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La strage degli imbecilli. Recensione

Pubblicato da sandro su 10 Novembre, 2009

Parto dall’ammissione che questo libro mi è piaciuto parecchio nonostante l’abbia acquistato al buio, ignorando cioè la biografia dell’autore, le sue opinioni politiche e non sapendo affatto che cosa aspettarmi dalla storia che aveva scritto. Di solito sono un acquirente coscienzioso, mi informo con puntiglio, mi impedisco di spendere più di dieci euro per un libro “sospetto”, diciamo, uno di quei libri sciocchi tanto cari alle linee editoriali d’oggi, concepiti per dare scandalo, assicurare notorietà all’estensore e ricchi introiti allo stampatore. Però in questo caso ho avuto fortuna, o buon fiuto, e posso alla fine sbilanciarmi nel consigliarvelo – non raccomandarvelo: consigliarvelo. Se dovessi invece suggerirvi un libro non avendo letto il quale è oggettivamente impossibile vivere, allora non esiterei a dirvi di correre in libreria e prendere Bouvard e Pécuchet. Può sembrare strano come “libro della vita”, ma nella mia modesta carriera di lettore non mi sono ancora imbattuto in opere di pari livello e ambizione esplicativa (limitatamente alla narrativa, ovvio), se escludiamo alcuni racconti di Kafka, Carver e T. Mann.

Il titolo è bello: La strage degli imbecilli. Evoca immagini di carneficine perpetrate nel nome di una giustizia intellettuale che falcidia trasversalmente ricchi e poveri, vecchi e giovani, belli e brutti. Un riassunto del romanzo potrebbe in realtà essere proprio questo, eccezion fatta per il finale che non corrisponde del tutto – anzi per niente – alle aspettative di un lettore accortosi del volgere al poliziesco della vicenda. Ma sarebbe riduttivo e indebito tentare una classificazione tanto improbabile, perché il bel lavoro di Carl Aderhold (debuttante né giovane né sprovveduto) sfugge ai rigorismi letterari. Di certo si tratta di un romanzo, un ampio, articolato, eloquente romanzo.

All’inizio, quando lo si apre, balza agli occhi un’evidente particolarità: i capitoli sono suddivisi in tanti paragrafi numerati (140 in totale), cosa che lo fa somigliare a una dissertazione, a un trattato, a una relazione, a un pamphlet polemico e a molte altre cose – non subito e non inequivocabilmente a un romanzo di fantasia. Io poi – in questi giorni, volendomi fidare di Michel Onfray, sto interiorizzando la Genealogia della morale – l’ho scambiato per un saggio filosofico! Le prime pagine, per fortuna, sgomberano il campo dai dubbi: si comincia a ridere dopo una dozzina di righe. Ed è un riso trattenuto, non plateale, non grasso e volgare, un rider di testa e non di pancia. Come si conviene a un libro che, fatte le debite proporzioni, si prefigge uno scopo etico: mostrare le miserie della società contemporanea attraverso la paradossale eliminazione di una folta rappresentanza delle sue figure più emblematiche. L’ambientazione parigina, metropolitana, offre inoltre l’evenienza di affrontare temi tutt’altro che scontati, insomma di variare, sfumare i possibili ambiti di indagine socio-patologica. Opportune escursioni nelle campagne dell’alta Senna e della Bretagna non daranno comunque scampo agli imbecilli colà individuati.

Imbecilli, dunque. Parliamone.

La scena si apre in un appartamento della periferia di Parigi, il protagonista e sua moglie (entrambi trentenni, par di capire) sono sul divano e guardano la televisione. Fa un gran caldo, è estate, e il protagonista riflette sul fatto che durante il periodo afoso la gente si comporta in modo bizzarro, mentre d’inverno, col freddo, tutto ha più senso, diventa razionale. Quando la moglie va a letto, il protagonista segue un programma nel quale si ricostruisce la scomparsa di un cane nei toni e nei modi più lacrimevoli, con tanto di messinscena, interviste a parenti e amici, nonché l’elencazione degli indiziati. Intanto il gatto di una vicina si insinua nell’abitazione del protagonista e si acciambella accanto a lui. La cialtroneria della trasmissione raggiunge vertici di sopportazione estremi, e in quel momento il gatto graffia un dito al protagonista senza nome, il quale lo afferra e lo lancia fuori dalla finestra, preda di un attacco di furore. Il gatto naturalmente precipita e si sfracella, ma il protagonista anziché pentirsene si sente insolitamente euforico e va a coricarsi. Il giorno seguente la scoperta della morte del gatto (si chiama Zarathustra, forse ha una valenza simbolica) scuote la vita del condominio: tutti i condomini si indignano per l’atto criminale, solidarizzano con la proprietaria e ritardano l’orario di arrivo al lavoro per rincuorarsi l’un l’altro. Il protagonista ritiene d’aver reso così un servizio al prossimo, dato che mai prima d’allora c’era stata tanta comunione di sentimenti fra di loro. Si convince della bontà della sua azione e, giacché considera alienati i residenti del quartiere, avvia una sistematica caccia ai cosiddetti amici a quattro zampe. Ne fa scempio, li sequestra, li affoga, gli spara, li sotterra. La reazione dei padroni affranti è di costituirsi in comitati e associazioni, diventando di punto in bianco grandi amici e ritrovando il senso di stare in comunità. L’effetto sortito soddisfa il protagonista, senonché deve stornare da sé i sospetti che la portinaia del suo stabile comincia a manifestare nei suoi confronti. Essa, o meglio le sue chiacchiere, la sua indiscrezione, il suo ragionar per luoghi comuni, è la prima vittima umana del protagonista. Questa morte vale un’illuminazione: gli imbecilli ci circondano, perché non eliminarli? S’innesca allora una spirale di violenza che porterà il giustiziere dell’imbecillità a collezionare 140 vittime accertate.

La violenza tuttavia non si percepisce, solo in isolati casi la descrizione indugia sui dettagli degli omicidi, preferisce piuttosto edificare il costrutto logico che porta alla soppressione dell’imbecille di turno. Il rischio, qui, è quello del manicheismo: tu sei imbecille perché lo decido io. Ciononostante le motivazioni che inducono il protagonista a uccidere sono in apparenza inattaccabili, ed è questa la persuasione che lo guida. Non dimostra infatti pietà nei confronti degli imbecilli, né si chiede quali dolorose conseguenza possa arrecare alle loro famiglie. Ma si tratta di un romanzo venato d’umorismo, un umorismo nero, pertanto simili sottigliezze non vengono nemmeno prese in considerazione. Il godimento sta proprio nella sinecura con cui persone irreversibilmente sciocche vengono tolte di mezzo. E questo avviene nei contesti più disparati, ecco perché si può affermare che il libro si propone altresì un’analisi sociologica della Francia contemporanea.

Il protagonista è disoccupato, ha delle velleità artistiche ma non trova un lavoro adeguato. Su richiesta della consorte ottiene un impiego interinale dapprima in un’agenzia d’assicurazioni telefoniche, quindi in una casa editrice scandalistica che passa da una cessione azionaria all’altra, assumendo e licenziando personale come in un giochetto perverso, dove i capi paiono generali di un esercito fittizio e i dipendenti schiere di pedine sacrificabili al fine del profitto. Lì, va da sé, è pieno d’imbecilli. Poi il protagonista decide di scrivere una sceneggiatura sulla vita di Socrate, ma il produttore non è esattamente un cineasta, quanto un erotomane; e nel sordido mondo della pornografia, oltre a scatenare una dotta discussione sul concetto di amore trattato nel Convivio socratico, mieterà vittime a più non posso. Diventa inoltre guida turistica, entrando a contatto con gli esponenti della terza età – poveri loro… Quando però comincia ad “occuparsi” degli uomini in divisa, si accorge che la sua missione (così ormai la valuta) può decisamente fare un salto di qualità.

Decide di rintracciare le caratteristiche dell’imbecillità e di capirne il motivo. Più vi si addentra, più la detesta. Due sono le fondamentali verità che postula a mo’ di leggi: l’imbecille differisce dallo stupido perché lo stupido non è consapevole della propria condizione mentre l’imbecille sì e non fa nulla per rimediarvi; all’origine dell’imbecillità c’è il potere, non necessariamente un grande potere, ma quella quota bastevole a imporre agli altri la propria volontà: quindi l’imbecillità sottomette la ragionevolezza. Sarà per questo che l’arma prediletta è una vecchia pistola appartenuta al nonno anarchico? Sarà per questo che l’educazione comunista ricevuta dal padre l’ha abituato a problematizzare e criticare l’esistente?

Va detto che la sfilza di crimini non passa inosservata. La polizia ha aperto un’indagine, sebbene l’eterogeneità delle morti contribuisca a depistarla e a confondere le acque. Il finale è imprevedibile, segnato dalla decisione del protagonista di far pubblicare nei giornali una sorta di manifesto contro l’imbecillità, che recita, fra le altre cose: «la storia delle società umane è la storia della lotta contro l’imbecillità; morte agli imbecilli». Mort aux cons è del resto il titolo originale dell’opera.

Una breve nota a margine. Se Flaubert aveva individuato nella stupidità (che, come detto, attiene alla naivité) la cifra di un’epoca – la sua – Aderhold ha esteso all’imbecillità odierna (fase suprema della stupidità, potremmo dire…) gli accenti sarcastici, amaramente sarcastici, del solitario di Croisset. Chi non ha mai provato il desiderio di sbarazzarsi dei molti imbecilli che quotidianamente incontra o coi quali ha giocoforza a che fare? Io sempre. Quel che innalza al parossismo l’intollerabilità degli imbecilli, a mio avviso, è la loro cieca fiducia nella liceità, perfino nella sensatezza, di ciò che fanno, dicono o pensano. E, sappiamo ora, con l’aggravante di sapere della propria pochezza. L’imbecille pretende di tener testa a qualsiasi discorso pur non avendo la minima conoscenza di alcunché; pretende di avere una risposta adeguata in ogni situazione; pretende di sapersi comportare nella maniera sempre corretta; pretende di poter soddisfare tutte le sue brame o i suoi capricci o quelle che egli ritiene cose intelligenti da dire o fare o pensare come se si trattasse delle più naturali ovvietà e senza curarsi delle conseguenze che possono scaturire; pretende di avere lo stile di vita migliore del mondo; pretende di giudicare chi si discosta dal suo imbelle modello. L’imbecillità, penso, è una forma religiosa di stupidità, per cui si erge ad ideologia, e come tutte le ideologie non tollera opinioni contrarie, non permette la pluralità, ma al contrario si celebra, loda sé stessa. E’ un fatto che il mondo sia popolato in maggioranza da imbecilli, l’imbecillità non ha frontiere, non ha sesso, non ha età: è e basta. Bisognerà pur difendersi. Come farlo incruentemente? Be’, è impossibile, siamo realisti. Rassegnamoci perciò a soccombere, a trattenerci dal prendere a male parole l’imbecille che ci contraddice senza argomenti, a legittimare i governanti che gli imbecilli si scelgono, a ritirarci nella penombra delle nostre biblioteche mentre alla luce del sole l’imbecillità si crogiola e si fa beffe della modestia, della gentilezza, della tolleranza, della cultura.

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La strage degli imbecilli

Pubblicato da sandro su 7 Novembre, 2009

Mercoledì sono andato con un amico in un posto, a Treviso, chiamato supermercato dei libri. Come si capisce dal nome, è una libreria enorme, effettivamente delle dimensioni di un supermercato. Gli scaffali sono gli stessi, di conseguenza la quantità di libri a disposizione supera quella che ciascuno potrebbe immaginare: personalmente, non ne avevo mai visti tanti tutti assieme (benché alle porte di Treviso esista un luogo simile, chiamato però centro biblioteche). Per me, un vero paradiso, una golconda. Io e questo amico, tuttavia, non siamo capitati lì per caso, bensì con uno scopo preciso: abbuffarci di libri approfittando dello sconto generale del 30%. Alla fine, dopo ore di piacevole gironzolare, ne ho presi tre. Uno di questi, che sto leggendo, è La strage degli imbecilli. Si tratta di un romanzo francese del 2007, opera prima di Carl Aderhold, di professione direttore editoriale. La trama è presto detta: un uomo si stanca degli imbecilli da cui si sente circondato e decide di ammazzarli ad uno ad uno, tentando anche di elaborare una teoria generale della stupidità. Be’, chi come me adora il Gustave Flaubert di Bouvard e Pécuchet, non poteva restare indifferente a tale richiamo. Per il momento mi piace e desidero segnalarvelo. Seguirà una recensione.

Una volta fuori, aggiunsi il nome della veggente sul taccuino. La lista si allungava. C’era anche una vecchietta, al supermercato dell’angolo, che approfittava dell’età avanzata per scroccare, il motociclista del palazzo di fronte che tutte le mattine faceva sgasare la moto prima di partire e un tizio incontrato a una serata mondana cui mi aveva trascinato Fabienne. Non ricordo come si era svolta la conversazione, ma a un certo punto mi aveva chiesto di cosa mi occupassi. «Di imbecilli». Mi aveva avvicinato l’orecchio alla bocca.

«Scusi?».

«Di imbecilli».

«Di imbecilli?».

Trovò il concetto molto attuale. «Di un nichilismo radicale con un tocco di sarcasmo canzonatorio. E’ Céline! E’ puro genio». Poi si lanciò in un lungo monologo per spiegarmi che, contrariamente a un’idea piuttosto diffusa, «la relatività dell’imbecillità era solo apparente, ma era riconducibile a quella forma popolare di speranza collettiva in una generica salvezza, e questo contro tutte le lezioni della Storia. L’imbecille crede nel progresso, nell’esemplarità dei divi e nei discorsi dei politici». «Quindi lei studia i borghesucci?», aggiunse. «Non solo», feci io fissandolo dritto negli occhi. Scrissi il suo nome sul taccuino, lui pensò che annotassi le sue idee. «L’immoralità è il solo vaccino efficace contro l’imbecillità», mi disse, invitandomi con il dito ad annotare la frase. «Anche un colpo di rivoltella», replicai. Scoppiò a ridere, trovando il mio commento deliziosamente rock’n'roll.

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Nichilismo

Pubblicato da sandro su 27 Settembre, 2009

Pavel Petrovic mosse i baffi. «Beh, e questo Bazarov cos’è in sostanza?» domandò, scandendo le parole.

«Cos’è Bazarov?» Arkadij sorrise. «Volete, zio, che vi dica cosa sia propriamente?»

«Fammi questo favore, nipote.»

«E’ un nichilista.»

«Come?» domandò Nikolaj Petrovic, mentre Pavel Petrovic alzò in aria il coltello con un pezzo di burro sulla punta della lama, e rimase immobile.

«E’ un nichilista» ripeté Arkadij.

«Un nichilista» proferì Nikolaj Petrovic. «Viene dal latino nihil, nulla, per quanto posso giudicare; dunque, questa parola indica un uomo, il quale… il quale non ammette nulla?»

«Di’ piuttosto: il quale non rispetta nulla» riprese Pavel Petrovic, e si accinse di nuovo al burro.

«Il quale considera tutto da un punto di vista critico» osservò Arkadij.

«E non è forse lo stesso?» domandò Pavel Petrovic.

«No, non è lo stesso. Il nichilista è un uomo che non s’inchina dinanzi a nessuna autorità, che non presta fede a nessun principio, da qualsiasi rispetto tale principio sia circondato.»

«E ti pare una bella cosa?» lo interruppe Pavel Petrovic.

«Secondo per chi, zio. Per taluno ne deriva un bene, e per qualcun altro un gran male.»

Ivan Sergeevic Turgenev, Padri e figli, estratto

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Quando si dice vederci giusto

Pubblicato da sandro su 22 Settembre, 2009

E’ così, ci piaccia o no. Il ventesimo secolo è finito coi suoi sogni distrutti. La nozione di comunità come associazione volontaria di cittadini illuminati è morta per sempre. Adesso ci rendiamo conto di quanto sia soffocante essere diventati così umani, così dediti alla moderazione e alla via di mezzo. La suburbanizzazione dell’anima ha devastato il nostro pianeta come la peste.

Insomma, la sanità mentale e la ragione sono indegne di noi?

No. Ma sono una grande illusione, fatta di specchi bugiardi. Oggi conosciamo a malapena i nostri vicini, evitiamo quasi ogni forma di coinvolgimento civico e lasciamo allegramente che a gestire la società sia una casta di tecnocrati politici. La gente trova tutta l’intimità di cui ha bisogno nella sala d’imbarco dell’aeroporto e nell’ascensore del grande magazzino. A parole sono tutti a favore dei valori comunitari, poi però preferiscono stare soli.

James Graham Ballard, Super-Cannes, estratto

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Manca poco

Pubblicato da sandro su 13 Settembre, 2009

Amo l’autunno, triste stagione che si addice ai ricordi. Quando gli alberi non hanno più foglie, quando il cielo serba ancora al crepuscolo il color rosso che indora l’erba appassita, è dolce guardare spegnersi ciò che prima brillava in noi.

Incipit di Novembre, romanzo breve di Gustave Flaubert.

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Wu Ming profetico

Pubblicato da sandro su 10 Settembre, 2009

Ho appena letto questo libro del collettivo Wu Ming. C’è una scena, ad un certo punto della narrazione, che mi ha fatto immediatamente pensare, mentre leggevo, ai festini che Berlusconi deve organizzare a Palazzo Grazioli, con la compagnia di intellettuali e femministe che sappiamo. Trovo che il pezzo sia molto divertente, ma allo stesso tempo deprime sapere che le cose lì raccontate succedevano e succedono ancora.

“Manituana” – estratto

[Testo disponibile anche nella sezione Materiali>Letteratura]

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Del mangiar carne

Pubblicato da sandro su 14 Giugno, 2009

Il testo che segue è un frammento tratto dal bellissimo romanzo della scrittrice e documentarista statunitense Ruth Ozeki. L’ho comprato per caso, profittando come ogni anno degli sconti Einaudi (a proposito, scadono a fine mese, quindi affrettatevi a sfruttarli).

9788806159559g

Sono gli acquisti più piacevoli, quelli che si fanno inconsapevolmente. L’ho letto d’un fiato e posso confermarvi che quanto è riportato in quarta di copertina suona veritiero: «Un romanzo contro il razzismo, il machismo e le follie di un mercato selvaggio».

La trama non è per niente piana e credo si possa annoverare nelle fila del realismo isterico. Per comodità mia e vostra, ricopio il sunto:

La storia di due donne e del loro corpo.
Due donne che, a migliaia di chilometri di distanza, combattono una guerra di liberazione contro lo stesso nemico.
Da una parte Jane che, scoperto con quale indifferenza l’industria alimentare avveleni il mondo, sogna di poter rivelare l’abuso di ormoni nell’allevamento dei bovini, proprio col suo programma televisivo sponsorizzato dalla Beef Export.
E al di là dell’oceano Akiko, moglie del responsabile del marketing di quella stessa Beef Export, costretta a una resistenza passiva contro un marito che le impone di mangiare carne per irrobustirsi e dargli un figlio.
Un romanzo contro il razzismo, il machismo e le follie di un mercato selvaggio.
Ma anche un viaggio attraverso un’America piena «di cose che fanno battere più svelto il cuore».

Buona lettura.

“Carne” – estratto

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Il sottosuolo

Pubblicato da sandro su 29 Novembre, 2008

“Memorie dal sottosuolo”, il romanzo che ho da poco terminato di Fёdor M. Dostoevskij, comincia così: «Io sono una persona malata… sono una persona cattiva», per poi smentirsi e dire: «Non soltanto non ho saputo essere cattivo, ma non ho saputo essere niente di niente: né cattivo né buono, né canaglia né galantuomo, né eroe né insetto. E adesso passo i miei giorni qui nel mio cantuccio, burlando me stesso con la maligna e del tutto inutile consolazione che, comunque sia, una persona intelligente non può diventare sul serio qualcosa, giacché a diventar qualcosa ci riesce solamente l’imbecille. Sissignori: una persona intelligente in questo nostro secolo diciannovesimo ha il dovere, anzi l’obbligo morale di essere una creatura prevalentemente priva di carattere; viceversa l’uomo di carattere, colui che agisce, è una creatura prevalentemente limitata».

Diviso in due parti, il libro è una dura accusa rivolta al mondo emerso, appariscente, dell’ottimismo positivista. Il protagonista, infatti, si definisce uomo del sottosuolo, che una lettura novecentesca ha successivamente identificato con l’inconscio. Capite? Dostoevskij, prima ancora del dottor Freud, aveva compreso l’esistenza e la predominanza dell’elemento sotterraneo della coscienza. Del resto, chi ha letto “Delitto e castigo” lo sa.

Nelle “Memorie” il narratore si presenta come un rifiuto della società, il prodotto dell’esacerbazione della decadenza e della abiezione che vede dappertutto. Ha quarant’anni, si è dimesso da un impiego nella burocrazia, e le sue meditazioni lo spingono a redigere un memoriale. In esso ripercorre il cammino che l’ha portato ad essere così afflitto, così disilluso, così rintanato in una povera stanza, privo di speranza. Ed è appunto l’impossibilità di intravvedere una speranza per se stesso che lo fa godere della sua disperazione.

La prima parte è un monologo filosofico sul significato della condizione umana, la seconda parte è la ricostruzione di alcuni episodi della sua vita che gettano luce sull’origine dei suoi patimenti. La povertà, l’aridità sentimentale, il nichilismo (in senso turgeneviano), il vedersi sopraffare da persone avide e senza moralità: questi, in sostanza, i prodromi della crisi.

C’è un’ironia affilata che sta, anch’essa, dietro la scenografia, sta sommersa, cova costantemente. L’uomo del sottosuolo si burla dell’inettitudine altrui e si compiace della sua depravazione – depravazione che assume il massimo grado allorché blandisce prima e ripudia poi la prostituta Lisa, simbolo del tentativo di redimere un’intera esistenza sublimando nell’amore il dolore di vivere.

Mi impressiona ogni volta di più, leggere Dostoevskij. L’occhio che getta sulla realtà è sempre rivolto all’indagine di ciò che maggiormente degrada e disumanizza l’uomo, l’uomo pieno di certezze, l’uomo per cui l’avvenire appare solido, l’esito di un elementare calcolo aritmetico. Con un notevole affanno si deve superare il senso di soffocamento provocato dalla descrizione della miseria, della sporcizia, della superbia sue contemporanee. Con un senso di liberazione si gode delle poche pagine riscaldate dalla debole fiammella del sentimento, e si vorrebbe che durassero in eterno. Il bilancio, però, è sempre in attivo: qualunque cosa si legga di questo grande autore è un arricchimento, una tessera che si aggiunge al mosaico della comprensione, uno sguardo introspettivo che denuda, che scandaglia l’animo a fondo. Ecco perché i classici sono irrinunciabili, ecco perché è inutile vivere se non si conoscono queste cose, se non si contemplano le dimensioni della massa di idee partorite da questi geni. Si fa fatica, lo ammetto, ma l’appagamento finale è la migliore ricompensa possibile. Si fa soprattutto un servizio a se stessi, perché ci si mitridatizza.

P.s.: preparatevi a un post di noiosa lunghezza sulla musica; e, come sempre desidero puntualizzare, di nessuna competenza specifica. Solo sensazioni, personalissime sensazioni.

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Il più bel libro mai scritto (secondo me)

Pubblicato da sandro su 8 Novembre, 2008

In questi mesi ho messo in rete diverse cose allo scopo di costituire una piccola biblioteca di letture insolite, seguendo quel che è il mio gusto e una traccia che fonde insieme letteratura, filosofia, attualità. Chi ha visitato la sezione Instrumenta>letteratura se ne sarà reso conto. Non sempre la qualità dei documenti, purtroppo, è stata soddisfacente (mi riferisco alla difficoltà di lettura che si riscontra ingrandendo le pagine), lo so. Chiedo scusa e prometto di fare del mio meglio in futuro. Al di là di tutto, spero che questa mia “fatica” sia apprezzata, e spero che i testi proposti siano risultati piacevolmente sorprendenti, perché ho ancora un’abbondante scorta di primizie a cui attingere…

Stranamente – eccezion fatta per un breve passo tratto da “La signora Bovary” – ho atteso tanto a lungo prima di rendere il dovuto omaggio allo scrittore che da tre anni a questa parte considero (per quel che vale la mia opinione) il più grande di tutti quelli che ho finora letto: Gustave Flaubert. Se non avessi la consapevolezza di non possedere le competenze per illustrare la sua opera e il suo punto di vista, scriverei un facondo articolo in suo onore; ma, ahimè, sfiorerei il ridicolo e l’agiografico, perciò vi risparmio…

Mi limito allora a mettere a vostra disposizione il primo capitolo del suo ultimo libro, che peraltro non riuscì a completare, poiché morì improvvisamente. Si intitola “Bouvard e Pécuchet” ed è un monumento alla stupidità umana. Flaubert aveva come bersaglio la sua società, il suo tempo, così pregno di scientifico, positivo ottimismo; eppure il romanzo è attualissimo, le verità in esso contenute lo sono, la superficialità stessa della vita moderna lo è.

Non voglio rovinare la meraviglia che ciascuno di voi sperimenterà leggendo, ma vi anticipo che si tratta di un libro estremamente ironico (in alcuni punti è addirittura comico). Abbiate però l’accortezza di comprendere che ogni risata a carico dei due buonuomini protagonisti è in realtà una risata contro noi stessi…

Ultima cosa: chi fosse interessato a proseguire la lettura, si procuri l’edizione Feltrinelli curata da Franco Rella, in assoluto la migliore. Dopodiché – ve lo auguro – continuate a leggere Flaubert!

Buona lettura.

“Bouvard e Pécuchet” – 1° capitolo

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La civiltà del contadino veneto

Pubblicato da sandro su 12 Ottobre, 2008

Nel 1930 Giovanni Comisso, scrittore trevigiano, comprò un appezzamento di terreno e una casa nei pressi di Zero Branco, comune non distante dal capoluogo Treviso. Da uomo attivo e giramondo divenne via via mansueto e restio ad allontanarsi dalla sua campagna, che riscoprì e apprezzò in quanto sede della storia e della cultura del popolo al quale apparteneva (apprezzate, in tal senso, il linguaggio pittoresco e insieme dialettale delle pagine proposte). Le descrizioni della vita agreste sono la cosa più bella che ho mai letto, dopo Lucrezio, sulla natura. In seguito vi proporrò pagine di altri autori alle prese con il racconto della vita semplice, non temete. “La mia casa di campagna” è sicuramente fra i dieci libri più importanti della mia vita, e vi invito a leggerlo, a divorarlo come un poema. Sugli scaffali di ogni veneto di buon senso, poi, sarebbe opportuno che esso non mancasse: molto più di inetti leghismi, spiega chi eravamo e di quale ricchezza eravamo dotati prima che l’impresa e il mercato annichilissero tutto e tutti. Dovrebbe esser letto nelle scuole al posto dell’inutile bibbia (lo dico perché ho sentito che la giunta veneta intende indottrinare, come nelle madrasse pakistane, i bambini; ma i bambini dovrebbero venir educati alla bellezza e alla poesia, non alla colpa e alla mortificazione). Buona lettura.

P.s.: entro breve tempo – lo ringrazio anticipatamente – Nicola renderà disponibile il testo nella sezione Instrumenta/letteratura, della quale spero vorrete approfittare numerosi. Lentamente crescerà e diventerà una piccola biblioteca di letture insolite, lo prometto.

“La mia casa di campagna” – estratto

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