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Aggiornamenti sulla riforma sanitaria USA

Pubblicato da nicola su 16 Novembre, 2009

Un breve commento sul recente passaggio alla Camera della riforma sanitaria negli Stati Uniti. Come forse avrete letto, la prima bozza e’ passata, e si attende ora il via libera del Senato.

A mio personalissimo parere, il testo licenziato dalla Camera dei Rappresentanti contiene alcune ottime iniziative, particolarmente quelle volte alla prevenzione dei maggiori problemi sanitari dei cittadini statunitensi, connessi quasi esclusivamente alla loro alimentazione. Alcune caratteristiche  della riforma, pero’, mi fanno temere fin da ora un sostanziale fallimento dell’intera iniziativa. Il pensiero che, dopo questa riforma, Obama voglia chiudere l’intera faccenda una volta per tutte non mi lascia affatto speranzoso.

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Anzitutto, non viene stabilito il diritto per tutti alle cure, bensi’ l’obbligo per tutti di acquistare un’assicurazione sanitaria, che e’ cosa ben diversa. Credo questo chiarisca oltre ogni dubbio chi veramente abbia scritto questa legge, e quali interessi si muovano dietro le quinte dell’intera vicenda.

In secondo luogo, la copertura stimata dalla riforma raggiunge il 94% della popolazione. Non si capisce perche’ un 6% debba continuare a morire o a stare male, ammesso che non lo faccia per pura e semplice scelta, e anche in quel caso credo bisognerebbe chiedersi se cio’ sia ammissibile.

Terzo, la riforma esclude la possibilita’ di cure mediche continuate (ovvero di una assicurazione sanitaria) per immigrati non regolari.

Quarto, nel caso di persone povere che potranno permettersi solamente l’assicurazione pubblica (che meno male al momento pare venga introdotta) o che abbiano una assicurazione privata grazie a sussidi statali, non potranno utilizzare tale assicurazione per coprire eventuali aborti. Questa regola non si applica nel caso di stupri, incesto o grave rischio di vita per la futura madre.  E, ovviamente, non si applica per chi voglia pagare di tasca propria l’assicurazione privata. In poche parole, si stabilisce indirettamente per legge un diritto all’aborto legato al censo, dacche’ le famiglie ricche potranno continuare ad effettuare aborti e salvar la faccia alle proprie rampolle nella bambagia di cliniche private, mentre le madri singole, le prostitute e centinaia di altre persone in situazioni di disagio dovranno fare i conti con uno stato che passa un giudizio morale sul loro corpo.

Credo valga la pena di segnalare anche il fatto che il testo in discussione al senato e’ ancora piu’ tiepido su tutte le questioni appena sollevate, e non oso temere quali ulteriori compromessi sara’ necessario implementare per ottenere una solida maggioranza e approvare il tutto.

D’altra parte, cosa ci si poteva aspettare? L’intera operazione e’ marcia fin dal principio. Cari miei, e’ inutile sperare in una seria opzione pubblica quando, di fatto, gli Stati Uniti non possiedono ospedali pubblici. Le strutture sanitarie pubbliche negli Stati Uniti sono circa il 30% del totale, una vera presa per il culo di fronte ai paesi avanzati del mondo in materia sanitaria, tra i quali l’Italia, in cui la gran parte delle strutture sanitarie, anche d’avanguardia, sono pubbliche. Questo 30% americano, a sua volta, e’ composto in larga parte da ospedali che stanno chiudendo: nelle aree suburbane del Paese, dal 1996 al 2002, sono stati chiusi il 27% degli ospedali pubblici. Tutti gli stati che hanno grossi deficit in bilancio chiudono gli ospedali.

In ultima analisi, la riforma del sistema sanitario statunitense, quella che qui tanti temono come un colpo di mano statalista e comunista, altro non e’ che un adattamento in larga scala della riformetta pro-privati praticata da Formigoni in Lombardia. Nel caso italiano, il governatore lombardo prospetto’ l’idea che qualora l’ospedale pubblico non ti possa curare in tempi e modi ragionevoli, la regione provveda alle cure tramite un ospedale privato, ovvero dei preti, e poi paghi il conto. Tutto qui.

La versione americana, semplicemente, da’ per scontato che le cure siano da compiersi in una struttura privata, e dunque parte dal presupposto di rimborsare quei costi, che in genere sono coperti dalle assicurazioni. Se per qualche motivo tu non riuscissi ad affrontare il premio della polizza assicurativa, lo stato interverra’ con una polizza propria a costo piu’ basso o a finanziare parte di una polizza privata. Tutto questo ovviamente non offre alcuna garanzia di cure di qualita’, anzi predispone gli ospedali privati a fornire i propri servizi secondo due scaglioni, quello dei “veramente paganti” e quello per gli straccioni.

Quest’ultima cosa, ad esempio, e’ gia’ sperimentabile anche in Italia, poiche’ se siete mai stati in una clinica privata per conto vostro o tramite la mutua avrete certamente percepito la differenza. Un famoso istituto privato fiorentino, di cui non faccio il nome, riceve i paganti attraverso una decina di sportelli in lucido legno massiccio, tutti attivi e presidiati da competente personale in divisa, di bell’aspetto. Coloro i quali si recassero nello stesso istituto con il sussidio della mutua sono invece indirizzati verso una squallida stanzetta, e sono ricevuti da un’unica impiegata, disabile.

Infine, lasciare il sistema nelle mani delle assicurazioni, pubbliche o private, continua a lasciare la salute degli individui in balia del problema dei costi, secondo una logica ridicola e barbara. Ridicola perche’ sappiamo tutti benissimo che, a livello di contrattazione tra assicurazioni, ospedali e industria del farmaco i costi sono ovviamente tagliati in funzione del volume di affari. La medicina che al privato costa 90 dollari all’assicurazione costa si’ e no 9 dollari, poiche’ l’assicurazione garantisce all’industria del farmaco l’acquisto di milioni di dosi. Tutto qui. Barbara poiche’, nei casi gravi, la faccenda dei costi verra’ invece portata certamente a galla. Un conto e’ fare i furbi con le aspirine, un altro con la chemioterapia o con i trapianti. Mentre nei paesi piu’ o meno civili del mondo non ci si permette nemmeno di discutere la questione della copertura finanziaria di simili cure, negli Stati Uniti viene messo un prezzo su tutto e, come funziona nelle assicurazioni,  un massimale di copertura.

In poche parole, la mia previsione per la riforma sanitaria statunitense e’ quasi repubblicana: aumenteranno alcuni costi, si copriranno varie fasce della popolazione oggi scoperte, mantenendo pero’ un livello generale delle cure infimo o appena accettabile, con grosse incognite sulla gestione dei casi gravi, dei casi cronici, dei disabili, delle persone con problemi psichiatrici e dei disoccupati.

Il problema, comunque, risiede anche in sedi filosofiche, ovvero nel concetto stesso di corpo sano e nel concetto stesso di cura medica, che in questo paese di poltroni comprende anche il televisore in camera.  Questi due fattori hanno ramificazioni alimentari, sociali e politiche, che non ho tempo e capacita’ d’illustrare. A livello di percezioni, pero’, si tratta di un grosso problema.

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Considerazioni sul voto

Pubblicato da nicola su 4 Novembre, 2009

Come ci si poteva aspettare, Bloomberg e’ nuovamente sindaco della citta’ di New York. Fortunatamente la sua ri-elezione non e’ stata plebiscitaria, segno questo di un diffuso malcontento tra le fasce piu’ deboli della popolazione. Mi auguro vi sia anche stata una certa disaffezione del suo stesso elettorato che, almeno in parte, non avra’ gradito i suoi modi da oligarca.

Le mie considerazioni di ieri non richiedono ulteriori chiarimenti o spiegazioni, ma desidero mostrarvi questa bella cartina del New York Times, la quale conferma al 100% le mie opinioni in merito al censo, all’etnia e all’orientamento dei votanti. A dire il vero, l’accuratezza della mia previsione e’ spaventosa.

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Allora, come gia’ sapete, i rossi sono i Repubblicani (Bloomberg) e i blu sono Democratici (Thomspon). Piu’ la cartina e’ rossa, piu’ il voto e’ marcato a favore di un candidato, fin oltre al 70%.

Cominciamo da Manhattan, lunga e stretta in alto a sinistra. Manhattan, anche se non siete stati a New York, saprete benissimo e’ la zona piu’ ricca e importante. Ci possono abitare solo ricchi; a questi si aggiungono anziani e persone disagiate che rientrano nelle quote di assegnazione delle case popolari. In poche parole, nonostante a Manhattan si vedano nei negozi e nei ristoranti solo neri e messicani, a poterci abitare e a votare sono quasi solo bianchi. Di conseguenza, potete notare voi stessi che l’isola e’ quasi completamente nelle mani di Bloomberg, con punte di oltre il 70% nell’Upper East Side, la zona tradizionalmente piu’ ricca dell’intera citta’. Interessante anche il caso di Roosevelt Island, quella strisciolina rossa rossa in mezzo al fiume, che e’ abitata praticamente da soli banchieri, avvocati e uomini d’affari. Le uniche zone di Manhattan non conquistate da Bloomberg sono quelle piu’ povere, a Nord: in particolare Harlem East, che saprete certamente si tratti di un quartiere nero, possibilmente l’unico ancora veramente pericoloso a Manhattan; il centro di Harlem, stessa storia. Infine, piu’ a nord, restano democratici anche i quartieri di Washington Heights e di Inwood, altre zone abbastanza povere, abitate prevalentemente da immigrati ispanici portoricani e dominicani.

L’intera Staten Island, in basso a sinistra, e’ in mano Repubblicana. Giovera’ ricordare che Staten Island e’ composta per la stragrande maggioranza da gente parecchio danarosa, tutti italoamericani. Staten Island e’ il pezzo di territorio statunitense con la maggior concentrazione di italoamericani per chilometro quadrato. Avevano li’ la loro casetta sia Garibaldi che Meucci. Credo gia’ sappiate che gli italoamericani sono famosi per essere razzisti e conservatori, sono gli stessi che girano con La Russa durante il Columbus Day, gli stessi della Sons of Italy, gli stessi di Antonin Scalia. Di conseguenza, il voto e’ a Bloomberg.

Il Bronx, in alto a sinistra, e’ quasi interamente Democratico: credo cio’ non stupisca nessuno. La fama del Bronx, sapete bene tutti, e’ di quartiere povero e pericoloso, abitato prevalentemente da neri, ispanici e vari altri gruppi di piu’ recente immigrazione. Avrete notato, ovviamente, tre sole isole Repubblicane. Esse corrispondono al quartiere di Riverdale, abitato quasi esclusivamente da ebrei benestanti, con tanto di casette in collina e paesaggio bucolico; al quartiere di Fordham Avenue/Arthur Avenue, l’unica vera e propria Little Italy rimasta a New York, ovviamente abitata da italoamericani bianchi, piu’ o meno benestanti e per buona parte poco inclini a intrattenere rapporti con la popolazione nera che li circonda da ogni lato. Interessante anche notare che piu’ crescono i redditi e la qualita’ delle case, nella parte nord-est, che si chiama Throggs Neck, piu’ i voti Democratici calano.  La zona di Throggs Neck appunto ha votato Thompson per meno del 50%. Interessante invece il voto dell’isola-carcere di Rikers Island, tutto Democratico. Mi domando pero’ chi e’ che ci abiti!

Il quartiere di Queens e’ quello dove abito io. Si tratta della zona est della cartina. I tre milioni di abitanti del quartiere parlano, a casa propria, 110 diverse lingue: caso unico nel mondo, in cosi’ poco spazio. Se ne deduce un elettorato di etnie e possibilita’ economiche molto diverse. In ogni caso, alcune zone storicamente etnicizzate sono facilmente riconoscibili. Io abito in una delle zone rosa: nel mio quartiere, Sunnyside, vivono oggi molti messicani, ma la base storica e’ irlandese e poi armena, e in anni piu’ recenti coreana, cinese, rumena e poi nuovamente bianca anglosassone, che torna qui a comprar casa e non vuole casini per strada. Dunque si vota Bloomberg. La roccaforte rossissima al centro di Queens e’ la zona di Maspeth, Middle Village e Ridgewood, quartieri storicamente italiani e benestanti, in cui gli unici nuovi immigrati nella zona sono ispanici altrettanto benestanti, e quindi inclini a conservatorismi elettorali di matrice cattolica. Interessante notare anche la zona nord-orientale, tutta rossissima, poiche’ da quella parte New York si estende verso le zone abitate dai veri straricchi: la penisola di Long Island, con le famose spiagge e ville negli Hamptons, e cosi’ via. Interessante anche il caso di Rockaway Peninsula, che e’ quella lunga striscia rossa a sud, e che amministrativamente dipende da Queens. Ebbene, si tratta di una striscia di terreno con megaville fronte-oceano. Il riscaldamento globale anneghera’ questi ricchi nel giro di vent’anni, ma nel frattempo loro votano Bloomberg. Le uniche due striscioline blu dell’intera penisola corrispondono, millimetricamente, agli unici insediamenti di case popolari, pericolosissime, abitate solo da neri. Ovviamente gli hanno riservato un distretto elettorale apposta, si sa mai che vadano a votare davvero e cambino il colore a buona parte della penisola! La grossa sacca democratica che rimane a Queens consiste in un depresso e deprimente quartierone che va sotto il nome generico di Jamaica, e che include una popolazione prevalentemente nera e immigrati di recente arrivo, che probabilmente per la maggior parte non possono votare. Un bel pezzo di quella zona comunque e’ coperto da autostrade e dall’aeroporto JFK, dunque non e’ che si possano fare grossi calcoli.

Resta da analizzare solo Brooklyn: si tratta della zona centrale. Pigliate Queens, e guardate dove finisce il rosso e dove comincia il blu: avrete trovato Brooklyn. Brooklyn e’ il quartiere piu’ segregato razzialmente di tutta New York, forse il piu’ povero e certamente quello con il maggior numero di crimini violenti, piu’ che nel Bronx, non foss’altro per il fatto che ci abitano piu’ persone e dunque le opportunita’ criminali crescono in modo statistico. Alcune parti di Brooklyn, ovviamente, sono bellissime e ricche: va da se’ che sono colorate di rosso. In particolare, potrete apprezzare la costa che confina con la parte sud dell’isola di Manhattan, la zona del ponte di Brooklyn e del Manhattan Bridge. Tali zone si chiamano Brooklyn Heights, Williamsburg, la famosa DUMBO con le nuove gallerie d’arte, etc. etc. Ci abitano quasi esclusivamente giovani bianchi, i cosiddetti hipsters, quelli che curano gli orticelli metropolitani sui tetti delle case, quelli che mangiano solo vegano, organico, fair trade, fanno la spesa alla coop e vanno in giro in bicicletta. Progressisti nei consumi, ma quando si tratta di chiamare la polizia sanno tutti a chi bisogna dare il lavoro. Sotto di loro, resta rosso il quartiere di Park Slope, altra zona posh, dove abitano tanti artisti dei teatri e dei comedy show in citta’. Interessante la piccola enclave blu della punta sud-ovest, che si chiama Red Hook, e che e’ zona depressissima, abitata quasi esclusivamente da neri che hanno per vicini di casa una enorme discarica e un magazzino dell’Ikea. In questa zona, Sandro ricorda di sicuro, hanno girato la scena di Quei Bravi Ragazzi in cui Robert De Niro cerca di convincere la moglie di Ray Liotta a proseguire verso un magazzino per guardare una pelliccia, mentre in realta’ vuole farla uccidere. E’ quel tipo di quartiere, insomma. Sotto di esso, resta blu anche Sunset Park, altra zona dove non e’ il caso di trovarsi quando fa buio. Piu’ sotto ancora, ricomincia il rosso. Dove siamo? A Bay Ridge, zona storicamente irlandese e italiana, dunque benestante. Meta’ dei poliziotti e dei vigili del fuoco di New York abita qui. Li’ vicino, un poco ad est, noterete che il rosso si fa sempre piu’ acceso: cio’ e’ dovuto al fatto che siete giunti nella zona di Midwood, Bensonhurst  e Howard Beach, altri quartieri storicamente italiani, e storicamente mafiosi. Gotti e tutti gli altri abitavano in queste zone. Tutte le zone particolarmente rosse che trovate a Brooklyn sono quelle abitate, storicamente e no, da ebrei. Gli ebrei di piu’ recente immigrazione sono quelli appartenenti al gruppo dei Sefarditi, particolarmente tradizionalisti. Essi si sono scontrati spesso violentemente con la popolazione afroamericana di Brooklyn, i famosi disordini di Crown Heights sono addirittura finiti in un omonimo film, non cattivo. Queste persone gradiscono tanto farsi i fatti propri e non essere disturbati da vicini rumorosi. Bloomberg provvede. Infine, la grossa fascia blu che divide la parte nord di Brooklyn da Queens e’ quella piu’ brutta, pericolosa, povera e ovviamente nera di tutta la citta’. Si tratta dei quartieri di Bushwick, Bedford Stuyvesant, Crown Heights, Flatbush, East New York, Brownsville e Canarsie. A New York ci sono quasi due omicidi al giorno: quattro volte su cinque capita in queste zone qui. A onor del vero, quest’anno gli omicidi sono calati di quasi la meta’ secca, e da una media di oltre 550, confermata oramai da una decina di anni, pare che si scendera’ sotto ai 350. Nevertheless, la zone calde sono sempre queste.

Credo queste mie osservazioni chiariscano abbastanza la situazione. Per concludere, vorrei farvi notare che, a livello di microamministrazione locale, tutti i quartieri hanno votato candidati democratici nei consigli di quartiere: New York e’ una citta’ liberal e progressista, e tutti sanno che i Democratici sono piu’ propensi a spendere soldi per fare belli i quartieri, per fare i cinema d’estate, per fare i parchi, i parchetti per i bambini, dare soldi alle associazioni e via dicendo. Stesso dicasi per i grandi temi: tutti sono amici dei gay, dei diritti umani e contro la guerra, quindi New York ogni volta vota il candidato democratico alla presidenza degli Stati Uniti. Il voto Repubblicano alle comunali, in fondo, e’ proprio un voto poliziottesco e securitario. Non ci si scappa. Tutti buonisti per le grandi occasioni e per i propri bambini, ma i neri devono restare ad ammazzarsi tra Brownsville e Canarsie. La polizia e le politiche di zoning residenziale sono nelle mani di Bloomberg, e questi sono gli unici due fattori che contano.

Un appello: pregherei chiunque piu’ informato di me, magari qualche altro italiano che vive a New York e che ci legge, di farmi sapere se ritenga vi siano altri modi di leggere queste statistiche e questo risultato elettorale. Non vorrei buttare tutto sul problema economico e razziale, e magari passare da razzista inverso. Tra l’altro, credo sia utile ricordare che il voto ebreo e’ stato per moltissimi anni un voto ai Democratici, ma le cose sono cambiate da Giuliani in poi.

 

 

 

 

 

 

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Res Gestae Divi Bloombergis

Pubblicato da nicola su 3 Novembre, 2009

Cari tutti, quelle che oggi si consumeranno a New York sono le ennesime elezioni farsa di un sistema solo nominalmente democratico, ma oggettivamente in mano ad una oligarchia gestita in modo diretto e sostanziale dal capitale e dal suo braccio mediatico.

Bloomberg, a mio parere, rappresenta la quintessenza del Berlusconismo in terra straniera e rappresenta, temo, lo sviluppo di una nuova forma di governo: una forma ibrida, a cavallo tra un neofeudalesimo e una nuova eta’ comunale, un eta’ in cui le politiche delle grandi metropoli mondiali informeranno vicendevolmente le scelte delle multinazionali.

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Cifre alla mano, si capisce facilmente perche’ Bloomberg viene votato: anzitutto, egli e’ il cittadino piu’ ricco di New York, nonche’ uno degli uomini piu’ ricchi del mondo, e dunque rappresenta per tanti inconsapevoli straccioni del credito a consumo il transfert psicanalitico delle proprie aspirazioni e delle proprie ambizioni. Proprio come Berlusconi, uno degli uomini piu’ ricchi d’Italia, e per molti un vero esempio di successo personale, imprenditoriale e di perseveranza.

In secondo luogo, proprio come Berlusconi, anche Bloomberg possiede un impero mediatico: le sue televisioni sono prevalentemente connesse alle analisi dei mercati finanziari piu’ che all’intrattenimento del popolo bue, ma tra tutti i posti del mondo e’ forse proprio a New York che tali televisioni hanno un ruolo fondamentale negli equilibri del potere. Le banche d’affari di tutto il pianeta hanno a New York le loro sedi principali, assieme alla borsa di Wall Street, alla Federal Reserve con meta’ dell’oro del pianeta che forse ricorderete dal film Die Hard 3, e via dicendo. E’ inutile che vi faccia l’elenco della concentrazione di potere economico di questa citta’, e dell’importanza che un network mediatico connesso a tali sfere possa esercitare.

Nonostante l’amministrazione separata e le tante garanzie formali, l’attivita’ delle televisioni di Bloomberg e’ in continuo conflitto di interesse con la sua posizione di Sindaco: nel corso dei suoi mandati egli ha sostituito buona parte dello staff comunale con ex-impiegati del suo impero personale, alcuni dei quali tuttora svolgono un doppio lavoro. Il peso del suo network si fa sentire ogni qualvolta la citta’ debba trattare per gli appalti delle concessioni via cavo: Time Warner, concessionaria unica della tv via cavo a New York, e’ in trattativa da circa un anno per il rinnovo dell’appalto. Il primo tentativo di persuasione dell’amministrazione comunale a rinnovare l’appalto e’ consistito proprio nel riposizionare il canale televisivo di Bloomberg, che nel giro di una notte e’ passato dal 150 circa al 33, tra i canali sportivi di maggior successo, quelli di ESPN. Pazzesco, poiche’ il canale 33, per la cronaca, era il canale delle partite degli New York Yankees, i cui idioti fan sono evidentemente stati sacrificati a logiche di profitto piu’ alte.

Proprio come Berlusconi, Bloomberg non ha pensato due volte quando e’ stato necessario cambiare le leggi per motivi personali: la citta’ di New York prevede che il mandato di Sindaco possa essere rinnovato una sola volta (anche Giuliani mollo’ dopo l’11 Settembre, nonostante molti gli chiedessero di tirare avanti a causa della situazione d’emergenza) , ma Bloomberg ha cambiato le regole durante la partita, insistendo proprio sulla necessita’ di una legge ad personam. Le critiche sono volate da ogni parte, ma cio’ non ha impedito il mezzo golpe.

Infine, due dati sulla citta’ di New York: non ho le fonti, ma si tratta di statistiche pubblicate sul New York Times di ieri, quindi se volete andare a controllare fate da voi. Ebbene, in questa citta’ il 20% della popolazione e’ sotto il limite di poverta’, il 23% degli adulti e’ un analfabeta funzionale e il 55% degli studenti nelle scuole superiori pubbliche non riesce a terminare gli studi, che per la cronaca durano 4 anni e non prevedono alcun esame  di valutazione finale. Questi dati ovviamente vanno letti a confronto con uno dei redditi pro capite piu’ alti del pianeta, con le biblioteche e i musei piu’ prestigiosi, con le universita’ piu’ attrezzate del mondo nel giro di 60 chilometri.

Siamo di fronte alla storia di due New York: la seconda delle quali e’ inorridita e infastidita dalla vista della prima, che non e’ rivale ma funzionale al mantenimento dello status quo, ma che deve essere tenuta a debita distanza. Bloomberg riesce benissimo in questo obiettivo, ovvero nel garantire alla fascia votante dell’elettorato potenziale, quasi interamente bianco ed ebraico, un interazione pressoche’ minima con il resto della citta’, le cui interazioni si limitano alle transazioni commerciali all’interno delle caffetterie Starbucks o dei grandi magazzini.

La coscienza e il cuore di tenebra di questa fascia votante vengono poi lavate da tutta un’altra serie di misure implementate da Bloomberg, quali il piu’ o meno serio impegno a favore del riciclaggio di rifiuti, accompagnato da qualche chiacchiera sul risparmio energetico e lo sviluppo sostenibile. Come se il riciclaggio dei rifiuti fosse poi veramente un’opzione! La cosa e’ davvero pazzesca, perche’ la prima mossa di Bloomberg otto anni fa fu proprio quella di abolire il riciclaggio iniziato da Giuliani, altro sceriffo, nella speranza di tirare dalla sua tutti i commercianti sozzi e buona parte del sottoproletariato incosciente. Siamo arrivati a questo, all’impegno ecologico come moda, come concessione, come divertissement per chi se lo puo’ permettere. (Vi segnalo che quella macchina di merda che e’ la Toyota Prius negli Stati Uniti viene venduta a prezzi diversi a seconda del colore, e il colore piu’ caro di tutti e’ il verde, perche’ e’ il massimo statement che uno possa fare col proprio automezzo. Vadano tutti in culo!)

Groundhog Bites Bloomberg

Concludo segnalando che la fetta di votanti di Bloomberg e’ si fondamentalmente bianca e benestante, ovvero gli unici che alla fine hanno il tempo di andare a votare (chi non puo’ assentarsi dal lavoro non vota), sanno andare a votare e possono andare a votare (chi ha condanne o non e’ registrato non vota) ma include anche varie fette dei sindacati piu’ importanti della citta’. La questione sindacale in America e’ stranissima e inquietante, essi agiscono secondo politiche di lobby che difficilmente mi sento di condividere. Vi basti pensare che tra i piu’ piu’ grandi detrattori della riforma sanitaria di Obama vi sono proprio alcuni sindacati, che non vogliono diluire i propri benefit a favore della societa’ intera. Ditemi voi…

Infine, una parola sul candidato Democratico, tale Thompson: anch’egli purtroppo, concedetemi, e’ un impresentabile. Il risultato piu’ apprezzabile della sua carriera e’ proprio il 55% di giovani che non arriva nemmeno a terminare le scuole dell’obbligo, e il tizio e’ famoso per essersi fumato 150 milioni di dollari dai fondi pensione dei dipendenti pubblici dello Stato di New York.

Potessi votare anch’io, mi sarei dovuto accontentare di un voto ai Verdi, il cui candidato sindaco e’ un finto prete completamente suonato appartenente ad una chiesa che si chiama “Chiesa della Vita dopo lo Shopping”. La cosa e’ parecchio strana poiche’ non si tratta proprio di una chiesa ma una sorta di compagnia teatrale dedicata alla performance art. Se non mi credete, guardate qui http://www.revbilly.com/ e qui http://www.voterevbilly.org/.

Credo possiate concordare con me che, se non altro, vivo in un luogo  molto interessante.

 

 

 

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Binetti, venga a trovarmi…

Pubblicato da nicola su 31 Ottobre, 2009

…ma si porti l’avvocato!

Notizia tratta da unita.it

 

Omofobia delitto federale. Obama firma la legge

Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha firmato una legge che definisce un delitto federale qualsiasi attacco contro una persona solo per il suo orientamento sessuale o la sua identità sessuale. La legge è stata dedicata a Matthew Shephard, un giovane gay del Wyoming morto dopo essere stato rapito e quindi riempito di botte nel 1998, e a James Byrd, un giovane nero texano che subì la stessa sorte lo stesso anno.

«Dopo oltre un decennio di opposizioni e di ritardi – ha detto Obama – abbiamo approvato una legge sui delitti legati all’odio per contribuire a proteggere i nostri cittadini dalla violenza basata sull’aspetto, i loro amori, il loro modo di pregare o semplicemente chi sono». Secondo il ministro della Giustizia Eric Holder, il provvedimento rappresenta «la nuova grande legislazione sui diritti civili». Ufficialmente sono circa 12mila i delitti legati all’ orientamento sessuale in questi ultimi dieci anni, e secondo Obama la nuova legge rappresenta un passo avanti nella lotta per la difesa dei diritti umani. Il presidente degli Stati Uniti ha ancora una volta reso omaggio al senatore Ted Kennedy, recentemente deceduto a causa di un tumore al cervello, reputando che è stato lui a «rendere questa giornata possibile».

Il predecessore di Obama, George W. Bush, aveva minacciato di veto qualsiasi iniziativa legislativa di questo tipo, che non piace agli ambienti religiosi più conservatori. C’è il timore infatti che la legge possa essere sfruttata per condannare chi pronuncia discorsi contrari all’aborto o all’omosessualità.

29 ottobre 2009

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E’ cambiato qualcosa?

Pubblicato da nicola su 10 Ottobre, 2009

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Desidero scrivere due cosette per onesta’ intellettuale. Parecchi mesi fa, su questo stesso blog, andavamo ipotizzando un futuro di cambiamenti per il mondo, e in particolare per l’Italia, dovuti alla crisi economica. Alle volte, si faceva riferimento a Beppe Grillo: egli prevedeva, prima per Giugno, poi per Settembre, le famose “mandrie di bisonti scalpitanti”. Fuori di metafora, credo si riferisse alle moltitudini di lavoratori lasciati a casa dalle aziende, pronti a calare su Roma per randellare a destra e a manca i politicanti di turno.

Ebbene, siamo ad Ottobre, e di tutto questo non si e’ ancora visto nulla. Devo ammettere dunque un discreto errore di lettura degli avvenimenti. La crisi rimane: in Italia un sacco di persone vengono messe in mobilita’, ma questa mobilita’ non si trasforma in mobilitazione. Anche i sindacati, tanto per dirne una, se ne stanno parecchio zitti.

Qui negli Stati Uniti la disoccupazione e’ altrettanto galoppante, e l’anno prossimo per la prima volta in non  so quanti decenni le paghe base saranno piu’ basse non solo rispetto all’inflazione, ma addirittura nel loro valore  monetario assoluto rispetto all’anno precedente. Nonostante questo e nonostante un quinto della popolazione sotto la soglia di poverta’, anche qui sembra che nulla si muova. Attendo, fatalmente, la morte di un afroamericano per mano poliziotta: me la sento arrivare, ed essa portera’ con se’ alcuni morti ed interi quartieri messi a ferro e a fuoco. Ma si trattera’ probabilmente degli stessi quartieri ove gli afroamericani vivono, e tali azioni avranno scarse conseguenze sul piano politico.

Insomma, a un anno circa dal cosiddetto inizio della crisi siamo al punto di partenza. Il sistema non e’ saltato, anzi: per certi aspetti, la concentrazione dei poteri economici e’  ancora piu’ ristretta e pericolosa. Due o tre banche d’investimenti statunitensi hanno ingoiato tutto, grazie ai digestivi offerti dalle finanze pubbliche.

Sono deluso: non dico che avrei voluto vedere paesi come gli Stati Uniti o l’Italia in bancarotta (non me ne verrebbe certo nulla in tasca, anzi, ma non nego la curiosita’ di “vedere l’effetto che fa”), ma avrei voluto osservare un sussulto di socialismo nel public discourse, cosa che invece non e’ mai accaduta.

Infine, devo ammettere un’altra mezza valutazione errata in merito alla stampa quotidiana.

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Si prevedeva, per la fine di quest’anno, la scomparsa di buona parte dei giornali. Negli Stati Uniti l’impresa e’ quasi riuscita: quasi tutte le citta’ americane hanno perso le proprie testate locali, e nemmeno i giornaletti gratuiti tipo Metro riescono a pubblicare. Una visita alle edicole del Connecticut o del New Jersey e’ faccenda assai triste, credetemi. Quattro altri importanti quotidiani hanno chiuso, oltre al famoso Seattle Post-Intelligencer. Tra questi, il Baltimore Examiner e il Rocky Mountain News. Los Angeles Times e Chicago Tribune hanno portato i libri contabili in tribunale per bancarotta, ma a forza di tagli al personale e alle pagine sono riusciti a sopravvivere sotto nuove amministrazioni. Il New York Times sopravvive, nonostante perdite ingenti. La sopravvivenza e’ dovuta all’esposizione economica intrapresa dall’editore-megnate, il quale comunque non ha esitato ad operare numerosissimi tagli al personale e chiudere intere sezioni del quotidiano, addirittura buona parte delle cronache sportive.

In Italia, al contrario, non va affatto male: il solito Beppe Grillo strillava che i giornali avrebbero visto il loro ultimo giorno prima della fine dei contributi pubblici, ma i contributi continuano a piovere e i quotidiani continuano a campare. La liberta’ di stampa sara’ anche in pericolo, ma nel frattempo solo quest’anno sono nati addirittura due o tre quotidiani di sinistra (quello di Sansonetti, quello verde, il Fatto) e tutti gli altri galleggiano alla deriva, come fanno da quarant’anni.

Piaccia o no, devo dunque ammettere anche in questo caso un discreto errore di valutazione, il quale apre ad alcune domande fondamentali:

1-Cosa scrivo a fare?

2-Cosa dobbiamo immaginare per il futuro? Dobbiamo forse smettere di immaginare, e scendere a patti con una realta’ che si ostina all’autoconservazione fino alle tragedie croniche che affliggono con regolarita’ i piu’ deboli, e che producono solo piccoli aggiustamenti di rotta?

3-Quanto e’ sopravvalutata l’opinione di Beppe Grillo? Vi confesso che da quando mi sono trasferito, per motivi di tempo, ho smesso di leggere il suo blog tutti i giorni, e non mi manca particolarmente. E’ una voce importante, per carita’, ma forse non sempre indispensabile.

Le domande sono piu’ retoriche che altro, ma se qualcuno avesse voglia di abbozzare una risposta, la leggero’ volentieri.

P.S. -piccola nota tecnica- Perdonerete il mio costante e tedioso utilizzo dell’apostrofo ‘ in vece dei corretti accenti sulle vocali. Purtroppo mi trovo spesso a scrivere con tastiere statunitensi, e preferisco un efficace errore grafico ad un errore nello spirito del testo, tanto per capirci.

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Capitalism: A Love Story

Pubblicato da nicola su 24 Settembre, 2009

locandinaIeri sera ho avuto la fortuna di assistere alla prima statunitense di Capitalism: A Love Story, il nuovo film di Michael Moore.

Il film uscira’ in Italia il 30 Ottobre, e anche in questo caso non posso fare altro che consigliarvelo caramente.

Si tratta di un’opera senza una vera e propria trama: il regista si limita ad accumulare una serie di casi limite del sistema economico statunitense, avanzando in merito allo stesso un chiaro giudizio negativo. Il trailer che ho inserito in questo post, tutto giocato sull’ironia della pellicola, davvero non  coglie la situazione disperata che traspare da ogni storia raccontata.

Inutile dire che ogni persona di buon senso non potra’ che concordare appieno con la visione del problema offerta da Moore. Questo nonostante le solite due o tre scene strappalacrime, un’eccesso di orgoglio riguardo al ruolo statunitense nella stesura delle costituzioni democratiche nell’Europa postbellica, e un eccessivo ottimismo che caratterizza l’ultima parte della film, in cui si racconta delle lotte sindacali in una fabbrica di Chicago.

Il panorama illustrato da Moore e’ davvero agghiacciante. A proiezione terminata, mi sono chiesto se in fondo Berlusconi non abbia un po’ ragione a sostenere che, alla fine, in Italia non vada poi male del tutto.

Moore chiude il film con una nota di speranza e con una sorta di augurio che l’elezione di Obama possa cambiare le cose: non tanto perche’ il Presidente abbia il coraggio o la possibilita’ di farlo, ma perche’ la gente tragga ispirazione da quel cambiamento per pretendere un cambiamento anche nelle propria realta’ locali, nelle propria comunita’. E’ un augurio che sento di condividere appieno.

Credo valga la pena segnalare che il film, negli Stati Uniti, ha ricevuto una serie sconfinata di recensioni negative: tutti i maggiori quotidiani lo hanno criticato pesantemente, e anche alcune pubblicazioni storicamente liberal si sono lasciate andare a pesanti rimproveri. In particolare, vorrei segnalarvi tutta la violenza della recensione apparsa su The Village Voice. Il film, pensate un po’, e’ pubblicamente accusato di socialismo (!), come se tale fatto in se’ rappresentasse un crimine, e tutti si precipitano a scrivere come finalmente Michael Moore sia venuto allo scoperto.

Credo si possa sostenere che il povero Moore sia soprattutto e fondamentalmente un regista caro agli Europei, e che quest’ulteriore pellicola portera’ ad una sua ulteriore alienazione dalle scene e dalle coscienze statunitensi. Benissimo cosi’, per carita’, ma prendiamo dunque atto fin da ora dell’ennesima battaglia persa. Buona visione!

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Classi dirigenti

Pubblicato da prescinseua su 20 Settembre, 2009

Classi dirigenti / L’inutile revival della retorica anti-élite

La polemica contro le classi dirigenti è un ingrediente antico della nostra storia nazionale, destinato a farsi più pungente nelle fasi di crisi e confusione come quella che stiamo vivendo. Una crisi che resta politica non meno che economica, perché al netto di ogni dietrologia è ormai evidente che la lunga transizione italiana non sembra ancora aver trovato quell’approdo che le elezioni del 2007 avevano lasciato immaginare.
Non è solo la tentazione sempre più diffusa di guardare la politica dal buco della serratura a suggerirlo, ma anche il potente ritorno della retorica antielitaria e la sua diffusione ai piani alti delle istituzioni democratiche. In questi ultimi giorni è accaduto più volte di ascoltare autorevoli rappresentanti di governo aprire il fuoco della polemica contro questa o quella porzione di classe dirigente, scegliendo talora i magistrati o gli economisti talaltra i banchieri o persino i cineasti in un procedere per categorie all’ingrosso che non può né vuole percorrere la via del ragionamento di merito.

C’è in questo il ritorno di un elemento tradizionale del berlusconismo, che fin dai suoi esordi ha esibito una carica anti-establishment che ha saputo inserirsi con acume e spregiudicatezza nel blocco dei meccanismi di formazione delle classi dirigenti che l’Italia degli anni Novanta ha conosciuto in forme tanto drammatiche.
Gli anni passano per tutti, compreso il berlusconismo. E ascoltare un così pugnace revival antielitario quindici anni dopo quel lontano 1994 induce qualche perplessità. Non solo perché lo stesso berlusconismo non può esimersi dall’essere considerato a pieno titolo produttore e contenitore di classi dirigenti che ormai da anni si misurano legittimamente con il potere e la responsabilità pubblica. Soprattutto perché chi esercita un mandato politico in nome e per conto del popolo non può realisticamente pensare di utilizzare questo tipo di schermo polemico per porsi al riparo dalla valutazione pubblica dei risultati del proprio lavoro, per ragioni sia di metodo che di merito.

Il metodo ricorda infatti troppo da vicino il diluvio distruttivo che ha avvelenato la nostra vita pubblica nell’ultimo decennio, quel rifiutare pregiudizialmente la legittimità dell’interlocutore come reazione preliminare a qualunque tipo di critica. O peggio, come reazione ad ogni tentativo di allargare il perimetro della discussione.
Perché qualsiasi attore pubblico, e maggior ragione qualsiasi attore che svolga funzioni di governo, si rafforza nell’individuazione di interlocutori legittimati e si indebolisce nell’irrisione di avversari reali o immaginari. Soprattutto quando a quegli avversari sono attribuiti come uno stigma i contorni dell’appartenenza a una categoria di sapore morale più che politico. Sinceramente non si avverte alcun bisogno di un “giustizialismo di governo” che preluda a un’ordalia tutta basata sui rapporti di forza, mentre il paese attende di conoscere la direzione che prenderà all’uscita dalla crisi economica.

Le ragioni di merito hanno a che fare con la persistenza del blocco nei meccanismi di formazione delle classi dirigenti, che continua ad essere uno dei nostri problemi più gravi.
Altri paesi avanzati hanno conosciuto, come l’Italia, crisi di legittimità nelle leadership politiche ed economiche e ne sono usciti con molto tempo e molta fatica. C’è chi vi è riuscito, come negli Stati Uniti, tornando a guardare nelle università di punta alla ricerca dell’eccellenza politica e intellettuale e chi, come in Francia, sottoponendo a critica serrata un modello tradizionale di formazione delle élites per trovarne un altro con relativa rapidità. Nessun grande paese, tuttavia, lo ha fatto elevando la retorica antielitaria a standard permanente di lotta politica e rinunciando così anche solo a immaginare una soluzione reale a un problema reale.
È esattamente questo il rischio che in queste settimane sembra incombere sulla nostra vita pubblica.

Andrea Romano, Il Sole 24 Ore, 17 settembre 2009

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Discorso di Obama sulla riforma sanitaria

Pubblicato da nicola su 10 Settembre, 2009

misty-eyed1

Colgo l’occasione per segnalarvi un ottimo servizio offerto dal New York Times, ovvero il video e la trascrizione completa del discorso che Obama ha pronunciato davanti al Congresso in seduta congiunta, ieri sera.

Il discorso riguardava la riforma sanitaria: molto buon senso, assieme ad alcune soluzioni che, almeno nella pratica, rimetterebbero gli Stati Uniti a pieno titolo tra i paesi sviluppati, limitatamente a quanto pertiene i diritti dei cittadini.

Resta, per quanto mi riguarda, la delusione di una riforma che in ogni caso non prevedera’ un servizio sanitario nazionale, accompagnato da severi limiti all’iniziativa privata. Obama assicura che il risultato ultimo della riforma portera’ a un sistema con simili garanzie, ma non oso immaginare quali nuove infamie le compagnie assicurative si inventeranno per limitare le coperture. Buon ascolto e buona lettura.

Obama’s Healt Care Address to the Congress

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Ultima sulla riforma sanitaria

Pubblicato da nicola su 8 Agosto, 2009

Perdonate la monotonia dei miei ultimi interventi, ma l’argomento mi interessa parecchio.

Questo articolo e’ tratto dall’International Herald Tribune di alcuni giorni fa, e presenta la situazione con margini di ottimismo leggermente piu’ ampi di quelli ipotizzati dall’articolo di Repubblica.

Speriamo non si sbaglino.

Buona lettura.

Two Sides Take Health Care Debate Outside Washington

By SHERYL GAY STOLBERG and DAVID M. HERSZENHORN

Published: August 2, 2009

WASHINGTON — With Republicans mobilizing against the proposed health care overhaul, President Obama, Congressional Democrats and leading advocacy groups are laying the groundwork for an August offensive against the insurance industry as part of a coordinated campaign to sell the public on the need for reform.

The effort will feature town-hall-style meetings by lawmakers and the president, including a swing through Western states by Mr. Obama, grass-roots lobbying efforts and a blitz of expensive television advertising. It is intended to drive home the message that revamping the health care system will protect consumers by ending unpopular insurance industry practices, like refusing patients with pre-existing conditions.

“I think what we want to communicate is that this is going to give people who have insurance a degree of security and stability, the protection that they don’t have today against the sort of mercurial judgments of insurance bureaucrats,” said David Axelrod, a senior adviser to Mr. Obama, adding, “Our job is to help folks understand how this will help them.”

Revamping health care is the president’s top legislative priority, and people on all sides of the debate agree that August, when lawmakers leave Washington to take the pulse of constituents, will be crucial to shaping public opinion. With Republicans making headway by casting the legislation as a costly government takeover, Democrats have decided they must answer the question on the minds of those now insured: “What’s in it for me?”

That has led to a campaign of increasingly harsh rhetoric against the insurance industry, which says it favors an overhaul but is working to defeat Mr. Obama’s call for a government-run insurance plan to compete against the private sector. On Friday, Speaker Nancy Pelosi, Democrat of California, promised a “drumbeat across America” to counter what she termed a “shock and awe, carpet-bombing by the health insurance industry to perpetuate the status quo.”

The tough talk, however, has risks. The industry trade group, America’s Health Insurance Plans, is urging members to confront Democrats at public meetings, and the rising tensions could make it difficult for the president to keep insurers at the negotiating table.

The drumbeat will begin Monday, when Kathleen Sebelius, the health and human services secretary, travels to Hartford to talk about what the White House now calls “health insurance reform.” Senator Christopher J. Dodd of Connecticut, who disclosed Friday that he has prostate cancer and pointedly reminded Americans that he was fortunate to have health coverage, will be among several Democratic lawmakers present.

Also Monday, Senator Michael Bennet, Democrat of Colorado, will appear with doctors, nurses and administrators at St. Joseph Hospital in Denver to discuss “how insurance company procedures are burdening our physicians, nurses and patients,” a spokeswoman said. Throughout the recess, Democratic lawmakers will hold similar events, coordinated with advertising by allied groups.

“We understand the future of health reform could hinge on how the conversation with the American people goes in the next six weeks,” said Representative Chris Van Hollen, Democrat of Maryland and assistant to the speaker, who is coordinating the House effort.

Republicans understand that and will also be campaigning hard.

In the Senate, Republicans will meet this week to coordinate strategy, but some plans are already in motion for public meetings and a blizzard of radio and television appearances. Senators Tom Coburn of Oklahoma, a family practice doctor, and John Barrasso of Wyoming, an orthopedic surgeon, will take their “Senate Doctors Show,” an Internet program, on the road to argue that the Democratic plan will not improve care or control costs.

In the House, Representative Mike Pence of Indiana, chairman of the Republican Conference, distributed a packet to colleagues on Friday urging them to argue that the Democrats’ plan would include “more than $800 billion in new tax hikes” and “harmful cuts” to Medicare that would “result in millions of seniors losing their health coverage.”

The Democrats are getting a lift from a little-known group of former Obama campaign operatives called Unity ’09 that has held weekly strategy meetings, away from the White House, to bring together administration officials, labor unions, health advocacy groups and other backers of the legislation. Mr. Axelrod said he had attended as an “infrequent visitor.”

The current message is an eight-point list of “Health Insurance Consumer Protections” the White House Web site promises will “bring you and your family peace of mind.” Mr. Obama picked up on the theme last week, promising members of AARP that he would “reform the insurance companies so they can’t take advantage of you.”

The hard line is a departure for the White House, which began its overhaul campaign by trying to win over constituency groups — doctors, pharmaceutical companies, hospitals and insurers among them. Insurers played a leading role in killing a health care overhaul in the Clinton administration, but Karen Ignagni, president of America’s Health Insurance Plans, said at a White House meeting in March that the industry would cooperate this time.

In an interview Friday, Ms. Ignagni noted that the industry had endorsed many of the administration’s proposed changes, including ending the practice of refusing coverage for pre-existing conditions, and said it would work with lawmakers to develop a bill that did not include a public plan.

“The rhetoric that we are hearing is reminiscent of ’93, ’94, but we’re on the 2009 playbook,” she said, adding, “The inconvenient fact is that we support those reforms.”

Republicans say the new rhetoric reflects desperation among Democrats to find a message that will resonate.

Broadly speaking, Mr. Obama’s goal is to extend coverage to the nation’s 47 million uninsured while also slowing the growth of health care spending. The president wanted the House and Senate to pass legislation before the August recess, but the House broke on Friday without doing so and the Senate will not complete a bill before recessing after this week.

Polls show that the public is growing uneasy; a New York Times/CBS News survey last week found that while Mr. Obama still has strong support for revamping health care, Americans are concerned that an overhaul would reduce the quality of care, increase out-of-pocket costs and tax bills and limit their options in choosing doctors.

“August is going to be a critical period for closing the deal,” said Ron Pollack, director of the advocacy group Families USA. The group is now in a strange-bedfellows advertising partnership with the pharmaceutical industry. Their latest advertisement, a three-week, $4 million campaign, updates the “Harry and Louise” advertisements that helped kill health legislation in the 1990s.

In the new advertisement, called “Get the Job Done,” Louise tells Harry that Americans need good coverage. To which Harry adds, “Even if they have a pre-existing condition.”

Carl Hulse contributed reporting.

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Sempre sulla riforma sanitaria negli Stati Uniti

Pubblicato da nicola su 4 Agosto, 2009

Finalmente un articolo importante sulla riforma sanitaria negli States e’ stato pubblicato anche sui quotidiani italiani. Quello che leggete qui sotto proviene da Repubblica, e riassume in buon dettaglio i vari aspetti della questione.

Come potrete capire, le prospettive non sono rosee. Mi sono permesso di aggiungere al servizio del giornalista il video della pubblicita’ di cui si parla, e alcuni altri in chiusura. Buona lettura.

Compagnie assicurative, medici, industrie hi-tech, avvocati: una macchina da guerra
Per bloccare la riforma del presidente hanno deciso di giocarsi il tutto per tutto

Le lobby della sanità contro la Casa Bianca

dal nostro corrispondente FEDERICO RAMPINI

NEW YORK – “Questo è il mio test più difficile da quando faccio politica”, confessa Barack Obama a Time. E rivela che un terzo del suo tempo lo dedica solo a questa sfida: la riforma sanitaria. L’opposizione annusa sangue. Il presidente del partito repubblicano Michaele Steele annuncia: “La sanità sarà la sua Waterloo. Lo spezzeremo”.

Qualche segnale incoraggia gli avversari. A sei mesi dall’inizio della sua presidenza, Obama ha avuto un cedimento nei sondaggi. L’indice di approvazione della sua politica oggi non è molto più alto di quelli di Richard Nixon o George Bush dopo il primo semestre. La ragione principale è proprio il crescente disagio dell’opinione pubblica sulla sanità, il più impegnativo cantiere di riforma che Obama ha voluto inaugurare.

Con i costi medici più alti del mondo, una pressione finanziaria insostenibile sia per lo Stato che per i privati, e 47 milioni di cittadini sprovvisti di ogni copertura in caso di malattia, la questione-salute è un groviglio di problemi irrisolti da decenni. Forse inestricabili, per i potenti interessi economici coinvolti. Su questo graviterà la politica americana al rientro dalle vacanze estive. Malgrado un primo voto favorevole in commissione alla Camera, i giochi restano aperti.

Una bocciatura, o una riforma annacquata per non dare fastidio all’establishment assicurativo-farmaceutico-ospedaliero, avrebbe effetti deleteri sul prestigio di Obama. Stavolta non è detto che il suo carisma sia sufficiente. Per azzoppare il presidente si è messa in movimento la formidabile macchina da guerra del “capitalismo sanitario”. Con mezzi finanziari illimitati, campagne pubblicitarie dai toni angoscianti, tattiche calunniose.

La Grande Armada ostile alla riforma include almeno quattro componenti. Compagnie dalle polizze-salute esose. Medici-capitalisti, azionisti degli stessi ospedali dove prescrivono ai pazienti le analisi su cui loro prelevano una percentuale. Industrie hi-tech delle apparecchiature biomediche. Avvocati specializzati nei processi per “errore medico”, i pescecani del contenzioso giudiziario che costringono anche i dottori più onesti a proteggersi moltiplicando procedure inutili. E’ la stessa coalizione di poteri forti che nel 1993 fece deragliare la riforma di Bill e Hillary Clinton, e diede un duro colpo alla credibilità di quell’amministrazione.

Wendell Potter è un “pentito” della lobby sanitaria. Era un top manager del colosso assicurativo Cigna. Disgustato dalla logica spietata di un business “che assicura solo i sani”, oggi lavora al Center for Media and Democracy, per smascherare i metodi dei suoi ex datori di lavoro. “Conosco la loro strategia della paura – dice Potter – e vedo i piani di battaglia già in azione. Hanno una rete di alleati ideologici, si appoggiano sul mondo confindustriale, mobilitano un esercito di opinionisti conservatori, esperti di parte. Martellano nell’opinione pubblica lo spettro di un sistema sanitario socialista, dove fra il paziente e il dottore c’è un burocrate di Stato a decidere. Sono metodi collaudati. Finora hanno sempre funzionato, hanno vinto loro”.

I metodi a cui allude Potter sono sconcertanti: menzogne, annunci terrificanti mirati alle fasce più deboli della società. Un esempio è questo spot televisivo che va in onda nelle fasce orarie di massimo ascolto. Protagonisti una coppia di anziani. Lui è preoccupato per la diagnosi di una malattia grave. Lei rivela al marito: “Non sarà più possibile curarti, lo Stato ha deciso che non vale la pena assistere chi ha la nostra età, invece dirotta i fondi in favore dell’aborto”.

Il messaggio è sparato a 360 gradi, vuole fare il pieno di consensi in molte direzioni: fra la terza età, fra chi ha genitori anziani, più gli anti-abortisti e tutte le fedi religiose che difendono la vita. Lo spot riprende un tam tam che già circolava nei media di destra: la riforma Obama è la legalizzazione dell’eutanasia. E’ la “soluzione finale” che punta allo sterminio dei vecchi per tagliare i costi. L’appiglio? In una delle varie versioni del progetto di riforma è previsto che lo Stato paghi – solo per gli anziani che ne fanno richiesta – una consulenza medica sulle terapie antidolore e il testamento biologico. Tanto è bastato perché partisse la campagna sull’eutanasia di massa, la “morte di Stato” obbligatoria.

Per proteggere il diritto alla vita degli anziani è sceso in campo un fronte di organizzazioni dai nomi ecumenici, rassicuranti: il Consiglio per la Ricerca sulle Famiglie, l’associazione Americani per la Prosperità, il Centro per i Diritti del Paziente. Dietro queste sigle innocenti si nascondono degli strateghi politici di lungo corso, gli anelli di collegamento fra la grande industria e la destra conservatrice.

Un personaggio chiave di questo mondo è una donna di 61 anni, Betsy McCaughey, che già ebbe un ruolo di punta nella sconfitta dei Clinton. Repubblicana di destra, ex vicegovernatrice dello Stato di New York, la McCaughey ha un megafono mediatico importante come columnist dell’agenzia stampa Bloomberg (di proprietà del sindaco di New York). Il titolo della sua ultima analisi diffusa su Bloomberg: “Il piano Obama, ovvero come rovinarsi la salute”. Betsy è un ospite immancabile in tutti i dibattiti televisivi sulla salute, regolarmente citata come esperta di sanità.

Alle sue spalle la McCaughey ha un noto think tank, lo Hudson Institute, che si autodefinisce indipendente ma sforna analisi a senso unico, sparando a zero sulla riforma sanitaria. Lo Hudson fa parte della galassia dei pensatoi conservatori legati all’establishment capitalistico. Nato da una costola della Rand Corporation (vicina all’industria militare), ha tra i suoi finanziatori tutti i colossi dell’industria farmaceutica e biomedica: Ciba Geigy, Eli Lilly, General Electric, Merck, Novartis.

E’ stata la spregiudicata Betsy a insinuare per prima, in un dialogo alla radio col repubblicano Fred Thompson, che le sessioni di consulenza medica offerte agli anziani “li spingeranno ad accorciare la sopravvivenza, a rinunciare alle cure”. Dietro di lei è partito un coro irrefrenabile. La deputata repubblicana Virginia Foxx lo ha detto in un intervento alla Camera: “Impediremo che i nostri vecchi siano mandati a morire da questo governo”. Rush Limbaugh, il più popolare anchorman radiofonico di destra, ha definito l’eutanasìa forzata “lo sporco segreto” della riforma Obama. Il gigante assicurativo WellPoint ha contatto i propri clienti esortandoli a far pressione sui parlamentari nei rispettivi collegi.

La macchina della disinformazione si è messa in moto, mobilitando risorse di ogni tipo. Anche occulte. La Columbia Journalism Review ha smascherato centinaia di lettere di protesta dei lettori anti-eutanasia pubblicate dai giornali di provincia: tutte false, fabbricate da un’agenzia di relazioni pubbliche che lavora per l’American Health Insurance Plans, cioè l’associazione delle compagnie assicurative. La leader dei democratici alla Camera, Nancy Pelosi, è sbottata: “Quello che stanno facendo le compagnie assicurative è immorale!” Ma anche terribilmente efficace. Obama si è sentito interpellare di persona, la settimana scorsa, mentre era in tournée per spiegare la sua riforma. “E’ la promozione dell’eutanasìa?” gli ha chiesto a bruciapelo un’anziana signora.

Robert Cramer, stratega elettorale del partito democratico, è convinto che il presidente affronta la prova del fuoco. “La battaglia sulla sanità – dice – sarà decisa dalla paura. Le assicurazioni private sono i padroni dell’angoscia, stanno producendo un film dell’orrore”. Matt Miller, un altro intellettuale di sinistra che ha influenza sul presidente (è l’autore del saggio La tirannide delle idee defunte), ammette che in questa fase Obama è “preoccupato per le accuse di socialismo”. Al punto da mettere in forse l’elemento decisivo della sua riforma: la creazione di un polo sanitario pubblico, in concorrenza con i privati, per contrastare le tariffe assicurative da rapina.

Pur di affondare l’idea del “polo pubblico”, la santa alleanza del capitalismo sanitario non bada a spese. I finanziamenti ai partiti politici erogati dalle tre lobby alleate – assicurazioni, industria farmaceutica, business ospedaliero privato – sono già balzati fino a 500 milioni di dollari sul finire dell’anno scorso. L’escalation avanza, nel 2009 batteranno ogni record. Con una logica rigorosamente bi-partisan: un tanto ai repubblicani, un tanto ai democratici. E non sono soldi elargiti a pioggia, ma mirati con cura. In queste ultime settimane una marea di donazioni (tutte dichiarate e quindi legittime in base alla legge Usa) sono andate ai Blue Dog, la corrente moderata del partito democratico: sono i deputati in bilico, che sulla sanità potrebbero passare dalla parte dei repubblicani e sabotare definitivamente il piano Obama.

Il capo degli esperti di demoscopea che lavorano per la Casa Bianca, Joel Benenson, consulta nervosamente i sondaggi sulla sanità. Sente l’urgenza di riprendere l’iniziativa: “Bisogna riportare sul banco degli imputati le compagnie assicurative, non lo Stato”. I collaboratori di Obama ricordano due dati. 14.000 americani perdono l’assistenza sanitaria ogni giorno: o perché licenziati (l’assistenza è quasi sempre legata al lavoro), oppure perché colpiti da una malattia grave e abbandonati dalle assicurazioni private. Il secondo dato: i top manager delle maggiori compagnie assicurative intascano stipendi medi di 12 milioni all’anno, e fino a 73 milioni di liquidazione.

L’assicuratore pentito, Wendell Potter, sa perché le compagnie hanno i mezzi per intimidire Obama. “Sul monte-premi delle polizze, il 20% finanzia voci di spesa che non hanno niente a che vedere con la salute: sono le indagini per scartare i pazienti non abbastanza sani; e le spese di lobbying per influenzare la politica”. Decine di milioni di americani, senza saperlo, pagano agli assicuratori un “pizzo” che serve a sabotare la riforma. Contro chi può comprare una fetta del partito democratico, quali chances ha Obama? I più cauti opinionisti democratici già si preparano ad accettare qualsiasi compromesso al ribasso, pur di mascherare una disfatta. I pessimisti rivolgono al presidente lo stesso consiglio usato per l’Iraq: “Dichiara vittoria in fretta, e ritirati”.

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