Pochi anni fa, alla parola «religione», avrei detto, lapidario: non mi interessa. Vivevo da agnostico, non ero minimamente coinvolto dalle dispute intorno all’esistenza di dio, una delle molte questioni aperte, irrisolte e irrisolvibili dell’esistenza. Mi sfuggiva però – o non gli attribuivo un peso appropriato – il nesso fra quel mio atteggiamento e le conseguenze dell’effetto politico della religione sulle persone. Dal 2001, con l’accentuarsi, anzi con l’istituzionalizzarsi, del concetto di “scontro di civiltà”, la religione è venuta investendo un ruolo, o ha riacquistato un ruolo, che in precedenza sembrava aver dismesso, quello di fungere da cinghia di trasmissione fra il potere e la democrazia, ossia fra la possibilità e l’effettività del progresso. Ma essendo l’istituzione religiosa una forza negativa, reazionaria per sua stessa natura, tale intermediazione ha avuto ed ha il solo scopo di impedire il progresso. Lo si evince dalla storia, lo si evince dalla quotidianità.
Col tempo mi sono orientato verso un più franco ateismo, corroborato non già da prove sull’inesistenza di dio (entità indimostrabile, come s’è detto), bensì dall’oggettivo danno che l’imbroglio teista arrecava alle libertà e ai diritti. I “falchi” della chiesa, impegnati in una lotta dogmatica e culturale contro gli imperituri “infedeli”, avevano tutto l’interesse a smantellare le tutele e le garanzie del sistema democratico. O almeno, se non proprio allo smantellamento, puntavano all’annichilimento di qualsiasi spinta innovatrice. Non tanto per cattiveria o livore, sia chiaro, quanto per pedestre adesione ai loro stessi enunciati. E’ forse un mistero che nessuna chiesa consideri vincolanti la legge e la giustizia degli uomini? Le leggi sono quelle di dio, e così la giustizia. Insomma, il passo dall’anticlericalismo all’ateismo è stato breve e, in ultima analisi, consequenziale.
Oggi sono serenamente incredulo, mi arrabbio con chi si ostina a voler vedere le anime e i miracoli ma non pretendo di convertirlo o limitarne l’azione, e suscitano in me sommo divertimento le acrobazie retoriche di coloro che si vorrebbero devoti e che ciononostante sguazzano giocondi in una melma di dissolutezze e contraddizioni. L’ultima polemica, in ordine di tempo, è stata quella sul crocefisso, ma poiché ho già detto la mia qui, non ci torno sopra. A proposito di contraddizioni, comunque, vale la pena segnalare come da una buona settimana si sia scatenato il battage pubblicitario in vista delle festività natalizie. Io non ho nulla contro i regali – specie se sono libri – e anzi mi piace riceverne, però fanno davvero pena le orde di genti che si riversano in boutique e centri commerciali, spendono denaro in orpelli perlopiù inutili per soddisfare la propria vanità, e poi corrono alla messa di mezzanotte per celebrare l’avvento del re dei poveri, il redentore degli afflitti, il profeta della ricchezza dello spirito. Le reti Mediaset, tanto per dire, invitano a far compere su Mediashopping dove, sostengono, «il natale è già cominciato». Amen.
Via i crocifissi dalle aule. Suggerivano la risposta.
Via il crocifisso dalle scuole italiane. Questo sì che sarebbe un miracolo.
Via il crocifisso dalle scuole italiane. Il chiodo non è più di moda.
Via il crocifisso dalle scuole italiane. Secondo l’Europa sarebbero più rappresentativi i due ladroni.
(La Corte Europea è stata inflessibile: il crocifisso andrà sul satellite)
Niente più crocifissi nelle aule. Speriamo che ora gli alunni non diventino irrispettosi.
Che tempismo per lo stop ai crocifissi: è appena arrivato qualcuno che non vede l’ora di bruciarli.
Calderoli: “La Corte Europea ha calpestato i nostri diritti, la nostra cultura, la nostra storia, le nostre tradizioni e i nostri valori”. Dicono porti fortuna.
Quando ha appreso la notizia, la Binetti è esplosa.
Gelmini: “Il crocifisso rappresenta l’Italia”. Pensandoci bene, non le si puo’ dare torto.
“La croce non è un simbolo religioso”. Allora toglietelo anche dalle chiese.
Bersani: “Il crocifisso nelle aule è una tradizione inoffensiva”. Esattamente come le primarie.
Il cardinal Bertone: “Dobbiamo cercare con tutte le forze di conservare i simboli della nostra fede”. È tutto ciò che ci rimane.
Vi dirò una cosa: quando, l’altro giorno, ho sentito del pronunciamento della Corte europea dei diritti dell’uomo con cui veniva accolta la richiesta di una famiglia di Abano Terme circa la rimozione del crocefisso dall’aula scolastica frequentata dal figlio, a me è subito venuta in mente la Missa solemnis in re maggiore di Ludwig van Beethoven. Se avrete pazienza, spiegherò le tortuose ragioni che mi hanno portato a quel pensiero.
Innanzitutto, da materialista recidivo quale sono, permettetemi di puntualizzare un concetto: l’esposizione, l’esibizione del crocefisso non solo nelle aule scolastiche ma, più in generale, in tutte le strutture pubbliche è, oltre che una violenza culturale nei confronti di coloro i quali non credono o credono diversamente, soprattutto un segno di sottomissione ad un’entità intangibile e indimostrabile che ha per conseguenza l’accettazione del corollario di norme etico-morali statuite dal potere clericale. Tale accettazione, per giunta, è pedissequa, non sottoposta al vaglio di alcun accertamento di volontà, subliminale. E subliminale, occulta è la pressione che da quel simbolo promana. Il dovere di uno stato laico è pertanto quello di rimuovere ogni emblema che possa costituirsi come valore superiore, trascendente l’autorità dello stato stesso. Si tratta di un’elementare norma di buon senso, che non prefigura in nessun modo l’iconoclastia o l’autoritarismo: semplicemente, è un atto che pone ciascun individuo su un piano di assoluta parità. Non so voi, ma a me disturberebbe venir giudicato da un tribunale dove campeggiasse un crocefisso o una mezzaluna o una stella di Davide.
Questo mi porta a considerare l’invalsa affermazione che vorrebbe nelle presunte radici giudaico-cristiane della nostra storia la giustificazione dello status quo. E’ una falsificazione bella e buona della realtà. Prima del 303 d.C., anno che vide l’imperatore Costantino convertirsi alla religione della croce, in Italia mi pare ci fossero già da un po’ di tempo una cultura, una società e una religione assai diverse. Lo stesso dicasi per il resto del mondo, non solo d’Europa. Alla base del nostro diritto, per dire, c’è la codificazione romana, non la teodicea. La matematica e la filosofia si sono sviluppate nel mondo arabo e in quello greco. Dopo il 303 d.C. la religione della croce ha influenzato indubbiamente l’arte e la conoscenza, spesso però – o quasi sempre – violentandole se queste non andavano a suo vantaggio. E’ appena il caso di ricordare Giordano Bruno e Galileo Galilei. Per non tacere sulle persecuzioni ai vari eretici o presunti tali, che pure dovettero in seguito essere riabilitati. Poi venne l’illuminismo, venne il razionalismo, venne il positivismo, le scoperte mediche e la teoria dell’evoluzione, la fisica, le scienze naturali: tutto ciò non fa parte del patrimonio comune? Gli stati moderni si reggono sulla separazione dei poteri e le libertà individuali – ciò che la religione condanna perché massima aberrazione concepita dall’uomo che non si soggioga al potere spirituale. La storia dell’umanità è storia di lotte per l’emancipazione dalla schiavitù, e non si arresta, guai se si arrestasse. Non capirei altrimenti lo scalpore e la partecipazione per l’eroismo di quello studente che ha messo in discussione l’infallibilità della guida suprema iraniana: quando succede lì va bene, quando succede qui è veteromarxismo? Peccato che di quel ragazzo ora non si sappia più nulla, pare l’abbiano fatto sparire. In nome di dio.
Ma torniamo al crocefisso e a Beethoven. Beethoven nutriva un profondo sentimento religioso, benché non andasse in chiesa o seguisse la vita liturgica. Aveva anzi in astio gli esponenti del clero, così come l’aristocrazia. Questo tuttavia non gli impediva di frequentare i duchi e i conti suoi patroni, né Rodolfo d’Austria in seguito creato cardinale. Leggendo le cronache dei suoi contemporanei, Beethoven viene descritto alternatamente come un fervido credente e un sospetto ateo. La ragione di quest’ambivalenza si spiega con la concezione che egli aveva della natura, nella quale ravvisava l’esistenza di un armonioso creatore, e con le tappe dolorose della sua biografia. E’ stato forse il più geniale musicista e nel contempo il più sofferente degli artisti, a causa della povertà, della sordità e dell’idealismo intransigente di cui era impregnato. Aveva però un temperamento eccezionale, era animato da una volontà incrollabile, e sentiva di essere venuto al mondo per comporre la sua musica meravigliosa, per consentire agli uomini ascoltandola – l’ha detto lui stesso – di liberarsi delle catene in cui si trascinano. A questo punto dovreste avere una discreta esperienza con la musica beethoveniana, per capire quel che intendo. Se così non è, oltre all’esortazione a provvedere all’incresciosa lacuna, accluderò in calce all’articolo un filmato significativo.
Cos’era dio per Beethoven? Un mistero, certo, e altrettanto certamente un dato di fatto. Ma il dio che adorava non era quello che tutti comunemente pregavano, era un dio col quale pretendeva entrare in contatto egli stesso in prima persona, attraverso la musica, l’amore per la natura, la fiducia nei valori più cari all’umanità: amore, libertà, fratellanza, giustizia. Sarà per questo motivo che non ha composto molta musica sacra, preferendo dedicarsi a generi più espressivi. Se però avete ascoltato la Sinfonia n. 6 in fa maggiore o gli ultimi Quartetti per archi, vi sarete resi conto che il tema della ricerca del divino è costante nella sua opera, e che spesso assume un carattere consolatorio, deve lenire gli affanni terreni. Senza dimenticare, ovviamente, la Sinfonia n. 9 in re minore, quella dell’inno alla gioia per intenderci, dove fa ripetere al coro: «Ci dev’essere un padre benevolo sopra la volta stellata». Insomma, dio per Beethoven era a un tempo un caposaldo e un’incognita, e nonostante tutto non gli impedì di vivere seguendo soltanto la sua fiera volontà.
Che c’entra dunque la Missa solemnis? C’entra col fatto che io stesso, pur conservando l’incredulità, posso bearmi della grazia di questa musica solenne e religiosissima, fino alla commozione.
Composta poco prima della celebre Nona, è il lavoro più imponente di Beethoven, una sorta di spartiacque. Dura oltre un’ora, richiede un’orchestra e un coro folti, ed è scandita da cinque momenti come prevede la liturgia canonica. Per comporla, il sommo Ludwig studiò le messe delle epoche precedenti e ne fuse i modelli così da ottenere un unicum che contemplasse le tradizioni gregoriane, barocche, classiche, ecc. Pensate che cosa può fare la mente umana quando è sorretta da convinzioni profonde, dato che il povero Beethoven era sordo da ormai molti anni, in età e disilluso riguardo al futuro. E’ curioso che sebbene l’opera sia chiaramente di carattere religioso non venga mai eseguita come tale: in primo luogo a causa della lunghezza, in secondo luogo perché la magniloquenza dell’insieme ispira davvero emozioni che vanno al di là dell’aspetto confessionale.
Io l’ascolto con una certa regolarità e sempre sbalordisco. Qui sotto metto a vostra disposizione il primo movimento, nominato Kyrie eleison, ossia signore pietà. E’ bellissimo, credetemi, li vale tutti i dieci minuti che spenderete per ascoltarlo. Questa oltretutto è una buona registrazione: l’orchestra di Amsterdam diretta dal grande Leonard Bernstein.
In conclusione, tutta questa fiera di chiacchiere per dire una cosa banale: è stupido litigare per colpa della religione, è stupido imporre agli altri le proprie convinzioni. Si può andare a scuola o in municipio anche se i muri sono bianchi. Si può ascoltare una messa solenne anche se non si crede in dio. L’importante è la bellezza. L’importante è l’umanità.
Tra neutralità religiosa
e riconoscimento reciproco di Chiara Moroni
La questione della convivenza di culture e credo religiosi entro stessi confini nazionali è una questione complessa e di difficilissima soluzione. Questo perché coinvolge i diritti e le libertà di ogni singolo e di ogni comunità, mette in campo la necessità di trovare punti universali sui quali innescare il dialogo e il riconoscimento, che sono cosa diversa dalla tolleranza e dall’assimilazione e che implicano volontà positiva e reciprocità.
Il punto di equilibrio tra difesa della propria identità e riconoscimento delle identità altrui è difficile da rintracciare e da mantenere. Difendere la propria identità, personale e collettiva, è un bisogno primario dell’essere umano perché richiama il bisogno di autodifesa e di mantenimento delle proprie caratteristiche, bisogno oggi amplificato dal diffuso senso d’incertezza e destabilizzazione che caratterizza le società contemporanee complesse. Ma è altrettanto intrinseco della natura umana cercare di riaffermare la propria identità culturale e religiosa in un ambiente estraneo e “diverso”, proprio per contrastare l’annullamento e un possibile irreversibile processo di assimilazione passiva.
La sentenza della Corte di Strasburgo pone delle domande ad una società che vuole considerarsi attenta ai fenomeni contemporanei e ad uno Stato che vorrebbe mostrarsi accogliente, seppur secondo le necessarie regole e rigidità. Per quanto riguarda il merito della sentenza forse sarebbe più opportuno riflettere prima di invocare una tradizione in nome della quale nulla è modificabile.
La società contemporanea, attraversata da cambiamenti sostanziali e simbolici continui e a volte radicali, non può permettersi, pena l’invivibilità a breve termine e l’annullamento a lungo termine, di non tentare di creare le condizioni più favorevoli possibili affinché questi cambiamenti inevitabili non cozzino con l’immobilità culturale. Come scrive Ulf Hannerz (La complessità culturale, il Mulino, Bologna) nelle società contemporanee complesse la cultura non è e non può essere qualcosa di omogeneo e immutabile, essa è costituita da un flusso eterogeneo di elementi e fonti, che trae forza dai singoli individui e dal loro incontrasi e muta a seconda del contributo che gli individui, come singoli e come comunità, danno al suo fluire. Quel che conta, continua Hannerz, è la prospettiva con la quale ognuno guarda alla realtà, e la forza della convivenza interculturale non è tanto assumere la prospettiva degli altri, cosa umanamente di difficile realizzazione, ma accettare che esistano tante prospettive quante sono gli individui che singolarmente osservano la realtà da una posizione unica e peculiare.
Il crocefisso è innanzitutto un simbolo religioso che, dato il legame originario della nostra identità nazionale con la chiesa cattolica, è anche uno dei simboli della nostra tradizione culturale. È però eminentemente un simbolo religioso e come tale va valutato e trattato in una società che, per quante resistenze si possano fare, entra costantemente in contatto, in modo più o meno accogliente, con molte alterità culturali e religiose.
Per quanto sia difficile l’incontro e ancor più la convivenza tra culture diverse nella vita quotidiana come nella percezione ideale, è lo Stato che per primo dovrebbe tentare di creare gli spazi e i tempi nei quali questo incontro si possa verificare nel miglior modo possibile. È da questo principio che dovrebbe derivare la neutralità dello Stato in fatto di credo religioso. Non tanto per una questione tutta teorica sulla laicità dello Stato, quanto per una finalità tutta pratica di convivenza quotidiana tra credo e culture religiose diverse.
Siamo davvero certi che eliminare esplicite espressioni di ogni religione nei luoghi pubblici e quindi comuni, leda in modo irreversibile e irreparabile la nostra identità nazionale? Siamo sicuri che il nostro essere italiani necessiti di riconoscimenti espliciti e concreti alle nostre tradizioni culturali? Siamo certi che, al contrario, incontrarsi in luoghi neutri non potrebbe significare compiere un passo avanti verso il dialogo e il riconoscimento reciproco?
Le tradizioni culturali e religiose sono iscritte nel nostro dna di cittadini italiani, per far vivere e rispettare tali legami identitari vi sono gli spazi privati e i luoghi di culto, eliminarne l’espressione permanente dai luoghi pubblici non significa necessariamente svilire l’italianità e le sue origini toriche e culturali. Rendere i luoghi pubblici privi di riferimenti simbolici carichi di valore spirituale non significherebbe abdicare alla colonizzazione culturale, significherebbe assumere uno sguardo meno etnocentrico, seppur non relativistico, nei confronti di chi crede e difende le proprie alterità culturali e religiose.
La sentenza della Corte europea, quindi, non è accettabile non tanto nel merito quanto, piuttosto, sia per il fatto che interviene in un campo – i rapporti tra Stato e Chiesa – definito da annose controversie, sia perché proviene da una istituzione percepita dai cittadini degli Stati nazionali come estranea e distante.
Se la convivenza pacifica tra diversità è il fine auspicabile di una società contemporanea positivamente rivolta ai processi futuri irreversibili, allora il primo passo è creare luoghi nei quali le alterità possano incontrarsi. E perché vi siano le condizioni per realizzare rispetto e riconoscimento reciproco, e non tolleranza del più forte e senso di subordinazione del più debole, è necessario mettere in campo ogni risorsa anche simbolica che richiami alla parità di posizione e alla congruenza di obiettivi. La neutralità dei luoghi pubblici costituisce una delle possibili risorse simboliche a partire dalle quali chiedere e forse ottenere rispetto e riconoscimento reciproco alle culture e ai credo religiosi reciprocamente diversi.
Cosa c’è di sensato nella proposta di istituire l’ora di religione islamica nelle scuole italiane? Niente. Quando l’ho sentito dire, l’altro giorno, stavo facendo colazione, era sabato mattina, e il cucchiaino del caffelatte m’è caduto nella scodella, come succede nei film. Possibile che si debba sempre gareggiare a chi è più imbecille? Apprendere poi che la folgorante trovata appartiene ai poco arieggiati encefali di Fini e D’Alema, non mi ha sorpreso; mi ha semmai confermato quanto quelle due cariatidi stiano disperatamente smaniando per accreditarsi come innovatori della politica de noantri e fautori di un preoccupante sincretismo Pd-Pdl. Fini non è nuovo alle tanto osannate dai media «aperture», dovendo purgarsi da anni (per me incancellabili) in cui sosteneva che Mussolini è stato il più grande statista del Novecento. D’Alema, dopo appena un trentennio di resistibile presenza parlamentare, non è invece nuovo alle «convergenze» con le «aperture»; ma lui, sapete, è intelligente, vede più lontano di noi comuni mortali. Sarò lapidario, tranchant: idiozie, sono soltanto idiozie.
Io sono ateo e materialista, per cui vedo nella religione non solo una falsa e deformante dottrina ontologica, ma anche un pericoloso fomite di dogmi e principi etici che, in modo inevitabile, conducono al regresso, all’ineguaglianza e al bigottismo conformista. Non esiste religione in grado di mantenere le promesse di libertà e felicità codificate nei cosiddetti testi sacri o propalate dai sedicenti rappresentanti della divinità in terra. Dovunque nel mondo si possono riscontrare i soli, ovvi, conseguenti effetti che l’applicazione delle teorie religiose ha comportato nelle società. Laddove il passaggio dei lasciti illuministici non ha potuto esercitare la propria influenza nei sistemi di governo, il potere assoluto dei religiosi ha fatto strame della pluralità. Laddove i confini fra ciò che pertiene allo stato e ciò che pertiene al tempio non sono nettamente, insormontabilmente marcati, le blandizie della superstizione fanno proseliti presso le istituzioni e condizionano in maniera pesante, iniqua e inaccettabile l’esercizio della democrazia. La religione infatti – qualunque religione – aborrisce la democrazia.
Uno stato laico deve garantire la libertà di culto. Nello stesso tempo deve provvedere affinché le tendenze egemoniche del teismo non attecchiscano, guastandole, sulle fondamenta dello stato stesso. Questo può avvenire se la religione viene vissuta e praticata intimamente, in ambiti e strutture a quello scopo destinati. Per il resto la vita pubblica dev’essere del tutto neutra, impermeabile alle rivendicazioni delle chiese. Nessuna violenza – né personale né psicologica – dev’essere consentita al credente o inflitta al credente. Nello stato laico ciascuno è libero d’essere quel che sente d’essere, senza limitazioni. Il bene supremo della libertà di pensiero, d’espressione, di vita e di morte non può mai venir messo in discussione, perché a quel punto l’uomo cessa d’essere tale e diventa ostaggio dell’arbitrio altrui. La legge, sintesi delle anime razionali degli abitanti dello stato, è l’estremo, accettabile limite, in quanto scaturito da una condizione di libertà per mantenere, estendere, migliorare la libertà. I limiti d’ordine irrazionale contraddicono i termini medesimi dell’azione normativa e pertanto non sono accettabili.
Quanto detto finora è purtroppo una chimera. Paesi come il nostro sono l’esempio lampante e deleterio del danno arrecato dalle infiltrazioni religiose all’impianto statale. Se a tutt’oggi in Italia non esistono leggi sul testamento biologico, l’eutanasia, la fecondazione medicalmente assistita, le coppie di fatto, ecc. – tutte cose normali in paesi modernamente secolarizzati – la colpa è da attribuirsi alle macchinazioni politico-teologiche della religione cattolica. Perdere il controllo sulle volontà di coloro che tale confessione ritiene i propri sudditi, equivale a snaturare la sua stessa esistenza e – quel che più conta – rinunciare ai privilegi economici e politici connessi al costante esercizio della pressione sulle istituzioni. La via da percorrere non è dunque quella che conduce al tempio, bensì quella che se ne allontana.
L’uomo non nasce religioso, la religiosità è un sentimento a lui totalmente estraneo, se non gli venisse inculcato da bambino probabilmente da grande non se ne curerebbe affatto, e la sua vita – la qualità della sua vita – non ne risentirebbe in nulla. Anzi, a patto che cresca assorbendo nozioni di filosofia e letteratura, vivrebbe meglio, più libero, più forte. Ecco perché il clero di qualsivoglia religione si preoccupa tanto affinché sin da piccoli i figli degli uomini s’accostino all’indottrinamento. Per ghermirli e asservirli. Il mascheramento prediletto è il pretesto degli imprescindibili connotati di cultura tradizionale che l’apprendimento della religione apporterebbe. Ma non esiste una sola prova, non esiste un solo riscontro reale che quanto affermato dalle discipline religiose sia vero. L’afflato religioso è mosso unicamente dalla terribile, per l’uomo, certezza della morte e dall’angoscia che ne discende. L’incrollabile superbia dell’essere umano, che innalza sé stesso a modello di perfezione, inventa un’entità superiore e indeterminata sulla quale proietta i pregi e gli attribuiti migliori, creandosi l’illusione di poter un giorno partecipare all’identica compiutezza. L’uomo venera l’uomo.
Penso che insegnare la religione nelle scuole sia un errore madornale. Parificare il pensiero scientifico-speculativo a quello magico-religioso è una forzatura pedagogica intollerabile. Preferibile sarebbe l’insegnamento della storia delle religioni, un approccio critico, dialettico alle tradizioni mistiche. L’operazione che si tenta di porre in atto col pretesto della diversità culturale è invece il contrario della sensatezza. I ragazzi e le ragazze del XXI secolo dovrebbero imparare a convivere al di là delle rispettive credenze. Sono in tutto e per tutto concorde con Michel Onfray, quando esecra l’accezione contemporanea del termine: relativismo. In conclusione, più Darwin e Feuerbach, meno Dio, Allah e Yahweh.
Il problema è questo. Adesso tutti vorrebbero che Paola Binetti, dopo l’ennesimo sfregio alla laicità commesso sotto le insegne del Pd, e addirittura in suo nome, si dimettesse dal partito levando lei le castagne dal fuoco al leader di turno. Ma se questo non accade il caso Binetti diventa una sorta di drammatico gioco di ruolo che scatena uno strano cortocircuito nelle primarie.
Pensateci anche solo per un attimo: Franceschini dovrebbe assumersi la responsabilità di cacciarla, ma se lo fa davvero, fornisce a uno dei suoi principali alleati, Francesco Rutelli, il casus belli che aspetta da mesi per mettere in pratica la sua sospirata scissione. E’ difficile che il segretario possa permetterlo, ed ecco perché Franceschini spara sulla Binetti sperando che si arrabbi. Il problema così si riversa su Bersani. Certo, se l’ex ministro prendesse una posizione chiara su questo, recupererebbe voti a sinistra, e potrebbe vincere più facilmente le primarie. Ma se lo facesse si esporrebbe anche a quello che considera il suo tallone d’Achille: quello di essere considerato un comunista travestito pronto ad operazioni di purga, e alla cancellazione delle identità di minoranza. Se a cacciare la Binetti è Bersani, diventa un mangiapreti. Se i primi due leader ragionano così, il corollario inevitabile è che alle primarie la candidatura Marino diventi un bene-rifugio. L’unico custode della laicità è lui – finirebbero per pensare molti iscritti – dunque lo voto. Un bel dilemma, in cui l’unico modo per fuggire alla prigionia dei ruoli è un atto di coraggio dei primi due leader del Pd. Riusciranno a trovare la forza?
Adesso, però, vorrei provare a ragionare su Paola Binetti e sui paradossi che la sua figura apre.
Anche lei di coraggio ne ha. Da anni viene percepita come un corpo estraneo, da anni, con una determinazione che rasenta la vocazione dei martiri, continua imperterrita la sua battaglia anti-illuminista a tutto campo. Al Senato – durante la crisi di Prodi – più di una volta aveva votato contro il governo sempre rischiando di essere determinante. Veltroni e Franceschini si erano illusi di depotenziarla spostandola alla Camera senza capire che, ovviamente, il problema era politico. Le Binetti e le Dorina Bianchi non pesano per il loro seguito, ma per il loro valore simbolico ed evocativo. Entrano nel problema identitario del Pd e, anche senza parole, sostanzialmente dicono ai suoi leader: voi siete un partito che si regge su di un compromesso fragile, e su una amalgama mal riuscita. Io, noi, vi legittimiamo. Mettendo dentro il vostro Dna il suo contrario, voi conquistate un passaporto di legittimità che non siete riusciti ad ottenere altrimenti. Pochi ricordano come fu affondata la legge sulle unioni civili stesa con molta fatica dalla Pollastrini e dalla Bindi. Con un semplice sms spedito dalla Binetti (che stava al Senato) ad Anna Serafini, che era capogruppo in commissione. Il senso era molto chiaro: se questa legge passa, noi ce ne andiamo. Lo stesso paradosso che pesa oggi sulle spalle di Bersani, finì per gravare su quelle di Fassino. Sta nascendo il Pd, posso permettermi di espellere una cattolica? No. E così tutti i progressisti dovettero pagare dazio all’integralismo guerrigliero della Binetti.
In quei giorni invitai per la prima volta la Binetti a Tetris, nel mio programma, e in quella puntata accaddero cose incredibili. Era la sua prima apparizione televisiva, perché i grandi media non si curavano di lei. Noi avevamo affidato a Mike Bongiorno il consueto quiz per i politici. E Mike – l’ho ricordato su questi sito tempo fa – chiese alla Binetti: “L’omosessualità è: A) Una normale caratteristica di una persona B) Una malattia?”. Ricordo ancora oggi il primo piano terreo della Binetti, su cui si stampò un’espressione di sofferenza vera. Cercò di fermarsi, di dire parole caute, ma quello che aveva dentro le uscì fuori. Disse quello che pensava allora e che pensa ancora oggi: che era “Una malattia”. Nella stessa puntata, dopo il quiz, portai in studio un cilicio. Solo questo gesto aveva in qualche modo turbato la nostra piccola redazione. Avevamo scoperto che il cilicio non si vende, e ne avevamo trovato uno in modo semi-clandestino, su internet. Prima di andare in onda questo oggetto era passato fra di noi di mano in mano, suscitando stupore, perché tutti avevano ceduto alla tentazione di calzarlo, ritrovandosi i suoi rostri nella carne. Non la capisci, la ferocia autoflagellatoria del cilicio finché non ti incide la pelle. Chiesi alla Binetti se veramente lo portasse con regolarità. Lei mi rispose: “Ma certo!”. Allora portai quell’incredibile strumento in studio. Mi venne istintivo metterlo in mano a Chiara Moroni, socialista laica del Pdl, anche lei ospite. Ancora oggi, rivendendo quelle immagini, si può notare l’espressione esterrefatta di Chiara. Ma chi ci stupì, ancora una volta, fu la Binetti, che assunse un tono materno e persuasivo verso la collega: “Cara, non ti deve spaventare. Il cilicio ci ricorda il dolore della donna che partorisce… Ci ricorda la sofferenza degli occhi dopo una giornata passata a lavorare al computer. Ci ricorda il dolore della vita che troppo spesso dimentichiamo”. Siccome la televisione ha sempre dei momenti di verità, il dialogo che seguì fu quasi simbolico. Chiara quasi esplose: “Ma il dolore della vita noi non lo vogliamo, lo subiamo nostro malgrado! E il dolore di un parto è accettabile solo perché produce la vita, non perché sia un valore in sè!”. Senza volerlo, avevamo messo a fuoco la differenza fra l’ideologia della penitenza e quella della laicità.
Franco Grillini, che si era scontrato durissimamente con la Binetti dopo la risposta sull’omosessualità (“Se dici questo sei fuori dall’ordine dei medici!”) scelse la via del sarcasmo: “Io sul cilicio difendo la Binetti: ho sempre pensato che tutti hanno diritto alle proprie passioni sadomasochistiche”. Lei si arrabbiò davvero, e iniziò ad urlare. Nessuno, vedendo quella scena, avrebbe potuto pensare che entrambi facessero parte dello stesso partito. La Repubblica, il giorno dopo, aprì un’intera pagina sul caso, e Rutelli bacchettò la Binetti: “Non doveva andare in un programma così”. Non perché non condividesse le sue idee, dunque, ma perché considerava poco prudente averle espresse.
Incontrai la Binetti due giorni dopo, al Senato. Ero convinto che mi volesse sbranare. Invece era sinceramente dispiaciuta: “Non dovevo accettare di parlare del cilicio, ma è stata colpa mia”. L’avevo intervistata più volte, quanto basta per capire che lei non inseguiva tornaconti, non ha ambizioni personali. Piuttosto si sente come una guerriera crociata, che deve difendere la croce e Cristo in questa battaglia di testimonianza in Parlamento, esattamente come un soldato del medioevo si doveva immolare per il santo sepolcro. Dopo la valanga di polemiche che le precipitarono addosso per aver definito l’omosessualità una malattia inventò una sua forma di espiazione privata, credo sincerissima. Andò ad accudire la collega Paola Concia, che all’epoca conosceva appena, in un delicato intervento per un tumore. Non era una furbata, come ha volgarmente ipotizzato qualcuno: era l’unico contrappasso umano che potesse aggirare il suo problema ideologico anti-gay, il suo dogma identitario. Era la via del samaritano, imboccata per controbilanciare la ferocia della guerriera crociata. Ieri, l’inconciliabilità di questa soluzione si è risolta teatralmente con il voto della Binetti speso per affondare la legge della Concia. La pietas umana non poteva distogliere il guerriero di Cristo dalla sua missione. Ed è questo il vero motivo per cui la Binetti deve essere laicamente espulsa dal Pd: lei non se ne andrebbe mai, perché affermare la sua fede tra gli infedeli è ai suoi occhi un elemento di merito: essere dileggiata, attaccata, odiata, è parte della sua missione di testimonianza, solo un altro modo di indossare un cilicio.
Detto questo, devo aggiungere che ho molta più stima per la Binetti e della sua tetragona coerenza che per gli arrampicatori di muri che nel Pd, per mille motivi di utilità contingente, hanno finito per strumentalizzarla, e farsi strumentalizzare da lei. Più stima di lei, che per il convertito Rutelli che srotolava la nasiera pontificia dal bancone di Montecitorio per protesta contro il Vaticano, e che adesso bacia gli anelli dei prelati. In fondo lei ci consegna un paradosso mirabile e corrosivo, nel degrado della seconda repubblica. Paola Binetti non è il tipo di politico disposto a compromessi e mediazioni sui suoi valori. Per questo è una figura che tutti vorrebbero avere in una coalizione. Possibilmente l’altra.
In un articolo di grandissimo interesse e ricchissimo di riferimenti televisivi e non, apparso alcune settimane fa su Il Manifesto, Daniele Luttazzi spiegava ai lettori la differenza tra satira genuina, carnascialesca si potrebbe dire, sovvertitrice per un istante del potere dei forti e scopritrice di un pezzo di realtà di solito sottaciuta, e satira fascistoide. Quest’ultima in particolare sarebbe la satira che deride il debole, che prende per i fondelli il diverso dalla maggioranza, che schernisce la vittima. Ridere anche con questa seconda forma di satira (o spesso banale comicità) è persino inevitabile dati i meccanismi mimetici, la tecnica teatrale, che stanno all’origine dell’ilarità. Diventa quindi nella pratica alquanto difficile distinguere satira genuina da satira volgare, fascistoide come la chiama Luttazzi, dal momento che non è la battuta in sé a farci ridere, ma il modo in cui essa viene raccontata. Uno spettatore preparato dovrebbe in generale sentire un minimo di rimorso dopo aver riso per una battuta fascistoide, ma in Italia – riprendo sempre Luttazzi – la satira di questo tipo avrebbe ormai preso il sopravvento a tal punto da spingere gran parte degli spettatori a considerare la derisione della vittima come il più sublime grado della satira.
L’articolo mi è tornato in mente durante la visione del filmato qui in calce. Si tratta di uno sketch (come si chiamavano un tempo) di Fabio Volo trasmesso non so bene quando nella trasmissione di Italia 1 ‘Le Iene’ che uno dei miei contatti su Facebook ha aggiunto al proprio profilo. Ebbene, questo filmato mi sembra un gran bell’esempio di satira fascistoide:
- c’è una minoranza – nella fattispecie, una minoranza religiosa – messa alla berlina per un aspetto della propria pratica religiosa;
- c’è un attore – Volo – che si erge a succedaneo dello spettatore e quindi, implicitamente, ad ‘italiano medio’, rappresentativo del sentire comune, della maggioranza, e pertanto più uguale degli altri;
- ci sono conseguentemente l’accettazione neanche troppo tra le righe dell’equazione italiano=cattolico e quindi l’estraneità al nostro panorama socio-culturale della suddetta minoranza, come dimostrano del resto le loro fastidiose pratiche religiose;
- c’è infine tutta una serie di situazioni messe in atto dall’attore e dal suo colorito seguito da recita natalizia al fine di ‘convincere’ la minoranza in questione della propria ridicolità e fastidiosità;
- c’è la doppia precisazione – chiaro indizio di coscienza doppiamente sporca – di Volo del profondo rispetto che lo animerebbe verso tutti i credi (ci mancava solo che dicesse: ho tanti amici testimoni di Geova…).
Va detto a onor del vero che anche la rappresentazione del cattolico fatta da Volo è assai irriverente. È indubbio però che la presa in giro del testimone di Geova è infinitamente più forte, se non altro perché questo è l’obiettivo esplicito di tutta la messa in scena, ma anche in ragione della posizione socio-culturale mille volte più debole delle minoranze religiose nell’Italia del 2009. In più non è – ebbene sì, anche moralmente – sostenibile che la caricatura dell’uno possa compensare in qualche modo la derisione dell’altro, come sembra implicitamente evincersi dal tono del filmato.
Questo non significa, per riprendere Luttazzi, che sia di fatto impossibile parlare dei testimoni di Geova in un contesto ironico. Se un ebreo fa una battuta sugli ebrei, beh, fa autoironia e non umorismo antisemita. Idem per qualsiasi altra minoranza. Ma, per così dire, è giusto che anche i gentili possano fare battute sugli ebrei. Solo, c’è modo e modo. Se il Volo avesse creato una situazione comica in cui la mattina in pigiama e semiaddormentato avesse aperto la porta ai testimoni di Geova per chiedere pietà e qualche spiegazione sulle loro ragioni (o qualcosa del genere…non sono un comico, solo un telespettatore), si sarebbe creato un momento ironico, certo, ma tutt’altro che superficiale, volgare, qual è quello nel filmato, un momento che strappa una risata e allo stesso tempo fa pensare, fa conoscere il proprio vicino, fa – o mio dio! – imparare. Ma questo richiedeva preparazione, interesse, curiosità verso l’Altro, tutte virtù che la redazione delle Iene evidentemente non ha ritenuto di dover far esercitare agli italiani in questo specifico frangente. Che dire ancora? Forse ha davvero ragione Luttazzi. Se anche Volo, che è persona di solito assai delicata e leggera nelle proprie battute, si lascia andare a simili bassezze, beh, forse davvero in Italia la satira è morta da tempo senza che neppure ce ne accorgessimo.
Dobbiamo pertanto andare oltre la laicità ancora troppo impregnata da ciò che essa vorrebbe combattere. Una laicità da lodare per quello che è stata, da elogiare per le passate battaglie, da complimentare per ciò di cui le siamo debitori. Ma le battaglie di oggi e di domani richiedono armi nuove, meglio forgiate, più efficaci, strumenti adatti alla nostra epoca. Ancora uno sforzo, dunque, per scristianizzare l’etica, la politica e tutto il resto. Ma anche la laicità, che avrebbe tutto da guadagnare emancipandosi ancora di più dalla metafisica ebraico-cristiana e che potrebbe servire davvero nelle guerre future.
Mettendo infatti tutte le religioni e la loro negazione su un piano di uguaglianza come invita a fare la laicità oggi trionfante, si avalla il relativismo: uguaglianza tra pensiero magico e pensiero razionale, tra la favola, il mito e il discorso argomentato, tra il discorso taumaturgico e il pensiero scientifico, tra la Torah e il Discorso sul metodo, il Nuovo Testamento e la Critica della ragion pura, il Corano e la Genealogia della morale. Mosè vale Cartesio, Gesù Kant e Maometto Nietzsche.
Uguaglianza tra il credente ebreo – convinto che Dio si rivolga ai suoi antenati per confidargli la sua scelta, e per far ciò apre il mare, ferma il sole ecc. – e il filosofo che procede secondo il principio del metodo ipotetico-deduttivo? Uguaglianza tra il fedele – convinto che il suo eroe, nato da una vergine, crocifisso sotto Ponzio Pilato, resuscitato il terzo giorno, seduto alla destra del padre a godersi da allora giorni tranquilli – e il pensatore che smonta la costruzione di una credenza, la fabbricazione di un mito, la creazione di una favola? Uguaglianza tra il musulmano – persuaso che bere un bicchiere di vino e mangiare un arrosto di maiale gli preclude definitivamente l’accesso al paradiso mentre invece l’uccisione di un infedele gliene spalanca le porte – e l’analista scrupoloso che, sulla base del principio positivista ed empirico, dimostra che la credenza monoteistica ha lo stesso valore di quella animista dogon che crede che lo spirito dei suoi antenati ritorni sotto forma di una volpe? Se la risposta è sì, allora è meglio smettere di pensare.
Questo relativismo è dannoso. Ormai, col pretesto della laicità, tutti i discorsi si equivalgono: l’errore e la verità, il vero e il falso, il serio e lo stravagante. Il mito e la favola pesano quanto la scienza. Il sogno quanto la realtà. Ma non è affatto vero che i discorsi si equivalgono: quelli della nevrosi, dell’isteria e del misticismo appartengono a un mondo diverso da quello del positivista. Come non è giusto mettere sullo stesso piano vittima e carnefice, così non si deve tollerare la neutralità, ostentare benevolenza per ogni forma di discorso, compresi quelli che appartengono al pensiero magico. Bisogna restare neutrali? Ci possiamo permettere ancora questo lusso? Non credo.
Nel momento in cui si profila uno scontro decisivo – forse già perduto… – per difendere i valori dell’Illuminismo contro le affermazioni magiche, bisogna promuovere una laicità postcristiana, ossia atea, militante e radicalmente opposta a quella che ci obbliga a scegliere tra la religione ebraico-cristiana occidentale e l’islam che la combatte. Né Bibbia né Corano. Ai rabbini, ai preti, agli ayatollah, agli imam e ai mullah, io continuo a preferire il filosofo. Contro tutte le teologie strampalate, preferisco fare appello alle correnti di pensiero alternative alla storiografia filosofica dominante: burloni, materialisti, radicali, cinici, edonisti, atei, sensisti, gaudenti. Essi sanno che esiste un solo mondo e che ogni offerta di oltremondo ci fa perdere l’uso e il beneficio del solo mondo esistente. E’ questo il vero peccato mortale.
Nel momento in cui si pone la questione dell’insegnamento della religione a scuola col pretesto di costruire legami sociali, di rinsaldare una comunità senza eredi – a causa di un liberismo che produce la negatività nel quotidiano, ricordiamolo -, di dare vita a un nuovo tipo di contratto sociale, di ritrovare radici comuni – monoteistiche nella fattispecie -, mi sembra che si possa preferire l’insegnamento dell’ateismo. Meglio la Genealogia della morale che le epistole ai Corinzi.
Il desiderio di far rientrare dalla finestra la Bibbia e altri fronzoli monoteistici che parecchi secoli di sforzi filosofici – tra cui l’Illuminismo e la Rivoluzione francese, il socialismo e la Comune, la sinistra e il Fronte Popolare, lo spirito libertario e il Maggio francese, ma anche Freud e Marx, la scuola di Francoforte e la scuola del sospetto dei nietzschani di sinistra francesi – hanno fatto uscire dalla porta, significa propriamente ed etimologicamente consentire col pensiero reazionario. Non alla maniera di Joseph de Maistre, di Louis de Bonald o di Blanc de Saint-Bonnet – il trucco sarebbe troppo scoperto -, ma alla maniera gramsciana, del ritorno agli ideali diluiti, dissimulati, travestiti, ipocritamente riattivati, della religione ebraico-cristiana.
Non si vantano esplicitamente i meriti della teocrazia, non si assassina il 1789 – per quanto… -, non si pubblica apertamente un’opera intitolata Il papa per esaltare l’eccellenza della potenza politica del sovrano pontefice, ma si stigmatizza l’individuo, gli si negano i diritti e gli si infliggono doveri a palate, si esalta la collettività contro la monade, si fa appello alla trascendenza, si dispensa lo Stato e i suoi parassiti dal render conto dei loro atti col pretesto della sua extraterritorialità ontologica, si trascura il popolo, si taccia di populismo e demagogia chiunque se ne prenda cura, si disprezzano gi intellettuali e i filosofi che svolgono il loro lavoro e resistono. L’elenco potrebbe continuare.
Mai come oggi quella che il XVIII secolo conosceva sotto il nome di “antifilosofia” ha goduto di tanta vitalità: il ritorno della religione, la prova che Dio non è morto, ma solo per qualche tempo un po’ addormentato, e che il suo risveglio annuncia come la musica stia per cambiare, tutto ciò obbliga a riprendere posizioni che si ritenevano superate e a riguadagnare la nicchia dell’ateismo. L’insegnamento della religione fa rientrare il lupo nell’ovile: ciò che i preti non possono più commettere apertamente potrebbero ormai farlo con discrezione, insegnando le favole del Vecchio e Nuovo Testamento, trasmettendo le finzioni del Corano e degli hadith col pretesto di permettere agli scolari di avvicinarsi più facilmente a Marc Chagall, alla Divina Commedia, alla cappella Sistina o alla musica di Ziryab.
Ora, le religioni dovrebbero essere insegnate nei corsi già esistenti – filosofia, storia, letteratura, arti plastiche, lingue ecc. – come si insegnano le protoscienze: per esempio l’alchimia nel corso di chimica, la fisiognomica e la frenologia nelle scienze naturali, il totemismo e il pensiero magico in filosofia, la geometria euclidea in matematica, la mitologia in storia… Oppure, dal punto di vista epistemologico, come si insegna che il mito, la favola, la finzione, l’irrazionalità precedono la ragione, la deduzione, l’argomentazione. La religione deriva da una forma di razionalità primitiva, genealogica e datata. Riattivare questa storia di prima della storia significa rallentare, se non addirittura portare fuori strada, la storia di oggi e di domani.
Insegnare l’ateismo implicherebbe un’archeologia del sentimento religioso: la paura, il timore, l’incapacità di guardare in faccia la morte, l’impossibile coscienza dell’incompletezza e della finitudine degli uomini, il ruolo importante e motore dell’angoscia esistenziale. La religione, questa creazione di finzioni, richiederebbe uno smontaggio in piena regola di questi placebo ontologici – come in filosofia si affronta la questione della stregoneria, della follia e dei margini per produrre e circoscrivere una definizione della ragione.
«Nel mio garage c’è un drago che sputa fuoco». Supponiamo (sto seguendo un approccio di terapia di gruppo praticato dallo psicologo Richard Franklin) che io vi dica seriamente una cosa del genere. Senza dubbio voi vorreste verificarla, vedere il drago con i vostri occhi. Nel corso dei secoli ci sono state innumerevoli storie di draghi, ma nessuna vera prova. Che opportunità fantastica!
«Ce lo mostri», mi dite. Vi conduco nel mio garage. Voi guardate e vedete una scala, dei barattoli vuoti, un vecchio triciclo, ma nessun drago. «Dov’è il drago?» chiedete. «Ah, è proprio qui», vi rispondo, facendo dei cenni vaghi. «Dimenticavo di dirvi che è un drago invisibile». Voi proponete di spargere della farina sul pavimento del garage per renderne visibili le orme. «Buona idea», dico io, «ma questo è un drago che si libra in aria». Allora proponete di usare dei sensori infrarossi per scoprire il suo fuoco invisibile. «Idea eccellente, se non fosse che il fuoco invisibile è anche privo di calore». Voi proponete allora di dipingere il drago con della vernice spray per renderlo visibile.
«Purtroppo, però, è un drago incorporeo e la vernice non fa presa su di lui». E così via. A ogni prova fisica che voi proponete, io ribatto adducendo una speciale spiegazione del perché essa non funzionerà.
Ora, qual è la differenza fra un drago volante invisibile, incorporeo, che sputa un fuoco privo di calore e un drago inesistente? Che senso ha la mia asserzione dell’esistenza del drago se non esiste alcun modo per invalidarla, alcun esperimento concepibile per confutarla? Il fatto che non si possa dimostrare che la mia ipotesi è falsa non equivale certo a dimostrare che è vera. Le affermazioni che non possono essere sottoposte al test dell’esperienza, le asserzioni non «falsificabili», non hanno alcun valore di verità, per quanto possano ispirarci o stimolare il nostro senso del meraviglioso. Quello che io vi chiedo, dicendovi che nel mio garage c’è un drago, è in pratica di credermi sulla parola, in assenza di alcuna prova.
L’unica cosa che voi avete realmente appreso dalla mia affermazione che nel mio garage c’è un drago è che c’è qualcosa di strano nella mia testa. In assenza di alcuna prova fisica, voi vi chiederete che cosa mi abbia convinto. Penserete certamente alla possibilità che io abbia fatto un sogno o abbia avuto un’allucinazione. Ma allora, perché sto prendendo tanto sul serio la mia idea? Forse ho bisogno di aiuto. Come minimo, può darsi che io abbia gravemente sottovalutato la fallibilità umana.
Immaginiamo che, benché nessuno dei test dia esito positivo, voi vogliate rimanere scrupolosamente aperti a qualsiasi possibilità. Perciò non rifiutate decisamente la nozione che nel mio garage ci sia un drago che sputa fiamme, ma adottate semplicemente una posizione di attesa sospendendo il giudizio. Le prove esistenti sono fortemente contrarie all’ipotesi del drago, ma se ne emergeranno altre voi siete pronti a esaminarle e a vedere se vi convincono. Senza dubbio non sarebbe bello se io mi offendessi perché non mi credete; o se vi criticassi accusandovi di essere noiosi e privi di immaginazione, semplicemente per avere espresso il giudizio di «non dimostrato».
Immaginiamo che il responso dell’esperienza fosse stato diverso. Il drago è invisibile, va bene, ma lascia delle impronte sulla farina. Il rivelatore nell’infrarosso segnala che esso emana calore. La vernice spray permette di vedere una cresta dentellata che danza in aria. Per quanto scettici possiate essere stati in precedenza sull’esistenza dei draghi – per non parlare dei draghi invisibili – ora dovete riconoscere che qui c’è qualcosa e che ciò che si osserva sembra conciliarsi con un drago invisibile che sputa fuoco.
Consideriamo ora un altro scenario. Supponiamo che a sostenere la strana idea dell’esistenza dei draghi non ci sia solo io. Supponiamo che anche vari altri vostri conoscenti – tra cui persone che non si conoscono certamente fra loro – vi dicano di avere dei draghi nei loro garage, ma che in ogni caso le prove siano terribilmente elusive. Tutti noi ammettiamo che ci dà fastidio dover credere a una convinzione tanto strana e così mal sostenuta da prove fisiche. Nessuno di noi è pazzo. Noi ci chiediamo che senso avrebbe se in tutto il mondo dei draghi invisibili fossero effettivamente nascosti nei nostri garage, con tutti noi a crederci. Io penso che non sia così. Ma se tutti quei miti antichi dell’Europa e della Cina, dopo tutto, non fossero solo dei miti…
Meno male che adesso c’è chi dice di aver visto delle impronte nella farina. Quelle impronte, però, non si producono mai alla presenza di persone scettiche. Si presenta allora una spiegazione alternativa: a un attento esame appare chiaro che le orme potrebbero essere una contraffazione. Un altro entusiasta dei draghi si presenta con un dito bruciato e lo attribuisce a una rara manifestazione fisica del respiro infuocato del drago. Anche questa volta, però, ci sono altre possibilità. È chiaro che per scottarsi le dita non occorre esporle all’alito infuocato di un drago invisibile. Tali «prove» – per quanto importanti possano considerarle i fautori dei draghi – non sono affatto conclusive. Ancora una volta, l’unico approccio ragionevole consiste nel rifiutare provvisoriamente l’ipotesi dei draghi, nell’essere disponibili a valutare futuri dati fisici che dovessero presentarsi, e nel chiedersi per quale motivo un così gran numero di persone sobrie e sane di mente condividano la stessa strana illusione.