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Una vita nella musica: Claudio Abbado

Pubblicato da sandro su 27 Agosto, 2009

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Il direttore d’orchestra Claudio Abbado ha lavorato al suo giardino nella Sardegna nord-occidentale per 40 anni. “Quando mi sono trasferito qui, l’unica cosa che c’era era quella buganvillea” dice, indicando una sgargiante esplosione di colore viola proprio sopra la sua casa. “E ogni anno, costruiamo qualcosa in più, piantiamo qualcosa in più.”

La terra di Abbado scende ripidamente verso il Mediterraneo e devi attraversare tutta una serie di strane passerelle di legno, progettate da lui, per arrivare alla sua spiaggia e al pontile del suo yacht. Sotto un tendone sul ponte, un cartello gigante proclama “Venezuela”, un regalo dei giovani musicisti dell’Orchestra Simón Bolívar. Abbado va regolarmente a lavorare con gli studenti di “El Sistema Caracas”, il fortunato schema ideato da José Antonio Abreu, “un santo”, dice Abbado.

Questa casa in Sardegna è il suo rifugio, un posto in cui il direttore d’orchestra 76enne prepara i pochi programmi che attualmente dirige ogni anno. I suoi impegni si sono notevolmente ridotti dopo la sua battaglia con un cancro allo stomaco nel 2000, la cui severità ha fatto sì che gli fosse rimosso metà dell’intestino. Ha perso il giovanile e bruno fascino familiare agli amanti della musica ed è diventato una paurosa presenza spettrale. Abbado segue una dieta speciale: “Devo assolutamente mangiare qualcosina ogni due ore e non posso mangiare niente di fritto”. Si tocca la pancia con fare protettivo quando parla della propria malattia, ma adesso, dopo alcuni anni, le sue condizioni sono stabili e stanno migliorando, e a casa in Sardegna è rilassato, gioviale e pieno di energia. “È la musica che mi dà energia” dice.

Quando fu colpito da cancro, Abbado era il direttore titolare della Filarmonica di Berlino, grazie all’elezione nel 1989 come successore di Herbert von Karajan per condurre l’orchestra più famosa del mondo (ha mantenuto quel posto ufficialmente fino al 2002, quando è stato sostituito da Simon Rattle). Prima di allora, aveva ottenuto i più importanti incarichi musicali d’Europa, ma soltanto dopo essersi costruito una solida reputazione nel corso di molti anni.

Nato a Milano nel 1933 da una famiglia di musicisti e professori, Abbado studiò composizione, pianoforte e direzione d’orchestra al conservatorio Giuseppe Verdi di Milano; l’anno dopo il conseguimento del diploma, vinse una competizione di conduzione in America e fece i suoi importanti debutti a Vienna e alla Scala. Ma Abbado allora evitò le luci della ribalta e affinò la propria abilità musicale insegnando musica da camera a Parma per tre anni.

Dopo questo autoimposto isolamento, la sua carriera decollò, e rapidamente divenne una delle più importanti personalità musicali del mondo. È stato direttore della Scala di Milano per quasi vent’anni, dal 1968 al 1986; ha diretto l’Orchestra Sinfonica di Londra dal 1979 al 1988, anno in cui lasciò per divenire direttore musicale della Vienna Staatsoper. In seguito ci fu il suo lavoro alla Filarmonica di Berlino.

La trasformazione da quei “tempi pazzeschi” alla relativa calma di questi giorni è qualcosa che sta assaporando. “Ho più tempo per studiare e per prepararmi adesso”. Ma avrebbe fatto questo cambiamento senza la sua malattia? “Probabilmente no. Devo cambiare per sopravvivere. E ciò significa che quando studio, adesso, vado più in profondità. Per esempio, la Prima Sinfonia di Mahler, che ho diretto molte volte: ho comprato una nuova edizione e ci ho trovato moltissime cose nuove.”

Abbado studia nella propria proprietà in Sardegna fatta di passerelle e piante galleggianti, in un piccolo appartamento sotto la casa principale. In prossimità di uno spettacolare arbusto di camelie, una stanza dal soffitto alto ospita il suo letto, la libreria e la scrivania. Quasi tutto il perimetro della stanza è occupato da stampe di Egon Schiele, immagini fragili e torturate che simbolizzano un tempo e un luogo che hanno affascinato Abbado più di qualunque altro: la Vienna a cavallo di due secoli, la città di Brahms, Bruckner, Schoenberg, Berg e soprattutto Mahler.

È stato proprio con la Seconda Sinfonia di Mahler che Abbado fece il debutto con la Filarmonica di Vienna nel 1965, quando, all’età di 32 anni, fu invitato da Karajan a dirigere l’orchestra al Festival di Salisburgo di quell’anno (ricorda ancora il suo insegnante a Vienna, Hans Swarowsky, uno dei pedagoghi più grandi del secolo, che si complimentava ironicamente con lui dopo l’esecuzione: “Ah guarda, il nuovo Toscanini!”). La Sesta di Mahler era in programma quando fondò l’Orchestra Giovanile della Comunità Europea nel 1978; il culmine della sua carriera con l’Orchestra Sinfonica di Londra fu il festival “Mahler, Vienna e il ventesimo Secolo”. E un’altra esecuzione della Seconda di Mahler fu l’apice dei suoi programmi inaugurali con il Festival dell’Orchestra di Lucerna, che egli fondò nel 2003.

Abbado ha parlato del corale finale della Seconda Sinfonia, la “Resurrezione”, la visione sfavillante di Mahler della rinascita spirituale, come una metafora della sua propria esperienza musicale. Nel testo di Mahler per quel movimento, ci sono le parole: “Ciò che è stato creato, deve passare / ciò che è passato, deve sorgere! / Smetti di tremare! / Preparati! / Preparati a vivere!” Abbado ritiene che ciò significhi che la musica è distrutta e redenta allo stesso tempo dalla sua temporaneità: esiste ed si esaurisce in un momento, ma ha la possibilità infinita di essere ricreata di nuovo nel tempo. Ma nel contesto della guarigione di Abbado dalla malattia, è impossibile non riconoscere una risonanza personale: è stata la sua rinascita che egli celebrava in quelle esecuzioni, in compagnia dei musicisti che aveva accuratamente scelto per eseguire i primi concerti del Festival dell’Orchestra di Lucerna.

Sono passati sei anni e Abbado sta continuando il ciclo delle sinfonie di Mahler che sta creando, anno dopo anno, a Lucerna. La partitura della Quarta è aperta sulla sua scrivania, una copia molto usata adornata con i suoi segni a matita, dei promemoria che userà durante le prove. Stranamente nella sua stanza di lavoro non c’è un pianoforte né un altro strumento. “Non ne ho bisogno” dice. Invece Abbado ascolta tutta la musica che conduce nella sua testa, lavorando i piccoli dettagli dell’interpretazione con la sua immaginazione, costruendo un pezzo armonia per armonica, frase per frase, rigo per rigo. Dirige qualunque cosa a memoria. Come fa a imparare queste sinfonie o opere così lunghe? “Arriva un momento in cui so di aver memorizzato un pezzo. Ma è anche una cosa psicologica. Se non so un pezzo a memoria, penso di non conoscerlo a sufficienza.”

L’orchestra di Lucerna è l’incarnazione del sogno di una vita: creare le condizioni ideali per fare musica sinfonica. Le sue radici possono essere trovate nelle orchestre che Abbado ha fondato durante la propria carriera. Parallelamente ai prestigiosi incarichi alla Scala e alla Sinfonica di Londra, ha creato una serie di orchestre giovanili e complessi particolari che costituiscono alcuni tra i suoi più grandi successi, e saranno la pietra miliare della sua eredità.

Oltre ad aver inaugurato l’Orchestra Giovanile della Comunità Europea nel 1978, fu uno dei fautori nel 1986 dell’estensione de bacino di raccolta della Jugendorchester Gustav Mahler così da includere l’Europa dell’Est e la Russia. È stato uno dei fondatori dell’Orchestra da Camera d’Europa e, quando la prima generazione di musicisti dell’orchestra Gustav Mahler divenne troppo vecchia per essere classificata come “giovane”, Abbado creò l’Orchestra da Camera Mahler apposta per loro. Adesso ha l’Orchestra Mozart, un’altra orchestra da camera di giovani musicisti con sede a Bologna.

Tutti questi complessi sono stati fondati con valori diversi rispetto a quelli di un’orchestra convenzionale. La filosofia centrale è di ascoltare: il dono che prova a trasmettere ai suoi musicisti, il suo pubblico e la sua famiglia. “Mio nonno mi portava in montagna a camminare” ricorda Abbado “e non diceva molto. Io ho imparato da lui ad ascoltare il silenzio. E per me ascoltare è la cosa più importante: ascoltarsi l’un l’altro, ascoltare cosa dicono gli altri, ascoltare la musica.”

A Lucerna, quel principio è esteso fino a diventare una orchestra sinfonica di normali dimensioni. Si tratta di un complesso di 120 musicisti della Mahler Chamber Orchestra con l’aggiunta di una dozzina di musicisti principali dalle grandi orchestre europee e ensemble da camera, come le Filarmoniche di Berlino e di Vienna, i quartetti di Alban Berg e Hagen, e virtuosi solisti come la clarinettista Sabine Meyer e la violoncellista Natalia Gutman.

Abbado stenta a credere alla propria fortuna per avere realizzato questo complesso. “È meraviglioso: siamo tutti amici e loro sono i migliori musicisti di ogni orchestra, di ogni nazione, di ogni capitale. A pensarci, ci sono sette o otto violoncelli principali nella sezione del violoncello, c’è Wolfram Christ che era la viola principale nella Filarmonica di Berlino, e Alois Posch, che era il doppio basso principale nella Filarmonica di Vienna. Stupendo. E non so quanti musicisti principali ci sono fra i primi violini.” Durante le prove l’anno scorso, li ho contati: ce n’erano nove.

Ai concerti dell’orchestra di Lucerna si ascolta un repertorio sinfonico suonato con le rifiniture e le sottigliezze della musica da camera. Il virtuosismo dell’orchestra nell’ascoltare è miracoloso: il modo in cui ogni musicista sa istintivamente quale sia il proprio ruolo in una maestosa sinfonia di Mahler, quando ha un assolo, quando deve accompagnare un altro musicista, e come deve fondersi con gli altri in un accordo.

Il suonatore di viola Diemut Poppen ha lavorato con Abbado ogni anno da quando è stata fondata l’Orchestra Giovanile della Comunità Europea e adesso occupa la prima linea delle viole nell’orchestra di Lucerna. “Noi sappiamo cosa vuole. Lui, con i suoi gesti, è in grado di comunicare ad ogni singola persona dell’orchestra il significato della musica. Troppi direttori lavorano ai dettagli continuamente, ma non arrivano mai alle radici del significato della musica. Con questa orchestra, noi ci avviciniamo al significato della musica, alla sua origine, grazie alla incredibile sensibilità di Claudio. È quasi una cosa mistica: si forma una specie di energia collettiva, in cui ognuno ha la stessa immaginazione e la stessa concentrazione”.

Ma la tecnica “dolce-dolce” di prova di Abbado non lo ha reso sempre benvoluto ai suoi musicisti. Clive Gillinson, ex violoncellista e direttore amministrativo della LSO durante la direzione di Abbado e ora direttore esecutivo della Carnegie Hall di New York, dice che “fondamentalmente lui non dice niente durante le prove e parla così a bassa voce, perché è così timico, che ci si può annoiare ad un certo punto. Ma funziona perché ognuno sa che le esecuzioni sono ottime. Non ho mai conosciuto nessuno più coinvolgente. È il direttore più naturale del mondo. Alcuni direttori hanno bisogno di spiegare con le parole ciò che vogliono, mentre Claudio lo mostra, lo fa semplicemente.”

Si potrebbe pensare che l’ultimo posto in cui una persona di indole timida voglia trovarsi sia il podio. Ma Gillinson di che, per Abbado, “si tratta di servire la musica, della sua umiltà di fronte alla musica. Ci tiene disperatamente. Per Claudio la musica è tutta la vita. Ci pensa continuamente, così c’è un senso di urgenza e di importanza in tutte le sue esecuzioni. È come la domanda di Bill Shankly: la musica è una questione di vita o di morte? No, è ancora più importante di questo.”

È sempre stato così per Abbado: da bambino durante la guerra a Milano, dipinse la frase “Viva Bartók” sul muro di una casa; la Gestapo venne a casa sua e chiese ai suoi genitori “Dov’è il partigiano Bartók?”.

Ma adesso Abbado ha tempo per altre cose oltre alla musica: la sua famiglia, la lettura (al momento ha ricominciato a leggere Dostoevskij, “il più profondo fra i Russi”, dice) e il suo giardino. E c’è un’altra opera che vuole creare in Italia. Ha incontrato José Antonio Abreu e vissuto l’esperienza de “El Sistema” venezuelano per la prima volta quando fece una tournée in Sud America nel 1999 con la Gustav Mahler Jugendorchester. Rimase incantato dalla portata del progetto, che ha lavorato con quasi mezzo milione di bambini poveri, e rimase colpito dalla qualità della Simón Bolívar Youth Orchestra. Successivamente Abbado ha sostenuto la carriera del direttore Gustavo Dudamel e ha iniziato un meccanismo che permette ai musicisti cubani di studiare in Venezuela.

Abbado ha chiesto ad Abreu di venire in Italia a settembre e fondarvi “El sistema” o almeno una versione di esso. “Ovviamente, vedrete che funzionerà diversamente che in Venezuela. Vorrei che lui lo organizzasse in tutta Italia.” Da dove arriveranno i soldi, dal governo? “Il governo? Berlusconi non darebbe mai dei soldi per un’impresa come questa.”

Abbado descrive la classe politica italiana come “ignorante e sleale” nel modo in cui trattano la cultura. Allora come verrà finanziato? “Ho chiesto a tutti i miei amici a Napoli, Torino, Palerno, Milano di aiutarmi. Ho spiegato loro “El Sistema” e tutti hanno risposto: ‘bellissimo, ti aiutiamo’”. Questi devono essere amici ricchi, se Abbado parla di creare un nuovo modello nazionale di educazione musicale. “I soldi non sono il problema. Abreu è molto forte e lo aiuterò per quanto posso. L’Orchestra Mozart non riceve una lira dal governo, ma funziona.”

Un’orchestra da camera è una cosa, ma una versione italiana di “El sistema” è abbastanza diversa. Eppure Abbado probabilmente ci riuscirà. Ha ancora una certa influenza politica in Italia, come prova la storia del suo futuro ritorno alla Scala. Stranamente non dirige nel teatro dell’opera più famoso del mondo da 16 anni, e non ha mai diretto l’orchestra della Scala da quando ha lasciato il proprio posto nel 1986.

L’anno scorso ha dato un ultimatum, dicendo che avrebbe accettato di dirigere a Milano solo se il sindaco Letizia Moratti avesse acconsentito di piantare 90 000 alberi in città. E lei lo ha fatto. “Le ho chiesto di piantare tre tipi di magnolia e hanno iniziato a metterli nel centro della città. Però li hanno messi nei vasi, cosa che io non accetto. Voglio che scavino nei pavimenti e li piantino nel terreno. Comunque adesso dicono che vogliono piantare 500 000 alberi nella provincia di Milano. Allora posso dirigere.” Quale pezzo ha scelto per questa collaborazione fra l’orchestra della Scala e i musicisti dell’Orchestra Mozart? La seconda sinfonia di Mahler, quella musica di amore, rinnovamento e crescita spirituale che Abbado canta da più di 40 anni.

Abbado su Abbado

Ascoltando le mie registrazioni ho imparato che ci sono molte cose che posso migliorare. Per esempio, il mio ciclo di sinfonie di Beethoven con la Filarmonica di Vienna, che ho registrato negli anni ‘80, non era male per quel tempo, ma la versione delle nove sinfonie che ho fatto più tardi con la Filarmonica di Berlino era meglio. E c’è una registrazione dal vivo di quel ciclo di Beethoven che è meglio per la sua spontaneità, eppure ci sono ancora molte cose che non mi piacciono in quelle esecuzioni. È il problema del modo in cui viene fatto l’editing: molti non sono bravi a tagliare e fanno l’editing in un modo che non approvo. È lo stesso con le sinfonie di Mahler. Ho già registrato un ciclo di sue sinfonie con la Chicago Symphony Orchestra, la Filarmonica di Berlino, la Filarmonica di Vienna e ora con la Lucerne Festival Orchestra, e ce ne sarà un’altra. La gente le compra per qualche motivo. Voglio dire, se hai già registrato un ciclo di sinfonie, le persone non vogliono che tu ne pubblichi un altro, quindi deve esserci qualcosa che è migliorato nelle nuove registrazioni rispetto alle vecchie. Ho ascoltato una mia vecchia registrazione della prima sinfonia di Mahler con Chicago e ho pensato, mio dio, non va bene, la versione di Berlino era meglio. E ascolto le registrazioni di Lucerna e penso: sì, alcune cose sono migliori ma non tutto! Ma questo è il segreto della vita, credo, di trovare sempre qualcosa di meglio, avere nuove ispirazioni, nuovi entusiasmi. Nulla è mai perfetto e c’è sempre qualcosa di nuovo da scoprire.

Tom Service

“The Guardian”

(tratto da italiadallestero.info)

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La disinformata nazione di Berlusconi

Pubblicato da sandro su 25 Luglio, 2009

Come dimostra lo scarso spazio dedicato alle conversazioni intime registrate tra le lenzuola di casa, il Presidente del Consiglio italiano ha instaurato una cultura dell’informazione tipica dei regimi autoritari.

Riguardo alle registrazioni di Berlusconi, probabilmente la cosa che colpisce maggiormente è che la maggior parte degli italiani sappia solo vagamente della loro esistenza, quando non la ignorano del tutto.

Il fatto che il periodico d’informazione L’Espresso abbia pubblicato sul proprio sito le registrazioni realizzate da una donna che dice di essere andata a letto con lui lo scorso novembre, nella speranza di assicurarsi denaro o influenze, non è stato riportato dalla maggior parte dei telegiornali di ieri sera. Per quanto io sappia, la storia è stata ignorata non solo dai canali Mediaset di Silvio Berlusconi, ma anche dal primo e secondo canale pubblico, la RAI, e da La7, di proprietà Telecom Italia. Insieme, totalizzano i due terzi del pubblico nella fascia d’ascolto serale.

Si potrebbe obiettare che, poiché le registrazioni e le trascrizioni sono state rese disponibili su internet e poiché sono state riportate dalla stampa, non importa che la TV non se ne sia interessata. Ma ciò trascura due punti cruciali.

Il primo è che l’Italia è tra le nazioni più indifferenti a internet. Secondo un’inchiesta del Guardian lo scorso anno meno di un terzo della popolazione aveva accesso al web e quegli italiani che erano collegati usavano internet relativamente poco. La media sull’intera popolazione era di solo due ore a settimana. Questo potrebbe spiegare perché persino Mediaset fosse oggi felice di pubblicare una storia riguardante le registrazioni sul suo sito (con la naturale conclusione della tesi dell’avvocato di Berlusconi per cui sono false).

Il secondo punto importante è che, anche prima dell’arrivo dell’informazione libera su internet, solo un italiano su dieci comprava i quotidiani.

Il passaparola diffonderà senza dubbio la conoscenza dei nastri, nello stesso modo in cui ha diffuso una consapevolezza generalizzata che c’è uno scandalo che coinvolge il Presidente del Consiglio ed alcune donne. Ma è improbabile che voci e pettegolezzi cambino il fatto che i dettagli dell’intera faccenda, insieme alle sue ramificazioni di interesse pubblico, rimangono ampiamente sconosciuti alla maggior parte delle persone in Italia. Questa è un’importante ragione per cui a Berlusconi è stato possibile ignorare le richieste di sue dimissioni.

La controversia originale riguardava la chiara accusa della moglie di Silvio Berlusconi per il suo “frequentare minorenni”, come è emerso per la sua partecipazione alla festa per il diciottesimo compleanno dell’aspirante attrice e modella Noemi Letizia.

L’altro giorno mi sono trovato (non esattamente per la prima volta) ad avere una discussione con un tassista romano. È emerso gradualmente che partivamo da due punti di vista diametralmente opposti. Lui aveva sentito la spiegazione di Berlusconi (che la ragazza era la figlia di un vecchio amico) che era sostenuta dai notiziari televisivi, e dava al Presidente del Consiglio il beneficio del dubbio. Ma era all’oscuro del fatto che la spiegazione di Berlusconi non aveva retto ad un successivo esame minuzioso, perché questo piccolo dettaglio appariva solo in qualche quotidiano.

Ciò che osserviamo in Italia è l’emergere di una cultura dell’informazione tipica dei regimi autoritari. Ci sono gli informati: essi includono quelli che leggono giornali come La Repubblica, Il Corriere delle Sera e La Stampa, coloro che abitualmente navigano in rete (soprattutto giovani), e quelli che ascoltano le poche stazioni radio indipendenti come Radio 24 Ore.

Quindi ci sono i molto più numerosi disinformati che ancora apprendono le notizie dai telegiornali controllati direttamente o indirettamente da Berlusconi. Questa è una situazione anomala e allarmante in una democrazia occidentale europea, ed ancora di più perché i disinformati sono convinti di essere bene informati come gli altri. Si indignano, si arrabbiano persino, se gli si suggerisce il contrario.

Prima della caduta del muro di Berlino, c’era una zona della Germania Est comunista vicino a Dresda nota scherzosamente come Tal der Ahnungslosen (la Valle della Disinformazione). A causa di strambe condizioni topografiche o atmosferiche, i suoi abitanti non potevano ricevere i segnali TV dall’occidente e quindi dovevano arrangiarsi con le notizie date loro dal regime.

Senza dubbio non erano interamente disinformati. Senza dubbio i turisti in zona dicevano loro ciò che sapevano. Senza dubbio, qualcuno fra i giovani che andavano a Berlino per studiare tornava bisbigliando racconti di una realtà diversa e proibita. Ma essenzialmente la visione del mondo che questi sfortunati avevano era comunque formata dai loro leader.

Siamo abituati a pensare all’Italia come ad una nazione stretta e lunga con una spina dorsale montagnosa. Ma fino a quando Silvio Berlusconi rimarrà in carica faremmo meglio ad immaginarla attraversata da un vasto e profondo crepaccio – una nuova Valle della Disinformazione.

John Hooper, “The Guardian” 21 luglio 2009

traduzione del benemerito Italiadallestero.info

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Solo gossip?

Pubblicato da sandro su 2 Giugno, 2009

Mentre nella ridicola penisola berlusconiana si grida al complotto internazionale finalizzato allo spodestamento del democraticissimo e invidiatissimo leader, la stampa libera dei paesi liberi tratta con estrema attenzione il caso, ben riconoscendo quanto peso, quanta importanza abbiano tali temi in un regime liberale. Prego i cari lettori di prenderne visione.

rassegna stampa estera, a cura de “la Repubblica”

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Inchiesta della National Public Radio

Pubblicato da nicola su 5 Marzo, 2009

La mia cara amica Susan mi segnala questo interessante articolo, in realtà la trascrizione di un intervento andato in onda sulla RadioRai americana, la National Public Radio.

Non saranno novità, ma fa sempre piacere ricevere queste conferme dall’estero.

Immigrants Forced To Margins Of Italian Society

Listen Now [7 min 46 sec]

The second in a three-part series

A man points to a poster showing a portrait of Karim Yabuku.

A man points to a poster showing a portrait of Karim Yabuku, one of six Ghanaians killed in Castel Volturno. AFP/Getty Images

Jean-Leonard Touadi is the only black member of the Italian parliament.

Jean-Leonard Touadi is the only black member of the Italian parliament. He believes insensitive language has increased Italians’ fear of immigrants.

More In The Series

Most Europeans were thrilled when Barack Obama was elected U.S. president. But when Europeans ask themselves, “Could a member of one of our own minorities be elected head of state?” the honest answer is: “Not any time soon.” NPR’s Sylvia Poggioli explains why in a three-part series reported from Germany, Italy and France.

Jean-Rene Bilongo is a social worker who comes from Cameroon

Jean-Rene Bilongo is a social worker who comes from Cameroon. He says the mafia controls the large pool of cheap immigrant labor.

Lucia Ghebreghiorges, an Italian of Ethiopian origin

Lucia Ghebreghiorges, an Italian of Ethiopian origin, says many Italians still see their former colonial subjects as enemies.

Morning Edition, January 13, 2009 · Once a poor country that sent millions of its citizens abroad to find work, Italy now imports workers. The country has an aging population and low birth rate, and it depends on immigrant labor to maintain its economy and welfare benefits.

But despite the country’s demand for laborers, Italians are extremely reluctant to welcome immigrants.

Italy now has an estimated 4 million to 5 million immigrants — about 7 percent of the population.

Surveys show that among Europeans, Italians are the most suspicious about immigrants. A majority believes immigrants have too many rights and that many of them should be deported, and that immigration has brought only crime. Talk of an immigrant “invasion” is widespread.

Life Among ‘Ghosts’

Castel Volturno is located on the coast 20 miles north of Naples. Once a summer resort, it’s now called Little Africa, home to 6,000 to 8,000 black people who live in rundown condos.

Most immigrants there eke out a living in a gray economy controlled by the Camorra, the local mafia. Last fall, hit men gunned down six Africans — most likely for breaking “the rules.”

“This is Camorra’s land,” says Jean-Rene Bilongo, a social worker who comes from Cameroon.

The workday starts at 5 a.m. for the immigrant laborers, who face long waits for a ride to Naples. Buses are so full that workers often must wait for a second or third bus before reaching their destination, day-labor sites — usually street corners or roundabouts. There, they wait, hoping someone will pick them up for a day job.

Bilongo says the pay is usually 25 to 30 euros ($33 to $40), “depending on whether a sandwich is included or not.”

Most immigrants in the town are illegal, without documents. Bilongo says they’re abandoned.

“We are still considered as ghosts, as something just less than human beings. No one is interested in your condition, your future, your past — no one at all,” he says.

Town Feels ‘Besieged’

Xenophobia is strongest in the north, where most immigrants have regular jobs.

Citadella — the Citadel — is a small town, one of the few with perfectly intact medieval walls, surrounded by a moat.

It’s living up to its name.

Mayor Massimo Bitonci has sharply restricted immigrants’ rights to live there. His ordinance sets a high threshold: a regular work contract, a minimum income of $5,000 per family member, and a required home size that is too expensive for most immigrants.

Bitonci says the town feels besieged.

“We’re very frightened by what we see around us. We write the rules here, we want to safeguard our culture,” he says. “Yes, we’re raising the drawbridge, and we’re on the battlements to defend ourselves from external attacks.”

Political Party Fuels Anti-Immigrant Sentiment

Bitonci’s ordinance has been copied by many other towns governed by the Northern League, an openly anti-immigrant party. One of its posters shows a Native American with the words, “They let immigrants in, and now they’re living on reservations.”

The Northern League is a key part of Italy’s center-right government. It wants to make illegal immigration punishable by up to four years in prison, require doctors to report to police any patients who are in Italy illegally, and create separate classrooms for Italian and immigrant children.

The northern city of Padua boasts a history of glorious guests — Giotto painted there, and Galileo taught mathematics.

But now, nobody wants outsiders. Residents allege out loud that immigrants bring only disease, and a local Northern League politician claims that, with all their different languages, they bring only chaos.

Michael — he wouldn’t give his full name — is a 29-year-old Nigerian. He says that every time he takes a bus, he sits at the back. Italians, he says, look at him as if he were an alien creature.

Suspicions Rooted In Language, History

The language Italians hear from the mass media and politicians is disparaging about “the Other.” One Northern League minister calls Africans “bingo bongos.” Roma people — or gypsies, as they’re sometimes called — are often depicted on television as kidnappers of white children. And Prime Minister Silvio Berlusconi made international headlines after Barack Obama was elected U.S. president by describing him as young and “tanned.”

Jean-Leonard Touadi is the only black member of the Italian parliament. He believes insensitive language has increased Italians’ fear of immigrants. Politicians’ favorite buzzword, he says, is security.

And that, he says, means that migrants are criminals or potentially criminals — and that they lie at the heart of Italians’ insecurity.

Italy’s colonial rule in Africa in the last century has not helped Italians adapt to immigrants. The anthem of the Fascist army in Africa promised a young girl — “a little black face” — the glories of the Fascist empire. But Italy’s colonial period was brief, violent and filled with military defeats.

Lucia Ghebreghiorges, an Italian of Ethiopian origin, says many Italians still see their former colonial subjects as enemies.

“This is why they are unprepared for immigration. We are part of the future of this country, but they still see us as barbarians,” she says.

Warnings Of A ‘Racism Emergency’

Italy’s suspicion toward foreigners is reflected in one of the West’s most restrictive citizenship laws. An immigrant has to live in the country 10 years before applying, and children born in Italy are not guaranteed citizenship when they turn 18, even if they have lived in the country their entire lives.

Italians’ self-image as brava gente — good people — clashes with an increase in acts of racist violence. The European Network Against Racism says Italian police are the second-largest group — after citizens — that commits racist crimes in Italy. And Amnesty International has accused Italian politicians of legitimizing the use of racist language.

Many Italians are worried about what the media calls a “racism emergency.”

Italian President Giorgio Napolitano has even called on the Catholic Church to help Italians overcome racism.

Touadi, the parliamentarian, says Italy must realize it’s no longer a monocultural society. Italians have to work hard — in society, schools and the media — to raise a “new generation” of Italians and to change behavior and language. A cultural transition must come first, and a political transition will follow, he says.

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Lo champagne è già in frigo

Pubblicato da prescinseua su 13 Ottobre, 2008

Nelle scorse settimane sia Nicola sia Sandro hanno opportunamente sottolineato l’inadeguatezza di Sarah Palin ad occupare la vicepresidenza – con tutte le responsabilità e le competenze che l’incarico comporta – di una grande potenza come gli Stati Uniti. Ne seguiva la convinzione che la scelta della Palin avesse costituito il suicidio politico di John McCain. Ovviamente sono il primo a pensare che la governatrice dell’Alaska sia persona di scarsa preparazione politica, diplomatica, storico-geografica oltre che culturale tout court. In aggiunta, mi auguro personalmente una vittoria di Barack Obama e sono quindi portato a condividere con il cuore l’opinione di Nicola e Sandro. Altro però mi dice la ragione.

In particolare, non posso esimermi dal rendervi partecipi della mia inquietudine alla vista della mappa degli Stati Uniti con i risultati dei sondaggi più recenti riportata sul sito del New York Times (vedere link più sotto). Barack Obama è parecchio avanti su McCain, ma non ha ancora la maggioranza dei delegati. Tutto ancora può succedere, grazie agli stati in bilico. Se poi diamo un’occhiata all’evoluzione dei sondaggi dall’estate in poi come efficacemente raffigurata dal francese Le Monde ci accorgiamo che McCain sarà anche indietro, ma ha ormai inoppugnbilmente dalla sua alcuni stati abbastanza grandi mentre Obama vince – tolta la California e New York – soprattutto in stati medio-piccoli. E alcuni stati grandi possono ben compensare parecchi stati minori, va da sé (anche se riconosco che alcuni stati sono grandi sulla cartina ma non in termini di popolazione e quindi di grandi elettori). Infine, il fiammingo De Standaard riporta quest’oggi l’opinione di alcuni politologi statunitensi che sottolineano l’effetto razzismo sul voto americano ed in particolare sullo sfasamento tra sondaggi e voto reale (il cosiddetto effetto Bradley). Per essere sicuro di vincere Obama dovrebbe – a detta loro – raggiungere nei sondaggi un vantaggio del 10% su McCain. Al momento si aggira sul 5%.

Lo champagne è già in frigo, ma per stapparlo preferisco francamente aspettare la mattina del 5 novembre.

 

http://elections.nytimes.com/2008/president/whos-ahead/key-states/map.html

http://www.lemonde.fr/web/vi/0,47-0@2-829254,54-1100729,0.html

http://www.standaard.be/Artikel/Detail.aspx?artikelId=O921LMO8&kanaalid=598&ref=front

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Quei comunisti dei tedeschi!

Pubblicato da sandro su 31 Luglio, 2008

Molto pratico: Silvio Berlusconi torna ad essere padrino di se stesso

Dopo la vittoria elettorale sembrava che il Cavaliere volesse riformare il Paese. In realtà fa politica per se stesso e si paragona a un buon vino rosso.

Quando Silvio Berlusconi vede un microfono, inizia irrefrenabilmente a scherzare. Come la settimana scorsa quando, nel corso di incontro di imprenditori italiani, ha raccontato di essere come un buon vino rosso: “Miglioro con l’invecchiamento”, per poi aggiungere alla fine uno “sto scherzando”.

Anche mercoledì scorso era di ottimo umore, il suo parlamento aveva appena approvato una legge che capita proprio a fagiolo. “Questa legge è una buona cosa” ha scherzato in quell’occasione “così ora non mi tocca passare tutti i sabati incontrando i miei avvocati”. Ad appena cento giorni dall’inizio del suo terzo mandato, Berlusconi è soprattutto una cosa – il Berlusconi di sempre.

Chi aveva sperato che, eletto, si sarebbe comportato come uno statista, dev’essere rimasto deluso. “Stiamo vedendo lo stesso film di cinque anni fa”, ha affermato con rassegnazione un politico dell’opposizione. A settembre di quest’anno un giudice milanese avrebbe presumibilmente dichiarato Silvio Berlusconi colpevole di aver corrotto un avvocato inglese. Ma la legge sull’immunità, approvata questa settimana poco prima del centesimo giorno di governo, garantisce al premier la sicurezza di non dover temere alcuna condanna, nonostante i molti procedimenti in corso.

La recente decisione del Parlamento è solo l’ultima in ordine di tempo di una sfilza di leggi ad personam. Tutte insieme, fanno pensare che, scegliendo di partecipare alla vita politica del Paese, abbia pensato non da ultimo proprio a se stesso. Così nel 1994 si è messo in politica perché, dopo il crollo del sistema dei partiti all’inizio degli anni ’90, aveva perso tutti i suoi aggangi politici. Non c’era più nessuno che gli potesse spianare la strada in caso di difficoltà. Lo scrittore americano Alexander Stille nel suo libro “Citizen Berlusconi” cita questa sua frase: “Devo entrare in politica perché non ho più nessun padrino. Ora devo diventare padrino di me stesso”.

E ad aprile lo e’ di fatto diventato per la terza volta. Inizialmente era sembrato che il Cavaliere, che mai nessuno aveva preso tanto sul serio, fosse diventato un vero uomo di Stato. Ha messo insieme la sua squadra di Governo in tempi rapidissimi, come se non vedesse l’ora di emulare l’amico Nicolas Sarkozy, dichiarando allo stesso tempo di guidare tutta l’Italia verso la crescita economica. Ma quando alla fine del discorso di presentazione del Governo gridava allegramente “Viva il Parlamento, Viva l’Italia!”, era sicuramente solo uno scherzo – un altro scherzo.

Berlusconi riesce a vendere la realtà del suo partito come realtà oggettiva, anche quando questa viene smentita dai fatti. “E’ difficile capire come mai gli altri non siano in grado di riconoscere questa verità”, ha detto una volta un dipendente di Mediaset parlando del suo capo. Con i sondaggi che tiene sempre a portata di mano il funzionamento è lo stesso. Le preferenze oscillano costantemente tra il 70 e l’80%. Anche se non è vero, la sola notizia basta a far crescere i consensi effettivi. Questa tecnica è solo una parte della sua politica. Secondo il libro “Citizen Berlusconi”, l’imprenditore era solito dare questo consiglio ai suoi dipendenti: “Se volete convincere qualcuno, inventatevi una citazione e attribuitela ad un personaggio conosciuto. Chi andrà mai a verificare?”.

La maggior parte degli italiani non è infastidita da questi giochetti, per loro tutti i politici appartengono ad una casta che pensa solo a sé stessa. E l’ opposizione, in particolar modo il Partito Democratico di Walter Veltroni, fino a poco tempo fa ancora foriero di speranze, ha problemi al suo interno a causa della pesante disfatta di aprile. Il Parlamento si limita ad approvare quel che di fatto è già stato deciso dal Governo, perché spesso – e senza una grave motivazione – Berlusconi impone provvedimenti d’emergenza che richiedono l’approvazione del Parlamento dopo alcuni mesi. Questo è previsto dalla Costituzione e garantisce la rapidità degli interventi, ma il capo dello Stato Giorgio Napolitano ha già avvertito Berlusconi di non fare di questa possibilità la regola.

Ma per lui il fare è un valore a sé, e il confronto parlamentare, nella migliore delle ipotesi, un giochino divertente. Venerdì sera il consiglio dei ministri ha deciso di dichiarare lo stato d’emergenza nazionale perché il numero di immigrati irregolari provenienti dall’Africa sarebbe raddoppiato. Il modo in cui è stata presa la decisione è ancor più irritante della decisione in sé, visto che già il governo Prodi aveva dichiarato lo stato d’emergenza per le regioni del Sud.

Al Quirinale, sede della Presidenza della Repubblica, Napolitano arriccia un po’ il naso, ma ha firmato la legge sull’immunità, nonostante la Corte Costituzionale avesse già bocciato una proposta simile nel 2004. Il suo predecessore Carlo Azeglio Ciampi aveva aveva spesso frenato le iniziative di Berlusconi.

Ora Silvio Berlusconi ha tempo libero il sabato: non deve più incontrarsi con i suoi avvocati, ma può dedicarsi a tenere insieme la sua baracca. Perché in autunno la Lega Nord, l’alleato con tendenze separatiste, vuole portare avanti il suo progetto preferito, il federalismo fiscale: le tasse pagate al Nord devono essere spese al Nord – e non disperdersi nel Sud, considerato inetto. Su questo punto l’altro partner della coalizione, il partito conservatore di destra Alleanza Nazionale, ha un punto di vista ben diverso, trattandosi di una formazione radicata soprattutto nel Sud del Paese. E’ una fortuna per Berlusconi avere una maggioranza così ampia in Parlamento. Così potrà continuare per altri cinque anni, fino alle elezioni del 2013, ad essere il solito vecchio Berlusconi – fare, scherzare e, nel frattempo, migliorare – proprio come un buon vino.

(“Die Welt”, traduzione a cura di Italiadallestero.info)

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Quei comunisti degli inglesi!

Pubblicato da sandro su 30 Luglio, 2008

Silvio Berlusconi: il padrone è tornato e fa sul serio

Silvio Berlusconi sembra determinato a fare sul serio stavolta. Ha già tirato fuori qualche sorpresa, quindi, quale sarà il prossimo passo per l’Italia?

L’avete letto su questo giornale: la scorsa settimana è stata un trionfo per Silvio Berlusconi. Per anni il suo genio politico è stato un segreto ben custodito. Tutti noi, convinti che fosse un buffone, ci siamo arrovellati per trovare una spiegazione al suo successo elettorale: ha trasformato la popolazione di questo paese in zombie attraverso il suo spaventoso network televisivo; ha stretto un patto con la mafia in base al quale la sua coalizione si assicura la vittoria in cambio di favori; una nazione intrinsecamente amorale ha visto in lui un autentico rappresentante, un co-cospiratore per ingannare il fisco e raggirare la magistratura ….

La verità è più semplice. Gli italiani ne hanno abbastanza di governi che non fanno nulla; che mantengono a stento il potere grazie a coalizioni ciniche, trattenendosi giusto il tempo necessario per tirare fuori di galera qualche amico ed assicurare remunerativi contratti ad altri. Gli italiani hanno dato uno sguardo in giro per l’Europa ed hanno visto Blair, Zapatero e Sarkozy promettere grandi cose, salire al potere per poi provvedere fattivamente al mantenimento di quelle promesse. Hanno detto, sì grazie, vogliamo una cosa del genere anche noi.

La settimana è iniziata con alcuni scatti stranamente noiosi apparsi sulle prime pagine di uno o due giornali vicini a Berlusconi. Le immagini mostravano il litorale di Napoli: condominii, la baia, il forte in lontananza, qualche automobile e pedoni.

Il senso dell’immagine risiedeva proprio in ciò che non vi era contenuto: montagne di rifiuti. Da anni Napoli combatte per trovare una soluzione ad una delle sfide più semplici: cosa fare con l’immondizia. Le precedenti iniziative hanno generato nuovi problemi nel momento in cui gli uffici delle commissioni speciali incaricate di risolvere il problema si sono trasformati in attività lucrosissime. Durante il giro di comizi elettorali Berlusconi aveva promesso che, se eletto, avrebbe convocato la prima seduta del consiglio dei ministri in questa città, e che si sarebbe impegnato a trovare una soluzione duratura. Non gli abbiamo creduto: Berlusconi non ha mai trovato soluzioni per i problemi del mondo reale. Ma ci sbagliavamo.

Tornato al potere con una maggioranza schiacciante, si è precipitato a Napoli minacciando di far schioccare la frusta. Ha promesso di ripulire dalla spazzatura le strade di Napoli entro la fine di luglio, imponendo la riapertura delle discariche con l’esercito se necessario ed ordinando l’urgente costruzione d’inceneritori di ultima generazione. Due settimane prima aveva pronunciato profetiche parole, “missione compiuta”. Apparentemente era vero.

I quotidiani che lo criticano hanno relegato la notizia a fondo pagina. Altri hanno parlato di spazzatura nascosta sotto il tappeto, di problemi semplicemente dislocati nelle lontane zone della provincia, di rifiuti esportati in Germania. Almeno in un’ottica a breve termine non è molto rilevante: Napoli era presentabile. Berlusconi ha dichiarato che Napoli “è tornata ad essere una città del mondo occidentale.”

Ha dimostrato due cose: che questa volta è sinceramente convinto di fare le cose sul serio; e che, malgrado l’incoerenza della sua coalizione, riesce ancora ad imporre su di essa la sua volontà. E’ il potere del padrone, il potere dei soldi. Può sembrare anacronistico, ma funziona.

Il pericolo, un fantasma che perseguita l’Italia sin dai tempi di Mussolini, è che tutto dipende dalla volontà e l’ego di un solo uomo, una persona dotata di un illimitato potere d’acquisto e di una colossale auto-stima, un individuo che la scorsa settimana ha azzardato un passo che gli storici potrebbero definire fatidico: si è sottratto al corso della giustizia. Il senato ha approvato un nuovo lodo che concede a Berlusconi l’immunità da qualsiasi responsabilità penale fino alla fine del mandato. Il Presidente Giorgio Napolitano lo ha puntualmente firmato facendolo diventare legge.

Berlusconi ha voluto questo provvedimento non solo per liberarsi dal processo per corruzione che lo vede sotto accusa insieme all’ex-marito di Tessa Jowell, David Mills. In un contesto più ampio, egli sostiene di essere stato vittima di un’intensa campagna di persecuzione giudiziaria ad opera di magistrati e pubblici ministeri di sinistra, i quali si sarebbero adoperati per eliminarlo usando gli strumenti giuridici, sovvertendo in tal modo la volontà democratica del paese. “Da quando sono entrato in politica,” dichiara, “sono stato chiamato a presenziare 2,502 udienze” per un valore di 174 milioni di sterline (220 milioni di euro circa, N.d.T.) in spese legali, afferma.

“Mi hanno gettato fango addosso … per 10 anni, ed in tutti i casi sono stato prosciolto. Mi chiedo: chi mi risarcirà per l’immagine che i giornali di tutto il mondo hanno dipinto di me, per non parlare dei costi legali?”

“Mi avete liberato,” ha detto al Senato dopo il voto decisivo. “Non potrò essere più perseguitato” C’è ancora la possibilità che la legge venga accantonata dalla Corte Costituzionale, come accadde nel 2004. Ma, a meno che questo succeda, Berlusconi adesso è un uomo libero.

Libero di fare cosa? Questa settimana è successo anche che una legge straordinaria sulla sicurezza è stata votata all’interno di un pacchetto di leggi ordinarie, la quale ha consentito al governo di ordinare all’esercito di sgomberare i campi nomadi rom. Venerdì, il governo ha instaurato lo stato d’emergenza per fare fronte ad un’ondata di arrivi di immigrati clandestini dal Nord Africa. Improvvisamente il governo si trova ad agire con la sfrontatezza e l’imprevedibilità tipiche del suo capo.

Il primo ministro trascorre le sue vacanze estive da uomo felice. Persino la sua vita privata sembra andare per il verso giusto: la settimana scorsa una rivista di gossip pubblicava un’illustrazione patinata di Berlusconi mano nella mano con sua moglie, Veronica, la quale afferma di voler trascorrere tutte le vacanze al fianco del proprio marito – mettendo così definitivamente a tacere il gossip su un imminente divorzio.

All’età di 71 anni, Berlusconi è un re nell’autunno dei suoi anni. Ma non c’è assolutamente nulla di autunnale nella sua performance durante i suoi primi 100 giorni al governo – si sta comportando come se fosse alla guida di una Ferrari nuova di zecca. Ha sempre avuto un’incredibile capacità di far sentire l’italiano comune contento della propria condizione. Adesso ha deciso di mettere questa sua abilità a disposizione di un uso politico costruttivo: vuole essere ricordato come uno che porta a termine le cose. Ma dove porterà l’Italia? Sarà una corsa folle.

(“The Independent”, traduzione a cura di Italiadallestero.info)

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