Il direttore d’orchestra Claudio Abbado ha lavorato al suo giardino nella Sardegna nord-occidentale per 40 anni. “Quando mi sono trasferito qui, l’unica cosa che c’era era quella buganvillea” dice, indicando una sgargiante esplosione di colore viola proprio sopra la sua casa. “E ogni anno, costruiamo qualcosa in più, piantiamo qualcosa in più.”
La terra di Abbado scende ripidamente verso il Mediterraneo e devi attraversare tutta una serie di strane passerelle di legno, progettate da lui, per arrivare alla sua spiaggia e al pontile del suo yacht. Sotto un tendone sul ponte, un cartello gigante proclama “Venezuela”, un regalo dei giovani musicisti dell’Orchestra Simón Bolívar. Abbado va regolarmente a lavorare con gli studenti di “El Sistema Caracas”, il fortunato schema ideato da José Antonio Abreu, “un santo”, dice Abbado.
Questa casa in Sardegna è il suo rifugio, un posto in cui il direttore d’orchestra 76enne prepara i pochi programmi che attualmente dirige ogni anno. I suoi impegni si sono notevolmente ridotti dopo la sua battaglia con un cancro allo stomaco nel 2000, la cui severità ha fatto sì che gli fosse rimosso metà dell’intestino. Ha perso il giovanile e bruno fascino familiare agli amanti della musica ed è diventato una paurosa presenza spettrale. Abbado segue una dieta speciale: “Devo assolutamente mangiare qualcosina ogni due ore e non posso mangiare niente di fritto”. Si tocca la pancia con fare protettivo quando parla della propria malattia, ma adesso, dopo alcuni anni, le sue condizioni sono stabili e stanno migliorando, e a casa in Sardegna è rilassato, gioviale e pieno di energia. “È la musica che mi dà energia” dice.
Quando fu colpito da cancro, Abbado era il direttore titolare della Filarmonica di Berlino, grazie all’elezione nel 1989 come successore di Herbert von Karajan per condurre l’orchestra più famosa del mondo (ha mantenuto quel posto ufficialmente fino al 2002, quando è stato sostituito da Simon Rattle). Prima di allora, aveva ottenuto i più importanti incarichi musicali d’Europa, ma soltanto dopo essersi costruito una solida reputazione nel corso di molti anni.
Nato a Milano nel 1933 da una famiglia di musicisti e professori, Abbado studiò composizione, pianoforte e direzione d’orchestra al conservatorio Giuseppe Verdi di Milano; l’anno dopo il conseguimento del diploma, vinse una competizione di conduzione in America e fece i suoi importanti debutti a Vienna e alla Scala. Ma Abbado allora evitò le luci della ribalta e affinò la propria abilità musicale insegnando musica da camera a Parma per tre anni.
Dopo questo autoimposto isolamento, la sua carriera decollò, e rapidamente divenne una delle più importanti personalità musicali del mondo. È stato direttore della Scala di Milano per quasi vent’anni, dal 1968 al 1986; ha diretto l’Orchestra Sinfonica di Londra dal 1979 al 1988, anno in cui lasciò per divenire direttore musicale della Vienna Staatsoper. In seguito ci fu il suo lavoro alla Filarmonica di Berlino.
La trasformazione da quei “tempi pazzeschi” alla relativa calma di questi giorni è qualcosa che sta assaporando. “Ho più tempo per studiare e per prepararmi adesso”. Ma avrebbe fatto questo cambiamento senza la sua malattia? “Probabilmente no. Devo cambiare per sopravvivere. E ciò significa che quando studio, adesso, vado più in profondità. Per esempio, la Prima Sinfonia di Mahler, che ho diretto molte volte: ho comprato una nuova edizione e ci ho trovato moltissime cose nuove.”
Abbado studia nella propria proprietà in Sardegna fatta di passerelle e piante galleggianti, in un piccolo appartamento sotto la casa principale. In prossimità di uno spettacolare arbusto di camelie, una stanza dal soffitto alto ospita il suo letto, la libreria e la scrivania. Quasi tutto il perimetro della stanza è occupato da stampe di Egon Schiele, immagini fragili e torturate che simbolizzano un tempo e un luogo che hanno affascinato Abbado più di qualunque altro: la Vienna a cavallo di due secoli, la città di Brahms, Bruckner, Schoenberg, Berg e soprattutto Mahler.
È stato proprio con la Seconda Sinfonia di Mahler che Abbado fece il debutto con la Filarmonica di Vienna nel 1965, quando, all’età di 32 anni, fu invitato da Karajan a dirigere l’orchestra al Festival di Salisburgo di quell’anno (ricorda ancora il suo insegnante a Vienna, Hans Swarowsky, uno dei pedagoghi più grandi del secolo, che si complimentava ironicamente con lui dopo l’esecuzione: “Ah guarda, il nuovo Toscanini!”). La Sesta di Mahler era in programma quando fondò l’Orchestra Giovanile della Comunità Europea nel 1978; il culmine della sua carriera con l’Orchestra Sinfonica di Londra fu il festival “Mahler, Vienna e il ventesimo Secolo”. E un’altra esecuzione della Seconda di Mahler fu l’apice dei suoi programmi inaugurali con il Festival dell’Orchestra di Lucerna, che egli fondò nel 2003.
Abbado ha parlato del corale finale della Seconda Sinfonia, la “Resurrezione”, la visione sfavillante di Mahler della rinascita spirituale, come una metafora della sua propria esperienza musicale. Nel testo di Mahler per quel movimento, ci sono le parole: “Ciò che è stato creato, deve passare / ciò che è passato, deve sorgere! / Smetti di tremare! / Preparati! / Preparati a vivere!” Abbado ritiene che ciò significhi che la musica è distrutta e redenta allo stesso tempo dalla sua temporaneità: esiste ed si esaurisce in un momento, ma ha la possibilità infinita di essere ricreata di nuovo nel tempo. Ma nel contesto della guarigione di Abbado dalla malattia, è impossibile non riconoscere una risonanza personale: è stata la sua rinascita che egli celebrava in quelle esecuzioni, in compagnia dei musicisti che aveva accuratamente scelto per eseguire i primi concerti del Festival dell’Orchestra di Lucerna.
Sono passati sei anni e Abbado sta continuando il ciclo delle sinfonie di Mahler che sta creando, anno dopo anno, a Lucerna. La partitura della Quarta è aperta sulla sua scrivania, una copia molto usata adornata con i suoi segni a matita, dei promemoria che userà durante le prove. Stranamente nella sua stanza di lavoro non c’è un pianoforte né un altro strumento. “Non ne ho bisogno” dice. Invece Abbado ascolta tutta la musica che conduce nella sua testa, lavorando i piccoli dettagli dell’interpretazione con la sua immaginazione, costruendo un pezzo armonia per armonica, frase per frase, rigo per rigo. Dirige qualunque cosa a memoria. Come fa a imparare queste sinfonie o opere così lunghe? “Arriva un momento in cui so di aver memorizzato un pezzo. Ma è anche una cosa psicologica. Se non so un pezzo a memoria, penso di non conoscerlo a sufficienza.”
L’orchestra di Lucerna è l’incarnazione del sogno di una vita: creare le condizioni ideali per fare musica sinfonica. Le sue radici possono essere trovate nelle orchestre che Abbado ha fondato durante la propria carriera. Parallelamente ai prestigiosi incarichi alla Scala e alla Sinfonica di Londra, ha creato una serie di orchestre giovanili e complessi particolari che costituiscono alcuni tra i suoi più grandi successi, e saranno la pietra miliare della sua eredità.
Oltre ad aver inaugurato l’Orchestra Giovanile della Comunità Europea nel 1978, fu uno dei fautori nel 1986 dell’estensione de bacino di raccolta della Jugendorchester Gustav Mahler così da includere l’Europa dell’Est e la Russia. È stato uno dei fondatori dell’Orchestra da Camera d’Europa e, quando la prima generazione di musicisti dell’orchestra Gustav Mahler divenne troppo vecchia per essere classificata come “giovane”, Abbado creò l’Orchestra da Camera Mahler apposta per loro. Adesso ha l’Orchestra Mozart, un’altra orchestra da camera di giovani musicisti con sede a Bologna.
Tutti questi complessi sono stati fondati con valori diversi rispetto a quelli di un’orchestra convenzionale. La filosofia centrale è di ascoltare: il dono che prova a trasmettere ai suoi musicisti, il suo pubblico e la sua famiglia. “Mio nonno mi portava in montagna a camminare” ricorda Abbado “e non diceva molto. Io ho imparato da lui ad ascoltare il silenzio. E per me ascoltare è la cosa più importante: ascoltarsi l’un l’altro, ascoltare cosa dicono gli altri, ascoltare la musica.”
A Lucerna, quel principio è esteso fino a diventare una orchestra sinfonica di normali dimensioni. Si tratta di un complesso di 120 musicisti della Mahler Chamber Orchestra con l’aggiunta di una dozzina di musicisti principali dalle grandi orchestre europee e ensemble da camera, come le Filarmoniche di Berlino e di Vienna, i quartetti di Alban Berg e Hagen, e virtuosi solisti come la clarinettista Sabine Meyer e la violoncellista Natalia Gutman.
Abbado stenta a credere alla propria fortuna per avere realizzato questo complesso. “È meraviglioso: siamo tutti amici e loro sono i migliori musicisti di ogni orchestra, di ogni nazione, di ogni capitale. A pensarci, ci sono sette o otto violoncelli principali nella sezione del violoncello, c’è Wolfram Christ che era la viola principale nella Filarmonica di Berlino, e Alois Posch, che era il doppio basso principale nella Filarmonica di Vienna. Stupendo. E non so quanti musicisti principali ci sono fra i primi violini.” Durante le prove l’anno scorso, li ho contati: ce n’erano nove.
Ai concerti dell’orchestra di Lucerna si ascolta un repertorio sinfonico suonato con le rifiniture e le sottigliezze della musica da camera. Il virtuosismo dell’orchestra nell’ascoltare è miracoloso: il modo in cui ogni musicista sa istintivamente quale sia il proprio ruolo in una maestosa sinfonia di Mahler, quando ha un assolo, quando deve accompagnare un altro musicista, e come deve fondersi con gli altri in un accordo.
Il suonatore di viola Diemut Poppen ha lavorato con Abbado ogni anno da quando è stata fondata l’Orchestra Giovanile della Comunità Europea e adesso occupa la prima linea delle viole nell’orchestra di Lucerna. “Noi sappiamo cosa vuole. Lui, con i suoi gesti, è in grado di comunicare ad ogni singola persona dell’orchestra il significato della musica. Troppi direttori lavorano ai dettagli continuamente, ma non arrivano mai alle radici del significato della musica. Con questa orchestra, noi ci avviciniamo al significato della musica, alla sua origine, grazie alla incredibile sensibilità di Claudio. È quasi una cosa mistica: si forma una specie di energia collettiva, in cui ognuno ha la stessa immaginazione e la stessa concentrazione”.
Ma la tecnica “dolce-dolce” di prova di Abbado non lo ha reso sempre benvoluto ai suoi musicisti. Clive Gillinson, ex violoncellista e direttore amministrativo della LSO durante la direzione di Abbado e ora direttore esecutivo della Carnegie Hall di New York, dice che “fondamentalmente lui non dice niente durante le prove e parla così a bassa voce, perché è così timico, che ci si può annoiare ad un certo punto. Ma funziona perché ognuno sa che le esecuzioni sono ottime. Non ho mai conosciuto nessuno più coinvolgente. È il direttore più naturale del mondo. Alcuni direttori hanno bisogno di spiegare con le parole ciò che vogliono, mentre Claudio lo mostra, lo fa semplicemente.”
Si potrebbe pensare che l’ultimo posto in cui una persona di indole timida voglia trovarsi sia il podio. Ma Gillinson di che, per Abbado, “si tratta di servire la musica, della sua umiltà di fronte alla musica. Ci tiene disperatamente. Per Claudio la musica è tutta la vita. Ci pensa continuamente, così c’è un senso di urgenza e di importanza in tutte le sue esecuzioni. È come la domanda di Bill Shankly: la musica è una questione di vita o di morte? No, è ancora più importante di questo.”
È sempre stato così per Abbado: da bambino durante la guerra a Milano, dipinse la frase “Viva Bartók” sul muro di una casa; la Gestapo venne a casa sua e chiese ai suoi genitori “Dov’è il partigiano Bartók?”.
Ma adesso Abbado ha tempo per altre cose oltre alla musica: la sua famiglia, la lettura (al momento ha ricominciato a leggere Dostoevskij, “il più profondo fra i Russi”, dice) e il suo giardino. E c’è un’altra opera che vuole creare in Italia. Ha incontrato José Antonio Abreu e vissuto l’esperienza de “El Sistema” venezuelano per la prima volta quando fece una tournée in Sud America nel 1999 con la Gustav Mahler Jugendorchester. Rimase incantato dalla portata del progetto, che ha lavorato con quasi mezzo milione di bambini poveri, e rimase colpito dalla qualità della Simón Bolívar Youth Orchestra. Successivamente Abbado ha sostenuto la carriera del direttore Gustavo Dudamel e ha iniziato un meccanismo che permette ai musicisti cubani di studiare in Venezuela.
Abbado ha chiesto ad Abreu di venire in Italia a settembre e fondarvi “El sistema” o almeno una versione di esso. “Ovviamente, vedrete che funzionerà diversamente che in Venezuela. Vorrei che lui lo organizzasse in tutta Italia.” Da dove arriveranno i soldi, dal governo? “Il governo? Berlusconi non darebbe mai dei soldi per un’impresa come questa.”
Abbado descrive la classe politica italiana come “ignorante e sleale” nel modo in cui trattano la cultura. Allora come verrà finanziato? “Ho chiesto a tutti i miei amici a Napoli, Torino, Palerno, Milano di aiutarmi. Ho spiegato loro “El Sistema” e tutti hanno risposto: ‘bellissimo, ti aiutiamo’”. Questi devono essere amici ricchi, se Abbado parla di creare un nuovo modello nazionale di educazione musicale. “I soldi non sono il problema. Abreu è molto forte e lo aiuterò per quanto posso. L’Orchestra Mozart non riceve una lira dal governo, ma funziona.”
Un’orchestra da camera è una cosa, ma una versione italiana di “El sistema” è abbastanza diversa. Eppure Abbado probabilmente ci riuscirà. Ha ancora una certa influenza politica in Italia, come prova la storia del suo futuro ritorno alla Scala. Stranamente non dirige nel teatro dell’opera più famoso del mondo da 16 anni, e non ha mai diretto l’orchestra della Scala da quando ha lasciato il proprio posto nel 1986.
L’anno scorso ha dato un ultimatum, dicendo che avrebbe accettato di dirigere a Milano solo se il sindaco Letizia Moratti avesse acconsentito di piantare 90 000 alberi in città. E lei lo ha fatto. “Le ho chiesto di piantare tre tipi di magnolia e hanno iniziato a metterli nel centro della città. Però li hanno messi nei vasi, cosa che io non accetto. Voglio che scavino nei pavimenti e li piantino nel terreno. Comunque adesso dicono che vogliono piantare 500 000 alberi nella provincia di Milano. Allora posso dirigere.” Quale pezzo ha scelto per questa collaborazione fra l’orchestra della Scala e i musicisti dell’Orchestra Mozart? La seconda sinfonia di Mahler, quella musica di amore, rinnovamento e crescita spirituale che Abbado canta da più di 40 anni.
Abbado su Abbado
Ascoltando le mie registrazioni ho imparato che ci sono molte cose che posso migliorare. Per esempio, il mio ciclo di sinfonie di Beethoven con la Filarmonica di Vienna, che ho registrato negli anni ‘80, non era male per quel tempo, ma la versione delle nove sinfonie che ho fatto più tardi con la Filarmonica di Berlino era meglio. E c’è una registrazione dal vivo di quel ciclo di Beethoven che è meglio per la sua spontaneità, eppure ci sono ancora molte cose che non mi piacciono in quelle esecuzioni. È il problema del modo in cui viene fatto l’editing: molti non sono bravi a tagliare e fanno l’editing in un modo che non approvo. È lo stesso con le sinfonie di Mahler. Ho già registrato un ciclo di sue sinfonie con la Chicago Symphony Orchestra, la Filarmonica di Berlino, la Filarmonica di Vienna e ora con la Lucerne Festival Orchestra, e ce ne sarà un’altra. La gente le compra per qualche motivo. Voglio dire, se hai già registrato un ciclo di sinfonie, le persone non vogliono che tu ne pubblichi un altro, quindi deve esserci qualcosa che è migliorato nelle nuove registrazioni rispetto alle vecchie. Ho ascoltato una mia vecchia registrazione della prima sinfonia di Mahler con Chicago e ho pensato, mio dio, non va bene, la versione di Berlino era meglio. E ascolto le registrazioni di Lucerna e penso: sì, alcune cose sono migliori ma non tutto! Ma questo è il segreto della vita, credo, di trovare sempre qualcosa di meglio, avere nuove ispirazioni, nuovi entusiasmi. Nulla è mai perfetto e c’è sempre qualcosa di nuovo da scoprire.
Tom Service
“The Guardian”
(tratto da italiadallestero.info)




