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Bullismo e omofobia: istruzioni per l’uso

Pubblicato da prescinseua su 25 Agosto, 2009

Parole e numeri
Fino al secolo scorso studiato come patologico e stigmatizzato come deviante, il comportamento omosessuale è oggi considerato dalle scienze (biologiche, psicologiche, sociali) una variante normale della sessualità, dell’affettività e del desiderio.

Dell’attrazione per le persone del proprio sesso, molti studiosi (gli psicoanalisti in particolare, e più recentemente i biologi e i genetisti) hanno cercato di indagare le ’cause’, ma nessuno è approdato a una risposta definitiva, o quantomeno convincente. Non sappiamo infatti come le forze biologiche, la genetica, la regolazione affettiva nelle relazioni primarie, le identificazioni, i fattori cognitivi, l’uso che il bambino fa della sessualità per risolvere i conflitti dello sviluppo, le pressioni culturali alla conformità e il bisogno di adattamento contribuiscano alla formazione del soggetto e alla costruzione della sua sessualità. Né sappiamo se sarà possibile rispondere a queste domande.

Usiamo dunque le parole, coniate nella seconda metà del 1800, omosessuale e eterosessuale “in mancanza di meglio”, riconoscendone valore d’uso e potenzialità descrittive. Buona regola sarebbe quella di usare “omosessuale” come aggettivo (persona omosessuale, relazione omosessuale, atto omosessuale), e di declinare “omosessualità” sempre al plurale, dal momento che solo un uso plurale può tenere in debita considerazione tutte le sfumature e le varianti (la stessa cosa, ovviamente, per le eterosessualità).

Quantificare la percentuale di persone omosessuali nella popolazione generale non è facile. L’eventuale conteggio, per esempio, dovrebbe riguardare il numero di persone che compiono “atti omosessuali” (e, nel caso, quanti?) o il numero di persone che si autodefiniscono omosessuali?
Del resto, se pratiche e affetti omosessuali sono sempre esistiti, il modo di nominarli, organizzarli e valutarli è storicamente e culturalmente specifico. Nel corso della storia, “l’omosessuale” è transitato dalla giurisdizione morale (lecito/illecito) a quella scientifica (sano/malato) fino a quella politica (soggetto di diritto) – portando ogni volta con sé qualcosa dello statuto precedente, ma anche cambiando di volta in volta “identità”.
I termini “gay” e “lesbica” oggi indicano un modo di “essere omosessuali” particolare e unico nella storia dell’umanità: soggettività la cui definizione implica un’intergrazione di orientamento sessuale, visibilità e identità sociale. Quello gaylesbico è un soggetto nuovo, la cui richiesta di cittadinanza nasce dalla necessità di vedere riconosciuti i propri diritti sociali e affettivi.
L’omosessualità non è una categoria mentale, e la persona omosessuale non è un “tipo psicologico”. Essere gay o lesbica non è un merito né un demerito. È una cosa che capita, e può capitare a tutti e in tutte le famiglie. Ciò che può assumere connotazioni culturali o psicologiche è semmai il “modo” in cui ciascun soggetto esprime (o nasconde) la propria omosessualità.

Breve storia della de-patologizzazione dell’orientamento omosessuale
Nel 1973 l’American Psychiatric Association (APA) inserisce una modifica sostanziale nel Manuale diagnostico e statistico delle malattie mentali (DSM), il sistema diagnostico più diffuso a livello internazionale: elimina la diagnosi di “omosessualità egosintonica”, cioè l’omosessualità non vissuta come traumatica e accettata dal soggetto. Nel 1987 abolisce anche la diagnosi di “omosessualità egodistonica”, dove l’orientamento omosessuale è indesiderato e vissuto in modo conflittuale. Viene così riconosciuto il legame tra la non accettazione del proprio orientamento sessuale e l’interiorizzazione dell’ostilità sociale (“omofobia interiorizzata”).
Nel 2000 l’APA emette un documento, Position Statement on Therapies Focused on Attempts to Change Sexual Orientation – Reparative or Conversion Therapies, in cui: a) disconosce qualunque trattamento psichiatrico basato sull’assunto che l’omosessualità possa essere un disturbo mentale e mirato a indurre il soggetto a modificare il proprio orientamento sessuale; b) sottolinea l’assenza di dati scientifici rigorosi a sostegno delle terapie riparative; c) mette in guardia dai danni procurati dalle stesse.
Nel 2000, e con più decisione nel 2005, l’APA si esprime a favore delle unioni civili tra persone dello stesso sesso, specificando che non si tratta di una presa di posizione “politico-legale” tout court, ma di un intervento per la tutela della salute psichica delle persone omosessuali, che devono poter beneficiare come tutti i cittadini dei vantaggi affettivi e cognitivi derivati dalla sicurezza e dal riconoscimento sociale delle loro relazioni.

Omofobia e omonegatività
Dopo avere abbandonato lo studio dell’omosessualità come patologia, la comunità scientifica ha rivolto la sua attenzione alla ricerca sugli atteggiamenti e i pregiudizi antiomosessuali. Con il termine omofobia, coniato nel 1972 dallo psicologo George Weinberg (oggi in parte superato e sostituito nella letteratura scientifica con il termine “omonegatività”, più rispondente al fatto che la discriminazione antiomosessuale non assume la forma clinica di una fobia ma è invece riconducibile a un atteggiamento cognitivo e relazionale) si definisce il timore, l’avversione o l’odio irrazionali nei confronti delle persone gay/lesbiche (omofobia esterna), nonché il sentimento di disprezzo o inferiorità che alcune persone gay/lesbiche provano nei confronti di se stesse (omofobia interiorizzata).
Nelle persone omosessuali la formazione di un nucleo di omofobia interiorizzata segue e inevitabilmente condiziona lo sviluppo individuale, esprimendosi in vari gradi e in modi dipendenti dal contesto e dalla fase evolutiva, ma sempre interferendo in modo pervasivo con il benessere psico-fisico (sul piano intrapsichico e interpersonale, ivi compresa la vita di coppia).

Bullismo omofobico
Il pregiudizio antiomosessuale è così endemico che probabilmente tutti i bambini sono esposti ai suoi effetti, che vanno dalla derisione, alla disapprovazione, all’attacco violento. Fin dall’infanzia, dunque, entrambi i sessi iniziano a sperimentare stimoli negativi nei confronti delle persone omosessuali. È così anche quando iniziano a diventare consapevoli delle prime manifestazioni del proprio orientamento sessuale. L’eterosessualità viene trasmessa come qualcosa di scontato e obbligatorio, così che l’autopercezione della propria diversità finisce per coincidere con un’idea di sé come sbagliato o addirittura malato. Secondo lo studio svolto da Barbagli e Colombo (2007, p. 61), “un terzo dei gay e un quarto delle lesbiche italiane hanno pensato a togliersi la vita, il 6% ha provato a farlo”.
Quando la dimensione di discriminazione attiva e violenta avviene tra pari nel corso dell’infanzia e dell’adolescenza parliamo di bullismo omofobico. Il bambino identificato come omosessuale che rimane vittima di episodi di bullismo andrà incontro a rischi a breve e lungo termine di natura diversa: comportamenti di ritiro come l’abbandono scolastico, autoemarginazione e isolamento, alterazioni nella sfera affettivo-relazionale, problemi psicosomatici, depressione, ansia, insonnia, comportamenti autodistruttivi fino al suicidio.
Il bullismo omofobico si discosta dalle comuni forme di bullismo per varie ragioni.
1) Le prepotenze chiamano sempre in causa una dimensione nucleare del Sé psicologico e sessuale.
2) La vittima può incontrare particolari difficoltà a chiedere aiuto agli adulti (teme di richiamare l’attenzione sulla propria sessualità, con i relativi vissuti di ansia e vergogna, e il timore di deludere le aspettative dei genitori). Tra l’altro, gli stessi insegnanti e genitori possono a volte avere pregiudizi omonegativi, da cui svariate conseguenze: reazioni di diniego che portano a sottostimare o negare gli eventi; preoccupazione per l’”anormalità” del bambino, con relativi propositi di “cura”; atteggiamento espulsivo che si aggiunge alle dinamiche persecutorie.
3) Il bambino vittima può incontrare particolari difficoltà a individuare figure di sostegno e protezione fra i suoi pari. Il numero dei potenziali “difensori della vittima” si abbassa nel bullismo omofobico: “difendere un finocchio” comporta il rischio di essere considerati omosessuali.
4) Il bullismo omofobico può assumere significati difensivi rispetto all’omosessualità. Attraverso gli agiti omonegativi, il bambino afferma il suo essere “normale” e la propria conformità al genere; le prepotenze omofobiche potrebbero essere l’unico modo per dare sfogo ad affetti omosessuali repressi.

Fortunatamente a molti ragazzi gay e lesbiche non mancano la capacità e le risorse per fronteggiare con successo le esperienze traumatiche, riorganizzando positivamente la propria vita (resilienza). La consapevolezza e l’accettazione della propria «diversità» possono funzionare da rinforzo ad essere «migliori» per essere più accettati o almeno non penalizzati: un meccanismo compensatorio che può offrire una delle possibili spiegazioni della spinta all’autoaffermazione che troviamo in alcune persone gay o lesbiche, ma che, seppur «virtuosa», è conseguenza di una triste convinzione, che spesso è una consapevolezza: quella di dover «fare più degli altri» per farsi accettare.

autore: Vittorio Lingiardi, psichiatra e psicoanalista, professore ordinario di Psicopatologia generale e di Valutazione clinica e diagnostica, presso la Facoltà di Psicologia 1 dell’Università di Roma “Sapienza”, dove dirige la Scuola di Specializzazione in Psicologia Clinica. Per Raffaello Cortina Editore dirige la collana “Psichiatria, Psicoterapia, Neuroscienze”.

fonte: http://www.treccani.it/Portale/sito/scuola/dossier/2009/omosessualita/lingiardi.html

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Ma perché non ridono mai?

Pubblicato da prescinseua su 20 Agosto, 2009

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Il 2012 è una fesseria

Pubblicato da sandro su 19 Luglio, 2009

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Professore, se dico “21-12-2012″, lei a che pensa?

«Che stanno per arrivare le vacanze di Natale».

Come la mettiamo con i Maya, non proprio sprovveduti visto che hanno previsto l’eclisse del 1999 con 3000 anni di anticipo. E soli 33 secondi di ritardo.

«Non erano certo sprovveduti: sprovveduti sono quelli che pensano di dedurre catastrofi dalle loro valutazioni. In realtà usavano un sistema diverso dal nostro per il tempo, un sistema circolare: ogni 5125 anni finisce un’era. Poi si ricomincia. Quindi non si preoccuperebbero neppure gli stessi Maya! Nascondendosi dietro al fatto che erano ottimi matematici e ottimi astronomi, si vorrebbero lasciar passare sciocchezze astrologiche. Mi stupisce che ci sia tale profusione di libri, che noti personaggi tv ne abbiano scritti e che altrettanto noti personaggi tv li abbiano poi ospitati in trasmissioni “culturali”».

Ok il battage pubblicitario, ma ci dev’essere qualcos’altro che li rende interessanti.

«Il pensiero magico è il modo più semplice di affrontare un mondo che non si capisce. E per “pensiero magico” intendo anche la religione. Figuriamoci se le divinità, qualora ci fossero, avrebbero bisogno delle nostre preghiere per decidere come comportarsi».

A proposito di religione: ci sarebbe pure la profezia di San Malachia a indicare l’imminenza del giorno del giudizio. Questo papa sarebbe l’ultimo.

«Il penultimo, secondo altre interpretazioni… Comunque: si presagisce la fine della Chiesa. Non finisce il mondo, se non c’è il papa».

Però ci si è messa anche la Nasa, preconizzando intorno a quella data una tempesta geomagnetica che porterà a un blackout elettrico.

«Be’, questo non ha nulla a che vedere con le superstizioni. Si parla anche di inversione dei poli magnetici, ma è già successo in passato: si tratta di un fenomeno fisico, comprensibile. Non è la fine di un bel niente, bensì un riassestamento del campo magnetico».

Un’ultima cosa: paiono intensificarsi gli tsunami, gli uragani stile Katrina. Si registrano nubifragi a Milano… Segnali di qualcosa di epocale o dipende dalla mediatizzazione globale?

«La terra ha visto di peggio: le meteoriti che hanno portato alla scomparsa dei dinosauri, per esempio. In confronto, le piogge per quanto torrenziali o gli tsunami sono poca cosa. Certo, oggi le vediamo in tv e quindi ci sembra che siano chissà quali catastrofi».

A chi giova il “marketing dei disastri”?

«Mah, per la verità risponde a un interesse morboso del pubblico e quindi viene – colpevolmente – cavalcato dai mass media. Che dovrebbero occuparsi di ben altro».

Ci sono vere apocalissi in agguato di cui nessuno si occupa?

«Il buco dell’ozono, l’effetto serra. E non dimentichiamo il tabacco e l’alcol: ogni anno in Italia muoiono 120mila persone, 90mila per il fumo e 30mila per i drink. Se non è una catastrofe questa…».

[Intervista di Maria Laura Giovagnini a Piergiorgio Odifreddi].

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“L’origine delle specie” ha 150 anni

Pubblicato da sandro su 12 Febbraio, 2009

“Nulla in biologia ha senso se non alla luce dell’evoluzione”. La famosa affermazione del grande biologo Theodosius Dobzhansky è forse quella che meglio esprime l’importanza dell’opera di Darwin, di cui il 12 febbraio ricorre il duecentesimo anniversario della nascita, in coincidenza con il centocinquantesimo della pubblicazione di L’origine delle specie, in cui espose la teoria dell’evoluzione per selezione naturale destinata a cambiare radicalmente le nostre concezioni sulla posizione dell’uomo nel mondo.

Un’idea “pericolosa”, come recita provocatoriamente il titolo di un libro del 1995 del filosofo Daniel Dennett, L’idea pericolosa di Darwin, in cui scrive: “Se dovessi assegnare un premio per la migliore singola idea che qualcuno abbia mai avuto, lo darei a Darwin”. La misura dell’importanza e della “pericolosità” delle idee darwiniane è data dal fatto che ancora oggi ci troviamo periodicamente di fronte a rigurgiti di vecchie concezioni creazioniste che vorrebbero far passare quella dell’evoluzione come una teoria controversa, a cui sarebbe giusto contrapporre, anche in sede di insegnamento, le concezioni che la negano. (Una dettagliata discussione delle “argomentazioni” dei creazionisti contemporanei la si può trovare nell’articolo Il volto nuovo del creazionismo di G. Branch e E.C Scott sul numero di febbraio di “Le Scienze”).

E questo nonostante la ricca messe di dati che da 150 anni continua ad accumularsi a suo favore. La proposta originaria di Darwin si articolava attorno a due punti essenziali: tutte le specie viventi derivano da uno stesso gruppo di organismi primitivi e il processi di differenziazione è avvenuto a partire dalla piccole differenze individuali per selezione naturale, un processo che permetteva alle differenze che possono dare a un individuo un piccolo vantaggio per la sopravvivenza maggiori possibilità di trasmettere alla sua discendenza i caratteri che aiutano a sopravvivere. Idee dunque estremamente semplici da enunciare in prima battuta, un pregio al quale forse si deve il fatto che tanti – che non si sarebbero mai sognati di argomentare contro le teorie di Einstein – hanno pensato di poterla mettere in questione senza approfondirne gli aspetti tecnici che pure contiene.

Vero è che all’epoca Darwin non sapeva e non poteva indicare la fonte di queste variazioni individuali, ma alla luce dei progressi della genetica è stato possibile individuare meccanismi molecolari attraverso cui opera la selezione arricchendo, oltre che confermando, le idee del grande biologo inglese, come è ben illustrato da Edoardo Boncinelli nell’articolo La genetica dell’evoluzione (sempre su “Le Scienze” di febbraio).

Si tratta dunque di una teoria dalle basi più che solide, che non ha scientificamente senso mettere in discussione, ma che nonostante la sua “classicità” non può essere collocata semplicemente nello scaffale dei manuali di base, insieme a un tomo di meccanica razionale, perché è ben lungi dall’avere smesso di produrre autentiche novità.

Se ha ormai spiegato come il singhiozzo, le ernie e altri disturbi più o meno banali che possono affliggerci siano il lascito delle strutture anatomiche di nostri lontanissimi antenati risalenti all’epoca in cui erano tutt’uno con quello di pesci e anfibi (Questo vecchio, vecchio corpo di Neil H. Shubin), la teoria ci deve ancora aiutare a raffinare ulteriormente la conoscenza del nostro albero filogenetico, che pure ha già permesso di sondare in grande dettaglio (Kate Wong nell’articolo Il pedigree degli esseri umani).

Ma non solo. Uno dei grandi dibattiti all’interno della teoria dell’evoluzione contemporanea riguarda il futuro. Spesso si sente dire che per l’uomo contemporaneo – che vive oramai in un ambiente apparentemente protetto da quelle che sono stati i principali fattori di pressione evolutiva – l’evoluzione si sarebbe ormai fermata.

E’ proprio così? Come spiega Peter Ward in Che ne sarà di Homo sapiens?, basandosi su un immenso data base in cui sono registrate un numero enorme di variazioni genetiche rilevate nell’uomo, Pardis C. Sabeti della Harvard University hanno cercato di rintracciarvi i possibili segni lasciati dalla selezione naturale sul nostro DNA, riuscendo a identificare oltre 300 regioni del genoma che portavano traccia di cambiamenti recenti atti a migliorare le possibilità di sopravvivenza e di riproduzione. Addirittura, secondo uno studio condotto presso l’Università dello Utah e l’Università del Wisconsin, negli ultimi 10.000 anni l’uomo si è evoluto a una velocità 100 volte maggiore che in ogni altro periodo precedente da quando i primi ominidi si sono separati dal ramo che ha condotto agli odierni scimpanzé.

Ma a differenza dell’uomo primitivo, si potrebbe dire, oggi noi viviamo in un ambiente in cui la cultura ha un peso altrettanto importante o perfino superiore a quello della natura fisica. Ma la cultura, la tecnologia e la mente che le produce sono davvero svincolate dai meccanismi dell’evoluzione?

Un dibattito ancora altrettanto affascinante di quello che iniziò 150 anni fa con la pubblicazione di L’origine delle specie.

Buon compleanno Darwin!

(tratto da “Le scienze“)

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Darwin avrebbe 200 anni

Pubblicato da sandro su 11 Febbraio, 2009

Che cosa pensasse Darwin delle scimmie è noto, ma lo è meno che cosa pensasse di Dio, benché per saperlo basti leggere il capitolo “Opinioni religiose” della sua Autobiografia, nel quale egli descrive l’evoluzione del suo pensiero al riguardo. Sui suoi anni giovanili egli commenta che, “pensando ai violenti attacchi che mi hanno rivolto gli ortodossi, sembra ridicolo che un tempo abbia voluto fare il pastore protestante”: un’idea che gli era stata suggerita dal padre, dopo il suo rifiuto di diventare medico, ma che “morí di morte naturale” quand’egli si imbarcò sul Beagle alla fine del 1831. A quel tempo, comunque, Darwin era di “un’ortodossia perfetta”, tanto che persino gli ufficiali credenti lo prendevano in giro per le sue continue citazioni bibliche.

Ma appena cominciò a pensare all’evoluzione, tra la fine del 1836 e l’inizio del 1838, egli si rese gradualmente conto che la Bibbia “non meritava più fede dei libri sacri degli indù o della credenza di qualsiasi barbaro”, e che era impossibile per “un uomo sano di mente credere nei miracoli”. Il risultato fu una graduale perdita di fede nella religione cristiana in quanto verità rivelata: “L’incredulità si insinuò nel mio spirito, e finì per diventare totale. Il suo sviluppo fu tanto lento che non ne soffersi, e da allora non ho mai più avuto alcun dubbio sull’esattezza della mia conclusione. In realtà non posso capire perché ci dovremmo augurare che le promesse del cristianesimo si avverino: perché in tal caso, secondo le parole del Vangelo, gli uomini senza fede come mio padre, mio fratello e quasi tutti i miei amici più cari, sarebbero puniti per l’eternità. E questa è un’odiosa dottrina”.

Tra parentesi, questo brano fu espunto dalla prima edizione (postuma) dell’Autobiografia su esplicita richiesta della bigotta moglie Emma, che lo trovò “troppo crudo”: correttamente, perché esso non lascia scampo alla religiosità istituzionale del cristianesimo. Più sottile è invece il problema di una religiosità elevata ed astratta, ad esempio quella derivata dalla contemplazione della natura, al cui riguardo Darwin nota: “Le condizioni di spirito che un tempo le grandi visioni naturali risvegliavano in me e che erano intimamente connesse con la fede in Dio, non differivano sostanzialmente da ciò che spesso si indica come sentimento del sublime. E ciò, nonostante sia difficile spiegarne la genesi, non può essere preso come prova dell’esistenza di Dio, più di quanto non lo siano i sentimenti analoghi, forti ma indefiniti, suscitati dalla musica”.

L’argomento teologico più popolare agli inizi dell’Ottocento era però quello proposto da William Paley nella Teologia naturale del 1802, che faceva appello all’ordine della natura: sostanzialmente, argomentava il vescovo, come l’osservazione di un orologio rimanda a un orologiaio, così l’osservazione del creato rimanda a un creatore. Ma benché il giovane studente Darwin avesse tratto dalla lettura dell’opera di Paley “tanto piacere quanto da Euclide”, l’adulto scienziato fu ben conscio che la sua teoria aveva dato il colpo di grazia all’analogia: “Oggi, dopo la scoperta della legge della selezione naturale, cade il vecchio argomento di un disegno della natura secondo quanto scriveva Paley, argomento che nel passato mi era sembrato decisivo. Un piano che regoli la variabilità degli esseri viventi e l’azione della selezione naturale, non è più evidente di un disegno che predisponga la direzione del vento”.

E per Darwin non solo l’osservazione della natura non sembrava fornire argomenti a favore dell’esistenza di Dio, ma ne forniva addirittura di contrari: ad esempio, la presenza del dolore, che invece “concorda bene con l’opinione che tutti gli esseri viventi si siano sviluppati attraverso la variazione e la selezione naturale”. E fu proprio il dolore per la prematura scomparsa della figlia Annie, il 23 aprile 1851, a convincere Darwin ad abbandonare la pratica religiosa: da quel momento, cessò di andare in chiesa. Ma, nonostante tutto, fino al tempo in cui scrisse L’origine delle specie egli continuò ad attribuirsi l’appellativo di “teista” a causa della “estrema difficoltà, l’impossibilità quasi, di concepire l’universo come il risultato di un mero caso o di una cieca necessità”.

Solo “in seguito, dopo molti alti e bassi, questa conclusione si è gradualmente indebolita”, dirà in un’aggiunta all’Autobiografia. E in una lettera del 1879, a tre anni dalla morte, a un corrispondente che gli chiedeva la sua posizione nei confronti della religione egli scriveva: “Il mio giudizio è spesso fluttuante, ma anche nelle mie fluttuazioni più estreme non sono mai stato un ateo, nel senso di negare l’esistenza di Dio. Mi pare che generalmente (e tanto più quanto più invecchio), ma non sempre, la miglior definizione del mio pensiero sarebbe: “agnostico”.

L’agnosticismo di Darwin, ribadito nell’Autobiografia, risultava congeniale al suo disimpegno nei confronti dell’anticlericalismo, testimoniato da una lettera del 13 ottobre 1880 a Karl Marx, in cui egli declinava l’offerta di dedica del secondo volume del Capitale: “Benché io sia un fervido sostenitore della libertà di opinioni in ogni argomento, mi sembra (a torto o a ragione) che attacchi diretti contro il cristianesimo e il teismo abbiano assai scarso effetto sul pubblico, e che la libertà di pensiero possa meglio promuoversi con quella illuminazione graduale dell’intelletto umano che consegue al progresso delle scienze. Perciò ho sempre evitato di scrivere sulla religione, e mi sono limitato alla scienza”.

Ma come da un lato l’educazione scientifica può avere un effetto positivo e antireligioso, così dall’altro lato l’educazione religiosa può sortire un complementare effetto negativo e antiscientifico. Lo conferma un passo dell’Autobiografia, in cui si può leggere una chiara allusione al Genesi: “Non dobbiamo trascurare la probabilità che il costante inculcare la credenza in Dio nelle menti dei bambini possa produrre un effetto così forte e duraturo sui loro cervelli non ancora completamente sviluppati, da diventare per loro tanto difficile sbarazzarsene, quanto per una scimmia disfarsi della sua istintiva paura o ripugnanza del serpente”.

Piergiorgio Odifreddi

“la Repubblica” 11 febbraio 2009

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Educazione civica 2

Pubblicato da prescinseua su 2 Febbraio, 2009

 

Internazionale 780, pag. 23

Internazionale 780, pag. 23

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Fine vita: ecco cos’è il testamento biologico

Pubblicato da prescinseua su 4 Dicembre, 2008

Fine vita: ecco cos’è il testamento biologico

di Luigi Manconi e Andrea Boraschi

La medicina è giunta a un punto di progresso tale da poter mantenere in vita persone afflitte da gravi malattie, e destinate alla morte, pur in presenza di sofferenze non sedabili e in assenza di qualsivoglia prospettiva di regressione della loro patologia; e pazienti, idratati e alimentati artificialmente, talvolta stimolati nella funzione cardiaca e in quella respiratoria da macchine sofisticate. Quei malati esistono in uno “spazio intermedio”, tra vita e morte, del quale poco sappiamo: e vi si trovano, nella quasi totalità dei casi, non per scelta, bensì per un concorso di prassi e tecniche mediche sottratto al loro controllo, senza possibilità alcuna di tutela giuridica dei propri interessi. 
Il Testamento biologico consiste in una dichiarazione anticipata di volontà: un atto formale che consente a ciascuno, finché si trovi nel pieno possesso delle proprie facoltà mentali, di dare disposizioni riguardo a futuri trattamenti sanitari per il tempo nel quale tali facoltà fossero annullate o gravemente ridotte; disposizioni che devono risultare vincolanti per gli operatori sanitari qualora non siano in contrasto con la deontologia e con le realistiche previsioni di cura. Si tratta di un atto che può essere revocato dal firmatario in qualsiasi momento e che può prevedere l’indicazione di un fiduciario al quale affidare scelte che l’interessato non sarà più in grado di assumere. 

La libertà terapeutica, di cui il Testamento biologico (o Dichiarazioni anticipate di volontà) rappresenta un aspetto rilevante, ancorché parziale, è questione che esige l’individuazione di un confine capace di salvaguardare la libertà dell’individuo di disporre della propria vita – quindi anche del proprio corpo e della propria salute – dai condizionamenti che ad essa possono venire dal progresso della medicina, dalla tecnicalizzazione e dalla burocratizzazione del rapporto tra il terapeuta e il paziente e da vuoti normativi.
Con il Testamento biologico si possono intendere cose assai diverse: dal solo rifiuto dell’accanimento terapeutico o di determinate terapie alla richiesta di interruzione delle cure in caso di grave patologia. Tutte rimandano a questioni come la consapevolezza del singolo e l’autodeterminazione individuale: tutte tendono a ridurre la soggezione e la solitudine del paziente e a incentivarne la capacità di conoscenza di sé, dei propri bisogni e dei propri limiti.

Il Testamento Biologico in Italia non è ancora legge. Molte sono le ragioni che ostacolano l’approvazione di un provvedimento sempre più necessario. Alcune rimandano a dubbi profondi che, in alcune aree culturali, quella materia suscita. Essi vanno seriamente considerati: tuttavia, la prospettiva di una normativa intelligente (che garantisca della piena consapevolezza di chi sottoscrive il testamento, che ne assicuri la revocabilità in qualsiasi momento, che indichi un fiduciario di assoluta affidabilità, che consenta la modificabilità delle direttive in rapporto ai progressi della scienza…) sembra poter rispondere alla totalità delle obiezioni “tecniche”. Il che suggerisce come altre siano le ragioni delle resistenze.

Le opzioni che quello strumento contempla nulla hanno a che vedere con il procurare la morte: interessano, piuttosto, la salvaguardia di un confine “naturale” della vita, oltre il quale spingersi potrebbe equivalere a smarrire la distinzione tra una vita intesa solo come “tempo protratto” e una vita degna d’essere vissuta, (sottraendo, sia chiaro, quest’ultima formula a interpretazioni basate su parametri edonistici, agonistici, economico-produttivi: insomma “mondani”). Da qui, l’idea che un ordinamento liberale possa tener conto tanto del principio di intangibilità quanto del fatto che, oggi, la sensibilità collettiva chiede che quella vita – per essere vissuta – abbia un senso che non si esaurisce nel dolore non tollerabile e non reversibile. 
Un simile discorso fatica ad affermarsi per una serie di ragioni. 

La prima rimanda al ruolo dell’esperienza del dolore all’interno di una cultura profondamente segnata dall’influenza del cattolicesimo, che per secoli ha interpretato la sofferenza come espiazione, come male salvifico, produttivo di senso e di virtù. Una seconda ragione, poi, risiede nello squilibrio storico esistente nel rapporto tra medico e paziente, e nel primato degli obiettivi del primo. È così che il desiderio – umanissimo – di “tentare il tentabile”, di spostare il più lontano possibile (non importa quanto artificialmente) il confine della sopravvivenza, si traduce sovente in terapie protratte oltre ogni ragionevolezza: perché su quel desiderio insistono la tentazione dell’onnipotenza e la presunzione di autosufficienza della scienza medica: “solo il medico sa” (il che è quasi sempre vero: ma non giusto) e, dunque, “solo il medico può decidere” (il che è quasi sempre sbagliato oltre che non giusto). 

Una terza ragione riguarda, più complessivamente, la difficoltà ad affermare il primato della libertà individuale nel nostro ordinamento e, ancor più e prima, nella nostra vita associata. Il Testamento biologico mette in gioco prerogative che rimandano alla sovranità sul proprio corpo, in una concezione per la quale il godimento della libertà individuale è considerato il parametro primo per giudicare la bontà di un ordinamento politico/giuridico. Se la libertà del soggetto incontra il proprio unico limite nella libertà altrui, e non può essere ristretta nella sua dimensione privata in nome di valori morali o religiosi, la facoltà di decidere del proprio corpo deve trovare garanzia di inviolabilità nel diritto pubblico.

Quarta ragione è quella che intende attribuire all’opposizione della Chiesa cattolica italiana e delle sue gerarchie la principale responsabilità della mancata approvazione di una legge sul Testamento biologico. Quest’ultimo dato, pur fondato, è tuttavia estremamente contraddittorio. La Chiesa teme che, con una legge, si metta in discussione il principio della indisponibilità assoluta della vita umana. Resta il fatto che la dottrina e la pastorale della Chiesa da decenni si pronunciano con chiarezza contro l’accanimento terapeutico (“L’interruzione di procedure mediche dolorose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati ottenuti, può essere legittima. In tal caso si ha la rinuncia all’accanimento terapeutico. Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire. Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità, o altrimenti da coloro che ne hanno legalmente il diritto, rispettando sempre la ragionevole volontà e gli interessi legittimi del paziente” dal “Compendio del Catechismo della Chiesa cattolica”, giugno 2005).

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Non esiste la fisica di Dio

Pubblicato da nicola su 3 Novembre, 2008

Fa piacere leggere articoli come questo, specialmente quando tali dimostrazioni di buon senso giungono dalla Pontificia Accademia delle Scienze. Notevole, ad esempio, la completa sconfessione della teoria del “disegno intelligente”.

L’articolo, pubblicato sull’inserto culturale del Sole 24 Ore di ieri, è comparso nella rassegna stampa del Ministero della Pubblica Istruzione.

Cabibbo, Non Esiste la Fisica di Dio

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McCain presidente?

Pubblicato da prescinseua su 17 Settembre, 2008

L’autore dell’articolo, G. Lakoff, è un cognitivista americano e storico rivale di Noam Chomsky nel dibattito degli anni sessanta e settanta sul carattere innato o appreso del linguaggio (per la cronaca: vinse Chomsky con il suo Linguistic Application Device che tutti avremmo nel cervello fin dalla nascita; altrettanto per la cronaca: la posizione di Chomsky diventa ogni giorno più deboluccia, prima o poi qualcuno tirerà fuori una nuova teoria sul carattere non innato del linguaggio e saremo a posto per altri trent’anni). Ha pubblicato diversi libri sul linguaggio della politica e l’impatto che esso ha sulle nostre facoltà cognitive. Ovviamente si occupa essenzialmente di linguaggio politico statunitense, ma i suoi spunti possono essere assai interessanti per capire almeno in parte perché anche la sinistra italiana fa tanta fatica a “bucare lo schermo” (o i cervelli) e la destra no. Consiglio a tutti la raccolta di articoli “Non pensare all’elefante!”. Se non dovete pensare ad un elefante, per prima cosa dovete decifrare il messaggio e quindi in altre parole pensare ad un elefante…così funziona anche il nostro modo di percepire gli slogan politici, secondo Lakoff. Quantomeno stimolante! Nell’articolo Lakoff mette in evidenza come e perché McCain e Palin tutto sommato potrebbero anche vincere.

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Disgusti quotidiani

Pubblicato da sandro su 11 Settembre, 2008

Ogni giorno è una pena, c’è sempre qualcosa che mi irrita, mi disgusta o mi stupisce. Di seguito, alcune di queste cose.

Repubblicani e repubblichini

Lo sapete, l’altro giorno, in occasione della commemorazione del 65° anniversario dell’inizio della Resistenza, l’indegno ministro della Difesa, da autentico fascista qual è, ha dichiarato di non poter non celebrare anche quanti, perseguendo ideali diversi, aderirono alla Repubblica sociale italiana, ovvero il governo-fantoccio mediante il quale Hitler poté compiere indisturbato le sue atrocità nel nostro paese. Ventiquattr’ore prima un altro eccellente camerata, e altrettanto indegno sindaco di Roma, si era espresso dall’alto della sua intelligenza affermando che il fascismo non è stato il male assoluto, le leggi razziali invece sì (frase dovuta e verosimilmente insincera, visto che si accingeva a visitare il museo dell’Olocausto a Gerusalemme). Il presidente della Repubblica, per fortuna, li ha smentiti seduta stante, onorando la memoria di coloro che furono deportati e sterminati.

I diversi ideali a cui si riferiva l’indegno ministro della Difesa sono il razzismo, l’autoritarismo, la violenza, il nazionalismo, la repressione, la disuguaglianza. L’indegno sindaco di Roma, che sa ma finge di ignorare la vera natura del fascismo, è lo stesso personaggio che porta al collo una croce celtica e che ha proposto di intitolare una via capitolina ad Almirante, noto fucilatore di italiani e redattore di un giornale in cui si esaltava la superiorità della razza ariana.

Ebbene, questi indegni figuri hanno giurato sulla Costituzione e in un paese normale sarebbero già stati revocati dai loro incarichi, nonché segnati col marchio d’infamia e banditi dalla vita politica. Pensate se in Francia il ministro della Difesa dicesse che la Rivoluzione dell’89 sarebbe da demistificare; pensate se negli Stati Uniti il governatore di uno Stato dicesse che la figura di Lincoln sarebbe da demistificare; pensate se in Spagna il primo ministro dicesse che il franchismo ha avuto degli aspetti positivi. Cosa accadrebbe? La stampa reagirebbe, la popolazione reagirebbe, le istituzioni reagirebbero e i sopraccitati felloni sparirebbero, vergognosi. Il fatto è che altrove queste cose non si dicono – se succede, chi le dice non si chiama di sicuro ministro, presidente, governatore o quant’altro. Da noi avviene il contrario: più offendi la storia del tuo paese più meriti di guidarlo. Pazzesco. Quando sarà tutta morta la generazione che liberò l’Italia e fece la democrazia, cosa faremo?

Sei diverso, devi morire

Ieri, guarda caso a Roma, una coppia di ragazzi è stata aggredita nei pressi del Colosseo da un branco di giovanotti ben vestiti. La loro colpa? Si amavano. E’ solo l’ultima di una preoccupante serie di aggressioni squadriste rivolte contro omosessuali, stranieri, poveri, militanti – tutto ciò che passa sotto il nome di diverso. Da quando la destra ha preso il potere, episodi simili si sono verificati con spaventosa frequenza. Tale, evidentemente, è il concetto di sicurezza che lorsignori hanno in mente: menare il frocio, il negro, l’accattone, il rosso bastardo (mi scuso per la volgarità), per instaurare i veri valori, i sani valori. Manco a dirlo, i picchiatori son tutti papisti e figli di dio e adorano la famiglia (tranne magari il sabato sera, quando vanno a puttane e si imbottiscono di coca).

Dopo il pestaggio, giunge puntuale la dichiarazione dell’indegno sindaco, che si dice costernato, che questa non è la vera faccia di Roma, eccetera, eccetera. Sarà, ma è credibile quanto Schifani che porta il mazzolino di fiori sulle tombe di Falcone e Borsellino.

Sfilate

Guardavo un servizio della benemerita Rainews24 riguardante il documentario di Giuseppe Bertolucci intitolato “La rabbia di Pasolini”. Esso celebra la figura del regista, poeta e intellettuale per mezzo di un suo stesso lavoro cinematografico. C’è una sequenza, ad un certo punto, credo degli anni ‘50, dove si assiste alla premiazione di un concorso di bellezza. Solita tiritera: ragazzona bellona sorridente, scettro e corona, brillantini, costumino, commozione. Da allora nulla è cambiato. I concorsi di bellezza, o supposta tale, premiano corpi senza testa, mettono sul piedistallo un’idea assolutamente arbitraria di fascino e ribadiscono il maschilismo su cui si fonda la società. A breve si svolgerà l’annuale farsa di “Miss Italia”. Se al posto di quella scemenza trasmettessero “Tutti a casa”, il magnifico film con Sordi di Comencini sulle conseguenze dell’8 settembre andato in onda tre notti fa, farebbero meglio.

Dio non esiste

Sempre ieri, al Cern di Ginevra ha avuto luogo uno degli esperimenti scientifici più importanti della storia dell’uomo. Con un acceleratore di particelle di enormi dimensioni, gli scienziati hanno tentato – pare con successo – di ricreare il ‘big bang’ in laboratorio, ossia la produzione della materia così come doveva essere all’inzio di tutti i tempi. Una cosa affascinante, bisogna ammetterlo, che magnifica l’ingegno umano e smantella l’ipotesi del dio creatore. Mi viene in mente che questa è anche la trama dell’assurdo romanzo di Dan Brown, “Angeli e demoni”, nel quale la setta degli Illuminati vorrebbe distruggere la Chiesa impadronendosi della paurosa energia sprigionata da una minima frazione di materia, per sancire così definitivamente il trionfo della ragione sulla superstizione. Per carità, non è necessario arrivare a tanto: basterebbe incoraggiare la gente a pensare con la propria testa e smetterla di diffondere a mezzo stampa le cretinerie vaticane ad ogni ora del giorno e della sera.

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