Ai Nostri Posti

Ora e sempre Resistenza

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Dove sono finiti?

Pubblicato da nicola su 19 Novembre, 2009

Vorrei chiedervi una piccola riflessione o un piccolo aggiornamento sulle proteste studentesche di queste settimane.

Vi segnalo che da qui negli Iuessei non si riesce a percepire quasi nessun movimento, se non qualche titoletto sui giornali in merito agli arresti di Milano, nei giorni scorsi.

Sono finiti i motivi per protestare? La famosa Onda che fine ha fatto? Manca una guida politica? O forse la protesta si e’ trasferita su Twitter e io, troglodita, non me ne sono accorto?

Al di la’ del contesto rituale, festaiolo e gaudente di molte manifestazioni, specialmente a partire dal 1999, credo che gli scioperi studenteschi abbiano rappresentato per molti italiani il primo e forse unico schieramento e impegno politico nel corso della loro vita.

Portare tutti per strada resta comunque un momento di presa di coscienza della realta’ e una affermazione pubblica del proprio corpo politico.

In anni come questi, caratterizzati dalla personalizzazione ad absurdum dei costumi e dei consumi, del governo per decreti, dello sgretolamento sistematico dei diritti civili, del tentativo di imporre una comunita’  etnica, identitaria e corporativa in sostituzione ad una piu’ complessa identita’ politica, multiculturale e sindacale; in questi anni, credo, il trovarsi assieme in piazza per una protesta invece che per l’ennesimo concerto di Vasco Rossi ha un suo valore.

Credetemi, per quanto piccola, anche questa e’ una linea Maginot che viene travolta.

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Neutralità degli spazi pubblici e doveri della politica

Pubblicato da prescinseua su 4 Novembre, 2009

Tra neutralità religiosa
e riconoscimento reciproco

di Chiara Moroni

La questione della convivenza di culture e credo religiosi entro stessi confini nazionali è una questione complessa e di difficilissima soluzione. Questo perché coinvolge i diritti e le libertà di ogni singolo e di ogni comunità, mette in campo la necessità di trovare punti universali sui quali innescare il dialogo e il riconoscimento, che sono cosa diversa dalla tolleranza e dall’assimilazione e che implicano volontà positiva e reciprocità.

Il punto di equilibrio tra difesa della propria identità e riconoscimento delle identità altrui è difficile da rintracciare e da mantenere. Difendere la propria identità, personale e collettiva, è un bisogno primario dell’essere umano perché richiama il bisogno di autodifesa e di mantenimento delle proprie caratteristiche, bisogno oggi amplificato dal diffuso senso d’incertezza e destabilizzazione che caratterizza le società contemporanee complesse. Ma è altrettanto intrinseco della natura umana cercare di riaffermare la propria identità culturale e religiosa in un ambiente estraneo e “diverso”, proprio per contrastare l’annullamento e un possibile irreversibile processo di assimilazione passiva.

La sentenza della Corte di Strasburgo pone delle domande ad una società che vuole considerarsi attenta ai fenomeni contemporanei e ad uno Stato che vorrebbe mostrarsi accogliente, seppur secondo le necessarie regole e rigidità. Per quanto riguarda il merito della sentenza forse sarebbe più opportuno riflettere prima di invocare una tradizione in nome della quale nulla è modificabile.

La società contemporanea, attraversata da cambiamenti sostanziali e simbolici continui e a volte radicali, non può permettersi, pena l’invivibilità a breve termine e l’annullamento a lungo termine, di non tentare di creare le condizioni più favorevoli possibili affinché questi cambiamenti inevitabili non cozzino con l’immobilità culturale. Come scrive Ulf Hannerz (La complessità culturale, il Mulino, Bologna) nelle società contemporanee complesse la cultura non è e non può essere qualcosa di omogeneo e immutabile, essa è costituita da un flusso eterogeneo di elementi e fonti, che trae forza dai singoli individui e dal loro incontrasi e muta a seconda del contributo che gli individui, come singoli e come comunità, danno al suo fluire. Quel che conta, continua Hannerz, è la prospettiva con la quale ognuno guarda alla realtà, e la forza della convivenza interculturale non è tanto assumere la prospettiva degli altri, cosa umanamente di difficile realizzazione, ma accettare che esistano tante prospettive quante sono gli individui che singolarmente osservano la realtà da una posizione unica e peculiare.

Il crocefisso è innanzitutto un simbolo religioso che, dato il legame originario della nostra identità nazionale con la chiesa cattolica, è anche uno dei simboli della nostra tradizione culturale. È però eminentemente un simbolo religioso e come tale va valutato e trattato in una società che, per quante resistenze si possano fare, entra costantemente in contatto, in modo più o meno accogliente, con molte alterità culturali e religiose.
Per quanto sia difficile l’incontro e ancor più la convivenza tra culture diverse nella vita quotidiana come nella percezione ideale, è lo Stato che per primo dovrebbe tentare di creare gli spazi e i tempi nei quali questo incontro si possa verificare nel miglior modo possibile. È da questo principio che dovrebbe derivare la neutralità dello Stato in fatto di credo religioso. Non tanto per una questione tutta teorica sulla laicità dello Stato, quanto per una finalità tutta pratica di convivenza quotidiana tra credo e culture religiose diverse.

Siamo davvero certi che eliminare esplicite espressioni di ogni religione nei luoghi pubblici e quindi comuni, leda in modo irreversibile e irreparabile la nostra identità nazionale? Siamo sicuri che il nostro essere italiani necessiti di riconoscimenti espliciti e concreti alle nostre tradizioni culturali? Siamo certi che, al contrario, incontrarsi in luoghi neutri non potrebbe significare compiere un passo avanti verso il dialogo e il riconoscimento reciproco?

Le tradizioni culturali e religiose sono iscritte nel nostro dna di cittadini italiani, per far vivere e rispettare tali legami identitari vi sono gli spazi privati e i luoghi di culto, eliminarne l’espressione permanente dai luoghi pubblici non significa necessariamente svilire l’italianità e le sue origini toriche e culturali. Rendere i luoghi pubblici privi di riferimenti simbolici carichi di valore spirituale non significherebbe abdicare alla colonizzazione culturale, significherebbe assumere uno sguardo meno etnocentrico, seppur non relativistico, nei confronti di chi crede e difende le proprie alterità culturali e religiose.

La sentenza della Corte europea, quindi, non è accettabile non tanto nel merito quanto, piuttosto, sia per il fatto che interviene in un campo – i rapporti tra Stato e Chiesa – definito da annose controversie, sia perché proviene da una istituzione percepita dai cittadini degli Stati nazionali come estranea e distante.
Se la convivenza pacifica tra diversità è il fine auspicabile di una società contemporanea positivamente rivolta ai processi futuri irreversibili, allora il primo passo è creare luoghi nei quali le alterità possano incontrarsi. E perché vi siano le condizioni per realizzare rispetto e riconoscimento reciproco, e non tolleranza del più forte e senso di subordinazione del più debole, è necessario mettere in campo ogni risorsa anche simbolica che richiami alla parità di posizione e alla congruenza di obiettivi. La neutralità dei luoghi pubblici costituisce una delle possibili risorse simboliche a partire dalle quali chiedere e forse ottenere rispetto e riconoscimento reciproco alle culture e ai credo religiosi reciprocamente diversi.

3 novembre 2009

fonte: http://www.ffwebmagazine.it/ffw/page.asp?VisImg=S&Art=2680&Cat=1&I=../immagini/Foto%20L-N/laicite_int.gif&IdTipo=0&TitoloBlocco=L’Analisi&Codi_Cate_Arti=38

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Contro la religione a scuola

Pubblicato da sandro su 20 Ottobre, 2009

Cosa c’è di sensato nella proposta di istituire l’ora di religione islamica nelle scuole italiane? Niente. Quando l’ho sentito dire, l’altro giorno, stavo facendo colazione, era sabato mattina, e il cucchiaino del caffelatte m’è caduto nella scodella, come succede nei film. Possibile che si debba sempre gareggiare a chi è più imbecille? Apprendere poi che la folgorante trovata appartiene ai poco arieggiati encefali di Fini e D’Alema, non mi ha sorpreso; mi ha semmai confermato quanto quelle due cariatidi stiano disperatamente smaniando per accreditarsi come innovatori della politica de noantri e fautori di un preoccupante sincretismo Pd-Pdl. Fini non è nuovo alle tanto osannate dai media «aperture», dovendo purgarsi da anni (per me incancellabili) in cui sosteneva che Mussolini è stato il più grande statista del Novecento. D’Alema, dopo appena un trentennio di resistibile presenza parlamentare, non è invece nuovo alle «convergenze» con le «aperture»; ma lui, sapete, è intelligente, vede più lontano di noi comuni mortali. Sarò lapidario, tranchant: idiozie, sono soltanto idiozie.

Io sono ateo e materialista, per cui vedo nella religione non solo una falsa e deformante dottrina ontologica, ma anche un pericoloso fomite di dogmi e principi etici che, in modo inevitabile, conducono al regresso, all’ineguaglianza e al bigottismo conformista. Non esiste religione in grado di mantenere le promesse di libertà e felicità codificate nei cosiddetti testi sacri o propalate dai sedicenti rappresentanti della divinità in terra. Dovunque nel mondo si possono riscontrare i soli, ovvi, conseguenti effetti che l’applicazione delle teorie religiose ha comportato nelle società. Laddove il passaggio dei lasciti illuministici non ha potuto esercitare la propria influenza nei sistemi di governo, il potere assoluto dei religiosi ha fatto strame della pluralità. Laddove i confini fra ciò che pertiene allo stato e ciò che pertiene al tempio non sono nettamente, insormontabilmente marcati, le blandizie della superstizione fanno proseliti presso le istituzioni e condizionano in maniera pesante, iniqua e inaccettabile l’esercizio della democrazia. La religione infatti – qualunque religione – aborrisce la democrazia.

Uno stato laico deve garantire la libertà di culto. Nello stesso tempo deve provvedere affinché le tendenze egemoniche del teismo non attecchiscano, guastandole, sulle fondamenta dello stato stesso. Questo può avvenire se la religione viene vissuta e praticata intimamente, in ambiti e strutture a quello scopo destinati. Per il resto la vita pubblica dev’essere del tutto neutra, impermeabile alle rivendicazioni delle chiese. Nessuna violenza – né personale né psicologica – dev’essere consentita al credente o inflitta al credente. Nello stato laico ciascuno è libero d’essere quel che sente d’essere, senza limitazioni. Il bene supremo della libertà di pensiero, d’espressione, di vita e di morte non può mai venir messo in discussione, perché a quel punto l’uomo cessa d’essere tale e diventa ostaggio dell’arbitrio altrui. La legge, sintesi delle anime razionali degli abitanti dello stato, è l’estremo, accettabile limite, in quanto scaturito da una condizione di libertà per mantenere, estendere, migliorare la libertà. I limiti d’ordine irrazionale contraddicono i termini medesimi dell’azione normativa e pertanto non sono accettabili.

Quanto detto finora è purtroppo una chimera. Paesi come il nostro sono l’esempio lampante e deleterio del danno arrecato dalle infiltrazioni religiose all’impianto statale. Se a tutt’oggi in Italia non esistono leggi sul testamento biologico, l’eutanasia, la fecondazione medicalmente assistita, le coppie di fatto, ecc. – tutte cose normali in paesi modernamente secolarizzati – la colpa è da attribuirsi alle macchinazioni politico-teologiche della religione cattolica. Perdere il controllo sulle volontà di coloro che tale confessione ritiene i propri sudditi, equivale a snaturare la sua stessa esistenza e – quel che più conta – rinunciare ai privilegi economici e politici connessi al costante esercizio della pressione sulle istituzioni. La via da percorrere non è dunque quella che conduce al tempio, bensì quella che se ne allontana.

L’uomo non nasce religioso, la religiosità è un sentimento a lui totalmente estraneo, se non gli venisse inculcato da bambino probabilmente da grande non se ne curerebbe affatto, e la sua vita – la qualità della sua vita – non ne risentirebbe in nulla. Anzi, a patto che cresca assorbendo nozioni di filosofia e letteratura, vivrebbe meglio, più libero, più forte. Ecco perché il clero di qualsivoglia religione si preoccupa tanto affinché sin da piccoli i figli degli uomini s’accostino all’indottrinamento. Per ghermirli e asservirli. Il mascheramento prediletto è il pretesto degli imprescindibili connotati di cultura tradizionale che l’apprendimento della religione apporterebbe. Ma non esiste una sola prova, non esiste un solo riscontro reale che quanto affermato dalle discipline religiose sia vero. L’afflato religioso è mosso unicamente dalla terribile, per l’uomo, certezza della morte e dall’angoscia che ne discende. L’incrollabile superbia dell’essere umano, che innalza sé stesso a modello di perfezione, inventa un’entità superiore e indeterminata sulla quale proietta i pregi e gli attribuiti migliori, creandosi l’illusione di poter un giorno partecipare all’identica compiutezza. L’uomo venera l’uomo.

Penso che insegnare la religione nelle scuole sia un errore madornale. Parificare il pensiero scientifico-speculativo a quello magico-religioso è una forzatura pedagogica intollerabile. Preferibile sarebbe l’insegnamento della storia delle religioni, un approccio critico, dialettico alle tradizioni mistiche. L’operazione che si tenta di porre in atto col pretesto della diversità culturale è invece il contrario della sensatezza. I ragazzi e le ragazze del XXI secolo dovrebbero imparare a convivere al di là delle rispettive credenze. Sono in tutto e per tutto concorde con Michel Onfray, quando esecra l’accezione contemporanea del termine: relativismo. In conclusione, più Darwin e Feuerbach, meno Dio, Allah e Yahweh.

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Manifestazione studentesca a Firenze

Pubblicato da nicola su 10 Ottobre, 2009

Che belli gli studenti in sciopero! Io mi emoziono tutte le volte.

Ringrazio Repubblica per le belle fotine che mi fanno sentire un po’ a casa, in quell’Italia che vorrei vedere sempre.

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Miss Gelmini nel paese delle meraviglie

Pubblicato da sandro su 15 Settembre, 2009

Passare l’esame di avvocatura, per un dottore in legge, è come per un insegnante diventare di ruolo. Significa avere sicurezza, non dover vivere precariamente, pensare, sgravati d’un peso, con serenità all’esistenza, perché il più è fatto.

Mariastella Gelmini è un avvocato, non è un’insegnante. Conosce – suppongo – i codici, le procedure, le trafile, le scadenze, non conosce la pedagogia e le scienze dell’apprendimento in generale. Esegue le direttive di settori conservatori dell’opinione pubblica e privata, non è un individuo autonomo con idee proprie sull’istruzione e sul futuro assetto della società italiana.

Mariastella Gelmini ha passato l’esame di avvocatura a Reggio Calabria, famigerata sede di concorsi pubblici falsificati (tanto per dire, nel 2000 il 93,4% dei partecipanti fu promosso, quando a Milano lo fu il 28,1%). Per sua stessa ammissione, ha sostenuto tanto lontano da casa la prova per avere la certezza di superarla al primo tentativo. Il signor ministro dell’Istruzione è di Brescia.

Poiché si può legittimamente pensare che Gelmini abbia ottenuto con un espediente l’abilitazione all’esercizio dell’attività legale, il suo pulpito non consta della necessaria autorevolezza per esprimersi su faccende di cui è peraltro incompetente. Così come il suo referente politico, Berlusconi, è inadatto a sproloquiare d’etica, lei è del tutto estromessa da dialoghi aventi per tema il merito, la meritocrazia.

Eppure questa curiosa signorina lombarda, navigata titolare di rappresentanze politiche nella di lei Regione, sembra non darsi pace mai. S’è intestardita e vuole a tutti i costi lasciar traccia del suo passaggio fra le macerie di quello che, un’era fa, passava per un eccellente sistema scolastico, secondo forse alle sole socialdemocrazie scandinave.

E’ di ieri l’ennesimo annuncio manicheo: no agli insegnanti politicizzati; no alle scolaresche in maggioranza composte di alunni figli di stranieri; no all’eliminazione dell’ora di religione; no all’eccesso di mobilità dei docenti.

L’anno scorso il mondo dell’istruzione era sul piede di guerra a causa delle misure allora adottate, ritenute non solo impopolari ma dannose. Il Kulturkampf per il maestro unico, ricorderete, con annesso imponente taglio di personale; l’introduzione di criteri valutativi obsoleti; il blocco di fondi e assunzioni agli atenei. Tutto ciò scatenò, giustamente, un putiferio. Ma l’onorevole avvocaticchio (rubo a Ferruccio De Bortoli l’ottima definizione) non se ne diede per inteso e proseguì, incassando i sì di Camera e Senato, le Dépendances della Libertà. Il risultato è che oggi, mentre si stanziano soldi per l’acquisto di 10mila lavagne interattive multimediali – sarebbero? -, molte persone non sciocche, non inutili, non per forza “di sinistra”, vivono colme d’angoscia il proprio scorrere mortale su questo pianeta. Per non dire, poi, delle strutture fatiscenti, pericolanti, delle carenze di materiali didattici. Per non dire, inoltre, delle migliaia di studenti d’ogni ordine e grado che da quest’onda di mediocre incapacità sono travolti e affogati.

Spendo alcune parole sulle recenti esternazioni del brillante intellettuale assegnato al dicastero che fu di Tullio De Mauro, un accademico, un linguista, indubbiamente l’unica personalità degna di rivestire quel ruolo. Durò poco, infatti.

Ma, venendo a noi.
Quale sarebbe la colpa, signor ministro, dei cosiddetti insegnanti politicizzati? Cos’è un insegnante politicizzato? E’ proibito avere delle idee politiche e, se il caso lo richiede, esprimerle? Pensa che non esistano postini politicizzati, annunciatori radiofonici politicizzati, cameraman politicizzati, bigliettai politicizzati? Lei afferma che si tratterebbe, a proposito degli insegnanti, di una minoranza organizzata che piegherebbe al proprio tornaconto l’istituzione scolastica. Temo lei confonda il clientelismo con la dialettica, con la democrazia.
Quale ragione, signor ministro, la spingerebbe a fissare quote, tetti di presenze nelle classi dove figurassero molti figli di stranieri? Ignora, lei, che si tratta perlopiù di ragazzi e ragazze nati e cresciuti in Italia, che parlano l’italiano e, a tutti gli effetti, si sentono, anzi sono italiani? Ignora, lei, che l’iscrizione ad un istituto piuttosto che ad un altro è determinata dalla distanza casa-scuola, dalla raggiungibilità della medesima, dai servizi di trasporto, mensa, ecc.? Ignora, lei, che la differenziazione etnica in molte scuole è dovuta al fatto che interi quartieri prima abitati da nativi italiani si sono svuotati in favore di persone dalle provenienze più eterogenee? Non nego che spesso gli alunni con difficoltà linguistiche creino ritardi di programma, ma non credo congruo un provvedimento del tenore preannunciato. Ha mai visto, lei, il film “La classe”, vincitore della Palma d’oro 2008? No? Allora buona visione.
Quale ragione, al di là dei suoi personali convincimenti fideistici, la porta a dichiarare la non cancellazione dell’ora di religione? Lei sostiene, per argomentare questa sua opinione, di sposare la linea vaticana sulla dignità di tale insegnamento, e ravvisa nel cattolicesimo un tratto fondamentale della nostra tradizione culturale. Da non credente, le dico che innanzitutto rispetto molto il suo sentimento religioso, ma ciò nonostante non sono interessato a saperne alcunché. Qualora volessi approfondire la conoscenza dell’esoterismo, frequenterei le sedi opportune, non certo una scuola, che dovrebbe invero instillare nelle menti dei giovani il bene prezioso del dubbio, abituandoli all’uso dello spirito critico, del confronto serrato, e a non prendere mai per assodate delle presunte verità assolute – specie se queste verità assolute prescrivono etiche e quindi morali non solo irragionevoli ma in palese contraddizione con i principi liberali dello Stato. Trovo originale che lei reputi il cattolicesimo un segno distintivo della nostra cultura. Cosa intende dire quando utilizza l’aggettivo possessivo “nostra”? La mia cultura vale la sua? Mi auguro di no. Sono convinto di no. E al pari di lei sono italiano. In verità il cattolicesimo è una delle tantissime parentesi storiche che hanno formato la complessità del paese, non direi che sia quella predominante. Io potrei ritenere il risorgimento ben più fondante, ma non pretenderei si imponesse un’ora di risorgimento alla settimana indiscriminatamente. Poco tempo fa qualcuno aveva avanzato la non peregrina proposta di sostituire alla religione la sociologia delle religioni, cosa affatto interessante e capace di illustrare non già inverificabili teorie finalistiche bensì l’attitudine delle società umane a covare credenze capaci di incidere sulla loro stessa essenza. E questo, va detto, senza alterare l’identità religiosa – se ve ne dovesse essere una – dell’alunno. Il problema è una questione di rispetto dell’alterità: dipendesse da me, guardi, toglierei i crocefissi, in fondo che c’entrano i santi con le coniugazioni dei verbi irregolari?
Sulla mobilità, ministro, non sarebbe più semplice assumere una buona volta i precari, che a ben vedere sono persone, non numeri, non soprammobili?

Infine, per concludere questo articolo sfuggitomi di mano, vorrei che qualcuno spiegasse, a me che sono insipiente, perché negli altri paesi non ci sono ogni anno questi casini; perché negli altri paesi (europei, intendo) fare l’insegnante non è una cosa deprimente, logorante; perché negli altri paesi gli insegnanti godono non solo di una reputazione pubblica elevata ma anche di stipendi tali da consentirgli di svolgere una vita tranquilla; perché, in definitiva, negli altri paesi c’è sempre la sensazione di qualcosa che va meglio, che è solido, che mette d’accordo anziché dividere.

Per parte mia, penso che istruzione, sanità e giustizia siano i tre cardini su cui ruoti uno Stato credibile, giusto, democratico. Investire in questi settori si traduce in una crescita sociale, è dimostrato. La Svezia, amministrata per la prima volta dal centrodestra, spende un mare di soldi pubblici nella scuola ed è il primo paese al mondo quanto a scolarizzazione. Il presente governo non ha voluto cambiare tutto, quando si è insediato, al contrario ha aumentato la spesa, perché consapevole che si tratta di una risorsa comune, del paese, e non di un feticcio elettorale. Così dovrebbe essere anche qui.

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Bullismo e omofobia: istruzioni per l’uso

Pubblicato da prescinseua su 25 Agosto, 2009

Parole e numeri
Fino al secolo scorso studiato come patologico e stigmatizzato come deviante, il comportamento omosessuale è oggi considerato dalle scienze (biologiche, psicologiche, sociali) una variante normale della sessualità, dell’affettività e del desiderio.

Dell’attrazione per le persone del proprio sesso, molti studiosi (gli psicoanalisti in particolare, e più recentemente i biologi e i genetisti) hanno cercato di indagare le ’cause’, ma nessuno è approdato a una risposta definitiva, o quantomeno convincente. Non sappiamo infatti come le forze biologiche, la genetica, la regolazione affettiva nelle relazioni primarie, le identificazioni, i fattori cognitivi, l’uso che il bambino fa della sessualità per risolvere i conflitti dello sviluppo, le pressioni culturali alla conformità e il bisogno di adattamento contribuiscano alla formazione del soggetto e alla costruzione della sua sessualità. Né sappiamo se sarà possibile rispondere a queste domande.

Usiamo dunque le parole, coniate nella seconda metà del 1800, omosessuale e eterosessuale “in mancanza di meglio”, riconoscendone valore d’uso e potenzialità descrittive. Buona regola sarebbe quella di usare “omosessuale” come aggettivo (persona omosessuale, relazione omosessuale, atto omosessuale), e di declinare “omosessualità” sempre al plurale, dal momento che solo un uso plurale può tenere in debita considerazione tutte le sfumature e le varianti (la stessa cosa, ovviamente, per le eterosessualità).

Quantificare la percentuale di persone omosessuali nella popolazione generale non è facile. L’eventuale conteggio, per esempio, dovrebbe riguardare il numero di persone che compiono “atti omosessuali” (e, nel caso, quanti?) o il numero di persone che si autodefiniscono omosessuali?
Del resto, se pratiche e affetti omosessuali sono sempre esistiti, il modo di nominarli, organizzarli e valutarli è storicamente e culturalmente specifico. Nel corso della storia, “l’omosessuale” è transitato dalla giurisdizione morale (lecito/illecito) a quella scientifica (sano/malato) fino a quella politica (soggetto di diritto) – portando ogni volta con sé qualcosa dello statuto precedente, ma anche cambiando di volta in volta “identità”.
I termini “gay” e “lesbica” oggi indicano un modo di “essere omosessuali” particolare e unico nella storia dell’umanità: soggettività la cui definizione implica un’intergrazione di orientamento sessuale, visibilità e identità sociale. Quello gaylesbico è un soggetto nuovo, la cui richiesta di cittadinanza nasce dalla necessità di vedere riconosciuti i propri diritti sociali e affettivi.
L’omosessualità non è una categoria mentale, e la persona omosessuale non è un “tipo psicologico”. Essere gay o lesbica non è un merito né un demerito. È una cosa che capita, e può capitare a tutti e in tutte le famiglie. Ciò che può assumere connotazioni culturali o psicologiche è semmai il “modo” in cui ciascun soggetto esprime (o nasconde) la propria omosessualità.

Breve storia della de-patologizzazione dell’orientamento omosessuale
Nel 1973 l’American Psychiatric Association (APA) inserisce una modifica sostanziale nel Manuale diagnostico e statistico delle malattie mentali (DSM), il sistema diagnostico più diffuso a livello internazionale: elimina la diagnosi di “omosessualità egosintonica”, cioè l’omosessualità non vissuta come traumatica e accettata dal soggetto. Nel 1987 abolisce anche la diagnosi di “omosessualità egodistonica”, dove l’orientamento omosessuale è indesiderato e vissuto in modo conflittuale. Viene così riconosciuto il legame tra la non accettazione del proprio orientamento sessuale e l’interiorizzazione dell’ostilità sociale (“omofobia interiorizzata”).
Nel 2000 l’APA emette un documento, Position Statement on Therapies Focused on Attempts to Change Sexual Orientation – Reparative or Conversion Therapies, in cui: a) disconosce qualunque trattamento psichiatrico basato sull’assunto che l’omosessualità possa essere un disturbo mentale e mirato a indurre il soggetto a modificare il proprio orientamento sessuale; b) sottolinea l’assenza di dati scientifici rigorosi a sostegno delle terapie riparative; c) mette in guardia dai danni procurati dalle stesse.
Nel 2000, e con più decisione nel 2005, l’APA si esprime a favore delle unioni civili tra persone dello stesso sesso, specificando che non si tratta di una presa di posizione “politico-legale” tout court, ma di un intervento per la tutela della salute psichica delle persone omosessuali, che devono poter beneficiare come tutti i cittadini dei vantaggi affettivi e cognitivi derivati dalla sicurezza e dal riconoscimento sociale delle loro relazioni.

Omofobia e omonegatività
Dopo avere abbandonato lo studio dell’omosessualità come patologia, la comunità scientifica ha rivolto la sua attenzione alla ricerca sugli atteggiamenti e i pregiudizi antiomosessuali. Con il termine omofobia, coniato nel 1972 dallo psicologo George Weinberg (oggi in parte superato e sostituito nella letteratura scientifica con il termine “omonegatività”, più rispondente al fatto che la discriminazione antiomosessuale non assume la forma clinica di una fobia ma è invece riconducibile a un atteggiamento cognitivo e relazionale) si definisce il timore, l’avversione o l’odio irrazionali nei confronti delle persone gay/lesbiche (omofobia esterna), nonché il sentimento di disprezzo o inferiorità che alcune persone gay/lesbiche provano nei confronti di se stesse (omofobia interiorizzata).
Nelle persone omosessuali la formazione di un nucleo di omofobia interiorizzata segue e inevitabilmente condiziona lo sviluppo individuale, esprimendosi in vari gradi e in modi dipendenti dal contesto e dalla fase evolutiva, ma sempre interferendo in modo pervasivo con il benessere psico-fisico (sul piano intrapsichico e interpersonale, ivi compresa la vita di coppia).

Bullismo omofobico
Il pregiudizio antiomosessuale è così endemico che probabilmente tutti i bambini sono esposti ai suoi effetti, che vanno dalla derisione, alla disapprovazione, all’attacco violento. Fin dall’infanzia, dunque, entrambi i sessi iniziano a sperimentare stimoli negativi nei confronti delle persone omosessuali. È così anche quando iniziano a diventare consapevoli delle prime manifestazioni del proprio orientamento sessuale. L’eterosessualità viene trasmessa come qualcosa di scontato e obbligatorio, così che l’autopercezione della propria diversità finisce per coincidere con un’idea di sé come sbagliato o addirittura malato. Secondo lo studio svolto da Barbagli e Colombo (2007, p. 61), “un terzo dei gay e un quarto delle lesbiche italiane hanno pensato a togliersi la vita, il 6% ha provato a farlo”.
Quando la dimensione di discriminazione attiva e violenta avviene tra pari nel corso dell’infanzia e dell’adolescenza parliamo di bullismo omofobico. Il bambino identificato come omosessuale che rimane vittima di episodi di bullismo andrà incontro a rischi a breve e lungo termine di natura diversa: comportamenti di ritiro come l’abbandono scolastico, autoemarginazione e isolamento, alterazioni nella sfera affettivo-relazionale, problemi psicosomatici, depressione, ansia, insonnia, comportamenti autodistruttivi fino al suicidio.
Il bullismo omofobico si discosta dalle comuni forme di bullismo per varie ragioni.
1) Le prepotenze chiamano sempre in causa una dimensione nucleare del Sé psicologico e sessuale.
2) La vittima può incontrare particolari difficoltà a chiedere aiuto agli adulti (teme di richiamare l’attenzione sulla propria sessualità, con i relativi vissuti di ansia e vergogna, e il timore di deludere le aspettative dei genitori). Tra l’altro, gli stessi insegnanti e genitori possono a volte avere pregiudizi omonegativi, da cui svariate conseguenze: reazioni di diniego che portano a sottostimare o negare gli eventi; preoccupazione per l’”anormalità” del bambino, con relativi propositi di “cura”; atteggiamento espulsivo che si aggiunge alle dinamiche persecutorie.
3) Il bambino vittima può incontrare particolari difficoltà a individuare figure di sostegno e protezione fra i suoi pari. Il numero dei potenziali “difensori della vittima” si abbassa nel bullismo omofobico: “difendere un finocchio” comporta il rischio di essere considerati omosessuali.
4) Il bullismo omofobico può assumere significati difensivi rispetto all’omosessualità. Attraverso gli agiti omonegativi, il bambino afferma il suo essere “normale” e la propria conformità al genere; le prepotenze omofobiche potrebbero essere l’unico modo per dare sfogo ad affetti omosessuali repressi.

Fortunatamente a molti ragazzi gay e lesbiche non mancano la capacità e le risorse per fronteggiare con successo le esperienze traumatiche, riorganizzando positivamente la propria vita (resilienza). La consapevolezza e l’accettazione della propria «diversità» possono funzionare da rinforzo ad essere «migliori» per essere più accettati o almeno non penalizzati: un meccanismo compensatorio che può offrire una delle possibili spiegazioni della spinta all’autoaffermazione che troviamo in alcune persone gay o lesbiche, ma che, seppur «virtuosa», è conseguenza di una triste convinzione, che spesso è una consapevolezza: quella di dover «fare più degli altri» per farsi accettare.

autore: Vittorio Lingiardi, psichiatra e psicoanalista, professore ordinario di Psicopatologia generale e di Valutazione clinica e diagnostica, presso la Facoltà di Psicologia 1 dell’Università di Roma “Sapienza”, dove dirige la Scuola di Specializzazione in Psicologia Clinica. Per Raffaello Cortina Editore dirige la collana “Psichiatria, Psicoterapia, Neuroscienze”.

fonte: http://www.treccani.it/Portale/sito/scuola/dossier/2009/omosessualita/lingiardi.html

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La debolezza della cultura laica

Pubblicato da prescinseua su 13 Agosto, 2009

La religione conta o non conta nel processo formativo scolastico? Su questo tema nelle scorse ore sono state fatte affermazioni incompatibili.

«Sul piano giuridico, un insegnamento di carattere etico e religioso, strettamente attinente alla fede individuale, non può essere oggetto di valutazione sul piano del profitto scolastico». In parole povere, l’ora di religione non deve entrare nella valutazione scolastica complessiva. Questa è la sentenza del Tar del Lazio, in sintonia con il principio della laicità dello Stato.

Diametralmente opposta è la tesi del vescovo Pennisi, Commissario della Cei per la scuola: «La religione è una materia come le altre. La sentenza del Tar è vergognosa e gravissima perché nega crediti scolastici all’ora di religione, malgrado il suo processo formativo entri nella didattica».

Come è possibile che si sia arrivati a questo contrasto? Questo dilemma mette a nudo una questione di fondo sempre elusa.

Gli italiani non sanno a chi affidare l’etica pubblica, di cui l’educazione e formazione scolastica è parte essenziale e fondante. La religione cattolica (intesa nella sua versione ecclesiastica stretta) diventa così in Italia la grande supplente dell’etica pubblica, di cui l’ora di religione cattolica è una componente decisiva.

Naturalmente la Chiesa con questo suo ruolo supplente non può sovrapporsi apertamente alla natura laica dello Stato, che anzi si premura sempre di riaffermare. Ma di fatto aggira questa difficoltà, quando pretende di definire essa stessa che cosa sia la «vera e sana laicità» – dentro e fuori la scuola. Per questo conta su una classe politica insicura e ricattabile. Dichiara di gestire quella che ritiene una tradizione italiana («la religione degli italiani»). Non a caso in queste ore una voce di protesta cattolica ha definito quella del Tar una «sentenza ideologica che cerca di distruggere le tradizioni italiane e il sentire della gente».

Siamo di nuovo alla vigilia di un’ennesima battaglia che finirà in politica. In effetti, con maliziosa correttezza il Presidente della Commissione Episcopale per l’Educazione Cattolica ha commentato: «La Chiesa non farà ricorso contro la sentenza. Il problema è del ministero della Pubblica istruzione». Appunto.

Ma quello su cui vorrei attirare l’attenzione ora non è la strategia della Chiesa e dei cattolici militanti, che con il loro apparato mediatico condurranno in porto la loro battaglia con la consueta spregiudicatezza. Mi pongo invece due altre domande: 1) perché tantissime famiglie italiane invitano o consentono ai loro figli di frequentare l’ora di religione, senza essere particolarmente credenti, praticanti o devote? 2) Perché la cultura laica non è riuscita a porre seriamente in discussione la tradizionale ora di religione, nei suoi contenuti e nelle sue competenze (non dimentichiamo che l’unica autorità che decide della competenza professionale dell’insegnante è il Vescovo…)? I due problemi – passività delle famiglie e debolezza della cultura laica – sono strettamente connessi.

Perché non si è mai riusciti a proporre in alternativa all’ora di religione confessionale non dico un’ora di educazione civica o di etica – come avviene in alcuni paesi europei – ma semplicemente lo studio del fenomeno religioso o delle religioni in grande prospettiva storica comparata? Dove, se non a scuola, si impara la lunga dialettica storica del contrasto tra le religioni storiche e il loro attuale «dialogo»? Perché mai dovrebbe essere competente soltanto chi è autorizzato dal vescovo, che ne è paradossalmente parte in causa?

La laicità non è nemica della religione, tanto meno di quella cattolica, ma deve rinunciare ad una ampia visione storico-critica, anche se rispettosa delle singole credenze. Faccio un esempio. Un paio d’anni fa Ratzinger nella sua lezione di Ratisbona parlò della «ellenizzazione del cristianesimo» come fondamento della «razionalità della fede» che consente di combattere tutt’oggi efficacemente lo scientismo e il relativismo tipici dell’Occidente secolare. Detta così, quella della «ellenizzazione del cristianesimo» sembra (e sembrò a molti cattolici) una questione storico-dogmatica remota, mentre non lo è affatto. Ed è una tesi altamente controversa e a suo modo attuale con questo Papa. Ma in quante ore di religione nei licei – dove si studiano Platone, Kant e Darwin – se ne è parlato? Quali competenze hanno gli insegnanti su questo tema ? Se è sempre il solo vescovo a decidere? Ha senso che ciò accada in uno Stato laico? Questo è il vero problema, non il voto negli scrutini!

Gian Enrico Rusconi

fonte: http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=6277&ID_sezione=&sezione=#

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Evviva le paritarie!

Pubblicato da prescinseua su 12 Gennaio, 2009

ASSUNZIONI REGOLARI PER IL PUNTEGGIO, MA STIPENDIO UGUALE A ZERO O QUASI

Insegnare per anni gratis nelle private

La tacita regola imposta ai giovani docenti in Campania. Tutti sanno, ma nessuna denuncia

NAPOLI - Insegnare per anni gratuitamente nelle scuole private. È il destino che accomuna centinaia di giovani docenti che lavorano in istituti paritari in Campania senza ricevere compenso o al massimo ottenendo solo una piccola parte del salario. Esiste ormai da anni una regola tacita imposta dai dirigenti di tante scuole private ai docenti freschi di abilitazione all’insegnamento che entrano nel mondo della scuola attraverso il canale degli istituti privati: le scuole paritarie assumono con un regolare contratto i giovani insegnanti permettendo loro di accumulare punteggio e scalare le graduatorie provinciali d’insegnamento (condizione necessaria per lavorare un giorno nella scuola pubblica e ottenere il fatidico posto fisso). I docenti in cambio accettano di lavorare gratuitamente o per poche centinaia di euro nelle scuole private. È raro che un giovane insegnante si ribelli a questa prassi: nelle regioni meridionali il numero dei docenti precari è molto alto e le scuole private non hanno problemi a trovare insegnanti pronti a tutto pur di ottenere un incarico annuale.

STATISTICHE - Secondo i dati Istat del 2006, oltre il 20% delle scuole italiane sono private e dei 9 milioni di studenti italiani almeno uno su dieci frequenta un istituto privato. In Campania le scuole non statali riconosciute sono oltre 2 mila: la maggioranza sono istituti per l’infanzia o elementari, ma nel corso degli ultimi anni si sono moltiplicati i licei e gli istituti tecnici. Con la legge del 2000 le scuole paritarie sono state equiparate in tutto e per tutto alle scuole pubbliche e ricevono sussidi e finanziamenti dallo Stato (la legge di bilancio 2008 ha stanziato oltre 530 milioni di euro a favore delle scuole private per l’anno 2008/2009). Ma, a differenza degli istituti pubblici, le scuole paritarie non assumono gli insegnanti prendendo in considerazione le graduatorie nazionali e provinciali, ma contrattando con il docente compenso e condizioni lavorative. L’unico obbligo che le scuole paritarie hanno è quello di assumere insegnanti che hanno superato il concorso di abilitazione all’insegnamento. Per tanti giovani alle prime armi che vivono nell’Italia meridionale è davvero difficile ottenere una supplenza in una scuola pubblica a causa del gran numero di insegnanti presenti nelle graduatorie provinciali: proprio per questo si rivolgono alle scuole paritarie. Tanti istituti paritari propongono ai docenti il medesimo accordo: punteggio annuale in cambio di lavoro gratis o sottopagato.

LA STORIA DI M. – M. è una trentenne che da quasi tre anni lavora in un istituto primario paritario che si trova nell’agro nocerino-sarnese, area a metà strada tra Salerno e Napoli. Non vuole che il nome della sua scuola sia divulgato perché teme di perdere il lavoro. «Come tanti giovani insegnanti meridionali per cominciare a lavorare ho dovuto fare una scelta», dichiara. «O emigravo al Nord con la speranza di ottenere qualche supplenza nella scuola pubblica oppure dovevo accettare di restare a casa e lavorare gratis per qualche istituto privato. Grazie alla raccomandazione di un mio parente (la maggioranza delle scuole paritarie locali assumono solo persone di cui si possono fidare) sono stata presentata alla preside di una scuola privata della zona e ho cominciato a insegnare. Già il primo giorno è stata chiara: mi ha detto che a fine mese avrei dovuto dichiarare di aver ricevuto il compenso ordinario firmando la busta paga, ma mi sarebbero stati concessi solo 300 euro. Sono costretta a firmare e a dichiarare il falso perché questa finta retribuzione garantisce il pagamento dei contributi previdenziali, condizione necessaria per l’attribuzione dei 12 punti annuali in graduatoria. I 300 euro mensili mi permettono di pagare la benzina e l’autostrada che ogni giorno prendo per raggiungere la scuola». Durante questi tre anni, M. non ha ottenuto nessun aumento salariale, mentre le ore a scuola sono aumentate e spesso la sua giornata lavorativa si conclude nel tardo pomeriggio. «Io amo insegnare e per me non è un peso passare intere giornate con i bambini. Certo se fossi pagata il giusto sarei più felice. Lavorare gratuitamente nelle scuole private può apparire uno scandalo ai più, ma qui in Campania è la regola. Nell’istituto dove insegno ci sono decine di giovani colleghe che si trovano nella mia stessa condizione. Con la riforma del maestro unico presentata dal ministro Gelmini, per gli insegnanti elementari la situazione è destinata a peggiorare: aumenteranno i maestri senza lavoro e diminuiranno i posti a disposizione. Non mi stupirei se fra qualche anno le scuole paritarie ci chiedessero di offrire un contributo simbolico per lavorare».

LA STORIA DI S. – C’è chi come S. dopo tanti anni di lavoro gratuito è riuscita a liberarsi dal ricatto del punteggio diventando un’insegnante di ruolo in una scuola pubblica. Oggi lavora in un liceo di Salerno, ma ricorda ancora con rancore e rabbia gli anni di docenza in un famoso istituto privato della città campana: «I primi anni insegnavo solo italiano e latino», dichiara S., che oggi ha poco più di 30 anni. «Poi ho cominciato a fare lezione anche di storia e geografia. Lavoravo fino a 30 ore alla settimana e a fine mese l’istituto mi pagava solo 200 euro. Questo calvario è durato ben sei anni». S. dichiara di non aver mai parlato di compenso con il preside del liceo, ma di aver sempre saputo che se voleva lavorare in quella scuola bisognava accettare la somma esigua che le offrivano: «La cosa più degradante avveniva a fine mese. Entravo nella stanza del preside e fingevo di volerlo salutare. Lui capiva e mi metteva in mano duecento euro. Anche altri insegnanti erano costretti a ripetere questa sceneggiata. Nella scuola vi erano oltre trenta docenti e la maggioranza si trovava nelle mie stesse condizioni. Poi ogni tanto ti chiamavano e ti facevano firmare in blocco le buste paga. Quando hai bisogno di lavoro e denaro fai mille compromessi, alla fine se penso a quegli anni mi sembra di aver rimosso tante cose spiacevoli e tristi». S. racconta che dopo aver passato sei anni in quella scuola privata finalmente tre anni fa ha ricevuto la chiamata per la prima supplenza in una scuola pubblica: «Avevo accumulato un buon punteggio e ho deciso di lasciare l’istituto privato. Dopo varie supplenze sono diventata di ruolo. Il giorno che ho ricevuto il primo stipendio regolare è stato indimenticabile». Tuttavia S. non rinnega il passato: «Mi dispiace dirlo, ma senza i compromessi accettati nella scuola privata, oggi non lavorerei in un istituto pubblico. Chi sfrutta giovani docenti dovrebbe vergognarsi. Ma ciò che più sconcerta è il fatto che dai sindacati agli insegnanti di ruolo tutti accettino questa realtà facendo finta di niente».

LA STORIA DI G. E IL SINDACATO LOCALE - G. ha 27 anni ed è alla sua seconda esperienza in una scuola privata del salernitano. L’anno scorso ha insegnato in un istituto alberghiero del Cilento, mentre quest’anno è stato chiamato come docente di materie letterarie in un liceo sociopsicopedagogico di Salerno. Non riceve alcun compenso (lavora 18 ore alla settimana) , ma naturalmente ogni mese firma la sua busta paga. «L’anno scorso ho lavorato l’intero anno e poi non mi hanno più chiamato. Non ricevevo nemmeno un euro come adesso, ma dovevo fare quasi 50 km in macchina per arrivare a scuola». G. non è ancora abilitato e ricevere questo incarico gli sembra una benedizione: «Prima di me numerosi professori, visto che la mia scuola non paga nulla, hanno rifiutato l’incarico. Sono stato fortunato: ho presentato la domanda e, dopo aver visto che accettavo le loro condizioni, mi hanno subito assunto. Mi rendo conto che non è il massimo, ma questo lavoro non remunerato mi permetterà, dopo un anno e mezzo di sacrifici, di fare il concorso all’abilitazione. Se riesco a superarlo, potrò cambiare scuola e almeno comincerò a guadagnare qualcosa». Il segretario provinciale Uil-scuola, Gerardo Pirone, conosce bene la situazione drammatica delle scuole private, ma afferma: «Sono nel sindacato scolastico di Salerno dal 1987 e in oltre vent’anni ho ricevuto solo due denunce da parte d’insegnanti di scuole private che si lamentavano della retribuzione offerta dai loro datori di lavoro. In queste due occasioni ci siamo mossi e siamo riusciti a ottenere dalle scuole che gli insegnanti ricevessero quello che gli spettava. Il nostro compito è far rispettare i contratti, ma se nessuno denuncia, noi non possiamo fare molto».

Francesco Tortora, 

http://www.corriere.it/cronache/09_gennaio_11/insegnanti_gratis_campania_francesco_tortora_bd2eed66-dff6-11dd-a8a3-00144f02aabc.shtml

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Genitori democratici

Pubblicato da prescinseua su 28 Dicembre, 2008

 

Il Secolo XIX, 28 dicembre 2008

Il Secolo XIX, 28 dicembre 2008

Negli ultimi anni sono salite sempre più alla ribalta della cronaca le associazioni di famiglie e genitori, ormai attivissime nell’influire sulle scelte politiche ed amministrative in tema di politiche giovanili, scolatische e dell’informazione. Se ci siamo accorti della loro esistenza è – a dire il vero – soprattutto in ragione delle aggressive politiche di reclutamento e marketing messe in atto dal Moige e dalla schiera delle altre associazioni confessionali. Credo sia bene far circolare la voce riguardo all’esistenza anche di associazioni laiche e credo sia bene sostenerle, almeno per coloro che hanno figli e sono quindi genitori. Una di queste, fondata niente meno che da Gianni Rodari già nel lontano 1976, il Coordinamento dei Genitori Democratici, il Co.De.Ge., vede in questo momento messo in pericolo il proprio accreditamento presso il Ministero della Pubblica Istruzione causa un calo dei tesseramenti. Ciò riguarda in primo luogo l’area genovese, ma il sospetto è forte che anche altrove il Coordinamento in questione necessiti di un po’ di pubblicità. Si prega quindi di far girare tra i genitori di vostra conoscenza il comunicato di cui all’immagine, tratto dal quotidiano il Secolo XIX. Qui di seguito si unisce anche il link al sito principale del Co.De.Ge. 

 

http://www.genitoridemocratici.it/

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Degli studenti ce ne freghiamo, ma dei preti no

Pubblicato da prescinseua su 7 Dicembre, 2008

(ANSA) – ROMA, 5 DIC – I fondi per le scuole paritarie ‘vengono ripristinati’: lo assicura il sottosegretario all’Economia Giuseppe Vegas. ‘C’e’ un emendamento del relatore che ripristina – dice Vegas, a margine dei lavori della commissione Bilancio del Senato – il livello originario, vale a dire 120 mln di euro. Possono stare tranquilli, dormire su 4 cuscini”. Poco prima la Cei aveva protestato, minacciando di aprire una crisi con il governo, per i tagli alle scuole cattoliche.

http://www.ansa.it/site/notizie/awnplus/italia/news/2008-12-05_105292285.html

P.S.: si aspetta voto favorevole all’emendamento da parte del Pd…

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