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La strage degli imbecilli. Recensione

Pubblicato da sandro su 10 Novembre, 2009

Parto dall’ammissione che questo libro mi è piaciuto parecchio nonostante l’abbia acquistato al buio, ignorando cioè la biografia dell’autore, le sue opinioni politiche e non sapendo affatto che cosa aspettarmi dalla storia che aveva scritto. Di solito sono un acquirente coscienzioso, mi informo con puntiglio, mi impedisco di spendere più di dieci euro per un libro “sospetto”, diciamo, uno di quei libri sciocchi tanto cari alle linee editoriali d’oggi, concepiti per dare scandalo, assicurare notorietà all’estensore e ricchi introiti allo stampatore. Però in questo caso ho avuto fortuna, o buon fiuto, e posso alla fine sbilanciarmi nel consigliarvelo – non raccomandarvelo: consigliarvelo. Se dovessi invece suggerirvi un libro non avendo letto il quale è oggettivamente impossibile vivere, allora non esiterei a dirvi di correre in libreria e prendere Bouvard e Pécuchet. Può sembrare strano come “libro della vita”, ma nella mia modesta carriera di lettore non mi sono ancora imbattuto in opere di pari livello e ambizione esplicativa (limitatamente alla narrativa, ovvio), se escludiamo alcuni racconti di Kafka, Carver e T. Mann.

Il titolo è bello: La strage degli imbecilli. Evoca immagini di carneficine perpetrate nel nome di una giustizia intellettuale che falcidia trasversalmente ricchi e poveri, vecchi e giovani, belli e brutti. Un riassunto del romanzo potrebbe in realtà essere proprio questo, eccezion fatta per il finale che non corrisponde del tutto – anzi per niente – alle aspettative di un lettore accortosi del volgere al poliziesco della vicenda. Ma sarebbe riduttivo e indebito tentare una classificazione tanto improbabile, perché il bel lavoro di Carl Aderhold (debuttante né giovane né sprovveduto) sfugge ai rigorismi letterari. Di certo si tratta di un romanzo, un ampio, articolato, eloquente romanzo.

All’inizio, quando lo si apre, balza agli occhi un’evidente particolarità: i capitoli sono suddivisi in tanti paragrafi numerati (140 in totale), cosa che lo fa somigliare a una dissertazione, a un trattato, a una relazione, a un pamphlet polemico e a molte altre cose – non subito e non inequivocabilmente a un romanzo di fantasia. Io poi – in questi giorni, volendomi fidare di Michel Onfray, sto interiorizzando la Genealogia della morale – l’ho scambiato per un saggio filosofico! Le prime pagine, per fortuna, sgomberano il campo dai dubbi: si comincia a ridere dopo una dozzina di righe. Ed è un riso trattenuto, non plateale, non grasso e volgare, un rider di testa e non di pancia. Come si conviene a un libro che, fatte le debite proporzioni, si prefigge uno scopo etico: mostrare le miserie della società contemporanea attraverso la paradossale eliminazione di una folta rappresentanza delle sue figure più emblematiche. L’ambientazione parigina, metropolitana, offre inoltre l’evenienza di affrontare temi tutt’altro che scontati, insomma di variare, sfumare i possibili ambiti di indagine socio-patologica. Opportune escursioni nelle campagne dell’alta Senna e della Bretagna non daranno comunque scampo agli imbecilli colà individuati.

Imbecilli, dunque. Parliamone.

La scena si apre in un appartamento della periferia di Parigi, il protagonista e sua moglie (entrambi trentenni, par di capire) sono sul divano e guardano la televisione. Fa un gran caldo, è estate, e il protagonista riflette sul fatto che durante il periodo afoso la gente si comporta in modo bizzarro, mentre d’inverno, col freddo, tutto ha più senso, diventa razionale. Quando la moglie va a letto, il protagonista segue un programma nel quale si ricostruisce la scomparsa di un cane nei toni e nei modi più lacrimevoli, con tanto di messinscena, interviste a parenti e amici, nonché l’elencazione degli indiziati. Intanto il gatto di una vicina si insinua nell’abitazione del protagonista e si acciambella accanto a lui. La cialtroneria della trasmissione raggiunge vertici di sopportazione estremi, e in quel momento il gatto graffia un dito al protagonista senza nome, il quale lo afferra e lo lancia fuori dalla finestra, preda di un attacco di furore. Il gatto naturalmente precipita e si sfracella, ma il protagonista anziché pentirsene si sente insolitamente euforico e va a coricarsi. Il giorno seguente la scoperta della morte del gatto (si chiama Zarathustra, forse ha una valenza simbolica) scuote la vita del condominio: tutti i condomini si indignano per l’atto criminale, solidarizzano con la proprietaria e ritardano l’orario di arrivo al lavoro per rincuorarsi l’un l’altro. Il protagonista ritiene d’aver reso così un servizio al prossimo, dato che mai prima d’allora c’era stata tanta comunione di sentimenti fra di loro. Si convince della bontà della sua azione e, giacché considera alienati i residenti del quartiere, avvia una sistematica caccia ai cosiddetti amici a quattro zampe. Ne fa scempio, li sequestra, li affoga, gli spara, li sotterra. La reazione dei padroni affranti è di costituirsi in comitati e associazioni, diventando di punto in bianco grandi amici e ritrovando il senso di stare in comunità. L’effetto sortito soddisfa il protagonista, senonché deve stornare da sé i sospetti che la portinaia del suo stabile comincia a manifestare nei suoi confronti. Essa, o meglio le sue chiacchiere, la sua indiscrezione, il suo ragionar per luoghi comuni, è la prima vittima umana del protagonista. Questa morte vale un’illuminazione: gli imbecilli ci circondano, perché non eliminarli? S’innesca allora una spirale di violenza che porterà il giustiziere dell’imbecillità a collezionare 140 vittime accertate.

La violenza tuttavia non si percepisce, solo in isolati casi la descrizione indugia sui dettagli degli omicidi, preferisce piuttosto edificare il costrutto logico che porta alla soppressione dell’imbecille di turno. Il rischio, qui, è quello del manicheismo: tu sei imbecille perché lo decido io. Ciononostante le motivazioni che inducono il protagonista a uccidere sono in apparenza inattaccabili, ed è questa la persuasione che lo guida. Non dimostra infatti pietà nei confronti degli imbecilli, né si chiede quali dolorose conseguenza possa arrecare alle loro famiglie. Ma si tratta di un romanzo venato d’umorismo, un umorismo nero, pertanto simili sottigliezze non vengono nemmeno prese in considerazione. Il godimento sta proprio nella sinecura con cui persone irreversibilmente sciocche vengono tolte di mezzo. E questo avviene nei contesti più disparati, ecco perché si può affermare che il libro si propone altresì un’analisi sociologica della Francia contemporanea.

Il protagonista è disoccupato, ha delle velleità artistiche ma non trova un lavoro adeguato. Su richiesta della consorte ottiene un impiego interinale dapprima in un’agenzia d’assicurazioni telefoniche, quindi in una casa editrice scandalistica che passa da una cessione azionaria all’altra, assumendo e licenziando personale come in un giochetto perverso, dove i capi paiono generali di un esercito fittizio e i dipendenti schiere di pedine sacrificabili al fine del profitto. Lì, va da sé, è pieno d’imbecilli. Poi il protagonista decide di scrivere una sceneggiatura sulla vita di Socrate, ma il produttore non è esattamente un cineasta, quanto un erotomane; e nel sordido mondo della pornografia, oltre a scatenare una dotta discussione sul concetto di amore trattato nel Convivio socratico, mieterà vittime a più non posso. Diventa inoltre guida turistica, entrando a contatto con gli esponenti della terza età – poveri loro… Quando però comincia ad “occuparsi” degli uomini in divisa, si accorge che la sua missione (così ormai la valuta) può decisamente fare un salto di qualità.

Decide di rintracciare le caratteristiche dell’imbecillità e di capirne il motivo. Più vi si addentra, più la detesta. Due sono le fondamentali verità che postula a mo’ di leggi: l’imbecille differisce dallo stupido perché lo stupido non è consapevole della propria condizione mentre l’imbecille sì e non fa nulla per rimediarvi; all’origine dell’imbecillità c’è il potere, non necessariamente un grande potere, ma quella quota bastevole a imporre agli altri la propria volontà: quindi l’imbecillità sottomette la ragionevolezza. Sarà per questo che l’arma prediletta è una vecchia pistola appartenuta al nonno anarchico? Sarà per questo che l’educazione comunista ricevuta dal padre l’ha abituato a problematizzare e criticare l’esistente?

Va detto che la sfilza di crimini non passa inosservata. La polizia ha aperto un’indagine, sebbene l’eterogeneità delle morti contribuisca a depistarla e a confondere le acque. Il finale è imprevedibile, segnato dalla decisione del protagonista di far pubblicare nei giornali una sorta di manifesto contro l’imbecillità, che recita, fra le altre cose: «la storia delle società umane è la storia della lotta contro l’imbecillità; morte agli imbecilli». Mort aux cons è del resto il titolo originale dell’opera.

Una breve nota a margine. Se Flaubert aveva individuato nella stupidità (che, come detto, attiene alla naivité) la cifra di un’epoca – la sua – Aderhold ha esteso all’imbecillità odierna (fase suprema della stupidità, potremmo dire…) gli accenti sarcastici, amaramente sarcastici, del solitario di Croisset. Chi non ha mai provato il desiderio di sbarazzarsi dei molti imbecilli che quotidianamente incontra o coi quali ha giocoforza a che fare? Io sempre. Quel che innalza al parossismo l’intollerabilità degli imbecilli, a mio avviso, è la loro cieca fiducia nella liceità, perfino nella sensatezza, di ciò che fanno, dicono o pensano. E, sappiamo ora, con l’aggravante di sapere della propria pochezza. L’imbecille pretende di tener testa a qualsiasi discorso pur non avendo la minima conoscenza di alcunché; pretende di avere una risposta adeguata in ogni situazione; pretende di sapersi comportare nella maniera sempre corretta; pretende di poter soddisfare tutte le sue brame o i suoi capricci o quelle che egli ritiene cose intelligenti da dire o fare o pensare come se si trattasse delle più naturali ovvietà e senza curarsi delle conseguenze che possono scaturire; pretende di avere lo stile di vita migliore del mondo; pretende di giudicare chi si discosta dal suo imbelle modello. L’imbecillità, penso, è una forma religiosa di stupidità, per cui si erge ad ideologia, e come tutte le ideologie non tollera opinioni contrarie, non permette la pluralità, ma al contrario si celebra, loda sé stessa. E’ un fatto che il mondo sia popolato in maggioranza da imbecilli, l’imbecillità non ha frontiere, non ha sesso, non ha età: è e basta. Bisognerà pur difendersi. Come farlo incruentemente? Be’, è impossibile, siamo realisti. Rassegnamoci perciò a soccombere, a trattenerci dal prendere a male parole l’imbecille che ci contraddice senza argomenti, a legittimare i governanti che gli imbecilli si scelgono, a ritirarci nella penombra delle nostre biblioteche mentre alla luce del sole l’imbecillità si crogiola e si fa beffe della modestia, della gentilezza, della tolleranza, della cultura.

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Videocracy. Un’indignazione

Pubblicato da sandro su 5 Novembre, 2009

Ieri sera ho finalmente visto il documentario che Erik Gandini, il regista italosvedese, ha girato per conto della televisione di Svezia. La pellicola, passata alla Mostra di Venezia e al Sundance Festival, dura un’ottantina di minuti e spiega quanto in Italia il potere televisivo sia col tempo venuto a coincidere col potere politico. Sono cose che noi avveduti purtroppo conosciamo bene e contro cui ci battiamo, ci opponiamo. Ahimè – devo sospirare, dopo la visione – senza speranza alcuna. Il quadro composto da Gandini è così deprimente, sconsolante, rivoltante e tristemente realistico, da non consentire altro sentimento eccetto l’indignazione.

Dal momento che condivido l’ottica critica delineata da Andrea Inglese in un suo commento di qualche settimana fa per Nazione Indiana, lascio alle sue lucide parole la gravosa incombenza di dare forma e sostanza al senso di disgusto che opprime il cuore e l’intelletto di chi si è sottoposto all’umiliante filmato.

Ora, qui, mi limito a riferire alcune sequenze che mi hanno in particolar modo colpito e al contempo indignato, appunto.

Si segue la storia di tre personaggi: uno mancato e due nel bene e nel male affermati.

Quello mancato, Richi, è un operaio 26enne del bergamasco, che non vuole stare al tornio tutta la vita e vede perciò nella carriera televisiva una possibilità di riscatto – la celebrità, sostiene, ti dà donne, soldi, casa, macchina, tutto quello che conta nell’esistenza. Per inseguire il suo sogno, si esercita nel giardinetto della villetta a karate, si esibisce nelle fiere paesane in un’interpretazione canora a metà fra Ricky Martin e Jean-Claude Van Damme, alterna provini a selezioni per far parte del pubblico durante le registrazioni dei programmi. La madre, piuttosto anziana, pare assecondarlo, senonché il suo vero cruccio è il figlio ancora scapolo. Segue poi un artefatto bisticcio tra i due dinanzi la telecamera, che con spietatezza registra il surreale alterco. Ciò che intenerisce ed esaspera nella storia di Richi è il suo bovino affidamento alla taumaturgia dello spettacolo: non lo sfiora mai il pensiero della labilità, spietatezza e falsità di quel mondo: quel mondo è anzi ciò a cui disperatamente anela perché la cultura media di questo suo (e nostro) paese gli ha impartito una rappresentazione della realtà siffatta. Dice a un certo punto Richi: «la fregatura, per noi ragazzi che vogliamo lavorare in televisione, sono le ragazze, nel senso che è più facile per una ragazza entrarci»: e noi abbiamo visto quest’estate qual è il rozzo, debosciato costume che si cela al di là del luccicante scenario del piccolo schermo.

Il primo dei due personaggi affermati, arrivati è Lele Mora, che non è il nome di un pupazzo o di un articolo per giardino bensì il nome del più ricco e influente agente televisivo italiano. Ci viene presentato steso su un enorme letto bianco, vestito di bianco, nella sua camera da letto bianca, coi mobili bianchi e le tende bianche. La cameretta di un bambinello, verrebbe da dire, invece sul lettone c’è quest’uomo di oltre cinquant’anni che si trastulla con un telefonino da cui non si separa mai. Il colore bianco domina la villa di Lele Mora, nella Sardegna che conta, quella della Costa Smeralda: lui stesso chiama casa sua la «casa bianca», pensate un po’. Nel giorno delle riprese c’erano degli ospiti, che lo stravagante sensale ci tiene a presentare: un tronista, un ex Grande Fratello, un cantante, altri belloni più o meno denudati, tutti quanti spaparanzati sulle sdraio a chiacchierare del nulla, annoiati, abbronzati, in attesa che arrivi la sera per ingioiellarsi e correre in discoteca, il tempio consacrato della mia anodina generazione di coetanei. Si passa quindi nel candido salotto di Lela Mora, dove il sagace individuo accosta Berlusconi – del quale si professa grande amico – a Mussolini, nonostante che la sua personalità non sia proprio la stessa. Dà l’idea di dirlo con amarezza, e si sente la voce fuori campo di Gandini che glielo domanda, al che il tizio si dichiara orgogliosamente mussoliniano e fa partire un video dal suo telefonino nel quale si vedono svastiche, fasci, croci celtiche e si ode “Faccetta nera”. La camera stringe in primissimo piano, poi si allarga e inquadra il faccione apparentemente innocuo del fascista Mora. Il medesimo volto, la medesima espressione che usa quando presenzia alle feste dei suoi simili al Billionaire, nelle ville altrui o nelle piazzette assediate da italici scemi che si accalcano per farsi fare una foto accanto a idoli tanto volgari. Lele Mora, come Zarathustra, rivela una somma verità: «la televisione è tutto, l’importante è apparire».

Il secondo personaggio è Fabrizio Corona, non per niente amico e ammiratore sia di Mora sia di Berlusconi. Noto più per le sue vicende giudiziarie che per altro, Corona è riuscito a rifarsi la reputazione dopo aver passato 80 giorni in prigione all’epoca dello scandalo Vallettopoli o Ricattopoli, che dir si voglia. Reputazione che si è rifatto spacciandosi per vittima dello stato carceriere. A mio avviso Corona è davvero un soggetto ripugnante, da un lato perché ha obiettivamente speculato sulla vita intima di persone ancorché famose (vedere a tal riguardo la parte in cui i suoi collaboratori battono le strade di quella che presumo essere Milano a caccia di scatti rubati), e dall’altro perché ammette con sfrontatezza che il suo unico scopo sono i soldi e la bella vita: «io non vedo persone, vedo denaro»; «devo poter scopare ogni giorno»; «prendo 10mila euro per un’ora in discoteca, dico quattro cazzate e la gente mi adora per questo, vogliono vedere e toccare il personaggio». Corona ci tiene all’apparenza, l’esteriorità è tutto, dunque è palestrato, bruno, profumato, elegante, si atteggia a poeta maledetto, crepuscolare. Mi ha ferito la ripresa di uno dei suoi interventi in discoteca: viene annunciato come un pugile prima di salire sul ring, arriva tra due ali di gorilla, sale su un palco, si siede, assume l’aria illanguidita del fatalista e risponde alle curiosità della giovanile folla messa in semicerchio. Neanche Aristotele e i peripatetici avevano un così folto seguito. Perle di saggezza coroniana: «il 100% delle coppie italiane pratica l’infedeltà»; «le leggi sono tutte sbagliate»; «l’importante è prendere il potere e farsi i cazzi propri». E giù appalusi e giù grida d’entusiasmo. Poi si vede Corona-Aristotele adagiato su un letto mentre conta una mazzetta alta così di banconote da 500 euro, frutto del consueto giro notturno a base di discoteche e cazzate, come dice lui. Altra scena immonda: Corona, in un bagno grande quanto un appartamento, fa la doccia in presenza di un collaboratore e lascia che lo si riprenda – integralmente – intanto che s’insapona e si sciacqua i genitali. Senza pudore, senza vergogna, senza imbarazzo. Il corpo è tutto quello che ho, par voler indicare, guardate che corpo, guardate che perfezione, guardate che forza. Invidiatemi. Invidiare questo tale? Invidiare colui che ha filmato con una microcamera l’attimo della firma del divorzio dall’ex moglie e poi ha venduto l’esclusiva ai telegiornali la sera stessa? Ma mi faccia il piacere, Corona, dica le sue cazzate a chi paga per starla a sentire, non certo a noi.

Questo film terribile andrebbe mostrato nelle scuole superiori obbligatoriamente, come monito, come reperto sincronico. Lì c’è tutto il berlusconismo, c’è tutto lo scandalo di una società drogata di fandonie e appariscenza, una società neoautoritaria che dice e fa le cose più sordide e inaudite col sorriso sulle labbra, divertendosi, spensierata, libera, sciolta da qualsiasi vincolo etico o morale. C’è anche Berlusconi in questo film terribile, ed era dalla volta del “Caimano” che non mi faceva così tanta voglia di vomitare: la sua banalità, la sua arroganza, la sua provinciale balordaggine. E però che cos’è riuscito a creare! quale mostro ha posto nel grembo del paese di Dante! Ma forse ce lo meritiamo, ce lo meritiamo perché – scorre nei titoli di coda – siamo al 73° posto nella graduatoria della libertà di stampa e al 67° in quella delle pari opportunità. Non so, non so più cos’altro aggiungere, mi fa troppo schifo quello che ho visto, quello che siamo.

L’ARTICOLO DI ANDREA INGLESE SU NAZIONEINDIANA.COM (DA NON PERDERE)

Videocracy

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Capitalism: A Love Story

Pubblicato da nicola su 24 Settembre, 2009

locandinaIeri sera ho avuto la fortuna di assistere alla prima statunitense di Capitalism: A Love Story, il nuovo film di Michael Moore.

Il film uscira’ in Italia il 30 Ottobre, e anche in questo caso non posso fare altro che consigliarvelo caramente.

Si tratta di un’opera senza una vera e propria trama: il regista si limita ad accumulare una serie di casi limite del sistema economico statunitense, avanzando in merito allo stesso un chiaro giudizio negativo. Il trailer che ho inserito in questo post, tutto giocato sull’ironia della pellicola, davvero non  coglie la situazione disperata che traspare da ogni storia raccontata.

Inutile dire che ogni persona di buon senso non potra’ che concordare appieno con la visione del problema offerta da Moore. Questo nonostante le solite due o tre scene strappalacrime, un’eccesso di orgoglio riguardo al ruolo statunitense nella stesura delle costituzioni democratiche nell’Europa postbellica, e un eccessivo ottimismo che caratterizza l’ultima parte della film, in cui si racconta delle lotte sindacali in una fabbrica di Chicago.

Il panorama illustrato da Moore e’ davvero agghiacciante. A proiezione terminata, mi sono chiesto se in fondo Berlusconi non abbia un po’ ragione a sostenere che, alla fine, in Italia non vada poi male del tutto.

Moore chiude il film con una nota di speranza e con una sorta di augurio che l’elezione di Obama possa cambiare le cose: non tanto perche’ il Presidente abbia il coraggio o la possibilita’ di farlo, ma perche’ la gente tragga ispirazione da quel cambiamento per pretendere un cambiamento anche nelle propria realta’ locali, nelle propria comunita’. E’ un augurio che sento di condividere appieno.

Credo valga la pena segnalare che il film, negli Stati Uniti, ha ricevuto una serie sconfinata di recensioni negative: tutti i maggiori quotidiani lo hanno criticato pesantemente, e anche alcune pubblicazioni storicamente liberal si sono lasciate andare a pesanti rimproveri. In particolare, vorrei segnalarvi tutta la violenza della recensione apparsa su The Village Voice. Il film, pensate un po’, e’ pubblicamente accusato di socialismo (!), come se tale fatto in se’ rappresentasse un crimine, e tutti si precipitano a scrivere come finalmente Michael Moore sia venuto allo scoperto.

Credo si possa sostenere che il povero Moore sia soprattutto e fondamentalmente un regista caro agli Europei, e che quest’ulteriore pellicola portera’ ad una sua ulteriore alienazione dalle scene e dalle coscienze statunitensi. Benissimo cosi’, per carita’, ma prendiamo dunque atto fin da ora dell’ennesima battaglia persa. Buona visione!

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Inglorious Basterds – Bastardi senza gloria

Pubblicato da nicola su 2 Settembre, 2009

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Frastornato e incredulo di fronte al veloce e pietoso affastellarsi di notizie che giungono dall’Italia; deluso dal dibattito politico statunitense, tutto inteso a boicottare, sia da parte Repubblicana che Democratica, ogni vera speranza di un sistema sanitario degno di un paese sviluppato; in queste condizioni, ecco, ho preferito andare al cinema, a illudermi per un paio d’ore che le cose, almeno in pellicola, vadano per il verso giusto.

Ebbene, esco dalle due ore e mezza di proiezione con un caloroso consiglio, questa volta finalmente in anteprima: Inglorious Basterds, il nuovo film di Quentin Tarantino che uscirà in Italia il prossimo 2 Ottobre con il titolo Bastardi senza Gloria.

Trattasi di operazione assai strana: il regista combina una storia e le  trovate tipiche del cinema di genere,  e le applica senza timori o riverenza ai fatti della seconda guerra mondiale.

La trama è presto descritta: un manipolo di soldati americani di origine ebraica viene inviato in Francia per effettuare atroci imboscate alle truppe naziste, in modo tale da demoralizzare il nemico. A questo si aggiunge la vicenda di una fanciulla ebrea che, dopo essere scampata allo sterminio della propria famiglia, trova in un cinema parigino l’opportunità di mettere fine alla vita di tutti i più importanti gerarchi nazisti, Hitler compreso. Inevitabilmente, il combaciare degli interessi porterà tutte le parti in gioco a trovarsi in questa sala cinematografica, dove si consumerà il massacro finale.

La pellicola, come sempre accade con Tarantino, è anzitutto un omaggio e una rilettura di molti generi cinematografici: dallo spaghetti western al cinema di guerra, financo al giustamente maltrattato genere naziporno, una chicca praticamente solo italiana. Le citazioni riguardano la trama, la costruzione ottica di intere scene, i dialoghi che intercorrono tra i vari personaggi, l’uso disinvolto della colonna sonora. Un ragionamento più colto si instaura invece a livello metafilmico; in conclusione, si perviene all’amara constatazione che il nazismo, idealmente e letteralmente, si può distruggere solo al cinema.

Che questa constatazione contenga delle grosse verità, che il film sia effettivamente un bel film, ovvero ben recitato, ricco di buoni dialoghi e di un bilanciato rincorrersi tra scene di pura azione e sequenze narrative, queste riflessioni le lascio a voi. Non mi sembra che Tarantino abbia raccolto molte critiche apertamente favorevoli a livello internazionale, tolte le lodi sperticate del solito paio di critici italiani di sinistra, che addirittura a Cannes titolavano “la fantasia di Tarantino ci vendica del nazismo”. Magari.

Come sempre, parte irrinunciabile dell’opera è la sovrapposizione di più lingue: inglese, tedesco, francese e persino un po’ d’italiano d’oltreoceano. Dalla miscela dei diversi piani di comunicazione tra i personaggi si comprendono parti fondamentali della trama, che sicuramente il doppiaggio italiano appiattirà senza speranze di successo. Le prime tragiche scene del film, e molte altre in seguito, hanno senso solo grazie ai due piani linguistici: annullarli è sinonimo di fallimento. Siete avvisati, quindi buona visione in un cinema che trasmetta la versione originale, già sottotitolata dove occorre.

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Una notte da leoni

Pubblicato da nicola su 2 Luglio, 2009

Concedetemi, come spesso capita, di pubblicare qualche idiozia. Scrivo queste poche righe per segnalarvi un film molto divertente, che ho visto un paio di sere fa e che vorrei consigliarvi. Sto parlando di Una notte da leoni, commedia statunitense non priva di volgarita’ ma al tempo stesso basata su una sceneggiatura ben orchestrata, arricchita da ottime interpretazioni e, per noi italiani, da un ottimo doppiaggio.

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Il film, come avrete compreso dal trailer, narra le vicende di un gruppo d’amici giunti a Las Vegas per celebrare un addio al celibato. Dopo una notte di bagordi, tre dei quattro protagonisti si risvegliano in albergo con una tigre nel cesso, un bambino nel ripostiglio, un dente rotto e il festeggiato mancante. La ricostruzione della folle notte e la ricerca del futuro sposo occupano il resto della pellicola, che si sviluppa seguendo un intreccio da film giallo. Il procedere per indizi viene di volta in volta ostacolato da polizia, mafia cinese e addirittura Mike Tyson. Imperdibile la sigla finale, che da sola merita i soldi del biglietto.

Va da se’ che ho riso fino alle lacrime e al soffocamento per almeno meta’ del film. Non posso che consigliarlo caldamente. Suvvia, una sera d’estate ci si puo’ anche distrarre con qualcosa di leggero!

Buona visione!

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Un consiglio senza tema di smentita

Pubblicato da nicola su 20 Maggio, 2009

Cari tutti,

Ieri sera i biglietti gratis dell’Esselunga mi hanno permesso di assistere al film piu’ cialtrone del 2009, che vi consiglio caldamente e senza riserve: si tratta di Angeli e Demoni, la nuova fregnaccia hollywoodiana adattata dallo scialbo romanzo di Dan Brown.

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Il film, va da se’, puo’ esser definito con il famoso, icastico giudizio cinematografico fantozziano: una cagata pazzesca. Questo non toglie che sia assolutamente godibile, che assicuri grandi risate ed una piu’ che discreta confezione estetica.

Per prima cosa, vorrei segnalare che il film presenta un gran numero di riprese in esterna effettuate a Roma, tutte ben riuscite e interessanti. Una volta ogni tanto, una produzione americana riesce a filmare la citta’ senza la patina turistica e sdolcinata di Vacanze Romane.

Le riprese (negate) in Vaticano sono invece un vero miracolo della tecnica e degli effetti speciali: a parte quelle effettuate in altri luoghi, quali la Reggia di Caserta, ahime’ assai distinguibili, tutto quanto e’ stato ricreato al computer o in studio assume un carattere realistico e accurato. Abbiamo addirittura una ricostruzione della necropoli vaticana, posto abbastanza raro da visitare, e l’insieme dei cunicoli e’ convincente, con le porte elettroniche di vetro che effettivamente esistono. L’unica idiozia e’ che nella necropoli c’e’ molto caldo e non freddo, ma questo dettaglio serviva a giustificare parte degli sviluppi del film. Le ricostruzioni della Cappella Sistina, dell’interno Basilica, della cripta e del Piazzale sono veramente da Oscar per gli effetti speciali.

Gli attori fanno un discreto lavoro, tolto ovviamente gli italiani, veramente fetenti come da copione. Indescrivibile, nella sua sciattezza, l’interpretazione dell’italiana coprotagonista. Tom Hanks ci regala invece un personaggio a tutto tondo, non particolarmente sveglio ne’ interessante (figuratevi, il Professor Langdon di Harvard, “simbolista” di fama mondiale, non sa nemmeno leggere in latino e nel Pantheon non sa dove si trovi la tomba di Raffaello!), ma pur sempre un ometto simpatico, fiero agnostico.

Evan McGregor, nella parte del camerlengo fondamentalista, si ritaglia un ruolo fasullo come i vangeli ma non privo di una propria dignita’. Curiose certe sue battutine ambivalenti, quando si definisce figlio del Papa e quando fa i complimenti al professore per il nuovo vestito che s’e’ messo. Ovviamente la mia immaginazione correva subito a improbabili scenari orgiastici nelle stanze vaticane, e me ne compiacevo tra grasse risate.

Per quanto gli attori e la produzione si siano sforzati di spiegare che il film non e’ anticattolico, ci sono moltissimi elementi che lasciano spazio ad ampi fraintendimenti. Il sottoscritto ha cercato di fraintendere il piu’ possibile per tutta la durata del film, e proprio questa e’ stata la ragione del mio grande divertimento.

Andiamo ad enunciare brevemente la trama con ordine. A Roma muore il Papa, il cui nome non viene citato ma ovviamente si sta parlando di Woytjla: bastino ad identificarlo una sommaria somiglianza facciale, nonche’ le scarpette color marrone-rosso di pessimo gusto che erano state scelte per il funerale, e che appaiono anche qui in numerose e ravvicinate inquadrature.

Nei giorni del Conclave e dell’elezione del nuovo Papa, fa la propria comparsa un gruppo di scienziati, detti Illuminati, sorta di setta para-cattolica intenta a vendicarsi delle persecuzioni con cui la Chiesa ha vessato le scienze per secoli. Questi tizi progettano di uccidere alcuni cardinali e di far saltare in aria il Vaticano con una sorta di bomba all’antimateria. Questa antimateria avrebbe la proprieta’ di devastare molte cose emettendo una potentissima luce, e di qui la poetica immagine di un Vaticano sbriciolato pietra dopo pietra dalla luce della scienza. Commovente. Inutile segnalarvi che per buona parte del film speravo di assistere al botto.

Ovviamente verso la fine della pellicola si scopriranno alcuni intrighi, si capira’ che questa congiura degli illuminati era una mezza farsa e che il camerlengo e’ un grandissimo figlio di puttana. L’intreccio, di per se’, non regge: diversi punti dell’opera sono sconclusionati. Credo si tratti di un misto tra la difficile impresa di adattamento del romanzo al genere filmico e l’impossibile compito di inserire argomenti complessi nelle dinamiche e nei dialoghi di un film d’azione, destinato a un pubblico che si crede sofisticato ma che in realta’ e’ assai ignorante. Ne siano prova il povero Bosone di Higgs, chiamato con fastidiosa petulanza “particella di Dio” per tutto il film, o le boiate storico-artistiche che imperversano in lungo e in largo per tutta la pellicola. Questi problemi erano ampiamente presenti anche nel primo film, Il Codice Da Vinci, mentre a onor del vero andrebbe segnalato che i romanzacci del Brow, pur strampalati, non mancano di una propria coerenza interna.

Specialissimo il ruolo dell’unico Illuminato del film, una sorta di ricercatore universitario italiano, ovviamente borsista da 800 euro al mese, vessato dalla Gelmini, precario, disperato e un po’ incazzato con i preti. Il ragazzotto si fa irretire dalle stoltezze degli Illuminati e per tutto il film, con perizia da brigatista nostrano (pistole, furgoncino) funge da utile idiota per completare i fini oscuri del perfido camerlengo. La cosa piu’ divertente e’ che in certe inquadrature questo povero scemo sembra la fotocopia triste di Capezzone, il portavoce del PDL gia’ Radicale e Rosa nel Pugno: ce lo vedrei proprio a bruciare e sforacchiare cardinali!

Che dirvi, in definitiva? Un film godibile, un action-thriller in Vaticano, che non e’ cosa da tutti i giorni. E’ quasi estate, e come film estivo va proprio bene. Per il resto, va da se’, non vale nulla e verra’ presto sepolto nel cimitero dei film inutili, come d’altronde meritano le interpretazioni degli attori italiani. Buona visione.

P.S. Va segnalata anche una discreta colonna sonora.

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Che – L’argentino

Pubblicato da nicola su 5 Maggio, 2009

Con un po’ di ritardo sui tempi d’uscita nelle sale cinematografiche, non posso esimermi dal segnalarvi un interessante film di Steven Soderbergh: Che – L’argentino.

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Si tratta, come è facile intuire dal titolo, di una biografia del rivoluzionario argentino Ernesto Che Guevara.

L’opera è stata divisa per ragioni di praticità in due atti, di circa due ore ciascuno. L’ideale è riuscire a vedere il tutto in un unico cinema, come fortunatamente è capitato a me (pagando due biglietti, s’intende).

I due atti, tuttavia, hanno a mio parere una propria singolarità e autonomia stilistica, che li rende godibili anche separatamente: mentre il primo alterna la narrazione della marcia verso Santa Clara con la ricostruzione di interviste e della visita a New York in occasione del discorso alle Nazioni Unite, il secondo atto mantiene un filo narrativo più coeso e fedele alle unità di luogo e d’azione.

Il film, indubbiamente, va visto: esso presenta una serie di pregi e difetti, che cercherò di segnalarvi sommariamente così come mi vengono in mente. In ogni caso, esso rappresenta una pietra miliare nel racconto e, in qualche misura, nella mitopoiesi del personaggio e delle sue opere. I futuri film su Che Guevara non potranno non partire da questo esempio, o con esso confrontarsi. Correte dunque nelle sale, finchè potete, tenendo magari a mente i seguenti brevi paragrafi.

Tre difetti

-La scrittura del film e la regia si segnalano per una infelice costruzione scompaginata e oserei dire antinarrativa dell’opera: il canovaccio su cui si basano le riprese è infatti costituito da due testi autobiografici di Che Guevara, e la giustapposizione di scene sconnesse tra loro ritengo abbia il preciso obiettivo di lasciar trasparire una freschezza diaristica, un accavallarsi di vicende gettate di fretta su un foglio nelle pause della marcia rivoluzionaria.
Purtroppo, in alcuni casi, questa costruzione del narrato mi ha portato alla spiacevole sensazione di trovarmi di fronte ad un serial televisivo di cui avevo perso una puntata: lo spezzettamento della trama è operato secondo cesure arbitrarie, che consentono ovviamente di ricostruire un senso ma lasciano un certo sapore amaro di esperimento cinematografico poco riuscito.

-Il doppiaggio italiano, come capita sempre più spesso, annulla ogni ricchezza linguistica che il film in lingua originale avrebbe trasmesso. Tutti i personaggi dell’opera comunicano tra loro con il tipico interloquire piatto dei nostri telegiornali, senza ovviamente connotare l’accento straniero del Che, l’arringare infuocato di Castro, i commenti e le battute dei compagni cubani circa il domenicano a New York, l’interazione tra i boliviani e i cubani. La non appartenenza di Che Guevara nei confini geopolitici in cui opera è un rilievo fondamentale del film, come si evince da numerosi dialoghi, ma di questa estraneità possiamo solamente farcene un’idea assai vaga.

-Il film è decisamente monocorde. Non siamo di fronte a una rilettura critica del personaggio, nè ad un’opera storico-documentaria, bensì alla trasposizione in pellicola di una autobiografia. Questo fatto impone di conseguenza una sorta di permanente autoassoluzione, una giustificazione a priori e a posteriori di ogni scelta, di ogni discorso, di ogni pallottola. Non poteva forse essere altrimenti, ma l’intelaiatura ideologica del film è Guevariana, Guevarista, Guevariofila. Scrive uno che ha tenuto il poster del Che in camera fino a quando si è sposato, ma dovete concedermi di diffidare di questi ritratti a luce zenitale.

Tre pregi

-la telecamera nervosa portata a spalla e la struttura narrativa tutta “guerrigliera” hanno il pregio di costruire un efficace ritratto della lotta rivoluzionaria vissuta e portata avanti dal Che. Più che una biografia del personaggio o una documentazione in stile kolossal di quegli eventi, abbiamo qui un felice rendiconto della vita nella guerriglia, nelle foreste tropicali; le lunghe pause, gli addestramenti, la disciplina e il cameratismo, la sfiducia, l’insubordinazione, il sacrificio. Attraverso il resoconto autobiografico di Guevara e la lente di Soderbergh, otteniamo uno spaccato che immagino fedele di quella che doveva essere la dura vita sui monti della Sierra Maestra e della Bolivia. Speciale davvero è lo spiazzamento che coglie lo spettatore all’inizio del secondo atto: mentre il primo si conclude alludendo alla prossima conquista de L’Avana, che ci si immagina funga da introduzione trionfale al secondo atto, scopriamo invece che la narrazione riprende molto più in là, a distanza di alcuni anni dalla conquista del potere a Cuba. Questo è un film sulla guerriglia, tutto qui.

-L’opera bilancia attentamente il contributo stilistico di tutta una serie di generi, pur frequentati da Soderbergh, e ne ottiene una miscela equilibrata che non annoia lo spettatore nonostante le oltre quattro ore di pellicola: la telecamera a spalla tiene viva la tensione, che sale vertiginosa nelle scene degli scontri a fuoco. Questi scontri, a loro volta, sono figli di certe lezioni recenti (penso alla serie televisiva Band of Brothers, tra le altre fonti) senza tuttavia sconfinare nell’action movie o nel film guerresco fine a se stesso. Una inquadratura che mi ha particolarmente impressionato è quella relativa alla morte del Che, registrata dalla telecamera in prima persona: la vista che si affievolisce e il sibilo nei timpani è un’ipotesi di cosa sia la morte coraggiosa e cruda, che mi ha molto disturbato.

-Gli attori fanno veramente un ottimo lavoro: Demiàn Bichir nella parte di Castro è un vero istrione, e Benicio Del Toro rappresenta un Che Guevara più monumentale e al tempo stesso credo più umano di quello scricciolo che lo ha interpretato in Diari della Motocicletta. Nonostante i limiti del doppiaggio italiano, la mimica facciale e l’attenzione ai gesti è evidente in ogni scena. L’asma che colpisce il Che nelle faticose camminate sulla Sierra Maestra e in Bolivia viene tradotta in immagini e suoni con tutta la pena e apprensione che un leader malato suscita nel suo seguito.

In conclusione, vi consiglio caldamente una visione del film, magari nell’originale versione in Spagnolo e Inglese. A voi un piccolo assaggio. Buona visione.

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Religulous

Pubblicato da nicola su 25 Febbraio, 2009

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Due parole giusto per segnalarvi un film molto interessante, che dovreste cercare di vedere. Purtroppo non potrete vederlo al cinema, in quanto la pellicola, per motivi politico-ideologico-religiosi, al momento viene proiettata solamente in quattro sale su tutto il territorio italiano.

Poco male: il doppiaggio intollerabile non merita i soldi del vostro biglietto. Vi consiglio pertanto di acquistare il dvd della versione originale in inglese, o di acquistare i diritti per il digital download.

Il film è una sorta di documentario impegnato, sullo stile delle opere di Michael Moore. Si compone di una lunga serie di interviste condotte dal comico Bill Maher a numerosi e pittoreschi esponenti dei tre grandi monoteismi.

Il comico è un agnostico. Egli, con alcune battute e con una serie di osservazioni assolutamente logiche e basate su prove certe e su un approccio razionale agli aspetti storici delle religioni, cerca di instillare alcuni dubbi nei suoi interlocutori.

Ne risulta un ritratto assai sconfortante delle nostre società,  in particolar modo di quella americana.

Il tentativo finale è quello di dimostrare che l’atteggiamento religioso e fideistico non dovrebbe esser considerato una virtù, poichè esso richiede la sospensione del pensiero razionale, della riflessione prima dell’azione, della tolleranza e del rispetto per gli altri. Non c’è piccola preghiera nell’intimità della propria comunità o piccolo avvenimento percepito come miracolo che possa giustificare o avallare il rischio dei comportamenti nocivi che le religioni hanno sempre sviluppato nel corso della storia.

Il film esorta anche la comunità dei non credenti, che alcune stime ipotizzano rappresenti circa il 16% della popolazione statunitense, a farsi avanti e portare le proprie rimostranze all’attenzione della politica e della società tutta.

In fin dei conti, una “minority” rappresentante il 16% della società americana sarebbe molto più grande e influente della comunità gay (circa 3%), degli afroamericani (circa 12%), degli ebrei (mi pare 1,5%) e di molti altri.

Religulous è opera divertente e sfacciata, ma non priva di coerenza e serietà: procuratevela, ne vale la pena.

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E’ tutto qui dentro

Pubblicato da nicola su 2 Febbraio, 2009

Alcuni giorni fa, invogliato dal prezzo più che abbordabile (4 euro e 90 centesimi), ho acquistato una copia rimasterizzata del film Milano odia: la polizia non può sparare.  Si tratta di un poliziottesco all’italiana che non mi ero mai occupato di vedere, poichè non sono appassionato del genere e poichè, fino all’avvento dei dvd, non era così facile procurarsene una copia in videocassetta.

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Ad ogni modo, ho scoperto un film molto interessante, che vi consiglio senza timori. Troverete in esso tutti gli argomenti, le paure e le violenze che ci vengono raccontati con tanta dovizia in questi giorni. Troverete, cosa più importante, lo stesso linguaggio, le stesse immagini, la stessa costruzione narrativa degli eventi.

Il film, va da sè, affonda le proprie radici nel poliziesco americano e nell’esperienza, allora molto recente e vivida, di Arancia Meccanica. L’opera è attraversata da una vena di soffocante nichilismo che, dietro ad una patina anarcoide può essere politicamente accusata di qualunquismo, giustizialismo e, perchè no, fascismo. Ebbene, è proprio in questi termini che oggi dobbiamo rivedere questa pellicola. Milano odia, in sè, non è fascista: così come non credo sia fascista il regista, Umberto Lenzi. Dobbiamo però pensare che la critica cinematografica impegnata degli anni Settanta lo leggeva come tale, e a quella critica dobbiamo fare riferimento per comprendere l’attualità dell’opera.

Se la critica coeva denigrava Milano odia per eccessi di violenza, giustizialismo e fascismo narrativo, possiamo immaginare che molti fascistelli, molti di quelli che allora si cercava di far tornare nella fogna, avessero in effetti visto questo film. Quelle stesse persone, oggi, ricoprono ruoli importanti nella politica e nell’informazione.

Coloro i quali, di questi tempi, ci amministrano la quotidiana dose di stupri e omicidi, stanno facendo riferimento all’immaginario di questo film, che all’epoca traeva spunto dalla realtà e volgarizzava terrorismo e lotta politica armata nei canoni della cinematografia di genere. Oggi siamo al rovescio: la realtà viene raccontata tramite gli espedienti della finzione.

L’insistenza che si pone sulla violenza del gruppo, sulla violenza inutile, sulla violenza come patologia, come disposizione genetica, sul gruppo criminale chiamato branco,  sulla violenza sessuale, sulla incapacità/impossibilità della polizia e della giustizia di reagire, da cui deriva la necessità di una giustizia altrettanto violenta, sono gli  elementi attorno ai quali si dipanano le vicende del film. Giornalisti e politici oggi quarantenni e cinquantenni sono stati esposti per la prima volta a questi concetti dalla cinematografia di genere negli anni settanta.

I nostri attuali leader e opinion leader hanno vissuto, spesso in prima persona, una  realtà politica di violenza:  gli aspetti di essa che si sono sedimentati da un punto di vista narrativo risiedono in larga parte in questa cinematografia di genere, che oggi viene ripresa da quegli stessi ragazzi di allora in funzione cronachistica, poichè adatta ad ingenerare il clima cupo di una criminalità incombente e spietata, su cui concentrare la paura e il malessere che caratterizzano la società liquida, e che vanno canalizzati.  Mi sembra di poter ripescare, in quest’ottica, l’interessante post sullo storytelling pubblicato da Giovanni il 18 ottobre, in cui si sosteneva quanto importante fosse la costruzione del racconto per il dominio della destra. Ecco, la destra italiana ha questo modello per la propria narrazione: Milano odia: la polizia non può sparare.

Un paio di annotazioni:

-Il film può vantare una colonna sonora scritta da Morricone, alle prese con alcuni esperimenti di musica elettronica. Questo fatto da solo dovrebbe interessare il buon Sandro.

-Originariamente il film è recitato in inglese, cosa assai curiosa da osservare nelle riprese cittadine, ma il doppiaggio è straordinario, con un risoluto intercalare dialettale che ricorda Rocco e i suoi fratelli.

-Fondamentale per la comprensione delle attuali narrazioni giornalistiche è la scena del rapimento in villa: offerta di soldi, violenza fisica, stupro e omicidio, anche di innocenti. Un vero e proprio branco di rumeni, non fosse altro che nel film sono tutti milanesi (ma sottoproletari, in una lettura di questa classe sociale che stritola ogni speranza marcuseiana, annulla ogni poetica pasoliniana e, in pratica, li qualifica come estranei, come zingari, come i rumeni di turno).

-La scena dello stupro nella villa vede il protagonista pronto a violentare sessualmente anche un uomo, paradossalmente “in nome dell’amore universale”. A mio parere è evidente l’intento dello sceneggiatore di considerare la violenza sessuale come violenza di dominio, controllo e sadismo secondo le logiche interpretative che ho riportato in un precedente post, ma non mi è difficile immaginare come uno spettatore di destra possa leggere in questa scena un ulteriore motivo di criminalizzazione dell’omosessualità.

Infine, una segnalazione che ha solo marginalmente a che vedere con il film: ieri sera il TG5, occupandosi della vicenda dei giovani di Nettuno che hanno picchiato e bruciato vivo un senzatetto indiano, si è limitato a parlare di “noia”, “stupidata” (parole del sindaco di Nettuno), “imbottiti di alcol e droga” (parole del sindaco di Roma Alemanno). Nessuno ha usato la parola razzismo, nè tantomeno si è ipotizzato un collegamento tra il clima esasperato di questi giorni e il grave fatto. Il tutto viene risolto nell’ottica di una gioventù stolta poichè non irregimentata, i cui problemi andrebbero evidentemente risolti con una sana iniezione di valori e con un giro di vite proibizionista sul consumo di stupefacenti, droga o alcol che sia. In altre parole, controllo e regimentazione, negando l’esistenza di valori quali il razzismo e l’invalso uso sociale della violenza fisica, che sono invece alla base di tutti questi avvenimenti, poichè comunque utili al perseguimento di obiettivi più grandi dello straccione carbonizzato.

Ritengo sia necessaria una risposta non solo dalla sinistra politica, da anni ormai appiattita sulla narrativa destrorsa, ma dalla società civile e dagli intellettuali, da chi sa interpretare i fatti senza il bisogno della parafrasi operata dal giornalismo e dalla politica. Mi chiedo se sia più utile costruire una narrativa alternativa, o se invece sia il caso di limitarsi a decostruire il discorso delle destre, mostrare il suo aspetto teatrale e il canovaccio su cui si regge.  Che fare, amici, che fare? E come? Quando?

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Valzer con Bashir

Pubblicato da nicola su 25 Gennaio, 2009

Torno un po’ frastornato dal cinema, dove mi sono recato per visionare il cartone animato Valzer con Bashir, che credo di volervi consigliare con certe riserve da un punto di vista storico. Ecco a voi il trailer:

La pellicola rappresenta una ricostruzione psicoanalitica, nel vero senso della parola, del massacro di Sabra e Shatila. Ho letto che il regista fu soldato intorno a quei luoghi e venne riformato dal servizio militare per traumi psicologici. Questo suo film dovrebbe avere il compito di fare luce su un passato di orrori che la sua mente ha cancellato.

La ricostruzione degli eventi operata dal film è assai difficile. Difficile da mettere in piedi, difficile da tenere in piedi, difficile da digerire per lo spettatore.

Nonostante si percepisca un senso di critica verso il modus operandi dell’esercito israeliano, dettato a volte da paura e inesperienza dei giovani soldati, altre volte da una linea di comando approssimativa e incosciente, la responsabilità ultima dei massacri nei campi progufhi viene fatta ricadere, esplicitamente, sui soli Falangisti libanesi.

Il che potrebbe anche essere ammissibile, se ci fermassimo al film come ricostruzione psicanalitica che un’individuo sta compiendo per dare un senso ai demoni che lo agitano nei propri sogni. In fin dei conti, è ammissibile che un individuo cerchi di scolparsi per quanto possibile da una tanto immane tragedia. L’intera operazione ha già meno senso se questa ricostruzione personale viene fatta coincidere con una presunta ricostruzione storica, cosa che invece il film tenta di accreditare. Il formato documentaristico, dialogico e giornalistico offrono una cornice che si finisce col ritenere storica, ma che in realtà rappresenta una misura assai parziale delle vicende che riguardano la guerra civile libanese. Troppi, troppi elementi della tragedia sono lasciati in disparte. Il film è legato alle vicende personali di un soldato israeliano, ma lo sfondo su cui si dipana la storia, che poi è la vera protagonista della pellicola, non viene minimamente spiegato. Se si giunge al cinema senza idee più che chiare sui problemi intestini del Libano nell’ultimo quarto del ventesimo secolo, si uscirà dalla sala confusi e storditi.

A mio parere, questo film corre il rischio troppo alto di risultare nell’esatto opposto di ciò che si propone, ossia di decostruire una memoria e una storia condivisa degli eventi di Sabra e Shatila, annegando i fatti e i macro-avvenimenti nei ricordi confusi degli individui. L’uscita della pellicola tanto a ridosso dei gravissimi fatti di Gaza dei giorni scorsi non fa che rendere più acuto questo rischio, e richiede una chiara presa di coscienza da parte degli spettatori.

Detto tutto questo, Valzer con Bashir rimane un film di straordinaria sensibilità poetica, percorso da un avvincente intreccio delle vicende e da un’animazione esemplare. L’utilizzo del computer nella cinematografia contemporanea dovrebbe essere riservato a capolavori visuali come questo, altro che effetti speciali per Star Wars.

Se state cercando un’ora e mezzo di incanto che sappia anche mettere in agitazione il vostro senso critico, non posso che consigliarvelo.

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