo con un Pd robusto. E la futura robustezza di un’alleanza alternativa a Berlusconi dipende anche da quanta gente andrà a votare alle primarie del Pd (sotto la stessa voce: «Perché è meglio Grillo», «perché è meglio Ferrero» etc).

4. «Perché tanto non serve a niente». Può darsi, ma allora rinunciamo a tutto, però: anche a sperare di consegnare ai nostri figli un’Italia migliore dell’autocrazia peronista del Cav. Insomma, d’accordo, non è detto che serva a qualcosa, ma nella vita bisogna sempre provarci, sennò si è morti dentro.

5. «Perché non mi piace nessuno dei tre candidati». Anch’io penso che tutti e tre abbiano dei difetti. Ma penso anche che uno qualunque dei tre a Palazzo Chigi andrebbe meglio di Berlusconi. E, visto che difficilmente a Palazzo Chigi posso mandare il mio avatar e dato che il Pd è invece la maggiore forza d’opposizione, spero che uno dei tre (o un altro del Pd) mandi a casa il Cavaliere.

6 . «Perché sono tutti stronzi (quelli del Pd)». Dissento, ci sono stronzi e non stronzi, come in tutte o quasi le organizzazioni. Credo che quindi si possa individuare quello che ci pare meno stronzo e votarlo. Se poi tutti e tre ci sembrano invotabili, ricordiamoci che probabilmente è il Pd nel suo complesso a essere meno stronzo del Pdl, e quindi andiamo lo stesso ai seggi.

7. «Perché il Pd non dà alcun fastidio a Berlusconi». In effetti, finora, il Pd non ha dato granché fastidio a Berlusconi. Ma secondo voi domenica sera Berlusconi è più contento se vanno a votare alle primarie 300 mila cittadini o se ci andiamo in tre milioni? Dopodichè, chiunque venga eletto, gli si starà con il fiato sul collo perché non ripeta le penose esperienze del passato.

8. «Perché tanto vince D’Alema che è un inciucione, e queste primarie sono una farsa». Intanto non è detto, ci sono due candidati che sfidano quello di D’Alema. Dopodiché, anche se vincesse Bersani, tanto maggiore sarà il risultato degli altri due candidati tanto più difficile sarà per D’Alema ritentare vecchi inciuci. Quanto alla farsa, no, non è vero: il Pd è l’unico partito in Italia che fa scegliere il suo leader agli elettori: quindi far vedere che tanta gente partecipa è uno monito a non seppellire questo grande strumento democratico ed è un modello per gli altri partiti – non solo di destra – che col cazzo che aprono democraticamente alle primarie.

9. «Perché il Pd non ha fatto la legge sul conflitto d’interesse». Vero, ma non è che se il Pd domani non c’è più – o è ridotto all’osso – qualcun altro la farà. Inoltre, a forza di rompergli le scatole, tutti e tre i candidati del Pd hanno messo il conflitto d’interessi nelle loro intenzioni: poi bisognerà stargli dietro, se mai tornassero al governo, perché la facciano davvero.

10. Perché quelli del Pd sono deboli e assenteisti. Vero, molto vero. Deboli lo sono stati dalla nascita, con l’infausta politica del “dialogo” con il Cavaliere. Assenteisti lo sono stati spesso, e in questo blog non si è mancato di farlo notare. Ma credo che non partecipare al maggior evento democratico del maggior partito d’opposizione significhi indebolire ancora di più l’opposizione, oltre che far sentire il Pd meno controllato dal suo elettorato. E poi potremo stimolarlo, frustarlo e incazzarci con il Pd solo se diamo l’impressione di esserci, come base.

Se scompariamo tutti, è finita, e il Cavaliere brinda.

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Domenica primarie /3

Pubblicato da sandro su 24 Ottobre, 2009

Non si potrà dire, dopo questi post, che ci siamo disinteressati delle sorti del Pd. Nonostante che, scherzosamente, ci si definisca radical chic, abbiamo mostrato una sincera preoccupazione nei confronti di quel soggetto politico che raggruma in sé stesso le vestigia della più importante tradizione della sinistra europea. Simili preoccupazioni possono allignare solo negli animi di persone di sinistra, credo. Infatti consideriamo il progresso un sentimento che deve pervadere la società, non un utile ottenuto per mezzo della persuasione.

Giovanni sembra condividere – ma certo in modo più flebile – le identiche mie tribolazioni. Queste primarie non decidono soltanto il nome del futuro segretario e quindi dell’apparato che s’insedierà alla guida del partito; queste primarie decidono l’identità, l’idea di paese che il partito cercherà di imporre nei prossimi anni. Fare egemonia culturale ai tempi della crisi e della postdemocrazia è già di per sé aleatorio; affrontare la crisi e la postdemocrazia con idee e figure viete è addirittura stravagante (un aggettivo di moda, ultimamente).

Anch’io penso che Marino sia l’unico baluardo contro la definitiva abdicazione del Pd dal suo ruolo morale. Non è la panacea, ma almeno rappresenta delle idealità che verrebbero altrimenti sbaragliate dalle logiche mercantili imperanti. Il motto di Marino non è: «Un altro mondo è possibile», d’accordo. Chi parla però – e, soprattutto, chi può portare in parlamento – di diritti civili, energia pulita, laicità, lavoro, connettività, integrazione, ecc.? Tutte cose abbastanza di sinistra, direi. Se Bersani stavince, noi altro che al 3% andiamo! Ecco perché non ritengo illogico il voto a Marino. Insomma, ho deciso, domenica voterò e voterò per lui. Spero che molti altri indecisi e svogliati giungano alla medesima conclusione. C’è poco da guadagnare ma molto da perdere.

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Domenica primarie /2

Pubblicato da sandro su 23 Ottobre, 2009

Le giuste perplessità di Nicola sul mio proponimento masochista di votare alle primarie di domenica non mi hanno del tutto convinto.

In mio soccorso, allora, Piero Ricca (la cui adeguata arroganza è per me un godimento):

Caro Piero,

sono incerta se votare alle primarie del Pd; da un parte li detesto per quel che hanno fatto e soprattutto per quel che non hanno fatto in tutti questi anni, li considero corresponsabili dell’attuale sfascio; dall’altra so che è l’unico partito un po’ organizzato di (almeno formale) opposizione. Tolto quello, che rimane? Decido domani. Tu che dici?

Alessia

Risposta

Cara Alessia,

sono incerto anch’io, più o meno per le tue stesse motivazioni. Il Pd non merita il nostro voto eppure oggi ci tocca essere più responsabili di certi piccoli oligarchi che da mesi non fanno più politica, presi come sono dalla loro vera priorità: il controllo del partito. Inoltre quando c’è la possibilità di esprimere una sia pur minima scelta è sempre meglio utilizzarla, se non altro per dare un segnale (brogli permettendo), anche se i giochi sembrano fatti: sostenuto dal corpaccione clientelare e affaristico del partito (vedi la gestione delle tessere, in particolare al sud) vincerà Bersani e dunque D’alema, cioé un personaggio che – come ripetiamo sempre – dovrebbe essere definitivamente fuori scena dopo quindici anni di compromessi e sconfitte. Insomma, probabilmente andrò al seggio e voterò per Ignazio Marino.

(Il pezzo di Ascanio Celestini si riferisce alle primarie del 2007, da me peraltro disertate. Sempre bravo, il buon Ascanio)

[pieroricca.org]

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Si spegne Giuliano Vassalli, partigiano e socialista

Pubblicato da sandro su 23 Ottobre, 2009

E’ morto Giuliano Vassalli.

L’ex ministro della Giustizia e’ deceduto il giorno 21, ma la notizia della morte è stata  data ad esequie avvenute per disposizione testamentaria. Il giurista è deceduto presso la sua abitazione per un arresto cardiaco

Nato a Perugia il 25 aprile 1915, giurista, dirigente e parlamentare socialista, ministro, presidente emerito della Corte Costituzionale, Medaglia d’argento al valor militare per il contributo dato alla Resistenza.

Dopo essere stato professore di Diritto penale nelle Università di Urbino, Pavia, Padova e Genova, Giuliano Vassalli, dal 1960, ebbe la cattedra all’Università di Roma. E’ professore emerito a “La Sapienza” e membro dell’Accademia dei Lincei.

Dopo l’8 settembre 1943, Vassalli prese parte alla Guerra di liberazione. nelle file della Resistenza romana. Membro della Direzione clandestina del PSIUP, nei mesi dell’occupazione tedesca fu tra i capi delle formazioni socialiste a Roma. Dall’ottobre 1943 alla fine di gennaio del 1944, sostituì Sandro Pertini nella Giunta militare centrale del CLN. Nel gennaio del 1944 organizzò l’evasione dello stesso Pertini e di Giuseppe Saragat dal carcere di Regina Coeli. Fu poi anche ispettore del CLN in pericolose missioni nell’Italia centrale. Il 3 aprile 1944, Vassalli fu catturato, a Roma, dalle SS che lo rinchiusero nel carcere di via Tasso. Vi restò, sottoposto a stringenti interrogatori e a tortura, sino alla liberazione della Capitale.

Nel dopoguerra, con la scissione di Palazzo Barberini dal 1947 al 1949, fece parte della Direzione del PSLI e, dal 1949 al 1951, di quella del PSU.

Nel 1957 Vassalli fu insignito del “Premio di fedeltà alla Resistenza” per l’attività svolta, come avvocato e come pubblicista, a favore degli ideali della Resistenza. Rientrato nel PSI nel 1959, Vassalli fu consigliere comunale e capogruppo del partito a Roma e poi fu deputato del PSI nella quinta Legislatura. Eletto senatore nel 1983 e riconfermato nel 1987, è stato presidente della Commissione Giustizia e poi del Gruppo parlamentare socialista. Nel 1987 è stato nominato ministro della Giustizia nel governo di Giovanni Goria e riconfermato nei governi De Mita ed Andreotti, lavorando alla stesura del nuovo Codice di procedura penale del 1989.

Nominato giudice costituzionale dal presidente della Repubblica Italiana il 4 febbraio 1991, viene eletto presidente della Corte l’11 novembre 1999. Dal 2000 diventa presidente emerito.

[sinistraeliberta.it]

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