Ai Nostri Posti

Ora e sempre Resistenza

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Si spegne Giuliano Vassalli, partigiano e socialista

Pubblicato da sandro su 23 Ottobre, 2009

E’ morto Giuliano Vassalli.

L’ex ministro della Giustizia e’ deceduto il giorno 21, ma la notizia della morte è stata  data ad esequie avvenute per disposizione testamentaria. Il giurista è deceduto presso la sua abitazione per un arresto cardiaco

Nato a Perugia il 25 aprile 1915, giurista, dirigente e parlamentare socialista, ministro, presidente emerito della Corte Costituzionale, Medaglia d’argento al valor militare per il contributo dato alla Resistenza.

Dopo essere stato professore di Diritto penale nelle Università di Urbino, Pavia, Padova e Genova, Giuliano Vassalli, dal 1960, ebbe la cattedra all’Università di Roma. E’ professore emerito a “La Sapienza” e membro dell’Accademia dei Lincei.

Dopo l’8 settembre 1943, Vassalli prese parte alla Guerra di liberazione. nelle file della Resistenza romana. Membro della Direzione clandestina del PSIUP, nei mesi dell’occupazione tedesca fu tra i capi delle formazioni socialiste a Roma. Dall’ottobre 1943 alla fine di gennaio del 1944, sostituì Sandro Pertini nella Giunta militare centrale del CLN. Nel gennaio del 1944 organizzò l’evasione dello stesso Pertini e di Giuseppe Saragat dal carcere di Regina Coeli. Fu poi anche ispettore del CLN in pericolose missioni nell’Italia centrale. Il 3 aprile 1944, Vassalli fu catturato, a Roma, dalle SS che lo rinchiusero nel carcere di via Tasso. Vi restò, sottoposto a stringenti interrogatori e a tortura, sino alla liberazione della Capitale.

Nel dopoguerra, con la scissione di Palazzo Barberini dal 1947 al 1949, fece parte della Direzione del PSLI e, dal 1949 al 1951, di quella del PSU.

Nel 1957 Vassalli fu insignito del “Premio di fedeltà alla Resistenza” per l’attività svolta, come avvocato e come pubblicista, a favore degli ideali della Resistenza. Rientrato nel PSI nel 1959, Vassalli fu consigliere comunale e capogruppo del partito a Roma e poi fu deputato del PSI nella quinta Legislatura. Eletto senatore nel 1983 e riconfermato nel 1987, è stato presidente della Commissione Giustizia e poi del Gruppo parlamentare socialista. Nel 1987 è stato nominato ministro della Giustizia nel governo di Giovanni Goria e riconfermato nei governi De Mita ed Andreotti, lavorando alla stesura del nuovo Codice di procedura penale del 1989.

Nominato giudice costituzionale dal presidente della Repubblica Italiana il 4 febbraio 1991, viene eletto presidente della Corte l’11 novembre 1999. Dal 2000 diventa presidente emerito.

[sinistraeliberta.it]

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Vero Uomo, vero Presidente: Salvador Allende

Pubblicato da sandro su 26 Giugno, 2009

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Morte della socialdemocrazia?

Pubblicato da sandro su 10 Giugno, 2009

Un’interessante intervista del sociologo francese Alain Touraine.

SOCIALISMO

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P.s. L’altra sera sentivo il caro Cesare Salvi dire che adesso ci si rideve mettere a discutere per far nascere una Sinistra nuova. A che gioco giochiamo?

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Il divertimento del capo

Pubblicato da prescinseua su 31 Maggio, 2009

C’è una domanda che mi assilla in tutta la questione della presunta relazione tra Berlusconi e la signorina Noemi. Devo dire che fino a pochi giorni fa ho letto velocemente tutto quello che riguardava l’affaire e per il resto me ne sono abbastanza disinteressato. La questione ha però raggiunto in questi ultimi giorni proporzioni tali da far pensare che ormai sia sfuggita completamente di mano a chi l’aveva avviata, il quotidiano la Repubblica in particolare, tanto da rendere impossibile prevedere quando e come questa soap opera andrà a finire. 

La domanda che mi preme, arrivo subito al punto, è la seguente: quel è il succo politico della questione? ebbene sì, dov’è il problema politico? Che un 73enne passi del tempo in maniera ambigua con una minorenne è discutibile, che quel 73enne non sia in grado o non voglia dare una spiegazione adeguata delle sue frequentazioni è preoccupante per il livello di trasparenza dell’uomo prima ancora che del politico, che ci siano ragazzine pronte a tutto pur di mostrare culo e cosce al TG4 è fenomeno gravissimo di malcostume e degrado culturale. Eppure mi riesce difficile sfuggire all’impressione che il comune denominatore di tutto il Noemigate sia un puro e semplice moralismo che nulla ha a che vedere con la politica.

È stato detto che certe vicende in altri paesi più civili non sarebbero possibili. Sappiamo bene che in linea di massima è vero, ma sappiamo altrettanto bene che non è difficile trovare eccezioni. Si pensi alla faccia tosta di Bill Clinton, si pensi alla pazienza di Hillary Clinton, si pensi alla inutile bassezza dei repubblicani di allora. Eppure tutti in Europa a deridere il moralismo degli americani, come se bastasse una fellatio a fare di Clinton un cattivo presidente, tutti a deridere l’equazione tra qualità private e moralità pubblica che sembra costituire l’asse portante di certa politica d’Oltreoceano (perché Clinton resta pur sempre popolare, quindi è evidente che non tutti negli USA saranno poi così moralisti). Fatto questo paragone, mi riesce difficile sfuggire all’impressione di trovarmi di fronte ad una situazione analoga. Un politico di primo piano e di successo, una moglie adirata, una stampa di opposizione che, non sapendo più che pesci pigliare, si butta a capofitto in questa storia così opaca. Con la differenza che la vicenda appunto così chiara come quella della Lewinsky ancora non è e con l’aggravante che la campagna stampa in corso cavalca per la prima volta in modo massiccio (e quindi inevitabilmente rafforza) quell’equazione pubblico-privato e quel moralismo che solo dieci anni fa ci beavamo nel considerare estranei al nostro dna personale e pubblico.

La vicenda di Noemi, l’atteggiamento di Repubblica che senza scrupoli pubblica in prima pagina le lettere di una moglie tradita quasi fossero manifesti fondativi di una nuova stagione politica, la reazione scomposta di Franceschini più preoccupato delle virtù paterne di Berlusconi che dei temi politici (per di più nel bel mezzo di una campagna elettorale) serviranno anche a convincere gli italiani del fatto che Berlusconi fa schifo ed è uomo riprovevole (perché questo è più o meno l’obiettivo di tutta la campagna, siamo sinceri, questo e poco altro). Resto però con la domanda di quali dovrebbero essere le implicazioni politiche di tutto questo. Se ce ne sono per il Pdl e Berlusconi non saprei. Di sicuro la polemica in corso fa però emergere in tutta la sua vertiginosa immensità il vuoto culturale, politico, ideale del PD, dei suoi leader e dei suoi giornalisti di riferimento. Tutti ormai convinti che Berlusconi si possa sconfiggere soltanto colpendolo nelle parti basse o in alternativa che non si possa fargli niente e che sia meglio aspettare semplicemente che muoia, dimenticando peraltro che Berlusconi potrebbe benissimo vivere ancora vent’anni o più.

Nel frattempo io continuerò ad aspettare che qualcuno dica qualcosa di sinistra. Che sia qualcuno che va in chiesa, in sinagoga o in moschea tutte le settimane, che fa volontariato nel tempo libero o che preferisce andare a puttane francamente non mi fa differenza.

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Un pezzo demagogico, d’accordo. Però…

Pubblicato da sandro su 8 Maggio, 2009

Fausto Bertinotti, già segretario della Federazione operai tessili, già segretario della Cgil Piemonte, per 2 anni presidente della Camera e tuttora presidente della Fondazione Camera dei Deputati, già segretario di Rifondazione Comunista per 13 anni, già deputato per quattro legislature, già ospite dello yacht di Vittorio Cecchi Gori per le vacanze estive a Salina con Valeria Marini (con la quale la sua signora Lella ha rivelato di scambiarsi le mutande), già primatista mondiale delle ospitate a Porta a Porta nel salotto dell’amico Bruno, già ospite fisso del salotto della signora Maria Angiolillo, già protagonista della caduta del governo Prodi I (in nome della leggendaria battaglia sulle 35 ore) e coprotagonista della caduta del Prodi II, dunque due volte corresponsabile e del ritorno di Al Tappone a Palazzo Chigi, omaggiato dal Cainano con diversi orologi del Milan e molti complimenti per le squisite maniere, già protagonista della disfatta della sinistra ridotta ai minimi storici alle ultime elezioni (memorabile la conferenza stampa-funerale convocata all’Hard Rock Cafè di Via Veneto in Roma, affollatissimo di operai delle presse), già teorizzatore dell’abolizione della proprietà privata, già seguace dello psicoguru Massimo Fagioli, già titolare del quarto più alto reddito di Montecitorio con 213.195 euro nel 2006, ha scritto che Romano Prodi – cioè l’unico esponente del centrosinistra che sia riuscito a battere Berlusconi due volte su due, nonostante Bertinotti – è «uno spregiudicato uomo di potere», simbolo dello «smacco complessivo del centrosinistra». Prodi.

Marco Travaglio

“l’Unità” 8 maggio 2009

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Quale 25 aprile?

Pubblicato da prescinseua su 25 Aprile, 2009

 

Fischia il vento e infuria la bufera. Questo cantavano i partigiani – almeno dalle mie parti, nella terra che fu anche di Sandro Pertini – durante le lunghe giornate in montagna tra l’estate del 1943 e il 25 aprile del 1945. Questa è stata per molti di quei ragazzi la vera, l’unica canzone partigiana. E questa è stata anche per gli italiani la vera, l’unica canzone partigiana. Almeno per un certo periodo. Chi la ricorda oggi abbastanza da poter arrivare alla seconda strofa? Chi la associa ancora oggi nella propria testa immediatamente con la data del 25 aprile? Pochi, credo. E non perché gli italiani siano di necessità sempre smemorati, ma perché il 25 aprile come ricorrenza e come simbolo evolve. O meglio, ne evolvono le interpretazioni, i modi di raccontarlo e le parole per presentarlo.

 

Fischia il vento è stata indubbiamente la canzone più cantata dai partigiani, ma è stata anche quella più cantata e ricordata ogni 25 aprile di poco successivo a quello del 1945, negli anni ’40 e ’50. La canzone era indubbiamente comunista, con quel suo richiamo al sol dell’avvenire e alla rivoluzione incipiente, e che il Fronte Popolare avesse messo in quegli anni una sorta di ipoteca sull’interpretazione della lotta di liberazione dal nazifascismo è difficilmente negabile. L’inizio della presunta egemonia sociale e culturale della sinistra a compensazione dell’inamovibile potere di governo dei democristiani? Non è da escludere. Ma il gesto non era privo di fondamento storico. I gruppi partigiani comunisti conobbero una presenza ed una diffusione sul territorio che altri gruppi, liberali, monarchici, azionisti, per dimensioni o per radicamento territoriale non potevano o non riuscirono ad avere. Che si guardasse ai comunisti come comune denominatore della lotta di liberazione (senza implicazioni ideologiche automatiche), come collante del racconto che se ne faceva negli anni in cui i segni di quella battaglia erano ancora visibili, non deve sorprendere.

 

L’avvio del centrosinistra – quello di socialisti e democristiani – segnò però un cambiamento di non poco conto del clima politico. E con esso anche del modo di raccontare, ricordare e celebrare il 25 aprile. È grosso modo dagli anni ’60 che le note sovietiche di Fischia il vento lasciano sempre più il passo a quelle yiddisch di Bella Ciao. Pochi partigiani ricordano di averla mai cantata in montagna e comunque non tanto spesso quanto Fischia il vento. Quest’ultima aveva però un difetto in quegli anni: era – lo si è detto sopra – una canzone rotondamente comunista. Il nuovo clima politico, caratterizzato dalla delimitazione del cosiddetto arco costituzionale, mal si combinava con espressioni quale ‘rossa primavera’ (nonostante un adattamento fatto in articulo mortis con ‘nostra primavera’) e ‘la rossa sua bandiera’. Bella Ciao forniva una perfetta ancora di salvezza. Una musica orecchiabile, fatto non di poco conto nell’embrionale società del benessere del tempo, e un testo che parla chiaramente e positivamente dei partigiani, ma senza voler loro attribuire aspirazioni rivoluzionarie e collettivistiche. I fatti dell’Ungheria del 1956 avevano del resto ridimensionato parecchio le speranze rivoluzionarie di molti in tutta l’Europa occidentale e lo scoloramento delle commemorazioni della sconfitta del nazifascismo non fu fatto esclusivamente italiano. L’idea della Resistenza come momento di unità e solidarietà nazionale, di sollevamento congiunto della meglio gioventù di quegli anni nei rispettivi paesi si ritrova anche in Francia o in Olanda e sicuramente non solo lì. Del resto, più in generale, la guerra cominciava ad apparire lontana, una nuova generazione si faceva strada nella società ed era una generazione che stava conoscendo un boom economico senza precedenti. Che guardasse soprattutto al presente – la libertà come benessere portato dai non rivoluzionari – non stupisce affatto.

 

Questa visione ‘costituzionale’ del 25 aprile ha tenuto fino alla morte dell’arco costituzionale segnata dalla sua degenerazione partitocratrica dei vari quadri- e pentapartiti e della loro bolsa retorica. Con il 1993-1994, con la candidatura di Fini a sindaco di Roma e con la ‘discesa in campo’ di Berlusconi, il 25 aprile entra in crisi. Il nuovo scenario politico non si accompagna infatti, come negli anni ’60, ad una nuova interpretazione condivisa della Liberazione. A destra quelli che all’epoca erano ancora post-fascisti e null’altro puntavano scopertamente ad uno svuotamento della ricorrenza e ad una riabilitazione dei combattenti di Salò. Una visione paradossalmente opposta ma tutt’altro che lontana da quella del periodo postbellico. Il 25 aprile come festa comunista per un lato, il desiderio di riabilitare il fascismo tout court per l’altro. A sinistra i progressisti e i centristi – come si chiamavano allora – restavano ancorati ad una difesa della visione ‘costituzionale’ da anni ’70 e ’80 ormai chiaramente inattuale. Una difesa agguerrita alimentata anche e soprattutto dal revanscismo della compagine berlusconiana che faceva temere addirittura una cancellazione del 25 aprile e di conserva la celebrazione dell’eroismo e del patriottismo degli italiani tutti, anche di quelli che non credevano in un’Italia democratica.

 

La situazione di stallo che si registrava ormai da quindici anni viene smossa quest’anno da un fatto inatteso e imprevisto. Berlusconi ha deciso per la prima volta nella sua carriera politica di partecipare al 25 aprile. Certo, lo ha fatto dichiarando – e sembra di essere di nuovo nel 1950 – di non voler lasciare questa ricorrenza in mano alla sinistra. Certo, avrà deciso di partecipare anche per ricostruirsi una verginità e un curriculum presidenziabile, date le sue malcelate aspirazioni quirinalizie. Ciò non toglie che la decisione di Berlusconi è anche implicitamente un’accettazione dell’importanza della data del 25 aprile. In altre parole, Berlusconi sancisce a modo suo che il 25 aprile è ricorrenza inaggirabile, confermandolo peraltro con il discorso di Onna. Il fatto che in questo periodo non ci siano altre ricorrenze di sorta che possano rimpiazzare questo comodo ponte di primavera avrà magari anche avuto un suo ruolo, ma la definizione di Fini del 25 aprile come festa di tutti, le polemiche – anche a destra – sulle uscite revisioniste di La Russa, e l’articolo su il Giornale del 23 aprile a firma di Sandro Bondi – nonostante l’autore si lasci andare ad una equazione assai grossolana fra meriti tutti da verificare della Chiesa cattolica durante l’occupazione tedesca e coraggio indubbio di certi sacerdoti negli ultimi due anni di guerra – lasciano pensare che a destra sia in atto un cambiamento di rotta, una revisione del massimalismo antiresistenziale. Se ne deve concludere che il 25 aprile non è verosimilmente destinato a scomparire a breve. È destinato però, questo sì, a cambiar pelle e a ricevere una nuova interpretazione che si adatti al meglio agli equilibri politici, sociali e culturali attuali.

 

Non credo la cosa debba essere per forza di cose deprecabile. Nella stessa Francia il tono antitedesco delle celebrazioni della liberazione ha lasciato il posto alla riscoperta del ruolo non sempre onorevole occupato durante l’occupazione da una popolazione francese spesso e volentieri tutt’altro che gollista. Sempre in Francia, ma anche in Olanda e in Gran Bretagna una certa revisione delle responsabilità storiche – paragonabile alla riscoperta dei misfatti partigiani posteriori al 25 aprile in Italia – si è accompagnata ad una trasformazione delle celebrazioni della liberazione interpretata ormai come la fine dell’ultima guerra mondiale, come la fine della stupidità della guerra in Europa, e non a caso ricordata spesso insieme alla conclusione della Prima Guerra Mondiale. È probabile che in Italia, non senza ritardo, si stia andando nella stessa direzione. Il 25 aprile come la liberazione dalle guerre fratricide, dalle ideologie per cui essere pronti a morire, dagli odi collettivi.

 

Una ricorrenza nuovamente condivisa, ma anche una ricorrenza dall’interpretazione ampia, vaga, in qualche modo insoddisfacente. Insoddisfacente perché aggira un problema fondamentale che a tutt’oggi storici, politici, opinione pubblica non si sono ancora posti. Un problema che potrebbe davvero far piombare il più oscuro oblio della memoria sul nazifascismo, sull’Olocausto e su tutto quel fanatismo concentrato che hanno fatto definire non di rado alle generazioni immediatamente successive la Seconda Guerra Mondiale come l’Orrore Supremo, come la violenza più tragica e mortifera di tutta la storia occidentale. In un tempo in cui ormai ben pochi partigiani restano in vita, in un tempo in cui in verità restano in vita anche ben pochi di quegli americani, canadesi, inglesi, neozelandesi che hanno liberato l’Europa, in un tempo in cui ben pochi rimangono di quelli che avevano creduto e capito – e qui stava la loro intuizione e di conseguenza la giustezza della loro posizione – che il futuro dell’Europa e il benessere delle sue genti non potevano non essere democratici, sarebbe auspicabile riuscire a non fermarsi a formulazioni vaghe e a celebrazioni indistinte. Se la guerra e il nazifascismo che l’ha provocata sono stati quell’Orrore Supremo, quell’unicum storico che crediamo sia stato, che cosa e come dobbiamo continuare a ricordare quel periodo? E soprattutto come possiamo trasmetterlo nella sua unicità alle generazioni future perché davvero quell’orrore – l’orrore di tutte le guerre, certo, ma anche l’orrore di quella guerra in particolare – non abbia a ripetersi mai più, perché la lezione venga imparata dalle generazioni future anche se non ci saranno più nonni, zii, vicini di casa a trasmettere la memoria?

 

Credo che l’Italia, grazie paradossalmente allo stallo che ha tenuto bloccata l’interpretazione del 25 aprile negli ultimi anni e che solo in questo 2009 sembra dare segni di evoluzione, si trovi in una posizione ideale per poter imparare dall’esperienza dei paesi che le stanno intorno – un’esperienza che non esito a definire di sostanziale svuotamento del significato della resistenza, un’esperienza di conseguenza di svuotamento della memoria. È un problema ancora tutto da affrontare, è una domanda ancora priva di risposta, è una discussione tutt’altro che agevole e prevedibile. Ma di una riflessione, di un dibattito su come tenere vivo e attuale il significato della Liberazione ci sarebbe un gran bisogno, oggi più che mai. Quale sarà, quale vorremmo che fosse la canzone che ricorderà il 25 aprile quando anche l’ultimo partigiano, l’ultimo soldato americano, l’ultimo sopravvissuto ad Auschwitz non avranno più voce per cantare?

 

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Ahimè ci risiamo

Pubblicato da nicola su 22 Aprile, 2009

Non senza dispiacere, noto che qui a Firenze la corrente Trotskista interna a Rifondazione sta prendendo nuovamente la via dell’opposizione interna e dello scontro con la maggioranza del partito e con le altre forze in campo della sinistra.

Come potrete leggere dal seguente articolo, una questione di poltrone e candidature sta disseminando innumerevoli dissapori interni al partito, e soprattutto all’interno di quel tentativo di ricoesione delle forze della sinistra che sta avendo luogo proprio qui a Firenze.

Per quanto si possa parlar male di Valdo Spini, egli in questo momento è riuscito a mettere insieme Rifondazione, Verdi, Comunisti Italiani e Movimento Repubblicani Europei.  Non è poco, e questo esperimento fiorentino, se riuscisse ancora una volta a portare il candidato sindaco del PD al ballottaggio, come successe con Domenici la volta scorsa, potrebbe rappresentare un buon esempio per la sinistra in tutto il paese.

So bene quanto Falce e Martello abbia come obiettivo una ricostruzione della sinistra a partire da Rifondazione e nei limiti di Rifondazione; e apprezzo il peso e il valore che questa particolare corrente continua ad assegnare alla questione del lavoro, un fatto ormai raro anche a sinistra. Non credo però che questo sia il momento di ulteriori isolamenti, di candidature di bandiera o di dottrina. La linea si è spezzata il 14 aprile del 2008, è inutile rimanervi fedeli oggi.


Il Prc di Firenze sbanda sulla questione elettorale

Scritto da Dario Salvetti (segreteria provinciale Prc Firenze)


“Qualcosa di antico, anzi di nuovo” era lo slogan che il Psi di Craxi adottò nella sua ultima campagna elettorale a Firenze. Questo slogan si presta tutt’oggi a presentare la proposta elettorale con cui Rifondazione ha deciso di affrontare le prossime amministrative di Firenze. Con 35 voti a favore, 27 contrari e 7 astenuti il Cpf di Firenze ha infatti deciso di formare una coalizione insieme alla lista “Valdo Spini, insieme per Firenze”.

Valdo Spini sarà quindi il candidato con cui Rifondazione spera di intaccare l’egemonia del Pd. Il pedigree del personaggio non scherza:  deputato nel 1979 del Psi, vicesegretario nazionale dal 1981 al 1984 ai tempi del più bieco craxismo, Sottosegretario al Ministero dell’Interno dal 1986 al 1992, Sottosegretario ali Esteri con il Governo Amato, poi Ministro dell’Ambiente, Presidente della Commissione Difesa della Camera dal 1991 al 2001, Deputato dei Ds dal1996 al 2001, presidente della Fondazione Italia Usa nel 2007 e aderente al nuovo Partito socialista.

Insomma, è proprio il caso di dirlo: un uomo vecchio per Palazzo Vecchio. Com’è possibile che un fossile della Prima Repubblica, impegnato in incarichi governativi nel corso di 20 anni di attacchi alle condizioni di vita dei lavoratori, sia rotolato di bocciatura in bocciatura fino alla grande incoronazione con cui il Prc di Firenze lo ha scelto come il nuovo che avanza? La verità è che il partito esce disorientato e immobilizzato da questa scelta tanto improvvisa quanto traumatica. Inizia così l’ennesima campagna elettorale messa in salita dalle sciagurate scelte istituzionali. E non solo per il passato dell’individuo, ma per il merito e il metodo che hanno accompagnato la sua candidatura.

La vicenda è quindi antica, anzi nuova.

Manovre a sinistra

Questo in sintesi quello che è successo: per due mesi il Prc di Firenze è stato immobilizzato da tensioni interne legate alla questione elettorale. Le ragioni sono di difficile comprensione, visto che la posizione del partito a Firenze si presentava come una delle più avanzate a livello nazionale.

Il partito formalmente avanza il 6 febbraio una propria candidatura – quella della compagna Mercedes Frias – a guidare una coalizione di sinistra alternativa al Partito Democratico. La guardia è tenuta ben alta anche rispetto alle manovre del Pdci: viene ribadita l’ambiguità dei comunisti italiani rispetto al Pd e la necessità che il Prc si presenti con le proprie liste.

Il tutto è sintetizzato da un documento politico approvato il 6 febbraio.

A quel punto tra il 10 marzo e il 6 aprile vengono convocati 5 federali sul tema elettorale. Ma ognuno di questi rimanda qualsiasi decisione. Il corpo del partito è posto di fronte ad un immobilismo difficile da capire. Nei corridoi evidentemente si svolgono complicate manovre. Una parte dei compagni sostiene la necessità di candidare a sindaco di Firenze Ornella De Zordo, esponente della lista civica Unaltracittà-unaltromondo. Con Ornella De Zordo non ci sono particolari differenze programmatiche. Al contrario: ha svolto per cinque anni una efficace opposizione al Pd fiorentino a fianco del nostro partito. Le perplessità riguardano semmai la necessità di presentare un nostro candidato di partito in una fase in cui si vuole ripartire da Rifondazione Comunista. Oltre tutto in diversi comuni della provincia, le liste civiche ispiratesi alla De Zordo mostrano un carattere contraddittorio. A Borgo San Lorenzo, ad esempio, la lista civica Libero Mugello stringe contatti con un’altra lista civica guidata da un esponente del centrodestra.

Queste sono le argomentazioni politiche con cui i dirigenti della prima mozione insistono per due mesi a mantenere la candidatura della Frias. Come quarto documento sosteniamo la necessità di individuare una candidatura operaia da contrapporre a Renzi, ma nella misura in cui non si trova la disponibilità di un candidato che risponda a questo identikit, riteniamo che la candidatura della Mercedes Frias possa comunque rappresentare la svolta a sinistra del Prc, a patto che nella lista siano inserite candidature provenienti dal mondo del lavoro che qualifichino la nostra campagna elettorale.

Ma proprio la prima mozione tra venerdì 27 e lunedì 30 svolge la più classica e clamorosa delle capovolte politiciste. Mercedes Frias è scaricata a favore della candidatura di Valdo Spini.  Mercedes Frias scrive in seguito una lettera in cui racconta di averne ricevuto comunicazione in un incontro al gruppo regionale lunedì 30 mattina e di sapere che la proposta arriva direttamente dal segretario nazionale, Paolo Ferrero. Ma i compagni coinvolti in questo incontro si guardano bene dal darcene comunicazione quando lunedì 30 sera si riunisce l’ennesimo Cpf.

Il passato di Valdo Spini l’abbiamo già descritto. Qualcosa in più va detto sul presente. Pochi giorni prima aveva rilasciato un’intervista in cui affermava: “la mia candidatura non è contro il Pd” (ripreso da Il Manifesto, pagina di Firenze, 2 aprile). Il programma che Spini ha propagandato per due mesi per Firenze è impresentabile. E’ un misto di demagogia territorialeggiante da far invidia al candidato della Pdl e di vecchia concertazione diessina. Il suo slogan è “Firenze una città da riconciliare e da amare”. Sul tema del lavoro, sostiene la necessità di una“rivisitazione e un aggiornamento del “Patto per lo Sviluppo”, firmato quattro anni fa fra le parti sociali e le istituzioni locali” . Un patto che da sempre il Prc di Firenze ha correttamente criticato come espressione della peggior concertazione sindacale.

Sin dall’inizio Spini ha abbandonato il tavolo delle trattative per la coalizione di sinistra (in verità lui in persona non si è mai fatto vedere), ponendo come discriminante la sua candidatura a sindaco. A noi appare evidente qual’era allora la sua manovra: mandare Renzi al ballottaggio per poi apparentarsi al secondo turni e magari rientrare nei giochi da assessore.

Cosa sia andato male al povero Valdo non lo sappiamo e poco ci interessa: fatto sta che domenica 5 aprile è disposto a ritrattare grosse parti del suo programma e il 6 aprile è pronto all’incoronazione a candidato sindaco da parte del Cpf di Rifondazione con i voti determinanti di ciò che rimane della vecchia seconda mozione vendoliana. Una scelta che lascia il Prc di Firenze privo di una linea politica comprensibile e spiegabile in città.

Alla conquista dello spazio che non c’è

La verità è che c’è dell’ordine in questa apparente follia. Si tratta di una scelta che risponde ad una logica politica ben precisa. Con la candidatura Spini si pensa di andare a coprire quello spazio elettorale di diessini delusi dall’eccessivo spostamento a destra del Pd. E’ la stessa teoria elettoralistica che ha guidato il compagno Vendola e che è alla base della scissione che abbiamo subito. Questa teoria è tanto banale da essere disarmante: i Ds non esistono più, candidiamo qualcosa che ci assomigli, chi votava Ds voterà noi. Torniamo quindi al punto di partenza: perchè allora Sd è nata come un aborto, perchè La sinistra fondata da Vendola è in forti difficoltà, perché noi stessi non abbiamo appoggiato la teoria di Vendola?

Forse sarebbe necessario prendere atto che lo spazio elettorale che si rincorre affannosamente semplicemente non esiste. Il Pd è il risultato di uno spostamento ventennale a destra che ha finito per ingurgitare da ogni punto di vista ciò che rimaneva dei Ds. Non ci pare un caso che in diverse elezioni primarie siano gli ex-esponenti del Ppi-Margherita a guadagnare larghi consensi. Renzi è l’esempio per eccellenza. I contrasti che oggi emergono dentro il Pd assomigliano ad uno scontro tra bande con ben pochi rapporti con la situazione sociale.

Rifondazione non si ricostruisce dalle alchimie elettorali, ma ricostruendo totalmente il partito, la sua egemonia tra la classe e nel cosiddetto blocco sociale. Il Prc sopravvive al bipolarismo se mette in campo un terzo progetto.

Ma questa non è l’unica parte della svolta a sinistra di Chianciano che è stata calpestata con la scelta fatta a Firenze. La segreteria fiorentina, nonostante i documenti votati dal Cpf di Firenze e dal Cpn, ha messo in campo come materia di scambio elettorale il ritiro del simbolo del Prc alle amministrative per fare una lista unica con il Pdci (vedi il documento del Cpf ).

Il nostro Cpf ha lasciato addirittura l’ultima parola a riguardo al Pdci, il quale ha riunito il proprio Cpf il giorno dopo il nostro. E il Pdci ha scelto: dopo due mesi di trattative il Cpf dei comunisti italiani si è proclamato per un appoggio a Matteo Renzi e al Pd (vedi http://www.comunistifiorentini.it/).  Una capovolta causata dal fatto che non gli abbiamo dato il candidato a presidente della provincia. Partita chiusa, quindi? Assolutamente no. Lo stesso giorno in cui apprendiamo tutto questo una mail del nostro segretario regionale ci tranquillizza, dicendo che il Pdci Nazionale ha deciso di non dare il simbolo a quello fiorentino. Questo viene definito: “un passo decisivo verso l’obiettivo di cui abbiamo parlato anche nel nostro CPN, teso a fare del  nostro non un semplice cartello elettorale, ma, appunto, l’avvio di un progetto politico aperto e condiviso”. In pratica il Pdci di Firenze è sciolto d’arbitrio dall’alto da Diliberto per permettere al Prc….. di non presentare il proprio simbolo alle amministrative. Della serie: ci unifichiamo con un partito che a livello fiorentino non esiste più, ma se esistesse….voterebbe Renzi. Contro le stesse decisioni del Cpn, quindi, il partito a Firenze e provincia correrà con una lista unificata con il Pdci.

Abbiamo assistito in questi giorni a Firenze al risorgere della peggior miopia che ci portò alla formazione della Sinistra Arcobaleno e all’entrata nella giunta regionale Martini. Non a caso oggi, su Repubblica Firenze, Valdo Spini loda così il nostro partito: “Rifondazione Comunista collabora in regione con Martini e ha fatto una scelta coraggiosa a candidare un uomo della sinistra laica e riformista come me.”

I fatti sono finora senz’appello. Non può vivere una reale svolta a sinistra senza una forte sinistra interna al partito. Gli stessi dirigenti che si sono resi complici dei peggiori errori passati stanno facendo di tutto per dimostrarci di avere ancora gli stessi vecchi vizi.

Ma ciò che ci appare altrettanto dimostrato è che chi negli ultimi mesi è uscito dal Prc per inventarsi qualcosa più a sinistra di Rifondazione è finito rapidamente nella testimonialità o nell’inattività. Questo partito è il patrimonio organizzato più importante da contrapporre al Pd e alla Pdl. E lo difenderemo, a partire da una campagna elettorale che metta al centro il radicamento operaio. Useremo anche le elezioni per ricostruire il partito, e lotteremo contro chi invece vuole un partito da usare per soli scopi elettorali.

Firenze, 9 aprile 2009

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Report del 22 marzo 2009

Pubblicato da prescinseua su 1 Aprile, 2009

Prendetevi un’ora abbondante per gustarvi la puntata di ‘Report’ del 22 marzo scorso. Rimettere uno dietro l’altro i diversi episodi della vicenda tv (e conflitto di interessi) nel nostro paese si rivela una limpidissima lezione di storia contemporanea.

P.S.: se volete verderla d’un fiato, la trovate tutta intera (inclusiva di trascrizione) sul sito della rai al link http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-11caae90-2d7a-441b-977d-7051dd684429.html?p=0

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Ma dove vogliamo andare

Pubblicato da sandro su 4 Marzo, 2009

Sondaggio Ipr Marketing sul voto del prossimo giugno. Rispetto alle Politiche 2008
Pdl in lieve flessione a vantaggio della Lega. Sinistra in ripresa, ma soglia a rischio

Le intenzioni di voto per le Europee
crolla il Pd, bene Di Pietro e Casini

I democratici perdono circa un terzo di voti rispetto allo scorso anno
Ma se Ds e Margherita si presentassero separate andrebbe ancora peggio…
di CLAUDIA MORGOGLIONE

ROMA - Se le elezioni europee – indette per il 6 e 7 giugno – si svolgessero oggi, quali risultati uscirebbero dalle urne? Alla domanda prova a rispondere il sondaggio Ipr Marketing, che per Repubblica.it ha interpellato gli italiani, il 26 e 27 febbraio, sulle loro intenzioni di voto. Con esiti interessanti: a fronte di un forte tonfo del partito democratico, che passa dal 33,2 delle Politiche 2008 al 22%, va registrato un boom dell’Italia dei valori (dal 4,4 all’8%); una notevole crescita dell’Udc (dal 5,6 all’8); un aumento della Lega (dall’8,5 al 9,5%), a cui corrisponde un lieve calo del Pdl (dal 37,4 al 36%). E, infine, una piccola ripresa delle forze di sinistra. Che però, frantumate in tanti rivoli, rischiano di non superare la soglia necessaria del 4%.

Ma c’è dell’altro. Viste le attuali vicissitudini del Pd, Ipr ha provato a porre – sempre al campione prescelto, pari a mille elettori residenti in Italia – un’altra domanda: se al posto dei democratici tornassero le vecchie due formazioni, ovvero Ds e Margherita, lei come voterebbe? Ebbene, questo scenario virtuale non lascia spazio a dubbi: la Quercia prenderebbe il 13%, i Dl il 7%. Totale: 20%, meno del 22% che (sempre alle Europee 2009) otterrebbe il nuovo partito nato dalla loro fusione. Tornare indietro, dunque, non è la strada migliore.

Il Pd nella bufera. Le polemiche interne, le divisioni, le dimissioni di Walter Veltroni: il travaglio del partito si riflette con forza, nelle intenzioni di voto degli italiani. Con una perdita di circa undici punti, visto il passaggio dal 33,2% delle Politiche 2008 all’attuale 22. A cui va aggiunto – visto che lo scorso anno in lista c’erano anche gli esponenti radicali – l’1% di Marco Pannella e soci, in campo da soli. Sul fronte democratico, dunque, in un anno viene perso circa un terzo dell’elettorato. A guadagnare, invece, è l’alleato Antonio Di Pietro, che quasi raddoppia i consensi. Ma, dal lato moderato, una parte dei consensi democratici potrebbero essere stati catturati anche da Pierferdinando Casini che, con il suo Udc, registra un incremento dal 5,6 all’8%.

La sinistra frammentata. Dopo la batosta dello scorso anno, che li ha visti esclusi dal Parlamento italiano, i partiti dell’area potrebbero riprendersi. Alle Politiche, Pdci, Prc, Sinistra democratica e Verdi ottennero il 3,1%. Ora, separatamente, ottengono i seguenti risultati: Rifondazione comunista di Paolo Ferrero 2,5%; Rifondazione per la sinistra (il movimento nato dalla scissione di Nichi Vendola) 1%; Sinistra democratica 2%; Verdi 1,5%; Pdci 0,5. Percentuali basse, se prese da sole. Ma l’unione tra Rifondazione comunista e Pdci è pari al 3%; mentre quella tra Vendola, Verdi, Sinistra democratica, e con l’eventuale aggiunta dei socialisti di Nencini, varrebbe un considerevole 6%.

Il centrodestra resta forte. Federalismo fiscale, stretta sugli immigrati, ronde: tutti temi cari al Carroccio, molto presenti sia nell’agenda politica che nei titoli di giornali. Prevedibile, dunque, il balzo della Lega, che passa dall’8,3 al 9,5%. Sottraendo consensi, probabilmente, al Pdl: sempre di gran lunga primo partito italiano col suo 36%, ma che comunque perde l’1,4% rispetto allo scorso anno. Lievissimo calo dell’Mpa di Raffaele Lombardo dall’1,1 all’1%, più consistente per La Destra (dal 2,4 al 2%).

“Ritorno al futuro”. E’ lo slogan di sapore cinematografico scelto dall’Ipr per indicare uno scenario virtuale, in cui Ds e Margherita si ripresentano separate. Con risultati poco incoraggianti, sul piano delle intenzioni di voto per le prossime europee: i due partiti otterebbero, rispettivamente, il 13 e il 7%. E a guadagnare – sempre in questa ipotesi – sarebbero Idv e Udc. Che arriverebbero entrambe a quota 10%.

“la Repubblica” 3 marzo 2009

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Il PD a Firenze, aspettando le elezioni

Pubblicato da nicola su 28 Gennaio, 2009

Ecco a voi un interessante articolo, tratto da www.repubblica.it, relativo alla situazione politica interna al PD fiorentino. Buon divertimento!

L’INCHIESTA Cinque candidati, c’è anche un ministro-ombra
Il sindaco Domenici alla fine ha accettato di prendere la tessera

Firenze nella centrifuga-primarie
Il Pd rischia dove toccò il record

di ALBERTO STATERA

Firenze nella centrifuga-primarie Il Pd rischia dove toccò il record

FIRENZE – L’anticacicco dalemiano sbarca al Caffè Paskowski – ironia della sorte in un palazzo di piazza della Repubblica di proprietà della Fondiaria Sai di Ligresti – roseo, sobrio, curiale, rassicurante, portatore come sempre, di un “momento di riflessione” nel Partito democratico. Un partito “alla deriva”, anzi proprio “balcanizzato” in una “scomposizione verticale”, secondo la pubblica e impietosa analisi del sindaco uscente di Firenze Leonardo Domenici, che dall’incatenamento di protesta che mise in scena lo scorso dicembre non ha più peli sulla lingua.

Michele Ventura, classe 1943, ragioniere, comunista, “miglior figlio” di Sestigrad, la Sesto Fiorentino rossa descritta da Ernesto Ragionieri, deputato da quattro legislature, ministro ombra del governo ombra di Walter Veltroni per l’Attuazione del programma (quello ombra) e tra i promotori della dalemiana Red, è ufficialmente da domenica il quinto concorrente alle primarie di coalizione per la candidatura a sindaco di Firenze, la contorta operazione politica che si è trasformata in un tormentone. Un parto multiplo a rischio aborto, nonostante la ridefinizione delle regole che da Roma è venuto a dettare Vannino Chiti, dopo lo scandalo di Castello, l’area di 180 ettari a nord ovest del capoluogo, al centro di un’inchiesta giudiziaria che ha coinvolto, tra gli altri, l’assessore-sceriffo Graziano Cioni, indagato per corruzione ed escluso dalle primarie. Sanguigno “figlio di babbo cenciaio”, come si presenta, Graziano ha minacciato fino all’ultimo di fare una sua lista fuori dal Pd, che alle politiche del 2008 a Firenze ha avuto il miglior risultato nazionale da difendere come l’icona della Madonna di Lourdes. Ma, palesatosi il ministro ombra dalemiano, ha avuto una resipiscenza e gli ha garantito la raccolta delle firme necessarie, mille, per presentare la candidatura. Di Ventura, che i vecchi cronisti fiorentini per la cripticità dell’eloquio chiamano “Supercazzola” in onore del Tognazzi di “Amici miei”, dice che è un Sor Tentenna, che “traccheggia da quarant’anni”, ma che, lui decisionista, gli garantisce il suo appoggio, nonostante lo slogan attendista di Ventura sia: “Occorre una riflessione più ampia”.

Sarà forse perché il cacicco fiorentino ricorda che anche l’odierno anticacicco fu un cacicco ante litteram? Correva il 1989 e in una tragica sera di fine giugno, il 29, il segretario del Pds Achille Occhetto disse che sentiva “puzza di bruciato” negli affari fiorentini. Pochi giorni prima i ragazzi della Fgci avevano innalzato una tenda rossa sulla proprietà allora Fiat-Fondiaria a Castello, per protestare contro la speculazione che lì si preparava, con l’avallo di una variante della giunta del sindaco Massimo Bogianckino. Occhetto, che oggi descrive Firenze come un prato affollato di “compagni di merendine”, ordinò al segretario della Federazione Paolo Cantelli: “Blocca tutto”. Quello, ricevuto l’ordine per telefono, si schiantò sulla sedia. Il giorno dopo, nel Salone dei Dugento fu uno psicodramma e un’intera classe dirigente comunista fu decapitata. Compreso il vicesindaco Michele Ventura, che commentò cripticamente: “Ho la sensazione che si vada verso il commissariamento della città”. Intendeva dire che Occhetto commissariava dei gentiluomini che facevano solo il loro dovere di amministratori, favorendo lo sviluppo della città, o che il segretario prendeva in mano una situazione nella quale l’amministrazione di sinistra inciuciava con i poteri forti della speculazione, del cemento e della finanza? Nessuno lo saprà mai.

Di certo Ventura non è tipo che vada a cena con Ligresti, il quale ovunque mette le mani provoca, come in una ineluttabile maledizione, peristalsi politiche, o si incontri con Della Valle a trattare segretamente affari pubblici. Né è tipo che si faccia intercettare al telefono a gestire pastette clientelari.

Passati vent’anni, la maledizione ligrestiana del Castello torna a perseguitare Firenze e il Partito democratico nella sua trincea fiorentina, dove ad ogni costo occorre perpetuare l’egemonia ormai dimenticata altrove.

Obiettivo non facile in uno scenario di bande contrapposte. Daniela Lastri, assessore comunale uscente del Pd, bionda, testarda, autocandidatasi fin dal luglio scorso; Lapo Pistelli, deputato della Margherita preferito da Veltroni, che Cioni definisce “generale democristiano”; Matteo Renzi, ex boy scout trentaquattrenne, rampante presidente della Provincia cultore di Giorgio La Pira, antico sindaco cattolicissimo fiorentino; Eros Cruccolini, presidente del Consiglio comunale de La Sinistra: su Castello oggi tutti i candidati alle primarie vanno un po’ “schisci”. Il ministro ombra comparso in extremis alle primarie di coalizione, criptico, scandisce: “Cercheremo un approccio pragmatico”. Che vuol dire? Si farà o non si farà la speculazione di Ligresti a Castello, con l’integrazione dello stadio della Fiorentina voluto dai Della Valle, insieme alla Cittadella viola, ai palazzi, agli alberghi e quant’altro? Non molto tempo fa tutto l’establishment cittadino, convocato al lussuoso Hotel Four Season, esultava in prima fila, fiero della vicinanza ai poteri forti incarnati dai Della Valle. La Fiorentina? Non solo, i Della Valle hanno stabilimenti a Bagno a Ripoli e a Pontassieve. A Incisa Valdarno hanno comprato 130 ettari per farci un centro sportivo. A Firenze hanno acquistato un pezzo di palazzo Tornabuoni dai Fratini, quelli che dalle armi sono passati all’immobiliare e hanno preso una quota della nuova Alitalia. In altri tempi il giovane presidente della Provincia scriveva senza timore: “Sogno uno stadio bello, con una grande firma dell’architettura contemporanea, magari intitolato a Lorenzo il Magnifico”. Oggi il sogno di Lorenzo il Magnifico è diventato un incubo, da quando il sindaco Domenici, in un’intercettazione telefonica, è stato sentito dire che gli 80 ettari di parco previsti per il ligrestiano Castello erano una “cacata” e potevano essere dedicati benissimo allo stadio dei Della Valle, con tutto il relativo indotto.

La scatologia sull’area ligrestiana, che dovrebbe produrre un affare da un miliardo di euro, del resto aveva già fatto delle vittime. Mentre l’estate scorsa Domenici si apprestava segretamente a sponsorizzare lo stadio rispetto al giardino previsto fino ad allora, l’assessore alla Cultura Giovanni Gozzini, suo amico personale, dichiarava: “La mia opinione molto sfumata è che i Della Valle possono arrotolare il loro progetto del Castello e ficcarselo su per le trombe del cosìddetto”. La mattina successiva Domenici, molto sfumatamente, ne pretese le dimissioni. Adesso, dopo essersi incatenato a un cancello in una gelida giornata del dicembre romano per protestare contro la presunta “gogna mediatica”, il sindaco ha come riacquistato la parola. Non va molto in consiglio comunale, lascia giacere le pratiche, come se assaporasse una sorta di semestre bianco in attesa di essere chiamato a nuovi incarichi dopo dieci anni di governo della città, ma fa scorrere tutti i veleni, non risparmia nessuno, piccona come Cossiga quando lasciò il Quirinale. Lo stesso giorno in cui il ministro ombra arrivava a Firenze, lui accettava la nuova tessera del Pd, che prima aveva detto di rifiutare. E intanto si toglieva un sacco di sassolini contro i vertici del Partito democratico, “autoreferenziali”, capaci persino, nella loro insipienza, di perdere la roccaforte fiorentina: “Io ho fatto la mia parte perché il Pd arrivasse al 48 per cento. Mi spiace dirlo, ma ora nel nostro partito c’è un deficit di direzione politica”.

Le primarie di coalizione? Con cinque candidati è come ammettere che il Pd non esiste. Il rinnovamento? Non si può fare a spese delle esperienze di governo della città per un decennio. I cacicchi e la questione morale? La confusione nella gestione politica può favorire qualcuno sul territorio, ma non si può segare il ramo su cui si è seduti. E questa crisi, in cui non si capisce se il Pd è un vero partito o un luogo dove ciascuno fa quel che vuole, non fa altro che mascherare l’inadeguatezza del governo Berlusconi.

Le primarie di coalizione infiammano – poco – Firenze, mentre la città, plumbea, si deprime, crollano le presenze nei musei e negli alberghi. La crisi morde, in attesa di Godot. In attesa come Denis Verdini, coordinatore nazionale di Forza Italia e ras toscano, che aspetta ridanciano i risultati della partita nel Pd a metà febbraio per rivelare il suo candidato. Tanto lui lo sa, ormai in Italia, nell’opacità della gestione del territorio, chiunque vinca, politica e affari si intendono alla perfezione.

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