
Il 23 ottobre ho visto, nell’ultima data utile, il recente film di Frank Darabont, “The mist” (la nebbia). So con precisione la data perché ho conservato il biglietto, onore che riservo a pellicole veramente valide. Molti storceranno il naso: dopotutto, si dirà, è un horror, soltanto un horror. Sì, è vero, si tratta di un horror; ma che horror! Tanto per cominciare, il regista è quello di “Le ali della libertà” e “Il miglio verde”. In secondo luogo, l’autore della storia è Stephen King, scrittore dalle cui opere sono stati tratti, oltre a quelli di Darabont, lavori come “Shining”, “It”, “Misery non deve morire” e tanti altri. Non tutti sono stati dei successi e non tutti sono degni di fregiarsi dell’appellativo di film (penso a “L’acchiappasogni” o a “1408″, per esempio). Si deve però convenire sul fatto che gli incubi e i deliri kinghiani siano ormai entrati a far parte dell’immaginario collettivo – o almeno di coloro che intendono di che cosa sto parlando.
Cinematograficamente non amo il genere horror, sono impressionabile, trovo insensato lo splatter e stento a capire l’horror fine a se stesso. Certo, a volte diverte, serve per esorcizzare la paura o per soddisfare la perversa, inconfessabile gratificazione data dalla visione della violenza e del sangue. In linea di massima, comunque, sono solito girarci al largo. “The mist” mi ha attirato per il semplice fatto che avevo delle aspettative sul capace regista franco-ungherese trapiantato in America e sull’ennesima trasposizione di un racconto di King. C’era insomma una mescolanza eccellente di fattori che mi obbligava a non indugiare. Così ho fatto, per l’appunto, e al termine della proiezione mi sono infilato nella libreria del multisala per vedere se per caso fosse lì disponibile la raccolta contenente “La nebbia”. Ero rimasto a tal punto colpito da quel che avevo appena visto, che volevo ad ogni costo, quella sera stessa, leggermi il testo originale della storia. Solo la settimana seguente ho potuto realizzare quell’intento, quando in una libreria di Treviso mi sono imbattuto nell’agognato oggetto. Oltre a “La nebbia” ho letto altre quattrocento pagine di racconti: ne vale la pena, perciò chi fosse interessato si butti tranquillamente su una delle raccolte kinghiane. “La nebbia”, tuttavia, è nettamente il più bello di quei racconti, e ora ve ne dirò in dettaglio, dicendo anche molte cose a proposito del film.
La vicenda ha luogo in un paesino dello Stato del Maine che si affaccia su un lago. Una notte si abbatte da quelle parti una tempesta di straordinaria violenza – cadono alberi, si rompono vetrate, saltano le linee elettriche e telefoniche, le costruzioni subiscono danni ingenti. Passato il fortunale, si alza una nebbiolina densa e compatta che ammanta con lenta inevitabilità le terre circostanti. I protagonisti sono un padre e il suo figlioletto di cinque anni, i quali si recano al locale supermercato per fare un po’ di provviste in previsione del periodo di necessità in arrivo. Accompagnati dallo scorbutico vicino di casa, vanno senza esitazione a fare la spesa. Nel negozio sono presenti molte altre persone che hanno avuto la medesima idea. Tutti bene o male si conoscono, e l’atmosfera è molto distesa, tranne che per una leggera inquietudine dovuta alla nebbia crescente. All’improvviso entra nel supermercato un uomo coperto di sangue non suo e grida che qualcosa nella nebbia ha afferrato il suo amico. Contemporaneamente la nebbia si fa sotto e cinge d’assedio l’intero abitato. La gente si spaventa, ma nessuno sembra prendere troppo sul serio l’uomo insanguinato, finché il padre, nel retrobottega, fa una scoperta raccapricciante. A causa della scoperta un ragazzo muore trascinato via da mostruosi tentacoli dentati, e il piccolo gruppo di persone che accompagnava il padre prende coscienza della terribile verità contenuta dalla nebbia. Quando questo gruppo tenta di persuadere il resto della gente radunata nel supermercato, si formano delle fazioni. Una, realista, guidata dal padre, sostiene la pericolosità di avventurarsi all’esterno; una, fanatica, guidata dall’invasata predicatrice Mrs Carmody, interpreta come il giudizio divino la nebbia e vuol fare attorno a sé proseliti del pentimento e dell’espiazione; una, scettica, guidata dal vicino scorbutico, sostiene la non consistenza delle dicerie sulla nebbia e si risolve ad abbandonare il negozio. Quest’ultima è la fazione più ridotta, e difatti esce fisicamente di scena non appena muove i primi passi all’esterno. Dentro, tutti vedono che qualcosa di alieno e sanguinario si annida nella nebbia e presidia il luogo dal quale conta di estrarre molto nutrimento. Questa creatura ha una massa e un aspetto indicibili e si comporta da vero predatore, perché attende i passi falsi di coloro che considera delle prede. Lo sgomento dei cittadini aumenta quando realizzano che solo l’esile facciata di vetro del supermercato li separa da una morte orribile. E’ questo il momento in cui si perde totalmente il contatto con la realtà, si accetta l’esistenza di un mostro aberrante, ci si predispone a passare la notte nel supermercato e affiorano i primi dissidi dovuti alle divergenze su come organizzare le difese. In questo momento, non potendo contare sulle tradizionali certezze date dalla corrente elettrica, dagli organi di pubblica sicurezza, dalla prospettiva di avere un domani e un dopodomani, gli uomini e le donne regrediscono allo stato di natura. Alcuni conservano la loro umanità (è il caso del gruppo dei realisti, poco a poco passato sotto la guida del vicedirettore del supermercato, Ollie, un uomo pratico, sensibile, altruista), alcuni imbruttiscono (è il caso del gruppo della signora Carmody, che addestra il suo gregge a suon di dogmi, instilla nel suo cuore la paura, e con l’esercizio della paura ottiene il potere). Se si vuole, questa è anche la parte più “politica”, inquantoché si prefigura lo scontro fra due modelli del tutto confliggenti di società – la società, in quel momento, è tutta lì. Nel corso della notte si manifestano degli insetti sovradimensionati e degli uccelli altrettanto sovradimensionati che se ne cibano. Riescono a crepare la vetrata e penetrano nel negozio, che subito si trasforma in un campo di battaglia. Ci sono delle perdite, ma alla fine gli uomini riescono a respingere l’assalto. L’indomani il gruppo della signora Carmody acquista nuovi adepti, e ancor di più ne acquista dopo che una spedizione alla farmacia si conclude con un massacro, ma se non altro il gruppo realista si convincerà a fuggire altrove in cerca di speranza. Dovrà affrontare, con pochi mezzi, l’ignoto e vincere la paura.
Non svelo le battute conclusive del film, convinto come sono che ve ne vorrete rendere conto da soli. Anticipo che libro e film, proprio nel finale, sono diversissimi, quindi sarebbe una buona cosa leggere pure il racconto originale.
Sebbene il film sia, a mio avviso, un ottimo esempio di ottimo horror, il libro è nettamente migliore. Per essere un racconto, poi, è molto corposo, si aggira sulle 140 pagine. Stephen King è bravo a evocare la paura, una paura irrazionale, dal nulla; è bravo a tramutare in incubi fatti del tutto normali; è bravo a raccontare la società americana usando l’orrore come filo rosso, come esaustiva fonte narratologica. Alcuni passaggi dello scritto sono, sottotraccia, molto critici della ideologia statunitense pre-reaganiana. Non è un caso, credo, se i sospetti sulla responsabilità della nebbia assassina ricadono sugli esperimenti atomici condotti presso il lago dalla Difesa. Non è un caso se i personaggi che influenzano negativamente l’intreccio sono burberi, decisionisti e agitano lo spettro dell’ira divina. E non è una caso se Darabont, adeguando il copione all’oggi, ha messo in bocca agli attori più d’una frase che rimanda inequivocabilmente al bushismo. C’è una scena, per esempio, in cui Ollie, il padre e altri realisti, avvedutisi dell’effetto che le parole di Mrs Carmody sortiscono sugli altri, dicono press’a poco: «Più darai loro paura, più loro ti daranno potere. Religione e politica messe assieme non portano alcunché di buono». Ovvio.
Come detto in precedenza, libro e film divergono nel finale. Senza correre il rischio di svelarvi in che modo lo facciano, dico solo che quello della pellicola m’è parso più cupo, tragico, mentre invece il racconto lascia intravvedere un barlume di speranza. Sono scelte, va da sé. Ma la soluzione cinematografica è del tutto coerente con l’impostazione, diciamo così, politica, perché sembra voler dire che la possibilità di una rinascita debba passare attraverso un sacrificio catartico. Comunque sia, questa è solo la mia opinione, facile che sbagli.
Già che ci sono, suggerisco caldamente la lettura di “La strada” di Cormac McCarthy, libro fantastico, tetro e poetico nello stesso momento. Ho ravvisato diversi punti di contatto con “La nebbia”, specie nella scelta dei protagonisti (un padre e un figlio piccolo), nell’ambientazione (un mondo tutt’a un tratto regredito) e nel finale (qui però McCarthy, anche per ragioni autobiografiche, fa percorrere soltanto al bambino la strada verso la speranza in un’umanità migliore). De “La strada” uscirà presto la riduzione cinematografica, con Viggo Mortensen a interpretare il ruolo del padre. Vedremo. In caso di buon esito, ve ne darò prontamente conto. Intanto vogliate seguire il mio consiglio di vedervi “The mist”.