Un breve commento sul recente passaggio alla Camera della riforma sanitaria negli Stati Uniti. Come forse avrete letto, la prima bozza e’ passata, e si attende ora il via libera del Senato.
A mio personalissimo parere, il testo licenziato dalla Camera dei Rappresentanti contiene alcune ottime iniziative, particolarmente quelle volte alla prevenzione dei maggiori problemi sanitari dei cittadini statunitensi, connessi quasi esclusivamente alla loro alimentazione. Alcune caratteristiche della riforma, pero’, mi fanno temere fin da ora un sostanziale fallimento dell’intera iniziativa. Il pensiero che, dopo questa riforma, Obama voglia chiudere l’intera faccenda una volta per tutte non mi lascia affatto speranzoso.

Anzitutto, non viene stabilito il diritto per tutti alle cure, bensi’ l’obbligo per tutti di acquistare un’assicurazione sanitaria, che e’ cosa ben diversa. Credo questo chiarisca oltre ogni dubbio chi veramente abbia scritto questa legge, e quali interessi si muovano dietro le quinte dell’intera vicenda.
In secondo luogo, la copertura stimata dalla riforma raggiunge il 94% della popolazione. Non si capisce perche’ un 6% debba continuare a morire o a stare male, ammesso che non lo faccia per pura e semplice scelta, e anche in quel caso credo bisognerebbe chiedersi se cio’ sia ammissibile.
Terzo, la riforma esclude la possibilita’ di cure mediche continuate (ovvero di una assicurazione sanitaria) per immigrati non regolari.
Quarto, nel caso di persone povere che potranno permettersi solamente l’assicurazione pubblica (che meno male al momento pare venga introdotta) o che abbiano una assicurazione privata grazie a sussidi statali, non potranno utilizzare tale assicurazione per coprire eventuali aborti. Questa regola non si applica nel caso di stupri, incesto o grave rischio di vita per la futura madre. E, ovviamente, non si applica per chi voglia pagare di tasca propria l’assicurazione privata. In poche parole, si stabilisce indirettamente per legge un diritto all’aborto legato al censo, dacche’ le famiglie ricche potranno continuare ad effettuare aborti e salvar la faccia alle proprie rampolle nella bambagia di cliniche private, mentre le madri singole, le prostitute e centinaia di altre persone in situazioni di disagio dovranno fare i conti con uno stato che passa un giudizio morale sul loro corpo.
Credo valga la pena di segnalare anche il fatto che il testo in discussione al senato e’ ancora piu’ tiepido su tutte le questioni appena sollevate, e non oso temere quali ulteriori compromessi sara’ necessario implementare per ottenere una solida maggioranza e approvare il tutto.
D’altra parte, cosa ci si poteva aspettare? L’intera operazione e’ marcia fin dal principio. Cari miei, e’ inutile sperare in una seria opzione pubblica quando, di fatto, gli Stati Uniti non possiedono ospedali pubblici. Le strutture sanitarie pubbliche negli Stati Uniti sono circa il 30% del totale, una vera presa per il culo di fronte ai paesi avanzati del mondo in materia sanitaria, tra i quali l’Italia, in cui la gran parte delle strutture sanitarie, anche d’avanguardia, sono pubbliche. Questo 30% americano, a sua volta, e’ composto in larga parte da ospedali che stanno chiudendo: nelle aree suburbane del Paese, dal 1996 al 2002, sono stati chiusi il 27% degli ospedali pubblici. Tutti gli stati che hanno grossi deficit in bilancio chiudono gli ospedali.
In ultima analisi, la riforma del sistema sanitario statunitense, quella che qui tanti temono come un colpo di mano statalista e comunista, altro non e’ che un adattamento in larga scala della riformetta pro-privati praticata da Formigoni in Lombardia. Nel caso italiano, il governatore lombardo prospetto’ l’idea che qualora l’ospedale pubblico non ti possa curare in tempi e modi ragionevoli, la regione provveda alle cure tramite un ospedale privato, ovvero dei preti, e poi paghi il conto. Tutto qui.
La versione americana, semplicemente, da’ per scontato che le cure siano da compiersi in una struttura privata, e dunque parte dal presupposto di rimborsare quei costi, che in genere sono coperti dalle assicurazioni. Se per qualche motivo tu non riuscissi ad affrontare il premio della polizza assicurativa, lo stato interverra’ con una polizza propria a costo piu’ basso o a finanziare parte di una polizza privata. Tutto questo ovviamente non offre alcuna garanzia di cure di qualita’, anzi predispone gli ospedali privati a fornire i propri servizi secondo due scaglioni, quello dei “veramente paganti” e quello per gli straccioni.
Quest’ultima cosa, ad esempio, e’ gia’ sperimentabile anche in Italia, poiche’ se siete mai stati in una clinica privata per conto vostro o tramite la mutua avrete certamente percepito la differenza. Un famoso istituto privato fiorentino, di cui non faccio il nome, riceve i paganti attraverso una decina di sportelli in lucido legno massiccio, tutti attivi e presidiati da competente personale in divisa, di bell’aspetto. Coloro i quali si recassero nello stesso istituto con il sussidio della mutua sono invece indirizzati verso una squallida stanzetta, e sono ricevuti da un’unica impiegata, disabile.
Infine, lasciare il sistema nelle mani delle assicurazioni, pubbliche o private, continua a lasciare la salute degli individui in balia del problema dei costi, secondo una logica ridicola e barbara. Ridicola perche’ sappiamo tutti benissimo che, a livello di contrattazione tra assicurazioni, ospedali e industria del farmaco i costi sono ovviamente tagliati in funzione del volume di affari. La medicina che al privato costa 90 dollari all’assicurazione costa si’ e no 9 dollari, poiche’ l’assicurazione garantisce all’industria del farmaco l’acquisto di milioni di dosi. Tutto qui. Barbara poiche’, nei casi gravi, la faccenda dei costi verra’ invece portata certamente a galla. Un conto e’ fare i furbi con le aspirine, un altro con la chemioterapia o con i trapianti. Mentre nei paesi piu’ o meno civili del mondo non ci si permette nemmeno di discutere la questione della copertura finanziaria di simili cure, negli Stati Uniti viene messo un prezzo su tutto e, come funziona nelle assicurazioni, un massimale di copertura.
In poche parole, la mia previsione per la riforma sanitaria statunitense e’ quasi repubblicana: aumenteranno alcuni costi, si copriranno varie fasce della popolazione oggi scoperte, mantenendo pero’ un livello generale delle cure infimo o appena accettabile, con grosse incognite sulla gestione dei casi gravi, dei casi cronici, dei disabili, delle persone con problemi psichiatrici e dei disoccupati.
Il problema, comunque, risiede anche in sedi filosofiche, ovvero nel concetto stesso di corpo sano e nel concetto stesso di cura medica, che in questo paese di poltroni comprende anche il televisore in camera. Questi due fattori hanno ramificazioni alimentari, sociali e politiche, che non ho tempo e capacita’ d’illustrare. A livello di percezioni, pero’, si tratta di un grosso problema.





Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha firmato una legge che definisce un delitto federale qualsiasi attacco contro una persona solo per il suo orientamento sessuale o la sua identità sessuale. La legge è stata dedicata a Matthew Shephard, un giovane gay del Wyoming morto dopo essere stato rapito e quindi riempito di botte nel 1998, e a James Byrd, un giovane nero texano che subì la stessa sorte lo stesso anno.

Ieri sera ho avuto la fortuna di assistere alla prima statunitense di Capitalism: A Love Story, il nuovo film di Michael Moore.