Ai Nostri Posti

Ora e sempre Resistenza

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Il senso della Binetti per la laicità

Pubblicato da sandro su 15 Ottobre, 2009

Il problema è questo. Adesso tutti vorrebbero che Paola Binetti, dopo l’ennesimo sfregio alla laicità commesso sotto le insegne del Pd, e addirittura in suo nome, si dimettesse dal partito levando lei le castagne dal fuoco al leader di turno. Ma se questo non accade il caso Binetti diventa una sorta di drammatico gioco di ruolo che scatena uno strano cortocircuito nelle primarie.

Pensateci anche solo per un attimo: Franceschini dovrebbe assumersi la responsabilità di cacciarla, ma se lo fa davvero, fornisce a uno dei suoi principali alleati, Francesco Rutelli, il casus belli che aspetta da mesi per mettere in pratica la sua sospirata scissione. E’ difficile che il segretario possa permetterlo, ed ecco perché Franceschini spara sulla Binetti sperando che si arrabbi. Il problema così si riversa su Bersani. Certo, se l’ex ministro prendesse una posizione chiara su questo, recupererebbe voti a sinistra, e potrebbe vincere più facilmente le primarie. Ma se lo facesse si esporrebbe anche a quello che considera il suo tallone d’Achille: quello di essere considerato un comunista travestito pronto ad operazioni di purga, e alla cancellazione delle identità di minoranza. Se a cacciare la Binetti è Bersani, diventa un mangiapreti. Se i primi due leader ragionano così, il corollario inevitabile è che alle primarie la candidatura Marino diventi un bene-rifugio. L’unico custode della laicità è lui – finirebbero per pensare molti iscritti – dunque lo voto. Un bel dilemma, in cui l’unico modo per fuggire alla prigionia dei ruoli è un atto di coraggio dei primi due leader del Pd. Riusciranno a trovare la forza?

Adesso, però, vorrei provare a ragionare su Paola Binetti e sui paradossi che la sua figura apre.

Anche lei di coraggio ne ha. Da anni viene percepita come un corpo estraneo, da anni, con una determinazione che rasenta la vocazione dei martiri, continua imperterrita la sua battaglia anti-illuminista a tutto campo. Al Senato – durante la crisi di Prodi – più di una volta aveva votato contro il governo sempre rischiando di essere determinante. Veltroni e Franceschini si erano illusi di depotenziarla spostandola alla Camera senza capire che, ovviamente, il problema era politico. Le Binetti e le Dorina Bianchi non pesano per il loro seguito, ma per il loro valore simbolico ed evocativo. Entrano nel problema identitario del Pd e, anche senza parole, sostanzialmente dicono ai suoi leader: voi siete un partito che si regge su di un compromesso fragile, e su una amalgama mal riuscita. Io, noi, vi legittimiamo. Mettendo dentro il vostro Dna il suo contrario, voi conquistate un passaporto di legittimità che non siete riusciti ad ottenere altrimenti. Pochi ricordano come fu affondata la legge sulle unioni civili stesa con molta fatica dalla Pollastrini e dalla Bindi. Con un semplice sms spedito dalla Binetti (che stava al Senato) ad Anna Serafini, che era capogruppo in commissione. Il senso era molto chiaro: se questa legge passa, noi ce ne andiamo. Lo stesso paradosso che pesa oggi sulle spalle di Bersani, finì per gravare su quelle di Fassino. Sta nascendo il Pd, posso permettermi di espellere una cattolica? No. E così tutti i progressisti dovettero pagare dazio all’integralismo guerrigliero della Binetti.

In quei giorni invitai per la prima volta la Binetti a Tetris, nel mio programma, e in quella puntata accaddero cose incredibili. Era la sua prima apparizione televisiva, perché i grandi media non si curavano di lei. Noi avevamo affidato a Mike Bongiorno il consueto quiz per i politici. E Mike – l’ho ricordato su questi sito tempo fa – chiese alla Binetti: “L’omosessualità è: A) Una normale caratteristica di una persona B) Una malattia?”. Ricordo ancora oggi il primo piano terreo della Binetti, su cui si stampò un’espressione di sofferenza vera. Cercò di fermarsi, di dire parole caute, ma quello che aveva dentro le uscì fuori. Disse quello che pensava allora e che pensa ancora oggi: che era “Una malattia”. Nella stessa puntata, dopo il quiz, portai in studio un cilicio. Solo questo gesto aveva in qualche modo turbato la nostra piccola redazione. Avevamo scoperto che il cilicio non si vende, e ne avevamo trovato uno in modo semi-clandestino, su internet. Prima di andare in onda questo oggetto era passato fra di noi di mano in mano, suscitando stupore, perché tutti avevano ceduto alla tentazione di calzarlo, ritrovandosi i suoi rostri nella carne. Non la capisci, la ferocia autoflagellatoria del cilicio finché non ti incide la pelle. Chiesi alla Binetti se veramente lo portasse con regolarità. Lei mi rispose: “Ma certo!”. Allora portai quell’incredibile strumento in studio. Mi venne istintivo metterlo in mano a Chiara Moroni, socialista laica del Pdl, anche lei ospite. Ancora oggi, rivendendo quelle immagini, si può notare l’espressione esterrefatta di Chiara. Ma chi ci stupì, ancora una volta, fu la Binetti, che assunse un tono materno e persuasivo verso la collega: “Cara, non ti deve spaventare. Il cilicio ci ricorda il dolore della donna che partorisce… Ci ricorda la sofferenza degli occhi dopo una giornata passata a lavorare al computer. Ci ricorda il dolore della vita che troppo spesso dimentichiamo”. Siccome la televisione ha sempre dei momenti di verità, il dialogo che seguì fu quasi simbolico. Chiara quasi esplose: “Ma il dolore della vita noi non lo vogliamo, lo subiamo nostro malgrado! E il dolore di un parto è accettabile solo perché produce la vita, non perché sia un valore in sè!”. Senza volerlo, avevamo messo a fuoco la differenza fra l’ideologia della penitenza e quella della laicità.

Franco Grillini, che si era scontrato durissimamente con la Binetti dopo la risposta sull’omosessualità (“Se dici questo sei fuori dall’ordine dei medici!”) scelse la via del sarcasmo: “Io sul cilicio difendo la Binetti: ho sempre pensato che tutti hanno diritto alle proprie passioni sadomasochistiche”. Lei si arrabbiò davvero, e iniziò ad urlare. Nessuno, vedendo quella scena, avrebbe potuto pensare che entrambi facessero parte dello stesso partito. La Repubblica, il giorno dopo, aprì un’intera pagina sul caso, e Rutelli bacchettò la Binetti: “Non doveva andare in un programma così”. Non perché non condividesse le sue idee, dunque, ma perché considerava poco prudente averle espresse.

Incontrai la Binetti due giorni dopo, al Senato. Ero convinto che mi volesse sbranare. Invece era sinceramente dispiaciuta: “Non dovevo accettare di parlare del cilicio, ma è stata colpa mia”. L’avevo intervistata più volte, quanto basta per capire che lei non inseguiva tornaconti, non ha ambizioni personali. Piuttosto si sente come una guerriera crociata, che deve difendere la croce e Cristo in questa battaglia di testimonianza in Parlamento, esattamente come un soldato del medioevo si doveva immolare per il santo sepolcro. Dopo la valanga di polemiche che le precipitarono addosso per aver definito l’omosessualità una malattia inventò una sua forma di espiazione privata, credo sincerissima. Andò ad accudire la collega Paola Concia, che all’epoca conosceva appena, in un delicato intervento per un tumore. Non era una furbata, come ha volgarmente ipotizzato qualcuno: era l’unico contrappasso umano che potesse aggirare il suo problema ideologico anti-gay, il suo dogma identitario. Era la via del samaritano, imboccata per controbilanciare la ferocia della guerriera crociata. Ieri, l’inconciliabilità di questa soluzione si è risolta teatralmente con il voto della Binetti speso per affondare la legge della Concia. La pietas umana non poteva distogliere il guerriero di Cristo dalla sua missione. Ed è questo il vero motivo per cui la Binetti deve essere laicamente espulsa dal Pd: lei non se ne andrebbe mai, perché affermare la sua fede tra gli infedeli è ai suoi occhi un elemento di merito: essere dileggiata, attaccata, odiata, è parte della sua missione di testimonianza, solo un altro modo di indossare un cilicio.

Detto questo, devo aggiungere che ho molta più stima per la Binetti e della sua tetragona coerenza che per gli arrampicatori di muri che nel Pd, per mille motivi di utilità contingente, hanno finito per strumentalizzarla, e farsi strumentalizzare da lei. Più stima di lei, che per il convertito Rutelli che srotolava la nasiera pontificia dal bancone di Montecitorio per protesta contro il Vaticano, e che adesso bacia gli anelli dei prelati. In fondo lei ci consegna un paradosso mirabile e corrosivo, nel degrado della seconda repubblica. Paola Binetti non è il tipo di politico disposto a compromessi e mediazioni sui suoi valori. Per questo è una figura che tutti vorrebbero avere in una coalizione. Possibilmente l’altra.

Luca Telese

Il Fatto Quotidiano

14 ottobre 2009

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Idee rétro

Pubblicato da sandro su 14 Luglio, 2009

Liberté, Égalité, Fraternité

800px-Serment_du_jeu_de_paumeJacques-Louis David, Il giuramento della sala della pallacorda

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Vero Uomo, vero Presidente: Salvador Allende

Pubblicato da sandro su 26 Giugno, 2009

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L’assurdità dell’acqua in bottiglia

Pubblicato da sandro su 20 Aprile, 2009

di MAURIZIO PALLANTE

Alla fine dell’Ottocento, quando mia nonna era bambina, viveva in una casa in cui non c’era l’acqua corrente, come in quasi tutte le case. Così ogni giorno doveva andare a prenderla alla fontana nella piazzetta vicina. La vedo con gli occhi dell’immaginazione scendere le scale insieme a sua madre o sua sorella cariche di brocche e secchi, fare un piccolo tratto di strada, mettersi in coda chiacchierando con le altre donne e le altre bambine in attesa del suo turno, tornare a casa portando a braccia i recipienti pieni. Una vita faticosa e dura.

Oggi, dopo più di cento anni di progresso, nei supermercati le persone riempiono i carrelli di bottiglie di plastica piene d’acqua, le scaricano nei portabagagli delle automobili con cui le portano fino alle loro abitazioni, le scaricano dai portabagagli e le portano a braccia in casa. Proprio come faceva mia nonna. Ma con sei differenze rispetto a lei.

1. Mia nonna era costretta a fare la fatica di portare a braccia l’acqua in casa. La sua non era una scelta. Oggi le persone che fanno questa fatica, non vi sono costrette. La loro è una scelta. E il passaggio dalla costrizione alla libertà di scelta è un progresso, baby!

2. Mia nonna per portare l’acqua a casa doveva soltanto scendere le scale e fare un breve tratto di strada a piedi. Oggi le persone per coprire il tragitto casa – supermercato – casa usano l’automobile. Impiegano più tempo, hanno costi di trasporto e consumano fonti fossili, che emettono CO2, ossidi di azoto (NOx) e polveri sottili (pm 10), incrementando l’effetto serra e inquinando l’aria. Ma andare in automobile invece che a piedi è un progresso, baby!

3. L’acqua che portava a casa mia nonna era attinta dalla falda idrica sottostante; l’acqua in bottiglia che si porta a casa oggi dai supermercati viene da centinaia, o migliaia di chilometri di distanza. Ha un costo di trasporto e consuma fonti fossili, che emettono CO2, ossidi di azoto (Nox) e polveri sottili (pm 10), incrementando l’effetto serra e inquinando l’aria. Ma l’estensione dei mercati è un progresso, baby!

4. I recipienti di metallo con cui mia nonna trasportava l’acqua erano sempre gli stessi; quelli utilizzati oggi sono di polietilene tereftalato (PET) monouso. Per produrli si è consumato petrolio in un’industria petrolchimica (2 kg. di petrolio per kg. di plastica); si è consumato gasolio per trasportarli dall’industria petrolchimica allo stabilimento dove è stata imbottigliata l’acqua; altro gasolio si consumerà per portarli dalle abitazioni ai cassonetti della raccolta differenziata e di qui a… Al consorzio obbligatorio Replastic? Alla discarica? All’inceneritore? Ogni trasporto delle bottiglie di plastica ha comportato un costo e un consumo di fonti fossili, che emettono CO2, ossidi di azoto (Nox) e polveri sottili (pm 10), incrementando l’effetto serra e inquinando l’aria. Ma l’economia di mercato e l’industria sono un progresso, baby!

5. La produzione di un chilogrammo di PET richiede 17,5 chilogrammi di acqua e rilascia in atmosfera 40 grammi di idrocarburi, 25 grammi di ossidi di zolfo, 18 grammi di monossido di carbonio e 2,3 chilogrammi di anidride carbonica (Paul Mc Rande, The green guide, in State of the world 2004, Edizioni Ambiente, Milano 2004, pagg. 136-137). Poiché una bottiglia in PET da 1,5 litri pesa 35 grammi, con un chilo di PET se ne fanno 30. Pertanto, per trasportare 45 litri d’acqua se ne consuma quasi la metà. A mia nonna poteva caderne qualche goccia per strada se riempiva troppo i suoi recipienti. Quanto all’emissione di gas, al massimo qualche volta sotto lo sforzo poteva rilasciare qualche scorreggetta.

6. L’acqua che portava in casa mia nonna non costava nulla, l’acqua in bottiglie di plastica costa da 2 a 4,5 euro alla confezione di 6 bottiglie da 1,5 litri (prezzi di novembre 2004). In realtà il costo effettivo dell’acqua contenuta nelle bottiglie è solo l’1 per cento del costo di produzione totale, mentre l’imballaggio ne assorbe il 60 per cento. Ma si può spendere di più solo se si è più ricchi e la crescita della ricchezza è un progresso, baby!

Rispetto ai tempi di mia nonna, per fare la stessa fatica e avere la stessa utilità ci vuole più tempo, si inquina molto mentre prima non si inquinava affatto e si paga mentre prima non si pagava. Il contributo alla crescita del prodotto interno lordo dato dalla produzione e dal commercio delle acque in bottiglia ha comportato un peggioramento della qualità della vita individuale e della qualità ambientale. Questo è il progresso, baby?

Quanto paga e quanto inquina in un anno una persona che consuma acqua in bottiglie di plastica nella misura di 1 litro al giorno?

Trecentosessantacinque litri corrispondono a poco più di 40 confezioni da 6 bottiglie di 1,5 litri (240 bottiglie). Ai prezzi attuali il costo va da 80 a 180 euro all’anno.

Per trasportare 15 tonnellate, che corrispondono a 10.000 bottiglie d’acqua da 1,5 litri, un camion consuma 1 litro di gasolio ogni 4 km (25 litri ogni 100 km). Ipotizzando una percorrenza media di 1.000 km, tra andata e ritorno (l’acqua altissima e purissima che va dall’Alto Adige alla Sicilia ne percorre molti di più), il consumo di gasolio ammonta a 250 litri, ovvero 250.000 cm3 che, divisi per 10.000 bottiglie corrispondono a 25 cm3 di gasolio per bottiglia. Moltiplicando 25 cm3 per 240 si deduce che il consumo giornaliero pro-capite di 1 litro di acqua in bottiglia comporta un consumo di 6 litri di gasolio all’anno. A questi 6 litri di gasolio vanno aggiunti:
- i consumi di petrolio per produrre le bottiglie di plastica (8 kg per 240 bottiglie);
- i consumi di gasolio dei camion che trasportano le bottiglie di plastica vuote dalla fabbrica che le produce all’azienda che imbottiglia l’acqua e dei camion della nettezza urbana che le trasportano dai cassonetti agli impianti di smaltimento;
- i consumi di benzina degli acquirenti nei tragitti casa – supermercato – casa e casa – cassonetti – casa.
Ipotizziamo quindi che il consumo annuo totale di combustibili fossili pro-capite di una persona che compri l’acqua in bottiglie di plastica sia di almeno di 8 litri di gasolio/benzina oltre gli 8 kg di petrolio.

Una famiglia di quattro persone spende quindi ogni anno da 320 a 720 euro e fa bruciare almeno 32 litri di combustibili fossili per bere acqua in bottiglie di plastica invece dell’acqua potabile che sgorga dal rubinetto di casa. Evidentemente pensa di ottenere vantaggi superiori ai costi economici che sostiene e ai danni ecologici che genera. Dal punto di vista chimico e batteriologico questi vantaggi non ci sono. Dal punto di vista organolettico possono esserci se l’acqua distribuita dall’acquedotto è troppo clorata. Ma per toglierle il sapore del cloro è sufficiente scaraffarla con un po’ di anticipo, o utilizzare appositi filtri che con un costo molto minore, senza fatica né perdite di tempo consentono di eliminarlo.

In realtà il costo dell’acqua minerale in bottiglia comprende anche il costo delle frottole che si bevono insieme ad essa. Una di queste acque, secondo la pubblicità fa digerire tutto. Non c’è indigestione o ingordigia che tenga. Più ne bevi e più digerisci. Una fa fare tanta pipì (come tutte le acque; più ne bevi e più ne fai, anche con quella del rubinetto). Una ha un effetto collaterale sorprendente: risveglia il desiderio erotico. Una è fatta con energia verde al cento per cento. Ammesso che un’energia senza impatto ambientale esista, anche la plastica della bottiglia è di energia verde, anche il gasolio necessario a trasportarla? Un’altra è altissima (embè?) e purissima (vorrei vedere…). Una si pubblicizza facendo fare una pernacchia a una particella di sodio che poi se la ride da sola. Una è di qualità trasparente (ci mancherebbe anche che fosse torbida…). Una a volte fornisce l’apporto di calcio necessario a prevenire l’osteoporosi nella terza età, a volte è utile nella prevenzione della calcolosi perché è povera di calcio. Insomma solo se si beve di tutto si può scegliere di bere l’acqua in bottiglia.

Se invece non si beve di tutto e al posto dell’acqua in bottiglia si beve l’acqua del rubinetto, si ottiene un risparmio economico che comporta una diminuzione dell’inquinamento ambientale e un miglioramento della qualità della vita individuale. E una decrescita del prodotto interno lordo in conseguenza della diminuzione non solo della domanda di acqua in bottiglia, ma anche dei prodotti petroliferi utilizzati in tutte le fasi della produzione e del trasporto.

Ciò disturba non solo le industrie che imbottigliano e vendono acqua minerale, le aziende di trasporti e le industrie petrolchimiche, ma anche i ministri delle finanze perché riduce il gettito dell’IVA sulle vendite di acqua in bottiglia e delle accise sui carburanti che si consumano per produrle e trasportarle; gli altri ministri perché di conseguenza si riducono gli stanziamenti dei loro bilanci; i sindaci e i presidenti delle aziende municipalizzate, o consorzi, o S.p.A. a prevalente capitale pubblico per la gestione dei rifiuti perché diminuiscono gli introiti delle discariche e degli inceneritori; i gestori di reti di teleriscaldamento alimentate da inceneritori, perché devono rimpiazzare la carenza di combustibile derivante da rifiuti (che ritirano a pagamento) con gasolio (che devono comprare).

«Prima di trasferirmi in città per trovare lavoro, al paese ho sempre bevuto acqua di sorgente. L’acqua dell’acquedotto non ce la faccio proprio a berla. Ma con i soldi dello stipendio posso comprarmi l’acqua di sorgente imbottigliata. E pagare la benzina necessaria per andare a prenderla e portarla a casa. Sì lo so che al paese non la pagavo nulla e che le bottiglie di plastica fanno aumentare i rifiuti, ma io ho una coscienza ecologica e sono convinto che non c’è futuro per l’umanità senza uno sviluppo sostenibile. Per questo faccio una scrupolosa raccolta differenziata. Inoltre comprando l’acqua in bottiglia sostengo l’occupazione nelle aziende che producono bottiglie di plastica, nelle aziende che imbottigliano l’acqua, nelle aziende di trasporto, nelle agenzie pubblicitarie che inventano tanti spot spiritosi, nelle aziende che raccolgono e smaltiscono i rifiuti. Sono un benefattore dell’umanità. Eppure, nonostante i miei comportamenti virtuosi, adesso vogliono costruire un termovalorizzatore nel quartiere in cui abito. Dicono che è un impianto sicuro e non emette inquinanti, come i vecchi inceneritori. Anzi, le ultime analisi dimostrano che ne esce un’aria più pulita di quella che entra. D’altra parte se i rifiuti aumentano occorrerà pure trovare un sistema ecologicamente corretto di smaltirli. Però l’inceneritore, pardon il termovalorizzatore, avrei preferito che lo facessero un po’ più lontano da casa mia».

Fonte: www.paea.it

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Più rispetto. Più Stato

Pubblicato da sandro su 6 Febbraio, 2009

Ha detto bene Gianni Vattimo, in un’intervista a MicroMega, che la Chiesa non potendo più spaventare la gente con la frottola dell’inferno, cerca oggi di terrorizzarla con la retorica sulla sacralità della vita. Poi il filosofo ha aggiunto una considerazione altrettanto condivisibile: poiché la Chiesa è un’istituzione non riformabile, bisogna demolirla. Questo, naturalmente, non significa usare la violenza, bensì impedire che le gerarchie ecclesiastiche interferiscano con l’attività ordinaria dello Stato. In breve, vuol dire affermare una volta per tutte la laicità, il dominio della legge e della democrazia sulla superstizione e il dogma, la dignità dell’uomo anziché la maestà dell’idolo.

Ogni persona perbene, credo, sta seguendo la vicenda della signora Englaro con un misto di apprensione e rabbia. Apprensione per l’esito della procedura sanitaria di sospensione delle cure cui è sottoposta, contro la sua volontà, dal 1992. Rabbia per l’abietta pervicacia con la quale mucchi di sedicenti difensori della vita tentano di usare il suo corpo prosciugato come un vessillo di battaglia. Ieri sera Vauro, in una vignetta strepitosa, ha dato a lorsignori la parvenza di avvoltoi pronti ad avventarsi sulla carcassa: non il corpo della signora Englaro – per la quale ho troppo rispetto – ma il corpo dello Stato che essi vorrebbero, uno Stato teocratico, privo di legge e di ragionevolezza. Aveva detto il signor Englaro, padre di Eluana: «E’ preoccupante vivere in un paese nel quale le sentenze della magistratura non vengono rispettate». Eccome, se lo è! Il bello, però, sta proprio qui: la democrazia come la intendono gli uomini in gonnella che abitano in Vaticano è qualcosa per cui loro sono l’ultima istanza su tutto, hanno l’ultima parola sulla vita e sulla morte, detengono il monopolio della volontà, della morale, della giustizia. Follie: follie propalate da un papa che va a braccetto con vescovi neonazisti: follie che, in nome della vita, il popolo degli sgranatori di rosari si beve felicemente.

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La città e noi

Pubblicato da sandro su 13 Gennaio, 2009

Urbanistica Il rapporto della Società Geografica. Aldo Bonomi: forme urbane senza un tessuto sociale

I superluoghi, qui nasce la nuova città

Lo sviluppo intorno a outlet, aeroporti, autostrade. Il caso Bergamo.

Vendesi casa vicino alla tangenziale, all’ aeroporto, alla stazione di servizio, all’ outlet, all’ incubatore tecnologico: saranno così i prossimi cartelli degli immobiliaristi perché è intorno a questi nodi dello scambio e del transito che si stanno sviluppando le «nuove urbanità» del Belpaese. È quanto emerge dal rapporto annuale 2008 L’ Italia delle città. Tra malessere e trasfigurazione curato per conto della Società Geografica Italiana, presieduta da Franco Salvatori, da una équipe di ricercatori guidati da Giuseppe Dematteis. La tesi fondamentale è che siamo di fronte a una nuova Italia, quella dei «superluoghi», ovvero di nuove urbanità create intorno a fiere e centri commerciali che, per ora, non sono in grado di creare nuove socialità e integrarsi con le città storiche. Il meccanismo di sviluppo territoriale che viene delineato dal Rapporto è questo: una campagna sempre più urbanizzata, anche a partire dai paesi ex agricoli, e nuove urbanità che si sviluppano, come nel Medioevo, intorno a vie e luoghi di scambio. Il risultato è un tutto urbanizzato. Da un lato, scrivono gli studiosi, «siamo di fronte a una dissociazione tra la città e l’ urbanizzazione, dove con il secondo termine non si pensa più solo alla crescita di ciò che intendiamo con il primo, la città, per contiguità fisica; ma anche, e sempre più di frequente, a fenomeni spazialmente discontinui che investono reticoli urbani decentrati e contesti locali esterni alle principali direttrici di crescita del Paese». Dall’ altro ci sono gli insorgenti superluoghi, «università, fiere, aeroporti, centri logistici, parchi tecnologici, incubatori aziendali, centri ospedalieri, laboratori di ricerca e piattaforme commerciali che nascono come agenti funzionali autonomi e diventano portatori, a volte intenzionali, di territorialità connotando i paesaggi delle nostre regioni urbane». Favoriti, in questo, dal marketing urbano e da forme di federalismo. Naturalmente non è solo l’ Italia a presentare queste situazioni: esempi storici sono il sud-est inglese, la Randstadt Holland, la parte centrale del Belgio, la regione settentrionale della Svizzera, la grande Dublino… Ma da noi l’ idea di «superluogo» si declina, oltre che intorno agli snodi funzionali descritti, anche come «cittadella degli immigrati». Qui, più che di fronte a un multiculturalismo urbano, ci troviamo di fronte allo sviluppo di un policulturalismo, ovvero di urbanità etnicamente caratterizzate che nascono per esigenze commerciali o funzionali. Come a Milano, dove i cinesi sono intorno a via Paolo Sarpi e i maghrebini nelle case a ringhiera della zona della Stazione centrale. Milano, con l’ esempio della Fiera e della prossima Expo a Rho, e con i nuovi insediamenti intorno all’ autostrada dei Fiori (ma anche Bologna con il suo Piano strutturale diviso in «Città della ferrovia», «Città del Reno», «Città della tangenziale»…) è anche l’ esempio di superluoghi nati da funzioni di scambio. Di fronte a questo scenario ci sono forti elementi di critica. Qualcuno ha parlato di «urban sprawl» ovvero di un fenomeno di estesa crescita territoriale incontrollata e disordinata. Di recente, in Italia, un gruppo di studiosi come Maria Cristina Gibelli ed Edoardo Salzano hanno pubblicato uno studio dal titolo in forma di logo, No sprawl. Nell’ introduzione sottolineano che, «sebbene la devastazione provocata dal consumo del suolo nel nostro Paese sia sotto gli occhi di tutti… non esiste nessun dato ufficiale o ufficioso della sua reale consistenza». Anche dal Fai (Fondo per l’ ambiente italiano) sono spesso giunte critiche a questo sviluppo incontrollato sul territorio (ex) agricolo. Uno sguardo critico su questa forma di modernità territoriale è anche quello del sociologo Aldo Bonomi, che curò anni fa alla Triennale di Milano un’ esposizione intitolata La città infinita. «Sono d’ accordo che si superi la definizione di “non-luoghi” data da Marc Augé in favore di “superluoghi”, perché queste aggregazioni funzionali danno effettivamente vita a nuove urbanità, anche se queste non riescono a essere comprese dagli strumenti dell’ urbanistica novecentesca. Il problema è che in questi luoghi si creano solo imprecise socialità di transito e che non c’ è un dibattito per capire come integrare queste urbanità con i “vecchi” paesi e città. Per fortuna devo dire che alcune di queste vecchie città italiane trovano da sole degli antidoti a un futuro di soli superluoghi: ad esempio credo che i festival della letteratura siano l’ esatto contrario di un pomeriggio all’ outlet lungo l’ autostrada». Bonomi indica anche una via per arrivare a una nuova definizione di questi spazi che sono le cittadelle del futuro. «Questi superluoghi ci avvicinano a un’ idea medievale di urbanità perché nascono intorno ai luoghi dello scambio e del transito delle merci. Sono le nuove città anseatiche, fatte di fondaci per lo scambio. Ciò ha anche un aspetto positivo: ci consente di superare lo spaesamento da megalopoli che stanno provando molti abitanti asiatici (nel 2010 il 51,3% degli abitanti della Terra vivrà in luoghi urbani, ndr). Solo che non abbiamo ancora risolto i problemi del rapporto tra superluoghi e centri storici e nemmeno la loro governance. In sostanza, oggi Bergamo – conclude Bonomi – ha un’ aeroporto da una parte, un ipermercato dall’ altra e una stupenda città alta, vecchia e un po’ veneziana che non dialogano e non sviluppano alcuna forma di intersocialità».

Pierluigi Panza

“Corriere della sera” 12 gennaio 2009

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Debito di terra

Pubblicato da sandro su 26 Settembre, 2008

E’ passata quasi del tutto sotto silenzio, l’altro ieri, la giornata in cui l’umanità ha consumato tutte le risorse che la terra è in grado di produrre in un anno: l’earth overshoot day. Ciò sta a significare che il legno, l’acqua, il cibo e tutte le cose che in questo momento stiamo usando fanno parte delle cosiddette riserve strategiche. Oggi, insomma, abbiamo iniziato ad intaccare quella scorta di beni primari di là della quale c’è l’inevitabile tracollo ecologico. Per essere chiari: l’anno scorso questa giornata cadeva in ottobre, quest’anno è caduta in settembre, l’anno venturo potremmo mettere a segno un nuovo primato. La tendenza, dunque, è di sconcertante linearità: sempre prima gli uomini e le donne del terzo millennio esauriscono quel che la terra è in grado di produrre. Quaranta o cinquant’anni fa i consumi ammontavano press’a poco al 50% del totale. Semmai ce ne fosse stato il bisogno, questa fattualità costituisce l’ennesima prova del rapido declino ambientale a cui l’animale uomo sottopone il mondo. Di più. Pochi giorni indietro, la Fao ha annunciato che la quota di esseri umani affamati ha subìto un incremento di alcune centinaia di milioni di unità, attestantosi oltre il miliardo complessivamente. Desidero ricordare una volta ancora che i demografi prevedono, entro il 2020-30, una crescita globale fino a 8-9 miliardi di persone.

Uno scenario catastrofico, si capisce – uno scenario che vedrà noi venti-trentenni come vittime dell’insensatezza e della stupidità figlie dell’ottimismo produttivista. Così non si può davvero andare avanti, urge un’inversione di marcia, non una semplice pausa di riflessione. Il capitalismo ha fallito, ha fallito da molto, troppo tempo. L’assurda pretesa di instaurare il benessere ad ogni latitudine deve ora fare i conti con l’orrendo danno che ha arrecato. Tutti noi ne siamo stati i volonterosi carnefici, perché siamo nati e cresciuti in un contesto sociale e materiale che ci ha permesso di beneficiare, a scapito d’altri, dei frutti del mercato. Tutti noi dovremmo mutare radicalmente stile di vita. Io, per esempio, provo un enorme senso di colpa quando calpesto il parquet di casa o quando alzo la testa e vedo le travi di legno intrecciate sul soffitto; provo un enorme senso di colpa se stampo con carta che non sia riciclata; provo un enorme senso di colpa se per lavarmi o farmi la barba uso più dell’acqua dovuta; provo un enorme senso di colpa se guido l’auto futilmente; provo un enorme senso di colpa se un vestito o un paio di scarpe vengono gettati prima che siano del tutto consumati; provo un enorme senso di colpa se la frutta che mangio proviene dal Brasile o dal Sudafrica; provo un enorme senso di colpa se ci sono delle luci accese per nessuno.

Non voglio deprimere chi legge con le mie fisime, ma volenti o nolenti questa è la realtà che dobbiamo fronteggiare. Una realtà fatta di rinunce, rinunce che dovremo fare, assolutamente. Reimparare un comportamento due volte etico: avere uno stile di vita altro, infatti, farà bene in prima persona a chi lo mette in pratica e farà bene, soprattutto, a coloro che verranno dopo di noi. Trovo raggelante il pensiero che da qui a dicembre useremo, per vivere, risorse che la terra impiegherà un anno e mezzo per rigenerare. Capite? ci stiamo indebitando con la terra, e il conto lo pagheranno i figli e i nipoti di coloro che avranno il coraggio di farne! Può esserci qualcosa di più crudele? far venire alla luce delle creature che vivranno nel caos? Diffido più che mai della politica, che si occupa di guerre, elezioni e contenta le lobbies che la tengono a galla. Penso che la gente dovrebbe informarsi, conoscere la teoria della decrescita, della convivialità, e agire di conseguenza.

Tuttavia, non c’è una reale percezione del problema, perché non c’è una reale discussione – almeno non nel nostro paese. In Italia tiene banco uno Scajola qualunque che parla di nucleare; tiene banco un Ronchi qualunque che dice no alle misure contro l’inquinamento dell’Ue; tiene banco un Pd indecente che ha fondato la campagna elettorale sulla competitività e sull’Italia come base logistica dell’import/export mediterraneo; tiene banco un (mi prudono le mani solo a pensarne il nome) Berlusconi decrepito, pregiudicato, ignorante e impunito che ha incuneato nella mentalità collettiva la fabbrichetta, la villetta, la macchinetta, il viaggetto, la marchetta, e chiama il popolo sovrano «pubblico»; tiene banco la Tav, un buco di oltre 50 chilometri per andare a zonzo come deficienti da Lisbona a Kiev; tiene banco la base Usa di Vicenza, un presidio coloniale per sferrare con comodo i futuri attacchi aerei in Iran; tiene banco il ponte sullo stretto di Messina, una cattedrale nel deserto concepita per arricchire gli amici degli amici e per prendere voti in cambio di specchietti colorati; tiene banco una casta sacerdotale invasata che incoraggia le nascite fuori controllo e poi prega perché dio salvi tutti dal disastro.

L’Onu ha previsto che nel 2050 l’earth overshoot day cadrà il 1° di luglio. Entro quella data le sopraccitate cose e persone saranno humus; oggi però sono uno sbarramento inaccettabile alla giustizia e alla libertà di affermarsi dei popoli (con Berlusconi e soci includo tutti i loro omologhi, ovviamente). E’ triste considerare come l’uomo sia una delle tante specie animali destinate ad estinguersi, ma ancor più male fa considerare il fatto che lo stia facendo consapevolmente. Per la terra non sarà un problema, essa esiste da miliardi di anni, ha sopportato sconvolgimenti ambientali e climatici ben più intensi, e alla fine ha sempre saputo darsi un ordine, ricostituirsi, rinnovarsi. Non sarà quindi un problema, per la terra, assistere alla sparizione di qualche migliaio di specie, di qualche milione di ettari di foreste, di qualche miliardo di litri d’acqua dolce, ecc. Sarà, al contrario, un problema dell’uomo, della sua storia, della sua coscienza, della sua vita. A mio avviso si dovrebbe fare molto baccano su questo punto. E attendiamo una sinistra autorevole, che metta in cima al proprio agire politico questa nuova causa di liberazione e progresso.

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Il mio ministro delle Attività produttive

Pubblicato da sandro su 23 Luglio, 2008

Sto leggendo un libro di Tolstoj, e nell’introduzione mi sono imbattuto in questa magnifica frase da lui scritta in un articolo intitolato “La schiavitù del nostro tempo”, pubblicato nel 1900:
«Sono cose magnifiche l’illuminazione elettrica, i telefoni, le mostre e tutti i giardini dell’Arcadia con i loro concerti e spettacoli, e tutti i sigari e i portafiammiferi e le bretelle e i motori; ma vadano tutte in malora e non solo loro, ma le strade ferrate e tutti i panni e le stoffe del mondo, se per la loro produzione è necessario che il 99 per cento degli uomini siano in schiavitù e periscano a migliaia nelle fabbriche necessarie per la produzione di questi oggetti».

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Sul progresso

Pubblicato da sandro su 19 Luglio, 2008

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