Passare l’esame di avvocatura, per un dottore in legge, è come per un insegnante diventare di ruolo. Significa avere sicurezza, non dover vivere precariamente, pensare, sgravati d’un peso, con serenità all’esistenza, perché il più è fatto.
Mariastella Gelmini è un avvocato, non è un’insegnante. Conosce – suppongo – i codici, le procedure, le trafile, le scadenze, non conosce la pedagogia e le scienze dell’apprendimento in generale. Esegue le direttive di settori conservatori dell’opinione pubblica e privata, non è un individuo autonomo con idee proprie sull’istruzione e sul futuro assetto della società italiana.
Mariastella Gelmini ha passato l’esame di avvocatura a Reggio Calabria, famigerata sede di concorsi pubblici falsificati (tanto per dire, nel 2000 il 93,4% dei partecipanti fu promosso, quando a Milano lo fu il 28,1%). Per sua stessa ammissione, ha sostenuto tanto lontano da casa la prova per avere la certezza di superarla al primo tentativo. Il signor ministro dell’Istruzione è di Brescia.
Poiché si può legittimamente pensare che Gelmini abbia ottenuto con un espediente l’abilitazione all’esercizio dell’attività legale, il suo pulpito non consta della necessaria autorevolezza per esprimersi su faccende di cui è peraltro incompetente. Così come il suo referente politico, Berlusconi, è inadatto a sproloquiare d’etica, lei è del tutto estromessa da dialoghi aventi per tema il merito, la meritocrazia.
Eppure questa curiosa signorina lombarda, navigata titolare di rappresentanze politiche nella di lei Regione, sembra non darsi pace mai. S’è intestardita e vuole a tutti i costi lasciar traccia del suo passaggio fra le macerie di quello che, un’era fa, passava per un eccellente sistema scolastico, secondo forse alle sole socialdemocrazie scandinave.
E’ di ieri l’ennesimo annuncio manicheo: no agli insegnanti politicizzati; no alle scolaresche in maggioranza composte di alunni figli di stranieri; no all’eliminazione dell’ora di religione; no all’eccesso di mobilità dei docenti.
L’anno scorso il mondo dell’istruzione era sul piede di guerra a causa delle misure allora adottate, ritenute non solo impopolari ma dannose. Il Kulturkampf per il maestro unico, ricorderete, con annesso imponente taglio di personale; l’introduzione di criteri valutativi obsoleti; il blocco di fondi e assunzioni agli atenei. Tutto ciò scatenò, giustamente, un putiferio. Ma l’onorevole avvocaticchio (rubo a Ferruccio De Bortoli l’ottima definizione) non se ne diede per inteso e proseguì, incassando i sì di Camera e Senato, le Dépendances della Libertà. Il risultato è che oggi, mentre si stanziano soldi per l’acquisto di 10mila lavagne interattive multimediali – sarebbero? -, molte persone non sciocche, non inutili, non per forza “di sinistra”, vivono colme d’angoscia il proprio scorrere mortale su questo pianeta. Per non dire, poi, delle strutture fatiscenti, pericolanti, delle carenze di materiali didattici. Per non dire, inoltre, delle migliaia di studenti d’ogni ordine e grado che da quest’onda di mediocre incapacità sono travolti e affogati.
Spendo alcune parole sulle recenti esternazioni del brillante intellettuale assegnato al dicastero che fu di Tullio De Mauro, un accademico, un linguista, indubbiamente l’unica personalità degna di rivestire quel ruolo. Durò poco, infatti.
Ma, venendo a noi.
Quale sarebbe la colpa, signor ministro, dei cosiddetti insegnanti politicizzati? Cos’è un insegnante politicizzato? E’ proibito avere delle idee politiche e, se il caso lo richiede, esprimerle? Pensa che non esistano postini politicizzati, annunciatori radiofonici politicizzati, cameraman politicizzati, bigliettai politicizzati? Lei afferma che si tratterebbe, a proposito degli insegnanti, di una minoranza organizzata che piegherebbe al proprio tornaconto l’istituzione scolastica. Temo lei confonda il clientelismo con la dialettica, con la democrazia.
Quale ragione, signor ministro, la spingerebbe a fissare quote, tetti di presenze nelle classi dove figurassero molti figli di stranieri? Ignora, lei, che si tratta perlopiù di ragazzi e ragazze nati e cresciuti in Italia, che parlano l’italiano e, a tutti gli effetti, si sentono, anzi sono italiani? Ignora, lei, che l’iscrizione ad un istituto piuttosto che ad un altro è determinata dalla distanza casa-scuola, dalla raggiungibilità della medesima, dai servizi di trasporto, mensa, ecc.? Ignora, lei, che la differenziazione etnica in molte scuole è dovuta al fatto che interi quartieri prima abitati da nativi italiani si sono svuotati in favore di persone dalle provenienze più eterogenee? Non nego che spesso gli alunni con difficoltà linguistiche creino ritardi di programma, ma non credo congruo un provvedimento del tenore preannunciato. Ha mai visto, lei, il film “La classe”, vincitore della Palma d’oro 2008? No? Allora buona visione.
Quale ragione, al di là dei suoi personali convincimenti fideistici, la porta a dichiarare la non cancellazione dell’ora di religione? Lei sostiene, per argomentare questa sua opinione, di sposare la linea vaticana sulla dignità di tale insegnamento, e ravvisa nel cattolicesimo un tratto fondamentale della nostra tradizione culturale. Da non credente, le dico che innanzitutto rispetto molto il suo sentimento religioso, ma ciò nonostante non sono interessato a saperne alcunché. Qualora volessi approfondire la conoscenza dell’esoterismo, frequenterei le sedi opportune, non certo una scuola, che dovrebbe invero instillare nelle menti dei giovani il bene prezioso del dubbio, abituandoli all’uso dello spirito critico, del confronto serrato, e a non prendere mai per assodate delle presunte verità assolute – specie se queste verità assolute prescrivono etiche e quindi morali non solo irragionevoli ma in palese contraddizione con i principi liberali dello Stato. Trovo originale che lei reputi il cattolicesimo un segno distintivo della nostra cultura. Cosa intende dire quando utilizza l’aggettivo possessivo “nostra”? La mia cultura vale la sua? Mi auguro di no. Sono convinto di no. E al pari di lei sono italiano. In verità il cattolicesimo è una delle tantissime parentesi storiche che hanno formato la complessità del paese, non direi che sia quella predominante. Io potrei ritenere il risorgimento ben più fondante, ma non pretenderei si imponesse un’ora di risorgimento alla settimana indiscriminatamente. Poco tempo fa qualcuno aveva avanzato la non peregrina proposta di sostituire alla religione la sociologia delle religioni, cosa affatto interessante e capace di illustrare non già inverificabili teorie finalistiche bensì l’attitudine delle società umane a covare credenze capaci di incidere sulla loro stessa essenza. E questo, va detto, senza alterare l’identità religiosa – se ve ne dovesse essere una – dell’alunno. Il problema è una questione di rispetto dell’alterità: dipendesse da me, guardi, toglierei i crocefissi, in fondo che c’entrano i santi con le coniugazioni dei verbi irregolari?
Sulla mobilità, ministro, non sarebbe più semplice assumere una buona volta i precari, che a ben vedere sono persone, non numeri, non soprammobili?
Infine, per concludere questo articolo sfuggitomi di mano, vorrei che qualcuno spiegasse, a me che sono insipiente, perché negli altri paesi non ci sono ogni anno questi casini; perché negli altri paesi (europei, intendo) fare l’insegnante non è una cosa deprimente, logorante; perché negli altri paesi gli insegnanti godono non solo di una reputazione pubblica elevata ma anche di stipendi tali da consentirgli di svolgere una vita tranquilla; perché, in definitiva, negli altri paesi c’è sempre la sensazione di qualcosa che va meglio, che è solido, che mette d’accordo anziché dividere.
Per parte mia, penso che istruzione, sanità e giustizia siano i tre cardini su cui ruoti uno Stato credibile, giusto, democratico. Investire in questi settori si traduce in una crescita sociale, è dimostrato. La Svezia, amministrata per la prima volta dal centrodestra, spende un mare di soldi pubblici nella scuola ed è il primo paese al mondo quanto a scolarizzazione. Il presente governo non ha voluto cambiare tutto, quando si è insediato, al contrario ha aumentato la spesa, perché consapevole che si tratta di una risorsa comune, del paese, e non di un feticcio elettorale. Così dovrebbe essere anche qui.