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Mobilitazione web contro il lodo Ghedini

Pubblicato da sandro su 14 Novembre, 2009

Giustizia, torniamo in piazza per informare//”Il Parlamento che approva il lodo Ghedini, ennesima legge per premiare i potenti e massacrare i più deboli non mi rappresenta“.
Libertà e Giustizia chiede di inviare questo testo via mail ai presidenti di Camera e Senato. Una mobilitazione via web per ribadire che deputati e senatori che votano quella legge non mi rappresentano, non lo fanno a mio nome. Ecco di seguito il testo girato via mail, via Facebook e via Twitter a tutti i contatti dell’associazione, con una catena virtuale per costruire una diga, il principio di una resistenza per dire che la misura è colma.

Ai presidenti di Camera e Senato:
Fermate lo scempio della giustizia

Il Parlamento che approva il lodo Ghedini, ennesima legge per premiare i potenti e massacrare i più deboli non mi rappresenta. Se sei d’accordo, invia anche tu questo testo ai presidenti di Camera e Senato (schifani_r@posta.senato.it, fini_g@camera.it e cc lgiustizia@yahoo.it).

[fonte: libertaegiustizia.it]

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Adesso basta

Pubblicato da sandro su 14 Novembre, 2009

Presidente Napolitano. Presidente Fini. “Adesso basta” è il titolo che abbiamo stampato ieri sulla prima pagina del Fatto Quotidiano. Adesso basta è scritto sulle migliaia di messaggi che giungono al nostro giornale. Tutti indistintamente chiedono di mettere la parola fine allo scandalo che da quindici anni sta sfibrando l’Italia: la produzione incessante di leggi personali per garantire a Silvio Berlusconi la totale immunità e impunità in spregio alla più elementare idea di giustizia.

Quello che rivolgiamo a voi che rappresentate la prima e la terza istituzione della Repubblica (sulla seconda, il presidente del Senato Schifani pensiamo di non poter contare) non è un appello ma una richiesta di ascolto che, siamo certi, non andrà delusa. Tutte quelle lettere, e-mail, fax esprimono una protesta e una speranza. Di protesta “contro l’arroganza di un Potere che sembra aver perso ogni senso della misura e anche quello del decoro ”, scrisse Indro Montanelli sulla Voce nel 1994, all’epoca del decreto Biondi. Fu il primo tentativo di colpo di spugna al quale ne sarebbero seguiti altri diciotto negli anni a seguire fino all’ultima vergogna chiamata “processo breve”. Allora la battaglia fu vinta.

La redazione della Voce fu alluvionata di fax dei lettori disgustati, il decreto fu ritirato e il grande giornalista così rese omaggio allo spirito di lotta dei concittadini: “Fino a quando questo spirito sarà in piedi, indifferente alle seduzioni, alle blandizie e alle minacce, la democrazia in Italia sarà al sicuro”. Malgrado abbia attraversato tante sconfitte e tante delusioni quello spirito non appare per nulla fiaccato e chiede di trovare una risposta capace di dirci che la politica non è solo interesse personale e disprezzo per gli altri. Che le istituzioni sono davvero un baluardo contro le prepotenze del più forte. Questa è la nostra speranza presidente Napolitano e presidente Fini. Per questo vi trasmetteremo i messaggi dei nostri lettori. Tenetene conto.

[Antonio Padellaro su Il Fatto Quotidiano del 14 novembre 2009]

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Come muore Enzo Biagi

Pubblicato da sandro su 7 Novembre, 2009

Esente da memorie e da speranze, illimitato, astratto,
quasi futuro, il morto non è un morto, è la morte.
Jorge Luis Borges

Guardo la morte di Enzo Biagi. Lo guardo morire da domenica mattina. Muore infinite volte, il più autorevole dei giornalisti italiani, e prima di scendere sottoterra, scava dappertutto lo spazio in cui verrà sepolto. Non lo accoglie solo la terra dell’ultimo giorno. Ma continua a scavare il proprio spazio nella carta dei giornali, tra i pixel del televisore, nelle onde della radio, nella diramata espansione di internet. Si muore anche così, oggi. Trovando un ultimo posto – mai definitivo – tra le parole e le immagini.
Ed è un finale senza fine. La deflagrazione dell’addio. L’irradiazione del commiato. La dispersione della commozione e dell’affetto. Nell’ultimo istante, Enzo Biagi, invece di ritirarsi nel legno della bara, di rintanarsi una volta per tutte nel suo sacco malandato di pelle e ossa, si allarga a dismisura: si dispiega, si diffonde, si ingigantisce, ritrova spessore, quasi riprende vita e radici. È un enorme sasso lanciato dentro l’infinita ed estesa superficie della comunicazione di massa. Enzo Biagi muore e brulica dappertutto, contemporaneamente.
Anche così si scompare, oggi. Diventando monumento piuttosto che miniatura. Esplodendo ed allargando il proprio raggio di azione e di visibilità. Saturando tutto lo spazio disponibile – il più ampio, il più comprensivo, il più infinitamente esteso.
Quando buca e allaga gli schermi, straripa dai giornali, dirompe e tracima nei discorsi degli esseri viventi, la morte non è più la cosa piccola e schiva, ritagliata nella commozione e nel silenzio, che eravamo abituati a conoscere. Dentro i mezzi di comunicazione la morte ritorna piramide – si eleva nella sua altezza, distende la sua portata, scava le sue fondamenta, mentre un esercito di commentatori, un masso dopo l’altro, una parola dopo l’altra, finiscono per costruirla, e spingerla in altezza, e vederla stagliarsi davanti.
Anche così si sparisce, oggi. Poco per volta, fin quando non hanno usato tutto di te, fin quando non ti hanno tritato per bene, sminuzzato ogni parte di te, impastato ogni parte di te con lacrime e parole e immagini, facendo di te tanti piccoli mattoncini da allineare, incastrare, accatastare nella grande piramide del ricordo.
Si muore in mezzo ad una gran folla di persone che fanno della morte la loro occupazione: svanisci, e pochi secondi dopo esali il tuo ultimo respiro tra i palinsesti della televisione e le scalette delle notizie quotidiane. Riscrivono la tua storia, mettono ordine alla tua esistenza, danno senso alle tue azioni, assegnano valore ai tuoi gesti, ti impaginano tra le notizie che fluiscono senza sosta, confezionato e ricucito come un prodotto editoriale qualsiasi, che deve catturare il lettore e lo spettatore, agganciare i nostri sentimenti. Ma non c’è cattiveria, in tutto questo. Non viviamo tra gli sciacalli. È solo il modo contemporaneo di alzare queste enormi e prodigiose piramidi, che durano pochissimo, qualche ora, un giorno o due al massimo, e poi scompaiono, evanescenti, della stessa sostanza di cui sono composte le immagini e le parole.
E la morte di Enzo Biagi continua a scorrere sullo schermo del mio televisore. Lo vedo infilato nella bara, pochi istanti prima di spingersi nella terra, dentro il passato, nelle profondità del tempo. Lo portano in spalla. Esce da una chiesa piccola. Fende la folla di persone che inclinano il capo nel loro ultimo omaggio. Ed improvviso, per me, parte il canto del coro di vecchi partigiani. Intonano Bella Ciao. E si sente che è stato provato un paio di volte, perché il canto è ben modulato, a più voci, ogni voce la sua particolare intonazione. E sale nitida come un pianto, quella musica, come un grazie emancipatosi dalla parola e divenuto canto.
E intuisco che c’è un modo di morire che non ci riguarda più, che non tocca le ultime generazioni, ma che comunque esiste, anche se si sta estinguendo, ed è il modo in cui muore Enzo Biagi.
Morire mentre intonano un canto che ricorda che sei stato giovane un tempo, e che allora, nel pieno della tua forza, hai combattuto per qualcosa che non riguardava solo te, che la tua forza è stata messa al servizio di tutti quanti, che non ti sei tirato indietro quando c’era da rimettere in piedi il mondo ridotto a polvere e macerie, che ti sei rimboccato le maniche ed hai fatto della tua forza lo strumento utile per riconsegnare la libertà e la speranza ad ognuno, senza distinzioni.
Morire sapendo di essere nel giusto, di aver fatto la cosa giusta, di essere stato strumento di quella giustizia, così tenera e così risoluta, che un tempo ha salvato tutti, perfino coloro che dovevano venire ancora, perfino loro, cioè noi.

[articolo di Giuseppe Zucco pubblicato da Helena Janeczek su NazioneIndiana.com il 6 novembre 2009]

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Si spegne Giuliano Vassalli, partigiano e socialista

Pubblicato da sandro su 23 Ottobre, 2009

E’ morto Giuliano Vassalli.

L’ex ministro della Giustizia e’ deceduto il giorno 21, ma la notizia della morte è stata  data ad esequie avvenute per disposizione testamentaria. Il giurista è deceduto presso la sua abitazione per un arresto cardiaco

Nato a Perugia il 25 aprile 1915, giurista, dirigente e parlamentare socialista, ministro, presidente emerito della Corte Costituzionale, Medaglia d’argento al valor militare per il contributo dato alla Resistenza.

Dopo essere stato professore di Diritto penale nelle Università di Urbino, Pavia, Padova e Genova, Giuliano Vassalli, dal 1960, ebbe la cattedra all’Università di Roma. E’ professore emerito a “La Sapienza” e membro dell’Accademia dei Lincei.

Dopo l’8 settembre 1943, Vassalli prese parte alla Guerra di liberazione. nelle file della Resistenza romana. Membro della Direzione clandestina del PSIUP, nei mesi dell’occupazione tedesca fu tra i capi delle formazioni socialiste a Roma. Dall’ottobre 1943 alla fine di gennaio del 1944, sostituì Sandro Pertini nella Giunta militare centrale del CLN. Nel gennaio del 1944 organizzò l’evasione dello stesso Pertini e di Giuseppe Saragat dal carcere di Regina Coeli. Fu poi anche ispettore del CLN in pericolose missioni nell’Italia centrale. Il 3 aprile 1944, Vassalli fu catturato, a Roma, dalle SS che lo rinchiusero nel carcere di via Tasso. Vi restò, sottoposto a stringenti interrogatori e a tortura, sino alla liberazione della Capitale.

Nel dopoguerra, con la scissione di Palazzo Barberini dal 1947 al 1949, fece parte della Direzione del PSLI e, dal 1949 al 1951, di quella del PSU.

Nel 1957 Vassalli fu insignito del “Premio di fedeltà alla Resistenza” per l’attività svolta, come avvocato e come pubblicista, a favore degli ideali della Resistenza. Rientrato nel PSI nel 1959, Vassalli fu consigliere comunale e capogruppo del partito a Roma e poi fu deputato del PSI nella quinta Legislatura. Eletto senatore nel 1983 e riconfermato nel 1987, è stato presidente della Commissione Giustizia e poi del Gruppo parlamentare socialista. Nel 1987 è stato nominato ministro della Giustizia nel governo di Giovanni Goria e riconfermato nei governi De Mita ed Andreotti, lavorando alla stesura del nuovo Codice di procedura penale del 1989.

Nominato giudice costituzionale dal presidente della Repubblica Italiana il 4 febbraio 1991, viene eletto presidente della Corte l’11 novembre 1999. Dal 2000 diventa presidente emerito.

[sinistraeliberta.it]

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L’immagine dell’Italia all’estero: Ignazio La Russa

Pubblicato da sandro su 16 Ottobre, 2009

[tratto dal sito de Il Fatto Quotidiano, 16 ottobre 2009]

Un ministro può insultare come vuole i cittadini? Può, per rispondere ad una contestazione, apostrofarli del tutto gratuitamente con un’accusa infamante: “Pedofili”? Viene da farsi queste domande guardando un video che sta circolando in queste ore su YouTube (e che trovate in questo post). L’episodio ha come protagonista il ministro della difesa Ignazio La Russa, e l’insulto suona intollerabile. Il set è di quelli che “Gnazio” preferisce: la parata del Columbus Day; La Russa è pronto a partecipare alla sfilata: sorride, stringe mani, fa linguacce, prima di prendere posto su una Maserati biposto. La festa gliela rovinano i cittadini di “Qui New York libera”, emuli di Piero Ricca che in Italia, in vari episodi, ha contestato ministri e politici. I contestatori, armati di cartelli, gridano nei confronti del ministro: “Lo stato non può trattare con la Mafia. Se Mangano è un eroe, Borsellino cos’è?”. La Russa tace, e la Maserati parte. I “sovversivi” però lo seguono e, appena la macchina si ferma, continuano con le loro contestazioni. Questa volta La Russa perde la testa: mette le mani alla bocca e, in tipica posa da stadio, urla: “Mi ricordo, sei un pedofilo” rivolto verso i contestatori. Rincara la dose: “Vergognati, mi ricordo cosa facevi, alle bambine”. Fa un cenno con la mano ad un uomo del suo seguito, questo si avvicina al gruppo e dice, come se chiedesse una cortesia “Ma tu sei un pedofilo, cosa parli?”. Quelli di “qui New York libera” rimangono basiti. Sono stimati professionisti da anni negli Stati Uniti e al telefono ci raccontano il loro stupore. “Ci ha fatto paura. Un ministro dovrebbe accettare le critiche” sottolineano. Ignazio, la pensa diversamente . Per fortuna che c’è YouTube.

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Il lusso della libertà di stampa

Pubblicato da sandro su 18 Settembre, 2009

La prevista manifestazione di domani per la libertà di stampa è stata spostata al 3 ottobre. C’è chi con tutte le ragioni del mondo si chiede il perché. La raccolta di firme promossa da repubblica.it veleggia verso le 400mila adesioni in poco meno di venti giorni – ci sono tutti i più grandi intellettuali italiani e stranieri viventi. Nel frattempo Annozero, la trasmissione di Michele Santoro, che dovrebbe partire la settimana prossima, è bloccata dal non rinnovo del contratto di Marco Travaglio. Il proposito autolesionista della Rai è evidente: privare il programma di un suo punto di forza, nonostante gli ascolti eccellenti, e indebolire la rappresentanza dei dissenzienti, dei non allineati. La stessa porcheria l’hanno fatta con Report, levandogli la tutela legale, cosicché i giornalisti ci penseranno bene prima di fare le domande nelle loro inchieste. Aderendo all’appello che lo stesso Santoro ha lanciato giorni fa, allego i filmati promozionali che sarebbero dovuti andare in onda nelle scorse settimane.

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Manifesto degli intellettuali antifascisti

Pubblicato da sandro su 11 Settembre, 2009

Gl’intellettuali fascisti, riuniti in congresso a Bologna, hanno indirizzato un manifesto agl’intellettuali di tutte le nazioni per spiegare e difendere innanzi ad essi la politica del partito fascista.

Nell’accingersi a tanta impresa, quei volenterosi signori non debbono essersi rammentati di un consimile famoso manifesto, che, agli inizi della guerra europea, fu bandito al mondo dagl’intellettuali tedeschi; un manifesto che raccolse, allora, la riprovazione universale, e più tardi dai tedeschi stessi fu considerato un errore.

E, veramente, gl’intellettuali, ossia i cultori della scienza e dell’arte, se, come cittadini, esercitano il loro diritto e adempiono il loro dovere con l’iscriversi a un partito e fedelmente servirlo, come intellettuali hanno il solo dovere di attendere, con l’opera dell’indagine e della critica e le creazioni dell’arte, a innalzare parimenti tutti gli uomini e tutti i partiti a più alta sfera spirituale affinché con effetti sempre più benefici, combattano le lotte necessarie.

Varcare questi limiti dell’ufficio a loro assegnato, contaminare politica e letteratura, politica e scienza è un errore, che, quando poi si faccia, come in questo caso, per patrocinare deplorevoli violenze e prepotenze e la soppressione della libertà di stampa, non può dirsi nemmeno un errore generoso.

E non è nemmeno, quello degli intellettuali fascisti, un atto che risplende di molto delicato sentire verso la patria, i cui travagli non è lecito sottoporre al giudizio degli stranieri, incuranti (come, del resto, è naturale) di guardarli fuori dei diversi e particolari interessi politici delle proprie nazioni.

Nella sostanza, quella scrittura è un imparaticcio scolaresco, nel quale in ogni punto si notano confusioni dottrinali e mal filati raziocini; come dove si prende in iscambio l’atomismo di certe costruzioni della scienza politica del secolo decimottavo col liberalismo democratico del secolo decimonono, cioè l’antistorico e astratto e matematico democraticismo, con la concezione sommamente storica della libera gara e dell’avvicendarsi dei partiti al potere, onde, mercé l’opposizione, si attua quasi graduandolo, il progresso; o come dove, con facile riscaldamento retorico, si celebra la doverosa sottomissione degl’individui al tutto, quasi che sia in questione ciò, e non invece la capacità delle forme autoritarie a garantire il più efficace elevamento morale; o, ancora, dove si perfidia nel pericoloso indiscernimento tra istituti economici, quali sono i sindacati, ed istituti etici, quali sono le assemblee legislative, e si vagheggia l’unione o piuttosto la commistione dei due ordini, che riuscirebbe alla reciproca corruttela, o quanto meno, al reciproco impedirsi.

E lasciamo da parte le ormai note e arbitrarie interpretazioni e manipolazioni storiche. Ma il maltrattamento delle dottrine e della storia è cosa di poco conto, in quella scrittura, a paragone dell’abuso che si fa della parola “religione”; perché, a senso dei signori intellettuali fascisti, noi ora in Italia saremmo allietati da una guerra di religione, dalle gesta di un nuovo evangelo e di un nuovo apostolato contro una vecchia superstizione, che rilutta alla morte la quale, le sta sopra e alla quale dovrà pur acconciarsi; e ne recano a prova l’odio e il rancore che ardono, ora come non mai, tra italiani e italiani.

Chiamare contrasto di religione l’odio e il rancore che si accendono contro un partito che nega ai componenti degli altri partiti il carattere di italiani e li ingiuria stranieri, e in quell’atto stesso si pone esso agli occhi di quelli come straniero e oppressore, e introduce così nella vita della Patria i sentimenti e gli abiti che sono propri di altri conflitti; nobilitare col nome di religione il sospetto e l’animosità sparsi dappertutto, che hanno tolto persino ai giovani delle università l’antica e fidente fratellanza nei comuni e giovanili ideali, e li tengono gli uni contro gli altri in sembianti ostili; è cosa che suona, a dir vero, come un’assai lugubre facezia.

In che mai consisterebbe il nuovo evangelo, la nuova religione, la nuova fede, non si riesce a intendere dalle parole del verboso manifesto; e, d’altra parte, il fatto pratico, nella sua muta eloquenza, mostra allo spregiudicato osservatore un incoerente e bizzarro miscuglio di appelli all’autorità e di demagogismo, di proclamata riverenza alle leggi e di violazione delle leggi, di concetti ultramoderni e di vecchiumi muffiti, di atteggiamenti assolutistici e di tendenze bolsceviche, di miscredenza e di corteggiamenti alla Chiesa cattolica, di aborrimenti della cultura e di conati sterili verso una cultura priva delle sue premesse, di sdilinquimenti mistici e di cinismo.

E se anche taluni plausibili provvedimenti sono stati attuati o avviati dal governo presente, non è in essi nulla che possa vantarsi di un’originale impronta, tale da dare indizio di nuovo sistema politico che si denomini dal fascismo.

Per questa caotica e inafferrabile “religione” noi non ci sentiamo, dunque, di abbandonare la nostra vecchia fede: la fede che da due secoli e mezzo è stata l’anima dell’Italia che risorgeva, dell’Italia moderna; quella fede che si compose di amore alla verità, di aspirazione alla giustizia, di generoso senso umano e civile, di zelo per l’educazione intellettuale e morale, di sollecitudine per la libertà, forza e garanzia di ogni avanzamento.

Noi rivolgiamo gli occhi alle immagini degli uomini del Risorgimento, di coloro che per l’Italia operarono, patirono e morirono; e ci sembra di vederli offesi e turbati in volto alle parole che si pronunziano e agli atti che si compiono dai nostri avversari, e gravi e ammonitori a noi perché teniamo salda la loro bandiera.

La nostra fede non è un’escogitazione artificiosa ed astratta o un invasamento di cervello cagionato da mal certe o mal comprese teorie; ma è il possesso di una tradizione, diventata disposizione del sentimento, conformazione mentale o morale.

Ripetono gli intellettuali fascisti, nel loro manifesto, la trita frase che il Risorgimento d’Italia fu l’opera di una minoranza; ma non avvertono che in ciò appunto fu la debolezza della nostra costituzione politica e sociale; e anzi par quasi che si compiacciano della odierna per lo meno apparente indifferenza di gran parte dei cittadini d’Italia innanzi ai contrasti fra il fascismo e i suoi oppositori.

I liberali di tal cosa non si compiacquero mai, e si studiarono a tutto potere di venire chiamando sempre maggior numero di italiani alla vita pubblica; e in questo fu la precipua origine anche di qualcuno dei più disputati loro atti, come la largizione del suffragio universale.

Perfino il favore col quale venne accolto da molti liberali, nei primi tempi, il movimento fascista, ebbe tra i suoi sottintesi la speranza che, mercé di esso, nuove e fresche forze sarebbero entrate nella vita politica, forze di rinnovamento e (perché no?) anche forze conservatrici.

Ma non fu mai nei loro pensieri di mantenere nell’inerzia e nell’indifferenza il grosso della nazione, appoggiandone taluni bisogni materiali, perché sapevano che, a questo modo, avrebbero tradito le ragioni del Risorgimento italiano e ripigliato le male arti dei governi assolutistici o quetistici.

Anche oggi, né quell’asserita indifferenza e inerzia, né gl’inadempimenti che si frappongono alla libertà, c’inducono a disperare o a rassegnarci.

Quel che importa è che si sappia ciò che si vuole e che si voglia cosa d’intrinseca bontà. La presente lotta politica in Italia varrà, per ragioni di contrasto, a ravvivare e a fare intendere in modo più profondo e più concreto al nostro popolo il pregio degli ordinamenti e dei metodi liberali, e a farli amare con più consapevole affetto.

E forse un giorno, guardando serenamente al passato, si giudicherà che la prova che ora sosteniamo, aspra e dolorosa a noi, era uno stadio che l’Italia doveva percorrere per ringiovanire la sua vita nazionale, per compiere la sua educazione politica, per sentire in modo più severo i suoi doveri di popolo civile.

Pubblicato il 1° maggio 1925 su Il Mondo.

Autore, Benedetto Croce.

Tra i molti illustri firmatari, Piero Calamandrei.

[Testo disponibile anche nella sezione Materiali>Minima academica]

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Mio nonno

Pubblicato da sandro su 4 Settembre, 2009

Mio nonno, il padre di mio padre, è morto pochi anni fa. Era un uomo buono, semplice, gioviale, generoso. Per questo ha lasciato un vuoto in chi l’ha amato. Per questo, quando se n’è andato, chi l’ha conosciuto ha provato un lungo momento di rammarico. Ricordo il giorno delle esequie: la chiesa del piccolo paese natale traboccante gente, la prolusione funebre dei reduci di guerra, la scorta degli ex combattenti della Marina durante la processione sino al cimitero, il sole marzolino velato di nubi eteree, la contrizione generale nell’attimo della sigillatura del loculo tombale.

Mio nonno, l’8 settembre 1943, ha rifiutato di combattere per il nazifascismo. Si trovava in Francia e, in quanto disertore, dapprima è fuggito in Olanda, poi è stato tradotto in un campo tedesco. «Drei Jahre in Kriegsgefangenschaft», diceva. Tre anni di prigionia. Forse c’è stato un po’ meno, ma l’esperienza l’aveva segnato tanto orribilmente da avere in odio la guerra al di sopra di qualunque cosa. Me lo diceva sempre, da piccolo. Non sopportava la violenza, non sopportava l’ingiustizia, credeva che le persone dovessero andare d’accordo, provava pietà per chi non aveva un ricovero, un tozzo di pane, un affetto su cui contare. Credo il suo altruismo dipendesse da quei trascorsi. Se poteva, aiutava chi era in difficoltà. La casa della sua famiglia, nel paese natale, era considerata un posto abitato da persone perbene, contadini veneti cresciuti secondo l’etica del lavoro, della solidarietà, della convivialità – un posto nel quale non mancava la polenta se non avevi da mangiare e un pagliericcio se non avevi da dormire.

Mio nonno era uno spirito libero, adorava la campagna, i sapori umili, la compagnia, la famiglia. Aveva un piccolo podere nel paese natale, che noi chiamavamo fattoria, dove teneva dei polli, delle quaglie, un modesto brolo con fichi, melograni, uva fragola, e un paio di campi messi a soia. La fattoria era il suo rifugio, il luogo nel quale entrare in contatto con le proprie radici.

Guidava una curiosa macchina rossa, con la leva del cambio accanto al volante, e nel baule caricava la frutta e la verdura della bottega che gestiva con mia nonna. I tragitti erano brevi, le strade note, ed era tutto un salutare i compaesani, fischiettare allegramente, fumare, scherzare. Se potevo, lo seguivo; con lui ero sempre a mio agio. Talvolta lo accompagnavo a pesca di rane e mi stupivo della sua vitalità: saltava i fossi come un ragazzo. Io lo stavo a guardare, lui saltava, si girava verso di me, rideva, mi spronava a seguirlo, saltavo anch’io, lui mi afferrava, mi teneva saldo, ridevamo insieme, quindi ci inoltravamo nel piatto orizzonte campestre. Ecco, la felicità per mio nonno era andare a pesca con suo nipote, meravigliarsi della sua innocente meraviglia, istruirlo sui nomi delle cose, delle bestie, delle piante, dei posti, portarlo con sé dagli amici, presentarlo, andarne orgoglioso. Talvolta provo nostalgia, ci sono attimi in cui essa si acuisce, vorrei esperire ancora quei balzi fidenti, quella presa rassicurante.

I nonni sono importanti, tutti i miei nonni e le mie nonne lo sono stati, lo sono, lo saranno. Bisogna capirlo finché si è in tempo.

Mio nonno vive nei miei ricordi, nelle mie inviolabili, inscalfibili reminiscenze. E’ un patrimonio morale, me lo ripeto spesso, che origina direttamente da un mondo e un’epoca remoti eppure prossimi. Averne memoria è dunque un imperativo categorico, perché quella generazione è destinata, come ogni altra cosa materiale, a finire. I testimoni del passato, della rinascente civiltà democratica, dei sacrifici, gli ultimi depositari della cultura rurale si stanno estinguendo. Che succederà dopo? La barbarie odierna mi spaventa, la sua crudele dimenticanza, la sua volgare dialettica, il suo protervo nichilismo.

Il mondo di mio nonno era un microcosmo regolato dalle stagioni. Tutti si conoscevano, si davano una mano, ho sentito storie di piccolo eroismo che sarebbe bello raccogliere, sottrarre all’oblio. Può darsi che un giorno lo faccia. Fra l’altro, mi accosterei così a un cospicuo frammento di verità e identità. Dovremmo farlo tutti. Ricordare, in un certo senso, vuol dire resistere.

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Egmont e Fidelio, per sperare in meglio

Pubblicato da sandro su 31 Agosto, 2009

Solleviamoci dalla miseria degli ultimi giorni e rifugiamoci nella musica, oltre che nella compagnia di grandi uomini, grandi menti del passato e del presente.

Vi chiedo di voler investire i prossimi quindici minuti della vostra vita nell’ascolto di due magnifiche ouverture beethoveniane: Egmont e Fidelio.

Non starò qui a tediarvi con introduzioni di cui sarei peraltro incapace; vi basti sapere che entrambe le composizioni hanno per tema la libertà, il riscatto della libertà.

Nel primo caso, Egmont è un uomo tollerante,  libertario, inviato da Carlo V nelle Fiandre per risolvere il conflitto religioso innescato da Filippo II e perpetrato dal Duca d’Alba. Egli viene imprigionato con l’inganno e condannato a morte per i suoi ideali – morte che accetta e alla quale va incontro sapendo di sacrificarsi per il bene, nella speranza di suscitare la lotta d’indipendenza. Il testo che Beethoven ha omaggiato della musica è di Goethe.

Nel secondo caso, Fidelio è la falsa identità sotto cui si cela Leonora, moglie di Florestano, ingiustamente incarcerato da Don Pizarro, nella Spagna del 1600. Travestendosi da guardia, Leonora riuscirà a penetrare nel carcere e, sospinta dalla forza dell’amore e dallo stesso desiderio di libertà del marito, libererà infine Florestano.

Ho scelto apposta Beethoven, mio compositore preferito, uomo di grande passione democratica, che ha sempre e solo scelto di musicare anzitutto grandi temi, grandi idee. Le interpretazioni che vi sottopongo sono, per Egmont, quella di Leonard Bernstein (immenso direttore americano e democraticissimo) alla guida dei Wiener Philarmoniker, e, per Fidelio, quella di Herbert von Karajan (una leggenda) a capo dei Berliner.

C’è un po’ d’America in questo post… Luogo al quale guardiamo con speranza e con – ammettiamolo – invidia.

Buon ascolto.

Viva l’umanità!

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Patriottico

Pubblicato da sandro su 30 Agosto, 2009

Mentre l’appello per la libertà di stampa promosso da tre noti giuristi italiani sfiora le centomila firme in ventiquattr’ore, il miserabile pluriprescritto a capo del governo si gode lo spettacolo delle frecce tricolori assieme all’unico “statista” capace di non sfigurargli accanto: Gheddafi. Il tutto dopo aver giustificato come una necessaria durezza il respingimento di un barcone con sopra 18 esseri umani che evidentemente terrorizzavano troppo le casalighe brianzole per essere idratati, sfamati e ricoverati. Poi si dice che questo manipolo di vigliacchi denominato maggioranza ritiene quello della vita umana un valore non negoziabile. Poi si dice che il continente europo vanta incontestabili radici cristiane. Io questa torma di idioti non la sopporto più, sono fin troppo stanco di dovermi vergognare ogni due minuti per qualcosa che lo scemo di Arcore dice, fa, pensa, progetta, sono disgustato dal tasso di fascismo nel quale siamo tornati a sguazzare con compiaciuta indifferenza, sono a dir poco esaurito dall’onnipresente fiera di preti e suore e frati bucherellati che un giorno tuona qualcosa o esprime sdegno o richiama all’ordine l’esecutivo amico e un giorno si rimangia tutto, sono infuriato con quei venti e rotti milioni di cittadini che hanno ignorantemente consegnato una democrazia da ridere nelle mani della mafia più volgare e pericolosa. Sono così pieno d’odio che non so cosa farei se dovessi venire a contatto con gentaglia di tal fatta. Non sono una persona cattiva, anzi sono il contrario della cattiveria, ma sono stato messo nella condizione di diventarlo. Provo solo rancore nei confronti di tanta impudenza, falsità, illegalità, vessazione. Sono soprattutto inviperito per questa totale, completa, disarmante capacità di non provare vergogna. E sono giovane, desidero un presente e un avvenire decorosi, migliori, giusti – sono un patriota, in questo senso, non come codesta feccia denominata maggioranza che prostra, mortifica, vitupera la storia, la cultura, la civiltà del mio paese di ora in ora con la sua sola esistenza. Forse è perché quello è il mio paese, così è il mio paese. Allora tanto vale gettare la spugna. Ma no, dobbiamo resistere, dobbiamo testimoniare il dissenso, manifestarlo, togliere il fiato e soffocare, reprimere la malvagità che ci ghermisce. Quanto è difficile, però, quanto è sfibrante, quanto è deprimente.

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